Energie rinnovabili: flop alle aste per l’installazione

Non è una buona notizia per l’ambiente quella che stiamo per dare. Nonostante siamo in un momento in cui la questione ambientale è attualità stretta, quotidiana, di tendenza potremmo dire, continuiamo a vedere che molti se ne riempiono la bocca ma pochi fanno azioni concrete. Una nuova dimostrazione di ciò ce la da il Gestore dei Servizi Energetici. GSE è una società pubblica incaricata di assegnare i contributi per chiunque scelga di investire nelle energie rinnovabili. In seguito all’ultimo lotto di aste organizzate dalla società per assegnare le installazioni, gran parte di esse non sono state acquistate.

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I numeri delle energie rinnovabili

Come sovente sta accadendo nel nostro Paese, anche l’ultimo lotto di aste per l’installazione di centrali di sfruttamento delle energie rinnovabili si è dimostrato un flop. Entriamo nel merito, facendoci aiutare da alcuni numeri. GSE ha messo all’asta – nelle settimane passate – 1.582 megawatt (MW) di nuova capacità. La quantità avrebbe potuto – e dovuto – attirare l’attenzione di alcuni attori importanti nel mercato energetico. In realtà sono state ricevute offerte soltanto per 98,9 di questi MW. Le aziende ne hanno poi acquistati 73,7. Sarà questa la quantità sulla quale saranno portati avanti progetti di sfruttamento delle energie rinnovabili. Parliamo di meno del 5% della disponibilità totale.

Sulla totalità dei 73,7 MW assegnati, 41,2 se li è aggiudicati ENEL. L’asta di giugno è andata peggio di quella di maggio, nella quale fu venduta soltanto il 12% della potenza posta in vendita.

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Foto di Free-Photos da Pixabay 

Questi numeri ce la raccontano lunga su quanta strada ci sia ancora da fare, in Italia, prima di poter davvero entrare nell’era delle energie rinnovabili. Facciamo un esempio che funga da paragone anche per il profano. Nel corso dei 12 mesi del 2020, il nostro Paese ha messo all’asta 1.800 GW complessivi di energia pulita. GSE ha ricevuto offerte solamente per 470. L’anno scorso è stato naturalmente difficile e complicato e si potrebbe pensare che la longa manus del covid abbia influito in maniera considerevole, falsando il dato. Nello stesso periodo, però, in Spagna sono stati messi all’asta ben 3mila MW di energie rinnovabili. Madrid ha ricevuto richieste per oltre 9mila.

Burocrazia e opposizioni locali, ostacoli spesso insormontabili

Sembra proprio, dunque, che le aziende energetiche non ne vogliano sapere di investire in Italia. Per quale motivo? Le ragioni sono, in realtà, più di una. Il primo problema è una vecchia conoscenza nel nostro Paese, quel leviatano chiamato burocrazia che, inevitabilmente, finisce per rallentare qualunque cosa. I tempi medi di un processo autorizzativo in Italia sono di 5 anni: un lasso di tempo davvero troppo lungo. Ciclicamente i governi mettono l’accento su quanto ci sia bisogno di agevolare gli iter burocratici; un vero e proprio problema in questo Paese, capaci di ostacolare chiunque. Ciclicamente, questi programmi vengono disattesi.

Non è la burocrazia l’unico alto gradino da superare per chiunque voglia fare delle energie rinnovabili il proprio core business. Queste imprese, infatti, si trovano spesso contro comitati di ogni genere, nemici delle infrastrutture che occorrono per sfruttare a dovere una produzione pulita. Enti locali, comitati cittadini, amministrazioni comunali, sovrintendenti del Ministero dei Beni Culturali che bocciano i progetti poiché deturpano il paesaggio… Non è certo semplice insediare una centrale che sfrutti energie rinnovabili, nel nostro Paese. Gran parte dell’Italia è vittima della cosiddetta sindrome nimby ovvero not in my backyard. L’espressione inglese descrive un atteggiamento davvero comune, secondo il quale le persone non si dichiarano contrarie a centrali elettriche da energie rinnovabili – o a qualunque altra novità, però non le vogliono vicino a casa. Non a caso, letteralmente, la frase si traduce con “non nel mio cortile”.

Energie rinnovabili in Italia: lo stato attuale

L’Italia installa ogni anno, in media, circa 800 MW di energie rinnovabili. Per raggiungere l’ambizioso – sebbene necessario – obiettivo europeo di ottenere il 70% di energia pulita nel 2030, dovremmo salire a 7mila MW l’anno di nuova potenza. I numeri sono quelli indicati dal Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Servirebbe un immediato cambio di rotta, dunque. Eppure non stiamo certo assistendo a nulla del genere.

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Foto di Klaus-Uwe Gerhardt da Pixabay 

Situazione allarmante per le energie rinnovabili

Il CEO di Enel Green Power, nonché direttore responsabile della Global Power Generation division, Salvatore Bernabei, si è espresso in maniera piuttosto chiaro sull’attuale situazione italiana. La ha definita preoccupante.

“Il risultato della quinta asta GSE ha visto assegnare circa il 5% della capacità disponibile da energie rinnovabili. L’offerta per i progetti è stata notevolmente inferiore ai volumi di gara e la partecipazione è stata di pochissimi operatori. Siamo ai minimi mai registrati e si tratta di una situazione preoccupante per l’Italia.”

“La lentezza dei processi autorizzativi e l’incertezza sulla capacità di realizzazione rappresentano un freno alla transizione ecologica del Paese. Occorre trovare una soluzione per raggiungere gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Gli operatori di un comparto fondamentale per la ripartenza hanno bisogno di certezze.”

Bernabei non si è sicuramente nascosto. Ha ragione da vendere quando sottolinea come ci sia un problema. Numerosi altri Paesi, come la Spagna che abbiamo già citato, puntano in maniera molto aggressiva alle energie rinnovabili, consci che sono queste a costituire la strada maestra per la decarbonizzazione. In Italia questo forse non lo capiamo o comunque, come sistema Paese, non siamo in grado di supportare chi davvero vorrebbe mirare sulla trasformazione in energia di fonti rinnovabili agevolando loro il compito. Di questo passo, le richieste di Bruxelles per una riconversione in tempi brevi non potranno che essere disattese.

Clima: stiamo sbagliando tutto

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Chi ci legge abitualmente lo sa ormai bene. Qui su L’EcoPost raramente diamo buone notizie. Non dipende da noi. Basta guardarsi un pò intorno per vedere con i propri occhi quanto inadeguata sia l’umanità rispetto ad una delle sue battaglie principali: quella per il clima. Tutti parlano di surriscaldamento globale, di disastro climatico e di crisi grave e profonda. Quasi nessuno fa veramente qualcosa di concreto. Le organizzazioni ambientaliste lo gridano da tempo, restando però inascoltate. Inevitabilmente, ci rimettiamo tutti.

Sono già passati 6 anni dagli applausi e la felicità in diretta streaming e televisiva della conclusione della conferenza di Parigi. Quel summit mondiale lasciò molti ambientalisti e numerosi scienziati delusi, eppure era già qualcosa. Purtroppo però, le promesse messe nero su bianco in quella sede sembrano essere restate tali.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Il report sulle energie rinnovabili

Sul fronte della battaglia per il clima una sfida considerevole è quella riguardante l’energia. La transizione verso le rinnovabili è però troppo lenta e questo causa inquinamento. La produzione di elettricità pulita dovrebbe crescere ad un ritmo 8 volte maggiore rispetto alla percentuale con cui lo sta facendo oggi. Una velocità inferiore correrebbe il rischio di non riuscire a smarcarci dal fossile in tempo utile per tenere sotto controllo il surriscaldamento. A quanto ci dicono le indicazioni pubblicate da IRENA – International renewable energy agency, l’agenzia internazionale per le energie rinnovabili – il capitale investito nella transazione deve aumentare in maniera netta per supportare questa accelerazione. In base al report intitolato World energy transitions outlook, da qui al 2050 dovremmo aumentare del 30% gli investimenti nel settore. In soldoni, parliamo di 131 trilioni di dollari in 30 anni, ovvero 4,4 all’anno.

Rispetto a oggi, la capacità mondiale di produrre elettricità rinnovabile dovrà aumentare di oltre 10 volte. La sola elettrificazione dei trasporti dovrà segnare una crescita del 3000%. I numeri sono tanto netti da fare paura. Eppure lo scopo non vuole essere questo, bensì quello di rimarcare una volta in più come non esistano alternative alla transizione energetica. Se infatti vogliamo mantenere le nostre condizioni di vita almeno pari a quelle moderne (risultato che appare sempre più difficile da raggiungere) non possiamo continuare a bere energia come stiamo facendo oggi. Questo è un altro punto chiave. Accanto ad un aumento della produzione deve collocarsi una riduzione della domanda di energia. L’efficienza non può più essere trascurata.

Dalla Danimarca una decisione a favore del clima

I Paesi del Nord Europa, nonostante custodiscano ingenti quantità di petrolio nel sottosuolo, sono più virtuosi della media degli altri Paesi sviluppati quando si tratta di clima. La Danimarca sta portando avanti un disegno interessante, che auspichiamo sia d’esempio ad altri. Il governo del Paese scandinavo si è assicurato la copertura politica – e attende ora quella economica per circa 34 miliardi di dollari – per realizzare il maggior progetto integralmente dedicato alla green energy sulla Terra. Si tratta della realizzazione di un’isola energetica artificiale sulla quale saranno installate centinaia di torri eoliche. Tramite questa infrastruttura la Danimarca punta in maniera concreta alla neutralità climatica entro il 2050. Il parco offshore sorgerà nel Mare del Nord, 80 chilometri lontano dalla costa occidentale. L’estensione dell’isola raggiungerà i 120mila metri quadrati.

In completamento entro il 2033 questo parco fornirà inizialmente 3 gigawatt di elettricità dal vento. Poi i gw saranno portati a 10. Già entro il 2030 Copenhagen punta ad abbattere le proprie emissioni del 70% grazie soprattutto a questa struttura. L’obiettivo è sicuramente ambizioso e sarebbe inverosimile in gran parte dei Paesi europei. In Danimarca, però, il 40% della produzione energetica è già eolica al giorno d’oggi, dunque il risultato è più vicino di quanto si possa credere.

Leggi anche: “Svolta in Danimarca: stop al petrolio dal Mare del Nord”

La preoccupante situazione mondiale

A Parigi, lo sappiamo, era stata presa la decisione di contenere l’aumento del surriscaldamento globale entro il grado e mezzo. In realtà, sul pianeta stiamo andando nella direzione opposta. L’innalzamento delle temperature è proiettato ben più alto e non potrà che aumentare qualora la strada intrapresa per inseguire la ripresa economica al termine della pandemia – che grazie ai vaccini potrebbe non essere troppo distante – sarà quella cinese. La superpotenza asiatica, infatti, ha deciso di recuperare i ritardi nella crescita economica dovuti al coronavirus sorvolando sulle emissioni. Per restare all’interno dei limiti imposti a Parigi il consumo di combustibili fossili, principalmente petrolio e carbone, dovrebbe scendere di oltre il 75% da qui al 2050.

Secondo IRENA, così come per la maggior parte delle associazioni sue colleghe, si può ancora sperare in una transizione energetica sostenibile, però bisogna agire in fretta. Abbiamo scritto queste parole ormai decine di volte, eppure ogni volta che le ripetiamo il tempo è inferiore rispetto al monito precedente. Arrivati ad un certo punto, questo gap non sarà più colmabile. Tutti i Paesi che possiamo definire sviluppati stanno puntando in maniera netta verso la neutralità carbonica. Essa non corrisponde certo all’obiettivo ultimo delle emissioni zero ma è già un buon punto di partenza dal momento che stiamo scrivendo di nazioni che, da sole, producono oltre il 50% delle emissioni globali.

Dalla pandemia un’opportunità

Durante l’emergenza Covid, dalla quale non siamo ancora usciti, abbiamo avuto prova di come quelle economie già più vicine alla soluzione sostenibile si siano dimostrate più resilienti. Ricordiamo infatti lo storico giorno in cui il prezzo del petrolio è sceso sotto lo 0; in tale frangente abbiamo avuto una tangibile prova di quale debba essere la strada da intraprendere. Possiamo dunque prevedere – e augurarci – che saranno sempre più ingenti le risorse investite nella transizione. Investitori e mercati, dal canto loro, sembrano sempre più propensi a collocare i loro capitali in questo ambito. Non tutto è oro quel che luccica, però. Dobbiamo infatti vigilare, come elettori, che i governi e le classi dirigenti puntino davvero alla transizione e non siano soltanto impegnati in atti di greenwashing.

Greenwashing, l’ipocrisia è nemica del clima

È già capitato altre volte che enti si impegnassero moltissimo a parole per il clima, difendendo a spada tratta la necessità di puntare forte sulla transizione ma facendo poi l’esatto contrario. Abbiamo anche denunciato, su queste stesse pagine, banche e aziende che, in barba alle dichiarazioni pubbliche, continuano ad investire in maniera cospicua sul fossile. Purtroppo questo problema esiste. Per salvare la faccia e migliorare la propria reputazione, tanti applicano la strategia di mostrarsi ambientalisti a favor di camera, quando in realtà continuano ad inquinare o a fomentare l’inquinamento con le loro azioni e operazioni finanziarie. Il greenwashing è ipocrisia. Sfortunatamente, però, in tempi come questi dove tutti parlano di clima, cavalcare quell’onda gioca a favore di molti, compresi quelli che non hanno il minimo interesse e la minima sensibilità ambientale.

Piccoli ma importanti passi da intraprendere per il clima

Se dobbiamo agire ora faremmo bene a cominciare fin da subito. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, com’è risaputo, e bisogna evitare di cadere – volutamente o meno – in quella trappola appena descritta che si chiama greenwashing. Come possiamo dunque muoverci?

Approfondimento dell’Università della Calabria sulla neutralità climatica in Europa

Partiamo da un ragionamento a medio termine: nel prossimo futuro saranno le rinnovabili a dominare il mondo dell’energia. Questa è una buona cosa. Non possiamo però certo attendere. Già oggi abbiamo a disposizione tecnologie che ci permettono di procurarci energia abbattendo al massimo, in alcuni casi anche fino allo 0, le emissioni. Queste tecnologie non sono molte, né a buon mercato ma possiamo renderle tali. Come? Perché non iniziare trasferendo la totalità dei fondi e dei sussidi che oggi vanno a beneficio del fossile all’energia rinnovabile? Alcuni Paesi si stanno già attrezzando per farlo ma c’è anche chi non se ne cura affatto. Questo sarebbe il modo più semplice e veloce per convertire il sistema di accaparramento energetico meno impattante e più efficiente. I singoli Paesi potrebbero cominciare a farlo nel loro piccolo. Esattamente come la Danimarca.

IRENA è l’istituzione sovranazionale più importante relativamente alle energie rinnovabili, forte di 163 Stati che ne fanno già parte e altri 21 in fase di adesione. Potrebbe essere l’organismo atto a dare linee guida, quando non proprio a prendere le decisioni in questo ambito ma non vi riesce. Non è infatti mai facile trovare una linea comune quando le decisioni vanno prese in tanti. Numerosi tra gli aderenti, infatti, sono esportatori di petrolio o altre fonti fossili. Per tal motivo, non è certo semplice convincerli a rinunciare ai propri introiti. Se dunque dall’alto non vi è modo, almeno nell’immediato, di mettere tutti d’accordo, incamminando l’intero pianeta su una strada alternativa, possiamo ribaltare la prospettiva e provare a farlo dal basso.

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Schieriamoci

C’è da scongiurare una catastrofe, se per caso il concetto non fosse ancora chiaro. L’anidride carbonica che stiamo emettendo non è sostenibile per il nostro pianeta. Di fatto, ci stiamo avvelenando da soli. È allora compito nostro prendere la sfida nelle nostre mani, cogliere l’importanza del momento e sollecitare chi decide a fare scelte che mirino alla tutela ambientale. Ciò vale a livello locale, nazionale e sovranazionale. Già noi e il nostro vicino dobbiamo cominciare a impegnarci in prima persona. Agire concretamente può apparire faticoso ma è con l’esempio che si insegna. Il miglior modo per convincere altre persone é mostrare che stiamo svolgendo la stessa mansione che abbiamo richiesto a loro.

Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico

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Che ruolo svolgono le foreste nel contrasto al cambiamento climatico? Il legno potrebbe costituire una valida risorsa energetica? Il tema delle foreste e della loro gestione genera sempre un acceso dibattito. Abbiamo intervistato Luca Caverni, laureato in Scienze Forestali e studioso in questo ambito. Dalle sue parole si evince come una corretta pianificazione forestale potrebbe favorire una gestione dei boschi in grado di mitigare i cambiamenti climatici.

Perché gestire le foreste italiane?

1. Luca, potresti descriverci brevemente la situazione forestale italiana e cosa significa gestione forestale?

“L’Italia è bella e nota grazie anche al suo territorio, caratterizzato da colline e montagne scarsamente popolate. La maggior parte dei lettori, probabilmente, se si affacciasse dalla finestra non osserverebbe foreste (sinonimo di boschi  – comma 1 art. 3 D.lgs 34/2018) seppure queste occupano il 38% della superficie nazionale, ma aree urbane e palazzi (anche io vi rispondo da questa situazione) questo perché le foreste si trovano prevalentemente nelle Aree Interne del Paese. Le foreste italiane sono tra le più ricche a livello europeo per diversità di specie e categorie forestali e per questo sono anche tra le più protette nel continente. Questa ricchezza è anche frutto della interazione millenaria tra l’uomo e la natura. Infatti in Italia meno di un sesto dei boschi (15.4%) non presenta tracce di interventi selvicolturali passati.

Tra i molti esempi del costante rapporto tra uomo e foresta vi è sicuramente il Codice Forestale Camaldolese, testimonianza di come per oltre 8 secoli i monaci hanno gestito i boschi, dimostrando una profonda sintonia tra ricerca spirituale e cura della foresta (oggi all’interno di un Parco Nazionale).

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Foto credit: AlwaysIthaka

“Il 66% delle foreste è di proprietà privata”

Gestire le foreste significa compiere delle scelte, nel rispetto della normativa vigente, conciliando, attraverso azioni concrete, gli aspetti ambientali, economici e sociali che un bosco esprime. Un fattore fondamentale, che consente di conoscere meglio le caratteristiche di ogni foresta, individuarne la vocazione, garantirne la tutela e una gestione lungimirante ed equilibrata nel tempo è la pianificazione forestale. Eppure ad oggi solo il 18% della superficie forestale nazionale è sottoposto ad un Piano di gestione forestale (livello di pianificazione più dettagliato). Grazie alla storia e alla ricerca abbiamo a disposizione conoscenze molto accurate che stimolano continuamente il miglioramento delle tecniche di pianificazione gestionali. Preme sottolineare un aspetto relativo alle foreste private: attualmente il 66% della superficie è di proprietà privata, contraddistinta da una marcata frammentazione fondiaria e dall’assenza di gestione per buona parte della superficie”.

Le foreste nel contrasto al cambiamento climatico

2. Che importanza ha la gestione forestale nel contrasto al cambiamento climatico?

Le foreste, essendo composte da alberi (organismi viventi), non sono elementi statici del paesaggio ma crescono in volume (in Italia quanto 39 piscine olimpioniche[1] ogni giorno) e superficie (un campo da calcio[2] ogni 9 minuti). Essendo vive, reagiscono agli stimoli, inclusi quelli del clima, ma con il cambiamento in atto le loro “reazioni” potrebbero compromettere i servizi ecosistemici (ovvero funzioni e beni primari) finora garantiti. Certamente le foreste vivrebbero anche senza l’uomo, tuttavia è l’uomo che non vivrebbe senza le foreste. Infatti i servizi ecosistemici che le foreste assicurano nel tempo sono di tre tipologie: regolazione e mantenimento (qualità dell’aria, depurazione dell’acqua, prevenzione incendi, protezione dal dissesto idrogeologico…), approvvigionamento (di legname, prodotti spontanei…) e culturali (benefici immateriali, spirituali, ricreativi e sanitari…).

L’IPCC prevede che i disturbi alle foreste boreali (tempeste di vento, incendi e fitopatie…)  conseguenti alle variazioni climatiche, possano diventare più intensi e frequenti. Tuttavia un recente articolo di Nature ricorda come la gestione forestale consenta di aumentare la resilienza e la stabilità delle foreste nel lungo periodo. In questo modo si può preservare o incrementare il carbonio stoccato nella foresta (beneficio evidenziato anche dall’IPCC) e mantenere la biodiversità (par. 2.2.4 Strat. UE Biodivesità 2030).

Gestire le foreste non è sinonimo di deforestare

Quindi, come spiegato al punto 1, gestire non è deforestare, cioè convertire la foresta in altro uso del suolo che rappresenta la seconda causa dei cambiamenti climatici dopo la combustione di fonti fossili. Le cause della deforestazione sono molteplici, tra queste vi è anche il commercio illegale di legname di cui l’Europa è uno dei principali importatori. Anche la deforestazione incorporata, di cui siamo “inconsapevolmente” responsabili attraverso acquisti quotidiani (alimentari, pellame…) non appropriati, contribuisce a danneggiare le foreste.

Tra le varie misure di contrasto messe in atto, l’UE ha individuato, oltre al ripristino forestale, anche la gestione forestale in grado di agevolare una bioeconomia più attenta alle dinamiche globali. L’uso del legno rappresenta comunque un elemento cui non possiamo rinunciare, perché essendo CO2 “solidificata”, materiale riciclabile e alternativo ad altri più energivori (cemento, plastica…), ci consente di mitigare i cambiamenti climatici. Un’altra azione fondamentale di mitigazione dei cambiamenti climatici è la messa a dimora e cura nel tempo del verde urbano“.

Il legno: preziosa risorsa rinnovabile?

3. Foreste e biomassa: esiste un acceso dibattito sulla possibilità di ricavare energia dal legno. Da una parte c’è chi sostiene che non si possa utilizzare il legno perché si compromette il patrimonio forestale, intaccando così la sua capacità di immagazzinare anidride carbonica. Dall’altra c’è chi sostiene che il legno possa costituire una preziosa fonte di energia rinnovabile. In questo quadro che ruolo ha la gestione forestale nel fornire combustibile necessario al Paese?

“Alcune premesse:

  • Entro il 2050 in UE non si dovranno più generare emissioni nette di gas serra.
  • Il settore energetico provoca l’80,5% delle emissioni di gas serra nazionali;
  • In Italia le energie rinnovabili soddisfano il 17,8% dei consumi finali lordi complessivi;
  • La quota di fabbisogno energetico nazionale soddisfatta da importazioni è il 75% del totale.

Precisazioni:

  • In Italia, in UE e nel mondo le bioenergie sono la principale energia rinnovabile;
  • Le biomasse sono incluse tra le fonti rinnovabili (art. 2 D.lgs 387/2003);
  • Il termine biomassa è molto ampio (qui mi riferirò solo ai prodotti e residui forestali);
  • Sulla neutralità climatica c’è un acceso dibattito scientifico, oltre che politico;
  • L’Italia è il primo importatore al mondo di legna da ardere, e quarto di pellet.
  • Dalle foreste italiane, secondo la stima più alta, si preleva solamente il 37,4% del volume che cresce annualmente mentre la media europea è del 65-67%.

Il ruolo della politica nella gestione forestale

Considerati i rischi delle importazioni e il basso tasso di prelievo, ritengo quest’ ultimo accettabile e incrementabile. Tuttavia esso non deve necessariamente soddisfare l’intero fabbisogno nazionale tenuto conto che il legno viene chiaramente impiegato anche per altri fini (tessile, strutturale…). Rispetto alla finalità energetica, vista la scarsa indipendenza nazionale e il rilevante ruolo delle bioenergie, applicando il “principio a cascata”, per cui il legno debba essere impiegato prima per i suoi fini durevoli (Strategia forestale UE e nazionale), si possono conciliare le diverse destinazioni d’uso. Ai fini energetici si destinano soprattutto i residui, così da massimizzare l’impatto positivo delle biomasse verso il clima, che comunque non devono rappresentare l’unica fonte energetica nazionale.

Le politiche dovrebbero sostenere filiere territoriali (senza distorcere il mercato) e tecnologie in grado di abbattere le emissioni. La realizzazione dell’uso a cascata del legno richiede: la pianificazione forestale, la formazione degli operatori, la conoscenza delle aree circostanti al bosco e l’attuazione di processi partecipativi. C’è tanto ancora da fare rispetto alle foreste, ma diffido da soluzioni uniche e sempre valide; la selvicoltura è una scienza, influenzata da tanti fattori nella sua applicazione, ma essenziale per orientarci nelle scelte“.

Leggi anche: “CO2 in netto calo nel 2020, eppure non basta”


[1] volume della piscina: 2500 m3

[2] dimensioni campo da calcio: 110m x75m=8.250 m2.

Rinnovabili, Italia fa un (piccolo) salto in avanti

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Nell’oceano di brutte notizie che si infrangono ogni giorno sui lidi delle testate internazionali, è spuntata un’onda anomala che interessa l’Italia: quella delle rinnovabili. Secondo l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano condotta da ENEA, infatti, le rinnovabili in Italia hanno visto un’accelerazione, specialmente negli ultimi due anni. Un risultato certamente buono, non fosse che gran parte del “merito” è da attribuirsi a un evento non proprio felice: quello della pandemia.

Rinnovabili in Italia: i dati che fanno sperare

L’Indice ISPRED è stato elaborato da ENEA per misurare la transizione energetica italiana sulla base dell’andamento di prezzi, sicurezza e decarbonizzazione. Ed è proprio qui che scorgiamo la buona notizia. L’indice ha infatti segnato un aumento su base annua del 38%, anche grazie a un continuo abbassamento dei prezzi delle rinnovabili. Per quanto riguarda le importazioni di tecnologie low carbon dall’estero, anche qui vediamo un forte aumento (+27%, per un valore di 2,2 miliardi di euro), soprattutto per veicoli elettrici, ibridi e batterie. Queste ultime categorie, in particolare, sono passate dal coprire il 33% dell’import green nel 2019, al 56% nel 2020. Nel complesso, quindi, la quota di rinnovabili sui consumi finali è pari a circa il 20% (era 18% nel 2019). Questo dato consente all’Italia di superare il target Ue del 17% imposto per il 2020.

Di pari passo, assistiamo a una costante decarbonizzazione, che nel 2020 ha accelerato del 40%. La forte diminuzione della richiesta di petrolio e carbone ha spinto al minimo storico dal 1961 la quota di fossili nel mix energetico. Una quota che però rimane ancora molto alta, visto che si attesta al 72% nel 2020 (contro il 74% del 2019). La capacità eolica e solare è comunque in crescita, e si stima che passerà dal 16% attuale al 25% nel 2030.

Rinnovabili in Italia: ancora molto da fare

Tra burocrazia lenta e blocchi culturali

Purtroppo, molti lati oscuri caratterizzano questo significativo, ma apparente miglioramento nel settore delle rinnovabili in Italia. Innanzi tutto, il gas resta la prima fonte energetica della Nazione (37,4%). Le rinnovabili, in valore assoluto, hanno subito un aumento di appena l’1%. L’Italia sembra quindi non riuscire a spingere del tutto il piede sull’acceleratore quando si tratta di energia pulita. Il primo ostacolo è dato dalla monumentale torre burocratica italiana e dal continuo scarica barile di responsabilità fra Stato, Regioni ed enti locali.

In secondo luogo, sussiste un grande blocco culturale che impedisce a imprenditori e investitori di dare adito anche solo al pensiero di costruire centrali di energia pulita sul territorio. Un esempio è quello di Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club. Egli aveva censito 160 progetti di impianti per produrre biometano da rifiuti organici e scarti agricoli. Sono però stati tutti bloccati da comitati di cittadini “informati” e da sindaci riottosi ai nuovi progetti. Forse in nome di un paesaggio che andrà comunque distrutto dagli effetti ormai noti e sempre più vicini dei cambiamenti climatici.

Come riporta il Sole 24 Ore, in Italia ogni mese si realizzano impianti eolici da 6 megawatt e impianti fotovoltaici per 54 megawatt. Un risultato ancora lontano dalla cifra da raggiungere per soddisfare gli obiettivi Pniec (Piano Energia e Clima) entro il 2030: 83 megawatt per l’eolico e 250 megawatt per il fotovoltaico. Terna ha dovuto realizzare l’elettrodotto di alta tensione Adriatic Link al largo e sul fondo del mare, con un aumento dei costi che sarà pagato dai cittadini. Il tutto perché le autorità locali ne hanno impedito la costruzione sul suolo nazionale. Confindustria ha calcolato che questi rallentamenti sulle rinnovabili apportino una perdita al Paese di 600 milioni di euro all’anno.

Soldi e pandemia

Un terzo freno è dato dai prezzi delle energie rinnovabili, che restano più elevati rispetto al resto d’Europa. Il motivo è legato soprattutto al ruolo determinante che l’import di rinnovabili gioca per l’Italia, vista la mancanza di fonti domestiche. Il tutto nonostante la nostra Nazione abbia un altissimo potenziale in questo settore. La nostra geografia privilegiata, specialmente nell’Italia meridionale, permetterebbe infatti di sfruttare facilmente le principali fonti, come eolico, fotovoltaico e idroelettrico. Settori che aiuterebbero a colmare la ferita ancora pulsante che divide il Nord e il Sud, innescando in quest’ultima zona incalcolabili progressi nella sfera lavorativa, economica e sociale.

Un ultimo aspetto da considerare è l’effetto dei lockdown dal 2020 ad oggi. I consumi di combustibili fossili si sono drasticamente ridotti, dando quindi l’impressione di una decarbonizzazione de facto. Non dobbiamo dimenticare, però, che il trend potrebbe ribaltarsi nuovamente una volta terminata l’emergenza epidemiologica. In questo articolo approfondiamo la questione.

Per concludere lasciando un barlume di speranza e motivazione, è doveroso sottolineare come gli sforzi della politica italiana del post-pandemia siano maggiori rispetto agli anni passati. In cima alla lista delle priorità che si è posto il nuovo ministero della Transizione ecologica vi è proprio l’aggiornamento del Piano Energia e Clima ai nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni posti dall’Europa (-55% entro il 2030). E, per la prima volta, sembra esserci anche la fondamentale disponibilità economica per farlo. Basti pensare che il 37% dei 209 miliardi in arrivo dall’Europa andranno a finire proprio nell’appena confezionato nuovo ministero. Ora non resta che vedere se esiste una disponibilità anche politica, sociale e culturale per affrontare la transizione che ci è stata promessa.

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Le foreste bruciano: come la corsa al rinnovabile devasta il bosco

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Ci sono stati in cui il patrimonio forestale è ingente. All’interno dell’Unione Europea, le repubbliche baltiche – Lettonia ed Estonia in particolare – sono regioni ove le foreste son presenti in abbondanza. Un’inchiesta del Guardian, testata nota per l’impegno che mette a favore dell’ambiente, ha recentemente messo in luce come esse vengano gestite davvero male, a quelle latitudini e nel resto della UE. Il motivo del loro eccessivo sfruttamento si deve, oltre all’endemica incapacità della politica di salvaguardare l’ecosistema, che non è certo soltanto un problema estone e lettone, all’inseguimento di forme di energia pulita.

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Foto: Pixabay

Colpe dei governi e complicità dell’Europa

Nel 2015 il governo estone approvò una pessima misura. Concesse infatti l’autorizzazione (documento in lingua) al disboscamento di alcune porzioni della rigogliosa riserva naturale di Haanja. Ciò consentì la rimozione di aree intere di foresta matura e la rimozione di tronchi storici, interi. Questo alleggerimento delle norme per il disboscamento in Estonia fu figlio di un aumento nella richiesta internazionale di legno. La domanda non aumentò solamente per mobili ed edilizia ma anche a causa di un colpevole che può sorprendere: le politiche europee sul rinnovabile.

Camminando all’interno dell’area della riserva naturale è ormai consueto trovare ceppi che ricordano l’esistenza di alberi abbattuti. L’azienda Valga Puu ha immediatamente approfittato della nuova normativa per presentarsi in loco con le asce. Il brand appartiene alla Graanul Invest Group, maggior produttore europeo di pellet in legno. Questo materiale è bruciato su scala industriale, come biomassa per luce e riscaldamento in pressoché tutte le centrali precedentemente alimentate a carbone.

In Estonia le foreste ricoprono 2 milioni di ettari di superficie nazionale. A conti fatti, ci accorgiamo che si tratta di quasi il 50% dell’intero suolo estone – che ammonta a 4 milioni e mezzo di ettari circa. 380mila di questi 2 milioni di ettari, riserva naturale di Haanja inclusa, appartengono al network europeo Natura 2000. Tale rete è stata progettata per tutelare le foreste europee e i rifugi di specie animali rare e protette. Haanja è la casa di 29 di queste, tra cui cicogna nera, quaglia reale e clanga pomarina. Nessuno a Bruxelles ha fatto nulla per fermare bulldozer e boscaioli.

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Natura 2000 e la giurisdizione forestale nazionale

Le zone tutelate da Natura 2000 sono gestite all’interno delle direttive europee per la protezione degli uccelli, una norma risalente al 1979 e poi aggiornata. A questo provvedimento è stata poi affiancata la normativa per la protezione degli habitat del 1992. Teoricamente, dovrebbero essere queste due leggi a tutelare le zone protette dalla UE. In realtà, però, il disboscamento delle foreste è regolamentato dai governi nazionali, i quali possono tranquillamente calpestare le misure europee sui propri territori nazionali. In Estonia, ad esempio, l’unico limite è quello di non danneggiare le paludi e di evitare l’abbattimento di tronchi durante la stagione degli amori per gli uccelli.

La ONLUS estone ELF (Estonian Fund for Nature) non dà la colpa della distruzione delle sue foreste soltanto al governo. Giustamente, mette la dinamica in una prospettiva più ampia, senza perdere mai di vista il quadro generale. Come sempre, si tratta di una dicotomia tra ambiente e crescita economica. Siim Kuresoo, portavoce di ELF, afferma come ci sia una diretta connessione tra la grande crescita dell’industria europea della biomassa sollecitata e sostenuta da Bruxelles e l’accelerazione del disboscamento delle foreste sul Baltico.

“Vi sono chiare prove che l’intensificazione del disboscamento è guidata almeno in parte da una maggiore richiesta di biomassa per energia e riscaldamento. Oltre la metà dell’esportazione di pellet in legno prodotti nel 2019 in Estonia e Lettonia è andata in Danimarca, Olanda e Regno Unito. Possiamo dunque dire che l’energia pulita usata in quei Paesi ha direttamente contribuito all’abbattimento delle foreste nelle repubbliche baltiche.” Si legge in un report redatto da ELF e la Società Lettone di Ornitologia, di cui Kuresoo è stato co-autore.

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Foto: Pixabay

Foreste minacciate

Tra il 2001 e il 2019 in Estonia, Natura 2000 ha perso oltre 15mila ettari della sua area protetta. L’80% di questa riduzione è avvenuta negli ultimi 5 anni. Il governo ha progettato ulteriori interventi nelle zone su cui insistono le sue foreste. In seguito a queste autorizzazioni, gli uccelli boschivi nel Paese stanno scomparendo all’allarmante ritmo di 50mila coppie riproduttive all’anno (numeri da un report nazionale, in lingua estone.) Va da sé che la distruzione prepotente e sistematica del patrimonio forestale stia gravemente danneggiando la capacità delle macchie locali di immagazzinare carbonio. Ciò potrebbe tradursi nell’incapacità dell’Estonia di raggiungere i suoi obiettivi di emissioni zero.

Nel Paese la maggior parte della popolazione considera la natura un elemento sacro del proprio territorio. Ogni operazione di abbattimento forestale dà luogo a proteste e manifestazioni, tanto che i media locali hanno cominciato a parlare di una guerra per le foreste. Gli abitanti di Saku, una cittadina situata circa 25 km a sud di Tallinn, sono riusciti a salvare un’area di foresta che doveva essere abbattuta lo scorso anno. “Convertiamo i nostri alberi in pellet e li vendiamo ai Paesi più ricchi. Questa operazione è considerata sostenibile ma noi ne soffriamo.” Ha detto al Guardian Ivar Raig, uno degli attivisti di Saku.

Sostenibilità in fumo

La sostenibilità è al centro del dibattito europeo sulle rinnovabili. L’obiettivo è quello di rimpiazzare il carbone, il quale come sappiamo è una delle principali fonti d’emissione di carbonio. Sostituirlo con sorgenti più pulite è tra i primi obiettivi della lotta globale al cambiamento climatico. Bruciare pellet di legno invece di carbone sembra essere una soluzione ideale, semplice e neutrale rispetto all’emissione di carbonio. Quando gli alberi bruciati sotto forma di pallini legnosi sono sostituiti con nuove piantumazioni, la matematica ci dice che non incrementiamo lo stock di carbonio liberato in atmosfera. Il processo però non è rapido. Anzi, esso può arrivare a richiedere decenni. E non solo. All’interno della fornace dove viene incenerito, il legno libera più diossido di carbonio per unità energetica rispetto a gas, petrolio e anche carbonio. La dimostrazione la riportò proprio il Guardian, in un reportage del 2018. L’incenerimento di alberi per produrre energia potrebbe accelerare molto l’emissione di CO2 nell’atmosfera, allontanando sempre più gli Stati dagli obiettivi della conferenza di Parigi.

La richiesta di biomassa legnosa e di energia ottenuta dagli alberi si è imposta a partire dal 2009. Una direttiva dell’UE uscita in quell’anno imponeva a ognuno dei membri di ottenere almeno il 20% della propria energia da fonti rinnovabili entro i successivi 10 anni. La stessa misura classificava l’energia da biomassa come carbon-neutral. Tale legge è scritta male. Essa categorizza infatti l’intera energia ottenuta da biomassa legnosa come neutrale; indipendentemente dal fatto che essa sia originata da residui, scarti oppure alberi interi e sani. In tal maniera si è autorizzata la deforestazione per ottenere il pellet. Invece, bisognava specificare che il combustibile andava ricavato soltanto dagli scarti legnosi, residui del corretto mantenimento forestale.

Il video di Marco Torella fa chiarezza sulla biomassa legnosa spiegandone tipologie e conseguenze per l’ambiente

Un errore mai corretto

È un’assurdità che si possano devastare foreste per ottenere energia alternativa al fossile. Nel 2018, quando l’Europa ha deciso di raddoppiare la quota di rinnovabili, la comunità scientifica ha avvertito Bruxelles di questo problema. La politica, però, ha ovviamente preferito non danneggiare la lobby, sempre più ricca e importante a livello economico e finanziario, della biomassa. Dunque nessuno è intervenuto per modificare la misura e il vilipendio delle foreste adulte può continuare indisturbato.

Praticamente ogni Paese europeo ha aumentato la percentuale di bosco abbattuto per ottenere energia. Quasi un quarto degli alberi tagliati in Europa viene convertito in biomassa. Nel 2000 eravamo sotto la quota del 17%. La biomassa legnosa fornisce da sola il 60% di green energy nel vecchio continente; più di eolico e solare messe assieme. Naturalmente, per rispondere a una simile domanda si è sviluppata un’industria continentale il cui core business è l’ascia.

Sussidi e sovvenzioni a danno delle foreste

Gran parte della crescita del settore si deve, oltre che alle direttive europee di cui si è scritto, agli imponenti sussidi per il contribuente. Tra il 2008 e il 2018, i sussidi per le biomasse nei 27 Paesi membri della UE sono cresciuti del 143%. Nel Regno Unito, uscito il 31 dicembre 2020 dall’Unione, il supporto governativo per i progetti di biomassa arriverà ad ammontare a oltre 13 miliardi di sterline entro il 2027, anno in cui scadranno gli attuali termini sulla concessione di sussidi legati alla produzione energetica.

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Foto: Pixabay

La situazione è dunque paradossale. Naturalmente, da ambientalisti, tutti ci auguriamo che ci si liberi quanto prima del carbone e delle altre inquinanti fonti energetiche fossili. D’altra parte, però, di fronte a inchieste come quella del Guardian che si è qui messa in luce (reperibile a questa pagina; tutte le fonti di questo articolo sono in lingua, si è cercato di riportare ogni passaggio principale in lingua italiana nel testo, agevolando chi non legge l’inglese) è d’obbligo domandarsi se non lo si stia facendo nella maniera errata. Non è giusto che le foreste e la natura paghino il prezzo della riconversione energetica. È davvero sbagliato danneggiare le macchie boschive per risanare la situazione dell’approvvigionamento energetico. Se nascondiamo la polvere sotto il tappeto, spostando il problema invece di risolverlo, difficilmente potremmo ottenere grossi risultati nella lotta per il clima. La battaglia la stiamo già perdendo come umanità tutta; forse dovremmo smetterla di colpirci con fuoco amico. Ben vengano sovvenzioni, susside e agevolazioni alla riconversione energetica. Quest’ultima, però, non deve andare a danno del pianeta o siamo daccapo.

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Norvegia: la sentenza della Corte Suprema favorisce i petrolieri

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Qualche settimana fa, in occasione di una collaborazione con gli amici di Kritica Economica, avevamo già parlato di Norvegia e di come gli ambientalisti locali – e non solo – avevano portato di fronte alla Corte Suprema la questione delle esplorazioni petrolifere nel mar Artico, in acque statali. In data 4 novembre 2020, il massimo organo giudiziario del paese scandinavo aveva preso in esame i ricorsi di numerosi gruppi ambientalisti. Questi contestano infatti da tempo la strategia economica norvegese che punta fortissimo sul fossile, in particolar modo sul petrolio, sepolto in grande quantità sotto il mar Artico. Per il 23 dicembre si attendeva un pronunciamento della Corte Suprema su future concessioni esplorative. Gli ambientalisti erano ottimisti sull’esito della sentenza e contavano che l’organo giudiziario si sarebbe schierato dalla loro parte, limitando o addirittura cancellando la possibilità di future esplorazioni petrolifere. È avvenuto esattamente il contrario.

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Una piattaforma petrolifera in mare nel Nord Europa. Foto: Thomas G./ Pixabay

Il verdetto della Corte

La Norvegia ha ogni diritto di moltiplicare le trivelle in Artico e di espandere licenze e operazioni. Non lascia spazio a fraintendimenti la sentenza della Corte Suprema del paese scandinavo. Si sono così gelati – e non a causa del rigido clime norvegese di dicembre – gli animi di Greenpeace Norway e Nature and Youth, le due principali associazioni ambientaliste coinvolte in questa lotta, i due gruppi che più di tutti avevano spinto per una decisione in tribunale.

L’approfondimento video di Euronews sulla vicenda.

Tutto era nato qualche anno fa, a cavallo tra 2015 e 2016. Equinor e altre compagnie che, come lei, operano nel settore del petrolio si erano aggiudicate un’asta governativa per l’assegnazione delle licenze dei prossimi anni. Gli ambientalisti si erano subito attivati. Tale asta avrebbe violato la costituzione norvegese – la quale ha un articolo che tutela l’ambiente e ordina di preservarlo a vantaggio delle generazioni future – e sarebbe andata contro le risoluzioni della Conferenza di Parigi, la quale, all’epoca, era storia fresca seppure oggi, oltre 5 anni dopo, sembra che chiunque se ne sia dimenticato. Quasi nessuno tra gli Stati firmatari, infatti, è al passo con gli impegni presi per mantenere sotto controllo il surriscaldamento globale.

Gli argomenti ambientalisti sono stati integralmente rigettati dalla Corte. All’interno dell’organismo, che si compone di 14 giudici totali, 11 si sono schierati con il governo. Oslo può tranquillamente continuare ad estrarre idrocarburi. Esplorazione ed estrazione petrolifera, secondo la Corte, non entrano in diretto conflitto con il diritto a godere di un ambiente pulito. L’esecutivo non può essere ritenuto responsabile delle emissioni causate dall’esportazione di petrolio.

L’economia della Norvegia

Le argomentazioni della Corte Suprema possono trovare in disaccordo numerosi tra i lettori. Esse appaiono come una forzatura, un cieco meccanismo per giustificare altro sfruttamento ambientale. Dal punto di vista ambientalista, è proprio così. Dobbiamo però indossare gli stessi occhiali dei giudici della Corte Suprema se vogliamo comprendere le motivazioni del loro verdetto. Nuovamente, ci troviamo su quel territorio di confine che divide economia ed ecologia, PIL ed ambiente. Non ci dobbiamo stupire se, ancora una volta, si è scelta la lobby.

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Caratteristico porto norvegese. Si notano barche, la caratteristica architettura nordica e… un silos per lo stoccaggio del petrolio. Il settore del fossile è il principale per l’economia norvegese. Foto: Pixabay

La Norvegia è il maggior produttore di petrolio dell’Europa occidentale. Ogni giorno estrae circa 4 milioni di barili di petrolio equivalente. La politica energetica ed ambientale del governo ha inevitabilmente molto a cuore questo settore, il quale è il principale per l’economia locale. La speranza delle associazioni che avevano firmato i ricorsi era quella di riuscire ad imbrigliare Oslo e le sue politiche a riguardo. Greenpeace e Nature and Youth si erano concentrate su 10 licenze, sperando di creare un precedente valido anche per ogni altra autorizzazione. La Corte Suprema ha però dato loro torto.

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Le reazioni degli ambientalisti

Si tratta di una grave sconfitta per le associazioni ambientaliste che si erano battute per questa vicenda e, in definitiva, per l’intero Pianeta. Natur og Ungdom, norvegese per Nature and Youth, natura e gioventù, se l’è presa molto, in seguito alla sentenza. In un tweet al veleno non ha risparmiato accuse, neppure troppo velate, al governo della Norvegia.

https://twitter.com/NaturogUngdom/status/1341312299341066241?s=20

Il loro messaggio in italiano suona più o meno così: “Ai giovani di oggi manca una protezione giuridica fondamentale. Che li protegga da quei danni ambientali che mettono a repentaglio il nostro futuro. Abbiamo un messaggio per i giovani e tutti gli altri a cui importa: le elezioni arriveranno presto.” Il riferimento alle urne non esprime solo la speranza che un governo diverso si dimostri più attento all’ambiente, è anche un preciso rimando alla sentenza. Tra le varie motivazioni portate dai giudici a giustificazione del diritto governativo di procedere con le licenze, una è politica. Le toghe hanno infatti inserito un passaggio che rimanda alle posizioni espresse dai deputati in parlamento. Secondo quanto scrivono i giudici della Corte Suprema, infatti, un’ampia maggioranza parlamentare ha ripetutamente respinto le proposte per porre fine all’estrazione di petrolio.

Torniamo al ragionamento di partenza, con cui abbiamo aperto il paragrafo. Gli interessi economici sono troppo vasti, troppo importanti per sacrificarli sull’altare della lotta ambientale. Una volta in più, ci si rifiuta di riconoscere il cambiamento climatico come la sfida più importante del nostro tempo. Di nuovo, si pone l’economia sul più alto gradino decisionale.

La Norvegia e il suo petrolio

Il governo norvegese, naturalmente, ha espresso soddisfazione dopo la sentenza della Corte Suprema. Le associazioni ambientaliste, invece, hanno parlato di danni incalcolabili per il futuro. “Fa davvero male al cuore. Non perché abbiamo perso ma per le conseguenze che ci troveremo a pagare.” È il pensiero di Frode Pleym, responsabile di Greenpeace Norway. “Questa sentenza stabilisce, in sostanza, che i politici possono privarci di un ambiente vivibile.” Ha affermato Therese Hugstmyr Woie di Nature and Youth.

La Corte Suprema, nel prender questa decisione, non ha neppure tenuto conto della volontà popolare. La stessa Greenpeace, infatti, aveva proposto un sondaggio ai norvegesi prima che il tribunale prendesse una decisione. Da esso, era emerso come la maggior parte della popolazione del Paese scandinavo preferisse porre fine, una volta per tutte, allo sfruttamento petrolifero del Mar Artico. La decisione si deve alla sensibilità climatica degli abitanti. Il loro governo, però, ha scelto di non dar loro ascolto e lo stesso ha fatto la Corte Suprema.

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Energia geotermica: cos’è e a che punto siamo in Italia

energia geotermica

L’acqua calda presente nel suolo arriva in superficie, si canalizza verso case ed edifici attraverso qualche tubo e voilà, tutti hanno riscaldamento e luce elettrica gratuiti. Se fosse tutto così semplice l’energia geotermica non sarebbe sfruttata solo all’1% delle sue possibilità a livello globale. L’Italia, nonostante vanti un onorabile settimo posto nel mondo per la produzione di energia geotermica, non possiede i mezzi né tanto meno la volontà di attuare un cambiamento più radicale verso l’utilizzo diffuso di questa particolare energia pulita.

Come funziona l’energia geotermica

Più si scende nelle profondità della terra, più la temperatura aumenta. Lo scarto è di circa 3° ogni 100 metri. Questo fenomeno è dovuto al decadimento nucleare di alcuni elementi radioattivi presenti nei minerali, come ad esempio l’uranio, il torio e il potassio. Le rocce sono quindi caldissime, tanto da riuscire ad aumentare di molto la temperatura dei liquidi che entrano in contatto con esse. Una volta caldi, l’acqua e il vapore risalgono in superficie. Vengono quindi accumulati all’interno delle centrali geotermiche dove alimentano le turbine che trasformano il calore in energia elettrica. In alternativa, vengono usati in modo diretto per il riscaldamento domestico.

Purtroppo, però, l’energia geotermica non è sfruttabile in ogni luogo della terra nello stesso modo e questo è anche uno dei fattori che ne compromette la diffusione. Infatti in alcune nazioni dove l’attività vulcanica o tettonica è maggiore, come l’Islanda, le temperature delle rocce sottostanti la superficie sono più alte della media, tanto da causare fenomeni quali geyser e fumarole. In questi casi è quindi più facile estrarre l’energia geotermica anche a profondità ridotta.

L’energia geotermica in Italia

L’Italia è uno dei paesi con la maggiore capacità geotermica non solo d’Europa, ma anche del mondo. Secondo il il market report dell’European Geothermal Energy Council il Bel Paese è il secondo nel continente per la produzione di energia geotermica in valore assoluto, battendo la Turchia e persino l’Islanda, dove ad oggi circa l’85% delle abitazioni è riscaldato con energia pulita. Il punto, però, sta proprio qui. La percentuale di energia prodotta non è sufficiente a coprire la domanda di tutti gli italiani. Per l’Islanda, che conta poco più di 300 mila abitanti in tutta il paese, è sicuramente un po’ più semplice.

Nella classifica mondiale l’Italia si aggiudica un buon settimo posto. Dove sono situati, vi chiederete, questi impianti di cui pochi conoscono l’esistenza? Le centrali attive sono tutte in Toscana, divise tra le province di Grosseto, Siena e Pisa. In particolare a Larderello, sulle Colline Metallifere, troviamo l’impianto più antico del mondo, in quanto già nel 1904 il principe Piero Ginori Conti sperimentò il primo generatore geotermico. Anche il Lazio e la Sardegna però potrebbero essere sfruttate in questo senso, seguite da Sicilia, alcune zone del Veneto, dell’Emilia-Romagna, della Campania e della Lombardia. Nonostante questo altissimo potenziale però, sul totale delle rinnovabili italiane, l’energia geotermica costituisce solo il 5%, ultima tra le principali fonti, con l’idroelettrico primo al 41%. Le rinnovabili, a loro volta, occupano solo il 17,8% della domanda di energia totale.

Perché la geotermia non ha successo

Il motivo della mancata diffusione dell’energia geotermica in Italia, ma anche nel mondo, è largamente rappresentato dalla narrazione sbagliata o inesistente riguardo a questo tipo di energia. Nei fatti, invece, i vantaggi sono molto maggiori rispetto agli svantaggi, che comunque ci sono, delle centrali geotermiche. Per rendere il tutto più semplice, elenchiamo di seguito gli uni e gli altri.

Vantaggi dell’energia geotermica

  • È una fonte pulita di energia in quanto non richiede la combustione.
  • La mancata combustione irreversibile di elementi la rende un’energia, di fatto, rinnovabile, nonostante non sia inesauribile.
  • Comunque la quantità di energia geotermica prodotta dalla terra è così tanta da non rappresentare un problema di esauribilità: è pari infatti a 100 miliardi di volte il consumo energetico mondiale annuale. Con il solo geotermico, secondo uno studio del MIT, si potrebbe soddisfare il fabbisogno energico planetario con sola energia pulita per i prossimi 4000 anni 
  • Ha un potenziale altissimo in quanto è utilizzabile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, non essendo soggetta alle variazioni meteorologiche.
  • Gli scarti provenienti dalla produzione di questo tipo di energia possono essere riciclati.

Svantaggi dell’energia geotermica

  • Richiede un grande e immediato investimento in termini di denaro, che verrà coperto in un lungo periodo di tempo.
  • A salire in superficie non sono solo l’acqua e vapore acqueo, ma anche altri gas come anidride carbonica, metano e ammoniaca. Questi si riversano inevitabilmente nell’atmosfera contribuendo all’effetto serra e alle piogge acide. Bisogna però dire che una centrale geotermica emette in media 122 kg di CO2 per MWh. In una tradizionale centrale che sfrutta i combustibili fossili il carbone bituminoso (il più pulito) ne emette circa 95 ogni kWh: quindi circa mille volte in più. Inoltre i moderni impianti di estrazione hanno sistemi di misurazione e controllo e riduzione delle emissioni di gas pericolosi.
  • L’acqua che risale in superficie può portare con sé elementi chimici tossici, come il mercurio, l’arsenico, il boro e l’antimonio. Le moderne tecniche di estrazione, però, sono in grado di scambiare calore senza il contatto tra i fluidi “geotermici” e quelli utilizzati per sfruttarne il potere termico. L’acqua “sfruttata” viene poi reimmessa nella superficie terrestre, portando con sé eventuali elementi inquinanti.
  • Gli impianti geotermici potrebbero causare un aumento del rischio sismico, anche se per ora le fluttuazioni della tettonica dovute alla geotermia hanno avuto effetti irrilevanti per la popolazione.

I mini-svantaggi dell’energia geotermica

  • Le centrali occupano, ovviamente, spazio e, quindi, causano consumo di suolo (leggi il nostro articolo “C’è vita sotto la terra: perché è importante la salute del suolo“). Solitamente, però, richiedono una superficie di circa 4 chilometri quadrati per produrre circa un gigawatt, rispetto ai 12 chilometri quadrati che richiederebbe un parco eolico di simili prestazioni.
  • Consumano acqua: circa 20 litri d’acqua per MWh. Nulla però in confronto ad altri sistemi di produzione come nucleare o carbone che ne richiedono oltre mille.
  • Dagli impianti geotermici possono arrivare odori molto sgradevoli (odori sulfurei), che spesso ne impediscono la costruzione vicino ai centri abitati. Si può comunque risolvere il problema grazie alla costruzione di un impianto di abbattimento.
  • Un forte e poco piacevole impatto visivo e, quindi, paesaggistico. L’impianto geotermico, a causa delle moltissime tubature in superficie e delle alte torri di refrigerazione, è molto simile ad un’enorme fabbrica. Si stanno però già sviluppando modi per camuffare l’estetica degli impianti e renderli il più possibile in armonia con l’ambiente esterno.
Terme di Saturnia, Toscana

Disinformazione e assenza di comunicazione

Si può concludere, quindi, che la mancanza di conoscenze da parte delle autorità è determinante nell’assenza di investitori in questo tipo di energia e ha determinato il sostanziale immobilismo dello sviluppo geotermico in Italia. In più la geotermia soffre di una percezione negativa da parte delle popolazioni locali, oltre che di una preoccupazione particolare da parte dei decisori politici e dei potenziali investitori sui possibili impatti ambientali e sui rischi connessi allo sviluppo di progetti geotermici.

Però, per quanto siano necessarie delle precauzioni in concomitanza all’avvio di una centrale geotermica, quello dei suoi potenziali rischi sismici o di inquinamento costituisce uno specchio per le allodole il cui fine sarebbe quello di continuare a trarre profitto dalle ben più fruttuose centrali a carbone; oppure di evitare di investire soldi in questo settore togliendoli ad altri progetti più redditizi. Sappiamo infatti bene quanto sia inquinante e dannoso per l’ambiente e l’umanità lo sfruttamento dei combustibili fossili. Per questi, però, gli investimenti continuano ad esserci e le preoccupazioni da parte delle autorità sono quasi inesistenti.

Svolta in Danimarca: Stop al petrolio dal Mare del Nord

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Stiamo mettendo fine all’era del fossile.” È stato lapidario – in perfetto stile scandinavo – Dan Jørgensen, ministro danese per il clima. In queste poche parole, però, ha esternato un’importante svolta verso il rinnovabile. La Danimarca smetterà di estrarre petrolio. Si tratta di “un nuovo corso verde per il Mare del Nord.”

Nel servizio di Euronews, la decisione della Danimarca di rinunciare al petrolio e puntare sulle energie rinnovabili.

La Danimarca e il petrolio, una lunga storia d’amore

La penisola scandinava è il principale produttore di idrocarburi nella Unione Europea. Quella tra la Danimarca e il petrolio è una storia d’amore che va avanti da decenni. Ciononostante, il Paese è il primo della UE che si prepara ad eliminare, gradualmente, i combustibili fossili. A quanto pare, il fidanzamento è giunto al termine.

Il Parlamento danese ha annunciato che ogni futura concessione di licenze per l’esplorazione e la produzione di gas e petrolio, nella porzione di Mar del Nord che lambisce la Danimarca, sarà cancellata. Entro il 2050, il Paese non produrrà più alcun barile di petrolio. La decisione rappresenta un passo avanti ulteriore rispetto a quella della Norvegia, ove si sta discutendo in Corte Suprema il ricorso di alcune associazioni ambientaliste contro l’estrazione petrolifera nell’Artico. Il fondo sovrano norvegese – uno tra i più ricchi al mondo, continuamente alimentato dai proventi dell’oro nero – ha già tolto il proprio sostegno ad ogni azienda che abbia a che fare con gli idrocarburi.

La regione scandinava è una di quelle più legate al fossile, all’interno della UE. Il Mare del Nord, infatti è ricco di giacimenti. Eppure, è proprio a queste latitudini che si stanno proponendo politiche più attivamente mirate a contrastare il surriscaldamento ambientale e il cambiamento climatico.

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Una transizione pianificata

Nel corso del 2019 la Danimarca aveva già mandato un segnale forte e chiaro relativamente alla sua intenzione di smettere di sfruttare il petrolio. Lo Stato si era dato l’obiettivo di tagliare del 70% le emissioni di CO2 entro il 2030, tra dieci anni. Sullo stesso periodo, Bruxelles sta ancora discutendo sul fatto di raggiungere, complessivamente, meno 55% di inquinamento da anidride carbonica. Tutto è stato pianificato accuratamente. Il Paese ha stabilito un ingente stanziamento di denaro per garantire una giusta transizione ad ogni lavoratore toccato dalla fine dell’industria degli idrocarburi. Similmente, anche le compagnie petrolifere saranno rimborsate di ogni investimento già eseguito e del quale non potranno più beneficiare a seguito di questa attesa svolta.

Sono ormai anni che estrazione e produzione di idrocarburi sono in calo, nel Nord Europa. In Olanda si è riscontrato il calo maggiore, a causa dello sviluppo di fonti rinnovabili, eolico e biomassa in testa. Quella della Danimarca resta comunque una svolta epocale. Dagli anni ’70 ad oggi, infatti, il Paese ha finanziato il suo welfare in gran parte con ricavi generati dal petrolio.

Breve storia del petrolio in Danimarca

Le attività di esplorazione ed estrazione petrolifera, in Danimarca, sono state avviate nel 1972. In breve tempo, il Paese è diventato uno dei principali attori energetici della regione. Il benessere nazionale è strettamente legato agli idrocarburi; l’industria del fossile ha trainato la penisola per decenni. Non sarà più così. Con una decisione storica, il Parlamento di Copenaghen, ha deciso di virare verso le rinnovabili – eolico in primis – lasciandosi alle spalle la liaison con il petrolio. È importante sottolineare come questo provvedimento sia stato approvato in maniera trasversale. Tanto la maggioranza di centrosinistra quanto l’opposizione di centrodestra hanno avallato la decisione. Non tutto il mondo è Paese; non accade dappertutto che maggioranza e opposizione si attacchino su ogni singola decisione, su ogni singola parola, come ci ha abituato questa pessima classe politica che abbiamo in Italia. Ci sono Paesi dov’è possibile decidere assieme per il bene comune. Meno male.

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Entusiasmo e soddisfazione

“È estremamente importante il fatto che abbiamo una solida maggioranza dietro questo accordo. Le condizioni ambientali del Mare del Nord, non sono ora più in dubbio.” ha affermato un raggiante Jørgensen nel suo commento all’approvazione del provvedimento per cui tanto si è battuto. Gli ha fatto eco Helene Hagel, portavoce di Greenpeace Denmark: “Questa è una grande vittoria del movimento ambientalista. Si tratta di una decisione epocale verso la necessaria fine dei carburanti fossili. Siamo di fronte ad una svolta per il clima e tutte quelle persone che hanno lottato molti anni per fare in modo che ciò avvenisse. La Danimarca fisserà ora una data di scadenza per la produzione di petrolio e gas, affermandosi come pioniere verde.”

“Vogliamo ispirare altri Paesi a porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili, i quali altrimenti distruggeranno il clima. Siamo un Paese piccolo ma con il potenziale per aprire la strada alla necessaria transizione verso l’energia verde e rinnovabile.” Ha concluso Hagel. Secondo Greenpeace, la Danimarca, in quanto principale produttore di petrolio nella UE e Paese tra i più ricchi al mondo, ha l’obbligo morale di porre fine allo sfruttamento degli idrocarburi. È infatti importante inviare un chiaro segnale che il mondo può – e deve – agire in fretta, rispettando gli accordi di Parigi e mitigando la crisi climatica.

Dalla Danimarca del petrolio alla Danimarca green

“I proventi del petrolio del Mare del Nord hanno finanziato in larga parte il nostro stato sociale per oltre quattro decenni. Non nascondiamo il fatto che la nostra decisione sia molto costosa ma la nostra speranza è che si guardi alla Danimarca e si veda che è possibile agire concretamente. Mancheremmo di credibilità a noi stessi e agli occhi del mondo qualora continuassimo a ricorrere all’estrazione e all’esportazione di petrolio.” Ha dichiarato Jørgensen, in una sorta di testimonianza della mission di questa decisione, rimarcandone l’importanza. Non possiamo che auspicare, come fa lui, che il caso Danimarca sia da esempio a tutti gli altri membri della UE e, perché no, anche agli altri Paesi del mondo.

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Copenhagen. La suggestiva capitale della Danimarca, Paese che si avvia a rinunciare totalmente alla energia da idrocarburi entro il 2050.

Ogni settimana testimoniamo, qui su L’EcoPost, come sia sempre più necessario fare qualcosa, scendere in campo, agire in prima persona per allontanare la catastrofe climatica. Dichiarazioni relative ai buoni propositi di questo o quel governo le sentiamo di continuo, sono all’ordine del giorno dal momento che la tematica è sentita e, dunque, di gran moda. Eppure, molto raramente riusciamo a riportare buone notizie, che ci facciano ben sperare per l’esito di una guerra che appare impari, destinata a sconfiggerci. La Danimarca si è mossa in controtendenza, ha preso un provvedimento concreto. Resta da vedere se riuscirà a raggiungere l’ambizioso obiettivo di azzerare la sua produzione di idrocarburi in 30 anni. Per come è stata stesa la legge e per il rigido meccanismo transitorio creato, siamo però portati ad essere ottimisti. Bruxelles – e il mondo intero – prendano esempio.

Energia pulita: che lezione dall’Oceania

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La settimana scorsa, dalle pagine de L’EcoPost, abbiamo parlato di autoconsumo e comunità energetiche. Lo abbiamo fatto muovendo da un recente decreto del MISE che incentiva e incoraggia la creazione e lo sviluppo di queste figure capaci di prodursi energia in autonomia e di immagazzinarla per il proprio fabbisogno e per la vendita. La componente energia è una colonna all’interno dell’ampia discussione sul surriscaldamento globale; è necessario allontanarsi dalle sorgenti fossili, limitate e inquinanti, per abbracciare il rinnovabile e scommettere su energia pulita e illimitata. Se in Italia cominciamo a muovere i primi passi in questa direzione, in altre parti del mondo si è puntato già da tempo sulla green energy.

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Energia pulita in città: il caso Sydney

Agli antipodi del nostro vissuto quotidiano, nella lontana Australia, si trova la città di Sydney; probabilmente la più importante del Paese e del continente Oceania. Il suo iconico skyline, dominato dalle geometrie del Teatro dell’Opera, la rendono riconoscibile a prima vista. Ebbene, oltre alla sua storia e architettura, la capitale morale australiana avrà anche un altro dettaglio, non da poco, da aggiungere alle sue brochure turistiche e non solo. Essa sarà infatti la prima città al mondo alimentata al 100% da energia pulita e rinnovabile.

I lampioni e il sistema di illuminazione pubblico, gli impianti sportivi e gli edifici cittadini e persino il municipio sfruttano già da luglio le rinnovabili. Queste scelte sono figlie di una decisione presa nel 2016, la quale all’epoca apparve come rivoluzionaria, con cui la città decise di ridurre del 70% le proprie emissioni di carbonio entro il 2030. Ora, 10 anni prima di quella ambiziosa deadline, Sydney ha scelto di muovere un importante primo passo. La scelta non è soltanto etica e di esempio per tutto il mondo – o almeno per quella porzione di esso la quale voglia veramente scampare all’apocalisse ambientale – ma ha anche un importante risvolto economico.

Le stime dicono che, dal 2021, quando l’intero distretto metropolitano sarà green, gli abitanti risparmieranno, complessivamente, mezzo milione all’anno sulla loro bolletta. In aggiunta a ciò, la realizzazione dei due parchi solari e del centro eolico, le infrastrutture che, de facto, copriranno l’intero fabbisogno energetico cittadino, hanno creato numerosi posti di lavoro.

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La svolta

“Tutti gli apparati elettrici: lampioni, piscine, edifici comunali e persino lo storico municipio di Sydney, assorbiranno energia da fonti interamente rinnovabili. Questo è il più grande affare di energia verde nella storia dell’Australia.” Ha affermato con soddisfazione il sindaco, Clover Moore. La prima cittadina, intervistata dal City of Sydney News, è parsa orgogliosa di essere stata in grado di centrare gli obiettivi di sostenibilità che la giunta si era posta. Moore ne ha ben donde. Diversamente dalle tante altre figure politiche che, in giro per il pianeta, si riempiono la bocca di piani di sostenibilità – o green new deal qualora preferiate, dato che va di moda dare ad ogni proposta un nome anglosassone – lei un importante risultato lo ha ottenuto.

L’investimento per la creazione delle tre centrali rinnovabili che producono energia è stato pari a 60 milioni di dollari. Tre quarti dell’energia pulita che rifornisce la città è di derivazione eolica, la restante solare. L’ammortamento della spesa è stato calcolato in circa 10 anni e la stima delle riduzioni nocive si attesta intorno alle 200mila tonnellate ogni anno.

Per citare nuovamente il sindaco Moore: “Le città sono responsabili del 70% delle emissioni serra mondiali. È fondamentale intraprendere azioni sul clima efficaci e basate sull’evidenza. Siamo nel mezzo di un’emergenza climatica. Se vogliamo ridurre le emissioni e far crescere il settore dell’energia pulita, ogni livello di governo deve passare urgentemente al rinnovabile.” Il pensiero è corretto e condivisibile. La politica deve mandare segnali forti e dare esempi calzanti.

Dal pubblico al privato

I dati di cui abbiamo scritto finora si riferiscono alla porzione di energia legata alla rete comunale. Il 100% di energia rinnovabile, dunque, rifornisce l’intera utenza municipale. Il dato, in sostanza, non tiene conto delle abitazioni private. Facciamo dunque da subito un importante distinguo: Quando parliamo di città green non ci riferiamo a ogni singolo interruttore all’interno dei confini comunali, ma alla porzione di elettricità utilizzata dal municipio.

In aggiunta ai vantaggi già citati, occorre sottolineare l’aspetto relativo alla creazione di una consapevolezza nuova in termini ambientali. Quando i politici fanno il primo passo verso la riconversione energetica, è più facile educare i cittadini. L’istituzione rappresenta l’elettore e prende le decisioni per lui. Questa volta la decisione presa è stata buona e ciò ci fa ben sperare. Naturalmente, ora ci occorrono 10, 100, 1000 Sydney in giro per il mondo. Bisogna agire ora e occorre che, così come il pubblico, si muova anche il privato. Nel nostro piccolo ognuno di noi può attivarsi per riconvertire la propria utenza ad energia pulita. Sono tutte piccole gocce le quali, diceva qualcuno, poi arrivano a costituire un oceano: quello dell’energia pulita, una battaglia fondamentale nella guerra al surriscaldamento globale.

Il pallino dell’energia pulita

Evidentemente in Oceania una parte dei leader politici è più sensibile al cambiamento climatico. Non c’è infatti solo la bella storia di Sydney, occorre scrivere anche di quel che sta accadendo in Nuova Zelanda. Il primo ministro neozelandese, una di quelle figure politiche che in Europa – ma anche in America – ci sogniamo, tanto è progressista e al passo con i tempi, Jacinda Ardern, sembra davvero intenzionata a portare avanti una delle sue più ambiziose promesse elettorali.

Entrambi questi esempi virtuosi – quello di Sydney e della Nuova Zelanda – vanno in controtendenza rispetto alle dichiarazioni del Primo Ministro australiano, Scott Morrison (Partito Liberale d’Australia), il quale ha, a più riprese, scherzato sulle possibili conseguenze del cambiamento climatico, annunciando anche la sua volontà di raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica “nella seconda metà del secolo” rifiutando, di fatto, gli impegni del Paris Agreement.

Nel 2017, quando ancora doveva entrare in carica – ma stava già portando avanti una campagna elettorale efficace, i cui frutti si sono poi visti – la Ardern era stata chiara. Durante il primo mandato (in scadenza ad ottobre) ci occuperemo di priorità economiche e sociali già in agenda. Nella prossima campagna elettorale, però, il tema principale sarà l’ambiente. È facile fare promesse di questo tipo, anzi, diciamo pure che è la quotidianità del lavoro di un politico. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo quel mare che separa uno statista da un quaquaraqua. I tre anni del primo mandato Ardern ci fanno pensare molto più al primo che al secondo, naturalmente, ora però il primo ministro sarà atteso al varco. Se vinciamo, portiamo il Paese al 100% di energie rinnovabili entro il 2030; con queste parole Jacinda Ardern ha aperto la sua campagna elettorale per la rielezione.

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Quali fonti energetiche utilizza la Nuova Zelanda, Grafico: Wikipedia.

La forza di Jacinda Ardern

La gestione della pandemia – pressoché impeccabile ma che ha comunque lasciato qualche inevitabile strascico sull’isola – ha leggermente minato il consenso del Partito Laburista al potere, difficilmente però la Ardern non vincerà agevolmente le elezioni in ottobre. Al momento, è data sopra il 50%. Con le priorità in agenda già affrontate, si preannuncia un importante occasione per occuparsi davvero di clima. Nella migliore delle ipotesi, qualora i voti rispecchiassero la proiezione, il partito di Jacinda Ardern avrebbe la maggioranza da solo, senza bisogno di alleanze. Il Labour è forte perché ha dimostrato competenza e creato coesione sociale in un Paese etnicamente misto come la Nuova Zelanda. L’immagine di questo successo è il volto del Primo Ministro: giovanile (Ardern ha 40 anni), eppure trasuda già grande esperienza politica. Basteranno queste caratteristiche a rendere concreto il piano ambientale?

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Jacinda Ardern, Foto: Happymag

Il piano green

“La ripresa economica post COVID-19 rappresenta un’opportunità unica per la generazione di rimodellare il sistema energetico della Nuova Zelanda. Possiamo renderlo più rinnovabile, più veloce, conveniente e sicuro. L’investimento nelle energie rinnovabili consentirà di creare posti di lavoro. Il nostro piano svilupperà la forza lavoro altamente qualificata di cui questa economia ha bisogno per prosperare in futuro. Il piano per l’energia pulita è un elemento del più ampio piano di ripresa dal COVID-19 e del lavoro che preparerà la Nuova Zelanda al futuro. Stimoleremo occupazione ed economia.” In un recente discorso di Ardern c’è la sua visione per il futuro energetico del Paese.

Già oggi la Nuova Zelanda è uno degli Stati più virtuosi da questo punto di vista. L’84% circa della sua elettricità è prodotta da fonti rinnovabili. Ciononostante, il Paese importa ancora carbone e petrolio dall’estero e lo fa in quantità ingenti. Oltre ad una riconversione totale in 10 anni, il piano mira anche a elettrificare l’intera industria nazionale e il settore dei trasporti. Tra le nuove tecnologie preferite dai laburisti ci sarebbe l’idrogeno verde. Secondo i detrattori – ovvero la quasi interezza degli avversari politici di Jacinda Ardern, National Party (conservatori) in testa – il piano non farebbe affatto risparmiare, bensì aumenterebbe il costo dell’energia di almeno il 40%.

Non che dobbiamo stupirci, sappiamo bene ormai che l’opposizione è solo capace di dire il contrario di quel che pensi un governo. Relativamente a ciò, tutto il mondo è davvero paese.

Può la Nuova Zelanda sfruttare soltanto energia pulita?

Nonostante Jacinda Ardern sia probabilmente uno dei pochi fari di buona politica, in un mondo che non sa più neppure cosa siano gli statisti, resta comunque lecito dubitare del fatto che le sue parole non siano solo calamite da campagna elettorale. La Nuova Zelanda è però un piccolo Stato. I suoi abitanti sono meno di 5 milioni e l’energia pulita è già una piacevole realtà, come si è scritto. Dunque in un lasso temporale di 10 anni, i quali potrebbero anche essere tutti amministrati dallo stesso partito, seppure Ardern non sarà più Primo Ministro nel 2023, vi sono numerose possibilità che tale risultato possa essere raggiunto. Il fabbisogno energetico del Paese potrebbe tranquillamente essere soddisfatto solo tramite fonti rinnovabili. Quel che farà la differenza nel corso dei prossimi anni sarà la volontà di raggiungere l’obiettivo.

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Noi osservatori esterni, che viviamo lontani dalla Nuova Zelanda in condizioni sociali e politiche profondamente diverse, non possiamo che auspicarlo. Qualora anche un Paese così lontano e contenuto riuscisse a raggiungere la totalità di energia pulita, non sarebbe che un esempio da seguire per tutti; un precedente cui ispirarsi; una strada da intraprendere.

L’Oceania manda ottimi segnali al fronte della battaglia per il clima e l’ambiente. Nel Pacifico vivono spesso in prima persona i drammi delle piogge torrenziali e delle alluvioni legate al surriscaldamento globale, con numerose isole che si trovano spesso in difficoltà. Gli altri Paesi riusciranno ad intercettare questi segnali e fare altrettanto?

Earth Overshoot Day 2020 posticipato. È stato il Covid?

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L’Earth Overshoot Day quest’anno è caduto il 22 agosto. Anche se con quasi un mese di ritardo rispetto al 2019, l’umanità ha consumato del tutto le risorse annuali disponibili sul Pianeta. Alcuni studiosi ipotizzano che questo ritardo sia da attribuire al blocco totale di alcuni mesi imposto dal Covid-19; il quale avrebbe ridotto il consumo di risorse e diminuito l’impronta ecologica annuale dell’umanità.

Earth Overshoot Day: cos’è ?

Anche detto Ecological Debt Day (EDD), l’Earth overshoot day indica, attraverso un calcolo preciso, il giorno nel quale l’umanità consumerà interamente le risorse prodotte dal Pianeta nell’intero anno.

Si stima che, procedendo ai ritmi attuali, intorno al 2050 l’umanità avrà consumato il doppio delle risorse prodotte dalla Terra.

L’EOD segna la data in cui la domanda dell’umanità di risorse e servizi ecologici, in un dato anno, supera ciò che la Terra può rigenerare in quel medesimo arco di tempo. Manteniamo questo deficit liquidando le scorte di risorse ecologiche e accumulando rifiuti, principalmente anidride carbonica nell’atmosfera.

Il concetto di Earth Overshoot Day è stato concepito da Andrew Simms del think tank britannico New Economics Foundation.

Come viene calcolato?

Il Global Footprint Network si occupa di calcolare il giorno definito come Earth Overshoot. Il calcolo è dato dal rapporto tra la biocapacità del Pianeta, ossia l’ammontare di tutte le risorse che la Terra è in grado di generare annualmente, e l’impronta ecologica dell’umanità, ossia la richiesta totale di risorse per l’intero anno.

Leggi anche il nostro articolo: “Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano”

In questo modo otteniamo la frazione dell’anno per la quale le risorse generate riescono a provvedere al fabbisogno umano. Infine moltiplicando per il numero di giorni in un anno si ottiene la data dell’Earth Overshoot Day.

  • {\displaystyle BIO} = biocapacità annuale del pianeta Terra;
  • {\displaystyle HEF} = impronta ecologica annuale dell’umanità

{\displaystyle EOD={\frac {BIO}{HEF}}\times 365}

Il Covid rallenta il consumo delle risorse?

Secondo i ricercatori, la velocità con cui l’umanità consuma le risorse della Terra è diminuita drasticamente quest’anno a causa della pandemia da Covid-19. Di conseguenza, l’Earth Overshoot Day è tornato indietro di oltre tre settimane dal 29 luglio 2019 al 22 agosto di quest’anno.

Secondo uno studio condotto da Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale, il quasi totale stop indotto dal Covid-19 ha portato ad una riduzione del 9,3% dell’impronta ecologica dell’umanità rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, per continuare a consumare risorse ecologiche al nostro ritmo attuale, avremmo ancora bisogno dell’equivalente di 1,6 Terre .

L’Earth Overshoot Day è solo un modo per illustrare la portata della sfida biologica che dobbiamo affrontare. Sebbene i dati di quest’anno siano incoraggianti, è necessario che vengano compiuti ulteriori progressi e studi.

Lo spostamento di tre settimane tra le date dell’Earth Overshoot Day nel 2019 e nel 2020 rappresenta il più grande spostamento di un anno da quando è iniziato”l’overshoot” globale negli anni ’70. Da allora, l’aumento della popolazione mondiale e l’aumento dei livelli di consumo pro capite hanno visto l’Earth Overshoot Day spostarsi all’inizio dell’anno, con la data che tocca luglio per la prima volta nel 2019.

Parlano gli esperti

David Lin, che guida il team di ricerca dietro l’Earth Overshoot Day, ha spiegato:

“Quest’anno è stato particolarmente difficile perché volevamo dare un’indicazione di come il Covid-19 abbia influenzato i risultati del 2020 “.

La ricerca di Lin ha rilevato che c’è stato un forte calo delle emissioni di CO2 (del 14,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).

Leggi anche il nostro articolo:”Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio”

Mike Childs, responsabile delle politiche di Friends of the Earth, ha avvertito che:

“Il miglioramento di quest’anno nel modo in cui utilizziamo le nostre risorse naturali è dovuto esclusivamente al Covid-19 e ai successivi blocchi. A meno che non si verifichi un cambiamento significativo nel modo in cui agiamo, è probabile che la situazione torni alla normalità, o peggio, negli anni successivi “.

Un ritmo insostenibile

La verità è che i ritmi ai quali l’uomo sta sfruttando le risorse disponibili sul Pianeta sono insostenibili. E’ essenziale che avvenga una mobilitazione mondiale verso un diverso tipo di utilizzo delle risorse.

Abbattiamo intere foreste per il legname e per creare ampie zone da pascolo, svuotiamo i nostri mari ed oceani senza dar tempo alla fauna di potersi rigenerare; scarnifichiamo la terra per appropriarci dei suoi minerali e pietre preziose, che alimentano lo sfruttamento umano, abbattendo ogni tipo di diritto.

La realtà dei fatti è che dobbiamo rivoluzionare le nostre vite, guardando al reale utilizzo delle risorse quotidiane e capacitandoci di quanto ognuno di noi effettivamente possa impattare sul Pianeta.

L’Ecopost ha provato a calcolare la propria impronta ecologica e, a malincuore, siamo venuti a conoscenza che servirebbero almeno 2 terre per permetterci di mantenere invariati i nostri stili di vita.

Dato il massiccio ed eccessivo uso delle risorse biologiche del pianeta, le nostre economie sono ora limitate dalla disponibilità della biocapacità della Terra. Per assicurarci di avere un pianeta sano che possa supportarci ora e in futuro, è necessario ridurre la domanda “umana” e mantenere vitale il nostro Pianeta.

Il passato non determina necessariamente il nostro futuro. Le nostre scelte attuali sì. Attraverso decisioni sagge e lungimiranti, possiamo ribaltare le tendenze del consumo di risorse naturali migliorando al contempo la qualità della vita di tutte le persone.

Se siete curiosi di scoprire la vostra “Ecological Footprint” vi rimandiamo al seguente sito.