Fabbriche convertite durante la crisi. Una soluzione per il clima?

La Ferrari ha annunciato la propria conversione per produrre respiratori. Bulgari sostituirà i profumi con i gel per le mani. Le fabbriche di Calzedonia si stanno invece dedicando alla fabbricazione di mascherine. Armani farà camici monouso. E ancora, Geox, Gucci, Prada, Moschino, H&M. Sono alcuni dei nomi delle aziende, abitualmente concorrenti fra loro, scese in campo nell’emergenza Coronavirus. Questo modello di rapida conversione, già sperimentato ai tempi della Seconda guerra mondiale, ci indica che cambiare è possibile. La crisi attuale rappresenta l’ultima chiamata per attuare la transizione ecologica. L’alternativa di un ritorno al passato sarebbe insostenibile sotto tutti i punti di vista.

L’appello della Protezione Civile alle fabbriche italiane

È ormai lunga la lista di aziende che stanno applicando una conversione delle proprie fabbriche per far fronte alle carenti scorte di materiale sanitario degli ospedali italiani. Primo fra tutti: mascherine, respiratori e gel disinfettante. L’appello era partito dalla Protezione Civile: “si dovrebbero poter comprare i ventilatori da terapia intensiva nei supermercati e le mascherine ad ogni angolo, e invece stiamo faticando”, aveva detto Angelo Borrelli il 24 marzo. In una settimana, si è creato un consorzio di imprese solidali che, a detta del Commissario straordinario Arcuri, sarà capace di soddisfare metà del fabbisogno nazionale entro due mesi.

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La solidarietà ovviamente non è l’unico fattore in campo. Infatti, le aziende in conversione potranno beneficiare dei contributi del decreto “Cura Italia”. Sul fronte economico, queste imprese riceveranno finanziamenti agevolati o altri tipi di incentivi per correre contro il tempo. Una conversione trasversale che sta impegnando tutti i settori. Per esempio, ha fatto il giro del web la notizia delle maschere subacquee donate dalla Decathlon e convertite in respiratori grazie all’idea di giovani ingegneri italiani. Molti stanno paragonando ciò che sta avvenendo ai due conflitti mondiali avvenuti nel XX secolo. Se c’è un paragone utile con la Seconda guerra mondiale, è proprio riguardo alla conversione industriale.

La conversione delle fabbriche durante la Seconda guerra mondiale

Jonathan Safran Foer ha riportato numerosi esempi di fabbriche convertite in quegli anni belligeranti: “Già nel 1942, le aziende che in precedenza realizzavano automobili, frigoriferi, lavatrici e mobili in metallo per uffici si erano riconvertite alla produzione militare. Le fabbriche di biancheria intima cominciarono a sfornare reti mimetiche da camuffamento, le calcolatrici si reincarnarono sotto forma di pistole, i sacchetti da aspirapolvere furono trapiantati a mo’ di polmoni nei corpi delle maschere antigas. (…) Il governo impose – e gli americani accettarono – il controllo dei prezzi sul nylon, le biciclette, le scarpe, la legna da ardere, la seta e il carbone. La benzina fu strettamente regolamentata e fu imposto a livello nazionale un limite di velocità di cinquantacinque chilometri orari per ridurre il consumo del carburante e delle gomme”.

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Giovannini: un ripensamento “oltre il Pil”

Il confronto con la Seconda guerra mondiale serve alla causa climatica per il seguente motivo: ciò che sembra impossibile in tempi normali, diventa realistico in situazioni d’emergenza. Le giustificazioni abitualmente addotte, come la mancanza di tempo o di soldi, spariscono per lasciar posto alla concretezza di riforme coraggiose. Il governo avrebbe quindi un enorme potenziale di cambiamento, inimmaginabile in situazioni ordinarie. Purtroppo però, l’ex ministro Enrico Giovannini ci ricorda che le crisi spesso non aiutano la questione ambientale, ma anzi, la eclissano.

Il Presidente dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis) sottolinea come la crisi economica del 2008-2009 fosse un’occasione perfetta per attuare un ripensamento collettivo dell’economia con concetti che andassero “oltre il Pil”. Invece, si è rimasti nei binari preesistenti e ci sono voluti anni per riconsiderare la crisi climatica come una priorità a livello internazionale. Giovannini si augura che l’emergenza in corso non segua lo stesso corso: “L’Agenda 2030 affronta proprio le tematiche che sono colpite dalla crisi: la salute, il lavoro, l’educazione. Sperare di tornare semplicemente allo stato pre-crisi, magari adottando ricette vecchie tutte centrate sulla dimensione economica, significherebbe fare un grandissimo errore”.

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Una conversione di occupazioni e competenze

Come fare, nel concreto? Giovannini lo ha descritto bene nel suo libro, L’Utopia Sostenibile, acquistabile nella nostra sezione Cultura Sostenibile. Nell’immediatezza di questa emergenza, bisogna “provare ad immaginare eventuali trasferimenti di occupazione e competenze da un settore all’altro. Certo è importante che i fondi pubblici vengano orientati alla ripresa della domanda e che si trasferiscano in spesa delle famiglie e delle imprese. Ma non abbiamo bisogno solo del sostegno al reddito, ma di sostegni all’avvio di nuove attività economiche su cui eravamo poco presenti o poco competitivi”.

Di fatto, i governi dovrebbero convogliare le risorse messe a disposizione verso settori strategici, stimolando la conversione ecologica. Dato che il 70% degli investimenti in materia energetica proviene dai governi, questa crisi offre un’opportunità senza precedenti. Lo ha detto Fatih Birol, intervistato dal Guardian: “le principali economie mondiali stanno preparando pacchetti di interventi. Stimoli ben disegnati possono offrire vantaggi economici e facilitare una svolta nel capitale energetico”. Il direttore esecutivo dell’IEA ritiene che, in assenza di giuste riforme, il declino derivato da questa crisi sarebbe “insostenibile”.

Le crisi e la Shock Doctrine

D’altronde, le crisi sono da sempre un periodo perfetto per attuare cambiamenti radicali, spesso in direzione autoritaria, a favore dei pochi e per niente eco-friendly. Ce lo ricorda magistralmente Naomi Klein con la dottrina “Shock Doctrine”. Lo stesso neoliberalismo, il sistema economico ed ideologico che ha contribuito maggiormente al declino della Terra, si fonda sulla teoria di sfruttamento dei momenti di crisi. Diceva Milton Friedman: “Solo una crisi, reale o percepita, produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipendono dalle idee che circolano in quel momento”.

Capitalismo del Coronavirus o conversione ecologica?

Le crisi hanno portato, nel passato, a grandi trasformazioni sociali come il New Deal di Roosevelt o a grandi fallimenti della storia come l’affermazione della dottrina neoliberale. Dai primi passi mossi dai governi, non sembra che la questione ambientale sia al momento considerata, come se, ancora una volta, si pensasse che la sfera economica sia distaccata dal resto. Il “capitalismo del Coronavirus”, così come l’ha definito la Klein, risulta la strada maestra, perlomeno negli Stati Uniti. Ci auguriamo che in Europa, dopo i grandi proclami degli scorsi due anni, non venga fatto lo stesso errore. La radice delle parole economia ed ecologia è appunto οίκος, che significa “casa”: non può esistere transizione economica che non sia sostenibile anche dal punto di vista ambientale.

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Emergenza smaltimento rifiuti: si rischia il collasso

rifiuti

Come ormai abbiamo imparato a comprendere, un’emergenza sanitaria, per quanto circoscritta nel tempo, ha conseguenze enormi in moltissimi altri settori della società. Questi effetti possono essere positivi, come per esempio la pulizia dell’aria a seguito della riduzione delle emissioni, ma anche molto negative, come il problema della raccolta e del riciclo dei rifiuti.

La sicurezza dei lavoratori

Mancanza di mascherine e di tamponi

Innanzi tutto vi è il pericolo per i lavoratori che, proprio come i dipendenti dei supermercati, i farmacisti, gli impiegati di banche e uffici postali e, ovviamente, i medici, svolgono un’attività ad alto rischio di contagio. Gli addetti al settore della raccolta e gestione dei rifiuti urbani e speciali sono 90 mila nel nostro paese e non tutti hanno a disposizione le misure preventive adeguate all’emergenza sanitaria in corso.

Più di due settimane fa, l’Associazione Imprese Servizi Ambientali “Fise Assoambiente” aveva chiesto al Governo di assicurare un adeguato rifornimento di questi dispositivi alle imprese del settore e di valutare in questa fase di emergenza misure fiscali sui DPI per supportare le aziende. Per quanto però molti comuni abbiano agito tempestivamente e in modo efficiente, fornendo ai lavoratori mascherine e tute protettive, molti altri hanno invece riscontrato problemi e ritardi, specialmente al sud.

Messina, Brindisi, Livorno

A Messina, per esempio, era stato lanciato un allarme da parte delle imprese di raccolta dei rifiuti per mancanza di adeguate protezioni, a cui è seguita una minaccia da parte dei sindacati di uno stop dell’attività. Un episodio simile è avvenuto a Brindisi dove la Cisl aveva richiesto già l’otto marzo maggiori protezioni per gli operatori.

Conseguentemente, Utilitalia, Confindustria Cisambiente, Alleanza delle cooperative italiane e FISE Assoambiente hanno provveduto a un protocollo d’intesa al fine di garantire la continuità di un servizio pubblico essenziale.

Solo ieri, però, a Brindisi il coordinatore territoriale del sindacato ha dovuto sollecitare questo bisogno. Anche se in quella zona, al momento, non è stato registrato alcun caso di COVID-19, sappiamo tutti quanto sia importante la prevenzione, specialmente in aree del Paese che non hanno gli strumenti per poter interfacciare una crisi sanitaria come quella che ha colpito la Lombardia.

Anche a Livorno non sono mancati problemi e proteste, sopratutto in seguito a un altro caso di COVID-19 nel settore dei rifiuti. I sindacati lamentano la mancanza di adeguate misure protettive e di tamponi per gli operatori. Anche le misure igieniche faticano ad essere aggiornate a fronte di un’emergenza. Per esempio la sanificazione dei mezzi, usati da tutti, è fatta in modo approssimativo ed artigianale senza che nessuno lasci un documento che certifichi la data della sanificazione e dei prodotti usati.

Rifiuti contaminati

Il pericolo per gli operatori deriva, oltre che dal contatto con colleghi e con chiunque incontrino durante l’orario di lavoro, anche da quello con i rifiuti stessi. Questi possono infatti provenire da case al cui interno vivono persone positive al virus. Per questo, sono state pubblicate dal Ministero della salute le norme di raccolta dei rifiuti da parte di chi è risultato positivo al tampone.

Chi è in quarantena obbligatoria, per esempio, non deve differenziare i rifiuti, i quali devono essere ben chiusi all’interno di due o tre sacchetti resistenti.Se invece non si è positivi, la raccolta differenziata può continuare come sempre, usando però l’accortezza, se si è raffreddati, di smaltire i fazzoletti di carta nella raccolta indifferenziata.

La difficoltà del riciclo

Vi è poi un’emergenza per quanto riguarda il riciclo dei rifiuti. Innanzi tutto sono aumentati quelli non riciclabili poiché gettati nella raccolta indifferenziata. Il materiale medico-sanitario, per esempio, ma anche gli scarti domestici. Questo causerà non pochi danni all’ambiente nei mesi futuri.

Non possiamo poi non menzionare il fatto che gli imballaggi da smaltire in questi giorni stanno notevolmente aumentando. Questo a causa dell’incremento degli acquisti online. In più, i cittadini iniziano a prediligere l’acquisto di oggetti e alimenti che siano ben protetti da pesanti imballaggi, snobbando quelli sfusi.

Il Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi) ha lanciato l’allarme riguardo al rallentamento o blocco di alcune attività industriali che causano l’inceppo delle filiere della raccolta differenziata. Gli stoccaggi sono saturati e gli impianti di riciclo e smaltimento hanno subito un notevole rallentamento. La situazione è ancora più fragile al Sud, poiché quest’area del Paese è dotata di un minor numero di impianti. Questo può avere conseguenze gravissime sul riciclo dei rifiuti non solo aziendali ma anche urbani.

La plastica

Come riporta nel dettaglio il Sole 24 Ore, esiste un materiale plastico di difficile riciclo: il Plasmix. L’unico modo per riciclare questo materiale è nei cementifici, che lo usano come collante. Con la chiusura di questi ultimi, il Plasmix azzera le sue possibilità di essere smaltito in modo ecologico. Quanto alla plastica riciclata, che ammonta al 45,5% del totale di quella consumata, solitamente viene esportata in quantità significative. Tali esportazioni però sono al momento sospese. Infine la plastica riciclata in Italia è destinata specialmente all’industria del giocattolo e dell’arredo urbano. Queste aziende oggi sono chiuse perché non sono considerate essenziali.

Acciaio, alluminio e carta

Per l’acciaio e l’alluminio, vi è il problema della chiusura di quasi tutte le acciaierie e delle fonderie italiane che non possono più riutilizzare questi materiali. Per il riciclo della carta vi sono invece difficoltà di tipo logistico. Mancano infatti i cosiddetti “ritornisti” ovvero persone disposte a compiere viaggi a vuoto ritornando dopo le consegne del materiale da riciclare.

Quali soluzioni?

In risposta a questi problemi, il Ministero dell’Ambiente ha proposto quattro soluzioni immediate.

Aumento degli stoccaggi

Innanzi tutto l’aumento della capacità degli stoccaggi e quindi delle misure di sicurezza in vista di una maggiore quantità di rifiuti. Si alza infatti il rischio di incendi o di infiltrazioni ma anche di emissioni di gas tossici. Saranno poi raddoppiati i permessi per quanto riguarda il periodo di stoccaggio consentito dalla legge.

Una combustione più efficiente

E’ stata anche aumentata la soglia massima di capacità termica per gli inceneritori, al fine di consentire una combustione intensiva e in tempi più brevi. Inoltre, una priorità alla combustione sarà data ai rifiuti provenienti dalle abitazioni in cui sono stati registrati casi di COVID-19.

Le discariche urbane poi fungeranno da temporaneo spazio di stoccaggio dei rifiuti urbani, indifferenziati o differenziati.

Le discariche urbane

A questo proposito, bisogna anche sottolineare il fatto che molti comuni hanno deciso di chiudere le discariche urbane, sopratutto in quelli maggiormente colpiti dall’epidemia di COVID-19. Per citarne alcuni, il comune di Torre Boldone e di Sovere nella bergamasca e quello di Gessate nel milanese. La chiusura delle piattaforme ecologiche, per quanto necessaria, causerà molti problemi di smaltimento dei rifiuti pesanti, anche domestici, per non parlare di quelli aziendali delle attività strategiche.

Un’ occasione per cambiare

Il problema della gestione dei rifiuti durante una simile emergenza è l’ennesimo campanello di allarme e, forse, un’ennesima occasione per ripensare le nostre abitudini. Dovremmo infatti chiederci se vale la pena, a emergenza finita, continuare ad utilizzare le risorse in modo eccessivo. I rifiuti, infatti, derivano spesso da prodotti atti a soddisfare i nostri più futili capricci, oltre che quelli delle più grandi aziende inquinanti.

La pandemia di coronavirus durante la quale ci stiamo dimostrando incapaci di gestire i rifiuti dovrebbe portarci a realizzare che l’essere umano non è invincibile. Anzi, continuando a vivere con le stesse abitudini di sempre, non saremo in grado di far fronte ai problemi futuri di simile, se non peggiore portata. Magari non giungeranno in veste di pandemia, bensì sotto forma di catastrofe naturale o ondate migratorie conseguenti ai cambiamenti climatici. Per questo consumare meno, produrre meno e, quindi, dover smaltire meno sarà l’unica chiave per evitare che la storia si ripeta.

Parola di Dio e virus: se i missionari contagiano gli indigeni

indigeni

Quando l’ho saputo non ci volevo credere. Doveva esserci una qualche esagerazione giornalistica. Non potevano esistere ancora gruppi religiosi di quel tipo e sopratutto non era possibile che così tante persone contribuissero a questo scempio. Invece è tutto vero. Ethnos360 è un gruppo di missionari che vuole raggiungere i popoli indigeni del mondo ed evangelizzarli. Portando, però, oltre alla parola di Dio, sorprusi, malattie e cattive abitudini.

Non abbiamo gli stessi anticorpi

Il coronavirus è la punta di un iceberg gigantesco, sotto al quale si nascondono anni di contagi da parte dei missionari di associazioni quali Ethnos360 alle tribù che vivono isolate e indisturbate ai margini del mondo.

Proprio come avviene con gli animali, anche l’essere umano sviluppa un certo tipo di anticorpi a seconda dell’ambiente in cui è cresciuto e delle malattie con le quali è entrato in contatto.

Con la globalizzazione, l’immunizzazione verso alcuni tipi di malattie sta ormai anch’essa uniformandosi. Alcuni popoli indigeni però, come per esempio i “Korubo”, vivono nel cuore della foresta Amazzonica. Sono quindi, per sorte o per scelta, ancora totalmente isolate dal mondo moderno, conducendo uno stile di vita che il presidente del Brasile Bolsonaro non ha esitato a definire “preistorico”.

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A parte il fatto che uno stile di vita è semplicemente uno stile di vita. Anzi, forse quello degli indigeni dell’Amazzonia potrebbe, sotto certi aspetti, essere la chiave per salvare l’umanità dall’estinzione certa. Sta di fatto che questi popoli non hanno sviluppato gli anticorpi per moltissime delle malattie che noi abbiamo ormai da anni imparato a combattere.

“Il morbillo e la varicella hanno ucciso tantissimi indiani, ma le stragi più grandi sono state causate dalle malattie respiratorie, e il coronavirus è una di queste”. Così Ha detto Douglas Rodrigues, del Dipartimento di Medicina preventiva dell’Università Federale di San Paolo.

Una storia lunga secoli

Il tutto è iniziato già alla fine del ‘400 quando gli abitanti del “vecchio mondo” sbarcarono in America e fecero strage di indiani. Il genocidio non ebbe luogo soltanto per mano diretta dei conquistadores, ma anche a causa delle malattie che portarono e che uccisero il 90% della popolazione nativa.

Allo stesso modo nell’età moderna i nativi della foresta Amazzonica sono già stati contaminati e gran parte uccisi dalle malattie portate dai missionari. Il dottor Lucas Albertoni ha studiato proprio i casi di contatto tra missionari e indigeni e si è espresso in questo modo.

“Un comune raffreddore potrebbe evolversi in polmonite e sepsi nel giro di pochi giorni senza assistenza medica”. E continua: “ci vuole tempo per sviluppare un’immunità e i Korubo sono un gruppo ad alto rischio per il coronavirus.

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Questo è stato già dimostrato nel 1991, quando i missionari della New Tribes Mission, così il nome ufficioso di Earth360, sono stati cacciati dalla regione orientale dell’Amazzonia, abitata dalla tribù Zo’é. Funai, il dipartimento brasiliano agli Affari indigeni, li ha accusati delle decine di morti causate da malattie come la malaria e persino il raffreddore, che le tribù non avevano mai contratto prima. I test hanno inoltre dimostrato che i nativi non erano stati vaccinati.

Ora, immaginiamoci gli effetti che potrebbe avere una malattia ben più grave del raffreddore come il COVID-19, per il quale non esiste né cura né vaccino, né sufficienti strumentazioni nemmeno per noi europei.

Sfruttamento ed emissioni

La New Tribes Mission non è poi esente da accuse per altri crimini, oltre alla diffusione di malattie, come la produzione di materiale pedopornografico, abusi sessuali, schiavismo e traffico di esseri umani.

E’ doveroso accennare a questi episodi per ricordarci che i problemi ambientali di cui sono colpevoli questi missionari e che a breve menzionerò non sono l’unico e solo problema che deve essere eradicato.

Non possiamo però non puntualizzare la totale mancanza di etica ambientale nei mezzi con i quali le missioni vengono svolte. All’interno del gruppo religioso non sembrano esserci team di scienziati né medici né antropologi che indicano il modo migliore, se ne esistesse uno, per entrare in contatto con queste popolazioni.

Anzi, nel 2018, semplicemente, hanno pubblicato sul loro canale Youtube un video nel quale chiedevano fondi ai loro sostenitori per comprare un elicottero. In questo modo avrebbero raggiunto più velocemente e facilmente i popoli che vivono nelle più più “buie e profonde aree della foresta amazzonica”.

https://www.youtube.com/watch?v=FjRjSkY13To&feature=emb_logo

Senza contare la brutalità che caratterizza l’arrivo di un elicottero pieno di estranei nel mezzo di un villaggio indigeno. Non consideriamo nemmeno le abitudini diverse e sbagliate che i missionari, con i loro prodotti industriali, vestiti e oggetti potrebbero inculcare nella mente di questi popoli. Non sono poi da sottovalutare le emissioni di questa operazione, in barba ai problemi ambientali a cui già l’Amazzonia sta andando incontro.

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Dio l’unico mandante?

Il tutto in nome della parola di Dio. Ma siamo proprio sicuri che il fine sia solo e soltanto quello? Ho provato a cercare un motivo valido che mi convincesse che questa loro azione possa essere se non condivisa, quantomeno compresa.

Tentavo di mettere da parte le indicibili azioni passate delle loro missioni. Vorrei credere che la loro intenzione sia, per esempio, quella di verificare che questi popoli siano in salute e che non necessitino di cure mediche. O che vogliano rispondere a una richiesta di contatto da parte dei nativi stessi.

Ma sul sito e sulle pagine social non si trova nulla di tutto ciò. Si parla soltanto della costruzione di una chiesa nel bel mezzo dei loro villaggi, talvolta di una scuola per insegnare loro la lingua dei missionari e, ovviamente, della diffusione delle parole del Vangelo. Nessun cenno alle precauzioni contro le malattie o semplicemente all’impatto psicologico che tale intrusione potrebbe avere su questi popoli.

Interessi politici ed economici

Indagando più a fondo, però, non è difficile risalire al probabile vero motivo di queste “missioni”. Infatti, sia Ethnos360 sia il neo presidente di estrema destra del Brasile Bolsonaro hanno solo da guadagnare da questa mentalità suprematista e neo-colonialista promulgata dai gruppi fondamentalisti religiosi.

Innanzi tutto, da quando il Brasile è guidato da Bolsonaro, il gruppo One Mission Tribe ha aumentato moltissimo la sua influenza nella nazione sudamericana. Il presidente ha infatti nominato il missionario evangelico Ricardo Lopez Dias nuovo capo del Dipartimento per gli Indiani incontattati. In questo modo, inoltre, Bolsonaro si è accaparrato il sostengo politico dalla potente lobby evangelica brasiliana.

Bolsonaro ha poi revocato al Funai la responsabilità del controllo delle terre indigene. L’ha concessa, invece, al ministero dell’Agricoltura, tutt’altro che interessato al preservarle. Si teme quindi che la politica fino ad ora supportata dal Funai del vietare qualunque contatto con gli indigeni potrebbe cessare.

Un varco per lo sfruttamento

Bolsonaro si sta quindi aprendo un varco verso la presa delle terre indigene e, quindi, “dello sfruttamento delle loro risorse, come oro, minerali e legname”. Così ha dichiarato Sarah Shenker coordinatrice della campagna per i popoli incontattati di Survival International.

La mancanza di cura da parte di Ethnos360 verso gli indigeni e il rischio che possano sopraggiungere moltissime morti è quindi oro colato per Bolsonaro. Shenker, infatti, conclude: “se tutto questo non sarà fermato, molti popoli saranno sterminati“. Sono parole forti, che fanno pensare a un vero e proprio genocidio. Ma purtroppo sono intenzioni più comuni di quanto si pensi.

Per esempio, un’altra associazione religiosa che ha lo stesso obiettivo di Ethnos360, ovvero di evangelizzare le popolazioni indigene, si chiama “Finishing the task“. Letteralmente ciò significa “finire il compito“. Non so a voi, ma a me ricorda molto l’eufemismo “operazione finale” utilizzato negli anni quaranta nella Germania nazista. Sul loro sito, nella lista delle popolazioni da convertire vi sono, ovviamente, anche i Korubo dell’Amazzonia.

Finanziamenti sporchi

Non apro il capitolo dei finanziamenti, in quanto non ho abbastanza dati né certezze in merito. Accenno solo al fatto che nelle FAQ del sito, alla domanda “come vengono pagati i lavoratori di Ethnos360?” la risposta è la seguente.

I lavoratori di Ethnos360 sono responsabili del sostegno finanziario per pagare le loro spese salariali. Per questo dovranno guardare a Dio, confidando solo in Lui, comunicando la loro condizione economica alle chiese che li inviano in missione nonché ad altri individui interessati.

Certo non è la prima associazione che sostiene i suoi dipendenti con donazioni da parte di privati. Ma non bisogna perdere di vista il modo in cui queste persone utilizzano i soldi che ricevono: indottrinare, invadere, contagiare e sfruttare il territorio di popoli che erano fino a questo momento riusciti a vivere una vita lontano dalle sporche dinamiche economiche dell’era moderna.

Lo smog aiuta la diffusione del Coronavirus?

Noi questa domanda ce la portavamo dietro da ormai qualche tempo, senza che però ci potessimo sbilanciare. Ma ora possiamo farlo, grazie ad un “Position Paper” redatto da SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), Università di Bologna e Università di Bari ed intitolato: “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”. La risposta alla nostra domanda? Sembrerebbe un “sì”. Lo smog e l’inquinamento da PM10 e PM2,5 favorisce tanto la diffusione quanto la mortalità del CoronaVirus. L’unico nodo da sciogliere non riguarda “se” ma “quanto” sia forte questa correlazione.

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Smog e CoronaVirus, il caso della Pianura Padana

Come sempre, per ben capire il contesto della notizia, partiamo dai dati. Come ben sappiamo la regione che più sta accusando il colpo dell’offensiva del CoronaVirus è la Lombardia. Senza elencare il bollettino di guerra, che già troppo spesso intristisce le nostre giornate, è comunque utile soffermarsi su alcune rilevazioni. Nella regione lombarda la percentuale di contagiati, in rapporto al dato nazionale, è del 49,5%. Il tasso di mortalità da CoronaVirus si attesta invece all’11%, contro il 5,6% del resto del paese. Un lombardo ogni 568 è risultato positivo al virus, mentre nel resto delle regioni è stato riscontrato un caso ogni 2.794 abitanti (dati aggiornati al 20 marzo).

Risulta evidente come ci sia una forte disparità di diffusione e di letalità del virus tra la Lombardia e le altre zone d’Italia. Le altre regioni più colpite da questa epidemia risultano essere Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. Cos’hanno in comune queste 4 regioni? Respirano l’aria più inquinata d’Europa, ovvero quella della Pianura Padana.

Le province lombarde campionesse d’inquinamento

Sono ormai innumerevoli le statistiche che condannano questa regione dal punto di vista ambientale. Legambiente pubblica ogni anno il rapporto “Mal’Aria” che, analizzando i dati delle ARPA e delle Regioni, stila una classifica delle province con l’aria più inquinata. In particolare ciò che viene rilevato è la presenza di polveri sottili nell’aria. Più nello specifico si parla di PM2,5 e PM10. 7 delle prime 10 città capoluogo in classifica sono, indovinate un po’, lombarde.

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La presenza di queste particelle nell’aria è soggetta a diversi tipi di restrizioni, tanto nazionali quanto globali. Anche l’OMS ha stabilito un limite oltre il quale la presenza di queste particelle è nociva per la salute. Secondo la legge italiana questo limite non può essere sforato per più di 35 giorni all’anno. La provincia di Brescia lo ha sforato per 135 giorni nel 2018, ovvero più di uno su 3. Quella di Lodi per 149. Monza 140, Milano 135, Pavia 115, Bergamo e Cremona 127.

La tesi del Position Paper sulla relazione tra smog e diffusione del CoronaVirus

Il Position Paper citato all’inizio dell’articolo, che ora andremo ad analizzare, porta la firma di 12 docenti e ricercatori specializzati negli studi di diffusione dei virus. Partiamo dalla sua conclusione dove viene affermato, in maniera piuttosto chiara, che: “Si evidenzia come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico che ha esercitato un’azione di carrier (trasportatore) e di boost (amplificatore)”.

Uno spezzone del Paper

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Questo studio, che verosimilmente sarà il primo di tanti sull’argomento, è stato condotto sulla base di una bibliografia già presente sul tema, a cui si sono andati ad aggiungere i dati sulla diffusione del COVID-19 in Italia e sull’inquinamento dell’aria nelle zone più colpite. “Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento di PM10 dei territori – si legge nel paper – coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali”.

Smog e particolato come veicolo ideale per la trasmissione del CoronaVirus

Tutto ciò è possibile per via di un semplice meccanismo. Le polveri sottili fungerebbero da carrier, ovvero da trasportatore del virus che, a sua volta, è in grado di “attaccarsi” al particolato atmosferico. Queste particelle possono rimanere in atmosfera per giorni o settimane, aumentando così la probabilità di contrazione del virus anche da parte di chi non vi è entrato direttamente in contatto. In altre parole, come ha spiegato a Repubblica uno dei firmatari del paper, Leonardo Setti: “Le alte concentrazioni di smog e polveri sottili registrate nel mese di Febbraio in Pianura Padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del CoronaVirus”.

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Insomma, che i virus si “attacchino” al particolato è un fatto consolidato. Che in questo particolare caso queste particelle siano state uno dei vettori che ha contribuito maggiormente alla diffusione del CoronaVirus in Lombardia non è ancora da affermare con assoluta certezza, data la scarsità di ricerche effettuate su questo caso particolare, ma è altamente probabile. Questa è in sintesi la conclusione che si può trarre dal Paper qui preso in esame.

Smog e mortalità del CoronaVirus

Anche su questo tema, al momento, non si può essere certi della relazione tra inquinamento e letalità del virus. Tuttavia le opinioni delle varie testate e dei loro illustri intervistati che hanno valutato questa ipotesi, vanno tutte nella stessa direzione. L’Espresso, in un articolo di questi giorni, ha riportato il risultato di una ricerca effettuata sulla Sars, ovvero un virus “antenato” del CoronaVirus: “Successivi esperimenti confermano che il particolato atmosferico Pm 2.5 incrementa l’infiammazione polmonare e uno studio ecologico del 2003 sulla prima Sars da coronavirus in Cina mostra una mortalità maggiore dell’84% nelle aree con peggiore indice di qualità dell’aria.”.

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Anche l’Huffington Post è dello stesso avviso: “L’esposizione prolungata all’aria inquinata, in particolare da particolato, causa effetti noti, studiati da decenni, che comprendono anche rilevanti aumenti della vulnerabilità delle vie respiratorie nei confronti di virus patogeni. Persone che da più anni sono esposte a livelli elevati di inquinamento dell’aria – quindi anche più anziane – hanno una più alta probabilità di essere colpite da effetti irritanti, infiammatori e da una riduzione della funzione polmonare. Più alta e prolungata è l’esposizione a PM10, più elevata quindi è la probabilità che il sistema respiratorio sia indebolito e sia più vulnerabile per le gravi complicazioni polmonari generate dal CoronaVirus.”

Insomma, per farla breve, chi vive in aree con l’aria più inquinata è più incline a contrarre infezioni alle vie respiratorie che, a loro volta, risulterebbero essere già in parte defezionate proprio a causa dello smog, aumentando così la percentuale di casi di pazienti infetti e, successivamente, deceduti.

Non “se” ma “quanto”

La conclusione che si può trarre dai documenti analizzati è questa. L’alta concentrazione atmosferica di polveri sottili ha quasi certamente contribuito alla diffusione del virus nelle aree più colpite. Discorso simile per quanto riguarda l’effetto dello smog sulla mortalità del virus. Affermare quanto sopra con certezza potrebbe, al momento, essere azzardato, principalmente per la mancanza di studi di medio-lungo termine sul caso specifico Coronavirus. Tuttavia gli indizi fino ad ora raccolti dagli studiosi sembrano puntare proprio in quella direzione. Insomma non si tratta di chiedersi “se” COVID-19 ed inquinamento abbiano una qualche correlazione, ma in che misura la compromessa salubrità dell’aria Padana abbia influito sull’aggravarsi della situazione.

La politica se ne accorgerà?

Il fatto che questa probabile correlazione non sia mai stata citata dalla politica, che di fatto non ha in alcun modo preso posizione sull’argomento, suscita qualche preoccupazione. Un’ammissione di questo tipo significherebbe dover fare i conti con un grosso problema. Il modello rappresentato dalle regioni italiane che, a livello economico, sono considerate il motore d’Italia, è incompatibile, oltre che con il più ampio problema della riduzione delle emissioni necessaria a contrastare gli effetti del cambiamento climatico, anche con i rischi legati alla diffusione dei virus.

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Ed è proprio qui che scatta un ulteriore campanello d’allarme. In un’intervista rilasciata a Europa Today, Sascha Marschang, segretario generale della European Public Health Alliance, ha dichiarato che: “la scienza ci dice che epidemie come COVID-19 si verificheranno con frequenza crescente”. Di fronte a questo problema c’è una soluzione piuttosto chiara: ridurre l’inquinamento dell’aria. Come? Riducendo le emissioni e iniziando, in maniera seria e credibile, una transizione ecologica in grado di salvare vite. Una strada non facile da percorrere ma che sarà sempre più problematica con il passare del tempo. Prima si inizia ad agire e meglio è. Sperare di poter evitare di farlo o di potere attendere ancora un po’ di tempo, avendo allo stesso tempo l’ambizione di preservare la salute dei cittadini, è una presa di posizione altamente irresponsabile.

La mascherina e il suo impatto sull’ambiente

Mascherina

La corsa alle mascherine

Sono viste come il più leale alleato in questi tempi di infezione da coronavirus. Le mascherine respiratorie sono diventate il principale accessorio indossato in strada, in questo periodo, da chiunque esca di casa, rigorosamente per recarsi all’alimentari, in farmacia o in posta. O a portare a spasso il cane. L’utilizzo della mascherina è indicato solo a chi risulta positivo, per evitare che le goccioline di saliva, i famigerati droplet, possano contagiare altri. Il positivo, come ben sappiamo, ha l’obbligo di restare a casa in quarantena, anche qualora sia asintomatico. La maggior parte di chi ne fa uso, nelle nostre città, non è positivo al COVID – 19.

A causa soprattutto della paura generata dal patogeno, l’accessorio chirurgico viene utilizzato durante ogni spostamento. Se a ciò associamo l’utilizzo professionale che ne fanno medici e operatori sanitari impegnati nella lotta al COVID – 19, ci ritroviamo con una enorme quantità di mascherine da smaltire. Questa protezione, infatti, è monouso; ogni 4 o 5 ore bisogna gettarla via e sostituirla.

Una mascherina FFP2

Da una sbagliata informazione, l’utilizzo errato della mascherina

Come ci ha ricordato la WHO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’unico modo per evitare sprechi è l‘utilizzo razionale del prodotto. In questi giorni di spreco correlato all’utilizzo della mascherina ne stiamo vedendo davvero tanto.

Possiamo verificarlo da tre micidiali effetti, naturalmente correlati l’uno all’altro, che stiamo riscontrando. Il primo, sotto gli occhi di tutti, è la speculazione selvaggia che sta coinvolgendo il prodotto. I prezzi di una mascherina sono schizzati alle stelle data l’impennata della richiesta, in maniera spesso incontrollata ed irragionevole. Ciononostante tantissime persone, la maggioranza potremmo dire, fanno uso di questa protezione, anche se ha poco senso che lo facciano; tale comportamento potrebbe essere controproducente. La mascherina (diversamente dal respiratore facciale), infatti, non serve tanto a proteggere se stessi, quanto a tutelare gli altri. In terzo luogo, naturalmente, l’abuso dello strumento mascherina da parte di chi non è tenuto ad indossarla, può comportarne l’assenza per i contagiati, ai quali sarebbe veramente necessario.

Dobbiamo avere cura di fare uso di questa protezione solo qualora ci occorra veramente farlo. E’ comprensibile volersi difendere al massimo; è però meno comprensibile minare l’ecosistema del nostro pianeta a causa di una protezione blanda e prevalentemente psicologica, se si è negativi al virus.

Chi deve utilizzare la mascherina?

Per chiarire al lettore che, letti i precedenti paragrafi, si stia legittimamente domandando se debba indossare la mascherina, riportiamo le indicazioni base dell’OMS, rilanciate dal Ministero della Sanità. E’ necessario che indossi la protezione chiunque soffra di malattie respiratorie, o riporti sintomi riconducibili ad esse. Nello specifico, va da sé, deve indossarla chiunque riporti sintomi riconducibili al COVID – 19: tosse, starnuti o febbre prolungata. La mascherina è alleato prezioso per chiunque sia a stretto contatto con contagiati – o persone fortemente sospettate di esserlo. Lo strumento è più utile alle persone che circondano chi la indossa che all’indossatore stesso.

Un simpatico contributo animato per aiutarci a capire se dobbiamo davvero fare utilizzo della mascherina, Video: Cartoni Morti

Numerosi esperti che appaiono in tv o su altri media, in questi giorni, consigliano a tutti di indossarla, dal momento che il contagio è galoppante. Seppur si sia appena visto come ciò non sia necessario. Lascio dunque alla sensibilità di ognuno la decisione se indossare la mascherina o meno, anche alla luce di ciò che andremo a scrivere nelle prossime righe.

Tipologie e sigle

Se abbiamo deciso di utilizzarla, dobbiamo avere l’accortezza di selezionarne modello e tipologia adeguati. La mascherina non è un accessorio trendy, come gli occhiali da sole o una sciarpa, bensì una protezione medica. Cominciamo dicendo che le tipologie utilizzate in camera operatoria, così come quelle comunemente note come antismog, non hanno alcuna utilità antivirale. Per proteggere e proteggersi dal coronavirus occorre una mascherina specifica, ideata e realizzata appositamente per la protezione respiratoria. Il protocollo corretto è quello dei modelli siglati con le diciture seguenti: FFP1, FFP2 oppure FFP3. Particolarmente efficaci sono gli ultimi due: il loro filtraggio oscilla tra il 92 ed il 98%, a seconda degli studi. Il prezzo di questi prodotti non dovrebbe allontanarsi molto dai 5 euro.

Una mascherina semifacciale FFP3

Naturalmente, nell’utilizzare la mascherina, vanno tenute presenti alcune indispensabili precauzioni. Prima di indossarla, occorre lavarsi sempre accuratamente le mani, con sapone o disinfettante, come abbiamo (re)imparato bene a fare, in questi giorni così difficili. In secondo luogo, va verificata la perfetta aderenza tra strumento e viso, bocca e naso devono essere ben protetti. Infine, dovrebbe essere scontato ma quotidianamente vediamo come non lo sia, non tocchiamo mai la mascherina durante l’uso. E’ una cosa da ricordare soprattutto a coloro i quali si levano la protezione per grattarsi il naso, o per rispondere al telefono, per poi reindossarla subito dopo.

L’impatto ambientale della mascherina

La mascherina protettiva, prodotto alla cui produzione si stanno dedicando, in questi giorni, sempre più aziende, anche italiane, è composta di polipropilene. A causa di questo materiale, l’accumulo delle mascherine corre il rischio di creare seri problemi all’ambiente. Il polipropilene è un materiale plastico, difficilmente biodegradabile, pericoloso soprattutto per i mari. Non sono poche le associazioni ambientali che hanno già avvertito di questa incombente minaccia, la quale corre il rischio di farsi sempre più grave, con il prosieguo della pandemia.

La serietà della situazione è stata ben evidenziata da Oceans Asia, organizzazione impegnata nella salvaguardia marina, tramite il suo fondatore Gary Stokes. Egli ha affermato: “Abbiamo visto la diffusione delle mascherine per sole 6/8 settimane. Eppure stiamo già riscontrando i loro effetti sull’ambiente.” Il riferimento è alla triste scoperta su una spiaggia delle Isole Soko, vicine ad Hong Kong. A quelle latitudini sono state rinvenute 100 maschere, nell’arco di due settimane, giunte dall’Oceano. Il costante utilizzo di plastiche monouso, insieme nel quale naturalmente rientrano le mascherine, rappresenta uno dei principali problemi per l’inquinamento mondiale. Vittima favorita di questi prodotti è l’ecosistema marino.

L’impietosa pesca delle mascherine in mare, su una spiaggia delle Isole Soko, Foto: Taipei Times

Siamo naturalmente tutti impegnati nella lotta al virus e ogni guerra ha le sue vittime. I numeri sono impietosi, lo sappiamo bene in Italia. Impegniamoci però a tener fuori l’ambiente dal bollettino dei caduti di guerra, altrimenti non faremo in modo a riprenderci da questa crisi che dovremmo affrontarne subito un’altra. Quella che stavamo affrontando già prima, se qualcuno ancora lo ricorda. E il bilancio di quella battaglia, non potrà che essere più impietoso.

Sfruttamento ambientale e virus sono profondamente legati, basta seguire qualche approfondimento televisivo o radiofonico, in questi giorni, perché qualcuno analizzi questo aspetto. Anche noi lo abbiamo fatto, sulle pagine dell’EcoPost.

Come smaltire mascherina e guanti?

Non più di qualche giorno fa, era il 18 marzo, si è svolta la giornata del riciclo. Inevitabilmente, dato il periodo che stiamo attraversando, si è dedicata particolare attenzione allo smaltimento di guanti e mascherine protettive. In che modo trattiamo questi accessori al termine della loro breve vita?

I guanti monouso si dividono principalmente in due tipi. Quelli più diffusi, in lattice, non sono riciclabili e vanno gettati nella raccolta indifferenziata. Lo stesso vale per quelli composti di nitrile, una gomma sintetica. I guanti in vinile, o PVC, invece, fanno storia a parte, essendo derivati di materiale plastico, vanno gettati nella raccolta differenziata della plastica. Naturalmente, parliamo di protezioni utilizzate da persone non positive al COVID – 19. I malati devono sospendere la raccolta differenziata e gettare i loro rifiuti, indistintamente, all’interno dell’indifferenziata, curandosi di chiudere in doppi sacchetti la loro spazzatura e raccoglierla in un ambiente inaccessibile agli animali domestici. Questi rifiuti, inevitabilmente, risulteranno contaminati e non sarà dunque possibile riutilizzarli.

L’infografica dell’Istituto Superiore della Sanità per lo smaltimento di rifiuti durante la pandemia

Per quanto riguarda, invece, le mascherine, esse non sono mai riciclabili. Gettiamo tale prodotto, sempre e comunque, nella raccolta indifferenziata. La disposizione vale anche per l’utilizzatore non positivo al nuovo coronavirus. Teniamo dunque presente che ogni singola mascherina usata costituisce un rifiuto che non potremmo riciclare.

Per agevolare il lettore, ricordo che l’Istituto Superiore della Sanità ha dato indicazioni precise sullo smaltimento dei rifiuti urbani in questo periodo.

Dopo la pandemia le emissioni potrebbero aumentare

emissioni

Il drastico calo delle emissioni a causa della pandemia di coronavirus che ha messo in ginocchio il mondo potrebbe non essere duraturo. Anzi, probabilmente causerà un aumento delle emissioni anche più sostanzioso rispetto al periodo precedente il virus. O almeno così si legge in un articolo di Internazionale, dal quale prendo spunto per affermare ciò che segue.

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Crisi climatica in secondo piano

E’ ancora presto per fare previsioni, visto che non sappiamo ancora quando avverrà il picco dei contagi in Italia e nel resto del mondo la “vera” epidemia non è ancora iniziata. Possiamo però intuire come la crisi climatica sia giustamente passata in secondo piano a fronte di un’emergenza che, per essere contenuta, richiede misure repentine e a brevissimo termine.

Come si legge nel suddetto articolo, la lotta al cambiamento climatico scenderà parecchio nella percezione delle priorità globali, e servirà un impegno diplomatico ancora più deciso per evitare un fallimento. Purtroppo, però, la pandemia ha già provocato la cancellazione di alcuni incontri preliminari alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima che dovrebbe svolgersi a Glasgow a novembre. E, molto probabilmente, la conferenza stessa sarà rinviata.

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Soldi per salvare l’economia (fossile)

Oltre che dal punto di vista politico, la crisi climatica subirà un disinteresse anche da quello economico. Secondo le ultime previsioni dell’Ocse, la pandemia potrebbe ridurre la crescita del Pil globale nel 2020 dal 3,5% all’1,5%.

Per questo, Giuseppe Conte ha scongelato 25 miliardi di euro per “curare” l’Italia, mentre Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato di voler mettere a disposizione dell’Unione ben 750 miliardi di euro.

Queste notizie giungono dopo pochi mesi dall’annuncio dell’Unione Europea di un Green New Deal per azzerare le emissioni entro il 2050. A questo scopo, molti soldi pubblici dovevano essere mobilitati per sostenere le industrie nella transizione e per crearne di nuove.

Infatti, come ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, il 70% degli investimenti mondiali in energia pulita dipende dalle finanze pubbliche. Se questi soldi verranno utilizzati per risollevare le economie delle nazioni colpite dalla crisi, ad oggi basate sui combustibili fossili, il Green New Deal verrà probabilmente declassato.

Uscendo dal panorama europeo, è anche possibile che la Cina, così come gli Stati Uniti, rilancino la costruzione di centrali a carbone e altre infrastrutture inquinanti nel tentativo di far ripartire l’economia.

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Memoria storica

Queste ipotesi si basano anche su dati storici, dal momento che a seguito di ogni crisi economica avvenuta nel mondo dopo la rivoluzione industriale vi è stato un aumento delle emissioni ancor maggiore.

Questo fenomeno si spiega con il fatto che normalmente l’intensità di emissione si riduce con il tempo grazie al progresso tecnologico, che va di pari passo con quello economico. L’efficienza energetica migliora, così come la diffusione di fonti di energia meno inquinanti. Con una crisi economica il progresso potrebbe interrompersi e, quindi, farci tornare al punto di partenza.

Un incremento delle attività già in atto, senza puntare a nuovi investimenti, sarebbe una delle soluzioni più plausibili. In Cina il governo ha promesso sussidi statali alle imprese che avessero ricominciato a produrre. Pare che alcune stiano addirittura fingendo l’attività, accendendo i condizionatori e i macchinari a vuoto per poter accedere agli incentivi. Nel colosso asiatico hanno già riaperto 42 store della Apple e la Toyota riprenderà la produzione nel suo maggiore stabilimento a Guangzhou. E noi, gli iPhone e le auto continueremo imperterriti a comprarle, forse più di prima.

Una frustrazione pericolosa

Internazionale non ha toccato la questione sociale del problema. Provo a farlo io, basandomi sui dati ufficiali ma anche sulla percezione che ho sviluppato riguardo al mondo durante questa strana condizione di isolamento. Sia chiaro, quindi, che non giudicherò, anzi mi sento parte di coloro che hanno attivato il meccanismo mentale che a breve trasformerò in parole.

La brama di tornare a impossessarci dei lussi che durante la quarantena sono diventati meno accessibili, toccherà prima o poi il fondo della molla. Per esempio, già dopo poco tempo dall’inizio della quarantena italiana e, poi, mondiale, Amazon ha aumentato spaventosamente i suoi incassi. La compagnia ha anzi annunciato di voler e dover assumere 100 mila nuovi dipendenti per rispondere alla crescente domanda di questi giorni.

Gli incassi di Amazon nell’ultima settimana.
Fonte: fool.com ( https://www.fool.com/quote/nasdaq/amazon/amzn/#InteractiveChart )

Le persone, poi, si renderanno conto che ricevere la merce a casa è molto conveniente. Gli ordini di Amazon potrebbero quindi non diminuire dopo la pandemia. Aumenteranno così le emissioni dovute ai trasporti dei prodotti acquistati online. Verrà inoltre alimentato il mercato dei prodotti low-cost che sfruttano in modo insostenibile sia la manodopera sia le risorse del pianeta.

Si sta inoltre diffondendo una crescente frustrazione psicologica e sociale che porterà molti a voler abbandonare il proprio nido dopo oltre un mese di “reclusione”. Questo sia per respirare la perduta libertà di viaggiare intorno al mondo, diventata ormai un must per la classe media occidentale.

Ma anche per ricongiungersi con persone lontane, magari lontanissime, dopo che improvvisamente ci siamo resi conto di quanto le relazioni interpersonali siano preziose nella nostra vita. Tutto bello, tutto legittimo, ma l’impennata delle emissioni di milioni di aerei che ricominceranno a solcare i cieli, forse più di prima, sarà un probabile dato di fatto.

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Un barlume di speranza

Vi sono, certo, anche dei fattori che potrebbero far sperare in un proseguo di questa pulizia atmosferica globale di questi funesti mesi. Per esempio la inevitabile difficoltà economica nella quale tutti ci ritroveremo alla fin della pandemia. Senza contare la mancanza di tempo per prenderci ulteriori pause durante l’estate. Tutto questo impedirà a molti di realizzare il proprio desiderio di spiccare il volo una volta che la gabbia verrà aperta.

Dal punto di vista economico, è ancora Birol ad ipotizzare che i politici prenderanno questa pausa totale come un’occasione per ripartire da zero, dando la precedenza all’economia verde.

Inoltre, dice Birol, i governi potrebbero approfittare del crollo del prezzo del petrolio per ridurre i sussidi pubblici agli idrocarburi senza provocare grosse reazioni, e investire quelle risorse nella sanità.

Infine, fino a poco tempo fa era opinione diffusa che solo un rallentamento dell’economia degli Stati Uniti avrebbe impedito la rielezione di Donald Trump a novembre. Ora quel rallentamento sta accadendo e Trump dovrà giocare molto bene le sue carte per non perdere consensi.

Un esempio simile è quello del presidente inglese Boris Johnson, che sta gestendo la situazione in modo tutt’altro che corretto e sta, quindi, perdendo la fiducia di molti dei suoi elettori. E’ logico quindi come un’eventuale caduta dei governi conservatori e spesso anti-verdi che stanno spopolando in tutto il mondo, non potrebbe che rappresentare un lume di speranza per i polmoni del nostro pianeta.

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“Lettera dal virus”: l’avvertimento di Madre Natura (VIDEO)

Alcuni di voi lo avranno già visto in giro per i social, altri ancora no. Noi, per capirne a pieno il messaggio, abbiamo voluto vederlo diverse volte e, soprattutto, trascriverne le parole. L’autrice del video “Lettera dal Virus”, che conta già quasi 1 milione di visualizzazioni su Youtube e molte altre a mezzo social, è Darinka Montico, una travel blogger che possiamo definire “a impatto zero”. Una clip  con un messaggio profondo che merita sicuramente di essere vista.

Il video ed il testo di “Lettera dal Virus”

Fermatevi. Semplicemente. Alt. Stop. Non muovetevi. Non è più una richiesta, è un obbligo. Sono qui per aiutarvi. Questa montagna russa supersonica ha esaurito le rotaie. Basta. Aerei, treni, scuole, centri commerciali, incontri. Abbiamo rotto il frenetico vortice di illusioni e obblighi che vi hanno impedito di alzare gli occhi al cielo, guardare le stelle, ascoltare il mare, farvi cullare dai cinguettii degli uccelli, rotolarvi nei prati, cogliere una mela dall’albero, sorridere a un animale nel bosco, respirare la montagna, ascoltare il buon senso.

https://www.youtube.com/watch?v=EJll-54MR-4
Lettera dal Virus: un video per fermarsi a riflettere

Abbiamo dovuto romperlo. Non potete mettervi a fare Dio. Il nostro obbligo è reciproco, come è sempre stato. Anche se ve lo siete dimenticati. Interromperemo questa trasmissione: l’infinita trasmissione cacofonica di divisioni e distrazioni per portarvi questa notizia. Non stiamo bene. Nessuno di noi. Tutti noi stiamo soffrendo. L’anno scorso le tempeste di fuoco che hanno bruciato i polmoni della terra non vi hanno fermato. Né i ghiacciai che si disintegrano. Né le vostre città che sprofondano. Né la consapevolezza di essere i soli responsabili della sesta estinzione di massa. Non mi avete ascoltato.

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È difficile ascoltare essendo così impegnati lottando per arrampicarsi sempre più in alto sull’impalcatura delle comodità che vi siete costruiti. Le fondamenta stanno cedendo. Si stanno inarcando sotto il peso dei vostri desideri fittizi. Io vi aiuterò. Porterò le tempeste di fuoco nel vostro corpo. Inonderò i vostri polmoni. Vi isolerò come un orso polare su un iceberg alla deriva. Mi ascoltate adesso? Non stiamo bene. Non sono un nemico. Sono un mero messaggero. Sono un alleato. Sono la forza che riporterà l’equilibrio. Ora mi dovete ascoltare. Sto urlando di fermarvi.

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Fermatevi. Tacete. Ascoltate. Ora, alzate gli occhi al cielo. Come sta? Non ci sono più aerei. Quanto vi serve che stia bene per godere dell’ossigeno che respirate? Guardate l’oceano. Come sta? Guardate i fiumi. Come stanno? Guardate la terra. Come sta? Guardate voi stessi. Come state? Non puoi essere sano in un ecosistema malato. Fermati. Molti hanno paura adesso. Non demonizzate la vostra paura. Non lasciatevi dominare. Lasciate che vi parli. Ascoltate la sua saggezza. Imparate a sorridere con gli occhi. Vi aiuterò. Se mi ascoltate.”

Il virus siamo noi

In queste ultime settimane tutti i redattori del blog si sono soffermati, a turno, su una riflessione in particolare. Perché un virus è stato in grado di scatenare una reazione così unita da parte della società intera mentre la crisi climatica, i cui rischi su scala globale sono ben maggiori rispetto a quelli implicati da qualsiasi virus, non riesce a generare lo stesso sentimento di solidarietà e di disponibilità a cambiare le proprie abitudini? Sono tanti gli esperti che hanno provato a dare risposta a questa domanda e in tal senso siete invitati, per chi non lo avesse già fatto, a leggere il nostro articolo di ieri. Ciò che si vuole sottolineare, commentando questo video, riguarda un possibile ribaltamento della prospettiva.

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Sì, in questi due mesi il nostro paese, e non solo, è stato messo in ginocchio da un virus. Ma, dati alla mano, la vera malattia del mondo che viviamo siamo noi e noi soltanto. Ad oggi le conseguenze di ciò che abbiamo fatto negli ultimi 160 anni sono molto limitate rispetto a ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni. Incendi vasti come nazioni, alluvioni che mettono in ginocchio città intere, ghiacciai che continuano a ritirarsi a velocità mai viste prima, siccità, invasioni di insetti ed epidemie che dilagano. Per ognuna di queste voci ci sono state delle vittime e si tratta solo di un piccolo antipasto di ciò che ci aspetta, specialmente nel caso in cui non verranno implementate delle politiche di adattamento e di mitigazione su larga scala in tempi ragionevoli. Tra 20 o 30 anni, se non verrà fatto quanto necessario, il ricordo della sofferenza causata virus sarà poca cosa.

Saremo disposti a darci la colpa?

C’è, tuttavia, una grande differenza nella natura di queste due catastrofi. Da una parte abbiamo un virus, un qualcosa che ci è stato trasmesso da un “nemico” esterno e di cui siamo, fondamentalmente, vittime. Dall’altra abbiamo invece i cambiamenti climatici. Una minaccia molto più grande che però ha un solo ed unico responsabile: la nostra società.

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Ciò che più manca, in questo momento in cui la crisi climatica ha guadagnato un minimo di attenzione da parte dei media, non è tanto la consapevolezza del problema – seppur anche questo costituisca un aspetto ancora ampiamente insufficiente – quanto il coraggio da parte della nostra società di ammettere di aver sbagliato e di essere gli unici responsabili della più grande minaccia che la razza umana abbia mai trovato di fronte a sé.

Prendersela con un virus è facile. Farlo con noi stessi, guardando alle sofferenze che già oggi i nostri stili di vita stanno generando e che sono destinate ad aumentare esponenzialmente, lo è molto meno. Fino a quando non riusciremo a fare questo passo, la lotta alla crisi climatica sarà in salita. E, forse, ciò che faremo non sarà comunque bastato.

Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza

Il nesso fra l’emergenza climatica e l’emergenza Coronavirus esiste, in un cortocircuito di cause e conseguenze dagli effetti a dir poco paradossali. Molti hanno infatti sostenuto che il Coronavirus sia stato in qualche modo “agevolato” dal cambiamento climatico. Viceversa, i decreti di restrizione per contenere la pandemia stanno riducendo sensibilmente l’inquinamento atmosferico in Italia. Le nuove immagini ESA lo confermano. C’è un aspetto che però dovrebbe spingerci a riflettere: perché l’emergenza Covid-19 è sentita e temuta dalla popolazione italiana, mentre la percezione della crisi climatica risulta ancora drammaticamente falsata? Ecco alcune riflessioni, con il contributo di eminenti esperti.

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L’emergenza climatica e la lunga durata

Una prima spiegazione fu data nel famoso trattato I limiti dello sviluppo del 1972. Gli esperti del MIT misero in luce che il cervello umano, per quanto straordinario, non fosse capace di tenere assieme le molteplici interazioni che compongono la realtà del mondo. I nostri pensieri sono principalmente concentrati nel breve termine, nell’arco della prossima settimana o dei prossimi anni, e sono principalmente rivolti a chi ci circonda: la nostra famiglia, la nostra comunità, la nostra impresa, il nostro vicinato. Pochissime persone esprimono preoccupazione per ciò che accade alla nazione nel suo insieme, o addirittura al mondo. E un numero ancora inferiore riesce ad estendere questi pensieri nel tempo, considerando l’arco di una vita intera o il futuro delle prossime generazioni.

percezione emergenza
Club di Roma, I limiti dello sviluppo, 1972

Quindi, tendiamo ad ignorare la crisi climatica perché siamo perlopiù concentrati nel “qui e ora”. È molto difficile astrarci e inglobare nella nostra sfera delle priorità persone che non conosciamo, che abitano lontano da noi o che addirittura non esistono ancora. Lo ha scritto bene Danny Chivers in The no-nonsense guide to climate change: “la questione climatica non accende il nostro bottone delle emergenze”.

I sistemi di difesa della mente e delle nazioni

In relazione al Coronavirus, il professor Bagliani dell’Università di Torino ha spiegato così la differenza della percezione del rischio in un’intervista a La Stampa: «L’epidemia del coronavirus si sviluppa su una scala temporale breve e rispetta i tempi tipici dell’attenzione, mentre il cambiamento climatico varia su una scala temporale più lunga. Parlando di spazi, l’epidemia ha una sua collocazione: le città, gli ospedali, una nave in quarantena, mentre la crisi del nostro pianeta non si sviluppa per forza sotto i nostri occhi».

In secondo luogo, proprio per le dimensioni dilatate della crisi climatica nello spazio-tempo, è impossibile trovare un singolo nemico a cui dare la colpa. Perciò è altrettanto impossibile distribuire il fardello delle soluzioni da adottare. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Tutti responsabili, nessun responsabile. Questo gioco di rimbalzi è ben visibile nello scacchiere politico attuale: gli Stati occidentali continuano ad accusare i paesi emergenti quali Cina e India per il picco di emissioni degli ultimi due decenni, sebbene in termini storici e pro-capite proprio gli Stati Uniti e molte nazioni europee riempiano i primi posti della classifica mondiale dei paesi più inquinanti.

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L’emergenza climatica mette a rischio il nostro sistema mentale

Gli studiosi hanno apportato anche altre teorie per spiegare il deficit nella percezione del rischio del cambiamento climatico. La celebre attivista Naomi Klein ha ripreso la teoria della “cognizione culturale” dal gruppo della Yale Law School guidato da Dan Kahan, secondo cui il nostro cervello permetterebbe di integrare solamente quelle nuove informazioni che non costituiscono una minaccia per il nostro sistema di valori, di credenze, di convinzioni. Si sostiene cioè che la mente umana filtri le informazioni per difendere la propria visione di mondo: quando il costo di integrazione è troppo alto, dal punto di vista emozionale, intellettuale o finanziario, prevale la tendenza a rigettare le nuove informazioni come se fossero corpi estranei.

La differenza fra le due emergenze è anche in questo caso evidente. Il Coronavirus sta sì imponendo grossi sacrifici agli italiani, ma sono sacrifici che hanno un costo definito e quantificato nel tempo. Il limite temporale del 3 aprile potrà essere posticipato ancora, eppure siamo ben consapevoli che la quarantena non durerà per sempre. La crisi climatica, d’altra parte, richiede sacrifici a lungo termine, e quindi una costanza di pensiero che ci spinge a scompaginare e rivedere le nostre abitudini e i nostri valori. Una volta che ci verrà restituita la libertà di scegliere, riusciremo a limitare i viaggi all’estero, lo shopping nei centri commerciali, gli spostamenti in macchina? Oppure tornerà tutto come prima?

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Solidarietà e resilienza a lungo termine

Il caporedattore di Materia Rinnovabile, Emanuele Bompan, si augura che tutti questi sacrifici non siano fatti invano e si domanda:Possiamo rendere una tragedia la più grande opportunità per fermare una tragedia più grande e più difficile da cogliere? Il presente offre a chi è visionario una grande possibilità per mutare radicalmente un’economia, una gestione della nostra casa comune, mettendo al centro la salute delle persone e del pianeta”. La solidarietà e la resilienza di queste settimane possono tornarci utili per riallineare la percezione distorta delle nostre priorità e capire che l’emergenza climatica è già realtà, qui e ora.

Leggi il nostro articolo: “Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai”

Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai

Non è stato difficile, da parte dei media ma anche da chi quei momenti li ha vissuti davvero, paragonare questo periodo di restrizioni a causa del coronavirus a ciò che avveniva durante e dopo le due guerre mondiali. Coprifuoco, limitazioni alla libera circolazione, preoccupazione per i propri cari, ospedali pieni, medici costretti a prendere decisioni indicibili, le sirene delle ambulanze che sfrecciano a ogni ora del giorno e della notte su strade vuote, lasciando un vuoto anche in noi stessi ad ogni passaggio.

Noi stiamo un po’ meglio

Sono però abbastanza sicura che, se chiedessi a mio nonno quanto il paragone con la guerra sia azzeccato, mi risponderebbe che no, non è la stessa cosa. Tolto, ovviamente, il settore ospedaliero il quale, purtroppo o per fortuna, non si trova pienamente all’interno del nostro raggio di consapevolezza.

Mio nonno ci raccontava sempre una storia che, ora me ne rendo conto, aveva il secondo fine di educare me e i miei fratelli alla parsimonia e alla gratitudine. Come regalo della prima comunione, egli aveva ricevuto il permesso di mangiare un uovo intero, senza doverlo dividere con i suoi otto fratelli.

Ecco la differenza: per il momento noi, di uova, possiamo mangiarne quante ne vogliamo. Dobbiamo solo avere l’accortezza di comprarle una volta alla settimana, di stare a distanza dalle persone e, se siamo tra i fortunati che sono riusciti ad accaparrarsela, indossare una mascherina. Infine, se è possibile, comprarle dal contadino di fiducia, oppure controllare che provengano da un allevamento vicino alla nostra città. Di seguito vi spiego il perché.

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La crisi del settore turistico

Uno dei più temibili effetti di questa epidemia in Italia è quello che ha colpito il settore turistico. Chi ci fa visita ama comprare il cibo locale e vivere la vera “Italian experience“. Certo, qualcuno viene abbindolato da falsi “local restaurants” che di local hanno ben poco.

Ma, con i numeri del turismo registrati in Italia, possiamo essere certi che molti viaggiatori hanno un ruolo importante nel supportare i veri local shops. Secondo l’Istat nel 2018 gli esercizi ricettivi italiani hanno registrato circa 428,8 milioni di presenze e 128,1 milioni di arrivi, raggiungendo il massimo storico. Questi numeri hanno reso l’Italia il terzo Paese in Europa per numero di turisti, dopo Spagna e Francia.

E adesso? Il nulla. Milioni e milioni di persone bramose di assaggiare le specialità italiane sono sparite nel giro di pochi giorni. Una grande tristezza per tutti, una rovina per molti.

No ristoranti, no fornitori

Un altro effetto negativo dell’epidemia di coronavirus è quello della chiusura di bar e ristoranti. All’inizio era una decisione presa dai locali stessi per tutelare le loro attività.

Dovendo infatti mantenere delle rigide regole di orari e gestione della clientela, come ad esempio la distanza di un metro tra le persone, molti hanno preferito non rischiare multe salate, o non essere la causa di contagi evitabili. Tantissime attività, quindi, hanno chiuso le serrande ben prima della decisione del premier Conte di chiudere qualunque bar, locale e ristorante d’Italia.

Anche questo provvedimento sta avendo un effetto disastroso sui produttori locali. Molti ristoranti infatti, se di discreta qualità, utilizzano ingredienti di prima scelta, locali e di stagione, per dare al cliente la migliore esperienza culinaria possibile. I piccoli fornitori, quindi, che si sono trovati l’osteria di fiducia chiusa per un mese, hanno perso gran parte della loro clientela fissa, registrando un crollo delle vendite mai visto prima.

Un settore piegato alle grandi catene

Secondo il rapporto FIPE (Federazione Italiana Pubblici Servizi), nel 2017 in Italia vi erano 333.647 attività di ristorazione. Si può solo immaginare quanti produttori e fornitori hanno risentito della loro chiusura repentina. In più, l’Italia stava andando già incontro a una crisi importante nella ristorazione, che ha visto cessare in un anno 26.000 attività di ristorazione a fronte delle 13.600 avviate. Questo significa 34 attività che ogni giorno abbassano la saracinesca.

Spesso, poi, queste sono proprio le attività più piccole e locali le quali, con l’aumentare della concorrenza delle grandi catene, non riescono a tenerne il passo. Questo è dovuto anche al cambiamento delle abitudini di consumo da parte dei fruitori.

Per esempio, è più facile che chi si trova a Milano voglia andare in una caffetteria di moda come Starbucks piuttosto che in una un po’ più nascosta, meno in voga, anche se più “locale”. E non serve un’inchiesta giornalistica per verificarlo. La fila lenta e perenne davanti a Starbucks l’ho vista con i miei occhi, e il locale non sembra essere nemmeno molto piccolo.

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La vittoria schiacciante dei supermercati

Adesso che gli italiani non escono più a mangiare, voi direte, saranno costretti a fare più spesso la spesa. I produttori, quindi, dovrebbero anzi registrare un aumento nelle vendite.

In effetti, prima di questa emergenza i consumi alimentari fuori casa erano il 36% del totale e avevano un valore di 43,2 miliardi di euro. Il problema, però, è che anche stando a casa gli italiani prediligono di gran lunga rifornirsi al supermercato. Secondo una ricerca del Censis sono 45 milioni le persone che si riforniscono nella grande distribuzione, ovvero il 75% della popolazione.

E’ stato anche appurato come il settore della grande distribuzione alimentare sia uno di quelli che più ha beneficiato dell’avvento del coronavirus, insieme a quello farmaceutico e del commercio online. Si stima infatti che, se l’epidemia continuasse a tormentare l’Italia anche dopo l’estate, i guadagni del suddetto settore passerebbero dai 108 miliardi del 2019 a 132 miliardi nel 2020. Se quindi i piccoli produttori locali già soffrivano per la concorrenza con i supermercati, oggi questa concorrenza è salita alle stelle.

Uno dei motivi, comprensibili, per i quali le persone preferiscono la grande distribuzione è quello di fare abbondante scorta di beni, così da non uscire di casa più del necessario. L’altro lato della medaglia, però, vede il formarsi di una concentrazione di persone altissima, sia fuori che all’interno dei supermercati, molto rischiosa sia per noi che per i dipendenti, esposti ogni giorno a una enorme quantità di potenziali infetti. I supermercati, inoltre, sono spesso distanti dai quartieri abitati, richiedendo così più e, quindi, contatti.

Il problema dei supermercati è anche l’utilizzo spropositato della plastica negli imballaggi

Cambiare le nostre abitudini

Questo potrebbe accadere anche all’interno dei piccoli negozi locali, certo. Qui, allora, entrano in gioco le nostre abitudini di consumo, alimentari e non, che il coronavirus potrebbe spronarci a cambiare. Se decidiamo di comprare meno e meglio, infatti, ridurremo automaticamente anche le nostre uscite.

Se l’andare al supermercato è la conseguenza del non saperci privare degli alimenti industriali, confezionati e pronti, che ci bastano per pochi giorni e ci svuotano il portafogli, allora non è più giustificabile. Un esempio sono gli snack e le bibite, ma anche, per esempio, i prodotti di bellezza. Ancora peggiori sono i prodotti esotici tanto in voga, come l’avocado, senza il quale non è possibile postare una foto con la descrizione “#iorestoacasa e mangio healthy” , mentre l’economia italiana collassa all’ombra di quello stesso avocado.

Utile, invece, ridurre la quantità di cibo che mangiamo e prediligere la qualità e la località. Dai fruttivendoli non ci saranno gli avocado e le fragole incolore e insapore, scongelate e conservate in una scatola di plastica. Non ci saranno interi scaffali di cibi pronti e la scelta sarà tra poche, semplici materie prime. Però sappiamo tutti che qui è possibile trovare alimenti più sani, magari biologici, di stagione, con la filiera corta e che supportano l’agricoltura italiana.

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Fatelo per l’Italia

Questo titolo suona forse anacronisticamente patriottico. Ma è un dato di fatto che l’Italia e il resto del mondo dovranno affrontare una grave crisi economica, durante e anche dopo il coronavirus. E noi cittadini, in quanto dipendenti da quella economia, dobbiamo fare la nostra parte per salvare il salvabile. Supportare i produttori italiani, quindi, non può che portare beneficio.

Sembra che ne avremo un grande bisogno anche perché, proprio mentre scrivo, le frontiere di tutto il mondo stanno chiudendo. Per adesso il blocco non riguarda le reti commerciali, nonostante alcuni opinionisti ritengano che dopo il coronavirus le catene di approvvigionamento saranno spostate più vicino “a casa” piuttosto che dislocate in terre lontane.

La salute prima di tutto, anche del pianeta

Al momento, inoltre, moltissime persone coinvolte nel settore del commercio internazionale stanno ancora lavorando, stanno entrando in contatto tra loro e stano viaggiando tra una nazione e l’altra. Penso ai piloti di aerei, treni e navi che si occupano del trasporto delle merci e che rischiano di prendere il coronavirus, oltre che di diffonderlo.

Se blocchiamo queste attività cambiando le nostre abitudini di acquisto, certamente molti perderanno il lavoro e l’economia mondiale ne risentirà, ma quello a cui bisogna pensare, come dimostrano i sacrifici che tutti noi ad oggi stiamo facendo, è la nostra salute. E se questo cambio di rotta e queste nuove misure continueranno anche dopo l’emergenza sanitaria e porteranno a meno trasporti, meno emissioni, più qualità e più territorialità, sicuramente l’ambiente ringrazierà. Perché, quindi, non prepararci e abituarci già adesso?

Scelte etiche anche al supermercato

Comunque, ci tengo a specificare che, se non avete la possibilità di evitare il supermercato, oppure non conoscete un produttore locale, o ancora quello che si spaccia per produttore locale è in realtà un rivenditore di prodotti industriali, non disperate. Al di là che si stanno sviluppando servizi di spesa a domicilio molto efficienti, sia dai grandi supermercati sia dai piccoli produttori, i quali possono prevenire moltissimi potenziali contagi da coronavirus.

Anche al supermercato si possono fare scelte più etiche di altre. Per esempio, acquistare prodotti con certificazioni di provenienza, che abbiano una filiera corta e che, di conseguenza, siano italiani. Ma anche e sopratutto scegliere materie prime e di stagione, non cibi già pronti o scongelati. Dopodiché potete potete postare con cuore più leggero una foto del vostro piatto.

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Cambiamenti climatici e CoronaVirus: la prova che cambiare è possibile

A parte qualche piacevole aspetto romantico della quarantena obbligata, legati principalmente al tornare in possesso del proprio tempo, ci troviamo certamente a vivere un periodo quantomeno drammatico. Oggi per almeno qualche settimana siamo tutti costretti a rimanere a casa, allarmati, impauriti, perché che con la salute non si scherza siamo tutti d’accordo. Ma non c’è forse un legame tra cambiamenti climatici e corona virus? E perché allora non ci muoviamo allo stesso modo, con la stessa sinergia e determinazione nella lotta ai cambiamenti climatici?

Tutti speriamo che questa rinuncia alla normalità possa servire ad arginare il contagio e consentirci così nel periodo più breve possibile di tornare a condurre la vita così come la conosciamo. Ma qualcosa sarà cambiato. Questo evento ci avrà dimostrato ciò che fino a poche settimane prima sembrava impensabile: che cambiare (anche radicalmente) si può.

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Il ritorno alla normalità con una consapevolezza in più

Quando l’allarme sarà rientrato e ci sarà di nuovo permesso di uscire di casa e circolare liberamente e indiscriminatamente si parlerà di “ritorno alla normalità”. Sarà una riconquista importante, alla quale si susseguiranno svariate analisi e considerazioni su come si sia intervenuti più o meno tempestivamente, più o meno adeguatamente; ma alla fine dei conti tutti saranno felici di averla scampata e saranno un po’ orgogliosi di aver contribuito, proprio tramite le proprie rinunce, a sconfiggere quella minaccia. Debellare il corona virus o quantomeno non avergli permesso di dilagare sarà un merito condiviso da tutti.

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Nella memoria collettiva dell’intera popolazione italiana (ma probabilmente lo stesso varrà per tanti altri paesi europei ed extraeuropei) sarà presente il ricordo di questo evento e la consapevolezza che nei casi più difficili siamo in grado di reagire, e di farlo sia individualmente che collettivamente.

Tutto questo non sappiamo ancora quando avverrà. Non ci è dato sapere quanto la quarantena si prolungherà. Ma questo non ci impedisce di attenerci a quanto ci viene detto di fare. Lo si fa perché lo si deve fare, in cambio della promessa della riconquista di quella libertà data tanto per scontato fino ad ora.

Minacce invisibili: i cambiamenti climatici e il corona virus

Difficile da crederci, ma il corona virus ci offre un’opportunità meravigliosa. Per rendersene conto basta smettere di focalizzarsi sul corona virus e iniziare a interpretare quanto sta avvenendo come un monito, una prova generale, un invito a unire le forze per un intento comune: arginare le conseguenze dei cambiamenti climatici causati dall’antropocentrismo più sfrenato.

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La minaccia dei cambiamenti climatici ha dei caratteri comuni con il corona virus. Entrambe sono: destinate ad acuirsi esponenzialmente con il passare del tempo, tanto subdole e apparentemente impercettibili quanto potenzialmente mortali, e globali. L’unica differenza è che, al contrario del covid19, i cambiamenti climatici interessano più i giovani e meno le fasce più anziane della popolazione.

Crisi è sinonimo di opportunità: l’Italia in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici

Ormai da settimane l’Italia e gli italiani sono sotto gli occhi di tutto il mondo per essere il secondo paese più colpito, sia per numero di contagi che di morti, dopo la Cina. Questo ci sta dando la possibilità di proporci – ahinoi -come uno dei paesi di riferimento per la gestione di questa crisi sociale e sanitaria che riguarda il mondo intero. Da qui l’opportunità.

Chi si interessa di politica sa che l’Italia fatica a trovare spazio tra i grandi del mondo, a far sentire il proprio peso. Facendo tesoro della situazione attuale, il Paese Italia potrebbe assumersi il ruolo di trascinatore nella lotta ai cambiamenti climatici. Potendo ora meglio comprendere quelle che saranno le sfide – quelle sì impossibili – imposte dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.

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Ora consci del fatto che cambiare è possibile, che rinunciare a qualcosa si può, che nessuno è solo nell’affrontare le grandi minacce del suo tempo. Non trarre beneficio e vantaggio da questa situazione sarebbe decisamente un errore. In molti durante questi lunghi giorni di quarantena avranno avuto modo di riscoprire tante belle attività, tra le quali prendersi cura di sé e di ciò che si ha. Proprio questo potrebbe essere uno spunto per far ripartire l’economia messa in ginocchio da questa crisi. Con investimenti finalizzati a un ritorno sociale e ambientale oltre che economico.

Visto che ci siamo e che cambiare si può, ci avventuriamo tanto in là da dire che forse è il caso di ripensare il motto “prima gli italiani”. Rendendolo uno slogan di progresso sociale. Prima gli italiani non per diritti, ma per senso di responsabilità e unione d’intenti. Per essere arrivati prima degli altri a capire in quanto popolo qual è la sfida che ci attende. E fieri, prenderli per mano e accompagnarli in un mondo bello, naturale, vivibile, per tutti, come potrebbe essere quello là fuori, che oggi come non mai è così lontano e così vicino al contempo.