ONU: “Il CoronaVirus non distragga dalla lotta per il clima”

Si è da pochi giorni concluso l’incontro dell’ONU in cui è stato presentato il report sullo stato del clima nel 2019, a cura della World Meteorological Organization. Un documento redatto per fare il punto sull’anno appena passato in tema, neanche a dirlo, di cambiamenti climatici. Il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha colto l’occasione per ricordare che, oltre al CoronaVirus, c’è anche un’altra battaglia da combattere, altrettanto pericolosa, e che non va assolutamente messa in secondo piano: quella legata al clima.

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Il contenuto del report

Partiamo, come sempre, dai dati e dal contenuto del report in modo da capire bene ciò di cui si sta parlando.

  • Nel 2019 gli oceani hanno avuto la temperatura media più alta di sempre, con almeno l’84% dei mari che hanno sperimentato ondate di calore sopra la media.
  • Le temperature registrate in giro per il mondo sono state le più alte di sempre, dopo quelle del 2016.
  • Per il 32esimo anno di fila è stata maggiore la quantità di ghiaccio che è stato perso rispetto a quello guadagnato. Questo fenomeno ha fatto sì che il livello dei mari fosse il più alto di sempre da quando sono iniziate le rilevazioni.
  • Il declino del Circolo Polare Artico ha continuato la sua marcia. Lo scorso Settembre – il periodo in cui raggiunge la sua estensione minima – è stato registrato il terzo dato peggiore di sempre.

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  • La scorsa estate, solo in Francia, le ondate di calore hanno causato 20.000 ammissioni extra negli ospedali e 1.462 morti premature.
  • L’Australia ha appena trascorso il suo anno più “asciutto”, prolungato in maniera ulteriore da una stagione degli incendi apocalittica.
  • Alluvioni e tornado hanno costretto, nel 2019, 22 milioni di persone a lasciare le proprie case, un dato ben più alto rispetto all’anno precedente. Più in particolare ci si riferisce al ciclone Idai che ha colpito il Mozambico, il ciclone Fani che si è scatenato nell’Asia meridionale cui vanno ad aggiungersi l’uragano Dorian nei Caraibi ed altre alluvioni che hanno colpito Iran, Filippine ed Etiopia.
  • L’imprevedibilità del clima e gli eventi meteorologici estremi sono stati un fattore rilevante in 26 delle 33 nazioni che sono state colpite da una crisi alimentare nel 2019. In 12 di queste 26 ne sono stati la causa principale.
  • “Dopo dieci anni di declino costante, la fame nel mondo ha iniziato a crescere nuovamente.” – si legge nel report – “Più di 820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2018”. I dati, come al solito, non lasciano scampo. La fotografia che esce da questo report è davvero raccapricciante.

Il commento di Guterres sullo stato del clima nel 2019

La reazione più forte, che in parte vi abbiamo già anticipato, è stata proprio quella di Antonio Guterres. Il Segretario Generale dell’ONU non ha fatto nulla per nascondere la sua enorme preoccupazione. “Il cambiamento climatico è la sfida che definirà le sorti della nostra epoca. Al momento siamo ben lontani dal percorso che dovrebbe portarci ad un aumento della temperatura di 1,5/2°C, il target specificato nel Paris Agreement. Il tempo sta scorrendo velocemente e, con lui, le nostre chances di evitare le conseguenze più gravi causate dalla rottura dell’equilibrio terrestre. Dobbiamo proteggere la nostra società. Servono maggiori ambizioni in termini di taglio delle emissioni, di politiche di adattamento e anche nell’individuare soluzioni finanziarie. Occorre arrivare più che preparati a Novembre, quando si terrà la Cop 26 di Glasgow. È l’unico modo che abbiamo per assicurare un futuro più sicuro, prosperoso e sostenibile a tutte le persone che abitano questo pianeta”.

Hoskins: “Il clima è una minaccia ben più grande del CoronaVirus”

Anche il Professor Brian Hoskins, dell’Imperial College di Londra, non ha esitato nell’esprimere la sua preoccupazione: “Questo report è un catalogo dello stato del clima del 2019 e della miseria umanitaria che ha portato con sé; ci indica una minaccia che, per la nostra specie, è ben più grave di ogni virus che conosciamo. Non dobbiamo distrarci dalla necessità di combatterlo, riducendo le nostre emissioni a zero nel più breve tempo possibile”. L’ennesima voce che si aggiunge al coro degli scienziati che, ormai da 30 anni, stanno lanciando campanelli d’allarme da ogni dove.

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Va comunque specificato come, nei giorni scorsi, lo stesso Guterres abbia espresso, eccome, la sua preoccupazione per l’attuale situazione generata dal Corona Virus. Il messaggio che qui ha voluto mandare non riguarda, quindi, una sottovalutazione della problematica. Non si tratta di una gara per definire quale sia il problema peggiore tra clima e CoronaVirus. Entrambe le situazioni vanno affrontate con la massima cautela e con il maggiore impegno possibile.

Guterres: “Il Coronavirus sarà temporaneo. I problemi legati al clima no”

Ciò che, però, voleva sottolineare il Segretario Generale dell’ONU è la differente natura delle due problematiche: “Una cosa è una malattia che tutti prevediamo essere temporanea, come il CoronaVirus, un’altra sono i problemi legati al clima che ci sono da molti anni e rimarranno con noi per decenni. Non sopravvalutiamo la momentanea riduzione delle emissioni. Non combatteremo i cambiamenti climatici con un virus. L’attenzione che deve essere prestata per combattere questa malattia non deve distrarci dalla necessità di sconfiggere il cambiamento climatico e di affrontare tutti gli altri problemi che il mondo sta affrontando. La mia speranza – conclude Guterres – è che le persone saranno in grado di impegnarsi per entrambi gli obiettivi (CoronaVirus e clima) con la stessa forte volontà politica”.

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Parole, queste ultime, che vogliamo sottoscrivere pienamente. Il mondo, Italia su tutti, sta dimostrando che, quando si tratta di affrontare una crisi, cambiare le proprie abitudini, trovare soldi che non sembravano esserci o prendere decisioni impopolari è non solo possibile ma, anzi, ben visto dalla società tutta. La sfida che ci ritroveremo ad affrontare una volta sconfitto il virus sarà ancora più grande e, per certi aspetti, richiederà altrettanto impegno e senso civico da parte di tutti. Non solo dalle istituzioni, troppo spesso ritenute uniche responsabili della crisi climatica in atto. Una buona parte della differenza la facciamo, e la faremo, tutti noi, con le nostre scelte individuali. A poco servirebbero i decreti emanati dalla Presidenza del Consiglio se poi il nostro senso civico non ci spingesse a rispettarli.

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In questi giorni stiamo dimostrando di essere più che in grado di mettere l’interesse collettivo davanti al nostro. Che ci serva da allenamento per quando, tra qualche mese, il nemico da combattere sarà, per certi versi, ben più preoccupante.

Follia ad alta quota: voli vuoti per preservare le rotte

Voli “fantasma” che sorvolano i cieli, completamente vuoti. Litri e litri di carburante che vengono sprecati. Emissioni che vengono generate gratuitamente, senza che ce ne sia un vero motivo.

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Il Coronavirus e i voli vuoti

Con l’avanzare del temuto Co-vid19 è inevitabile che siano innumerevoli i voli ad essere rimasti vuoti. Su tutti, e a ragion veduta, quelli che transitano lungo le rotte dei paesi più colpiti quali, ad esempio, Italia, Cina, Hong Kong, Corea del Sud e via dicendo. La soluzione naturale sarebbe un calo nella frequenza di volo su determinate tratte ma per via di una regola, diciamo così, rivedibile dell’Unione Europea le compagnie sono costrette ad operare almeno l’80% dei voli già “prenotati” su quella rotta con il rischio, altrimenti, di vedere cancellata la propria priorità su determinate destinazioni.

Una regolamentazione che vale, per fortuna, solo per i voli intercontinentali. Ed ecco che, per far sì che la propria tratta non sia ceduta ad un concorrente, le compagnie sono costrette a far partire voli completamente vuoti generando un alto quantitativo di emissioni che, almeno in questa situazione, potremmo tranquillamente risparmiarci.

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Quali soluzioni

Una situazione che non porta vantaggi praticamente a nessuno e che preoccupa gli operatori del settore. Il Segretario dei Trasporti del Regno Unito, Grant Shapps, ha dichiarato di essere “particolarmente preoccupato. Per soddisfare questa la regola 80/20 le linee aree sono costrette a far decollare voli con pochissimi passeggeri. A volte sono addirittura vuoti. Il tutto solo per conservare i propri vantaggi. Uno scenario del genere non è accettabile. Non è negli interessi del settore, dei passeggeri né tanto meno dell’ambiente. Tutto ciò deve essere fermato”.

Delle preoccupazioni più che fondate soprattutto nel momento in cui la regola che sta costringendo le compagnie a percorrere queste tratte è stata momentaneamente sospesa per i voli che riguardano le zone asiatiche più colpite dal virus. La speranza è che sia solo questione di tempo prima che venga preso lo stesso provvedimento anche per le altre tratte.

Il “flight shaming” e le emissioni dei voli vuoti

È ormai risaputo che il trasporto aereo è quello che genera il maggior numero di emissioni per passeggero. Si stima che una cifra tra il 2 ed il 4 percento dei gas serra che immettiamo in atmosfera ogni anno è generata proprio da questo settore. Un dato che, oltre a sottolineare l’eccessivo utilizzo che facciamo di questo mezzo di trasporto, ha generato negli ambientalisti più coerenti una “vergogna di volare” nota, a livello internazionale, con la sua definizione inglese di “flight shaming”.

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Se dunque, da un lato, abbiamo delle persone che percorrono diverse centinaia di chilometri in treno o in autobus per evitare di prendere un volo, dall’altro, in questa situazione di emergenza tanto sanitaria quanto economica, abbiamo invece delle compagnie aeree che sono “costrette” a far percorrere tratte intercontinentali ai propri voli che sono, per lo più, vuoti. Due opposti che confermano la follia di un mondo i cui estremi si stanno allontanando sempre di più. Resta tuttavia una situazione ai limiti dell’assurdo, resa possibile dall’ennesimo vizio burocratico che, se corretto, permetterebbe alle compagnie aeree di lasciare alcuni dei propri aerei a terra, almeno per un po’, risparmiando denaro, emissioni e, perché no, un aumento del rischio di contagio da Co-vid19.

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In una fase del genere il buon senso non può essere messo da parte. Soprattutto da parte di chi, con una semplice decisione, può generare un effetto domino che creerebbe benefici a tutti gli interessati. E se per una volta ci guadagna anche l’ambiente, va bene lo stesso.

Coronavirus: il paradossale calo delle emissioni e l’esperimento Smart Working

Negli scorsi giorni, molte testate giornalistiche hanno riportato la notizia del crollo delle emissioni dovute al Coronavirus. A gennaio sembrerebbe esserci stata una riduzione considerevole in Cina. Anche fra le maggiori città italiane si registrano notevoli cali di polveri sottili nell’aria, potenzialmente legati al rallentamento complessivo delle attività di queste settimane. Gli ambientalisti frenano gli entusiasmi: non appena l’emergenza sarà finita, la produzione riprenderà a pieni ritmi e anzi cercherà di recuperare le perdite. Lo Smart Working, invece, potrebbe essere una soluzione da estendere oltre la crisi.

Il Coronavirus ha portato ad un calo delle emissioni in Cina

Per quanto riguarda la Cina, la fonte principale che riporta un calo delle emissioni è lo studio redatto dal Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) e pubblicato su CarbonBrief.org. Secondo i loro dati, la domanda di energia elettrica e la produzione industriale sono crollate drasticamente dall’inizio di gennaio. Riportiamo il testo introduttivo dello studio: “le misure per contenere il Coronavirus hanno portato ad una riduzione fra il 15 e il 40% della produzione in molti settori chiave dell’industria. Questo corrisponde con ogni probabilità ad un’eliminazione di un quarto o più delle emissioni nazionali di anidride carbonica nelle scorse quattro settimane, un periodo dove l’attività normalmente avrebbe registrato una ripresa dopo le vacanze per il Capodanno Cinese”.

Infatti, in occasione della festività del Capodanno, la Cina vede solitamente un calo nelle proprie emissioni, soprattutto per quanto riguarda la produzione energetica in impianti a carbone. Quest’anno le vacanze cinesi sono state prolungate per contenere l’espansione del Coronavirus. Di conseguenza, l’attività produttiva ha subito un forte rallentamento, tramite la chiusura delle fabbriche, il blocco degli spostamenti via terra e via cielo e le persone che lavorano prevalentemente da casa.

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I dati della NASA confermano

I dati della NASA e dell’European Space Agency (ESA) confermano il trend sopra descritto, con un drastico calo della presenza del diossido d’azoto nell’area sovrastante la Cina. Anch’essi riconducono questo fenomeno alla quarantena forzata dovuta al Coronavirus. Il diossido d’azoto è un gas prevalentemente emesso dai veicoli a motore, dalle centrali elettriche e dagli stabilimenti industriali. Le mappe riportate qui sotto mostrano tre intervalli di tempo del 2019 a confronto con gli stessi periodi del 2020. Gli scienziati della NASA hanno dichiarato che il fenomeno interessava inizialmente solo la zona intorno a Wuhan. Con il passare delle settimane, la riduzione di diossido d’azoto si è allargata in tutto il paese. Fei Liu, ricercatore per la qualità dell’aria, ha ammesso: “Questa è la prima volta che ho visto un calo così drastico su un’area tanto vasta per un determinato evento”.

Calo di polveri sottili in Pianura Padana

In maniera similare, è avvenuta una riduzione dei livelli di PM10 nell’aria nella Pianura Padana. In Emilia Romagna dal 25 febbraio ad oggi non è stato registrato nessun sforamento delle polveri sottili. Arpae ha indicato come prima causa il cambiamento meteorologico, dovuto a una depressione che ha aumentato la ventilazione, ma non ha escluso che proprio il Coronavirus possa aver contribuito alla decrescita.

Anche Arpa Lombardia ha rilasciato dati positivi per l’area milanese. A partire dal 23 febbraio, giorno del primo decreto, non vi sono più stati sforamenti dei limiti consentiti (oltre i 50µg/m³), mentre nelle settimane precedenti l’area metropolitana di Milano aveva registrato livelli superiori per ben 35 volte. L’ente di monitoraggio sottolinea come anche in questo caso la riduzione sia dovuta principalmente ai forti venti che hanno soffiato sulla Pianura Padana. È ancora presto per stabilire con certezza un collegamento con il Coronavirus e il consequenziale blocco delle attività.

Coronavirus: una riduzione solo temporanea

GreenPeace China ha segnalato che l’effetto benefico per il clima è quasi certamente temporaneo. Ad un calo della diffusione del virus seguirà “un aumento della produzione delle fabbriche per compensare le perdite del periodo di inattività”. Inoltre, non c’è nulla da festeggiare se l’unico modo che abbiamo per vedere una riduzione delle emissioni è un’emergenza sanitaria che blocca la società e la cultura. Quella stessa cultura che risulta fondamentale per aumentare la consapevolezza sulla crisi climatica e spingere all’azione.

Anche l’esperto Luca Mercalli è arrivato alle stesse conclusioni: “Dispiace ottenere un risultato positivo attraverso un fatto sbagliato, invece che per un progetto. Per questo periodo ci sarà un rallentamento; se si tratta di una settimana non cambierà nulla, ma se dovesse durare mesi avremmo un’effettiva riduzione dell’impatto climatico. Si è arrivati a questi paradossi”.

Coronavirus e Smart Working: l’esperimento in tutto il mondo

C’è però un fattore della quarantena che potrebbe portare dei benefici a lungo termine: lo Smart Working. Numerosissime aziende e vari settori della società italiana si stanno adattando all’emergenza facendo lavorare i propri dipendenti da casa. Lo scopo è appunto limitare quanto più possibile il contagio e sopperire al fatto che le scuole sono chiuse e i figli non posso restare in casa da soli. Ebbene, secondo la CNN, il Coronavirus avrebbe avviato “il più grande esperimento di Smart Working al mondo“.

In Italia esistono già le prime valutazioni, attuate da ENEA. La ricercatrice Marina Penna ha commentato i dati fin’ora ottenuti con queste parole: “basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione”.

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Smart Working: i limiti della sostenibilità

Le fonti del risparmio dello Smart Working sono evidenti: minor mezzi di trasporto, abbattimento del consumo energetico negli uffici. Ma anche in questo caso, bisogna essere cauti nelle previsioni e valutare il quadro d’insieme. La BBC ha sottolineato come lo smartworking possa illudere in termini di sostenibilità. Per un’analisi completa, bisognerebbe valutare numerose variabili, a partire dal mezzo di trasporto utilizzato dai lavoratori (dai più inquinanti mezzi a benzina e gasolio, fino all’auto elettrica, al car-sharing o al trasporto pubblico). Inoltre, almeno per quanto riguarda la stagione invernale, il consumo di energia delle singole case sarebbe maggiore a quello degli uffici, spesso più moderni delle abitazioni e quindi dotati di sistemi di efficienza energetica.

Una nuova normalità

In conclusione, l’epidemia Coronavirus sta portando a dei paradossi ambientali imprevisti. Ci teniamo a ribadire che, oltre ad essere un fenomeno temporaneo, il calo delle emissioni verificatosi in queste settimane non è certamente auspicabile, poiché la mancata produzione sta avvenendo a discapito della salute e della sostenibilità economica degli italiani. D’altra parte però, come hanno scritto in tanti, non possiamo augurarci che le mascherine per contenere l’epidemia siano sostituite un’altra volta da quelle per la qualità dell’aria. La quarantena ci ha costretti a scompaginare la lista delle priorità e a reinventarci giorno per giorno. La pratica dello Smart Working ne è l’esempio più evidente. Il minimo che possiamo fare, quando la normalità tornerà, è evitare che sia la stessa normalità di prima, del tutto insostenibile dal punto di vista ambientale.

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