Emergenza smaltimento rifiuti: si rischia il collasso

rifiuti

Come ormai abbiamo imparato a comprendere, un’emergenza sanitaria, per quanto circoscritta nel tempo, ha conseguenze enormi in moltissimi altri settori della società. Questi effetti possono essere positivi, come per esempio la pulizia dell’aria a seguito della riduzione delle emissioni, ma anche molto negative, come il problema della raccolta e del riciclo dei rifiuti.

La sicurezza dei lavoratori

Mancanza di mascherine e di tamponi

Innanzi tutto vi è il pericolo per i lavoratori che, proprio come i dipendenti dei supermercati, i farmacisti, gli impiegati di banche e uffici postali e, ovviamente, i medici, svolgono un’attività ad alto rischio di contagio. Gli addetti al settore della raccolta e gestione dei rifiuti urbani e speciali sono 90 mila nel nostro paese e non tutti hanno a disposizione le misure preventive adeguate all’emergenza sanitaria in corso.

Più di due settimane fa, l’Associazione Imprese Servizi Ambientali “Fise Assoambiente” aveva chiesto al Governo di assicurare un adeguato rifornimento di questi dispositivi alle imprese del settore e di valutare in questa fase di emergenza misure fiscali sui DPI per supportare le aziende. Per quanto però molti comuni abbiano agito tempestivamente e in modo efficiente, fornendo ai lavoratori mascherine e tute protettive, molti altri hanno invece riscontrato problemi e ritardi, specialmente al sud.

Messina, Brindisi, Livorno

A Messina, per esempio, era stato lanciato un allarme da parte delle imprese di raccolta dei rifiuti per mancanza di adeguate protezioni, a cui è seguita una minaccia da parte dei sindacati di uno stop dell’attività. Un episodio simile è avvenuto a Brindisi dove la Cisl aveva richiesto già l’otto marzo maggiori protezioni per gli operatori.

Conseguentemente, Utilitalia, Confindustria Cisambiente, Alleanza delle cooperative italiane e FISE Assoambiente hanno provveduto a un protocollo d’intesa al fine di garantire la continuità di un servizio pubblico essenziale.

Solo ieri, però, a Brindisi il coordinatore territoriale del sindacato ha dovuto sollecitare questo bisogno. Anche se in quella zona, al momento, non è stato registrato alcun caso di COVID-19, sappiamo tutti quanto sia importante la prevenzione, specialmente in aree del Paese che non hanno gli strumenti per poter interfacciare una crisi sanitaria come quella che ha colpito la Lombardia.

Anche a Livorno non sono mancati problemi e proteste, sopratutto in seguito a un altro caso di COVID-19 nel settore dei rifiuti. I sindacati lamentano la mancanza di adeguate misure protettive e di tamponi per gli operatori. Anche le misure igieniche faticano ad essere aggiornate a fronte di un’emergenza. Per esempio la sanificazione dei mezzi, usati da tutti, è fatta in modo approssimativo ed artigianale senza che nessuno lasci un documento che certifichi la data della sanificazione e dei prodotti usati.

Rifiuti contaminati

Il pericolo per gli operatori deriva, oltre che dal contatto con colleghi e con chiunque incontrino durante l’orario di lavoro, anche da quello con i rifiuti stessi. Questi possono infatti provenire da case al cui interno vivono persone positive al virus. Per questo, sono state pubblicate dal Ministero della salute le norme di raccolta dei rifiuti da parte di chi è risultato positivo al tampone.

Chi è in quarantena obbligatoria, per esempio, non deve differenziare i rifiuti, i quali devono essere ben chiusi all’interno di due o tre sacchetti resistenti.Se invece non si è positivi, la raccolta differenziata può continuare come sempre, usando però l’accortezza, se si è raffreddati, di smaltire i fazzoletti di carta nella raccolta indifferenziata.

La difficoltà del riciclo

Vi è poi un’emergenza per quanto riguarda il riciclo dei rifiuti. Innanzi tutto sono aumentati quelli non riciclabili poiché gettati nella raccolta indifferenziata. Il materiale medico-sanitario, per esempio, ma anche gli scarti domestici. Questo causerà non pochi danni all’ambiente nei mesi futuri.

Non possiamo poi non menzionare il fatto che gli imballaggi da smaltire in questi giorni stanno notevolmente aumentando. Questo a causa dell’incremento degli acquisti online. In più, i cittadini iniziano a prediligere l’acquisto di oggetti e alimenti che siano ben protetti da pesanti imballaggi, snobbando quelli sfusi.

Il Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi) ha lanciato l’allarme riguardo al rallentamento o blocco di alcune attività industriali che causano l’inceppo delle filiere della raccolta differenziata. Gli stoccaggi sono saturati e gli impianti di riciclo e smaltimento hanno subito un notevole rallentamento. La situazione è ancora più fragile al Sud, poiché quest’area del Paese è dotata di un minor numero di impianti. Questo può avere conseguenze gravissime sul riciclo dei rifiuti non solo aziendali ma anche urbani.

La plastica

Come riporta nel dettaglio il Sole 24 Ore, esiste un materiale plastico di difficile riciclo: il Plasmix. L’unico modo per riciclare questo materiale è nei cementifici, che lo usano come collante. Con la chiusura di questi ultimi, il Plasmix azzera le sue possibilità di essere smaltito in modo ecologico. Quanto alla plastica riciclata, che ammonta al 45,5% del totale di quella consumata, solitamente viene esportata in quantità significative. Tali esportazioni però sono al momento sospese. Infine la plastica riciclata in Italia è destinata specialmente all’industria del giocattolo e dell’arredo urbano. Queste aziende oggi sono chiuse perché non sono considerate essenziali.

Acciaio, alluminio e carta

Per l’acciaio e l’alluminio, vi è il problema della chiusura di quasi tutte le acciaierie e delle fonderie italiane che non possono più riutilizzare questi materiali. Per il riciclo della carta vi sono invece difficoltà di tipo logistico. Mancano infatti i cosiddetti “ritornisti” ovvero persone disposte a compiere viaggi a vuoto ritornando dopo le consegne del materiale da riciclare.

Quali soluzioni?

In risposta a questi problemi, il Ministero dell’Ambiente ha proposto quattro soluzioni immediate.

Aumento degli stoccaggi

Innanzi tutto l’aumento della capacità degli stoccaggi e quindi delle misure di sicurezza in vista di una maggiore quantità di rifiuti. Si alza infatti il rischio di incendi o di infiltrazioni ma anche di emissioni di gas tossici. Saranno poi raddoppiati i permessi per quanto riguarda il periodo di stoccaggio consentito dalla legge.

Una combustione più efficiente

E’ stata anche aumentata la soglia massima di capacità termica per gli inceneritori, al fine di consentire una combustione intensiva e in tempi più brevi. Inoltre, una priorità alla combustione sarà data ai rifiuti provenienti dalle abitazioni in cui sono stati registrati casi di COVID-19.

Le discariche urbane poi fungeranno da temporaneo spazio di stoccaggio dei rifiuti urbani, indifferenziati o differenziati.

Le discariche urbane

A questo proposito, bisogna anche sottolineare il fatto che molti comuni hanno deciso di chiudere le discariche urbane, sopratutto in quelli maggiormente colpiti dall’epidemia di COVID-19. Per citarne alcuni, il comune di Torre Boldone e di Sovere nella bergamasca e quello di Gessate nel milanese. La chiusura delle piattaforme ecologiche, per quanto necessaria, causerà molti problemi di smaltimento dei rifiuti pesanti, anche domestici, per non parlare di quelli aziendali delle attività strategiche.

Un’ occasione per cambiare

Il problema della gestione dei rifiuti durante una simile emergenza è l’ennesimo campanello di allarme e, forse, un’ennesima occasione per ripensare le nostre abitudini. Dovremmo infatti chiederci se vale la pena, a emergenza finita, continuare ad utilizzare le risorse in modo eccessivo. I rifiuti, infatti, derivano spesso da prodotti atti a soddisfare i nostri più futili capricci, oltre che quelli delle più grandi aziende inquinanti.

La pandemia di coronavirus durante la quale ci stiamo dimostrando incapaci di gestire i rifiuti dovrebbe portarci a realizzare che l’essere umano non è invincibile. Anzi, continuando a vivere con le stesse abitudini di sempre, non saremo in grado di far fronte ai problemi futuri di simile, se non peggiore portata. Magari non giungeranno in veste di pandemia, bensì sotto forma di catastrofe naturale o ondate migratorie conseguenti ai cambiamenti climatici. Per questo consumare meno, produrre meno e, quindi, dover smaltire meno sarà l’unica chiave per evitare che la storia si ripeta.

Junker app: e la raccolta differenziata non è più un problema

Quante volte ci siamo chiesti come andasse correttamente smaltito un determinato prodotto? Spesso, forse troppo, complice anche l’utilizzo dei materiali più svariati nei vari sistemi di packaging. Fare confusione è troppo semplice, soprattutto quando nella confezione non appare alcuna dicitura che specifichi il modo adeguato di differenziare la confezione. Giunko Srl, una startup tutta italiana, ha creato per voi l’app Junker, che renderà i vostri dubbi solo degli spiacevoli ricordi.

 

 

Inquadra il codice a barre con l’app Junker e la raccolta differenziata non sarà più un problema

 

Il meccanismo è di una semplicità disarmante. Una volta scaricata l’app dai portali dedicati, vi basterà inserire il vostro indirizzo di residenza. Junker è infatti integrato con la maggior parte degli operatori nel settore della raccolta differenziata attivi su suolo italiano. Una condizione necessaria viste le differenti regole per il riciclaggio presenti nei vari territori. Alcuni attori della filiera, a seconda dei comuni, tendono a raggruppare determinati rifiuti in maniera diversa. Alcuni, ad esempio, hanno cassonetti condivisi per vetro e lattine, altri invece ne hanno due separati. Grazie a queste integrazioni l’app mette anche a disposizione, nei comuni in cui è attiva, il “calendario” per la raccolta porta a porta.

 

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Ma la vera comodità, che ci ha fatto balzare sulla sedia, è un’altra. Pensiamo a tutte quelle confezioni che non capiamo bene come smaltire. La maggior parte di esse avrà un codice a barre. Aprendo l’app ed inquadrandolo, Junker app riconoscerà il codice e, quindi il prodotto. Successivamente incrocierà questi dati con le regole per la raccolta differenziata del tuo comune arrivando, infine, a dirti come smaltirlo correttamente. Questa mattina, ad esempio, abbiamo scannerizzato il codice a barre di una bottiglia di vino. Junker l’ha riconosciuta correttamente indicandoci dove smaltire la bottiglia, che ovviamente andava buttata con il vetro, ed il tappo. Nella maggior parte dei casi questo è composto di sughero, un materiale assolutamente riciclabile a seconda delle regole dei vari operatori del settore. Per quel determinato prodotto, invece, il tappo era composto da plastica.

Riconoscimento tramite immagini

Come se non bastasse, una delle novità più recentemente introdotte, riguarda il riconoscimento per immagini. Ora basterà inquadrare l’oggetto per far sì che l’app lo riconosca nel proprio database e sia così in grado di indicare come smaltire correttamente il rifiuto.

Differenziare i propri rifiuti non è mai stato così facile, ve lo assicuriamo!

 

Junker app l’ha riconosciuto immediatamente ed ha evitato che lo buttassimo nel contenitore inadatto. Viene da sé che lo stesso procedimento è attuabile per qualsiasi prodotto che sia marcato con un codice a barre. Nei rari casi in cui il prodotto non venisse riconosciuto, vi basterà inviare una foto tramite il support dell’app e il team di Junker vi risponderà personalmente con tanto di istruzioni sul corretto smaltimento dell’oggetto nell’immagine.

 

L’importanza della raccolta differenziata

 

Quello dell’economia circolare è un tema da sempre caro agli ambientalisti. I rifiuti contribuiscono infatti a circa il 4% delle emissioni globali. Un dato sicuramente non altissimo, soprattutto se si pensa che altri fattori arrivano a raggiungere percentuali anche superiori al 20%, come nel caso della produzione di energia. Tuttavia quella di differenziare correttamente è una di quelle abitudini che richiedono il minimo sforzo e che hanno un effetto assicurato.

 

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L’attenzione al dettaglio, anche per questa pratica, risulta però fondamentale. Una confezione di materiale plastico particolarmente sporca o non riciclabile, inserito nel cassonetto della plastica, rischia di vanificare quanto fatto invece da chi si è preso la briga di fare tutto correttamente. Inoltre, quello delle cosiddette “materie prime seconde”, ovvero quelle materie prime ricavate dai processi di riciclaggio, è un settore che va supportato, non solo dalle decisioni politiche ma anche dalla cittadinanza che, in questo senso, deve fare la sua parte e attenersi alle regole del proprio comune. A maggior ragione ora che, grazie a Junker, fare tutto nel modo giusto è di una facilità disarmante.

 

Come ottenere Junker

 

“Junker” è ormai disponibile da diversi anni e le cose stanno andando a gonfie vele. L’app, sul Play Store per Android, ha una valutazione media di 4,3 stelle su 5 ed ha più di 1.500.000 download.

Così come i comuni che hanno deciso di aderire al progetto sono ormai più di 1.000 e continuano a crescere di mese in mese.

Dati che ci comunicano una piena soddisfazione degli utenti come risultato di un’app efficiente che riesce, quindi, a portare a termine la mission per cui è nata: aiutare il cittadino, in modo semplice e intuitivo, a fare la raccolta differenziata in modo corretto.

 

Dove si buttano i trucchi?

come smaltire prodotti make up

Una domanda che ci si pone spesso, a cui in questo articolo proviamo a dare risposta: dove si buttano i trucchi? Esistono diversi modi per smaltire prodotti make up. Non saremmo però un sito di informazione ambientale serio se non iniziassimo scrivendo quello che le persone non vorrebbero sentirsi dire. Se vogliamo davvero portare il nostro contributo al bene del pianeta, i prodotti per il make-up, così come tanti oggetti accessori della nostra vita, non dovrebbero essere comprati. O meglio, non dovrebbero essere comprati in quantità elevate, diventando, di fatto, pure velleità dannose per l’ambiente e, quindi, per noi.

Anche i trucchi possono essere sostenibili

Ma, come suggerisce il documentario Minimalism, di cui sempre caldeggiamo la visione, un regime minimalista che sia anche sostenibile deve prevedere alcune valvole di sfogo. Il make-up può essere una di queste, dal momento che per molti è, oltre che una passione e/o un mestiere, anche una vera e propria terapia, spesso più psicologica che fisica.

Leggi il nostro articolo: “Minimalism, un documentario su ciò che è importante”

Se quindi non si riuscisse a rinunciare al make-up, un altro modo per risolvere il problema alla radice è quello di attuare una profonda e mirata ricerca ogniqualvolta ci accingiamo ad acquistare i trucchi. Informarsi è la chiave per rendere il nostro rituale artistico o di bellezza più sostenibile.

Infatti, scegliere alcuni brand piuttosto che altri, può fare davvero la differenza. Alcune marche producono cosmetici contenuti in packaging di legno o cartone o, più in generale, di materiale biodegradabile. Un esempio è Naturaverde bio, che propone trucchi totalmente (o in parte) in cartone riciclabile. Talvolta è possibile trovarli nei negozi della catena Acqua e Sapone.

dove buttare i trucchi

Altri hanno una politica di smaltimento per la quale, riportando i contenitori vuoti dei prodotti al negozio, questi verranno appositamente riciclati, così che anche il brand possa beneficiare di un grande risparmio in termini di materia prima. Un esempio è quello di LUSH, un brand attento all’ambiente, sia per il riciclo sia per la produzione dei cosmetici stessi.

Attenti alla trappola

Anche una grande azienda come MAC, seppur non sia propriamente l’emblema della sostenibilità, quantomeno ha una politica di reso efficace, chiamata Back to MAC. Portando sei prodotti vuoti in negozio sarà infatti possibile ricevere un altro prodotto in regalo.

Attenzione però. Incoraggiare il cliente a comprare, finire e riportare prodotti il più spesso possibile è più una trappola di marketing che una vera dimostrazione di cura per l’ambiente. Non fatevi quindi catturare dalla rete e utilizzate questo loro servizio in modo genuino, quando realmente il prodotto risulta finito, senza accelerare i tempi.

In più, se non avete necessità del cosmetico che vi verrà dato in cambio di quello vuoto, lasciatelo al prossimo cliente. Creerete così un circolo virtuoso per il quale l’azienda sarà portata a produrre un pochino meno, utilizzando quindi meno packaging. Oppure accettate il prodotto e riciclatelo per un regalo, evitando così in futuro di comprare altri oggetti e, quindi, altri materiali da smaltire.

Dove buttare i trucchi vecchi o scaduti, oltre all’indifferenziata

Il problema maggiore è sempre quello di capire dove si possono buttare i trucchi. Infatti, sia il contenuto dei cosmetici sia il loro packaging sono quasi sempre non riciclabili, se non contrariamente specificato sulla confezione. La cosa più semplice e spesso, purtroppo, anche l’unica da fare e è quella di gettare l’intero contenitore nel sacco della indifferenziata.

Se però vi sentite di fare un piccolo sforzo in più, è possibile rendere lo smaltimento dei cosmetici meno dannoso. La chiave per il riciclo corretto di qualunque prodotto, sia cosmetico che non, è sempre la divisione dei materiali, dove possibile. Tante volte purtroppo i prodotti cosmetici sono costituiti da una grande quantità di materiali non divisibili, come i pennelli, che diventano quindi non riciclabili. Ecco perché è molto importante informarsi sul loro materiale prima dell’acquisto.

dove buttare i trucchi

Se invece il packaging è riciclabile e quindi, per esempio, in materiale plastico, basterà togliere il make-up residuo, e gettare il packaging nell’apposito contenitore. Per esempio, se si tratta di una terra o un blush, basterà raschiare il contenuto rimanente. Per il rossetto, si può raccogliere con un cucchiaino o una spatolina il prodotto rimasto sul fondo, o ancora è bene svuotare il vasetto del fondotinta o del correttore del liquido in questione.

Gettate poi il contenitore vuoto e pulito nell’apposito cestino, che sia plastica, vetro o metallo, a seconda delle regole del vostro comune.

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Dove si buttano i cosmetici? Non solo nell’indifferenziata

Dove si butta, quindi, il contenuto dei trucchi? MAI gettarlo nel lavandino! Sopratutto se si tratta, per esempio, di una grande quantità di fondotinta scaduto oppure di un lucidalabbra. Non possiamo mai sapere quali agenti chimici siano contenuti in quel prodotto e quanto possano danneggiare le falde acquifere. Gettateli, piuttosto nell’indifferenziata.

Oppure, ancora meglio, raccogliete i prodotti in un contenitore a parte, che chiuderete ogni volta molto bene, fino ad accumularne una buona quantità. Dopodiché potrete portarli alla discarica e chiedere a chi di dovere dove è possibile gettarli, specificando che si tratta di prodotti cosmetici che probabilmente hanno sostanze chimiche al loro interno.

Per questo, ancora una volta, è importante informarsi sulla composizione dei cosmetici. Quelli naturali al 100%, per esempio, sono da prediligere rispetto a quelli tradizionali, che non lo sono. I brand di cosmetici naturali stanno proliferando, ancora più di quelli con il packaging sostenibile. Qualche esempio? Puro Bio, Neve Cosmetics, Benecos, La Vera, Nabla. Avete solo l’imbarazzo della scelta.

Riciclare trucchi con il “fai da te”

Infine, da non sottovalutare è il riciclo DIY, ovvero “fatto in casa”, dei prodotti. Per esempio, è molto facile riutilizzare gli ombretti o i rossetti che non mettiamo più (o che non abbiamo mai messo) ma che sono ancora in buone condizioni. Gli ombretti, se bagnati con po’ d’acqua, possono diventare divertenti tinture da dare ai nostri bambini per i loro attacchi d’arte. O, perché no, per i nostri attacchi d’arte.

dove buttare i trucchi

Gli ombretti possono poi essere essere sbriciolati, facendone una polverina e mischiandola a una crema idratante. In questo modo si otterrà un blush fai da te, un illuminante (se è un ombretto perlescente), oppure una terra abbronzante. Se la polverina si mischia al burro cacao, ecco che avrete una tinta labbra idratante e del colore che preferite. Per quanto riguarda i rossetti, possono anch’essi diventare blush, ombretti, o, perché no, pennarelli per i bambini.

Vuoto a rendere: i pregi di una pratica purtroppo dimenticata

Una pratica già molto diffusa in diversi paesi europei ma ancora decisamente poco adottata nel nostro paese è il vuoto a rendere. Vetro o plastica che sia, in Italia manca una vera e proprio cultura a riguardo. Come spesso accade a rimetterci è l’ambiente. E pensare che basterebbe così poco per agire in maniera più responsabile.

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I dati sul vetro e sul vuoto a rendere

Già vi abbiamo parlato, in un articolo di qualche tempo fa, della situazione riguardante le bottiglie di plastica. Questa volta analizziamo invece quella delle bottiglie in vetro, avvalendoci dei dati pubblicati da Milena Gabannelli in occasione dell’ultima puntata di DataRoom. Partiamo da una prima considerazione generale: l’Italia è il paese in cui viene consumata più acqua in bottiglia a livello mondiale. Ne beviamo circa 224 litri a testa all’anno. Tradotto in “bottiglie” questo numero diventa 11 miliardi. L’84% di queste è in plastica e solo una percentuale che si attesta tra il 10 e 15% viene poi riciclata.

Del 16% di bottiglie in vetro, invece, solo il 10% è vuoto a rendere. Se inoltre si considera che per fare un chilogrammo di PET (il materiale di cui sono composte le bottiglie in plastica) servono circa 2 chilogrammi di petrolio si capisce immediatamente quanto sia importante mettere fine a questa follia. Smettere di utilizzare bottiglie in plastica ci farebbe risparmiare 5,87 milioni di barili di petrolio in un anno. Un numero non trascurabile. Solamente osservando questi dati si capisce che la situazione è quanto meno migliorabile. Inoltre in questo caso, almeno una parte della colpa non può di certo essere attribuita a qualcun altro. Questi numeri sono infatti frutto di scelte individuali e individuarne i responsabili è molto più semplice che in altri casi.

I vantaggi del vuoto a rendere

Di esempi da prendere a modello per quanto riguarda la questione dei vuoti a rendere ce ne sono a bizzeffe. Nel Nord Europa, ad esempio, la percentuale di bottiglie in vetro che vengono restituite tramite la procedure del vuoto a rendere è del 70%. In questo modo una bottiglia di vetro può essere riutilizzata fino a 30 volte, generando grossi risparmi in termini di emissioni che altrimenti sarebbero necessari per la sua produzione ex-novo. Se infatti ci limitassimo a riciclare il vetro della bottiglia, questo dovrebbe comunque subire innumerevoli passaggi.

Leggi anche: “La vita di una bottiglia di plastica. Dal petrolio al cestino”

Un primo camion la porterebbe infatti ad un centro di raccolta. Da qui andrebbe poi spostata verso l’impianto di frantumazione per poi essere trasportata alla vetreria dove, dopo un processo di fusione a 1.400 °C, la bottiglia viene ricreata per poi essere portata nuovamente dal produttore di acqua per l’imbottigliamento e, di nuovo, nello scaffale del supermercato. Non serve uno scienziato per capire che tutti questi step hanno un impatto ambientale non trascurabile. Con la logica del vuoto a rendere, invece, il numero di spostamenti necessari al riutilizzo della bottiglia si ridurrebbe a due: da casa nostra al deposito e poi al produttore che può quindi procedere con la sterilizzazione e il riutilizzo. Se la buona pratica del vuoto a rendere venisse adottata da tutti i consumatori si risparmierebbe ogni anno l’utilizzo di 5,9 milioni di barili di petrolio.

Gli ostacoli

Se da un lato risulta chiara la mancanza di domanda verso un servizio del genere, facendo ricadere parte della colpa sui consumatori, dall’altro è evidente che anche i produttori potrebbero sicuramente fare di più. Produrre una bottiglia ex-novo ha infatti un costo più alto rispetto all’alternativa della bottiglia riciclata. Gli attori del mercato dell’acqua in bottiglia dovrebbero tuttavia sostenere un investimento iniziale necessario alla costruzione di un impianto di lavaggio e sterilizzazione che sia situato in aree vicine alla fonte. I supermercati dovrebbero inoltre attrezzarsi creando delle aree apposite all’interno dei propri locali.

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Già nel 2017 il Ministero dell’Ambiente aveva provato a pubblicare un regolamento atto a iniziare una sperimentazione del vuoto a rendere su larga scala. Si è trattato, tuttavia, di un esperimento completamente fallito. I dati sul programma non sono infatti ritornati al Ministero e l’adesione da parte di bar, ristoranti, alberghi e supermercati è stata bassissima. Analizzando tutte queste problematiche si capisce subito come il problema sia duplice e abbia due origini ben distinte: da un lato i consumatori che dovrebbero far propria la logica del vuoto a rendere in maniera massiccia, dall’altro i produttori che dovrebbero sforzarsi maggiormente per rendere questa opzione molto più accessibile.

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Il modo più facile per far sì che si espanda questa buona pratica è tuttavia individuabile nella più vasta logica del mercato: se infatti i consumatori iniziassero in massa a comprare acqua solo da chi dà la possibilità di restituire la bottiglia, i produttori non ci metterebbero molto ad adeguarsi per non perdere la propria clientela a favore dei concorrenti di mercato che invece offrono questo servizio. Un ulteriore esempio di come ognuno di noi può essere parte integrante del cambiamento, senza neanche sforzarsi più di tanto.

Barcolana eco-insostenibile. Un’occasione sprecata

In occasione della cinquantunesima edizione della Barcolana 2019, tenutasi in questo mese, Trieste ha organizzato una grande festa lungo le strade limitrofe a Piazza Unità d’Italia. Un nostro lettore, appassionato di barche a vela, era sul posto per l’occasione e ha voluto segnalarci una serie di incoerenze tra ciò che dovrebbe essere un evento incentrato totalmente sulla sostenibilità e che invece, come troppo spesso accade per iniziative con un così alto numero di visitatori, è rientrato nella triste categoria dei più classici esempi di Greenwashing che poco hanno a che vedere con il rispetto dell’ambiente.

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CHE COS’È LA BARCOLANA?

Fondata nel 1969, si tratta di una storica regata velica internazionale che si tiene ogni anno nel Golfo di Trieste nella seconda domenica di Ottobre. Quella di quest’anno è stata la cinquantunesima edizione dell’evento che, con annessi tutti i suoi festeggiamenti, ha avuto luogo dal 02 ottobre al 13 ottobre. Quest’anno ha visto la partecipazione di più di 2.000 barche.

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Il “plastic party” della Barcolana

Per l’occasione è stata allestita una grande festa il giorno precedente alla grande regata del 13 ottobre. Sono stati collocati, lungo le strade che costeggiano la città dal Golfo, diversi stand con cibo e bevande, negozi specifici per velisti e info point, tra i quali quello della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia dove veniva sottolineata l’importanza di mantenere gli obbiettivi dell’Agenda 2030. La chiamano la Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile.

Leggi il nostro articolo: “Ocean Cleanup funziona. Raccolti i primi rifiuti dal Pacifico”

All’interno dello stand venivano proiettati alcuni video fatti dai ragazzi delle superiori della regione; oggetto principale dei corti era il tema della plastica e della scarsa educazione civile riguardo lo smaltimento dei rifiuti. Lo scopo era quello o di sensibilizzare i fruitori dell’evento riguardo il problema, in modo che non venissero gettati rifiuti in strada.

La statua di plastica riciclata a forma di pesce, simbolo di Greenwashing

Nella piazza si ergeva fiera un’enorme scultura a forma di pesce fatta con la plastica raccolta in mare. Ad animare il tutto, c’erano le migliaia di persone in giro per la città e stand di ogni genere che, per loro natura, attirano e invogliano la folla a comprare. Insomma si prospettava una festa ben organizzata e sensibilmente ecologica, eppure, afferma il nostro lettore: “Ho visto una situazione un po’ degradante e del tutto diversa dalle mie aspettative”.

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La statua composta da rifiuti plastici trovati in mare

Durante le ore successive sono venute a galla le pecche organizzative dell’evento. Ovunque si scorgevano bicchieri di plastica a terra o a saturare bidoni dell’indifferenziato: “Camminando si poteva sentire lo scrocchiare dei bicchieri abbandonati a terra – continua il nostro lettore – o la sensazione di scivolamento dovuta alle migliaia di volantini pubblicitari svolazzati ovunque. Il danno è che la festa si è svolta a veramente pochi centimetri dall’acqua. Immaginatevi quanti bicchieri possono essere caduti in mare accidentalmente! Scommetto si sarebbe potuto creare un altro pesce di plastica”.

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Gli stand, la regione e gli organizzatori della Barcolana, se avessero davvero voluto dare uno spirito ambientalista all’iniziativa, avrebbero dovuto impegnarsi a non utilizzare plastica perché, oltre ad essere poco conforme con i movimenti giovanili a favore dell’ambiente – quanti poveri ambientalisti hanno dovuto “sopportare” questo scricchiolare sotto i loro piedi?) – è incoerente con i messaggi ecologici che si è puntato a diffondere.

I problemi organizzativi della Barcolana

“Pochissimi bidoni specifici per differenziare e poca sensibilizzazione al tema ambientale. Sarebbe servita un’organizzazione urbanistica per la locazione di bidoni specifici e la limitazione di accumulo di rifiuti sulle strade. Ma, come al solito, si è puntato solo al guadagno e non alla sostenibilità. Questa enorme svista regionale è proprio l’opposto del grande pesce di plastica simbolo di una sensibilità ecologica mancante.”

Video della spettacolare regata

Eppure le soluzioni alternative esistono eccome. Dai bicchieri compostabili con appositi bidoni per il corretto smaltimento ai bicchieri di plastica dura acquistabili con una caparra di pochi euro, magari con il bel logo della Barcolana a strizzare l’occhio al merchandising dell’evento; sarebbe stata un’ottima strategia di marketing che però è mancata. E che non si dica che gli stand erano indipendenti e potevano fare ciò che ritenevano migliore per le loro tasche perché altrimenti non sarebbero dovuti essere li a vendere per la festa della Barcolana.

Sarebbe bastato poco e invece..

“Una festa che poteva, potenzialmente, essere bella e di buon impatto ecologico ma che, di fatto, non ha tenuto conto delle vere aspettative delle persone a cui il tema ambientale interessa davvero”. Queste le ultime parole della testimonianza del nostro lettore, gonfie di rammarico per un’iniziativa che avrebbe potuto rappresentare un inno alla sostenibilità ambientale e che, invece, si è rovinata con le proprie mani.

Non sarà l’ultima volta che assisteremo a racconti di questo tipo ma la speranza è che ci siano sempre più persone pronte a denunciarlo. Soprattutto quando ad essere responsabili di queste mancanze sono le istituzioni ovvero coloro che per prime dovrebbero attuare vere e proprie politiche di sensibilizzazione ambientale. Troppo spesso abbiamo visto politici riempirsi la bocca con parole di amore verso l’ambiente. Ora è giunto il momento di trasformarle in fatti. Il cambiamento passa, inevitabilmente, anche da questo.

A Roma la Metro è gratis. Grazie alla plastica

Il servizio si chiama +Ricicli +Viaggi ed è attivo nella capitale italiana dal 23 luglio con numeri più che soddisfacenti. In poco più di un mese, fino al 28 agosto, sono state riciclate più di 100.000 bottiglie in plastica. Un’iniziativa che, quanto meno nelle intenzioni, ha di che rallegrare e che ha superato con esito positivo una fase sperimentale. Coripet ha infatti installato le postazioni solamente in 3 fermate della Metro di Roma, ma potrebbe presto aggiungerne altre.

Leggi il nostro articolo: “Ogni settimana mangiamo 5 grammi di plastica. Come una carta di credito”

Come funziona +Ricicli +Viaggi

Il meccanismo è piuttosto semplice. Ogni 30 bottiglie di plastica si ottiene un titolo di viaggio gratuito per viaggiare sui mezzi pubblici. Il viaggiatore può ricevere il “premio” tramite le applicazioni mobile dei trasporti della capitale, ovvero MyCicero e TabNet. Le macchinette, installate in collaborazione con Atac, accettano solo bottiglie marchiate PET integre, non schiacciate, munite di etichetta e devono ovviamente essere completamente vuote. I primi 3 “esemplari” sono attivi nelle stazioni Piramide (Metro B), San Giovanni (Metro C) e Cipro (Metro A).

Un’arma a doppio taglio?

Basta poco per trasformare quella che, almeno apparentemente, sembrerebbe una bella notizia in una cattiva. Il rischio che si corre è infatti quello di incentivare l’acquisto di bevande in plastica. Il consumatore potrebbe essere spinto a privilegiare bibite confezionare in PET proprio per ottenere, in cambio di un loro riciclo, un titolo di viaggio gratuito.

Leggi il nostro articolo: “La vita di una bottiglia di plastica. Dal petrolio al cestino”

Un’eventualità che andrebbe scongiurata a tutti i costi. Soprattutto se si considera che la plastica non inquina soltanto nel momento in cui viene dispersa nell’ambiente o smaltita in modo scorretto. I materiali plastici sono infatti il risultato della lavorazione degli scarti del petrolio. Ciò comporta una loro connessione diretta con l’industria dei combustibili fossili, e di conseguenza, con le emissioni generate dal settore in questione. Un fattore da considera positivamente è tuttavia il tentativo di incentivare l’utilizzo dei trasporti pubblici rispetto ai mezzi privati.

Roma contro la plastica

L’iniziativa presa dal Comune di Roma sta ottenendo risultati al di sopra delle aspettative, come confermato proprio dalle parole della Sindaca Virginia Raggi che, a mezzo Social, ha così espresso la sua soddisfazione: “I numeri ci raccontano di una formula vincente e di un’attenzione crescente nei confronti della sostenibilità ambientale”. Una soddisfazione giustificata dal successo del programma ma che, come già detto, potrebbe avere un effetto boomerang da non sottovalutare. Starà dunque al buon senso dei consumatori sancire se l’iniziatica avrà successo o meno.

Leggi il nostro articolo: “Atenei plastic free. Roma e Catania in pole.”

Se infatti ad un aumento della percentuale di plastica riciclata nel Comune di Roma corrispondesse allo stesso tempo un aumento di quella acquistata i vantaggi ambientali dell’iniziativa potrebbe essere ridotti al minimo. Vantaggi che potrebbero essere più ingenti nel momento in cui il progetto scaturisse in un maggior utilizzo dei mezzi pubblici nella capitale. Insomma, è ancora presto per trarre delle conclusioni ma, quanto meno nelle intenzioni, è stato mosso un passo nella giusta direzione. Non resta che sperare di vederne altri.  

Leggi il nostro articolo: “Roma plastic free entro il 2020. Ma non è abbastanza”

Lo spreco alle stelle sul volo Milano-New York

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Tanti piccoli amebi senza nome né capacità motorie, numerati e divisi in scompartimenti non meno angusti di un banco di scuola elementare, quando ci torniamo da adulti. Sono loro, i passeggeri del volo Milano-New York. E oltre all’inquinamento dovuto alle emissioni di quell’aereo, che è un altro grande problema della società globalizzata e del quale mi ritengo io stessa complice, ognuno di loro produce in nove ore molti più rifiuti plastici di quelli prodotti nello stesso tempo in un giorno qualunque. Voi direte che quel volo è un’eccezione, nessuno lo fa tutti i giorni. Ma il rapporto Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione civile) sul traffico aereo italiano del 2017, dimostra che prendere l’aereo è ormai tutt’altro che raro. I passeggeri dei voli che collegano Malpensa a New York nel 2017 sono stati circa 687mila. Di questi, 300mila utilizzano la compagnia in questione. E l‘esperienza che ognuno di loro vivrà è la seguente.

Comincia l’avventura

Poco dopo il decollo le hostess iniziano il loro frenetico pendolarismo per i corridoi, trasportando il carrello al quale i passeggeri anelano come uccellini denutriti. Ci chiedono se vogliamo qualcosa da bere, io prendo dell’acqua naturale. Non bevevo da prima di entrare in aeroporto e la velocità con cui ho terminato l’acqua contenuta in quell’enorme bicchiere di plastica ne è stata la dimostrazione. Trascorrono pochi minuti, resi ancor meno percepibili dall’inizio di uno dei tanti film del catalogo e le hostess passano ancora, questa volta per distribuire un pacchetto di plastica con all’interno una sorta di tristissimo aperitivo. Ancora pochi minuti e le gentili e velocissime hostess iniziano la loro terza missione: ritirare i bicchieri e i pacchetti vuoti. Li prendono meccanicamente direttamente dal tavolino, spesso senza lasciarci il tempo di farlo noi. Buttano tutto in un sacchetto di un anonimo e preoccupante colore azzurro. Sarà il sacchetto della plastica?

Si mangia!

Finalmente si diffonde in tutto l’aereo odore di cibo. Le hostess ci servono con la solita celerità, che a quel punto mi sembra un po’ inutile viste le 8 ore di volo che ci attendono, ma che comunque apprezzo. Almeno finché non mi arriva il vassoio – l’unica cosa non usa e getta di tutto il kit. La portata principale è servita nella plastica, le posate di plastica sono confezionate nella plastica insieme a un tovagliolo di carta che rimarrà intonso. Sul vassoio è infatti presente anche un tovagliolo sfuso, più spesso e grande di quello minuscolo nelle posate. Troviamo anche un altro contenitore di plastica con dell’insalata scondita (i condimenti si trovano in altre bustine di plastica). Poi un panino freddo e molliccio, confezionato, nemmeno da dire, nella plastica, proprio come il dolce. Per completare il tutto, due alimenti di cui nessuno può fare a meno, entrambi impacchettati in materiale alluminioso: un formaggino molle tipo “Mio” e un panettino di burro, quest’ultimo inutilizzato dal cento percento dei campioni della mia veloce indagine sui vassoi dei vicini. Infine dei cracker in un sacchetto di plastica, giusto per darci un solo valido motivo per mangiare il formaggino. E ovviamente lei, la regina del PET, l’immancabile bottiglietta d’acqua, messa lì con il solo scopo di affollare corridoi e bagni nelle ore successive Ci avevano già dato da bere prima del pasto e nei voli lunghi l’acqua è ad accesso illimitato.

Differenziata no grazie

Finisco il mio piatto dal gusto opinabile, non apro nemmeno il panino, né il dolce, né, appunto, il burro. Continuo a guardare il mio film finché le hostess ripassano per raccogliere i rifiuti. I vassoi ci vengono presi con foga dal tavolino e svuotati con l’intero contenuto in quell’unico sacchetto azzurro di prima. Gli avanzi, ancora impacchettati, declassati nel giro di dieci minuti da pasto a rifiuto, rei soltanto di aver transitato sul vassoio del pranzo. Quando se ne vanno mi rendo conto di aver nascosto la bottiglietta sotto la coperta, perché il mostro azzurro non avrebbe atteso l’espletazione delle mie capacità oratorie e motorie. No, i suoi tentacoli si sarebbero allungati e in meno di un secondo me l’avrebbe sottratta ancora mezza piena.

Snack time

A metà viaggio, infreddolita e non assonnata vado a prendere un tè caldo, che viene servito in un bicchiere che sembra essere carta, o comunque materiale biodegradabile. La plastica, presumo, si sarebbe fusa. Torno a sedermi un po’ più sollevata, fino all’ennesimo passaggio veloce e inesorabile delle hostess che ci danno del gelato, duro come il marmo ma abbastanza buono e contenuto nel cartone. La plastica, questa volta, solo per il cucchiaino. Ritirano tutto, buttano tutto insieme. Un’ora dopo ci richiedono cosa vogliamo da bere. Questa volta mi trattengo, nonostante la secchezza dell’aria e il freddo che mi ha tappato il naso e prosciugato la bocca. All’arrivo manca poco più di un’ora e le hostess fremono, servono veloci, quasi corrono nei corridoi per soddisfare i bisogni di tutti. Ancora cibo, ancora uno snack in una scatola, ancora di cartone. Io avevo già deciso di non prendere nulla, soprattutto per la bassa qualità dei prodotti, cosa che mi viene confermata da chi, quello snack, lo mangia. Infine, ancora il passaggio dell’onnivoro sacchetto azzurro.

Facciamo i conti

Facendo una veloce stima sono circa dieci gli oggetti di plastica usati da un passeggero in nove ore. L’aereo di quella compagnia ne contiene ottocento. Sono quindi ottomila gli oggetti di plastica usati, buttati, e probabilmente non riciclati soltanto in un volo. In un anno da Malpensa partono 175 mila voli, 22 milioni i passeggeri stimati. Proviamo ad immaginare, in tutto il mondo, quanti rifiuti vengono prodotti inutilmente, solo perché siamo in viaggio e “almeno in viaggio” non abbiamo voglia di badare allo spreco, o alla raccolta differenziata.

Milioni di re e regine

Veramente abbiamo così bisogno di queste comodità, neanche fossimo reali del cinquecento? Veramente non siamo in grado di tenerci il nostro bicchiere (anche di plastica, ve lo concedo) dall’inizio alla fine del viaggio? Se cade, se si rompe, se siamo particolarmente viziati da non volere questo peso immane tra le mani allora ne chiederemo un altro, ma soltanto se lo vogliamo noi. Invece noi, su quell’aereo, non valiamo niente. Non abbiamo facoltà di decidere dove, quando, se buttare i nostri rifiuti. Almeno servissero a qualcosa, questi agi! L’esperienza, anche secondo persone che non disprezzano quanto me l’utilizzo sconsiderato di plastica, è stata comunque pessima.

Veramente abbiamo bisogno del burro? Dei cracker? Dell’ “aperitivo” prima del pranzo? Se si risparmiasse su quello, forse, si potrebbe investire nella qualità dei pasti serviti, senza sentirsi intossicati e/o disgustati ad ogni boccone. Davvero non è possibile produrre carrelli con due sacchetti, almeno per dividere i rifiuti organici dagli altri? Abbiamo mezzi in grado di attraversare un continente e un oceano in otto ore e non riusciamo a creare un carrellino con due spazi per la raccolta differenziata? E anche con il fantasmagorico carrellino, sarebbe davvero necessario buttare quantità esorbitanti di cibo ancora chiuso e impacchettato soltanto perché è già stato servito? Siamo schizzinosi fino a questo punto? Sarà una questione di sicurezza, d’accordo, ma passiamo una vita intera a comprare prodotti che sono alla mercé di tutti, sugli scaffali dei supermercati. O dai panettieri, dai fruttivendoli, alle bancarelle per strada sulle quali si posa più smog e sostanze inquinanti di qualunque altro posto. Per questioni di “sicurezza” non si potrebbe più mangiare niente.

Un passo indietro

Forse dovremmo tutti fare un passo indietro, e attribuire a noi stessi un po’ più di valore. Perché quando qualcosa vale, non si lascia intorpidire, imputridire, morire come i passeggeri dei voli aerei. Scendiamo dal piedistallo, perché i piedistalli vengono costruiti per i morti. Torniamo ad essere vivi, smettiamo di combattere contro la natura che ci ha dato la vita e rientriamo tra le sue file per combattere, invece, l’esercito dei vizi a cui noi stessi ci siamo affiliati.

La raccolta differenziata: come farla al meglio

Non è sempre facile fare la raccolta differenziata correttamente. Sia perché i comuni italiani seguono regole diverse per la gestione dei rifiuti, sia perché spesso è necessario attuare alcuni accorgimenti aggiuntivi. Tenendo presente dunque le possibili variazioni tra le varie aree del paese, ecco una guida generale per differenziare al meglio i propri rifiuti. Il pianeta vi ringrazierà.

Leggi sul sito del governo le regole per la raccolta differenziata durante il COVID-19

Le regole generali della raccolta differenziata

  • La prima regola per svolgere bene la raccolta differenziata è quella di consultare il sito del proprio comune. Ogni città, infatti, segue regole di smaltimento diverse. Per esempio, alcuni comuni prevedono che il vetro e l’alluminio abbiano un cassonetto unico, altri no.
  • Una seconda regola importante è quella di dividere il più possibile i materiali. Bisogna dividere, per esempio, i vasetti di yogurt di plastica dalla loro copertura, solitamente in alluminio. Oppure è bene svitare il tappo in metallo dal vasetto di vetro, anche se si raccolgono insieme. Oppure ancora vi sono sacchetti di carta al cui interno vi è una pellicola di plastica per permettere di vedere il contenuto. Se possibile, togliere la pellicola. Questo faciliterà lo smaltimento dei rifiuti.
  • Pulire sempre i rifiuti da eventuali residui di cibo, poiché rendono difficoltoso lo smaltimento e possono fermentare all’interno dei cassonetti.
  • Portare in discarica i rifiuti di grandi dimensioni, anche se potrebbero potenzialmente essere gettati in un contenitore domestico. Le cassette della frutta, per esempio, si devono portare alla piattaforma ecologica e non vanno nell’organico.
  • Le pile e le batterie, come più in generale i rifiuti elettronici, sono materiali altamente pericolosi, pertanto vanno smaltite soltanto negli appositi centri di raccolta. Anche i farmaci devono essere gettati nell’apposito contenitore che solitamente si trova fuori dalle farmacie.
  • I tessuti in cattivo stato possono essere gettati nell’indifferenziata, mentre se sono in buono stato è bene portarli presso gli appositi raccoglitori appartenenti, di solito, ad associazioni umanitarie.

La raccolta differenziata: ad ognuno il suo contenitore

Umido

La raccolta differenziata ha una colonna portante: la divisione dell’umido dal resto. Forse lo sanno anche i muri, ma per raccogliere l’umido bisogna usare i sacchetti biodegradabili. Qui si buttano tutti i rifiuti biodegradabili quindi gli avanzi di cibo, i filtri del tè (a cui bisogna staccare i punti metallici della pinzatrice), i fondi del caffè, i tovaglioli unti, pezzi di carta e cartoni della pizza sporchi di cibo, la segatura, gli stuzzicadenti, i bastoncini in legno dei gelati, i fiori e piccole piante domestiche, paglia, terriccio, cortecce degli alberi. NON gettate nell’umido la lettiera per gli animali, anche se 100% biodegradabile, bensì nell’indifferenziata.

Carta

La parte più semplice della raccolta differenziata è gettare la carte. Mi raccomando, però, tutta la carta e il cartone gettati qui devono essere puliti. Qui si gettano anche i contenitori porta-uova. I contenitori in Tetra Pak (quelli del latte o dei succhi di frutta) seguono regole diverse per ogni comune. È bene comunque separare sempre i tappi di plastica dal cartone.

I cartoni della pizza puliti vanno nella carta ma, a rigor di logica, saranno sporchi. Gettateli quindi nell’umido. Non buttare nel contenitore della carta tovaglioli o carta da cucina unti o sporchi di cibo, i quali vanno gettati nell’umido.

NON vanno in questo contenitore gli scontrini fiscali, che invece sono destinati all’indifferenziata. In generale per capire se un materiale è cartaceo o plastico, provate a strapparlo. Se si divide facilmente è carta, se fa resistenza è plastica oppure un mix (indifferenziata)

raccolta differenziata

Plastica

Prima di buttare i contenitori in plastica, pulirli da ogni residuo di cibo e separarli da altri materiali. Gettate in questo cassonetto vasetti di yogurt, contenitori di detersivi e shampoo, bottiglie, sacchetti e le retine della frutta e verdura, che sono di plastica (ecco perché è bene comprare prodotti sfusi). Inoltre, buttate qui le stoviglie di plastica (piatti, posate, bicchieri), detti comunemente “di carta”, creando confusione.

Il polistirolo è un materiale particolare, la cui destinazione varia da comune a comune. E’ quindi bene informarsi, anche se solitamente si getta nella plastica.

Le pellicole per alimenti sporche non vanno gettate nella raccolta della plastica bensì in quella dell’indifferenziata. Se vi sono residui di materiali pericolosi quali vernici o colle non gettateli nella plastica, ma portateli al centro di smaltimento più vicino. (Leggi come ridurre la plastica riciclando)

Vetro

Un altro must, anche abbastanza semplice, della raccolta differenziata è il vetro. Ricordatevi, però, di dividere l’eventuale tappo in metallo dal contenitore.

NON sono da gettare nel vetro invece le lampadine e neon, contenitori in pirex (quelli dei tupperware o dei dosatori) e piatti, tazze e bicchieri in ceramica, che sono invece destinati alla piattaforma ecologica, dove è bene portare anche gli specchi e i vetri di grandi dimensioni come le finestre.

Leggi anche: “I benefici del vuoto a rendere”

Metallo

Qui potete gettare latta e lattine, contenitori per alimenti in alluminio, carta stagnola pulita, coperture in alluminio degli yogurt, tappi dei contenitori in metallo. Anche le bombolette spray senza simboli di pericolosità. Quelle pericolose, invece, portatele in discarica, così come gli oggetti ingombranti quali pentole e posate.

La raccolta indifferenziata

Tutto ciò che non va negli altri contenitori o che contiene materiali diversi non divisibili come la carta plastificata degli scontrini, i giocattoli, le penne, i pennarelli, le matite e tutti i prodotti da cancelleria, i pannolini e gli assorbenti (gettare qui anche quelli 100% cotone usati), gli spazzolini, i mozziconi di sigaretta, la lettiera per il gatto, gli ombrelli, i cd e i dvd, il nastro adesivo, le lamette dei rasoi, l’abbigliamento in cattivo stato. Piccoli pezzi di ceramica si possono buttare in questo sacco, ma è preferibile, se sono grandi quantità come servizi di stoviglie o vasi, portarli all’isola ecologica.

Leggi qui dove buttare l’olio usato. Spoiler: non nel lavandino!

Dove buttare l’olio? Non nel lavandino!

dove buttare l'olio

Quante volte ci è capitato di non sapere dove buttare l’olio e quindi scegliere il lavandino? Se state pensando che “tanto io non friggo mai” beh, questo non è sufficiente a scagionarvi. Anche l’olio dei tanto golosi funghetti, carciofini, cetriolini o delle scatolette di tonno non andrebbe mai buttato nello scarico. Vediamo perché.

Leggi anche: “I benefici del vuoto a rendere”

L’olio nello scarico

I grassi vegetali possono otturare i tubi di scarico. Infatti, una volta appiccicati sulle pareti del tubo, essi diventano collanti per altri pezzi di cibo che quindi impediranno all’acqua di scorrere regolarmente. Ma questo è il danno minore.

Dopo la frittura infatti l’olio si modifica e si ossida, assorbendo le sostanze inquinanti derivate dalla carbonizzazione dei residui alimentari. Una volta gettato nel lavandino raggiunge le fogne, diventando un potente agente inquinante che rende l’acqua non potabile.

Inoltre l’olio crea un filtro sulla superficie dell’acqua simile a una pellicola che non permette ai raggi solari di penetrare e all’ossigeno di circolare, rendendo l’habitat invivibile. Un litro d’olio è in grado di creare una “pellicola” di un chilometro quadrato, rischiando di soffocare enormi quantità di pesce, e se disperso in un bacino idrico può rendere non potabile fino a un milione di litri di acqua, una quantità pari a quella che un uomo consuma in 14 anni.

I danni ai depuratori

L’olio usato, però, non inquina l’acqua solo direttamente. Questo infatti non è biodegradabile né organico e può intasare i depuratori che hanno il compito di purificare l’acqua. Oltre ai danni alla nostra salute, quindi, danneggia anche le nostre tasche, con migliaia di soldi spesi ogni anno dai privati e dallo Stato per cambiare depuratori e tubi di scarico.

Cosa succede se viene disperso nel suolo

È però anche molto dannoso gettare l’olio usato nella raccolta indifferenziata. Se l’olio viene disperso nel suolo, infatti, impedisce l’assunzione di sostanze nutritive per la flora del terreno, rendendolo sterile. Quando penetra nel terreno, inoltre, avvelena la falda acquifera che fornisce l’acqua potabile e per l’irrigazione delle colture. Può anche rientrare nella catena alimentare come mangime per gli animali, avendo conseguenze non solo su di loro, ma anche su di noi. Se bruciato impropriamente, infine, l’olio usato immette nell’atmosfera sostanze inquinanti in grado di determinare intossicazioni e malattie.

L’olio nel lavandino è illegale

Per una volta, questo problema non è soltanto un capriccio da ambientalisti, ma dal 2006 è entrata in vigore una legge (D.lgs 152/2006) che vieta lo smaltimento dell’olio usato nei tubi di scarico (lavandino o wc) in quanto rientra nella categoria di rifiuti pericolosi. Chiunque effettui uno smaltimento non corretto può essere multato fino a migliaia di euro. Nel caso in cui si tratti di un’attività commerciale, quindi con una grande quantità di rifiuti pericolosi da smaltire, il titolare può anche essere arrestato.

Dove buttare l’olio se non nel lavandino?

Come evitare quindi multe o carcere, ma soprattutto di danneggiare irreparabilmente l’ambiente? Anche se non molto pubblicizzate, in molti Comuni vi sono isole ecologiche nelle quali è possibile portare l’olio raccolto nel corso del tempo (l’olio usato può essere tenuto in casa fino a un anno). Il sito del CONOU (Consorzio Nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli Oli minerali Usati) offre una mappa interattiva dove è possibile inserire la propria città e cercare il punto di raccolta più vicino.

In assenza di queste piattaforme ecologiche, alcuni benzinai così come alcuni supermercati o attività commerciali raccolgono gratuitamente il grasso usato. In alternativa l’olio si può portare in discarica, anche se non è la scelta migliore in quanto non tutte sono adibite alla raccolta di liquidi. Più raramente, tra i bidoni della raccolta differenziata si può trovare quello apposito per l’olio usato.

Leggi anche: “Junker, l’App che ti aiuta con la raccolta differenziata”

Oltre a sapere dove buttarlo, è importante sapere che fine fa

Ma cosa ne fanno, dopo, di questo olio se non è disperdibile nell’ambiente? L’olio usato diventa solitamente biodiesel o lubrificante per macchine agricole, oppure può servire per produrre saponi e cosmetici. Come sempre, comunque, vige la regola di ridurre e controllare le quantità di olio utilizzato in cucina, sia per la nostra salute sia per quella della nostra Madre Terra.