Make Italy green again: il piano di Greenpeace

Cambiare rotta, immediatamente, per rispettare gli Accordi di Parigi ed evitare le conseguenze più nefaste del cambiamento climatico. Va proprio in questa direzione il report “Italia 1.5” commissionato da Greenpeace all’Institute for Sustainable Future (ISF) di Sydney, per sfruttare i venti a favore del Green Deal europeo e rendere il nostro Paese davvero sostenibile. A differenza degli annunci, infatti, il Piano Nazionale Integrato per Energia e Clima (PNIEC) è insufficiente. Redatto dalla precedente coalizione di governo e poi presentato definitamente a gennaio 2020 dall’esecutivo PD- MS5, risulta poco ambizioso e non in linea con gli sforzi per la decarbonizzazione. A sei mesi di distanza, gli obiettivi e gli strumenti devono essere riconsiderati.

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Gli scenari proposti per “Italia 1.5”

Nel settore energetico i passi da fare sono ancora molti. Per questo motivo, Greenpeace si è messa in moto per accelerare il processo di transizione energetica. Lo studio “Italia 1.5” ha utilizzato una metodologia già messa in atto per altri progetti su scala globale, così da confermarne la scientificità. La proposta verte su due scenari possibili: il cosiddetto “Energy [R]evolution – E[R]” e l’altro, ancora più ambizioso, “Advanced Energy [R]evolution” (Adv E[R]). Il primo progetto prevede la decarbonizzazione totale entro il 2050, attraverso una rivoluzione energetica “a bassa velocità”. Il secondo, invece, porterebbe lo stivale ad avere il 75% di elettricità rinnovabile al 2030, azzerando le emissioni di CO2 addirittura nel 2040. Questa ultima prospettiva è in linea con gli obiettivi dell’Unione Europea.

Lo studio si basa su stime di crescita dello Scenario di Riferimento UE 2016. In questo modo, risultano prudenziali e adatte anche in un contesto di domanda energetica maggiore. Tralasciando le aree occupate da infrastrutture o tutelate, il potenziale fotovoltaico ed eolico a terra è, rispettivamente, di 951 e 48,5 GW. Le due isole maggiori, Sicilia e Sardegna hanno, insieme, una superficie utilizzabile notevole: per entrambe le fonti di energia, raggiungono circa 15 mila km2.

Per quanto riguarda la bioenergia, i criteri devono essere più stringenti, visto che l’impatto sull’ambiente potrebbe essere addirittura dannoso, addirittura peggiori rispetto ai combustibili fossili. Sono proprio questi ultimi che vengono importati maggiormente: come riportato da Greenpeace, nel “2018 l’Italia ha importato il 100% del carbone e oltre il 90% del petrolio e del gas fossile necessari a soddisfare il fabbisogno energetico del Paese, rappresentando una quota di importazioni di energia pari a circa il 76,5% rispetto all’energia primaria”.

La convenienza della sostenibilità

Perché si dovrebbe mettere in atto un progetto come quello proposto dallo studio? La risposta è quasi scontata: conviene. Conviene sul medio-lungo periodo, che è quel lasso di tempo che necessitano le grandi riforme che ogni Stato dovrebbe mettere in pratica. Di sicuro, l’instabilità politica, che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni, ostacola la realizzazione di una visione a più ampio raggio. Ma è necessario convincersi che la crescita economica è possibile solamente se ripensata e condivisa con la società.

Il piano porterebbe una diminuzione dei consumi primari del 5% del 2030, o ancora maggiore se si intraprendesse la strada dello scenario “ad alta velocità”. Le fonti più sfruttate diverrebbero quindi l’eolico onshore e offshore e il solare fotovoltaico.

L’elettrificazione dei consumi è l’altro cardine della transizione. Gli investimenti saranno mirati al potenziamento della mobilità pubblica, alternativa (come le biciclette) e condivisa (con lo sviluppo di servizi di sharing). Il Coordinamento FREE ha stimato che potrebbero circolare fino a 4,5 milioni di veicoli elettrici entro il 2030.

La rete, quindi, deve essere potenziata. Non ci si può permettere di disperdere risorse durante lo spostamento. I sistemi di distribuzione e di stoccaggio dell’energia saranno implementati, così da ridurre gli accumuli e aumentare il possibile carico del sistema.

La missione di Greenpeace, come specificato sul loro sito, è chiara.
“Facciamo campagne per proteggere l’ambiente, promuovere la pace e incoraggiare le persone a cambiare abitudini. Indaghiamo, denunciamo e affrontiamo i crimini ambientali.
Vogliamo combattere quei luoghi comuni secondo cui ogni cambiamento è impossibile, che siamo troppo piccoli e troppo deboli. Crediamo che esista una soluzione. Che è radicata nel coraggio, nell’ottimismo e nella creatività. Nessuno cambierà il mondo al posto nostro, per questo dobbiamo iniziare a farlo oggi stesso.” Il piano “Italia 1.5” va in questo senso.

Investimenti e occupazione

Per sviluppare una strategia di questo tipo servono investimenti. La stima per lo scenario E[R] implica un aumento aggiuntivo di 3,9 miliardi di euro nel decennio 2020-2030. Il risparmio, però, sarebbe ci circa 28 miliardi di euro, visto che non si spenderebbe in combustibili fossili. La situazione per il piano Adv E[R] è di tutt’altra entità. L’investimento, infatti, sarebbe stimato in circa 37 miliardi di euro in più rispetto all’attuale, ma i risparmi coprirebbero quasi l’intero ammontare dei costi.

A livello occupazionale, il PNIEC adottato dal governo riuscirà a far salire di circa 10 mila unità i lavoratori del settore energetico. Se si riuscisse a essere un po’ più lungimiranti, si potrebbe arrivare a cifre che superano di gran lunga le più rosee aspettative del piano di gennaio. L’86,5% dei nuovi posti sarebbe occupato da green jobs che si occupano di fonti rinnovabili, con un aumento di 65 mila posti in più rispetto a ora, che si dispiegherebbero per le mansioni più disparate. Dalla costruzione alla manutenzione, si creerebbero le condizioni per far impiegare le persone sul loro territorio, frenando lo spopolamento di alcune regioni.

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Prove di ripartenza

La prospettiva è decisamente positiva. Ora, serve coraggio. Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace ne è sicuro. «In questo nostro studio ci sono numeri chiari, che dimostrano innanzitutto che il PNIEC del governo non è nell’interesse dei cittadini italiani ma risponde piuttosto alle richieste delle lobby di gas e petrolio. Occorre subito una rivisitazione degli obiettivi su clima e rinnovabili, una rivoluzione che coniugherebbe la tutela del clima e del Pianeta, con vantaggi economici e per la competitività e la modernità del Paese. L’emergenza climatica in corso sta interessando pesantemente anche il nostro Paese, con danni a persone, ambiente ed economia, e non è più possibile rinviare la rapida transizione verso un Paese 100% rinnovabile».

Anche il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, in una nota ha sottolineato come si tratti di un percorso auspicabile e che il PNIEC debba tenere in considerazione le esigenze del Paese, continuando il lavoro per riscrivere i paradigmi sociali, economici e ambientali e far ripartire l’Italia.

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Ringraziare non è sufficiente

Il confronto con le associazioni che si occupano di tutela del territorio non è più sufficiente. L’Italia deve ripartire, e deve farlo responsabilmente. Pensare a degli Stati Generali dell’Ambiente per proteggere i tesori paesaggistici dell’Italia, ricostruire e salvare il patrimonio eccezionale che ci contraddistingue non devono essere un’utopia relegata a una nicchia di cittadini. Bisogna dare spazio al dialogo e alla bellezza e provare a pensare in grande. L’aumento della consapevolezza dell’impronta umana è alla base di decisioni virtuose e lungimiranti. Le proposte, come “Italia 1.5” di Greenpeace, ne sono una prova.

Michael Moore e il film contro le rinnovabili

Michael Moore film

Michael Moore film

Con il suo nuovo film Planet of the Humans Michael Moore l’ha fatta grossa, ancora una volta. Il documentario è infatti una manna dal cielo per chi cerca di ostacolare il passaggio dall’economia tradizionale basata sull’estrazione di carbone a quella fatta di energia pulita. Ed è un peccato, perché la teoria che sta alla base del documentario non è del tutto errata. Vediamo perché.

L’occasione sprecata del film di Michael Moore

In anni recenti si è finalmente dato un nome a quel fenomeno per cui le compagnie, grandi o piccole che siano, sfruttano la causa ambientale per ingraziarsi i clienti ed attrarne di nuovi. Il fenomeno in questione si chiama green washing e talvolta può essere quasi più deleterio delel compagnie che non si fingono amanti dell’ambiente.

Un esempio piccolo e forse banale è quello delle bottigliette di plastica. Molte volte capita di leggere sull’etichetta “100% riciclabile”, magari su sfondo verde e decorato con qualche fogliolina. Il problema è che, potenzialmente, tutte le bottigliette di plastica sono riciclabili, se la persona le ricicla. In più, una amministratore delegato che avesse davvero a cuore l’ambiente, rinuncerebbe totalmente alla produzione di bottigliette di plastica usa e getta. Oppure, un caso ancora più grave in quanto frode a tutti gli effetti è quello che ha interessato la compagnia petrolifera Eni. L’azienda è stata infatti denunciata da Legambiente per aver definito il loro Diesel “green”, ingannando di fatto i consumatori e incentivandoli, una volta messa loro a posto la coscienza, a farne un uso spropositato. Ne abbiamo parlato in questo articolo.

E così via fino ad arrivare ai piani altissimi della piramide aziendale mondiale. Le cosiddette “Big Green” sono compagnie di dimensioni e fatturato enormi che, se in teoria utilizzano i loro soldi per progetti “green”, come le energie rinnovabili, quei soldi vengono di fatto dalle aziende dei combustibili fossili che le finanziano e con le quali mantengono un rapporto fiduciario e pacifico.

Una critica non scientifica alla scienza

Quindi, la mentalità per cui il consumismo estremo e il profitto infinito siano giustificati se questi provengono da progetti virtuosi è molto pericolosa. Ma da lì a screditare totalmente le energie rinnovabili passa molta acqua sotto i ponti. Ed è quello che Michael Moore ha fatto col suo documentario: accusare di “green washing” le nuove tecnologie per l’energia rinnovabile, alimentando lo scetticismo già dilagante riguardo a una transizione energetica che, se vogliamo ridurre le emissioni, deve necessariamente essere attuata..

Moore, per esempio, critica le energie rinnovabili per la quantità di materiali ed energia necessari a produrle. Non guarda, però, al guadagno futuro in termini di energia. Mark Diesendorf, un esperto di sistemi energetici e sostenibilità, ha affermato che i pannelli solari recuperano l’energia utilizzata in soli due anni e il loro ciclo di vita è di circa 20 anni. I pannelli solari, quindi, ci forniscono energia pulita per ben 18 anni, senza doverla costantemente estrarre e bruciare tramite le industrie del fossile.

Michael Moore film

In più, un film che si prodiga di criticare le tecnologie moderne dovrebbe essere il più moderno e aggiornato possibile. Invece, molti esperti hanno fatto notare come le riprese e i dati a disposizione di Moore fossero molto datati. Parlando di macchine elettriche, per esempio, Moore mostra un modello di 10 anni fa. Oppure critica un “campo” di pannelli solari costruito nel 2008. Come dice lo scrittore energetico ketan Joshi, 10-12 anni sono un’eternità nello sviluppo del solare, così come nell’elettrico

Michael Moore critica la biomassa

Moore critica anche la biomassa come fonte di energia, prodigandosi per la difesa degli alberi. Ricavare energia dalla biomassa, però, è molto differente che ricavarla dai combustibili fossili. Questi infatti liberano carbonio che è stato rimosso dal ciclo terrestre milioni di anni fa, che si aggiunge quindi a quella già abbondantemente presente in atmosfera. Gli alberi, invece, riportano la CO2 nella biosfera che è stata rilasciata solo negli ultimi decenni.

In ogni caso, la combustione non è mai la soluzione migliore. E di questo ne è consapevole anche Bill McKibben, un attivista che nel 2009 aveva difeso la combustione della biomassa a fini energetici. Moore, però, mostra soltanto questo lato della medaglia, mostrando un McKibben ipocrita ed ingenuo. Peccato che nel 2016 lo stesso McKibben abbia rettificato la sua posizione, denunciando la combustione di alberi e scusandosi per le sue idee passate. Di tutto questo, ovviamente, nel documentario non vi è traccia.

Il film di Michael Moore delega le soluzioni

Michael Moore, quindi, invece che sostenere chi sta cercando di trovare soluzioni che davvero conterrebbero la crisi climatica, non fa altro che contrastarli, fomentando i negazionisti e coloro che ostacolano le rinnovabili.

Jeff Gibbs, produttore del film, ha apertamente dichiarato il loro intento: “innescare una discussione e sollevare molte domande. Ma noi non abbiamo tutte le risposte“. Direi che questa frase è sufficiente per accostarsi a una visione critica del film il quale è stato reso pubblico e gratuito su YouTube.

Prezzo del petrolio ai minimi storici: cos’è successo

Il prezzo del petrolio a Wall Street è crollato

Petrolio a picco

Quella del 20 aprile 2020 sarà ricordata come una data storica. In tale giornata, infatti, l’indice Nymex WTI di Wall Street, il principale indicatore del prezzo del petrolio negli Stati Uniti, ha perso il 305%. A fine serata, un barile di petrolio valeva – (meno) 37 dollari. Dove il meno sta per il segno che indica il dominio dei numeri negativi, quello che si mette davanti alle cifre. Sostanzialmente, il petrolio valeva meno dell’acqua. In termini finanziari ciò significa che l’offerta dei produttori non ha alcuna domanda; detto in parole ancor più povere, un petroliere potrebbe esser disposto a pagare pur di disfarsi delle scorte di petrolio che non riesce a vendere, non avendo più spazio per immagazzinare il prodotto.

Il crollo dei future WTI petroliferi in scadenza a maggio, grafico: CME Group

La situazione è rientrata, se così vogliamo dire, quando alla chiusura delle contrattazioni negli USA è seguita l’apertura di quelle in Asia. I future WTI – così sono denominati, in Borsa, i barili della partita il cui prezzo è precipitato – sono risaliti fino a 1,55 dollari al barile, qualche ora dopo lo shock quantificato perfettamente dal -37,63 a New York. Le azioni denominate future WTI, con scadenza a maggio, non erano mai andate in territorio negativo prima di lunedì.

Le cause del tonfo

In primis dobbiamo annoverare, tra le cause di questa picchiata, la quarantena imposta a gran parte del pianeta a causa del nuovo coronavirus.

L’intero mondo occidentale ha seriamente ridotto la circolazione di automobili, aeroplani e altri mezzi pubblici e privati. Ciò ha inevitabilmente portato ad un abbassamento senza precedenti della domanda, nonostante l’estrazione di greggio non sia stata interrotta, ma soltanto ridotta. Per tal motivo, numerosi proprietari di raffinerie hanno smesso di acquistarlo. Ciò ha dato origine alla paradossale situazione dei produttori, i quali si sono trovati in serie difficoltà. Oltre a non riuscire a vendere il loro prodotto, infatti, non sanno neanche più dove stoccarne le riserve.

La guerra per il petrolio

In secondo luogo, dobbiamo ricordare come Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti stiano combattendo, in questo preciso momento, una vera e propria guerra commerciale. I primi due Paesi, che devono gran parte delle loro economie all’oro nero sarebbero i primi responsabili dell’abbassamento della quotazione. Mosca e Riyad, infatti, si sono rifiutati di tagliare la produzione, in pieno disaccordo con le misure dell’OPEC, l’organizzazione che comprende i Paesi produttori di petrolio. Di riflesso, questa decisione ha messo in crisi il settore statunitense dello shale oil. Tale greggio è quello contenuto nelle rocce e sabbie bituminose, estratto tramite la tecnica, oltremodo inquinante, della fratturazione idraulica o fracking.

Petrolio estratto da sabbie bituminose, Foto: Bloomberg

Questa tecnica altamente ditruttiva ha dato modo agli USA di disporre, negli ultimi anni, di grandi quantità di greggio a prezzi tutto sommato convenienti. In fin dei conti, a Donald Trump importa poco se il prezzo più alto lo paghi l’ambiente. Lui capisce solo il linguaggio degli sciacalli dell’economia e della finanza. La sua amministrazione ha favorito e incoraggiato l’impiego della fratturazione idraulica come mai prima. Questa liberalizzazione ha ridotto l’importazione ai minimi, dando modo al settore di fare nuove assunzioni, come promesso in campagna elettorale dal presidente americano.

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Qualche giorno fa, anche la Russia ha deciso di ridurre le proprie operazioni estrattive del 10%, allineandosi alle direttive OPEC.

Gli effetti del crollo

Non è facile fare previsioni, non solo per quanto riguarda il settore estrattivo ma per l’economia mondiale. Se è vero che la morsa della pandemia si sta cominciando ad allentare, non ci è dato sapere quanto potremmo dirci fuori da essa. Quel che si profila, ad oggi, è un futuro di incertezza, difficoltà e possibili bancarotte per numerosi attori del settore petrolifero. Non è da escludere neppure che alcuni produttori possano davvero mettere in conto spese proprie per smaltire quei barili i cui contratti scadono a maggio, poiché liberare spazio in magazzino potrebbe essere la cosa più importante da fare. Nel momento in cui si scrive, infatti, i future WTI per giugno scambiano ancora in territorio positivo. Questo crollo del prezzo del petrolio senza precedenti potrebbe creare un lungo strascico ma la crisi era nell’aria anche prima del COVID.

Nero come il petrolio

Il mondo annega nel greggio. Nonostante lo storytelling che webzine come L’EcoPost, giornali, scienziati, attivisti, giovani e chiunque abbia un briciolo di sale in zucca portano avanti in ogni parte del mondo, assistiamo in questo tempo ad una corsa alla produzione senza precedenti. È come se i produttori non volessero far altro che inondare il Pianeta, saturarlo, renderlo nero come il petrolio. D’altra parte, la domanda sta rallentando. A maggior ragione ora che vige il lockdown, per quanto già da prima la sensibilizzazione al rinnovabile aveva abbassato la richiesta.

Già da mesi, circa 18, le quotazioni del petrolio viaggiano su livelli minimi. Il tema all’ordine del giorno nel corso delle più recenti riunioni dell’OPEC, infatti, è sempre stato il raggiungimento di un accordo per il taglio della produzione. Una riduzione che consentisse al prezzo del barile di rifiatare, risalire verso l’alto, in seguito ad una riduzione dell’offerta. In tal maniera sarebbe stato possibile ricondurre la forbice del prezzo verso un’area più accettabile per i punti di pareggio fiscali di numerosi Stati appartenenti all’organizzazione. Ciò posto, ci troviamo davvero di fronte agli squilli di tromba dei biblici Angeli dell’Apocalisse, per quanto riguarda il settore petrolifero?

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Una cortina fumogena

Difficilmente. Purtroppo, aggiungerei, per chiunque, come chi scrive e legge, si auguri una seria riduzione nell’impiego di questa fonte di energia. Quella di cui abbiamo parlato per molte righe, fino a questo punto, è una mera questione tecnica. Il lotto dei barili di petrolio di maggio, l’insieme dei future WTI registrati all’indice Nymex, si riferisce ad un contratto fisico. Tale accordo presuppone un punto di consegna del petrolio trattato e una data in cui tenere lo scambio di merce. Lo stock è allocato a Cushing, in Oklahoma, dove si trova la partita di oro nero e la sua data di consegna è quella di maggio. Per il mese di giugno ed i successivi, saranno messi in vendita, a Wall Street, altri barili.

Uno stock di barili di petrolio, Foto: InvestingCube

Il detentore del contratto, ovvero chiunque si sia aggiudicato la partita al termine delle contrattazioni, all’avvicinarsi della chiusura della finestra di trading, deve essere pronto a ricevere quanto acquistato. Nel mondo reale, però, ciò non accade così spesso.

Dove osano gli speculatori

Il mercato finanziario non è popolato da linee aeree e benzinai che necessitano di carburante. È popolato da lupi e squali, da speculatori che giocano con il petrolio per guadagnare sui differenziali di prezzo tra acquisto e rivendita. Queste persone non hanno alcun interesse reale a ricevere i barili, non se ne farebbero nulla. Dunque comprano, per poi rivendere il petrolio all’approssimarsi della data di scadenza del future, sperando di riuscire a guadagnare qualcosa sul roll, la rivendita. La data di scadenza del lotto il cui prezzo è precipitato lunedì 20, era martedì 21.

Petrolio e denaro speculativo, un’accoppiata che ben simboleggia il potere dell’alta finanza. Elaborazione: Trend-online

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Cos’è successo a questo petrolio

Se si è arrivati a questo punto, è perché gli stock di petrolio WTI a Cushing sono cresciuti del 48% da fine febbraio ad oggi. Ciò si deve, come scritto, al calo della domanda. Lo stock è arrivato a 55 milioni di barili, a fronte di una capienza totale dell’hub di circa 76 milioni. I traders, forse distratti dai venti della pandemia, hanno preso atto troppo tardi dell’impossibilità di prenotare ampio spazio di stoccaggio in Oklahoma. Fisicamente non c’era più volume per allocare altro petrolio, indipendentemente dal prezzo che si era disposti a pagare per garantirselo.

Al netto di una situazione tale, chi si sarebbe mai sobbarcato l’acquisto di barili vincolati alla consegna, dal momento che non c’è il posto per effettuarla quella stessa consegna? Nessuno, neppure con un fortissimo sconto. Per tal motivo, il produttore potrebbe vedersi costretto a pagare di tasca propria, affinché qualcuno gli liberi spazio.

La logistica nel deposito di Cushing, grafico: Bloomberg. La linea gialla indica il prezzo del barile, la bianca la quantità di petrolio stoccato presso il deposito. L’ascissa orizzontale segnala a quale mese si riferisce la punta nel grafico

La possibile via di fuga

Il prezzo del petrolio sembrerebbe aver subito rimbalzato, tanto che già ieri era risalito in territorio positivo. Se però nei prossimi giorni si dovesse verificare un netto calo anche relativamente ai future di giugno, come si dovrebbe reagire? I veterani del mercato si aspettano un deprezzamento significativo delle scadenze di giugno – intorno al 15% – ma danno i barili in trattativa per quel mese ancora in area positiva. Qualora si sbagliassero, allora potremmo davvero affermare con certezza l’esistenza di uno stress fisico (l’assenza di spazio) che si riverbera sulle quotazioni di mercato dell’oro nero.

A quel punto occorrerebbe ricorrere a blocchi, a divieti di produzione nel mese di maggio che incidano ben più del 10% stipulato dall’OPEC. Secondo Bloomberg, notoriamente ben informato in materia finanziaria, il governo americano starebbe pensando ad una opzione estrema. Pagare i produttori, con soldi del contribuente, affinché non trivellino, evitando di andare ad aumentare le riserve di greggio. Si tratterebbe, dunque, di un vero e proprio sussidio alla non produzione. Ecco, questa si che potrebbe essere una buona notizia per l’ambiente.