Barcolana eco-insostenibile. Un’occasione sprecata

In occasione della cinquantunesima edizione della Barcolana 2019, tenutasi in questo mese, Trieste ha organizzato una grande festa lungo le strade limitrofe a Piazza Unità d’Italia. Un nostro lettore, appassionato di barche a vela, era sul posto per l’occasione e ha voluto segnalarci una serie di incoerenze tra ciò che dovrebbe essere un evento incentrato totalmente sulla sostenibilità e che invece, come troppo spesso accade per iniziative con un così alto numero di visitatori, è rientrato nella triste categoria dei più classici esempi di Greenwashing che poco hanno a che vedere con il rispetto dell’ambiente.

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CHE COS’È LA BARCOLANA?

Fondata nel 1969, si tratta di una storica regata velica internazionale che si tiene ogni anno nel Golfo di Trieste nella seconda domenica di Ottobre. Quella di quest’anno è stata la cinquantunesima edizione dell’evento che, con annessi tutti i suoi festeggiamenti, ha avuto luogo dal 02 ottobre al 13 ottobre. Quest’anno ha visto la partecipazione di più di 2.000 barche.

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Il “plastic party” della Barcolana

Per l’occasione è stata allestita una grande festa il giorno precedente alla grande regata del 13 ottobre. Sono stati collocati, lungo le strade che costeggiano la città dal Golfo, diversi stand con cibo e bevande, negozi specifici per velisti e info point, tra i quali quello della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia dove veniva sottolineata l’importanza di mantenere gli obbiettivi dell’Agenda 2030. La chiamano la Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile.

Leggi il nostro articolo: “Ocean Cleanup funziona. Raccolti i primi rifiuti dal Pacifico”

All’interno dello stand venivano proiettati alcuni video fatti dai ragazzi delle superiori della regione; oggetto principale dei corti era il tema della plastica e della scarsa educazione civile riguardo lo smaltimento dei rifiuti. Lo scopo era quello o di sensibilizzare i fruitori dell’evento riguardo il problema, in modo che non venissero gettati rifiuti in strada.

La statua di plastica riciclata a forma di pesce, simbolo di Greenwashing

Nella piazza si ergeva fiera un’enorme scultura a forma di pesce fatta con la plastica raccolta in mare. Ad animare il tutto, c’erano le migliaia di persone in giro per la città e stand di ogni genere che, per loro natura, attirano e invogliano la folla a comprare. Insomma si prospettava una festa ben organizzata e sensibilmente ecologica, eppure, afferma il nostro lettore: “Ho visto una situazione un po’ degradante e del tutto diversa dalle mie aspettative”.

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La statua composta da rifiuti plastici trovati in mare

Durante le ore successive sono venute a galla le pecche organizzative dell’evento. Ovunque si scorgevano bicchieri di plastica a terra o a saturare bidoni dell’indifferenziato: “Camminando si poteva sentire lo scrocchiare dei bicchieri abbandonati a terra – continua il nostro lettore – o la sensazione di scivolamento dovuta alle migliaia di volantini pubblicitari svolazzati ovunque. Il danno è che la festa si è svolta a veramente pochi centimetri dall’acqua. Immaginatevi quanti bicchieri possono essere caduti in mare accidentalmente! Scommetto si sarebbe potuto creare un altro pesce di plastica”.

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Gli stand, la regione e gli organizzatori della Barcolana, se avessero davvero voluto dare uno spirito ambientalista all’iniziativa, avrebbero dovuto impegnarsi a non utilizzare plastica perché, oltre ad essere poco conforme con i movimenti giovanili a favore dell’ambiente – quanti poveri ambientalisti hanno dovuto “sopportare” questo scricchiolare sotto i loro piedi?) – è incoerente con i messaggi ecologici che si è puntato a diffondere.

I problemi organizzativi della Barcolana

“Pochissimi bidoni specifici per differenziare e poca sensibilizzazione al tema ambientale. Sarebbe servita un’organizzazione urbanistica per la locazione di bidoni specifici e la limitazione di accumulo di rifiuti sulle strade. Ma, come al solito, si è puntato solo al guadagno e non alla sostenibilità. Questa enorme svista regionale è proprio l’opposto del grande pesce di plastica simbolo di una sensibilità ecologica mancante.”

Video della spettacolare regata

Eppure le soluzioni alternative esistono eccome. Dai bicchieri compostabili con appositi bidoni per il corretto smaltimento ai bicchieri di plastica dura acquistabili con una caparra di pochi euro, magari con il bel logo della Barcolana a strizzare l’occhio al merchandising dell’evento; sarebbe stata un’ottima strategia di marketing che però è mancata. E che non si dica che gli stand erano indipendenti e potevano fare ciò che ritenevano migliore per le loro tasche perché altrimenti non sarebbero dovuti essere li a vendere per la festa della Barcolana.

Sarebbe bastato poco e invece..

“Una festa che poteva, potenzialmente, essere bella e di buon impatto ecologico ma che, di fatto, non ha tenuto conto delle vere aspettative delle persone a cui il tema ambientale interessa davvero”. Queste le ultime parole della testimonianza del nostro lettore, gonfie di rammarico per un’iniziativa che avrebbe potuto rappresentare un inno alla sostenibilità ambientale e che, invece, si è rovinata con le proprie mani.

Non sarà l’ultima volta che assisteremo a racconti di questo tipo ma la speranza è che ci siano sempre più persone pronte a denunciarlo. Soprattutto quando ad essere responsabili di queste mancanze sono le istituzioni ovvero coloro che per prime dovrebbero attuare vere e proprie politiche di sensibilizzazione ambientale. Troppo spesso abbiamo visto politici riempirsi la bocca con parole di amore verso l’ambiente. Ora è giunto il momento di trasformarle in fatti. Il cambiamento passa, inevitabilmente, anche da questo.

A Roma la Metro è gratis. Grazie alla plastica

Il servizio si chiama +Ricicli +Viaggi ed è attivo nella capitale italiana dal 23 luglio con numeri più che soddisfacenti. In poco più di un mese, fino al 28 agosto, sono state riciclate più di 100.000 bottiglie in plastica. Un’iniziativa che, quanto meno nelle intenzioni, ha di che rallegrare e che ha superato con esito positivo una fase sperimentale. Coripet ha infatti installato le postazioni solamente in 3 fermate della Metro di Roma, ma potrebbe presto aggiungerne altre.

Leggi il nostro articolo: “Ogni settimana mangiamo 5 grammi di plastica. Come una carta di credito”

Come funziona +Ricicli +Viaggi

Il meccanismo è piuttosto semplice. Ogni 30 bottiglie di plastica si ottiene un titolo di viaggio gratuito per viaggiare sui mezzi pubblici. Il viaggiatore può ricevere il “premio” tramite le applicazioni mobile dei trasporti della capitale, ovvero MyCicero e TabNet. Le macchinette, installate in collaborazione con Atac, accettano solo bottiglie marchiate PET integre, non schiacciate, munite di etichetta e devono ovviamente essere completamente vuote. I primi 3 “esemplari” sono attivi nelle stazioni Piramide (Metro B), San Giovanni (Metro C) e Cipro (Metro A).

Un’arma a doppio taglio?

Basta poco per trasformare quella che, almeno apparentemente, sembrerebbe una bella notizia in una cattiva. Il rischio che si corre è infatti quello di incentivare l’acquisto di bevande in plastica. Il consumatore potrebbe essere spinto a privilegiare bibite confezionare in PET proprio per ottenere, in cambio di un loro riciclo, un titolo di viaggio gratuito.

Leggi il nostro articolo: “La vita di una bottiglia di plastica. Dal petrolio al cestino”

Un’eventualità che andrebbe scongiurata a tutti i costi. Soprattutto se si considera che la plastica non inquina soltanto nel momento in cui viene dispersa nell’ambiente o smaltita in modo scorretto. I materiali plastici sono infatti il risultato della lavorazione degli scarti del petrolio. Ciò comporta una loro connessione diretta con l’industria dei combustibili fossili, e di conseguenza, con le emissioni generate dal settore in questione. Un fattore da considera positivamente è tuttavia il tentativo di incentivare l’utilizzo dei trasporti pubblici rispetto ai mezzi privati.

Roma contro la plastica

L’iniziativa presa dal Comune di Roma sta ottenendo risultati al di sopra delle aspettative, come confermato proprio dalle parole della Sindaca Virginia Raggi che, a mezzo Social, ha così espresso la sua soddisfazione: “I numeri ci raccontano di una formula vincente e di un’attenzione crescente nei confronti della sostenibilità ambientale”. Una soddisfazione giustificata dal successo del programma ma che, come già detto, potrebbe avere un effetto boomerang da non sottovalutare. Starà dunque al buon senso dei consumatori sancire se l’iniziatica avrà successo o meno.

Leggi il nostro articolo: “Atenei plastic free. Roma e Catania in pole.”

Se infatti ad un aumento della percentuale di plastica riciclata nel Comune di Roma corrispondesse allo stesso tempo un aumento di quella acquistata i vantaggi ambientali dell’iniziativa potrebbe essere ridotti al minimo. Vantaggi che potrebbero essere più ingenti nel momento in cui il progetto scaturisse in un maggior utilizzo dei mezzi pubblici nella capitale. Insomma, è ancora presto per trarre delle conclusioni ma, quanto meno nelle intenzioni, è stato mosso un passo nella giusta direzione. Non resta che sperare di vederne altri.  

Leggi il nostro articolo: “Roma plastic free entro il 2020. Ma non è abbastanza”

L’EcoPost al Green Jazz Village per un comportamento rispettoso dell’ambiente

LEcoPost al Green Jazz Village

L’EcoPost, che del Fano Jazz By The Sea condivide in parte i natali (due redattori sono fanesi), su invito dei responsabili del festival, ha deciso di assistere all’installazione del villaggio temporeaneo (18-28 luglio, durata del festival) di fronte alla magnifica Rocca Malatestiana. Da questa improvvisata collaborazione è nato un video, che riassume la filosofia verde del festival attraverso le parole dei protagonisti.

Il video di presentazione del Green Jazz Village.

Dal canto nostro siamo felici di vedere e supportare a nostra volta questi progetti, poiché siamo convinti che contribuiscano sul medio periodo a sensibilizzare l’utente che, per abitudine o ignoranza, continua a essere ignaro del proprio impatto sull’ambiente circostante, locale e globale. Per questo motivo, abbiamo accettato di contribuire alla sensibilizzazione degli astanti con dei promemoria informativi, che vi inviato a scaricare.

L’anima verde del festival

La musica jazz è portatrice di valori universali, come la fratellanza, ma anche l’ecosostenibilità. È questa la convinzione profondamente radicata in Adriano Pedini, organizzatore (ma ufficialmente direttore artistico) dal 1995 del Fano Jazz By The Sea, che ha portato all’ideazione e alla realizzazione del Green Jazz Village.

Green Jazz Village, visuale bar
L’angolo bar del Green Jazz Village di fronte alla Rocca Malatestiana, location principale del festival.

Una specificità di questo festival che va al di là della musica, è la sua anima verde. Sin dalla sua nascita, il festival possiede nel proprio DNA la ricerca di un contesto storico-cittadino abbinato alle stimolazioni sensoriali offerte dalla natura circostante. Nelle varie location che negli anni hanno radunato migliaia di appassionati e curiosi provenienti dall’Italia e dal resto d’Europa, l’elemento naturale ha sempre giocato un ruolo fondamentale nell’amalgamare la musica e i suoi fruitori.

Rocca Malatestiana (attuale sede), Anfiteatro Rastatt, Marina dei Cesari, ma soprattutto la Gola del Furlo. In quest’ultima, ogni anno si riuniscono ordinatamente e pacificamente tra le 2.000 e le 4.000 persone per il concerto di chiusura del festival. Una suggestiva cornice all’interno dell’omonima riserva naturale, patrimonio dell’entroterra nel nord delle Marche.

La nascita del Green Jazz Village

Da qualche anno poi, si è cercato di dare un’ulteriore spinta in termini di sostenibilità ambientale, che si riassume nel Green Jazz Village. Un villaggio aperto a tutti, facile da raggiungere a piedi o in bici, e dove a non essere di casa sono solo la plastica e la discordia. Composto di chioschi in legno, tanto semplici quanto spogli, serviti da corrente elettrica generata da pannelli solari, dove si possono gustare panini, focacce e piadine di produzione strettamente locale.

Green Jazz Village: un inizio piuttosto che un traguardo

Seppure questi festival, per scelta o per esigenza, non possano dirsi a “impatto zero“, incluso il Fano Jazz, assai significative sono però la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità, che vengono poi catalizzate nel messaggio che si prodigano a trasmettere.

L’augurio spassionato del L’EcoPost è quello che il Fano Jazz Festival possa portare avanti con sempre maggior efficienza e convinzione questo connubio tra musica jazz ed ecosostenibilità. Continuando a rinnovare e perfezionare la propria offerta verde, fino ad arrivare a rappresentare un modello per tutti gli eventi culturali e non del territorio.

Tema sensibilizzazione e cultura: leggi i nostri articoli Cosenza, tra Cracking Art e sonstenibilità, o Teatro Greco di Siracusa: arte e ambiente si fondono

Lo spreco alle stelle sul volo Milano-New York

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Tanti piccoli amebi senza nome né capacità motorie, numerati e divisi in scompartimenti non meno angusti di un banco di scuola elementare, quando ci torniamo da adulti. Sono loro, i passeggeri del volo Milano-New York. E oltre all’inquinamento dovuto alle emissioni di quell’aereo, che è un altro grande problema della società globalizzata e del quale mi ritengo io stessa complice, ognuno di loro produce in nove ore molti più rifiuti plastici di quelli prodotti nello stesso tempo in un giorno qualunque. Voi direte che quel volo è un’eccezione, nessuno lo fa tutti i giorni. Ma il rapporto Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione civile) sul traffico aereo italiano del 2017, dimostra che prendere l’aereo è ormai tutt’altro che raro. I passeggeri dei voli che collegano Malpensa a New York nel 2017 sono stati circa 687mila. Di questi, 300mila utilizzano la compagnia in questione. E l‘esperienza che ognuno di loro vivrà è la seguente.

Comincia l’avventura

Poco dopo il decollo le hostess iniziano il loro frenetico pendolarismo per i corridoi, trasportando il carrello al quale i passeggeri anelano come uccellini denutriti. Ci chiedono se vogliamo qualcosa da bere, io prendo dell’acqua naturale. Non bevevo da prima di entrare in aeroporto e la velocità con cui ho terminato l’acqua contenuta in quell’enorme bicchiere di plastica ne è stata la dimostrazione. Trascorrono pochi minuti, resi ancor meno percepibili dall’inizio di uno dei tanti film del catalogo e le hostess passano ancora, questa volta per distribuire un pacchetto di plastica con all’interno una sorta di tristissimo aperitivo. Ancora pochi minuti e le gentili e velocissime hostess iniziano la loro terza missione: ritirare i bicchieri e i pacchetti vuoti. Li prendono meccanicamente direttamente dal tavolino, spesso senza lasciarci il tempo di farlo noi. Buttano tutto in un sacchetto di un anonimo e preoccupante colore azzurro. Sarà il sacchetto della plastica?

Si mangia!

Finalmente si diffonde in tutto l’aereo odore di cibo. Le hostess ci servono con la solita celerità, che a quel punto mi sembra un po’ inutile viste le 8 ore di volo che ci attendono, ma che comunque apprezzo. Almeno finché non mi arriva il vassoio – l’unica cosa non usa e getta di tutto il kit. La portata principale è servita nella plastica, le posate di plastica sono confezionate nella plastica insieme a un tovagliolo di carta che rimarrà intonso. Sul vassoio è infatti presente anche un tovagliolo sfuso, più spesso e grande di quello minuscolo nelle posate. Troviamo anche un altro contenitore di plastica con dell’insalata scondita (i condimenti si trovano in altre bustine di plastica). Poi un panino freddo e molliccio, confezionato, nemmeno da dire, nella plastica, proprio come il dolce. Per completare il tutto, due alimenti di cui nessuno può fare a meno, entrambi impacchettati in materiale alluminioso: un formaggino molle tipo “Mio” e un panettino di burro, quest’ultimo inutilizzato dal cento percento dei campioni della mia veloce indagine sui vassoi dei vicini. Infine dei cracker in un sacchetto di plastica, giusto per darci un solo valido motivo per mangiare il formaggino. E ovviamente lei, la regina del PET, l’immancabile bottiglietta d’acqua, messa lì con il solo scopo di affollare corridoi e bagni nelle ore successive Ci avevano già dato da bere prima del pasto e nei voli lunghi l’acqua è ad accesso illimitato.

Differenziata no grazie

Finisco il mio piatto dal gusto opinabile, non apro nemmeno il panino, né il dolce, né, appunto, il burro. Continuo a guardare il mio film finché le hostess ripassano per raccogliere i rifiuti. I vassoi ci vengono presi con foga dal tavolino e svuotati con l’intero contenuto in quell’unico sacchetto azzurro di prima. Gli avanzi, ancora impacchettati, declassati nel giro di dieci minuti da pasto a rifiuto, rei soltanto di aver transitato sul vassoio del pranzo. Quando se ne vanno mi rendo conto di aver nascosto la bottiglietta sotto la coperta, perché il mostro azzurro non avrebbe atteso l’espletazione delle mie capacità oratorie e motorie. No, i suoi tentacoli si sarebbero allungati e in meno di un secondo me l’avrebbe sottratta ancora mezza piena.

Snack time

A metà viaggio, infreddolita e non assonnata vado a prendere un tè caldo, che viene servito in un bicchiere che sembra essere carta, o comunque materiale biodegradabile. La plastica, presumo, si sarebbe fusa. Torno a sedermi un po’ più sollevata, fino all’ennesimo passaggio veloce e inesorabile delle hostess che ci danno del gelato, duro come il marmo ma abbastanza buono e contenuto nel cartone. La plastica, questa volta, solo per il cucchiaino. Ritirano tutto, buttano tutto insieme. Un’ora dopo ci richiedono cosa vogliamo da bere. Questa volta mi trattengo, nonostante la secchezza dell’aria e il freddo che mi ha tappato il naso e prosciugato la bocca. All’arrivo manca poco più di un’ora e le hostess fremono, servono veloci, quasi corrono nei corridoi per soddisfare i bisogni di tutti. Ancora cibo, ancora uno snack in una scatola, ancora di cartone. Io avevo già deciso di non prendere nulla, soprattutto per la bassa qualità dei prodotti, cosa che mi viene confermata da chi, quello snack, lo mangia. Infine, ancora il passaggio dell’onnivoro sacchetto azzurro.

Facciamo i conti

Facendo una veloce stima sono circa dieci gli oggetti di plastica usati da un passeggero in nove ore. L’aereo di quella compagnia ne contiene ottocento. Sono quindi ottomila gli oggetti di plastica usati, buttati, e probabilmente non riciclati soltanto in un volo. In un anno da Malpensa partono 175 mila voli, 22 milioni i passeggeri stimati. Proviamo ad immaginare, in tutto il mondo, quanti rifiuti vengono prodotti inutilmente, solo perché siamo in viaggio e “almeno in viaggio” non abbiamo voglia di badare allo spreco, o alla raccolta differenziata.

Milioni di re e regine

Veramente abbiamo così bisogno di queste comodità, neanche fossimo reali del cinquecento? Veramente non siamo in grado di tenerci il nostro bicchiere (anche di plastica, ve lo concedo) dall’inizio alla fine del viaggio? Se cade, se si rompe, se siamo particolarmente viziati da non volere questo peso immane tra le mani allora ne chiederemo un altro, ma soltanto se lo vogliamo noi. Invece noi, su quell’aereo, non valiamo niente. Non abbiamo facoltà di decidere dove, quando, se buttare i nostri rifiuti. Almeno servissero a qualcosa, questi agi! L’esperienza, anche secondo persone che non disprezzano quanto me l’utilizzo sconsiderato di plastica, è stata comunque pessima.

Veramente abbiamo bisogno del burro? Dei cracker? Dell’ “aperitivo” prima del pranzo? Se si risparmiasse su quello, forse, si potrebbe investire nella qualità dei pasti serviti, senza sentirsi intossicati e/o disgustati ad ogni boccone. Davvero non è possibile produrre carrelli con due sacchetti, almeno per dividere i rifiuti organici dagli altri? Abbiamo mezzi in grado di attraversare un continente e un oceano in otto ore e non riusciamo a creare un carrellino con due spazi per la raccolta differenziata? E anche con il fantasmagorico carrellino, sarebbe davvero necessario buttare quantità esorbitanti di cibo ancora chiuso e impacchettato soltanto perché è già stato servito? Siamo schizzinosi fino a questo punto? Sarà una questione di sicurezza, d’accordo, ma passiamo una vita intera a comprare prodotti che sono alla mercé di tutti, sugli scaffali dei supermercati. O dai panettieri, dai fruttivendoli, alle bancarelle per strada sulle quali si posa più smog e sostanze inquinanti di qualunque altro posto. Per questioni di “sicurezza” non si potrebbe più mangiare niente.

Un passo indietro

Forse dovremmo tutti fare un passo indietro, e attribuire a noi stessi un po’ più di valore. Perché quando qualcosa vale, non si lascia intorpidire, imputridire, morire come i passeggeri dei voli aerei. Scendiamo dal piedistallo, perché i piedistalli vengono costruiti per i morti. Torniamo ad essere vivi, smettiamo di combattere contro la natura che ci ha dato la vita e rientriamo tra le sue file per combattere, invece, l’esercito dei vizi a cui noi stessi ci siamo affiliati.

La raccolta differenziata: come farla al meglio

Non è sempre facile fare la raccolta differenziata correttamente. Sia perché i comuni italiani seguono regole diverse per la gestione dei rifiuti, sia perché spesso è necessario attuare alcuni accorgimenti aggiuntivi. Tenendo presente dunque le possibili variazioni tra le varie aree del paese, ecco una guida generale per differenziare al meglio i propri rifiuti. Il pianeta vi ringrazierà.

Leggi sul sito del governo le regole per la raccolta differenziata durante il COVID-19

Le regole generali della raccolta differenziata

  • La prima regola per svolgere bene la raccolta differenziata è quella di consultare il sito del proprio comune. Ogni città, infatti, segue regole di smaltimento diverse. Per esempio, alcuni comuni prevedono che il vetro e l’alluminio abbiano un cassonetto unico, altri no.
  • Una seconda regola importante è quella di dividere il più possibile i materiali. Bisogna dividere, per esempio, i vasetti di yogurt di plastica dalla loro copertura, solitamente in alluminio. Oppure è bene svitare il tappo in metallo dal vasetto di vetro, anche se si raccolgono insieme. Oppure ancora vi sono sacchetti di carta al cui interno vi è una pellicola di plastica per permettere di vedere il contenuto. Se possibile, togliere la pellicola. Questo faciliterà lo smaltimento dei rifiuti.
  • Pulire sempre i rifiuti da eventuali residui di cibo, poiché rendono difficoltoso lo smaltimento e possono fermentare all’interno dei cassonetti.
  • Portare in discarica i rifiuti di grandi dimensioni, anche se potrebbero potenzialmente essere gettati in un contenitore domestico. Le cassette della frutta, per esempio, si devono portare alla piattaforma ecologica e non vanno nell’organico.
  • Le pile e le batterie, come più in generale i rifiuti elettronici, sono materiali altamente pericolosi, pertanto vanno smaltite soltanto negli appositi centri di raccolta. Anche i farmaci devono essere gettati nell’apposito contenitore che solitamente si trova fuori dalle farmacie.
  • I tessuti in cattivo stato possono essere gettati nell’indifferenziata, mentre se sono in buono stato è bene portarli presso gli appositi raccoglitori appartenenti, di solito, ad associazioni umanitarie.

La raccolta differenziata: ad ognuno il suo contenitore

Umido

La raccolta differenziata ha una colonna portante: la divisione dell’umido dal resto. Forse lo sanno anche i muri, ma per raccogliere l’umido bisogna usare i sacchetti biodegradabili. Qui si buttano tutti i rifiuti biodegradabili quindi gli avanzi di cibo, i filtri del tè (a cui bisogna staccare i punti metallici della pinzatrice), i fondi del caffè, i tovaglioli unti, pezzi di carta e cartoni della pizza sporchi di cibo, la segatura, gli stuzzicadenti, i bastoncini in legno dei gelati, i fiori e piccole piante domestiche, paglia, terriccio, cortecce degli alberi. NON gettate nell’umido la lettiera per gli animali, anche se 100% biodegradabile, bensì nell’indifferenziata.

Carta

La parte più semplice della raccolta differenziata è gettare la carte. Mi raccomando, però, tutta la carta e il cartone gettati qui devono essere puliti. Qui si gettano anche i contenitori porta-uova. I contenitori in Tetra Pak (quelli del latte o dei succhi di frutta) seguono regole diverse per ogni comune. È bene comunque separare sempre i tappi di plastica dal cartone.

I cartoni della pizza puliti vanno nella carta ma, a rigor di logica, saranno sporchi. Gettateli quindi nell’umido. Non buttare nel contenitore della carta tovaglioli o carta da cucina unti o sporchi di cibo, i quali vanno gettati nell’umido.

NON vanno in questo contenitore gli scontrini fiscali, che invece sono destinati all’indifferenziata. In generale per capire se un materiale è cartaceo o plastico, provate a strapparlo. Se si divide facilmente è carta, se fa resistenza è plastica oppure un mix (indifferenziata)

raccolta differenziata

Plastica

Prima di buttare i contenitori in plastica, pulirli da ogni residuo di cibo e separarli da altri materiali. Gettate in questo cassonetto vasetti di yogurt, contenitori di detersivi e shampoo, bottiglie, sacchetti e le retine della frutta e verdura, che sono di plastica (ecco perché è bene comprare prodotti sfusi). Inoltre, buttate qui le stoviglie di plastica (piatti, posate, bicchieri), detti comunemente “di carta”, creando confusione.

Il polistirolo è un materiale particolare, la cui destinazione varia da comune a comune. E’ quindi bene informarsi, anche se solitamente si getta nella plastica.

Le pellicole per alimenti sporche non vanno gettate nella raccolta della plastica bensì in quella dell’indifferenziata. Se vi sono residui di materiali pericolosi quali vernici o colle non gettateli nella plastica, ma portateli al centro di smaltimento più vicino. (Leggi come ridurre la plastica riciclando)

Vetro

Un altro must, anche abbastanza semplice, della raccolta differenziata è il vetro. Ricordatevi, però, di dividere l’eventuale tappo in metallo dal contenitore.

NON sono da gettare nel vetro invece le lampadine e neon, contenitori in pirex (quelli dei tupperware o dei dosatori) e piatti, tazze e bicchieri in ceramica, che sono invece destinati alla piattaforma ecologica, dove è bene portare anche gli specchi e i vetri di grandi dimensioni come le finestre.

Leggi anche: “I benefici del vuoto a rendere”

Metallo

Qui potete gettare latta e lattine, contenitori per alimenti in alluminio, carta stagnola pulita, coperture in alluminio degli yogurt, tappi dei contenitori in metallo. Anche le bombolette spray senza simboli di pericolosità. Quelle pericolose, invece, portatele in discarica, così come gli oggetti ingombranti quali pentole e posate.

La raccolta indifferenziata

Tutto ciò che non va negli altri contenitori o che contiene materiali diversi non divisibili come la carta plastificata degli scontrini, i giocattoli, le penne, i pennarelli, le matite e tutti i prodotti da cancelleria, i pannolini e gli assorbenti (gettare qui anche quelli 100% cotone usati), gli spazzolini, i mozziconi di sigaretta, la lettiera per il gatto, gli ombrelli, i cd e i dvd, il nastro adesivo, le lamette dei rasoi, l’abbigliamento in cattivo stato. Piccoli pezzi di ceramica si possono buttare in questo sacco, ma è preferibile, se sono grandi quantità come servizi di stoviglie o vasi, portarli all’isola ecologica.

Leggi qui dove buttare l’olio usato. Spoiler: non nel lavandino!

Ridurre la plastica col riciclo. Ecco come fare

Ridurre la plastica col riciclo è il primo passo verso la sua eliminazione definitiva. Riciclando la plastica, infatti, si disincentiva la sua produzione ex-novo oltre il fatto che si riducono i rifiuti abbandonati nell’ambiente. Pensiamo solo che dagli anni ’50 abbiamo prodotto 8,3 miliardi di tonnellate di plastica e ne abbiamo già buttate 6,3 miliardi. Di questi solo il 9% è stato riciclato.

Riciclo dei sacchetti di plastica e altri trucchi

Riciclare tutti i sacchetti di plastica che possediamo. Un buon modo è quello di utilizzarli per raccogliere i bisogni del nostro animale da compagnia, oppure per fare shopping o trasportare oggetti.

  • Riutilizzare il più possibile le bottiglie e le bottigliette di plastica vuote, per metterci altra acqua o altri liquidi. Possono anche essere personalizzati e diventare oggetti decorativi, come vasi o portaoggetti

Leggi anche: “Ridurre la plastica nell’igiene personale: ecco come fare”

  • Utilizzare i contenitori di plastica vuoti, come quelli degli yogurt o delle uova come portaoggetti (monetine, viti, chiodi, chiavi) o vasetti.
  • Utilizzare i tappi delle bottiglie di plastica come portapillole o puntaspilli. Quest’ultimo si può creare inserendo all’interno del tappo del materiale spugnoso o del sughero.
plastica riciclo
  • Nei meandri della vostra dispensa avete trovato un pacchetto di cannucce comprate anni fa e non sapete come utilizzarle? Create qualcosa di nuovo come collane o braccialetti, cornici per fotografie o decorazioni per i muri di casa vostra.

A mali estremi, estrema raccolta differenziata

Leggi anche: “Junker, l’App che ti aiuta con la raccolta differenziata”

  • Non sempre la plastica è riciclabile ed è quindi necessario fare la raccolta differenziata in modo rigoroso. Per esempio lavando i contenitori prima di buttarli, togliendo le ultime foglioline di insalata dalle buste e facendo attenzione a eliminare i materiali diversi dalla plastica. In questo modo aiuteremo le operazioni di riciclo.
  • Quando è possibile e non pericoloso raccogliere le bottiglie, i sacchetti e tutti i materiali plastici abbandonati per strada. Buttarli, poi, nel cestino, preferibilmente quello apposito.
  • Acquistare una macchina per riciclare la plastica in casa come Precious Plastic. Contenitori di cosmetici o detersivi ormai inutili possono diventare portaoggetti, cartellette, portafogli, giocattoli, lampade, orologi, porta cuffiette. Non sono macchine economiche, quindi acquistatela solo se realmente intenzionati ad usarla, altrimenti diventa un altro elemento di spreco.

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Dove buttare l’olio? Non nel lavandino!

dove buttare l'olio

Quante volte ci è capitato di non sapere dove buttare l’olio e quindi scegliere il lavandino? Se state pensando che “tanto io non friggo mai” beh, questo non è sufficiente a scagionarvi. Anche l’olio dei tanto golosi funghetti, carciofini, cetriolini o delle scatolette di tonno non andrebbe mai buttato nello scarico. Vediamo perché.

Leggi anche: “I benefici del vuoto a rendere”

L’olio nello scarico

I grassi vegetali possono otturare i tubi di scarico. Infatti, una volta appiccicati sulle pareti del tubo, essi diventano collanti per altri pezzi di cibo che quindi impediranno all’acqua di scorrere regolarmente. Ma questo è il danno minore.

Dopo la frittura infatti l’olio si modifica e si ossida, assorbendo le sostanze inquinanti derivate dalla carbonizzazione dei residui alimentari. Una volta gettato nel lavandino raggiunge le fogne, diventando un potente agente inquinante che rende l’acqua non potabile.

Inoltre l’olio crea un filtro sulla superficie dell’acqua simile a una pellicola che non permette ai raggi solari di penetrare e all’ossigeno di circolare, rendendo l’habitat invivibile. Un litro d’olio è in grado di creare una “pellicola” di un chilometro quadrato, rischiando di soffocare enormi quantità di pesce, e se disperso in un bacino idrico può rendere non potabile fino a un milione di litri di acqua, una quantità pari a quella che un uomo consuma in 14 anni.

I danni ai depuratori

L’olio usato, però, non inquina l’acqua solo direttamente. Questo infatti non è biodegradabile né organico e può intasare i depuratori che hanno il compito di purificare l’acqua. Oltre ai danni alla nostra salute, quindi, danneggia anche le nostre tasche, con migliaia di soldi spesi ogni anno dai privati e dallo Stato per cambiare depuratori e tubi di scarico.

Cosa succede se viene disperso nel suolo

È però anche molto dannoso gettare l’olio usato nella raccolta indifferenziata. Se l’olio viene disperso nel suolo, infatti, impedisce l’assunzione di sostanze nutritive per la flora del terreno, rendendolo sterile. Quando penetra nel terreno, inoltre, avvelena la falda acquifera che fornisce l’acqua potabile e per l’irrigazione delle colture. Può anche rientrare nella catena alimentare come mangime per gli animali, avendo conseguenze non solo su di loro, ma anche su di noi. Se bruciato impropriamente, infine, l’olio usato immette nell’atmosfera sostanze inquinanti in grado di determinare intossicazioni e malattie.

L’olio nel lavandino è illegale

Per una volta, questo problema non è soltanto un capriccio da ambientalisti, ma dal 2006 è entrata in vigore una legge (D.lgs 152/2006) che vieta lo smaltimento dell’olio usato nei tubi di scarico (lavandino o wc) in quanto rientra nella categoria di rifiuti pericolosi. Chiunque effettui uno smaltimento non corretto può essere multato fino a migliaia di euro. Nel caso in cui si tratti di un’attività commerciale, quindi con una grande quantità di rifiuti pericolosi da smaltire, il titolare può anche essere arrestato.

Dove buttare l’olio se non nel lavandino?

Come evitare quindi multe o carcere, ma soprattutto di danneggiare irreparabilmente l’ambiente? Anche se non molto pubblicizzate, in molti Comuni vi sono isole ecologiche nelle quali è possibile portare l’olio raccolto nel corso del tempo (l’olio usato può essere tenuto in casa fino a un anno). Il sito del CONOU (Consorzio Nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli Oli minerali Usati) offre una mappa interattiva dove è possibile inserire la propria città e cercare il punto di raccolta più vicino.

In assenza di queste piattaforme ecologiche, alcuni benzinai così come alcuni supermercati o attività commerciali raccolgono gratuitamente il grasso usato. In alternativa l’olio si può portare in discarica, anche se non è la scelta migliore in quanto non tutte sono adibite alla raccolta di liquidi. Più raramente, tra i bidoni della raccolta differenziata si può trovare quello apposito per l’olio usato.

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Oltre a sapere dove buttarlo, è importante sapere che fine fa

Ma cosa ne fanno, dopo, di questo olio se non è disperdibile nell’ambiente? L’olio usato diventa solitamente biodiesel o lubrificante per macchine agricole, oppure può servire per produrre saponi e cosmetici. Come sempre, comunque, vige la regola di ridurre e controllare le quantità di olio utilizzato in cucina, sia per la nostra salute sia per quella della nostra Madre Terra.

Ridurre la plastica al supermercato. Ecco come fare

La situazione sta sfuggendo di mano e ridurre la plastica al supermercato è ormai una decisione soltanto nostra. Immense quantità di imballaggi totalmente inutili inondano gli scaffali, viziandoci con servizi di cui non abbiamo bisogno. Secondo i dati del “Rapporto Coop 2019“, nel nostro Paese vengono ancora utilizzate 2 milioni di tonnellate di plastica per confezionare i cibi e le bevande che troviamo sugli scaffali.

Ecco come fare per ridurre l’acquisto di plastica, ma sopratutto per mandare un forte messaggio a chi, quella plastica, la produce.

  • Comprare alimenti sfusi, soprattutto frutta e verdura. Pesarli non costa niente se non trenta secondi in più per la spesa. Idem per pulirli e tagliarli a casa.
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  • Quando possibile attaccare l’etichetta direttamente sui prodotti, per esempio la zucca o l’anguria delle quali di solito non si mangia la buccia. I sacchetti sono sì biodegradabili, ma il loro tempo di decomposizione è comunque abbastanza lungo e sono pur sempre prodotti usa e getta.
  • Per lo stesso motivo usare un solo sacchetto per diversi tipi di frutta, attaccandoci due etichette. Per esempio mettere le zucchine in un sacchetto senza chiuderlo, pesarle e attaccare l’etichetta sul sacchetto; poi prendere la melanzana, pesarla senza il sacchetto, metterla nel sacchetto delle zucchine e attaccarci la seconda l’etichetta. Quando è pieno, chiudere il sacchetto.
  • Usufruire dei negozi “alla spina”. Alcuni supermercati hanno gli appositi reparti. Si possono acquistare maggiori quantità di prodotto a minor prezzo e utilizzando meno sacchetti. Se i sacchetti presenti in questi reparti sono di plastica e non biodegradabili, cerchiamo di riutilizzarli oppure di usare quelli della frutta.
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  • Scegliere le uova nei contenitori di cartone e non quelli di plastica. (Un piccolo suggerimento: cercare le uova che come primo numero stampato hanno lo 0 o l’1, non 2 o 3. 0 e 1 significa che le galline sono state allevate a terra e all’aperto con spazi più ampi. Le uova saranno probabilmente anche più buone. Inoltre preferire la denominazione IT per ridurre l’inquinamento).
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  • Scegliere alimenti crudi, non precotti, che di solito sono venduti in quantità maggiori e, quindi, con meno imballaggi. Inoltre al chilo costano meno. Un esempio lampante sono pasta e cereali (farro, orzo, mais) e legumi (fagioli, ceci, lenticchie)
  • Per lo stesso motivo, comprare ingredienti il più possibile naturali, non lavorati né già assemblati tra loro. Insomma, evitare i piatti pronti e, quindi, imballati.
  • In generale, scegliere di comprare i prodotti con meno imballaggio possibile.
  • Ricordati di portare le tue personali shopping bag, meglio se di stoffa.
  • Per ridurre l’acquisto di plastica al supermercato, infine, evitare il più possibile il supermercato. I piccoli rivenditori come macellai, panettieri, pescherie, fruttivendoli, usano meno imballaggi oltre il fatto che i loro prodotti sono di qualità maggiore.

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