“Solo i ricchi si salveranno”. Allarme ONU sul climate change

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I ricchi potranno pagarsi la salvezza, scappando dal caldo e dalla fame. Gli altri soffriranno a causa del cambiamento climatico. Questo è quello che Philip Alston, relatore speciale dell’ONU, ha scritto nel suo ultimo rapporto sulla povertà e i diritti umani.

I diritti umani sono a rischio

Secondo Alston infatti i diritti umani più semplici quali il diritto alla vita, al cibo, all’acqua e alla casa saranno fortemente minacciati dal riscaldamento globale. “A rischio ci sono gli ultimi 50 anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà” dice Alston. Tutto questo, comunque, avverrà soprattutto nei paesi in via di sviluppo, i quali subiranno ingiustamente il 75% dei costi totali del riscaldamento globale. Peccato però che questi stessi Paesi siano responsabili solo del 10% delle emissioni totali del Pianeta.

Una nuova Apartheid

Ma non finisce qui. Proprio come è avvenuto in Siria nel 2012 il disagio dovuto alla mancanza di risorse idriche porterà scontento tra i popoli, proteste e favoritismi. Aumenteranno le ineguaglianze e le ingiustizie e con loro le piaghe già molto diffuse del nazionalismo, xenofobia e razzismo. “Proprio come è accaduto durante l’Apartheid – afferma Alston – le divisioni tra i gruppi sociali aumenteranno, e la democrazia vacillerà. Sarà molto difficile allora mantenere un approccio bilanciato ai diritti civili e politici delle persone”.

Il riscaldamento globale, concretamente parlando, “potrebbe condurre oltre 120 milioni di persone in povertà entro il 2030” ha aggiunto Alston. Il dato è coerente con quello rivelato dalla Banca Mondiale nel 2018, secondo cui entro il 2050 vi saranno oltre 140 milioni di profughi interni, che si muovono per cercare un clima più favorevole.

Philip Alston, relatore speciale ONU su povertà estrema e diritti umani

I politici non fanno abbastanza

Alston infine accusa duramente i leader mondiali ma anche le stesse Nazioni Unite di non fare abbastanza e di aver sottovalutato il potenziale distruttivo del cambiamento climatico. Il neo-presidente del Brasile Bolsonaro, per esempio, ha promesso di trasformare grandi parti di Foresta Amazzonica in miniere. Il che significa, ovviamente, un aumento affatto necessario della deforestazione. Il report condanna anche il presidente americano Donald Trump per aver attivamente azzittito qualunque notizia o dato sul riscaldamento globale.

Ma Alston conclude con una nota positiva e di incoraggiamento verso le azioni in favore dell’ambiente come i casi legali contro stati e compagnie di combustibili fossili, l’attivismo di Greta Thunberg e gli scioperi in tutto il mondo organizzati da Extintion Rebellion.

Maggio 2019 il piu’ caldo di sempre. E in Groenlandia il ghiaccio sparisce

groenlandia

L‘acqua di un colore azzurro intenso e il cielo terso fanno pensare a una cartolina inviata da un‘isola tropicale, non certo dalla Groenlandia. Non fosse, ovviamente, per la slitta e gli Husky che corrono inconsapevoli sull’acqua derivata dallo scioglimento del ghiaccio superficiale.

2 miliardi di tonnellate di ghiaccio in meno

Lo scienziato Steffen Malskaer, che ha pubblicato la fotografia, stava partecipando a una missione di recupero delle strumentazioni meteorologiche e oceanografiche posizionate a nord est della Groenlandia da un team di ricercatori dell‘istituto meteorologico danese. Il materiale si trovava su uno strato di ghiaccio e sarebbe servito per accumulare dati riguardo, appunto, il clima e alla condizione dell‘acqua in quelle zone.

Il fatto di non essere riusciti a recuperare nulla di quel materiale in quanto ormai fluttuante nelle profondità marine suggerisce, comunque, un dato importante: il ghiaccio si è sciolto molto prima del previsto. Solitamente infatti una tale temperatura si raggiunge soltanto tra luglio e agosto, ovvero i mesi più caldi dell‘anno. Quest’ anno, però, il ghiaccio ha iniziato a sciogliersi molto prima. Al 13 giugno infatti si sono già perse più di 2 miliardi di tonnellate di ghiaccio tanto che, secondo gli scienziati,  il 2019 si preannuncia come un anno record per le temperature.

Effetti dello scioglimento

Come ha affermato Steffen Olsen, scienziato dell’Istituto meteorologico danese e autore della fotografia, il ghiaccio e‘ fondamentale per la popolazione groenlandese. Questo infatti permette loro di spostarsi, pescare e cacciare. Il suo scioglimento repentino e massiccio renderà difficili se non impossibili queste attività. Un’ altra conseguenza, come ha affermato Thomas Mote, ricercatore dell’Università della Georgia che da anni studia il clima della Groenlandia e‘ quella dell’ innalzamento del livello dei mari.

Infine, lo scioglimento dei ghiacci causerà un ulteriore aumento della temperatura, con un infinito circolo vizioso. Le calotte ghiacciate, infatti, essendo banche riflettono la luce del sole senza assorbirla e impedendo, quindi, che la terra si scaldi. Senza questa attività da parte dei ghiacci il calore riversato sulla superficie terrestre dal sole verrà assorbito, causando quindi un ulteriore aumento della temperatura. (Qui un articolo più approfondito sulle cause del riscaldamento globale).

Un trend globale

E’ inoltre recente la notizia data dall’agenzia Usa per la meteorologia (Noaa) secondo cui questo maggio e’ stato il piu’ caldo mai registrato sulla Terra dal 1880, ovvero da quando sono cominciate le rilevazioni. L’unica eccezione e’ stata l’Europa, con temperature piu’ fredde della media. Cio’ non toglie che in Antardide ci sono +4 gradi e che anche la sua calotta ghiacciata sia notevolmente diminuita rispetto al solito.

Le isole Kiribati spariranno. Oggi a Roma il video di Fiorentino

Gli effetti del cambiamento climatico sono già qui. Lo sa bene il governatore di Kiribati, un complesso di isole paradisiache in mezzo all’Oceano Pacifico. Per nove milioni di dollari Kiribati ha già comprato otto chilometri quadrati di terra per evacuare, un giorno non molto lontano, l’intera sua popolazione. Questo perché entro il entro il 2050 una grande fetta della Nazione sarà sommersa dall’acqua. Il riscaldamento globale ha infatti causato l’innalzamento dei mari e reso insostenibile l’aumento della frequenza e potenza delle tempeste.

L’inizio di un nuovo giorno

Le isole Kiribati si trovano sulla linea internazionale del cambio di data, il che significa che sono le prime ad assistere all’inizio del nuovo giorno. In un certo senso si può dire che, rispetto al resto del mondo, Kiribati è già nel futuro. Ironia della sorte, i suoi abitanti stanno assistendo a una triste anteprima di quello che potrà accadere a molte altre Nazioni molto più grandi nel futuro più prossimo e che, proprio come l’alba di un nuovo giorno, arriverà per tutti.

Domande esistenziali

L’artista Antonio Fiorentino ha visitato le isole Kiribati tra il luglio e l’agosto 2018. Qui ha avuto l’ispirazione per creare alcune sue opere, ora esposte alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma e che vi resteranno fino al 19 luglio. Il viaggio a Kiribati è stata per lui un’occasione per cercare di rispondere alle domande esistenziali di gaugueniana memoria e che inevitabilmente prima o poi ogni uomo si pone: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Durante un viaggio in un’isola esotica, poi, queste domande sorgono quasi spontanee.

Un po’ di bellezza

Ma è proprio questo il punto: ci spingiamo oltre, verso orizzonti estremi (nel caso di Kiribati il più estremo, ai margini del mondo), per poi renderci conto che vi è e vi sarà sempre qualcosa che ci unisce, come essere viventi e come uomini. Un unico destino, un unico futuro, un’unica terra su cui nasciamo, cresciamo e moriamo. Fortunatamente a volte durante questo percorso invece che distruggere riusciamo a costruire qualcosa e lasciare un po’ di bellezza. È quello fa Fiorentino tramite l’arte, cercando nel contempo di suscitare negli uomini una maggiore consapevolezza verso i problemi e le sfide di questo secolo di grandi cambiamenti. E oggi lunedì 15 aprile alle 19:00 sarà anche proiettato un video che l’artista ha girato proprio a Kiribati, che ci lascerà una preziosa testimonianza di questa terra prossima a scomparire.

Islanda: un ghiacciaio enorme sta morendo

ghiacciai

Vik è un grazioso paese di 300 abitanti nel sud dell’Islanda ed è l’unico vero centro abitato della zona. La cittadina più vicina si trova a 80 chilometri di distanza, si chiama Hvolsvöllur e i suoi abitanti sono 900. I bambini che hanno avuto la fortuna di nascere in questo paradiso naturale frequentano la Hvolsskólil, la scuola elementare del paese, piccolissima e apparentemente insignificante. I suoi studenti però hanno dato vita a un progetto importante per la diffusione della consapevolezza ambientale. A partire dal 2010 hanno infatti misurato quanto il ghiacciaio Sólheimajökull in Islanda si è ritirato nel corso degli anni, scrivendo le misurazioni su un cartello visibile a tutti.

Islanda, un progetto importante sul ghiacciaio

Il cartello ai piedi del ghiacciaio
Sólheimajökull. A sinistra si legge l’anno di inizio del progetto e il nome della scuola. Appena sotto gli anni 2011 e 2012 e il ritiro del ghiacciaio misurato in metri. Nella colonna di destra gli anni 2013-2018.

Sembra un progetto lungimirante, ma già nel 2010 il ghiacciaio si era ridotto di 43 metri. Il 2013 e il 2014 sono stati gli anni migliori con un ritiro di “soli” 8 e 7,9 metri rispettivamente. Dal 2015 è invece iniziato un crollo esponenziale e inesorabile, che probabilmente non lascerà più spazio a tempi “migliori”. Da un calo di 16 metri nel 2015 si è passati a 24 nel 2016, 50 nel 2017 e 110 metri nel 2018. Nonostante quindi il ghiacciaio si rigeneri sempre dopo lo scioglimento estivo, avanzando di 40 metri ogni anno, questo evidentemente non è abbastanza. Oggi i ghiacciai si sciolgono con una velocità e una quantità mai viste prima alla quale la natura non riesce a tener testa.

Mai più camminate sul ghiaccio

La nostra guida si chiama Bjartur ed è un giovane ragazzo islandese che svolge forse uno dei lavori più belli del mondo: la guida turistica tra le montagne della Nazione. All’inizio del tour ci comunica che solo sei anni fa per raggiungere il ghiacciaio dalla sede di partenza bastavano 5 minuti. Oggi ce ne vogliono 15. Ci informa anche che da quest’anno la sua compagnia ha introdotto le lezioni di kayak nel nuovo lago formatosi a causa dello scioglimento. “Le navigazioni in kayak sono andate piuttosto bene – ci dice – e sarà sicuramente il nostro nuovo business. Inoltre tra dieci anni il ghiacciaio non esisterà più e la camminata di oggi non sarà più fattibile”. Questo è un perfetto esempio di resilienza, ovvero la capacità di una comunità di sopravvivere a un cambiamento che potrebbe minacciarne l’economia.

Il ghiacciaio in Islanda è fonte di acqua

Il ghiacciaio Sólheimajökull si è ritirato di 110 metri solo nel 2018

Durante la nostra camminata sul ghiacciaio il vento era potente, così come quello che ci siamo trovati davanti. Una distesa immensa di ghiaccio leggermente coperta di neve, resa accecante dal sole che batteva sulla sua superficie. La guida ci ha spiegato che siamo stati fortunati poiché il vento, per quanto forte, è sempre meglio della pioggia. Per ora le precipitazioni non sono la fonte primaria di acqua pulita in Islanda, bensì lo sono i ghiacciai. Questi, quindi, non sono solo una fonte di reddito, grazie ai tour guidati, ma svolgono una funzione fondamentale per la vita dell’isola. I supermercati islandesi vendono pochissima acqua in bottiglia. I ristoranti, anche quelli più prestigiosi, servono l’acqua pura, fresca e buonissima del rubinetto. Forse però, tra non molti anni, la pioggia sarà per loro una benedizione visto il destino cui i ghiacciai stanno andando incontro.

Toccare il fondo

Dopo circa mezzora di camminata troviamo una struttura di metallo abbastanza strana, per quanto semplice e non fastidiosa alla vista. Bjartur ci spiega che, per quanto le misurazioni della scuola elementare siano valide, l’Università d’Islanda ha voluto verificare non solo la riduzione del ghiacciaio in termini di lunghezza, ma anche di profondità. Questo strumento è stato installato nel 2013 da un gruppo di studenti della facoltà di glaciologia i quali hanno creato tre fori di 10 metri e inserito dei fili con un peso alla fine, in modo che arrivassero in fondo. Con lo scioglimento del ghiaccio i fili sono fuoriusciti. Grazie a questo semplice strumento sono riusciti a dedurre il tasso di scioglimento del ghiacciaio. Durante i tre anni delle misurazioni il tasso di scioglimento è stato in media di 6-7 centimetri al giorno, raggiungendo i 10.11 cm nel periodo estivo. Questo significa che il ghiacciaio si è abbassato di 10 metri solamente durante l’estate. “Qualche anno fa – dice Bjartur – questo stesso tour si svolgeva a 50 metri sopra le nostre teste”.

Lo strumento di misurazione in una foto del 2016

Durante il ritorno al campo base, Bjartur mi dice rassegnato che si sente impotente e che gli islandesi non sanno bene cosa fare per fermare lo scioglimento. Provano a rispettare l’ambiente, ma non è abbastanza. Tutta la popolazione mondiale dovrebbe contribuire e non sembra che ciò avverrà nel breve periodo. Io, oggi, con questo articolo chiedo aiuto in nome di Bjartur e tutti i cittadini islandesi. Anche se, tra non molto, anche noi pagheremo le conseguenze di questo veloce, inesorabile scioglimento dei ghiacciai.

“Una scomoda verità 2”, perché le bugie non durano a lungo

Finalmente un documentario degno di questo nome. Con poche, semplici immagini, Una scomoda verità 2 permette di capire la portata del fenomeno più pericoloso e importante della nostra epoca: il riscaldamento globale. D’altra parte, l’incisività è una caratteristica del protagonista del film, Al Gore, ambientalista nonché ex vicepresidente degli Stati Uniti d’America.

Il riscaldamento globale è in atto

I frammenti dei suoi discorsi sono così sentiti e così convincenti da non lasciare dubbi: il riscaldamento globale è in atto proprio adesso, sotto i nostri occhi, con fenomeni di fronte ai quali è difficile restare indifferenti. Alluvioni, esondazioni, carestie, siccità, migrazioni stanno cambiando il nostro mondo con una velocità quasi incontrastabile. Le immagini di questi eventi sono scioccanti e i grafici che le accompagnano illustrano in modo razionale e per questo efficace il loro impatto a livello mondiale, oltre che locale.

Il documentario vuole soprattutto dimostrare l’enorme potere che hanno i politici nel contrastare i cambiamenti climatici. Al Gore stesso durante la Conferenza Internazionale per il clima a Parigi nel 2015 ha avuto un ruolo fondamentale. Ha infatti portato l’India, il secondo Paese più popolato del mondo, ad abbandonare i combustibili fossili prediligendo le fonti rinnovabili. Con il benestare del direttore della Banca Mondiale, infatti, l’America ha concesso un ingente prestito all’India per iniziare le transizione.

Una nostra responsabilità

Nel documentario si chiarisce un altro fatto importante. I paesi in via di sviluppo si sentono in diritto di dar da mangiare a milioni di persone attraverso i combustibili fossili a basso costo, proprio come hanno fatto i paesi occidentali per 150 anni. Il cambiamento, nostro e loro, deve quindi essere prima di tutto una nostra responsabilità, un nostro investimento, poiché noi disponiamo delle risorse per metterlo in atto, loro no.

Dilungarsi in parole, comunque, non renderebbe giustizia a questo schietto, conciso, necessario documentario. Esorto quindi tutti a guardarlo con attenzione e il prima possibile, per capire un po’ di più cosa sta succedendo proprio qui, davanti ai nostri occhi, sotto i nostri piedi, sopra le nostre teste.

Il documentario si può noleggiare su varie piattaforme tra cui Chili, Apple iTunes e Google Play Music.

“Effetto serra effetto guerra”: l’umanità che si autodistrugge

Effetto serra effetto guerra è libro efficace e ordinato, proprio come il titolo. C’era da aspettarselo dall’unione di un diplomatico, Grammenos Mastrojeni e un climatologo, Antonello Pasini che insieme lo hanno scritto. Pensandoci bene, non è un connubio usuale, ma con lo snocciolarsi dei capitoli, il mistero viene svelato.

“Effetto serra effetto guerra”: una piramide di informazioni

Il libro inizia prendendo molto alla larga il problema del riscaldamento globale. Poi, però, entra nello specifico illustrando le sue conseguenze dirette e indirette sull’umanità e in particolare sui Paesi in via di sviluppo. Per finire, assistiamo a un’interessante quanto illuminante riflessione sull’Italia, uno dei Paesi occidentali più interessati dalle migrazioni climatiche.

Inizialmente, quindi, può sembrare un libro teorico che, per quanto utile e spesso avvincente, con dati strabilianti e preoccupanti, può essere di difficile lettura. Esorto però a perseverare in quanto gli autori daranno esempi pratici e, soprattutto soluzioni, non tanto per mitigare il riscaldamento globale (per quello vi sono altri libri più specifici), quanto per resistere alle sue conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Il ruolo dell’uomo nel riscaldamento globale non è una sciagura, anzi è una buona notizia! Infatti, se il riscaldamento fosse avvenuto per cause naturali non potremmo far altro che difenderci dalle sue conseguenze più negative. Ma poiché siamo stati noi a produrlo, possiamo fare qualcosa per modificarne le cause ed evitare così gli impatti futuri più devastanti.

Fenomeni da conoscere

Resta il fatto che Effetto serra effetto guerra parla di grandi fenomeni, molto più grandi di noi di fronte ai quali il rischio è di sentirsi impotenti. L’estinzione degli ecosistemi marini e terrestri, lo scioglimento dei ghiacciai che causano la perdita delle riserve di acqua e la deforestazione in America Latina.

Soprattutto, però, la siccità in Africa. Questa causa lo spostamento delle persone dalle campagne alle città, le quali, con il sovraffollamento e la corruzione politica, non riescono a gestire il flusso. La conseguenza sono i disordini sociali e, quindi, le guerre. Tutti fenomeni di grande importanza su cui proprio per questo è bene informasi.

Leggi anche: “Solo i ricchi si salveranno”. L’appello ONU sul cambiamento climatico

effetto serra effetto guerra

Cosa possiamo fare noi?

Verso la fine di Effetto serra effetto guerra si torna coi piedi un po’ più per terra e proprio sul suolo italico. Adesso sì che gli autori si appellano a noi per fare qualcosa, per aprire gli occhi e agire grazie al nostro diritto di voto. Ma sono anche importanti scienziati e imprenditori, perché insieme sviluppino progetti per risanare i terreni in Africa. Fondamentali anche gli insegnanti perché rendano i giovani consapevoli del pericolo al quale stiamo andando incontro e quanto sia importante, a questo punto, la resilienza.

L’immigrazione può essere un’opportunità enorme, da cogliere e trasformare in qualcosa di positivo e di utile a tutti. Perché i muri non sono la soluzione, bensì solo il coperchio di una pentola a pressione che prima o dopo esploderà. E il risultato sarà molto peggiore della piccola criminalità e altri reali ma risolvibili problemi cui ora si collega l’immigrazione.

Se abbandoniamo i più poveri alle prese con il cambiamento climatico, non solo facciamo finta di non capire ciò che ci insegna la scienza moderna e la geopolitica, cioè che siamo tutti sulla stessa barca e che i problemi sono interconnessi, ma lasciamo anche crescere un bubbone di conflittualità che prima o poi raggiungerà pure noi.

Tutto ciò sembra teorico o idealista, ma i vantaggi e gli svantaggi dell’ immigrazione, sopratutto quella africana, sono stati indagati dagli autori nel modo più razionale possibile, contando i soldi spesi e quelli guadagnati, valutando le prospettive di sviluppo economico, quantificando i pro e i contro. Tutto questo perché, se non si riuscisse a fermare il riscaldamento, quantomeno possiamo sfruttarne in modo intelligente le conseguenze creando un virtuoso effetto serra-effetto pace.

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Artico – La battaglia per il Grande Nord

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Ascolta l’articolo

Artico La battaglia per il Grande Nord” è un libro scritto dal giornalista italiano Marzio G. Mian, il cui obiettivo è quello di rendere nota a tutti la guerra fredda che si sta svolgendo silenziosa ai margini del mondo.

Con questo libro, frutto di dieci anni di “esplorazioni giornalistiche”, ho cercato di colmare un vuoto: la cronaca del Nuovo Artico oggi, attraverso le storie di chi lo vive e il racconto delle forze spiegate sul campo nella battaglia per la conquista dell’ultima delle frontiere.

Artico: meno neve e più selfie

Il Nuovo Artico di cui parla Mian è irriconoscibile dal Vecchio, e lo sarà sempre di più. Un’entità che nel passato viveva soltanto nell’immaginario popolare come luogo irraggiungibile e inabitabile se non da mostri o dèi, è diventato oggi una delle più preziose fonti di guadagno del mondo.

Il petrolio che si cela al di sotto di strati ormai non più molto spessi di ghiaccio gioca un ruolo fondamentale. Anche il commercio di pesce è aumentato con lo spostamento di molte specie verso nord, non più timorose del mare freddo di un tempo.

I viaggi che prima erano considerati vere e proprie esplorazioni si sono trasformate in crociere. Le zone desolate, silenziose e per questo di un fascino unico, diventano bellezze un po’ più comuni, dove si moltiplicano i selfie e si dimezza la neve.

La fetta del mondo che paga il prezzo più alto per effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre immense oportunità di conquista e di potere, nuove rotte marittime commerciali, esotiche destinazioni turistiche, nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza.

Scienza, politica, emozione

Le prove e le argomentazioni della sua protesta contro la conquista sconsiderata del Grande Nord sono di vario tipo, dai freddi dati scientifici e politici a elementi di grande intensità emotiva. Mian narra storie crude e strazianti sugli abitanti dell’Artico che coinvolgono il lettore, il quale finalmente sente la verità di cui ha bisogno. Questo luogo a noi apparentemente lontano, nei fatti condiziona la vita sulla terra come nessun altro sul pianeta.

“Quello che succede nell’Artico non rimane nell’Artico” è il mantra degli scienziati.

 

artico

Riscaldamento dell’artico e potere

Per spiegarne il motivo Mian riporta molti dati scientifici, come per esempio il meccanismo di ricambio delle correnti marine nell’Artico che, inceppato dal riscaldamento globale, innesca nel sud del mondo siccità e desertificazione, quindi milioni di profughi climatici. Accanto alla scienza troviamo la complessa e controversa politica che, come Mian ci dimostra, tanto complessa non è. L’obiettivo è uno solo per tutti: il potere. E, quindi, i soldi. Che siano per la Nazione o per loro stessi, saranno sempre il carburante dei politici. La pace nel mondo e l’ambiente sono solo strumenti per raggiungerli. Per esempio, l’ex ministro dell’industria groenlandese Jens-Erik Kirkegaard ha affermato senza peli sulla lingua che

Più i ghiacci si sciolgono, più il nostro Paese sarà sotto i riflettori. Il cambiamento climatico ci fa pubblicità gratis, è sempre più facile attirare capitali.

Molto approfondito anche il caso della Russia, da anni in lotta con il mondo per il dominio di zone che non riesce a gestire se non con la tirannia e la violenza, a danno della popolazione.

[Queste] Contraddizioni non interessano a Putin. Il petrolio e il nikel dell’Artico servono per finanziare gli arsenali e sostenere la sua diplomazia delle cannoniere.

Leggi anche: “Una centrale nucleare galleggiante è in rotta verso l’Artico”

Politiche green di facciata

In questo calderone politico Mian aggiunge anche le nazioni scandinave, che il mondo ammira come esempi virtuosi. Di fatto, però, secondo l’autore userebbero la mobilità elettrica, l’eolico e le altre politiche verdi come maschera per coprire il loro monopolio del petrolio, dal cui sporco e pericoloso mercato ci guadagnano i soldi per loro stessi e per quelle politiche green di facciata.

Scampato pericolo

L’autore arriva anche a sbilanciarsi, forse un po’ troppo, su argomenti non attinenti all’ambiente, come il movimento femminista estremo e la battaglia per il genderless. Con tutta questa carne al fuoco sul finale, Mian rischia di bruciarsi e di rendere non più credibile e non più “apolitico” l’intero libro. Questo però non succede, perché Mian si ferma proprio sulla soglia dell’abisso, evitando la caduta e permettendo al libro di diventare una delle pietre miliari dell’ambientalismo mondiale.

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L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine

Estinzione api
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Tutto quello che molti sanno sulle api è che bisogna tenerle alla larga, e quando si avvicinano troppo non esitare a ucciderle. Ma questi strepitosi animali hanno ben più da offrire che un pungiglione atto a difendersi. E il riscaldamento globale ne sta causando l’estinzione.

L’impollinazione da parte delle api

Le api si nutrono delle sostanze presenti nel nettare delle piante, che raccolgono in grande quantità volando di fiore in fiore. Con questo spostamento le api raccolgono il polline dalla parte maschile del fiore e lo rilasciano sulla parte femminile, favorendone il processo di riproduzione. In questo modo le piante si moltiplicano, crescono e producono i loro frutti. È stato stimato che gli insetti impollinatori favoriscono l’esistenza dell’80% della vegetazione mondiale e del 94% di quella nelle zone tropicali. È anche grazie alle api, quindi, se i nostri giardini, parchi e foreste sono bellezze uniche nell’universo e che noi diamo troppo spesso per scontate.

L’estinzione delle api porta alla scarsità di cibo

Purtroppo, però, la crescita delle piante non ha soltanto una pura funzionalità estetica. Di queste piante molte sono coltivate dall’uomo e sono largamente utilizzate nell’industria agro-alimentare. Nel Nord America le api consentono la produzione del 90% dei prodotti agricoli in commercio. In Europa circa l’84% delle colture alimentari dipendono dall’impollinazione degli insetti pronubi.

A livello globale le api contribuiscono al 35% della produzione alimentare. In altre parole, moltissima della frutta e verdura che consumiamo ogni giorno e che è fondamentale per un’alimentazione sana e corretta proviene dalle piante impollinate: mele, mandorle, mirtilli, ciliegie, ribes, angurie, broccoli, zucche, meloni, asparagi, cetrioli e molti altri prodotti agricoli. Oltre che, ovviamente, il miele.

Le api dalle uova d’oro

Le api, quindi, fanno indirettamente parte dell’economia globale o, forse, più direttamente di quanto crediamo. Solo negli Stati Uniti questi piccoli animali rappresentano un introito annuale di 15 miliardi di dollari proprio grazie al loro ruolo vitale nel mantenere frutta e verdura nelle nostre diete. Pertanto, il valore economico del loro servizio di impollinazione risulta fino a dieci volte maggiore rispetto al valore del miele prodotto.

Leggi anche: “Riscaldamento globale e criminalità: aumentano i ladri di api”.

La catena alimentare

Ma non finisce qui. Gli alimenti e le piante frutto dell’impollinazione, oltre che dagli esseri umani, vengono consumati da moltissimi animali selvatici che senza di loro morirebbero. Se ciò accadesse, si creerebbe una reazione a catena che metterebbe in serio pericolo gli ecosistemi. Inoltre, le piante che crescono grazie alle api formano le foreste e i boschi, che costituiscono gli habitat naturali di moltissime specie, dai più piccoli insetti (api comprese) ai più grossi vertebrati. Le api, infine, sono esse stesse parte della catena alimentare, nutrendo molte specie animali che dipendono dalla loro sopravvivenza.

Estinzione api

Un declino incessante delle api

Questo complesso e bellissimo mondo, però, sta scomparendo perché una delle sue principali fautrici si sta estinguendo. In Europa, la mortalità delle colonie di api si è attestata intorno al 20%, mentre negli Stati Uniti ha superato il 40% tra il 2013 e il 2014.

Il numero di colonie negli Stati Uniti è infatti sceso da 6 milioni nel 1947 a soltanto 2,5 milioni oggi. Dal 2006, gli apicoltori commerciali hanno riportato perdite annuali da 29% a 36%. Tali perdite non hanno precedenti poiché anche altri insetti impollinatori come bombi, farfalle e falene stanno diminuendo in modo impressionante.

Le cause di questa perdita sono molto spesso i parassiti, ma anche l’uomo ha una grande fetta di responsabilità. Il riscaldamento globale, la perdita degli habitat, e l’utilizzo di prodotti chimici sulle colture sono infatti cause dirette della possibile estinzione delle api.

Leggi anche: “Australia, troppi animali a rischio estinzione”.

Il riscaldamento globale causa l’estinzione delle api

La minore durata della stagione invernale ha innescato l’allungamento della finestra di attività degli insetti giallo-neri con 20-30 giorni in più di lavoro all’anno, provocando uno stress che comprometterebbe la loro salute. Con maggiori e più durature siccità, inoltre, i fiori non secernono più il nettare e il polline e le api non hanno più una fonte di nutrimento, non producono miele, e non forniscono più il servizio di impollinazione per le colture agricole.

Meno natura, più cemento

Le api subiscono anche la perdita di habitat dovuta allo sviluppo umano. Le cause sono la più comune soppressione della natura in favore del cemento, ma anche l’abbandono delle fattorie in favore di lavori nel settore secondario e terziario. La mancanza di fiori e piante comporta ancora una volta l’assenza del nutrimento necessario alle api per vivere e il disboscamento riduce la possibilità delle api di costruirsi una “casa”.

Anche le sostanze chimiche causano l’estinzione delle api

Alcune colonie, infine, collassano a causa di piante e semi trattati con pesticidi neonicotinoidi, alcuni dei quali sono stati recentemente vietati dall’Unione Europea. Molte colture con prodotti chimicamente modificati, i famosi OGM, sono invece ancora largamente presenti nel mondo, e causano continui danni alla biodiversità. I prodotti chimici presenti negli insetticidi e nelle piantagioni OGM si trovano anche inevitabilmente nel nettare e nel polline: l’uno sarà mangiato dalle api e l’altro cosparso dalle api stesse su altre piante, creando una catena infinita che non porterà a nulla di buono. Anzi, porterà al nulla assoluto.

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Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?

Riscaldamento globale

Il riscaldamento globale è un fenomeno naturale, cui la Terra è andata incontro numerose volte nel corso della sua storia. Solitamente il passaggio da periodi più caldi alle ere glaciali avviene molto lentamente. Quello da un’era glaciale a un periodo caldo, invece, avviene con un aumento medio di circa un grado ogni cinquecento o mille anni, un tempo molto veloce in relazione all’età della terra. È lo stesso fenomeno cui stiamo assistendo oggi, ma non senza una evidente anomalia: una velocità nel riscaldamento mai registrata prima. La temperatura media globale del pianeta è cresciuta di un grado tra la seconda parte dell’Ottocento e oggi, quindi in meno di duecento anni.

 

Leggi anche: “L’inverno più caldo di sempre: temperature più alte di 3,5 gradi”

 

Un equilibrio prezioso

 

La temperatura di un corpo è data dall’energia in esso contenuta. Se aumenta l’energia la temperatura si alza, se di diminuisce si abbassa. L’energia della Terra arriva al pianeta dalla sua fonte primaria, il Sole. Se però la Terra assorbisse tutta l’energia solare che colpisce la sua superficie, abbrustolirebbe.

 

Fortunatamente questo non avviene perché, anche se tutti i raggi solari superano l’atmosfera, non tutti vengono assorbiti da terra e oceani. Una buona parte infatti viene riflessa dalle superfici chiare, massimamente dai ghiacci, che permettono a una grande quantità di energia di uscire dal pianeta. Inoltre la Terra emette naturalmente una radiazione infrarossa, quindi energia, che non è paragonabile a quella solare ma che contribuisce alla creazione di un equilibrio tra energia in entrata ed energia in uscita.

 

L’effetto serra causa il riscaldamento globale

 

Qual è, quindi, la causa del grande e veloce aumento della temperatura e quindi la perdita dell’equilibrio originario riscontrato negli ultimi decenni? Sappiamo per certo che l’energia derivante dal Sole non è aumentata, perciò la causa può risiedere soltanto nella radiazione infrarossa terrestre. Alcuni gas contenuti nell’atmosfera come il vapore acqueo, l’anidride carbonica e il metano sono infatti in grado di assorbire una parte di questa radiazione, trattenendone quindi il calore. Questo fenomeno è chiamato effetto serra, che si intensifica con l’aumentare di questi gas presenti nell’aria.

 

Combustioni &co.

 

Questa quantità di gas, che è sempre stata più o meno fissa nel corso dei decenni, nell’ultimo secolo è aumentata enormemente. La concentrazione di CO2 è infatti sempre oscillata tra i 180 e 280 parti per milione (ppm), con il picco più basso durante le ere glaciali e quello più alto nei periodi più caldi. Oggi abbiamo superato in modo stabile i 400 ppm. Questi gas vengono prodotti in conseguenza a una combustione, soprattutto di certi combustibili fossili, il peggiore dei quali è il carbone. Ma i gas serra di origine umana provengono anche da altre attività come l’agricoltura o la deforestazione, che elimina i vegetali in grado di assorbire l’anidride carbonica.

 

riscaldamento globale

 

Un circolo vizioso che aumenta il riscaldamento globale

 

Le conseguenze più pericolose del riscaldamento globale sono in primo luogo lo scioglimento dei ghiacci, i quali giocavano un ruolo fondamentale nel riequilibrare l’energia terrestre. In più al di sotto del permafrost, ovvero le parti di terra rimaste congelate dall’ultima glaciazione, sono intrappolate enormi quantità di metano, un gas con potere riscaldante pari a venti volte quello dell’anidride carbonica. Se i ghiacci si sciolgono, questo gas potrebbe uscire dalla sua cella di sicurezza ed essere così rilasciato nell’atmosfera. Senza le superfici chiare che riflettono i raggi solari e senza il permafrost che intrappola il metano, la temperatura aumenta ancora di più, creando il cosiddetto feedback positivo, cioè un circolo vizioso per il quale la conseguenza dell’aumento della temperatura diventa a sua volta la causa di un suo aumento ancora maggiore.

 

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In poche parole, il riscaldamento globale degli ultimi decenni sta avvenendo a causa dell’uomo, in particolare per il rilascio sconsiderato di gas serra e per l’abuso delle risorse naturali.

 

 

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