Trump e gli incendi: “Non credo che la scienza sappia”

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In occasione degli incendi scoppiati in California, che hanno devastato migliaia di acri di terra e ucciso almeno 36 persone, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha negato, ancora volta, l’esistenza dei cambiamenti climatici. Ha incolpato, piuttosto, la mala gestione delle foreste da parte dei democratici.

Le agghiaccianti (e tardive) parole di Trump sugli incendi

In realtà, gli interventi di Donald Trump in merito alla California infuocata sono stati molto pochi e molto tardivi. Il primo commento, infatti, è arrivato soltanto venerdì scorso, dopo settimane di agonia da parte del territorio e degli abitanti della West Coast. Trump ha semplicemente twittato il suo apprezzamento nei confronti dei pompieri per la gestione dell’emergenza.

Le sue parole più tristi, però, sono state pronunciate quando il presidente americano si è confrontato con il Governatore Democratico della California Gavin Newsom e altri funzionari statali e federali. Il segretario dell’Agenzia per le Risorse Naturali Wade Crowfoot ha esortato il presidente a riconoscere il ruolo del clima che cambia per le nostre foreste. Di tutta risposta, Trump ha affermato: “inizierà a rinfrescarsi, aspetta e vedrai“. Al successivo auspicio, da parte di Crawfoot, che il presidente e la scienza siano prima o poi d’accordo, Donald Trump ha risposto: “In realtà non credo che la scienza sappia“.

Il colpevole degli incendi secondo Trump

Verrebbe quindi da chiedersi a chi o cosa Trump attribuirebbe la colpa dei devastanti incendi che stanno colpendo la California. Ebbene il primo cittadino americano si è esposto anche su questo, portando il tutto su una questione di rivalità politica. Ha infatti biasimato i governatori democratici per non aver saputo curare a dovere le proprie foreste e quindi prevenire gli incendi: “Quando per anni le foglie secche si accumulano sul terreno, questo semplicemente aizza il fuoco, – ha detto Trump – sono davvero un carburante. Quindi devono fare loro qualcosa al riguardo.”

Trump non ha però fornito prove a sostegno della sua affermazione. Inoltre, gli esperti e i corpi forestali affermano che rastrellare le foglie non è un’operazione sensata e fattibile, considerando la vastità delle foreste statunitensi. In più, molti degli incendi hanno colpito arbusti costieri e praterie, non foreste.

L’unica “prova” della sua tesi Trump l’ha esposta affermando che altri paesi non hanno affrontato lo stesso livello di incendi. Un dato, anche questo, facilmente smontabile, visti i recenti disastri in Australia e nella foresta pluviale amazzonica, che gli esperti attribuiscono proprio ai cambiamenti climatici.

California, settembre 2020 (Foto di Marta Navales)

Il ruolo dei cambiamenti climatici

Qual è, allora, il ruolo dei cambiamenti climatici negli incendi californiani e perché Trump lo nega? In realtà, a Mr.Trump basterebbe consultare i dati degli anni passati in merito agli incendi, o semplicemente leggere le vecchie news. Si accorgerebbe che, prima di tutto, non è soltanto un problema di arbusti gestiti male dai democratici. In secondo luogo si accorgerebbe che che non si tratta soltanto di dati scientifici, ma anche storici e, quindi, sicuramente fattuali.

I cinque maggiori e più devastanti incendi della storia californiana hanno infatti avuto luogo negli ultimi tre anni, tra i quali anche il più mortale, nel 2018, che ha ucciso ben 85 persone. Coincidenza vuole che nove dei dieci anni più caldi mai registrati al mondo si sono verificati a partire dal 2005. Di questi, cinque sono occorsi dal 2016, ovvero proprio negli ultimi 5 anni. Le temperature dell’Oregon e della California sono aumentate di oltre 1°C dal 1900.

La prolungata siccità che sta colpendo la California negli ultimi dieci anni, con un calo delle piogge autunnali del 30%, ha causato la morte di milioni di alberi, trasformandoli in un potente combustibile per gli incendi. Anche le regioni montuose, che normalmente sono più fresche e umide, si sono prosciugate più rapidamente del solito durante l’estate, aumentando il potenziale carburante per il fuoco.

Cosa sta accadendo

Mentre noi elenchiamo dati storici e scientifici che Trump negherà impunemente, gli incendi proseguono. In Oregon hanno bruciato in una settimana quasi il doppio di quello che di solito viene distrutto mediamente in un anno. I forti venti e la bassa umidità ostacolano gli sforzi per tenere sotto controllo gli incendi. Come riporta la BBC, in California sono morte 25 persone dal 15 agosto, migliaia di case sono state distrutte e altrettante persone sono ora sfollate. Gli edifici e le strade in Oregon, dove sono già morte 10 persone, e nello stato di Washington, dove è stata registrata una vittima, sono ricoperti di cenere. L’aria è irrespirabile.

A fronte di questo, Trump non ha mosso un dito. Le sue azioni (o non azioni) politiche, però, non finiscono nel nulla. L’uscita dagli accordi di Parigi degli Stati Uniti, i finanziamenti alle industrie fossili, così come a quelle delle armi, a discapito delle energie rinnovabili, l’approvazione delle trivellazioni nei parchi naturali, sono tutti provvedimenti che hanno un tornaconto politico ed economico per il presidente e i suoi sostenitori. Come dimostrano gli incendi, però, le conseguenze per il Pianeta e per l’umanità non sono così vantaggiose. La natura non si può comprare.

Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano

trivellazioni in alaska
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Il 2020 non è decisamente l’anno migliore in cui esistere, né per il genere umano, né per il pianeta. Le emergenze si susseguono e si sommano a processi più duraturi e profondi di cambiamento. Per questo, mai come ora, è necessario mettere in pratica nuovi approcci, specialmente in campo climatico. Negli Stati Uniti il Presidente Trump sembra essere di tutt’altro avviso. La decisione di dare il via libera alle trivellazioni in Alaska onshore nella riserva Arctic National Wildlife Refuge e la situazione drammatica degli incendi in California creano una combinazione pericolosa. Il sogno americano si è trasformato in un incubo.

Le trivellazioni in Alaska: si cerca ancora l’oro nero

L’idea di una transizione verso energie verdi non è una priorità dell’amministrazione repubblicana. Il Green New Deal, un’idea malsana. Perché, allora, non riportare in auge un progetto controverso degli anni ’70? La possibilità di trivellare la riserva in Alaska è una mossa strategica a pochi mesi dalle elezioni, perché porterebbe, a livello economico, denaro e posti di lavoro.

Ma quale prezzo si è disposti a pagare? A livello ambientale, l’impatto è disastroso.

Sono trascorsi solamente due mesi dalla registrazione di temperature record nell’Artico: 38°C, venti in più della media stagionale. La zona è già colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico. Un’ulteriore perforazione del terreno provocherebbe l’acuirsi del riscaldamento. L’accelerazione dello scioglimento del ghiaccio metterebbe a rischio le specie animali, molte delle quali già in pericolo d’estinzione.

Trivellazioni in Alaska: la voce del Pentagono

Dal Pentagono assicurano la sostenibilità dell’operazione. Il piano è stato firmato da David L. Bernhardt, responsabile degli Affari Interni. Il deputato Don Young ha affermato che è stato un grande giorno «non solo per gli abitanti dell’Alaska, ma per l’indipendenza energetica americana.» Rivendicando il ruolo decisivo di questa amministrazione, ha poi aggiunto che migliaia di cittadini dello Stato settentrionale sono impegnati nell’industria petrolifera, «e il loro sostentamento dipende dai lavori ben retribuiti creati dalle riserve nazionali.» In un periodo di crisi economica, una possibilità in più che il tycoon venga votato a novembre.

Nel dicembre 2018, è arrivato il via libera per le trivellazioni in Alaska. L’Ufficio che si occupa del management territoriale ha accettato il piano che riguarda la costa. Secondo le informazioni a loro pervenute, non ci sarebbe alcun tipo di pericolo. Le aree saranno messe in vendita in due volte: 400mila acri (161mila ettari) entro dicembre 2021, altrettanti entro la fine del 2024.

Le trivellazioni onshore in Alaska hanno coseguenze devastanti per la flora e la fauna. Questa apertura viene messa in atto in un momento delicato per gli Usa, che stanno affrontando

Trivellazioni in Alaska simbolo l’incubo americano

Così, per avere un riscontro sul breve periodo, si mette a rischio l’intero ecosistema, finora protetto. Il piano è devastante per la fauna del luogo. L’impatto ambientale è incisivo: l’inquinamento acustico, la distruzione degli habitat, le fuoriuscite di petrolio concorrono ad alimentare il caos climatico. A sottolineare la negatività della scelta è Kristen Monsell, del Centro per la Diversità Biologica, in un’intervista alla BBC.

Lo stress provocato dalla presenza umana ha conseguenze sul comportamento degli animali, che si vedono costretti a cambiare zona e abitudini. La riserva è un luogo idilliaco per molte specie di uccelli e di mammiferi, tra cui l’orso polare. L’ingestione di petrolio o il contatto con esso portano a irritazioni cutanee, avvelenamento e, talvolta, alla morte di questi esemplari, sempre più a rischio.

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«Qualsiasi compagnia petrolifera che intenda trivellare l’Arctic Refuge dovrà affrontare enormi rischi reputazionali, legali e finanziari», ha avvertito Adam Kolton, direttore dell’Alaska Wilderness League. In realtà, le possibilità che la decisione venga sospesa o ritardata sono remote, anche se dovesse vincere Joe Biden. L’area di 7,7 milioni di ettari, dichiarata area protetta federale nel 1980 e preservata dal Presidente Obama nel 2016, può diventare il luogo dell’ennesima catastrofe ambientale.

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Dal ghiaccio al fuoco: gli incendi divampano in California

Se si salpasse dall’Alaska e si proseguisse verso sud, il paesaggio cambierebbe radicalmente. Ci si lascerebbe alle spalle il ghiaccio, e si intravedrebbero le coste del Canada e poi, nuovamente, degli Stati Uniti: Washington e Oregon. La West Coast, fino in California. Qui, l’inferno. Ormai, siamo assuefatti dalle immagini delle fiamme che divampano e distruggono. Sembrano eventi da elencare in un notiziario. Invece, è necessario mantenere vivo lo sdegno per situazioni pericolose per la flora, la fauna e il genere umano.

La politica dovrebbe essere cosciente e agire in modo mirato. Ma non è così. Joseph Goffman, direttore esecutivo del programma di Giurisprudenza ambientale a Harvard, ha affibbiato al presidente Trump l’appellativo di nichilista climatico. Alla prova dei fatti, ha smantellato il piano di Obama, scegliendo di recedere dall’Accordo di Parigi sul clima e puntando sui combustibili fossili. Le conseguenze sono evidenti.

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«L’inferno è qui»: cosa succede in California

Sul sito di CalFire, l’autorità antincendio dello Stato della California, si può monitorare la situazione in tempo reale. I dati riportati rivelano una condizione poco rassicurante. Nel solo 2020, sono stati bruciati oltre 670mila ettari di terreno, con più di 7000 incidenti. Sette persone hanno perso la vita e più di 3000 strutture sono state danneggiate o distrutte.

La stagione degli incendi è conseguenza naturale della conformazione paesaggistica dello Stato americano. Nonostante ciò, bisogna sottolineare come, quest’anno, sia iniziata prima e si stia prolungando più del previsto. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici: una primavera mite e un ridotto strato nevoso hanno velocizzato il processo di scioglimento del ghiaccio, comportando l’avvento anticipato della stagione secca. La scarsità d’acqua ha stressato la fragile vegetazione, che è diventata suscettibile al fuoco.

Colpa del cambiamento climatico?

Quindi, tutto nella norma? Decisamente, no! Questa situazione «è difficile persino da immaginare» ribatte Daniel Swain, scienziato climatico dell’Università della California, intervistato dal The Guardian. Anche se gli incendi di entità più vasta sono sotto controllo, altri piccoli focolai si espandono e cambiano comportamento repentinamente.

Le cause degli incendi sono complesse. Non c’è dubbio che il cambiamento climatico ne aumenti il rischio. In una ricerca condotta da Swain e altri esperti, le conclusioni sono chiare: l’impronta antropica ha facilitato l’aumento di eventi sempre più intensi. L’88% dei roghi autunnali e il 92% delle aree bruciate in California sono di origine dolosa. Un territorio in cui la le zone aride stanno invadendo anche quelle verdi, non si può credere sia tutto normale.

«Venga qui chi non crede alla crisi climatica» ha annunciato Gavin Newsom, governatore democratico della California, dichiarando lo stato di emergenza.

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Gli incendi in California stanno tenendo occupati più di 10000 vigili del fuoco.

Non ci resta che…agire!

Temperature record, incendi ingestibili, scelte scellerate per mettere a repentaglio quel poco che siano riusciti a proteggere finora. Non possiamo rimanere indifferenti: essere informati su ciò che accade in Alaska e California è fondamentale. Le trivellazioni onshore mettono a rischio la vita di specie già in pericolo, per scopi economici e tornaconti elettorali. Così, battaglie decennali vengono spazzate via ed esperti e ambientalisti sono tacciati di perseguire chissà quali ambizioni personali.

L’obiettivo è, e rimane, uno: salvare quello che abbiamo e ripristinare ciò che è andato perduto, dall’altra parte dell’oceano…e anche da questa.

È tempo di proteggere la foresta australiana

«L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra.» Queste le parole di David Bowman, professore di pirogeografia all’Università della Tasmania, all’inizio di quest’anno. Le fiamme hanno inghiottito, solamente nell’ultimo anno e mezzo, più di 85 mila chilometri quadrati di foresta australiana, uccidendo e mettendo in pericolo la sopravvivenza delle specie che la abitavano. La situazione, dapprima fuori controllo, ora è monitorata costantemente. Ma il recupero e il ripristino della flora e della fauna danneggiate sembrano ancora un obiettivo lontano.

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La foresta australiana è in pericolo

A gennaio, tutto il mondo era incollato alla televisione, guardando le terribili immagini che provenivano dall’Australia. Si condividevano i video degli incendi e degli animali in fuga, cercando di trovare una soluzione. Poi, altre emergenze hanno catalizzato l’attenzione mediatica. Ma la distruzione di migliaia di ettari di foresta è continuata, arrestandosi solamente alcuni mesi dopo.

Per questo motivo, la biodiversità australiana è stata gravemente danneggiata dagli incendi divampati tra il 2019 e il 2020. Nessun altro disastro ha causato così tante conseguenze negative. Si calcola che 471 piante, 213 specie di invertebrati e 92 di vertebrati siano a rischio. In alcuni casi, il 100% degli animali è morto tra le fiamme.

Gli scienziati commentano come “l’intensità, la ferocia e la velocità delle fiamme non avevano risparmiato nulla. Il terreno della precedente foresta era una distesa di morte e distruzione. Canguri carbonizzati, wallaby, cervi, opossum e uccelli erano ovunque.”

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Flora, Fauna, Fuoco

Il ricercatore Andrew Peters ammette: “Ho guardato al microscopio all’interno di un topo morto e non potevo credere ai miei occhi. Migliaia di piccole particelle di fumo rivestivano i suoi polmoni.” L’animale, però, non era stato direttamente a contatto con il fuoco, visto che si trovava a più di 50 chilometri dall’incendio più vicino.

Non sono solo fiamme. Prima, una siccità imprevista e duratura ha indebolito la vegetazione, seccandola. Boschi millenari sono diventati vulnerabili. All’interno della ricerca condotta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), attenzione particolare è stata data alle mangrovie, che sono una parte importante della foresta primaria, dominando una porzione del territorio nazionale. Purtroppo, però, negli ultimi decenni sono diminuite, minacciando la diversità ecosistemica.

Tra il 2000 e il 2015, il decremento è stato visibile soprattutto nello Stato di Vittoria. A differenza degli alberi di eucalipto, le foreste pluviali non si sono adattate a tollerare il fuoco. Così, quando l’incendio divampa, si apre una breccia verso l’interno, permettendo a specie aliene di invaderne il territorio e a quelle autoctone di scappare.Immagini dei koala e dei canguri che scappano sono il simbolo di una nazione in ginocchio. Ma oltre a questi esemplari iconici del paesaggio australiano, non si devono dimenticare migliaia di altri vertebrati e invertebrati.

I fiumi, già in secca, hanno visto aumentare il livello di cenere e terreno bruciato, togliendo ossigeno ai pesci, che sono morti soffocati. Alcuni animali esistono solo nelle isole. “Siamo qui per fermare che diventino estinti.”, commenta Sarah Barrett, dal parco nazionale Stirling Range. Oltre a questa emergenza, deve fare i conti con infezioni importate e il cambiamento climatico.

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L’insostenibile stato di declino australiano

Il giornale inglese The Guardian è uno dei più attenti alle questioni ambientali. Per questo, la sua sezione oltreoceano ha seguito attentamente ciò che stava accadendo alla foresta australiana. Gli standard nazionali non sono sufficienti. La percezione da parte della popolazione è che debba essere il governo a spingere per nuove, e più stringenti regolamentazioni.

Uno studio del Centro per la Biodiversità e per le Scienze della Conservazione dello scorso settembre ha portato alla luce dei dati sconvolgenti. La legge per contrastare l’estinzione risale al 1999. Nonostante ciò, il monitoraggio costante a livello satellitare, ha visto la correlazione tra la distruzione del manto boschivo e il rischio di morte di molte specie autoctone.

Nelle conclusioni si mettono in discussione le azioni legislative del Paese per proteggere l’intero habitat naturale. Senza nuove regole, gli sforzi di adattamento e mitigazioni saranno vani.

La traiettoria deve essere aggiustata. I ritardi nell’osservazione e catalogazione delle specie sono evidenti. Molto spesso, i piani non sono adeguatamente aggiornati. Questo comporta il fallimento nella protezione dell’intero territorio studiato.

La resilienza della foresta australiana

Nonostante la devastazione, la natura ha ripreso possesso delle aree danneggiate. Già a metà 2020, si potevano notare dai satelliti i primi segni di riforestazione.

Il portale The Conversation ha seguito gli eventi catastrofici e studiato le conseguenze sull’ambiente, gli animale e la popolazione indigena, constatando che con l’accelerazione del cambiamento climatico, gli effetti sono più gravi. Così, il paesaggio potrebbe non riprendersi mai del tutto.

Alcune telecamere posizionate nella foresta australiana per filmare alcune specie rare si sono sciolte durante l’incendio. Animali terrorizzati tentavano di mettersi in salvo. Il giornale ha anche stilato un elenco di varietà di uccelli, mammiferi, pesci, insetti e piante in pericolo.

Il ministero per l’agricoltura, risorse idriche e ambiente del governo australiano ha creato una task force di esperti per ricominciare la piantumazione e riprendere la vita nelle regioni bruciate.

Ci sono racconti di resistenza e rinascita che iniziano con un evento negativo. Sicuramente, gli incendi che hanno distrutto la foresta australiana ne sono un esempio. È tempo di impegnarsi per il ripristino e risanamento del territorio.

Ora è tempo di scegliere il futuro che vogliamo!

Si inizia riconoscendo il problema e localizzandolo. Il Global Forest Watch (GFW) è una piattaforma online che fornisce dati e strumenti per il monitoraggio delle foreste, in modo che ognuno possa entrare in possesso di informazioni in tempo reale su dove e come siamo in atto dei cambiamenti.

La foresta australiana è monitorata costantemente dal Global Forest Watch. Qui, si posso avere i dati sui mutamenti negli ultimi anni. (schermata dal sito)

Ma non basta, bisogna progettare il futuro. Più vasta è l’area interessata, più difficile sarà la ricolonizzazione. Per le specie che hanno un tasso di riproduzione basso è ancora più difficile ripopolare. Piccoli mammiferi, che possono sopravvivere sul breve periodo, si ritroverebbero in condizioni pessime nei mesi successivi.

L’introduzione di piante o animali alieni avrebbe un impatto devastante nei confronti di quelli nativi. Il lasso temporale da considerare è, comunque, considerevole. Gli acquazzoni di febbraio, che hanno rallentato il fuoco, hanno causato un danno più grande rispetto ai roghi. Chi non moriva asfissiato, annegava o veniva intossicato.

L’estate nera, come è stata ribattezzata dai media e dagli scienziati, non è ancora terminata. Una risposta collettiva e forte deve arrivare: dalle istituzioni, dai cittadini, dalla comunità internazionale. Continuare a pensare di non essere intaccati da questi fenomeni è anacronistico e sbagliato.

Amazzonia: un grido d’aiuto dall’Assemblea Mondiale

“Ora basta! Vogliamo difendere la nostra cultura, la nostra Amazzonia, condividendola con l’umanità. E se tu sei addormentato, se tu credi di poter vivere […] senza il bacino dell’Amazzonia, […] svegliati! […] Ci rimane davvero poco tempo. Invito tutti e tutte, da differenti parti del mondo: lasciamo perdere l’egoismo, l’invidia, la rabbia. […] È in gioco la nostra vita e la nostra casa, la nostra foresta, la nostra permanenza sul pianeta.” Così Gregorio Mirabal, esponente del Coordinamento delle Organizzazioni Indigene del Bacino Amazzonico (COICA), presenta l’Assemblea Mondiale per salvare il polmone verde del pianeta. Una due-giorni di denuncia collettiva. La lotta dei popoli che abitano quelle terre disboscate, incendiate e saccheggiate “dall’estrattivismo che violenta, obbedendo solo al potere e all’avidità”.

Amazzonizzati!: lo slogan dell’Assemblea Mondiale

Adesso o mai più. La pandemia in corso ha esacerbato i problemi che già esistevano prima del virus. “Questo tessuto nasce nell’angosciante certezza di sapere che non c’è più tempo. È ora di unirsi nella diversità dei saperi dei popoli di Abya Yala e del mondo, e nelle culture del prendersi cura, per restituire lo spirito della foresta all’umanità.” Una dichiarazione forte, un grido di disperazione. La compenetrazione tra uomo e natura è ancora più forte in questi territori. “I fiumi amazzonici ci attraversano, ci danno respiro, ci cantano canzoni di libertà; siamo figlie e figli della Terra e dell’Acqua, di cui le nostre radici si nutrono e in cui coesistono con le stelle del Giaguaro dell’Universo”.

È giunto il momento di rinascere. Utilizzano la metafora del parto: il dolore per nuova vita. Un tessuto ribelle di molti spiriti della foresta e del cemento. Tanti sono i protagonisti dell’Assemblea Mondiale che si è tenuta il 18 e 19 luglio, portando le istanze non solo delle loro comunità, ma facendo rete. I problemi, infatti, sono comuni. Le proposte sono volte a:

  • rafforzare il sistema di salute comunale interculturale in modo permanente;
  • posticipare l’attività di estrazione vicino alle comunità per non aumentare l’etnocidio;
  • proteggere i popoli in isolamento o contatto iniziale (PIACI);
  • sollecitare una missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità;
  • implementare il Piano di Azione per l’Amazzonia Indigena per eradicare 200 anni di esclusione e razzismo strutturale.

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L’Assemblea Mondiale contro lo sfruttamento dell’Amazzonia

“La deforestazione è una delle principali fonti di emissioni di gas a effetto serra in Perù. Si deve, in gran parte, al cambiamento nell’uso del suolo dato dall’ampliamento del terreno agricolo, ai progetti per nuove infrastrutture e alle attività estrattive legali e illegali”, ha continuato la delegazione peruviana, descrivendo la situazione sempre più difficile. Per mantenere il fragile equilibrio sarebbe necessario aumentare le possibilità di godere della sovranità alimentare, aiutando la medicina tradizionale e dando impulso a un’economia resiliente.

La critica contro le autorità è aspra. A fronte dei discorsi ufficiali del governo peruviano durante forum internazionali, la politica interna è poi basata sull’estrazione come volano per la riattivazione dell’economia. Grandi progetti idroelettrici e minerari minacciano fortemente non solo gli abitanti, ma anche e soprattutto la biodiversità di questo territorio.

Ecuador e Bolivia all’Assemblea Mondiale

L’appello è raccolto da altri Stati. “L’estrattivismo in Ecuador è un virus più pericoloso del Coronavirus“. La pandemia ha portato alla luce tutte le contraddizioni del Paese, aumentando l’instabilità, la violenza e la violazione dei diritti. I casi di positività al Covid-19 nella regione, a metà luglio, erano più di duemila. “Quando a tutti veniva detto: “Restate a casa”, le attvità nella foresta amazzonica hanno accelerato.”, senza nessun tipo di controllo. La rottura di tre oleodotti durante il lockdown ha causato danni disastrosi per i fiumi della regione e messo a repentaglio la salute delle specie autoctone. “Bisogna transitare verso un nuovo paradigma che privilegi la vita.” hanno ribadito con forza.

L’Ecuador è il primo Paese al mondo a garantire diritti alla natura costituzionalmente. “Si devono stimolare le energie rinnovabili, la agroecologia, la sovranità alimentare, il trasporto alternativo, il turismo sostenibile e l’economia circolare.”

Rita Saavedra, attivista boliviana, continua la lotta personale e collettiva. “Ora le nuove autorità cercano di introdurre illegalmente semi transgenici” per rimpiazzare le colture che danno sostentamento da secoli e che sono sostenibili dal punto di vista ambientale. Dopo il Brasile, la Bolivia diventerebbe il secondo Paese per utilizzo di OGM. Cristina Hernaiz, attivista ambientale Rìos de Pie, è sicura quando afferma: “la pendemia è una malattia sistemica, generata dallo sfruttamento capitalista e coloniale. Saimo qui per dire al mondo che desideriamo giustizia razziale, che storicamente ci ha schiavizzato. Ci ha condotto alla crisi climatica attuale.”

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L’Amazzonia è in grave pericolo

I problemi per la foresta amazzonica sono molteplici. Le stime dell’Istituto di ricerca ambientale dell’Amazzonia (IPAM) stanno monitorando la situazione. A giugno, grazie alle elaborazioni satellitari, sono stati individuati quasi 2300 incendi. È il numero più alto registrato dal 2007. La stagione estiva è quella in cui si registrano più roghi. Le cause, spesso, non sono naturali. Gli incendi dolosi, infatti, sono in costante aumento. Si cercano nuove terre in cui far pascolare il bestiame o coltivare abusivamente.

La deforestazione rimane una delle preoccupazioni più grandi. La riduzione delle aree verdi è aumentata del 55% nei primi quattro mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche per questo motivo, il Brasile ha messo a disposizione migliaia di soldati per la protezione della foresta amazzonica.

“Non vogliamo essere etichettati come antagonisti dell’ambiente” ha affermato Hamilton Mourao, vice presidente brasiliano. Il ministro dell’ambiente, Ricardo Salles, ha, però, sottolineato quanto l’emergenza sanitaria abbia aggravato la situazione. Non ha spiegato le motivazioni, ma spera che si argini la problematica.

La resilienza della foresta amazzonica

Le conclusioni di uno studio dell’Università di Lancaster frenano gli entusiasmi. L’abilità della foresta amazzonica di ricrescere sarebbe sovrastimata. La mitigazione è, infatti, inferiore, specialmente nei periodi di scarsità idrica. La crescita degli alberi ha rallentato, mentre le temperature sono aumentate di 0,1 °C ogni decennio.

“Con le siccità previste nel futuro, dobbiamo essere prudenti sull’abilità delle foreste secondarie di mitigare il cambiamento climatico. I nostri risultati hanno sottolineato la necessità di accordi internazionali per minimizzare gli impatti.” hanno sollecitato i ricercatori brasiliani e inglesi.

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Perchè dovremmo avere cura delle popolazioni indigene?

“La nostra stessa esistenza è intrinsecamente correlata al benessere e all’equilibrio del mondo naturale. Pertanto, mentre continuiamo a invadere e distruggere ecosistemi vitali – come barriere coralline e foreste pluviali tropicali – stiamo minando la nostra stessa sopravvivenza come specie umana e quella di molte altre specie vegetali e animali. La natura non chiamerà la polizia né ci farà causa in tribunale per questo, ci sta chiaramente mostrando che il cambiamento climatico è una sofferenza autoinflitta”. Così esordisce Ben Meeus, impiegato nel programma di difesa delle foreste pluviali, sponsorizzato dal Programma ambientale delle Nazioni Unite.

L’Assemblea Mondiale per l’Amazzonia è l’ultima tappa di un percorso di salvaguardia di queste popolazioni che vivono in sintonia con l’ambiente. Giocano un ruolo cruciale per la conservazione dell’habitat naturale e contro la perdita di biodiversità. Uno studio del 2018, intitolato Cornered by protected areas (Messi all’angolo dalle aree protette), stimola la riflessione sulle capacità di questi popoli. Nonostante gli annunci, i principali risultati della ricerca mettono in luce varie problematiche.

Agli annunci non hanno seguito le azioni. La Dichiarazione dei diritti dei Popoli Indigeni del 2007 è stato un passo significativo, ma non rivoluzionario. Le minoranze soffrono ancora del limitato riconoscimento e rispetto dei loro diritti.

La conservazione dei territori è una pratica che si sta espandendo, ma è fonte di ingiustizie per le popolazioni indigene, che si vedono costrette a emigrare e aumentando il disagio sociale. Le comunità rurali proteggono effettivamente la biodiversità e conservano al meglio il territorio, investendo in esso.

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Ristabilire l’equilibrio in Amazzonia

Dallo studio e dalle conclusione dell’Assemblea Mondiale emergono delle azioni urgenti da mettere in campo:

  • creare un meccanismo indipendente, trasparente, e globale di monitoraggio delle aree a rischio;
  • sviluppare un sistema nazionale di controllo sulla conservazione che sia effettiva;
  • rafforzare e promuovere approcci fondati sui diritti e sui modelli di conservazione;
  • assicurare un coinvolgimento delle organizzazioni internazionali, in primo luogo le Nazioni Unite.

Il grido disperato che si alza dalla foresta amazzonica è forte. Non ascoltarlo sarebbe l’ennesimo tentativo di oscurare una parte importantissima della comunità globale che è in perfetta sintonia con il pianeta. Rispettare le popolazioni indigene significa rispettare la terra.

In Siberia incendi e temperature record: è allarme

L’Artico ha raggiunto temperature record. In Siberia, incendi devastanti stanno bruciando milioni di ettari di foresta e aumentando la concentrazione di anidride carbonica nell’aria. La situazione è fuori controllo. “Stiamo registrando molte ondate di caldo in varie parti del mondo, tra cui la Siberia. Negli ultimi 5 anni, l’Artico è stata la zona più colpita. […] Non possiamo dire che non c’entri il cambiamento climatico, perché ha un grande impatto sul nostro pianeta.” ha commentato il climatologo Jeff Berardelli alla CBS. Verchojansk, in Jacuzia, è uno dei luoghi più freddi al mondo. D’inverno, si possono raggiungere i -50 gradi centigradi. Il 20 giugno si sono registrati 38 °C, quasi venti gradi in più della media stagionale. Il dato è il più alto dall’inizio delle misurazioni, cominciate nel 1885.

Errore di calcolo?

Purtroppo non si tratta di un errore di calcolo. Anche nei giorni successivi, le misurazioni hanno confermato il dato. Il 2100 era stato identificato come l’anno in cui si sarebbero toccate queste temperature record. Le previsioni sono state superate dalla realtà con 8 decenni d’anticipo. Il Copernicus Climate Change Service (C3S), un programma affiliato alla Commissione Europea, ha reso noto che il caldo sopra la media si sta protraendo da più di un anno. Già in maggio, l’osservatorio aveva sottolineato come fosse senza dubbio un segnale allarmante, ma che non fosse solamente quel mese ad essere atipicamente mite nella regione. “L’intero inverno e poi la primavera avevano avuto periodi ripetuti di temperature superiori alla media in superficie. […] Tuttavia, in questo caso è il tempo per cui si stanno protraendo queste anomalie il tratto inusuale”.

Secondo Martin Stendel, scienziato climatico che si occupa del monitoraggio del permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato, “in situazioni di normale distribuzione di anomalie, senza cambiamento climatico, un evento del genere sarebbe avvenuto ogni 100 000 anni.” In ogni caso, come riportato nel bollettino mensile del C3S, la temperatura media in tutta la Siberia era di 5 gradi superiore rispetto al normale.

Conseguenze delle temperature record

Il direttore del C3S, Carlo Buontempo, conferma come la Siberia si stia riscaldando a una velocità superiore rispetto al resto del mondo. Ma che conseguenze ha, di fatto, questo aumento di temperatura?

Un ruolo incisivo hanno giocato i venti persistenti che hanno contribuito a rendere l’inverno e la primavera più miti. Un fattore importante da ricordare è la scarsità di copertura nevosa raggiunta lo scorso giugno. Un record che ha aiutato anche lo sviluppo di incendi.

I dati non sono confortanti, come dimostrano gli scienziati del Servizio di Monitoraggio Atmosferico del Copernicus (CAMS). Cominciando dall’inizio degli incendi boreali a inizio maggio, hanno monitorato un aumento del numero e dell’intensità di questi fenomeni.

A giugno, si stimano un totale di 59 megatonnellate di CO2 emesse nell’atmosfera, ossia più di quelle registrate nello stesso periodo un anno fa, che si erano attestate sulle 53 megatonnellate.

Mark Parrington, Senior Scientist e esperto di incendi, ha aggiunto: “Le temperature record e le superfici più asciutte stanno fornendo le condizioni ideali a questi incendi per bruciare e per persistere così a lungo e su un’area così vasta.” In ogni caso, purtroppo, eventi simili si erano già scatenati durante gli anni passati.

Leggi anche: “L’inverno più caldo di sempre: temperature più alte di 3.5°”

Siberia-incendi: binomio (im)perfetto

L’effetto domino è facilmente intuibile. Le temperature record registrate sono la conseguenza di una concentrazione maggiore di CO2 e di altri gas a effetto serra nell’atmosfera. L’accelerazione del fenomeno porta a un più rapido scioglimento dello strato ghiacciato e nevoso e, di seguito, all’aumento degli incendi. Il tutto -come se servisse aggiungerlo- ha degli effetti devastanti sulla condizione termica dell’intera area.

“L’Artico è figurativamente e letteralmente in fiamme” ha sottolineato Jonathan Overpeck, rettore della environmental school all’Università del Michigan, in una lettera ad APNEWS. Di sicuro, il binomio “Siberia-incendi” non dovrebbe essere il primo collegamento a venire in mente quando si parla delle regioni più fredde a mondo.

Siberia: incendi, invasione di insetti, diesel nei fiumi stanno cambiando completamente l’equilibrio biologico del Paese e dell’intero pianeta.

Se il permafrost non è più permafrost

La parola permafrost è composta dall’abbreviazione di permanent e da frost, ossia gelato. Indica lo strato di terreno perennemente congelato che si trova nel sottosuolo, specialmente a latitudine elevata e ad alta quota.

Ma se non fosse più così?

Le immagini del fiume Ambarnaya color diesel hanno fatto il giro del mondo. 20 000 tonnellate di combustibile si sono riversate nel corso d’acqua a causa del cedimento di un serbatoio della centrale di Norilsk. Il basamento della cisterna posava su questo strato, che si sarebbe sciolto, causandone la rottura. Nonostante aver dichiarato l’emergenza, la regione oramai era una delle più inquinate del pianeta.

Siberia: incendi devastano la Repubblica di Sakha.

Il Permafrost Carbon Feedback è il processo di rilascio di anidride carbonica e altri gas serra. Se, ad oggi, la maggior parte dell’inquinamento atmosferico è di origine antropica, i modelli futuri dovranno tenere conto anche di questo fattore “naturale”. Il carbonio contenuto in questo strato, ma anche piante, microbi e animali accumulati nel suolo artico perennemente ghiacciato per migliaia di anni potrebbero essere rilasciati ed essere un punto di non ritorno per il clima. Questo aumenterebbe esponenzialmente i costi per la mitigazione e l’adattamento.

Leggi anche: “Disastro ambientale in Siberia”

E il Polo Sud?

Se le temperature record hanno raggiunto il polo più a settentrione del nostro globo, è il caso di vedere quale sia la situazione dall’altro capo del mondo. In un articolo pubblicato il 29 giugno dalla rivista Nature Climate Change, la situazione descritta è preoccupante. Anche qui, infatti, si è registrato un riscaldamento di tre volte superiore rispetto alla media. L’aumento dei gradi centigradi dell’oceano Pacifico tropicale occidentale avrebbe causato anomalie nel mare di Weddell, a ridosso del continente antartico.

Lo studio ha dimostrato come la variabilità atmosferica interna abbia potuto indurre cambiamenti climatici estremi a livello regionale, occultandone alle misurazioni ogni tipo di segnale di riscaldamento durante il ventunesimo secolo.

Il ghiaccio, invece, non ha risparmiato la Terra del Fuoco. Il 30 giugno, Río Grande si è risvegliata a -14,5°C, con le auto e, addirittura, le onde del mare congelate. La temperatura percepita era di -20°C. Non accadeva dal 1995, con gli abitanti della città che hanno dovuto fare i conti con i tubi dell’acqua sotto zero e problemi alle forniture idriche.

Se in Siberia incendi e temperature record stanno devastando milioni di ettari di bosco, anche il Polo Sud è afflitto dai cambiamenti climatici.

Un’emergenza perenne non è più emergenza

Non possiamo affrontare qualsiasi tipo di sfida imprevista come emergenza. Se il 2020 sta dimostrando che è necessario saper affrontare più problemi allo stesso tempo, ecco che serve imparare ad avere una visione sistemica dei fenomeni. Il circolo vizioso di cattivi comportamenti sta solamente accelerando la concatenazione di eventi negativi per l’ambiente. Lo scioglimento del ghiaccio nell’Artico potrebbe andare a favore delle industrie petrolifere e minerarie? Bisogna mettere la salute della comunità e delle generazioni future prima di ogni tipo di interesse privato. Le scelte prese dal proprio governo non sono in linea con gli standard virtuosi personali? È giunto il momento di prendere coscienza del potere del cittadino in una democrazia. La soddisfazione per il raggiungimento di obiettivi su piccola scala sono messi in ombra da una mala gestio diffusa? È tempo di attivarsi.

Più della metà delle foreste del mondo sono localizzate in Russia, Brasile, Canada, Stati Uniti e Cina. La Federazione russa possiede il 20% di area boschiva del mondo, ma solo nel 2018 ne ha persa più di cinque milioni e mezzo di ettari. Finché si penserà alla Siberia come una regione remotissima nello spazio e nei costumi, non si potrà cambiare veramente. Cambiare paradigma di pensiero è il primo passo per salvare la Siberia, l’Artico, e tutta la Terra.

Australia, incendio favorisce estinzione animali

australia incendio

Li posso già sentire, i commenti astiosi di chi dice sia più doveroso e rispettoso pensare agli esseri umani, invece che agli animali. Agli esseri umani che hanno perso la casa, il terreno, magari anche qualche familiare durante il devastante incendio che sta colpendo l’Australia dal luglio dello scorso anno. Questi commentatori, che sono mossi, non lo metto in dubbio, da una vicinanza emotiva alla popolazione australiana, credono che la minaccia alla biodiversità sia un problema secondario.

Il cerchio della vita

L’errore madornale che l’umanità ha compiuto sin dall’antichità, però, sta proprio qui. Nel considerare l’uomo non parte di quella stessa biodiversità, bensì un essere superiore, speciale, al centro del cerchio, non parte di esso. La biodiversità consiste nella varietà di esseri viventi che popolano la terra. E in quella varietà ci siamo anche noi. Siamo all’interno di questa catena e proprio grazie ad essa la nostra specie riesce a sopravvivere.

Leggi anche: “Che cos’è un ecosistema e perché è importante”

Come si legge sul sito del Wwf, la biodiversità costituisce l’infrastruttura che sostiene tutta la vita sulla Terra. I sistemi naturali e i cicli biogeochimici che la diversità biologica genera consentono un funzionamento stabile dell’atmosfera, degli oceani, delle foreste, dei vari territori e dei bacini idrici. Essi costituiscono i prerequisiti per l’esistenza della società umana e di tutte le altre specie che abitano il nostro Pianeta. Se quindi una o più parti della catena viene a mancare, anche la specie umana ne risentirà, e le famiglie con cui empatizzare per la perdita dei propri cari saranno purtroppo molte di più.

La minaccia all’ecosistema australiano

L’Australia e le sue foreste sono tra i luoghi più ricchi di biodiversità del Pianeta. Il continente infatti contiene 244 specie selvatiche che non si trovano da nessun’altra parte del mondo. Molte di queste, però, sono molto delicate e in quanto tali già a rischio estinzione. Chris Dickman, ecologista dell’Università di Sydney, ha affermato che 34 specie e sottospecie di mammiferi australiani sono scomparsi negli ultimi 200 anni, rappresentando il più alto tasso di estinzione di qualunque regione nel mondo.

Gli incendi anomali degli ultimi mesi stanno quindi colpendo un’area già molto fragile. Qualcuno potrebbe ribattere che in Australia non sono affatto anomali durante la stagione estiva. In realtà, però, lo sono. Non in quanto rari, bensì per la loro portata e la loro durata. Come si legge sull’Economist di solito il periodo caratterizzato dai roghi comincia in ottobre, a metà della primavera australiana, mentre nel 2019 gli incendi sono iniziati già a luglio.

Le vittime dell’incendio in Australia

Nelle scorse settimane in Australia si sono registrate le temperature più alte mai documentate, con una media di 41,9 gradi centigradi. Questo fenomeno può non causare direttamente gli incendi, che sono spesso dolosi. E’ causa però di una grave siccità cominciata in Australia Orientale tre anni fa che ha creato una grande quantità di materiale secco molto infiammabile. La portata del recente incendio in Australia, inoltre, è stata la più devastante della storia del paese. Dall’inizio dei roghi, infatti, circa 5,8 milioni di ettari di terra è stato bruciato, mentre gli incendi che avevano devastato l’area di Canberra nel 2003 avevano incenerito meno di 4 milioni di ettari.

Otre alle venti vittime e le migliaia di case distrutte, secondo il Wwf sono circa mezzo miliardo gli animali che hanno perso la vita durante l’incendio in Australia. L’ecologista Dickman ha infatti affermato che 480 milioni di animali sono stati uccisi solo nel Nuovo Galles del Sud. In questo calcolo sono stati inclusi mammiferi, uccelli e rettili, in mancanza dei quali l’ecosistema perde un grande parte dei suoi ingranaggi. Per esempio, gli animali nativi bandicoot e poteroo aiutano a spostare le spore fungine che garantiscono una ricrescita della vegetazione dopo gli incendi. “Se quegli animali muoiono – dice Dickman, quel “servizio ecologico” muore con loro”.

https://twitter.com/Lonewolf_vuk/status/1214278172360855552?s=20

Koala e altri animali in pericolo per l’incendio in Australia

Un altro dato importante è la morte di 8000 koala, animale simbolo dell’Australia già a rischio estinzione. Rimanevano infatti in tutto solo 28 mila esemplari e soltanto in questi ultimi giorni quasi un terzo dell’intera popolazione è stato carbonizzato. La causa è anche il fatto che questi animali non sono abbastanza grandi e agili per poter scappare velocemente dalle fiamme.

Kangaroo Island, nel sud dell’Australia, è caratterizzata da una rara popolazione di piccoli marsupiali chiamati dunnart. Il ricercatore Pat Hodgens aveva installato delle telecamere per scattare loro delle foto e studiarli. L’isola, però è stata duramente colpita dagli incendi. Da dicembre due persone sono morte e il fuoco ha distrutto 100 mila ettari di foresta, oltre che aver carbonizzato tutte le telecamere di Hodgens. E probabimente, insieme a quelle, anche molti dei dunnart dell’isola.

https://twitter.com/terrainecology/status/1213969999057932288?s=20

Australia, incendio causa morti silenziose

La vera perdita di vita animale è però sicuramente molto più alta di 480 milioni. Questo numero, infatti, non include tutti gli insetti, i pipistrelli e le rane, anch’essi essenziali per il cerchio della vita. Gli uccelli, infatti si nutrono di insetti invertebrati che la mancanza di pioggia e ovviamente il fuoco si sono portati via.

Ad essere in forte pericolo sono anche le rane della foresta pluviale del Gondwana, in particolare la rana a marsupio. Questa specie ha bisogno della lettiera umida per sopravvivere e non tollera il fuoco. Per questo si teme che gli incendi abbiano causato una mortalità di massa, tanto che ci si chiede se sarà necessario riclassificare questa specie di rane da “vulnerabili” a “in via di estinzione”.

Il professor Richard Kingsford, direttore della University of New South Wales Centre for Ecosystem Science, ha efficacemente sottolineato che “noi non vediamo questi animali più piccoli venire inceneriti. Ci sono in corso migliaia di morti silenziose“.

Gli alberi, esseri viventi loro stessi

Tra queste morti silenziose non bisogna dimenticare gli alberi stessi, habitat di molti animali, fonte di ossigeno ed esseri viventi loro stessi. Nelle Blue Mountains, tra novembre e dicembre gli incendi hanno incenerito il 50% delle riserve dove vivono specie di alberi altamente minacciate di estinzione e considerate quasi “fossili viventi”, poiché in vita da milioni di anni. E’ andato perso anche il 48% delle famose Gondwana reserves, foreste pluviali che esistono dal tempo dei dinosauri. Sono sopravvissute proprio perché sono state raramente toccate dagli incendi. Maurizio Rossetto, un ecologo evoluzionista del Royal Botanic Garden di Sydney, ha fatto notare che «molti di questi alberi hanno una corteccia sottile che non fornisce loro protezione contro il fuoco»

Ci saranno perdite anche dopo l’incendio

Il professor David Lindenmayer dell’Australian National University ha affermato che il mezzo miliardo di animali uccisi direttamente dal fuoco è soltanto l’inizio. “Il grosso problema è che, dopo l’incendio, molti animali hanno perso il loro habitat e non hanno un posto dove nutrirsi o ripararsi”. Il professor Kingsford ha affermato che gli incendi priveranno molte specie di uccelli degli alberi. Questi sono per loro fonte di nutrimento, poiché ospitano invertebrati e producono frutti, e permettono loro di nidificare e, quindi, di riprodursi.

Come si legge sul Guardian, i mammiferi che sono riusciti a scappare, una volta tornati non troveranno altro che un paesaggio aperto, senza nessun riparo. Una vera e propria “arena di caccia” per volpi e gatti selvatici, che così li decimeranno. “I vombati, che possono sopravvivere al fuoco più dei koala in quanto sono animali sotterranei, non troveranno più cibo in una terra totalmente bruciata” ha detto alla BBC il professor John Woinarski, dell’Università Charles Darwin.

Eventi (quasi) paragonabili all’estinzione dei dinosauri

Mike Lee, professore di biologia evoluzionistica alla Flinders University, ha paragonato i recenti incendi in Australia alla caduta catastrofica del meteorite che portò all’estinzione dei dinosauri e alla quasi totale sparizione della vita sulla terra. L’impatto di quell’evento infatti portò all’estinzione del 75% delle specie viventi. La causa è stata, in primo luogo, una anomalia nelle temperature, che al tempo erano più basse rispetto alla media. E’ stato chiamato “l’inverno nucleare”, poiché piccole particelle lanciate nell’atmostera dopo l’esplosione hanno bloccato la luce del sole per anni. La lunga e fredda oscurità che ne seguì ha ucciso quasi tutti gli ecosistemi, dalle piante e i fitoplankton fino agli essere viventi più complessi.

Recenti ricerche hanno poi mostrato come anche una serie di enormi incendi hanno potuto causare questa estinzione di massa. L’asteroide, infatti, ha rilasciato detriti infiammati in tutta l’atmosfera, e la maggior parte delle foreste hanno quindi preso fuoco.

Australia, incendio ma non solo

Alcuni scienziati, comunque, hanno sottolineato come non sia stato non solo il fuoco, ma una serie di eventi concatenati a causare la morte di quasi tutti gli esseri viventi. Ma questo non deve consolarci, perché sembra quasi quello che sta succedendo adesso. Gli incendi infatti aggravano la situazione in cui già si trova la terra in questi anni.

Il nostro pianeta ha già perso metà della sua copertura forestale a causa degli umani. Le foreste rimaste, poi, sono costantemente minacciate da un cocktail antropogenico di deforestazione forzata, utilizzo non sostenibile del suolo, specie selvatiche invasive. Anche altri ecosistemi, poi, sono in pericolo, come gli oceani, i mari e i fiumi che si inquinano e acidificano. I ghiacciai si sciolgono e l’atmosfera è inquinata. Gli animali vengono cacciati per seguire le mode o una dieta non sostenibile. Gli esseri umani proliferano senza controllo e con loro tanti inutili bisogni.

Leggi anche: “Gli oceani si sono ammalati”

Mike Lee conclude il suo articolo dicendo che, dopo l’estinzione dei dinosauri, ci sono voluti milioni di anni di rigenerazione ed evoluzione poiché la biosfera del nostro pianeta prendesse nuova vita. E noi in pochissimi anni stiamo carbonizzando intere ere geologiche durante le quali la catena della vita si è faticosamente ma meravigliosamente formata.

L’Australia brucia ma il mondo pensa ad altro

l'Australia brucia

L’Australia brucia e il fuoco non accenna a fermarsi. La situazione è talmente allarmante che è stata definita “una bomba atomica”. Nonostante i tentativi di chi prova a isolare gli incendi australiani come se fossero un fenomeno eccezionale, è ormai certo che la causa principale sia il cambiamento climatico. Tutto questo accade mentre in Occidente si discute di un’ipotetica terza guerra mondiale; non di bombe metaforiche, ma di veri e propri arsenali: “nuove e bellissime attrezzature” pronte ad essere usate “senza esitazione”, ha twittato ieri Trump. Questa concomitanza di eventi ci dimostra che nel 2020 non abbiamo ancora imparato niente, ci mette di fronte alla vulnerabilità dell’uomo e ci ricorda tristemente che siamo una società dipendente dalle fonti non rinnovabili.

L’Australia brucia per il cambiamento climatico?

Le stime degli incendi in Australia sono per ora approssimative, ma le maggiori testate riportano dati allarmanti. “Brucia un’area grande come il Belgio”, recitava il Corriere Della Sera ancora prima di Natale. E ancora, per Il Post si tratterebbe di “un’area grande come Piemonte e Lombardia insieme”. Trasformando questi paragoni in numeri, l’area interessata dagli incendi corrisponde a 50mila chilometri quadrati. 500 milioni di animali sono rimasti uccisi, 24 il numero delle vittime per ora accertate; numerosissimi i dispersi e migliaia le famiglie sfollate perché le loro case sono state spazzate via dalle fiamme. Uno dei video più impressionanti ritrae gli scaffali dei supermercati completamente vuoti, dato che anche i beni primari stanno iniziando a scarseggiare.

Il fenomeno degli incendi in Australia non è nuovo, l’Australia brucia ogni anno, ma mai con questa intensità. Infatti, la stagione della siccità, e quindi del rischio incendi, inizia abitualmente ad ottobre, ovvero a fine primavera nell’emisfero australe. Nel 2019 i roghi sono invece apparsi già a luglio, a causa di una siccità estrema che persiste da ben tre anni. Le temperature hanno raggiunto picchi mai registrati in precedenza: 48,9 gradi a Sidney e 44 a Camberra. Esattamente come per l’Amazzonia ad agosto, le immagini rosse di fuoco stanno facendo il giro del web e l’hashtag #PrayforAustralia è fra i primi su Twitter.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia”

Gli incendi e il negazionismo climatico

Non mancano però i negazionisti, quelli che provano ad isolare il fenomeno dicendo che il cambiamento climatico non ha nulla a che fare con questi roghi. E potremmo finirla qua, dato che i negazionisti rappresentano solo l’1% della popolazione mondiale. Purtroppo però in quell’1% risulta anche il primo ministro australiano Scott Morrison, il quale ha aspettato settimane e mesi prima di dichiarare lo stato di emergenza e mobilitare l’esercito. Da sempre difensore dell’industria del carbone (che in Australia alimenta quasi due terzi dell’elettricità e rappresenta il secondo prodotto esportato), Morrison tre anni fa aveva addirittura portato un pezzo di carbone in Parlamento: “non abbiate paura” disse in modo provocatorio verso gli australiani progressisti che da tempo si battono per una transizione energetica verso fonti rinnovabili.

A novembre 2019 il primo ministro australiano ha inoltre dichiarato che non esiste evidenza scientifica che leghi le emissioni del carbone con l’aumento degli incendi in Australia. Le critiche hanno raggiunto l’apice quando, in piena crisi di incendi, Morrison ha lasciato il paese per festeggiare il Natale con la famiglia alle Hawaii. Numerosi connazionali hanno espresso il proprio disappunto, anche tramite forme artistiche come quella qui riportata.

L’Australia brucia ma i leader mondiali guardano altrove

Noi occidentali non possiamo permetterci di deriderlo, perché più o meno implicitamente i politici che abbiamo in casa stanno facendo lo stesso gioco. Difatti altri due hashtag molto popolari su Twitter in queste ore sono #WWIII (World War III) e #IranUsa. L’uccisione del generale iraniano Soleimani per mano dell’esercito americano ha inaugurato l’anno con un clima di alta tensione che molti paragonano agli esordi dei due conflitti mondiali del ventesimo secolo. Queste due escalation di eventi, gli inarrestabili incendi in Australia e il fumo dei raid aerei in Medio Oriente, sono così distanti sulla carta geografica ma così vicini concettualmente se si guarda all’azione politica che sta dietro a queste scellerate decisioni. Il carbone nelle mani del premier australiano e la guerra per il petrolio ci riconducono alla stessa amara verità: siamo una società fondata sulle energie non rinnovabili.

Il Medio Oriente rappresenta il cardine di una civiltà mondiale che da 150 anni basa il proprio modello di sviluppo sull’estrazione di petrolio. Un terzo della produzione mondiale di petrolio al mondo proviene da quella zona; anche gli Stati Uniti, sebbene ora risultino primi produttori di greggio al mondo grazie alle politiche favorevoli di Trump, sono dipendenti dalle importazioni del Golfo Persico (nel 2018, hanno importato 1,4 milioni di barili al giorno). Per quanto riguarda l’Italia, nel 2019 ha importato il 29% del petrolio da Iraq e Arabia Saudita. Il nostro paese ha forti interessi anche nella sponda meridionale del Mediterraneo: le nuove instabilità in Libia hanno infatti creato un forte dibattito fra i leader italiani.

Leggi il nostro articolo: “Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento”

Il cambiamento climatico richiede una transizione rapida e coraggiosa

Il cambiamento climatico è il prodotto di queste interazioni, della corsa all’oro nero, unito a gas e carbone, che nessuno ha il coraggio di fermare. Una parte della Terra brucia per le troppe emissioni e il resto del pianeta continua a farsi guerra per accaparrarsi nuove materie prime che rendano questo mondo ancora più invivibile. Non basta pregare sui social se continuiamo a scegliere di essere rappresentati da politici che fissano le proprie strategie nel breve termine e dentro i propri confini, per poi andare a derubare chi sta di là dal muro.

Non possiamo più permetterci di avere leader che si vantano di spendere trillioni nella difesa nazionale e che allo stesso tempo presiedono il paese con il più alto tasso di emissioni storiche e pro-capite al mondo. Già a settembre un articolo del Guardian intitolava così le tensioni in Medio Oriente: “Se il mondo corresse dietro al sole, non dovrebbe combattere per il petrolio”. Quei trillioni potrebbero essere indirizzati verso la transizione verde che tutti noi stiamo aspettando, mettendo finalmente fine alla dipendenza dalle fonti non rinnovabili.

“Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”. È appena iniziato il nuovo decennio, l’ultimo in cui sarà possibile fermare l’orologio del cambiamento climatico prima della completa catastrofe, dicono gli scienziati. L’Australia ci sta dando l’ennesima prova che non possiamo più continuare come abbiamo sempre fatto. Gli unici eserciti che hanno ancora ragione di esistere nel 2020 sono quelli che provano a fermare il cambiamento climatico.

https://twitter.com/blkahn/status/1213870775754616833

Leggi il nostro articolo: “Perchè anche la COP25 è fallita”

Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia

L’Australia sta bruciando ormai da diversi giorni. Le regioni del Queensland e del New South Wales, quelle dell’area di Sidney e Brisbane, stanno assistendo inermi agli incendi più catastrofici della loro storia. I morti sono già 4, centinaia le case distrutte e pare che sia solo l’inizio. Le fiamme al momento non sono contenibili da un intervento umano e i danni saranno incalcolabili.

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(AAP Image/Michael Sainty) NO ARCHIVING, EDITORIAL USE ONLY

“Sembra un’enorme palla di fuoco. Le fiamme più grandi che io abbia mai visto”

A pronunciare queste parole è stato Kieron Gatehouse, un giovane pompiere del villaggio di Marlee nel New South Wales: “Di solito da quella parte puoi scorgere una grande montagna. Ora è invisibile per via del fumo, ma l’altra notte le fiamme si alzavano fino a 60-70 metri sopra la sua cima”.

Una versione sottoscritta anche dal Capitano del Rural Fire Service della regione Mick Munns: “Si tratta sicuramente del peggiore incendio che mi si sia mai parato di fronte in 20 anni di lavoro. Siamo esausti. La stagione degli incendi in Australia è iniziata già da qualche tempo e i miei uomini sono già stanchissimi”. Il Premier della regione ha dichiarato lo stato di emergenza. Sono arrivati rinforzi da Canberra, Adelaide, Obart e Port Macquarie. Anche l’esercito è stato chiamato ad intervenire ma la situazione stenta a migliorare.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che stanno devastando la California”

L’impotenza dell’Australia di fronte agli incendi

I pompieri hanno invitato i cittadini residenti nelle zone limitrofe agli incendi ad abbandonare le proprie case con un messaggio che non necessita di ulteriori spiegazioni: “Non ci sono abbastanza camion per ogni casa. Se chiamate per chiedere aiuto non aspettatevi che arrivi il camion. Non aspettatevi che qualcuno bussi alla porta. Non aspettatevi una chiamata. La vostra opzione più sicura è quella di lasciare in anticipo l’abitazione”. Parole che hanno il sapore dell’impotenza dell’uomo di fronte alle conseguenze più nefaste dei cambiamenti climatici.

L’Australia sarà infatti una delle zone del mondo in cui sarà più difficile vivere. E gli incendi che la stanno devastando non sono altro che un’anticipazione di ciò che potrebbe diventare la normalità. Il paese stava affrontando già dalla scorsa estate un periodo di siccità record che ha rinsecchito la vegetazione facendola diventare terreno fertile per eventi di questo tipo. La scarsa umidità, i 37 C° e le raffiche di vento che hanno toccato i 90 km/h hanno fatto il resto. Gli incendi al momento attivi nelle regioni del New South Wales e del Queensland sono più di 60. Gli ettari a fuoco più di 1 milione.

Le immagini apocalittiche degli incendi in Australia

Le immagini che giungono dal web sono molto simili a quelle che si potrebbero vedere in un film “fantascientifico” sull’apocalisse. Il colore del cielo oscilla tra il rosso fuoco, per via delle fiamme, ed il nero, per via del fumo e della polvere. Ma in uno scenario di questo tipo c’è ancora chi pensa – o finge di farlo solo per difendere i propri errori passati e i propri interessi presenti/futuri – che i cambiamenti climatici non abbiano nulla a che fare con tutto ciò.

Leggi il nostro articolo: Venezia e i politici con l’acqua alle caviglia. L’immagine di un fallimento

In Australia si è insediato al governo, a partire dal 24 agosto 2018, Scott Morrison, leader del partito Liberale. Morrison, tanto per cambiare, non è noto al pubblico per le sua idee filoambientaliste. Sotto il suo governo è infatti stato dato il via libera per lo sfruttamento a tappeto di tutte le miniere di carbone del paese. Circa 3 anni fa il neo Primo Ministro australiano aveva portato in Parlamento proprio un pezzetto di carbone dicendo ai suoi colleghi di non esserne spaventati. Uno dei suoi più fidati consiglieri, McCormack, ha dichiarato, in piena emergenza incendi, che gli ambientalisti “hanno peggiorato la situazione di proposito” mettendo i bastoni tra le ruote alle operazioni di spegnimento degli incendi. John Barilaro, governatore della regione di Sidney, ha dichiarato in Senato, durante un dibattito sul tema, che parlare di cambiamento climatico “è una disgrazia”.

Gli interessi privati che si celano dietro tali prese di posizione sono abbastanza chiari in un paese dove il settore estrattivo è uno di quelli più redditizi, specialmente per quanto riguarda carbone, gas e uranio.

Indovinate chi l’aveva previsto?

Di fronte ad affermazioni di tale assurdità l’opposizione non ha esitato a rispondere confermando più volte l’esistenza della connessione tra gli incendi e i cambiamenti climatici. L’Australia ha da sempre una “stagione degli incendi” ma sono stati innumerevoli gli esperti ad aver affermato che quest’anno sono iniziati molto prima e che la quantità e l’intensità delle fiamme saranno sicuramente maggiori rispetto al passato. Indovinate un po’ chi aveva previsto tutto questo? Gli scienziati del clima. Ebbene sì. Anche questa volta ci hanno preso. Che novità!

Leggi il nostro articolo: L’Italia sarà la prima nel mondo ad insegnare clima nelle scuole

In un articolo del Guardian Tom Beer, che ha lavorato più di 40 anni per il CSIRO – Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation – ha raccontato di come gli sia stata commissionata una ricerca sugli effetti che i cambiamenti climatici avrebbero avuto proprio sulla stagione degli incendi in Australia. I risultati e le previsioni che ne scaturirono erano ovviamente azzeccatissime. Noi continuiamo a ripeterlo e non ci stancheremo di farlo. Tutto quello a cui stiamo assistendo è stato ampiamente previsto da quasi 30 anni. Italia e Australia sono due facce della stessa medaglia, quella dei cambiamenti climatici. Per fortuna, le persone se ne stanno accorgendo. Chissà se lo faranno in tempo anche i politici e l’economia.

Non solo Amazzonia: migliaia di incendi anche in Africa

Mentre gli incendi continuano a devastare la Foresta Amazzonica, non solo in Brasile ma nel Sud America intero, c’è un’altra zona del mondo che, è proprio il caso di dirlo, è stata messa a ferro e fuoco dall’uomo negli ultimi giorni. Si tratta dell’area centro-occidentale del continente africano. In Angola e Repubblica Democratica del Congo gli incendi stanno devastando delle aree verdi ancora più grandi di quelle registrate in Amazzonia. Come al solito, nel silenzio generale. Se, infatti, la questione amazzonica ha, molto lentamente, guadagnato l’attenzione dei media non si può dire lo stesso per ciò che sta succedendo in Africa. Ma ciò non vuol dire che il problema sia minore.

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In rosso le aree colpite da incendi negli ultimi 7 giorni. Fonte: Global Forest Watch

Più di 10.000 incendi in Africa centro-occidentale

Se si prendono in considerazione solo gli ultimi 7 giorni i dati sono impietosi. Il numero di roghi registrati in Brasile in questo lasso di tempo si attesta a 2.217. Se giriamo invece lo sguardo in Angola e nella Repubblica Democratica del Congo il dato sale a 10.395. Le immagini che si possono vedere sull’applicazione Global Forest Watch, che si avvale dei dati raccolti dai satelliti Terra e Aqua della Nasa, sono a dir poco scioccanti.

Leggi l’articolo: Più carne più deforestazione. Il report di Greenpeace

Oltre ai due Stati già citati, le fiamme stanno colpendo anche vaste aree di Zambia, Malawi, Tanzania, Mozambico e Madagascar. In poche parole gli incendi stanno devastando tutta l’Africa centro-meridionale. Risulta addirittura molto complicato quantificare i danni in termini di ettari di aree verdi scomparse.

Come opera la lobby dell’agribusinees

Come in Amazzonia e, più in generale, nella maggior parte dei casi questi tristi avvenimenti sono di origine dolosa. L’uomo dunque appicca volontariamente questi incendi con un unico scopo. Quello di liberare ampie fette di terreno che possano poi essere utilizzate per sistemi di coltivazione intensivi o per l’allevamento del bestiame, anche questo allevato in maniera intensiva. La cenere che si deposita dopo i roghi, infatti, sul breve termine rende il terreno più fertile. Purtroppo però questo processo lo rende rapidamente inutilizzabile. Va inoltre specificato come in Brasile, almeno fino all’arrivo di Bolsonaro, l’utilizzo di queste tecniche era, per quanto possibile e seppur con qualche falla, regolamentato.

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In queste zone dell’Africa, invece, risulta molto più difficile riuscire a stringere la cinghia a causa, spesso, della mancanza di risorse necessarie per la salvaguardia di queste zone. A fare le spese degli incendi in Africa non sono solo le foreste ma anche ampie zone di savane, praterie ed altri ecosistemi. Anche la cadenza temporale di questi eventi non è affatto casuale. A fine Settembre, infatti, arriverà la stagione delle piogge. Tutto ciò non fa altro che confermare la malafede e la dolosità di questi incendi.

Non solo criminali, c’è anche chi combatte

Il rischio di sentirsi totalmente impotenti di fronte a tutto questo è dietro l’angolo. Per non scoraggiarsi, oltre a guardare chi gli alberi li brucia, occorre mettere sotto i riflettori anche chi, invece, ha compreso a pieno la necessità di rimboschire il pianeta invece di deforestarlo.

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In Etiopia, come già riportato dalla nostra redazione, sono infatti stati piantati 353 milioni di alberi in un solo giorno. Un avvenimento simile è stato registrato anche in India dove, in appena 12 ore, sono stati piantati 6 milioni di alberi. In Italia sono già pronti 400.000 alberi per rimboschire le foreste distrutte lo scorso anno nelle Dolomiti. Ecosia, il motore di ricerca che pianta alberi e a cui sarebbe buona cosa convertirsi, ha annunciato che, nei prossimi 6 mesi, pianterà 1 milione di arbusti in più rispetto a quanto previsto in Brasile.

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Insomma, di fronte ad una lobby che mira dritto al profitto infischiandosene di un qualsiasi vincolo etico e morale, c’è anche chi resiste e si mette in gioco in prima linea per combattere quest’enorme ingiustizia. Ciò che ci serve non è altra soia piena di sostanze chimiche, né tanto meno altra carne da mangiare. Quello di cui abbiamo bisogno è un pianeta in salute che sia in grado di mettere freno all’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il tempo stringe. Salviamo gli alberi e salveremo noi stessi.

Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora.

Caldo record in quasi ogni parte del mondo, siccità, ghiacciai che si sciolgono ad una velocità mai vista prima, alluvioni e ondate di caldo. Tutti scenari già ampiamente previsti dagli scienziati di tutto il mondo. La causa di tutto ciò è una sola e, come se ci fosse bisogno di tutto questo per confermarlo, si chiama riscaldamento globale. In un’annata che potrebbe passare alla storia come la più influenzata dai cambiamenti climatici, le notizie di eventi estremi che si succedono ogni giorno nei giornali di tutto il mondo non lasciano più spazio ad alcun tipo di interpretazione al di fuori di quella da anni paventata dai climatologi. Il cambiamento climatico esiste e, se niente sarà fatto per contrastarlo, avrà conseguenze terrificanti.

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Giugno è stato il più caldo della storia

Il mese di giugno del 2019 è stato il più caldo mai registrato da quando c’è disponibilità di dati. Ad annunciarlo è stata l’ Agenzia dei Satelliti dell’Unione Europea. I dati che hanno portato a questa conclusione sono stati registrati dal Copernicus Climate Change Service per poi essere analizzati dallo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts. La temperatura media in tutta Europa è stata di 2 gradi al di sopra della media con picchi di 6-10 °C in Francia, Germania e nord della Spagna. Gli esperti hanno inoltre espresso la loro preoccupazione per l’aumento della probabilità del verificarsi di simili scenari anche nel prossimo futuro, con un grado di probabilità 5 volte maggiore rispetto alla norma.

La recente ondata di calore ha infranto ogni record in Francia toccando la temperatura più alta mai registrata nel paese (45,9 °C). Alcune zone della Spagna sono state messe in ginocchio da incendi di una portata altamente distruttiva. Il nostro paese viene messo a ferro e fuoco da bombe d’acqua di portata apocalittica. Peter Stott, uno studioso dei cambiamenti climatici del Met Office, ha dichiarato che “un’ondata di calore del genere sarebbe stata più mite di 4°C se si fosse verificata 100 anni fa”. I dati, ancora una volta, non lasciano scampo.

Anche l’Alaska brucia: toccati i 32 °C

Questa serie di avvenimenti preoccupanti non hanno però colpito solamente l’Europa. Nella città più fredda degli Stati Uniti, Anchorage (Alaska), sono stati raggiunti i 32,2 °C. La stessa temperatura della Florida. Il record precedente risale al 1969 quando furono toccati i 29 °C. La temperatura media, in questa stagione, dovrebbe invece essere intorno ai 18 °C. Secondo gli esperti l’aumento della temperatura nella regione, verificatasi negli ultimi anni, è dovuto al riscaldamento dell’Oceano Artico. I dati su scale temporali più ampie ci dicono inoltre che l’intera regione si sta scaldano due volte più velocemente rispetto alla media globale.

Le conseguenze di tutto ciò sono quelle che, ormai e a malincuore, conosciamo bene. Oltre a provocare lo scioglimento di ampie aree di ghiacciai che esistevano da milioni di anni, il clima secco e il caldo, in regioni con una così fitta vegetazione, finiscono per scatenare numerosi incendi. Il che significa un’ulteriore immissione di anidride carbonica nell’atmosfera e una contemporanea perdita di alberi, la migliore tecnologia che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici.

I cambiamenti climatici lasciano l’India senz’acqua

La situazione più preoccupante su scala globale, da un punto di vista umanitario, si sta tuttavia verificando in India. Alcune zone del paese, tra cui la regione del Chennai, sono vittima di un periodo di siccità che dura da più di 200 giorni. Nelle aree più aride sono state toccate temperature al di sopra dei 50 °C. Fiumi e laghi in diverse regioni hanno iniziato a prosciugarsi e la disponibilità di acqua potabile diminuisce di giorno in giorno. Le persone hanno smesso di lavare i vestiti per salvaguardare le poche riserve idriche a disposizione e l’IMD ha dichiarato che la popolazione è a rischio di contrarre malattie gravi indipendentemente dalle fasce d’età. La causa principale di tutto ciò è un ampio ritardo nell’arrivo del periodo delle piogge.

Secondo un articolo comparso sul quotidiano La Stampa, inoltre, le razioni di acqua potabile nella penisola asiatica vengono distribuite solamente ai ricchi, con conseguenze devastanti sulla maggior parte della popolazione più povera. Un’ulteriore riprova di ciò che ha già previsto l’ONU: a salvarsi dai cambiamenti climatici potrebbe essere solamente la fascia più abbiente della popolazione mondiale ovvero proprio quella più responsabile del riscaldamento globale.

Una situazione simile si era verificata anche in Australia nei mesi scorsi, a conferma del fatto che nelle regioni equatoriali avvenimenti di questo tipo capiteranno con sempre maggiore frequenza. Altre notizie di problemi causati dai cambiamenti climatici giungono anche da Cuba, dove le temperature hanno infranto ogni record, così come in Cina. La Russia è soggetta ad alluvioni mai viste prima nel paese. In Messico una tempesta ha lasciato le strade di Guadalajara sotto un metro di ghiaccio. Serve altro?

Guadalajara, Messico. Video. The Guardian

I cambiamenti climatici non sono più un’opinione

Per anni abbiamo dovuto assistere a persone, per lo più mal informate, che parlavano dei cambiamenti climatici causati dall’uomo come di una cosa non certa. Non è bastata una percentuale di climatologi, convinta che il riscaldamento globale esista, che tocca il 97%. Così come non sono bastate le immagini di ghiacciai che si sciolgono a vista d’occhio e la discesa in piazza di milioni di ragazzi in tutto il mondo.

Ora non ci sono più scuse. I cambiamenti climatici stanno iniziando a mietere vittime nelle parti più povere del mondo e non ci vorrà molto prima che inizino a farlo anche nelle altre. Per anni siamo stati avvisati di tutto ciò e per anni ci siamo voltati dall’altra parte, sperando che qualcun altro si prendesse carico del problema. Ma questo non si risolverà da solo. I cambiamenti climatici sono qui, oggi più che mai. E ciò a cui stiamo assistendo è solo un piccolo assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi 50 anni. Ma abbiamo ancora tempo per metterci una pezza. Non ci resta che iniziare a farlo, in fretta.