Fare pace con la natura: tutte le sfide che ci aspettano

Si può fare pace con la natura? Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha cercato di dare una risposta esaustiva a questa domanda in un suo recente report, pubblicato a febbraio. Una sfida, vista l’interconnessione tra l’ecosistema e l’attività umana, per provare a ritrovare l’equilibrio. Soltanto trasformando i sistemi economici e sociali, potremmo godere dei benefici necessari per capire il vero valore dell’ambiente. Lo studio sintetizza i risultati scientifici alla base della ricerca e si sofferma sullo sviluppo insostenibile, che degrada il pianeta, sull’incapacità dimostrata finora di limitare i danni e sulle prospettive condivise, per trovare una strategia che possa essere efficace.

Sviluppo incontrollato: come riuscire a fare pace con la natura

L’uomo ha sempre ambito al controllo totale sulla natura e la sua prosperità ha coinciso spesso con il depauperamento delle risorse del pianeta. La sopravvivenza del genere umano dipende da un equilibrio precario, che può essere mantenuto attraverso il bilanciamento tra ciò che prendiamo -e pretendiamo- e ciò che lasciamo, proteggiamo e ripristiniamo. Ed è per questo che si devono studiare i cambiamenti avvenuti negli ultimi due secoli: avere coscienza del mutamento che abbiamo causato e riuscire a trovare una soluzione. Proviamo a fare un esempio, per contestualizzare il nostro ragionamento che prenda in considerazione un arco di tempo più vicino a noi.

Negli ultimi cinquanta anni, l’economia globale è cresciuta di circa cinque volte. In che modo? Attraverso l’estrazione triplicata di risorse, che andavano a irrobustire la crescita. Nonostante i consumi, un dato dovrebbe far riflettere: la popolazione mondiale è duplicata, arrivando a 7,8 miliardi di persone. Di queste, 1,3 miliardi rimangono in uno stato di povertà e 700 milioni soffrono la fame. Lo sviluppo diseguale ha ampliato ancora di più la forbice sociale. Alla situazione di scarsità economica, si sono aggiunte problematiche a livello ambientale, che hanno esacerbato il disagio. Una delle risposte è quella di adottare delle strategie sul medio e lungo periodo, che aiutino a migliorare le condizioni sia della popolazione che dell’ambiente.

Obiettivi lontani

Sentiamo spesso parlare degli Accordi di Parigi del 2015 come di un passo importantissimo, che ha cambiato le modalità di porsi di fronte alla crisi climatica. I fatti, però, parlano chiaro: il mondo è sulla cattiva strada. Continuando di questo passo, nel 2100, l’aumento di temperatura media globale supererà i 3°C rispetto all’era preindustriale, il doppio rispetto al limite fissato durante il meeting internazionale. Oltre a questo metro di misura, esistono anche 17 obiettivi di Sostenibilità, decisi a livello di Nazioni Unite, che compongono un quadro di target fondamentali per la vita sul pianeta. Nessuno di quelli che vogliono proteggere la vita è stato raggiunto nella sua interezza. I processi di deforestazione e pesca selvaggia continuano indiscriminati, mettendo a rischio specie vitali per la catena alimentare.

Se da un lato sono stati fatti molti progressi, è innegabile non vedere quanti passi devono ancora essere compiuti, per ridurre l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, dei prodotti chimici e riuscire a gestire il ciclo dei rifiuti. Tutto questo si riverbera sulla qualità dell’esistenza. Come abbiamo già accennato, il progresso non ha debellato la fame e la povertà. Il cambiamento climatico ne sta minando le fondamenta, aumentando il rischio di malattie legate all’impoverimento della biodiversità e al salto di specie, come è avvenuto con il Covid-19. Non solo. “Le ondate di calore, le inondazioni, la siccità ostacolano gli sforzi per costruire insediamenti umani inclusivi, resilienti e sostenibili” si legge all’interno del documento.

Cosa possiamo fare per fare pace con la natura

Arrivati a questo punto, potremmo essere presi dallo sconforto e constatare la disfatta. Invece di cadere nella tentazione di trovare una scappatoia al cambiamento, ecco che la ricerca offre alcuni spunti per affrontare al meglio il presente e progettare il futuro. La natura deve poter riprendere il suo spazio, attraverso l’espansione delle aree protette e l’inversione delle tendenze di degrado ambientale. Studiare gli effetti delle nostre azioni e affidarsi -e fidarsi- della scienza è, di sicuro, un ottimo primo step di responsabilità collettiva. La trasformazione deve essere sistemica: sociale, economica, politica e ambientale. Le competenze devono essere condivise per trovare le soluzioni migliori per rendere anche i momenti di crisi un’opportunità.

I governi dovrebbero iniziare a intercettare e prendere in considerazione parametri come la ricchezza inclusiva, che, in questo caso, sarebbero di gran lunga superiori alla contabilità del prodotto interno lordo. Si traccerebbe, così, il progresso economico sostenibile, in un’ottica di progresso strutturale e strutturato.

Tutti possono fare la propria parte

Arrivare a una conclusione unica sarebbe insufficiente e superficiale. Tutti gli attori sociali hanno ruoli tra loro complementari e interconnessi: l’impatto è diversificato, in base al tempo che si considera e agli strumenti che si utilizzano. Grazie alla cooperazione internazionale, alle politiche e a una legislazione in grado di regolare il passaggio a un futuro sostenibile, si possono guidare la società e l’economia. Gli individui possono facilitare questo percorso, imparando i concetti di sostenibilità ed esercitando il diritto di voto, ma anche imparando a non sprecare il cibo, l’acqua e l’energia e riducendo la propria impronta ambientale.

Evasione ed elusione fiscale a rallentare l’agenda climatica

evasione-ed-elusione-fiscale-cover

Evasione ed elusione fiscale sono due noti nemici di welfare e legalità. Rappresentano un problema endemico per i sistemi economici, come ben sappiamo noi italiani. Quel che però non sappiamo, poiché non siamo soliti pensarci, è come essi siano un vero e proprio freno a mano tirato anche per l’agenda climatica. Tutto è infatti collegato e ambiente ed economia non fanno certo differenza.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

evasione-ed-elusione-fiscale-running
Elaborazione grafica: Gerd Altmann da Pixabay 

Il rapporto ONU

“L’integrità finanziaria è fondamentale per il successo dell’agenda 2030. Come comunità internazionale impegnata ad affrontare la disuguaglianza e a promuovere lo sviluppo sostenibile, dobbiamo mettere in atto principi di trasparenza, sana governance e responsabilità che così spesso sosteniamo.” È quanto ha affermato Volkan Bozkir, presidente dell’assemblea generale ONU, presentando il rapporto Financial Integrity for Sustainable Development. Il documento è stato pubblicato dall’High Level Panel on International Financial Accountability, Transparency and Integrity for Achieving the 2030 Agenda (FACTI Panel).

All’interno del report, il team di esperti FACTI è stato davvero molto chiaro. Evasione ed elusione fiscale rappresentano una malattia terminale all’interno della società odierna, specialmente in virtù degli ambiziosi obiettivi climatici che ci siamo posti da oggi al 2030. I governi dovrebbero finanziare innanzitutto azioni contro povertà estrema, Covid-19 e crisi climatica. È parere di chi ha redatto il dossier che vadano recuperati miliardi di dollari persi per frodi fiscali, corruzione e riciclaggio di denaro.

“I Paesi in via di sviluppo non possono permettersi di perdere risorse in periodi normali. Tantomeno possono farlo ora, nel mezzo della crisi Covid.” Ha detto Bozkir. “Ogni anno viene riciclato fino al 2,7% del PIL globale.” Gli ha fatto eco il FACTI Panel. Gli esperti hanno domandato ai governi di prendere parte ad un Global Pact for Financial Integrity for Sustainable Development.

Un circuito ben oliato a favorire evasione ed elusione fiscale

Il gruppo di esperti coinvolto nella redazione del documento ha messo in risalto problematiche note nelle pratiche di evasione ed elusione fiscale. Le corporation, specialmente le più grandi, riescono ad avvalersi di giurisdizioni tax-free. Questa pratica, scorretta ma non illegale, è capillarmente diffusa. Conti alla mano, il team ha calcolato che questo modus operandi finisca per costare ai governi fino a 600 miliardi di dollari ogni anno. “Coloro che consentono crimini finanziari devono affrontare sanzioni punitive.” Si legge nel testo del rapporto. Purtroppo, molto spesso ciò non succede. Questo si deve al fatto che occorrono misure, provvedimenti, leggi e sanzioni molto più forti e stringenti per combattere la corruzione e prevenire il circolo vizioso del riciclaggio di denaro.

È a gran voce che sul rapporto si chiede “Maggiore trasparenza in merito alla proprietà delle società e alla spesa pubblica. Serve una più forte cooperazione internazionale per perseguire la corruzione e aumentare i livelli di tassazione sulle gigantesche corporation digitali.” Quante volte i media ci parlano di provvedimenti mirati a tassare gli enormi guadagni delle super-aziende del silicio? Quante volte poi non cambia assolutamente nulla dal momento che certi giganti spadroneggiano nelle stanze della finanza mondiale, la quale regola ogni decisione politica? Questi abusi vanno anche a danno dell’ambiente.

Risorse necessarie al bene comune

“Un sistema finanziario corrotto e fallimentare deruba i poveri. Esso priva il mondo intero delle risorse necessarie a eradicare la povertà, riprendersi dal Covid e affrontare la crisi climatica.” Ha evidenziato Dalia Grybauskaite, co-presidente FACTI ed ex presidente lituana, in sede di presentazione del rapporto. “Chiudere le scappatoie che consentono riciclaggio di denaro, corruzione e abuso fiscale sono passo per trasformare l’economia globale per il bene universale.” Ha invece voluto enfatizzare l’altro co-presidente FACTI, Ibrahim Mayaki, ex primo ministro del Niger. “Un decimo della ricchezza mondiale potrebbe essere nascosto in attività finanziarie offshore. Ciò impedisce ai governi di raccogliere la loro giusta quota di tasse.” Avverte il dossier ONU. In tempi recenti circa 131 milioni di esseri umani hanno ufficialmente superato la soglia della povertà mentre la ricchezza dei miliardari è aumentata del 27,5%. Siamo una società sempre più polarizzata, ove la forbice tra ricchi e poveri aumenta instancabile.

Il Panel vuole promuovere equità, responsabilità e integrità finanziaria. Questa deve essere la strada per condurci ad un progresso nel segno della sostenibilità. Con le parole di Bozkir: “Nessuno di noi trarrà vantaggio dall’incapacità di agire. Spetta a ciascuno di noi mettere in atto un sistema di integrità finanziaria che miri ad uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo liberare risorse che altrimenti andrebbero perse e creare fiducia nei nostri piani di governance internazionale, nazionali e locali, dimostrando trasparenza, responsabilità e capacità di realizzare l’agenda 2030.”

Evasione ed elusione fiscale ci sono nemiche nella lotta per il pianeta

evasione-ed-elusione-fiscale-manette
Immagine di kalhh da Pixabay 

Quella al surriscaldamento globale, per la salute del nostro pianeta è una guerra. Questa brutta parola viene spesso abusata, anche quando trattiamo della pandemia, eppure dà il giusto senso dell’entità dello sforzo che dobbiamo affrontare come umanità per uscire dalla situazione in cui ci troviamo. È una guerra che dobbiamo vincere assieme o ci vedrà sconfitti individualmente: nelle nostre comunità, nei nostri Paesi e nelle nostre regioni. Per farlo, bisogna disporre di tutte le risorse possibili. L’illegalità e il malaffare finanziario sono alleati del global warming; dobbiamo tagliare queste corde di sostegno e riprenderci questi fondi per poterne disporre in un’ottica comune, interna alla legalità e all’ecologia. Cattiva finanza e devastazione climatica vanno a braccetto.

Tagli alle emissioni dell’1%: gli Stati non rispettano gli accordi

tagli alle emissioni

Iniziamo la settimana con un bilancio generale sull’impegno degli stati a favore dell’ambiente. Una piccola anticipazione: la valutazione è molto negativa. Lo svela un rapporto dell’Unfccc, l’agenzia dell’Onu per la lotta al cambiamento climatico, redatto in vista della Cop26, che si terrà a novembre. Il report, pur necessitando di un’integrazione, è molto chiaro: i Paesi hanno ridotto solo dell’1% le loro emissioni rispetto al 2010. Per mantenere gli accordi di Parigi, però, tutti gli Stati firmatari dovrebbero ridurle del 45% entro il 2030. Come sempre, comunque, è necessario attribuire i giusti pesi e misure, soprattutto considerando quali e quanti stati hanno presentato i loro obiettivi.

Leggi anche: Conferenza ONU sul Clima “COP26” rimandata al 2021

Tagli alle emissioni: obiettivi mancati

Al termine della storica Cop21 del 2015, 196 Nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi. L’impegno era quello di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Negli anni successivi, questo obiettivo si è inasprito e gli scienziati hanno ritenuto doveroso abbassare l’asticella climatica a 1,5°. Per farlo, sarebbero necessari dei tagli alle emissioni nette mondiali del 45% entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Per monitorare i risultati e anche in vista della Conferenza sul clima, che si terrà a Glasgow a novembre 2021, le Nazioni Unite hanno chiesto agli stati di inviare le loro Nationally Determined Contributions (NDC). Si tratta semplicemente di un insieme di documenti che dichiarano il modo in cui il governo che li presenta contribuirà alla limitazione del riscaldamento globale. La scadenza era stata fissata al 31 dicembre 2020.

Meno della metà degli Stati (40%) ha però presentato i dati. Come se non bastasse, dai pochi analizzati emerge che l’impatto combinato di questi Paesi avvierebbe il mondo sulla strada per ottenere una riduzione delle emissioni inferiore all’1% entro il 2030 rispetto al 2010. Un numero che stride con il 45% sopra accennato. A questo proposito, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha mostrato la sua preoccupazione: “Il 2021 è un anno decisivo per affrontare l’emergenza climatica globale. […] Il rapporto provvisorio di oggi dell’Unfccc è un allarme rosso per il nostro pianeta. Mostra che i governi non sono neanche lontanamente vicini al livello di ambizione necessario per limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi e a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.

tagli alle emissioni

I silenzi che parlano

Gli obiettivi di tagli alle emissioni non sono sufficienti

Probabilmente, alcune delle Parti che hanno consegnato i loro NDC nel 2020 erano anche abbastanza orgogliose. La maggior parte ha infatti aumentato i livelli individuali di ambizione per ridurre le emissioni. Gli ultimi NDC sono inoltre più chiari e più completi del primo ciclo. Per esempio contengono più informazioni sull’adattamento e un maggiore allineamento con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Alla luce di questo, quindi, perché l’obiettivo non è stato centrato?

I dati più eloquenti, come spesso accade, sono quelli nascosti. Solo il 40% dei firmatari dell’Accordo ha presentato gli obiettivi aggiornati e questi contribuiscono solo al 30% delle emissioni globali. Anzi, senza la presenza di Regno Unito e Unione Europea, che sono stati diligenti nel rispettare la consegna, l’elenco sarebbe composto da nazioni davvero poco inquinanti rispetto ai livelli mondiali. Questo ovviamente non giustifica il loro mancato raggiungimento dei target emissivi, che rappresenta un’altra causa dello scarto rilevato. Sicuramente, però, il loro sforzo (o non sforzo) non è determinante nella lotta al riscaldamento globale.

I grandi assenti

Una lotta che sarebbe sicuramente più semplice da vincere se le nazioni più inquinanti, che sono responsabili del 75% delle emissioni, contribuissero alla riduzione delle stesse. Invece, soltanto due delle diciotto nazioni più inquinanti hanno presentato gli NDC. Tra i grandi assenti troviamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, l’Australia e il Brasile. Qualcuno potrebbe muovere due riflessioni per difenderli. Innanzi tutto, queste grandissime realtà potrebbero aver bisogno di più tempo per riorganizzare l’economia e la società. Il 2020, poi, ha rallentato se non bloccato qualunque possibile iniziativa a causa dell’epidemia di Covid. Anche la Segretaria esecutiva dell’Ufccc, Patricia Espinosa, ha chiarito come il Rapporto di sintesi sia “solo un’istantanea, non un quadro completo degli NDC, perché nel 2020 il Covid-19 ha posto sfide significative a molte nazioni rispetto al completamento dei report loro richiesti”.

L’obiettivo dei tagli alle emissioni, però, era stato fissato nel 2015, ovvero ben cinque anni fa, quando la pandemia era ancora un evento ben nascosto tra i piani dell’universo. Allora, poi, il margine di tempo per rivoluzionare il mercato dell’energia era più ampio. Certo, sappiamo che gli Stati uniti hanno attraversato la presidenza di Donald Trump, il quale nel 2017 si è addirittura sfilato dagli Accordi di Parigi. Questo fatto però non rappresenta una scusante, bensì una aggravante che mette in luce come l’elezione dei giusti politici possa cambiare le sorti del mondo. Si potrebbe poi pensare che, essendo questo report soltanto un frammento del quadro, noi non possiamo sapere se gli stati non presenti abbiano o meno un piano per ridurre le emissioni. Si può rispondere a questa semplicistica obiezione con un’altra domanda, ancora più semplice. Se fosse davvero tutto in regola, cosa avrebbero da nascondere?

Leggi anche: Le politiche ambientali di Joe Biden: speranza dalle nuove nomine

Il futuro degli accordi per i tagli alle emissioni

Per quanto riguarda le nazioni che già hanno presentato il piano, queste dovranno puntare le loro frecce più lontano. Come ha affermato Ester Asin, direttrice dell’European Policy Office del Wwf, l’Unione Europea ha concordato un National Climate Action Plan aggiornato più ambizioso. Non risulta però essere sufficiente per affrontare adeguatamente l’emergenza climatica. Ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030 per un Paese così inquinante è un obiettivo ancora lontano da ciò che sarebbe necessario. Per compensare la sua impronta carbonica e quindi la sua responsabilità climatica, l’Europa dovrebbe ridurre i gas serra del 65%. Mostrerebbe così agli altri Paesi che “l’azione climatica, l’uguaglianza sociale e la prosperità economica possono andare di pari passo”.

Il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, ha affermato che “nella partita del clima anche l’Unione europea è chiamata a giocare un ruolo decisivo, e così tutti i Paesi membri. L’Italia, in particolare, deve aggiornare profondamente il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che risponde ai vecchi e ormai superati obiettivi comunitari. Il governo Draghi porti l’ambizione europeista e ambientalista dalle parole ai fatti e utilizzi l’occasione storica del Piano di ripresa e resilienza per portare il nostro Paese all’avanguardia della lotta alla crisi climatica”.

Leggi anche: Nasce ufficialmente il Ministero alla Transizione Ecologica

Riguardo invece all’assenza di molti stati degli stati, Patricia Espinosa ha affermato che un secondo rapporto sarà pubblicato prima della COP26. Ha quindi invitato “tutti i Paesi, in particolare i principali emettitori che non l’hanno ancora fatto, a presentare le loro richieste il prima possibile, in modo che le loro informazioni possano essere incluse nella relazione aggiornata”. Guterres, dal canto suo, ha tentato di vedere una luce nel buio. La pandemia di Covid-19, seppur tragica, ha dato il via allo stanziamento di fondi e piani recupero che offrono l’opportunità di ricostruire un ambiente più verde e pulito. E da qui, secondo il segretario generale dell’Onu, bisogna ripartire per accompagnare le promesse “ad azioni immediate per avviare il decennio di trasformazione di cui le persone e il pianeta hanno così disperatamente bisogno”.

Campioni della Terra: l’Onu premia sette giovani imprenditori ambientalisti

Imprenditori, intraprendenti, ambientalisti. Con le loro invenzioni vogliono migliorare il mondo. Per questo motivo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite li ha premiati, insignendoli del riconoscimento “Giovani Campioni della Terra”. Hanno trovato nuovi metodi per far fronte a vecchi problemi, come spiega bene Inger Andersen, la direttrice esecutiva del Programma Ambiente dell’Onu.

«A livello globale, i ragazzi sono all’avanguardia nella richiesta di soluzioni significative e immediate alle tre grandi crisi planetarie del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento. Noi dobbiamo ascoltare». Conosciamo meglio i sette vincitori e le loro idee: Nzambi Matee, Xiaoyuan Ren, Vidyut Mohan, Lefteris Arapakis, Max Hidalgo Quinto, Niria Alicia Garcia, Fatemah Alzelzela.

Nzabi Matee: i mattoni alternativi per un futuro nuovo (Giovani Campioni della Terra – Africa)

Ha studiato fisica e ingegneria dei materiali. A 29 anni, è responsabile della Gjenge Makers Ltd, un’azienda di produzione di materiali da costruzione sostenibili. Vuole affrontare così il problema, Nzabi Matee, dell’inquinamento da rifiuti di plastica, riuscendo anche a migliorare le condizioni abitative del Kenya, Stato da cui proviene. «Abbiamo collaborato con diversi produttori di tappi e guarnizioni per bottiglie di plastica nell’industria delle bevande e farmaceutiche qui in Kenya, da cui raccogliamo scarti.» Il passo successivo è amalgamare questi composti con sabbia riciclata. In questo modo, la società riesce in un duplice scopo: fare bene all’ambiente e fornire un reddito stabile a più di 100 persone, riconvertendo 500 chilogrammi di rifiuti al giorno.

Leggi anche: “Comunità rurali: avanguardie della lotta all’emergenza climatica”

Xiaoyuan Ren: trovare acqua pulita e potabile, per tutti (Giovani Campioni della Terra – Asia e Pacifico)

Ha messo in pratica i suoi studi in ingegneria ambientale al MIT, per rendere accessibile l’acqua anche agli abitanti delle zone rurali. Così, Xiaoyuan Ren, ventinovenne cinese, ha creato la piattaforma dati MyH20- Water Information Network. Il suo scopo è di monitorare il sistema idrico, diagnosticarne i problemi e risolverli nel minor tempo possibile. «Negli ultimi mesi, la nostra rete è cresciuta fino a superare 100 team sul campo che coprono oltre 3800 set di dati in quasi 1000 villaggi in 26 province e ha consegnato con successo stazioni di acqua pulita a decine di migliaia di abitanti dei villaggi in Cina.»

Leggi anche: “L’acqua diventa una merce e si quota in borsa”

Vidyut Mohan: la tecnologia contro l’inquinamento atmosferico (Giovani Campioni della Terra – Asia e Pacifico)

Comprare bucce di riso, paglia e gusci di cocco dagli agricoltori e trasformarli in carbone. Così Vidyut Mohan vuole contribuire a mitigare i cambiamenti climatici e dare un sostentamento economico alle comunità povere. Co-fondatore di Takachar insieme a Kevin Kung, il suo scopo è quello di far diminuire la combustione di sterpaglie, spesso utilizzata dagli agricoltori per preparare i campi alla nuova semina e così riducendo i costi di bonifica. Secondo alcuni studi recenti, «entro il 2030, Takachar avrà un impatto su 300 milioni di agricoltori colpiti da questo problema, creerà 4 miliardi di dollari all’anno equivalenti in reddito rurale e posti di lavoro aggiuntivi e mitiga un gigaton/ anno di CO2 equivalente.»

Lefteris Arapakis: proteggere il Mediterraneo per proteggere la Terra (Giovani Campioni della Terra – Europa)

La plastica in mare è una delle grandi e dannose conseguenze del nostro stile di vita. Lefteris Arapakis, ventiseienne greco, ha voluto fare la propria parte. Attraverso la sua azienda Enaleia, non solo si occupa di bonificare i rifiuti oceanici, ma procede anche al loro corretto riciclaggio. Creando un’operazione di pulizia su larga scala, riesce a eliminare più di 1,5 tonnellate di plastica marina settimanalmente e 10 tonnellate di attrezzi da pesca scartati. Anche per questo, ha lanciato Mediterranean Cleanup, lavorando con 700 persone su 145 barche dalla Greci e dall’Italia e danno una ricompensa per i rifiuti raccolti.

Leggi anche: “Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?”

Max Hidalgo: trasformare l’aria in acqua è possibile (Giovani Campioni della Terra – America Latina e Caraibi)

Il suo obiettivo è approvvigionare le popolazioni rurali, dove le risorse idriche scarseggiano. Per questo, Max Hidalgo Quinto, biologo trentenne peruviano ha fondato YAWA, una tecnologia che permette di ottenere fino a 300 litri di acqua al giorno dall’umidità atmosferica e dalla nebbia.

«Yawa è un’alternativa che ci permetterà di prepararci per il futuro di fronte a un’imminente carenza di questa risorsa che 33 paesi subiranno nel mondo nel 2040.» Il suo generatore di energia elettrica a forma di fiore locale e un vaso in grado di ricaricare le batterie dei telefoni cellulari sono solamente due delle sue invenzioni.

Niria Alicia Garcia: le comunità indigene guidano la lotta per salvare il salmone del Sacramento (Giovani Campioni della Terra – Nord America)

«Il motivo per cui stiamo lottando per riportare indietro il salmone Chinook è che sono una specie chiave di volta qui. […] Sono anche sacri per il popolo Winnemem Wintu e molte altre comunità indigene dalla California al Canada all’Alaska.»

Così si presenta Niria Alicia Garcia, laureata in studi ambientali e sostenitrice dei diritti umani dei Xicana. Organizza la Run4Salmon, un percorso di due settimane, che segue lo storico viaggio del pesce per 480 chilometri. In questo modo, vuole ispirare, educare e coinvolgere le persone, per preservare gli animali dall’estinzione.

Fatemah Alzelzela: Eco Star e gli alberi per i rifiuti (Giovani Campioni della Terra – Asia Occidentale)

Ventitreenne, originaria del Kuwait, Fatemah Alzelzela ha concluso i suoi studi in ingegneria elettrica lanciando Eco Star. Il team si focalizza sulla raccolta differenziata. «In cambio di rifiuti, lavoriamo fianco a fianco con le principali aziende agricole per dare piante e alberi a privati e organizzazioni – incoraggiando l’aumento della copertura verde.»

Le tonnellate di materiali risparmiati attraverso questa modalità di smaltimento sono in aumento e le operazioni sono state più di duemila, coinvolgendo istituzioni e privati.

Green jobs in Italia: 1,6 milioni di posti entro il 2024

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Focus-Censis-Confcooperative-In-Italia-1-6-milioni-di-green-jobs-entro-il-2024-eku68l

1,6 milioni di posti green: sono i dati riportati dal Focus Censis Confcooperative “Dopo le macerie la ricostruzione, ecco l’Italia che ce la fa”. Il lavoro riporta quelli che sono i nuovi sbocchi occupazionali post-pandemici. Entro il 2024, più di 970 mila aziende richiederanno competenze elevate nella sostenibilità ambientale.

Leggi anche: “La rinascita di una discarica nel segno dell’architettura green”

Green jobs: cos’è il lavoro green?

La nozione di lavoro green è stata formulata dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, più di dieci anni fa. I lavori sono verdi “quando contribuiscono a ridurre le conseguenze negative per l’ambiente, promuovendo lo sviluppo di imprese ed economie sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale”. Possono essere impieghi in settori già esistenti, oppure hanno il potenziale per crearne di nuovi, emergenti, come le rinnovabili o fonti energetiche alternative.

Secondo l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sono molteplici i risultati che si possono raggiungere. Innanzitutto, è possibile migliorare l’efficienza energetica, riducendo il consumo di materie prime e limitando le emissioni di gas a effetto serra. In secondo luogo, è utile ricordare la diminuzione dei rifiuti e dell’inquinamento, così da proteggere e ripristinare gli ecosistemi e sostenere l’adattamento per gli effetti del cambiamento climatico.

Non tutti i lavori verdi sono uguali. Si differenziano, infatti, per procedimenti produttivi più o meno verdi, oppure per il mancato inquinamento di beni come l’acqua o il suolo.

Già nel 2008, il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) aveva sottolineato come la nozione di lavoro green fosse in ascesa nei Paesi sviluppati, ma che stentasse ad affermarsi negli Stati con grande crescita economica, come Cina e Brasile. Gli effetti del cambiamento climatico, già visibili in molte aree del mondo, dovevano far intendere un cambio di passo immediato e deciso.

A dodici anni di distanza, sappiamo che le cose non stanno andando molto meglio. Un punto, però, rimane fermo: i green jobs sono un’opportunità da cogliere al volo, per completare la transizione energetica che ci consentirà di sopravvivere e di poter rigenerare la biodiversità che abbiamo distrutto.

Leggi anche: “Report Onu sulla biodiversità: è tempo di cambiare rotta”

Green jobs e pandemia: quali opportunità?

Il lockdown ha fermato molti lavori. Guy Ryder, Direttore Generale dell’ILO ha affermato che “per milioni di lavoratori, nessun reddito significa accesso negato al cibo, alla sicurezza e al futuro, Con l’evoluzione della pandemia e la crisi lavorativa, il bisogno di proteggere i più vulnerabili diventa ancora più urgente“.

La tragedia delle morti a causa della pandemia si somma alle prospettive poco rosee per il futuro. Ad aprile 2020, quasi due miliardi e mezzo di persone vivevano in Paesi totalmente o parzialmente chiusi. Il colpo peggiore è inferto alle piccole e medie imprese, che hanno poche possibilità di resilienza rispetto a lunghi mesi di inattività. Tra la popolazione, le donne hanno sofferto maggiormente.

Le soluzioni, però, esistono. Ci sono programmi di assistenza che permettono di riconvertire la propria attività e di introiettare nuove competenze. Con queste modalità, sarà più facile adattarsi e creare nuovi posti di lavoro, che siano ecocompatibili. La strada da percorrere è dunque la seguente: sfruttare la pandemia da Covid-19 a nostro favore e dare enfasi a idee sostenibili, a nuovi tipi di relazioni, di inclusione sociale e territoriale.

Leggi anche: “Autoconsumo: è l’alba di una nuova energia?”

Una guida ai green jobs

Si intitola “Green jobs training guidebook” ed è un progetto che nasce da ONU e ILO per insegnare a studenti e curiosi il mondo dei lavori verdi. Scritto nel 2017, vuole dare gli strumenti per misurare e costruire modelli sociali tali da sviluppare politiche climaticamente sostenibili. Lo scopo primario è quello di coinvolgere maggiormente le istituzioni, così da permettere agli Stati di acquisire l’abilità di sviluppare dei propri database statistici, modelli economici per pianificare e promuovere un cambiamento.

Per riuscire a risolvere la crisi sociale e ambientale allo stesso tempo, bisogna contribuire alla transizione verso un’economia verde, che non aumenti solo il benessere delle persone, stimolando l’equità sociale, ma che riduca anche i rischi ambientali e la scarsità ecologica. L’umanità continua a utilizzare le risorse del pianeta come se fossero infinite. L’impatto devastante su suolo, acqua, fauna e flora dimostra che non possiamo continuare con questa modalità “business as usual”. Gli eventi meteorologici sempre più estremi dimostrano come le conseguenze sul breve, medio e lungo termine debbano essere rivalutate. I costi reali della noncuranza sono altissimi.

Gli Stati si differenziano per gli approcci e le strategie utilizzate in ambito di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Alcuni adottano misure a basse emissioni, altri sperimentano l’efficientamento tecnologico, così da progredire e, allo stesso tempo, poter impegnare le risorse in altri ambiti. Questo spostamento di budget deve essere assecondato da altre forme di aiuto e sostegno, framework precisi di policy e strumenti finanziari governativi e internazionali.

L’opportunità per l’Italia: il focus Censis Confcooperative

Non è un caso che il colore della speranza sia il verde. Secondo lo studio, in Italia l’acquisizione di competenze green è importante per il 75% delle imprese. Un terzo tra le 700 mila intervistate che hanno investito in questo senso ha la sua sede al sud. Per quasi la metà, vi è la volontà di introdurre piani di sostenibilità e supporto nella propria strategia aziendale. In un anno, dal 2018 al 2019, sono aumentate del 13,3% le attività che sostengono azioni ambientalmente compatibili.

La sterzata verso il segno positivo è sicuramente dato dalle start up, che a settembre hanno superato le 12mila unità. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, le regioni del Nord Ovest guidano l’innovazione, con il 34,5% delle proposte, seguite dal Mezzogiorno, attestandosi al 24,5%.

Maurizio Gardini, presidente Confcooperative, durante la presentazione del report, incalza: «Vogliamo chiedere al governo che vadano rapidamente a terra i provvedimenti già adottati per le imprese, per la capitalizzazione, per il rafforzamento patrimoniale. Una sburocratizzazione che consenta di snellire le varie attività, in primis il codice degli appalti.»

Previsioni rosee…o meglio, verdi!

Le proposte ci sono, gli strumenti anche. Non possiamo più prescindere dal constatare che necessitiamo di un approccio olistico in tutte le azioni che intraprendiamo. Lo sforzo sarà impegnativo, all’inizio. Ma comprendere il significato di “sostenibilità” a 360° è indice di una rinnovata saggezza: un’ecosaggezza. Esistono aziende diventate fiore all’occhiello di sostenibilità, orgoglio italiano da diffondere e far conoscere.

La lezione impartita dalla pandemia è chiara. Ma un modo di rivalutare e iniziare qualcosa di nuovo deve essere la spinta verso un futuro all’insegna del colore verde.

Leggi anche:” Nuovo libro sull’educazione ambientale: “Educare al pensiero ecologico”

Ripristinare gli oceani entro il 2050: la sfida della scienza

Secondo la ricerca Rebuilding marine life, pubblicata il 1° aprile 2020 sulla rivista scientifica Nature, sarebbe possibile recuperare gli oceani entro il 2050. Permettere il ripristino della vita marina rappresenta una grande sfida per l’umanità; un obbligo etico ed, economicamente, una scelta intelligente per il raggiungimento di un futuro sostenibile.

Qualche dato sugli oceani

L’oceano copre i 3/4 della superficie terrestre e rappresenta il 99% dello spazio vitale del pianeta in volume; contiene circa 200.000 specie identificate, molte delle quali minacciate di estinzione, ma i numeri effettivi potrebbero trovarsi a milioni. Circa il 40% dell’oceano è pesantemente colpito dall’inquinamento, dal depauperamento delle risorse ittiche, dalla perdita di habitat costieri e da altre attività antropiche.

Anemoni di mare. Molte regioni bentoniche dei nostri oceani ospitano questi affascinanti animali .

Attualmente, almeno 1/3 degli stock ittici è sovra sfruttato ed 1/3 degli habitat marini vulnerabili completamente perso. Una buona parte dell’oceano costiero soffre di eutrofizzazione, riduzione dell’ossigeno ed è stressato dal riscaldamento delle acque. Gli oceani assorbono anche circa i 2/3 dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo; inoltre, stiamo assistendo ad un aumento del 26% dell’acidificazione degli oceani dall’inizio della rivoluzione industriale.

Leggi anche il nostro articolo: “Disastro ambientale in Siberia”

L’acqua piovana, l’acqua potabile e il clima sono tutti regolati dalle temperature e dalle correnti dell’oceano. Il 20% delle barriere coralline è distrutto ed un altro 24% è a rischio di collasso. Circa 1 mln di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini e annualmente un numero sconosciuto di pesci viene ferito o muore, a causa delle attività umane.

L’inquinamento da plastiche è divenuto ormai un problema mondiale; si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno. Più di 3 miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il proprio sostentamento. Il valore di mercato delle risorse e delle industrie marine e costiere è stimato a 3 trilioni di dollari all’anno; circa il 5% del PIL globale.

Ricordando l’obiettivo 14: vita sott’acqua

Il 25 settembre del 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, composta da 17 obiettivi; il 14° afferma che si debba “preservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”. Il raggiungimento di questo obiettivo richiederà la ricostruzione dei sistemi marini, i quali offrono numerosi benefici alla società.

Una drastica riduzione delle popolazioni di predatori, come gli squali, può squilibrare fortemente gli ecosistemi degli oceani.

Nella ricerca pubblicata su Nature si documenta il recupero di molte popolazioni marine, habitat ed ecosistemi a seguito di interventi di conservazione negli anni passati. I tassi di ripresa suggeriscono che entro il 2050 si potrebbe raggiungere un sostanziale recupero dell’abbondanza, della struttura e della funzione della vita negli oceani; sempre se le pressioni maggiori, incluso il cambiamento climatico, saranno mitigate.

Leggi anche il nostro articolo: “Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto”

Il conflitto tra la crescente dipendenza dell’uomo dalle risorse oceaniche e il declino della vita marina, focalizza l’attenzione sulla connessione tra conservazione dell’oceano e benessere umano.

Gli interventi sugli oceani

  • La regolamentazione della caccia: la protezione delle specie attraverso la “Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione” (CITES, 1975) e la Moratoria globale sulla caccia commerciale alla balena, sono esempi importanti di azioni internazionali per proteggere la vita marina. Queste sono state integrate da iniziative nazionali per ridurre la pressione di caccia sulle specie in pericolo e proteggere i loro habitat di riproduzione.
L’IWC è l’organismo globale incaricato della conservazione delle balene e della gestione della caccia alle balene.
  • Gestione della pesca: l’incremento nel numero delle popolazioni ittiche depauperate è avvenuto su scala locale e regionale, attraverso azioni di gestione comprovate, tra cui restrizioni di cattura, zone chiuse, regolamentazione della capacità degli attrezzi da pesca. Questi interventi richiedono un’attenta valutazione delle circostanze socioeconomiche, con soluzioni adattate al contesto locale. Le sfide includono povertà e mancanza di lavoro alternativo, pesca illegale e non regolamentata, non dichiarata e gli impatti ecologici che le attività di pesca causano.
  • Miglioramento della qualità dell’acqua. Le politiche per ridurre le immissioni di nutrienti, e fognature per ridurre l’eutrofizzazione delle coste e l’ipossia (assenza di ossigeno – anche dette “zone morte”), sono iniziate quattro decenni fa negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, portando oggi ad importanti miglioramenti. Molti inquinanti pericolosi sono stati regolamentati o eliminati gradualmente attraverso la Convenzione di Stoccolma e, in particolare nell’oceano, dalla Convenzione MARPOL, spesso rafforzato dalle politiche nazionali e regionali. L’attenzione recente si è concentrata sulla riduzione e la prevenzione dell’inquinamento da plastica proveniente dall’oceano.
  • Protezione e ripristino degli habitat; La necessità di proteggere meglio gli habitat sensibili ha ispirato le Aree Marine Protette (MPA), come strumento di gestione globale. Nel 2000, solo lo 0,9% dell’oceano era sotto protezione, ma le MPA ora ne ricoprono il 7,4%. La copertura delle MPA continua a crescere dell’8% all’anno. Il ventunesimo secolo ha visto anche un’ondata globale di protezione attiva dell’habitat e iniziative di ripristino. Questi sforzi hanno portato a molti benefici, come il miglioramento delle risorse idriche a seguito del ripristino della barriera corallina.

Gli obiettivi raggiunti

  • Recupero degli stock ittici: gli stock ittici disponibili al mondo sono gestiti in maniera sempre più sostenibile. Molti stock ittici, soggetti a valutazioni a livello globale, suggeriscono un rallentamento del loro esaurimento, sebbene questa tendenza non possa essere verificata per la maggior parte degli stock che non dispongono di valutazioni scientifiche. Inoltre, i 2/3 degli stock ittici commerciali su larga scala sono sfruttati a tassi sostenibili, sebbene, ancora una volta, questa cifra non tenga conto di stock più piccoli, che spesso sono in cattive condizioni. Gli stock valutati in modo scientifico, hanno generalmente una migliore probabilità di recupero grazie al miglioramento dello stato di gestione e regolamentazione rispetto a quelli non valutati, i quali rappresentano ancora la maggior parte degli stock ittici sfruttati, specialmente nei paesi in via di sviluppo.
  • Riduzione dell’inquinamento: Le analisi mostrano che gli inquinanti organici persistenti sono diminuiti anche negli ambienti marini ,che tendono ad accumularli (ad esempio, l’Artico). La transizione verso la benzina senza piombo dagli anni ’80 ha ridotto le concentrazioni di quest’ultimo negli oceani tra il 2010-2016. Il miglioramento delle norme di sicurezza ha anche portato ad una riduzione di 14 volte le grandi fuoriuscite di petrolio dalle petroliere tra il 2010-2019.
  • Ripristino dell’habitat: Le prove che il ripristino della mangrovia può essere ottenuto su larga scala sono venute dalla foresta di mangrovie sul delta del Mekong, probabilmente il più grande restauro di habitat fino ad oggi. Da allora la perdita globale delle foreste di mangrovie è rallentata allo 0,11% all’anno, con popolazioni di mangrovie stabili lungo la costa del Pacifico di Colombia, Costa Rica e Panama e popolazioni in aumento nel Mar Rosso, nel Golfo Arabico e in Cina. Anche i tentativi di ripristino degli ecosistemi di alghe e barriera corallina stanno aumentando a livello globale, sebbene siano spesso di piccola scala.
  • Riduzioni del rischio di estinzione: La percentuale di specie marine valutata nella Lista rossa IUCN come “minacciata di estinzione” è diminuita dal 18,0% nel 2000 all’11,4% nel 2019, con tendenze relativamente uniformi nei bacini oceanici. Tuttavia, molte specie hanno migliorato il loro stato di minaccia nell’ultimo decennio. Per i mammiferi marini, il 47% di 124 popolazioni valutate ha mostrato un aumento significativo negli ultimi decenni, con solo il 13% in calo. Le megattere che migrano dall’Antartide all’Australia orientale sono aumentate dal 10% al 13% all’anno, da poche centinaia di animali nel 1968 alle oltre 40.000 attuali. Pur essendo ancora in pericolo, la maggior parte delle popolazioni di tartarughe marine, per le quali sono disponibili dati, stanno aumentando.

Leggi anche il nostro articolo: “Acqua, un bene comune a rischio”

In conclusione

Gli sforzi per ripristinare la vita marina non possono mirare a riportare l’oceano a un particolare punto di riferimento passato. L’oceano nel tempo è cambiato considerevolmente e – in alcuni casi – irreversibilmente, per mano dell’uomo; basti pensare all’estinzione di almeno 20 specie marine.

L’attenzione dovrebbe essere rivolta all’aumento dell’abbondanza degli habitat/specie “chiave” ed al ripristino della complessità degli ecosistemi bentonici. Il ripristino della struttura ecologica, delle funzioni, della resilienza e dei servizi ecosistemici marini, aumentano la capacità del biota marino di soddisfare le crescenti esigenze di altri 2-3 miliardi di persone entro il 2050.

Per raggiungere tali obiettivi dovrebbero essere intraprese azioni rapide e mirate per evitare eventuali punti di non ritorno, oltre i quali il collasso potrebbe essere irreversibile. Lo studio di Nature indica che il tasso di recupero delle specie e degli habitat marini ad oggi saranno possibili nel caso in cui siano mitigate, o eliminate, le maggiori pressioni, incluso il cambiamento climatico.

La “ristrutturazione” sostanziale degli oceani entro il 2050 è una grande sfida realizzabile per la scienza e la società. Ciò richiederà perseveranza e l’impiego di risorse finanziarie, ma i vantaggi ecologici, economici e sociali saranno di vasta portata. Il successo richiede il lavoro di politiche coordinate, adeguati meccanismi economici e di mercato, progressi scientifici e tecnologici che permettano gli interventi.

Affrontare la sfida della ricostruzione degli oceani entro il 2050 sarebbe una pietra miliare storica nella ricerca dell’umanità, per raggiungere un futuro sostenibile a livello globale.

Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto

Con la sua risoluzione 63/111 del 5 dicembre 2008, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato l’8 giugno come Giornata mondiale degli oceani. La condizione nella quale versano gli universi liquidi di tutto il mondo è drammatica; l’inquinamento, la pesca intensiva e la devastazione degli ecosistemi marini per mano antropica stanno mettendo in ginocchio gli oceani, con conseguenze gravissime per l’uomo.

L’importanza degli oceani

Pensiamo ad un mondo senza oceani; avremmo un pianeta come Marte e nessun ecosistema di supporto alla vita. Gli oceani svolgono un ruolo chiave nel funzionamento del pianeta terra. La maggior parte dell’ossigeno che respiriamo deriva dagli oceani, i quali fungono anche da importanti serbatoi di anidride carbonica.

oceani

Possiamo considerare gli oceani come un termostato planetario. Infatti, regolano il clima mondiale: la loro presenza attenua gli sbalzi di temperatura diurni e stagionali, mantenendo le temperature dell’aria entro valori tollerabili per gli organismi viventi.

Sono grandi serbatoi d’acqua e costituiscono il nodo più importante nel ciclo di quest’ ultima sulla terra: da essi l’acqua evapora e sale nell’atmosfera per poi cadere a terra sotto forma di precipitazioni. Infine torna agli oceani attraverso i fiumi.

Leggi anche il nostro articolo: “Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli”

Gli oceani sono veri e propri serbatoi di biodiversità ed ospitano il primo polmone del mondo. A dispetto di ciò che si pensi, 3/4 dell’ossigeno vengono prodotti dai Cianobatteri, organismi fotosintetici che vivono negli strati più superficiali della colonna d’acqua.

L’uomo e gli oceani: una convivenza difficile

Senza l’oceano non ci sarebbe la vita, non ci sarebbe l’uomo. Dalle acque oceaniche si ricavano infatti grandi quantità di alimenti essenziali per la nostra dieta ed altrettante quantità enormi di petrolio e metano, contenute nei giacimenti sottomarini. L’utilizzo incontrollato delle risorse ittiche ed il massiccio inquinamento delle acque mondiali causano ogni giorno severi e, spesso, insanabili cambiamenti all’equilibrio oceanico.

La baja di Guerrero Negro. Crediti: Lucia Vinaschi

L’overfishing

L’overfishing, o sovrapesca, indica l’impoverimento delle risorse ittiche causato da un’eccessiva e non razionale attività di pesca. In un mondo in cui la richiesta di cibo aumenta esponenzialmente non ci si poteva aspettare risultati diversi.

Questa sempre maggior domanda impedisce alle specie ittiche di crescere, svilupparsi e spesso riprodursi; inoltre, per sostenere i ritmi attuali di pesca, si è arrivati a sottrarre dall’ambiente esemplari sempre più piccoli, atto ritenuto illegale in molti paesi.

Un terzo delle risorse ittiche mondiali hanno subito un collasso, ovvero una diminuzione fino a meno del 10% della loro abbondanza massima osservata. Inoltre, se l’attuale andamento dovesse mantenersi costante, tutte le risorse ittiche distribuite sul pianeta collasserebbero nell’arco dei prossimi 50 anni.

Tecniche di pesca dannose, come quella a strascico, permettono di attingere in acque sempre più profonde e vergini, cominciando così a minacciarne i delicati ecosistemi e le specie ittiche che vi abitano. Questa pratica non solo sottrae all’ambiente biomassa, ma al loro passaggio le reti sradicano interi ecosistemi lasciandosi dietro depauperamento e morte.

La plastica

Possiamo affermare con assoluta certezza che l’uomo stia “soffocando” gli oceani. Si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno, creando una minaccia crescente. Questo potrebbe avere effetti potenzialmente devastanti sull’equilibrio dell’ecosistema marino.

Il Pacific Trash Vortex, noto anche come isola di plastica o Great Pacific Garbage Patch, rappresenta alla perfezione l’uso che stiamo facendo dei nostri mari. Un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, cominciatosi a formare a partire dagli anni 80. Si stima che l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area sia in totale di 3 milioni di tonnellate. L’estensione è maggiore di quella della Francia.

Le microplastiche sono state rilevate in ogni angolo degli oceani e del Pianeta. Questo è il motivo per cui il problema dell’inquinamento marino da plastica non può essere risolto a livello nazionale o regionale o solo con misure volontarie. Richiede un’azione coordinata e una responsabilità condivisa.

L’inquinamento e le alterazioni chimico-fisiche dell’acqua

È oramai scientificamente comprovato che l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera (dovuta all’inquinamento), e la conseguente acidificazione degli oceani, abbiano un grave effetto sull’ecosistema acquatico, influenzando gli habitat marini e i pesci associati. Ciò sottolinea l’importanza di ridurre le emissioni di gas serra per salvaguardare le risorse oceaniche per il futuro.

Alcune specie avranno successo in condizioni sempre più acidificate, mentre molte altre no. Di conseguenza, quelle specie ittiche che fanno affidamento su risorse specifiche durante le loro diverse fasi di vita, potrebbero scomparire. Ciò porterebbe a enormi cambiamenti nella diversità dei pesci nel prossimo futuro, con conseguenze potenzialmente gravi per il funzionamento dell’ecosistema marino, insieme ai beni e servizi che forniscono.

Tutti noi beneficiamo dei combustibili fossili; carbone, gas, petrolio, ma a quale prezzo? Ogni anno nuovi giacimenti petroliferi vengono sfruttati e quantità immense di CO2 riversate nell’atmosfera. Prodotti come i fertilizzanti, usati indiscriminatamente in molte parti del mondo per aumentare i raccolti, una volta raggiunto il mare ne trasformano ampie porzioni in “zone morte”, ovvero carenti si ossigeno. Quella del Golfo del Messico è una delle più famose ma si stiamo che ne esistano ormai più di 400 nel mondo.

Leggi anche il nostro articolo: “Gli oceani si sono ammalati”

La zona morta (in giallo) nel Golfo del Messico. Crediti: Ocean for future

 

Madison Stewart: Shark Girl

Madison Stewart è una giovane filmmaker subacquea, divemaster e conservazionista australiana che ha deciso di dedicare la propria esistenza alla salvaguardia dell’oceano ed, in particolare, di alcuni suoi abitanti: gli squali. Avendo trascorso gran parte della sua infanzia in acqua ed avendo visto le drammatiche conseguenze dell’impatto antropico sugli ecosistemi marini, la passione di Madison per l’oceano è diventata una vera e propria missione nella vita.

Nel 2019, in Indonesia, crea la Project Hiu Foundation, con lo scopo di convertire i pescatori di squali in guide nel settore dell’eco-turismo.

Leggi anche il nostro articolo: “Mission Blue: gli oceani spiegati in un documentario”

Madison in uno dei mercati di squali a Lombok

Il problema di molte realtà attiviste, infatti, è l’approccio con il quale denunciano certe ingiustizie; spesso viene puntato il dito contro le persone sbagliate, ovvero l’ultimo anello della catena. Davanti a tanta barbarie non si riesce a comprendere che gli stessi carnefici non siano i nemici ma la chiave per un reale cambiamento.

Le maggiori richieste di pinne e carne di squalo provengono dalla Cina, Australia e Stati Uniti. Il mercato della pesca agli squali ha trovato terreno fertile in Indonesia e, proprio a causa della povertà dilagante, molte famiglie sono costrette a ripiegare su questa pratica, rischiando la vita in mare per settimane.

Crediti: Project Hiu

Project Hiu ha dato a questi pescatori un’altra possibilità, impiegando alcuni di loro nell’area di Lombok, aiutando l’isola e la scuola locale con materiali didattici, acqua pulita e beni primari di cui una comunità povera necessita. “E’ stato il mio modo più efficace per influenzare il commercio degli squali” afferma. Non è stato di certo un processo veloce, ma alla fine è riuscita a trattenere le barche di un pescatore e della sua famiglia per un anno intero.

Documentari e libri

Quale modo migliore per celebrare questi meravigliosi universi liquidi se non attraverso l’informazione? Conoscere meglio gli oceani e capire la loro importanza ci permetterà di pretendere una loro maggiore tutela.

Documentari:

  • Chasing coral
  • Mission blue
  • Our planet (acque costiere e mare aperto)
  • A plastic ocean
  • Sharkwater
  • Pacificum
  • Una scomoda verità 1 e 2
  • Before the flood

Libri:

Conferenza ONU sul Clima “COP26” rimandata al 2021

cop26

È arrivata non senza ripercussioni la notizia ufficiale riguardante la sospensione della Conferenza Onu sul clima del 2020. La COP26 doveva aver luogo a Glasgow, nel Regno Unito, dal 9 al 18 novembre, ma è stata posticipata a data da destinarsi. L’unica certezza è che si terrà nel 2021.

Quali erano i programmi?

“Il mondo sta affrontando una sfida globale senza precedenti e i Paesi sono giustamente concentrati negli sforzi per salvare vite umane combattendo contro il Covid-19. Per questo abbiamo deciso di riprogrammare la CoP26″. Queste le parole pronunciate mercoledì da Alok Sharma, il ministro delle Attività Produttive della Gran Bretagna, incaricato dal premier Boris Johnson di presiedere la conferenza sul clima.

Dal momento che l’Italia co-organizzava la conferenza, era prevista a Milano anche una pre-COP, che doveva tenersi dal 2 al 4 ottobre e che è stata anch’essa rimandata. Non solo, negli stessi giorni era stata organizzata la COP dei giovani “Youth4Climate 2020: Driving Ambition”, fortemente voluta dal ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa. L’obiettivo di questo promettente incontro era non solo di dare parola ai giovani, ovvero la categoria più interessata dalle conseguenze della crisi climatica, ma anche quello di ascoltare le loro proposte.

Proprio ieri durante una Live di Lifegate su Instagram, Sergio Costa ha pronunciato parole molto belle in merito alla Cop dei giovani. “Oggi in materia ambientale i giovani sono gli educatori degli adulti, sono più avanti in questo. Questo perché sono meno strutturati e se c’è un problema lo prendono di petto, senza troppe inutili congetture”. Costa era quindi disposto ad ascoltare le loro proposte e portarle al tavolo “dei grandi”.

L’importanza della COP26

Il motivo per cui una conferenza alla quale avrebbero dovuto partecipare 26mila persone sia stata rinviata in un momento di emergenza sanitaria globale sono indiscutibili. Anzi il luogo dove il governo scozzese doveva ospitare la COP26, la SEC Arena, verrà trasformato nel giro di poche settimane in un ospedale dedicato alle vittime di coronavirus. Sono invece oggetto di opinioni le conseguenze che questo ritardo comporterà.

Vi è per esempio chi ribadisce l’urgenza di questa conferenza. Siamo infatti entrati nel decennio dopo il quale non si torna più indietro e non abbiamo, quindi, altro tempo. Se non si riducono drasticamente le emissioni già a partire da quest’anno, la catastrofe climatica sarà inevitabile.

Christiana Figueres, il capo delle Nazioni Unite per il clima che ha supervisionato il vertice di Parigi nel 2015, ha affermato che “le emissioni devono raggiungere il picco quest’anno se vogliamo limitare il riscaldamento a 1,5 ° C.”

Il rischio della regressione

È però sicuramente molto alto il rischio che le Nazioni approfittino del rinvio della Conferenza per rimandare l’azione climatica. D’altra parte sono decenni che i governi “prendono tempo” e rimandano a data da destinarsi le decisioni più importanti sul clima.

Basti pensare alla COP25 di Madrid tenutasi lo scorso dicembre. L’obiettivo della Conferenza era di abbassare il tetto delle emissioni da parte dei diversi paesi del mondo, aggiornandolo sulla base dei dati scientifici più recenti. Ma le nazioni che più di tutte sono responsabili dell’inquinamento del Pianeta, come Cina e India, ma anche Brasile, Sudafrica e Australia, non hanno voluto scendere a compromessi.

Greta Thunberg alla COP25 di Madrid

Tutte le decisioni, dai fondi per i paesi colpiti dalle catastrofi all’aggiornamento dei rispettivi tetti massimi di gas serra, erano state rimandate alla COP26. E questo rinvio aveva già preoccupato gli ambientalisti, i quali ritenevano che un anno fosse troppo in un momento di emergenza climatica quale stiamo vivendo.

Leggi il nostro articolo: “Perché anche la COP25 è fallita”

Inoltre, la crisi economica potrebbe essere utilizzata come scusa per frenare o addirittura bloccare l’impegno per il clima da parte delle nazioni. Donald Trump, per esempio, che già si era sfilato dagli accordi di Parigi, ha utilizzato il coronavirus come giustificazione per annullare le regolamentazioni ambientali che gravavano sulle aziende americane.

Leggi il nostro articolo: “Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il coronavirus”

Il rinvio della COP26 può essere un’occasione?

Dall’altro lato vi è chi sostiene le potenzialità di questa pausa e di questa crisi economica. Uno di questi è Sergio Costa il quale vorrebbe che gli aiuti dallo stato per le aziende fossero utilizzati per rilanciare l’efficienza energetica. “Bisogna incentivare aziende e privati cittadini a spostarsi verso sistemi tecnologici meno impattanti” ha affermato. In questo modo, quindi, la speranza è che i ministri giungano alla COP26 con idee ancora più drastiche ed innovative per combattere la crisi climatica.

Inoltre Costa sottolinea il fatto che lui insieme ai ministri dell’ambiente dei vari stati stiano facendo di un limite una virtù. Si stanno infatti sentendo per via telematica, velocizzando di fatto l’apertura dei canali per nuove idee e collaborazioni senza “la scusa” di dover aspettare la Conferenza Climatica. Per esempio, ieri Costa si è sentito con il ministro dell’ambiente inglese, francese e spagnolo, oltre che con la responsabile ONU per il Cambiamento Climatico Patricia Espinosa.

Impossibile una COP26 online

Qualcuno potrebbe obiettare che una conferenza sul clima potrebbe essere svolta essa stessa in via telematica. Costa ha anticipato la polemica dichiarando che uno degli obiettivi della COP è quello di assicurare la massima partecipazione dei paesi aderenti all’accordo di Parigi

Inoltre è un’occasione importante per rendere partecipi i cosiddetti “uditori”, ovvero i rappresentanti delle nazioni che stanno ancora riflettendo riguardo alla loro adesione all’accordo. Il fatto di essere insieme in una stanza, incontrando di persona i vari partecipanti, si sviluppa, secondo Costa, un’empatia unica, motivante e decisamente costruttiva. “La partecipazione e la diversità è ricchezza” ha affermato il Ministro nella live.

E porta poi un esempio concreto, dicendo di essersi recato, poco prima del blocco, in India per incontrare il Ministro dell’ambiente Prakash Javadekar. Anche se non è del tutto convinto della sua adesione agli accordi di Parigi, ha appreso ed ammirato gli sforzi dell’Italia in merito e ha dichiarato di voler partecipare alla COP26.

Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa

A proposito di paesi scettici nell’abbassare i target delle proprie emissioni, vi è chi vede questa pausa come occasione per ponderare sul risultato delle elezioni negli Stati Uniti. I governi avranno infatti il tempo di adattarsi a un secondo mandato di Donald Trump, o a un nuovo presidente che probabilmente sosterrà l’azione per il clima.

Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, ha riassunto così la questione per la COP26. “un rinvio della COP era diventato necessario, visti i ritardi nei negoziati provocati dall’emergenza sanitaria globale. Tuttavia, dobbiamo usare al meglio l’ulteriore tempo a disposizione, imparando dalla crisi attuale che occorre prevenire ed evitare le emergenze, oltre che essere attrezzati per affrontarle”.

Perché anche la Cop25 è fallita

cop25

All’ultima conferenza della Cop25 i posti vuoti nella grande sala dell’IFEMA a Madrid erano tanti. Molti dei ministri erano partiti due giorni prima, il 13 dicembre, data nella quale la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite avrebbe dovuto ufficialmente concludersi. E’ stato invece necessario prolungarla di due giorni e due notti; un tempo in cui, però, i paesi partecipanti hanno risolto ben poco.

https://www.youtube.com/watch?v=TOR6MG49o_w
La sessione finale della cop25

La più importante lacuna

La più importante questione irrisolta è quella dell’Articolo 6. L’accordo di Parigi del 2015, infatti, aveva previsto una risoluzione globale per controllare le emissioni di Co2 grazie a un sistema di compravendita tra le nazioni. Ogni Stato ha a disposizione, in base alle proprie disponibilità, un tetto massimo di emissioni da non superare. Se uno di essi fosse particolarmente virtuoso da emettere meno anidride carbonica rispetto al limite imposto, questo Stato potrebbe vendere la restante parte a un altro meno diligente. In questo modo le Nazioni potrebbero cooperare pacificamente tra di loro, senza ricorrere a pesanti punizioni economiche che allontanerebbero ulteriormente i governi da qualunque impegno ambientale.

Leggi il nostro articolo: “Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni

Uno degli obiettivi della Cop25 era però quello di aggiornare il tetto massimo di emissioni, in quanto i dati utilizzati per l’accordo di Parigi, non sono ormai più validi. Gli scienziati sostengono infatti che, anche rispettando i vecchi accordi sulle emissioni, la Terra supererà i 2 gradi, arrivando ai 3,5. Alcuni Paesi però non sono disposti a rinnovare il loro impegno sulla base dei nuovi dati. Per esempio, Cina, India, Brasile e Sudafrica hanno dichiarato di aver già fatto il possibile per quanto riguarda il clima. Il problema è che Cina e India sono responsabili da sole di un terzo delle emissioni mondiali di CO2. Anche l’Australia ha fatto un passo indietro, dichiarando di non voler cedere i suoi “carbon credit” guadagnati negli anni passati.

Uno degli scioperi per il clima di quest’anno. Fotografia di Francesco Cufino

Gli insufficienti obiettivi raggiunti

Sono circa ottanta le Nazioni che si sono impegnate per aggiornarsi e ridurre maggiormente le emissioni. Un buon numero, certo, anche se si tratta di paesi che non ricoprono una grande importanza nel panorama mondiale. Questi paesi insieme infatti producono circa il 10 percento delle emissioni globali. Tra questi è presente anche l’Italia e molti altri Paesi europei. Molti osservatori, però, sottolineano come l’Europa, nonostante il nuovo Green New Deal, non abbia un grande peso rispetto ai colossi economici quali Cina, India o Stati Uniti. Questi ultimi, poi, sono nel bel mezzo del processo per l’uscita dagli accordi di Parigi.

Leggi il nostro articolo: “L’unione Europea ha dichiarato lo stato di emergenza climatica”

Passi avanti invece per quanto riguarda la questione dei diritti umani. I partecipanti alla Cop25 infatti hanno approvato il Gender Action Plan, che promuove i diritti e la partecipazione delle donne all’interno dell’azione climatica internazionale. Una buona iniziativa è anche quella del meccanismo Loss&Damage, richiesto dai piccoli stati insulari. Si tratta di un sistema per cui i Paesi del nord del mondo si impegnano ad aiutare quelli meno sviluppati ogniqualvolta vengano colpiti da catastrofi climatiche. Anche qui però vi è un rovescio (negativo) della medaglia. Se infatti i buoni propositi ci sono, manca però un fondo apposito.

Tutte le decisioni, dai fondi per i paesi colpiti dalle catastrofi alla decisione per ogni stato del proprio tetto massimo di gas serra, sono state rimandate alla Cop26 che si terrà a Glasgow l’anno prossimo. Il presidente delle nazioni unite Guterres, così come la giovane attivista Greta Thunberg, non sono affatto contenti della notizia. “La scienza è chiara, ma viene ignorata” ha twittato la ragazza nella giornata di sabato. Un anno, infatti, è molto, specialmente in un momento di emergenza climatica quale stiamo vivendo.

L’intervento di Greta Thunberg alla Cop25

Giornata mondiale del cibo. 10 anni dopo la riforma della FAO

Oggi è il “World Food Day”, la giornata internazionale dedicata a cibo e alimentazione. Come ogni anno in questa occasione, la sede centrale della FAO a Roma ospita una settimana di eventi su questa tematica. In particolare, è in corso il Summit annuale del CFS (Committee on World Food Security), l’organismo esecutivo che si occupa di sicurezza alimentare a livello globale. In Italia pochi sanno che, fra i tanti organismi di cui è composta l’ONU, la FAO è stata l’unica a intraprendere un percorso di riforma dopo la grande crisi del 2008-2009. Infatti, il suo organismo interno, denominato CFS, è stato interamente ripensato per rispondere alle seguenti domande: perché è avvenuta la crisi? Quali mancanze ci sono state in termini di sicurezza alimentare? Che cosa possiamo fare per evitarne un’altra? Il punto focale della riforma risiede nell’inclusione della società civile, fino ad allora esclusa da qualsiasi decisione presa in materia di cibo.

Sovranità alimentare: accesso e controllo del cibo

Il CFS è stato fondato nel 1974 come organismo intergovernativo interno alla FAO con lo scopo di monitorare le politiche sulla sicurezza alimentare nel mondo. È poi diventato un ente autonomo nel 2009 a seguito della crisi, che ha avuto tragici risvolti dal punto di vista della sicurezza alimentare. Si calcola infatti che nel solo 2008 il numero di persone che soffrono per la fame crebbe da 800 milioni a 1 miliardo. In quegli anni si era già diffusa la necessità di un cambio di rotta, soprattutto spinto dal movimento internazionale La Via Campesina. È in quel periodo che si inizia sostituire il termine “sicurezza alimentare” con “sovranità alimentare”: con il primo si intendeva il diritto all’accesso fisico, sociale ed economico al cibo; introducendo la parola “sovranità” si è invece voluto porre l’accento sul diritto ad accedere e controllare le risorse alimentari, mettendo quindi in discussione dove, come e da chi viene prodotto il cibo.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

Questo movimento ha spinto l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cibo, la FAO appunto, a prendere importanti decisioni per fronteggiare la crisi allora in atto ed evitarne altre in futuro. Il CFS è stato riorganizzato in modo tale che le persone della società civile – agricoltori, pescatori, allevatori, consumatori, accademici – potessero partecipare alle decisioni che vengono prese sulla sicurezza alimentare. Perché gli accordi e i trattati definiti all’interno della FAO si ripercuotono sulla vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo. Per non dire miliardi, dato che ognuno di noi è in qualche modo parte della filiera del cibo, anche solo come consumatore finale.

Cibo e clima. Il ruolo chiave della società civile

Per questo motivo la riforma del CFS ha previsto un organismo interno, il Civil Society Mechanism (CSM) grazie al quale i membri della società civile possono avere voce in capitolo al pari degli altri apparati: gli Stati Membri, i soggetti privati e le organizzazioni filantropiche come la Bill and Melinda Gates Foundation. Il CSM sta svolgendo un ruolo chiave perché ha portato in primo piano l’esigenza di collegare la sovranità alimentare con il cambiamento climatico. Come precedentemente attestato dal nostro blog, il sistema alimentare è una delle maggiori cause dell’attuale crisi climatica, con un impatto stimabile fra il 14 e il 50%, se si tengono conto di tutti gli aspetti coinvolti in filiera (fertilizzanti chimici nei campi, stoccaggio, trasporto, distribuzione e gestione rifiuti). Viceversa, la crisi climatica sta enormemente incidendo sulla produzione di cibo per eventi estremi come cicloni, siccità e inondazioni.

Leggi il nostro articolo: “Birra dagli scarti del pane: l’idea di ToastAle”

L’Obiettivo numero 2 dell’Agenda 2030 prevede di “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”. Il CSM ha avanzato con grande forza la necessità di indirizzare il sistema del cibo verso metodi biologici che siano allo stesso tempo rispettosi per l’ambiente e per le comunità in cui gli alimenti vengono prodotti. Ad esempio, il tema del Forum di quest’anno è l’agroecologia, un approccio “socialmente giusto verso un’agricoltura sostenibile”. L’agroecologia cerca di imitare i cicli naturali della Terra invece che introdurre input esterni come i pesticidi chimici. Inoltre, mette in primo piano le conoscenze detenute dagli agricoltori invece che imporre teorie “scientifiche” costruite in modo artificiale dentro laboratori o università.

Una conoscenza “dal basso”

Un altro punto fondamentale della riforma del CFS è stato infatti il riconoscimento che la crisi è stata fomentata da diverse teorie cosiddette “scientifiche”, che si sono rivelate parziali o totalmente scorrette. Per questo, oltre all’inclusione della società civile, il nuovo CFS ha visto un’importante innovazione nel modo in cui raccoglie i dati. I Report che vengono presentati ed approvati nelle sessioni annuali di ottobre sono redatti da un comitato di esperti, HLPE (High Level Panel of Experts), il quale basa le proprie analisi su conoscenze provenienti sia dal mondo accademico “scientifico”, sia dalla diretta esperienza di agricoltori e membri della società civile. Il suo scopo è quindi fornire delle linee guida che siano quanto più comprensive e diversificate possibili, con il coinvolgimento diretto di chi contribuisce al sistema alimentare nella vita quotidiana.

Leggi il nostro articolo: “Le date di scadenza causano spreco di cibo. Meglio il buonsenso”

Ovviamente la riforma appena descritta non ha eradicato la fame del mondo nel giro di un decennio. Anzi, se guardiamo gli ultimi dati rilasciati, si attesta un preoccupante aumento delle persone che non hanno accesso al cibo o muoiono per malattie legate all’alimentazione. Più di 820 milioni di individui che non hanno da mangiare, un numero in crescita per il terzo anno consecutivo. A tal punto che l’ONU ha dichiarato che l’obiettivo di azzerare la fame (#ZeroHunger) entro il 2030 è una “sfida immensa”. Alcuni infatti hanno criticato le celebrazioni di oggi e hanno suggerito di rinominare la giornata sostituendo la parola cibo con fame: “World Hunger Day”.

Il cibo come diritto di tutti

D’altra parte però, la riforma ha sicuramente portato una nuova visione e le decisioni vengono prese tramite modalità innovative, con il diretto coinvolgimento di gente comune. In questo modo vengono trattate tematiche che prima erano semplicemente ignorate. I diritti e la sovranità alimentare sono in primo piano, la crisi climatica è costantemente nominata e si propongono soluzioni dieci anni fa inimmaginabili, come ad esempio l’agroecologia. In quanto cittadini e consumatori, è importante essere a conoscenza di questa riforma e di monitorare eventuali evoluzioni. Nel frattempo, nella giornata mondiale dedicata al cibo e alla nutrizione, ricordiamo che le nostre scelte quotidiane in materia di cibo incidono enormemente sul cambiamento climatico. Scegliere dove e come riempire il carrello della spesa è il primo passo per dare un vero significato a questa giornata.

Leggi il nostro articolo: “Frutta e verdura di stagione per il mese di ottobre”