Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano

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Il 2020 non è decisamente l’anno migliore in cui esistere, né per il genere umano, né per il pianeta. Le emergenze si susseguono e si sommano a processi più duraturi e profondi di cambiamento. Per questo, mai come ora, è necessario mettere in pratica nuovi approcci, specialmente in campo climatico. Negli Stati Uniti il Presidente Trump sembra essere di tutt’altro avviso. La decisione di dare il via libera alle trivellazioni in Alaska onshore nella riserva Arctic National Wildlife Refuge e la situazione drammatica degli incendi in California creano una combinazione pericolosa. Il sogno americano si è trasformato in un incubo.

Le trivellazioni in Alaska: si cerca ancora l’oro nero

L’idea di una transizione verso energie verdi non è una priorità dell’amministrazione repubblicana. Il Green New Deal, un’idea malsana. Perché, allora, non riportare in auge un progetto controverso degli anni ’70? La possibilità di trivellare la riserva in Alaska è una mossa strategica a pochi mesi dalle elezioni, perché porterebbe, a livello economico, denaro e posti di lavoro.

Ma quale prezzo si è disposti a pagare? A livello ambientale, l’impatto è disastroso.

Sono trascorsi solamente due mesi dalla registrazione di temperature record nell’Artico: 38°C, venti in più della media stagionale. La zona è già colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico. Un’ulteriore perforazione del terreno provocherebbe l’acuirsi del riscaldamento. L’accelerazione dello scioglimento del ghiaccio metterebbe a rischio le specie animali, molte delle quali già in pericolo d’estinzione.

Trivellazioni in Alaska: la voce del Pentagono

Dal Pentagono assicurano la sostenibilità dell’operazione. Il piano è stato firmato da David L. Bernhardt, responsabile degli Affari Interni. Il deputato Don Young ha affermato che è stato un grande giorno «non solo per gli abitanti dell’Alaska, ma per l’indipendenza energetica americana.» Rivendicando il ruolo decisivo di questa amministrazione, ha poi aggiunto che migliaia di cittadini dello Stato settentrionale sono impegnati nell’industria petrolifera, «e il loro sostentamento dipende dai lavori ben retribuiti creati dalle riserve nazionali.» In un periodo di crisi economica, una possibilità in più che il tycoon venga votato a novembre.

Nel dicembre 2018, è arrivato il via libera per le trivellazioni in Alaska. L’Ufficio che si occupa del management territoriale ha accettato il piano che riguarda la costa. Secondo le informazioni a loro pervenute, non ci sarebbe alcun tipo di pericolo. Le aree saranno messe in vendita in due volte: 400mila acri (161mila ettari) entro dicembre 2021, altrettanti entro la fine del 2024.

Le trivellazioni onshore in Alaska hanno coseguenze devastanti per la flora e la fauna. Questa apertura viene messa in atto in un momento delicato per gli Usa, che stanno affrontando

Trivellazioni in Alaska simbolo l’incubo americano

Così, per avere un riscontro sul breve periodo, si mette a rischio l’intero ecosistema, finora protetto. Il piano è devastante per la fauna del luogo. L’impatto ambientale è incisivo: l’inquinamento acustico, la distruzione degli habitat, le fuoriuscite di petrolio concorrono ad alimentare il caos climatico. A sottolineare la negatività della scelta è Kristen Monsell, del Centro per la Diversità Biologica, in un’intervista alla BBC.

Lo stress provocato dalla presenza umana ha conseguenze sul comportamento degli animali, che si vedono costretti a cambiare zona e abitudini. La riserva è un luogo idilliaco per molte specie di uccelli e di mammiferi, tra cui l’orso polare. L’ingestione di petrolio o il contatto con esso portano a irritazioni cutanee, avvelenamento e, talvolta, alla morte di questi esemplari, sempre più a rischio.

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«Qualsiasi compagnia petrolifera che intenda trivellare l’Arctic Refuge dovrà affrontare enormi rischi reputazionali, legali e finanziari», ha avvertito Adam Kolton, direttore dell’Alaska Wilderness League. In realtà, le possibilità che la decisione venga sospesa o ritardata sono remote, anche se dovesse vincere Joe Biden. L’area di 7,7 milioni di ettari, dichiarata area protetta federale nel 1980 e preservata dal Presidente Obama nel 2016, può diventare il luogo dell’ennesima catastrofe ambientale.

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Dal ghiaccio al fuoco: gli incendi divampano in California

Se si salpasse dall’Alaska e si proseguisse verso sud, il paesaggio cambierebbe radicalmente. Ci si lascerebbe alle spalle il ghiaccio, e si intravedrebbero le coste del Canada e poi, nuovamente, degli Stati Uniti: Washington e Oregon. La West Coast, fino in California. Qui, l’inferno. Ormai, siamo assuefatti dalle immagini delle fiamme che divampano e distruggono. Sembrano eventi da elencare in un notiziario. Invece, è necessario mantenere vivo lo sdegno per situazioni pericolose per la flora, la fauna e il genere umano.

La politica dovrebbe essere cosciente e agire in modo mirato. Ma non è così. Joseph Goffman, direttore esecutivo del programma di Giurisprudenza ambientale a Harvard, ha affibbiato al presidente Trump l’appellativo di nichilista climatico. Alla prova dei fatti, ha smantellato il piano di Obama, scegliendo di recedere dall’Accordo di Parigi sul clima e puntando sui combustibili fossili. Le conseguenze sono evidenti.

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«L’inferno è qui»: cosa succede in California

Sul sito di CalFire, l’autorità antincendio dello Stato della California, si può monitorare la situazione in tempo reale. I dati riportati rivelano una condizione poco rassicurante. Nel solo 2020, sono stati bruciati oltre 670mila ettari di terreno, con più di 7000 incidenti. Sette persone hanno perso la vita e più di 3000 strutture sono state danneggiate o distrutte.

La stagione degli incendi è conseguenza naturale della conformazione paesaggistica dello Stato americano. Nonostante ciò, bisogna sottolineare come, quest’anno, sia iniziata prima e si stia prolungando più del previsto. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici: una primavera mite e un ridotto strato nevoso hanno velocizzato il processo di scioglimento del ghiaccio, comportando l’avvento anticipato della stagione secca. La scarsità d’acqua ha stressato la fragile vegetazione, che è diventata suscettibile al fuoco.

Colpa del cambiamento climatico?

Quindi, tutto nella norma? Decisamente, no! Questa situazione «è difficile persino da immaginare» ribatte Daniel Swain, scienziato climatico dell’Università della California, intervistato dal The Guardian. Anche se gli incendi di entità più vasta sono sotto controllo, altri piccoli focolai si espandono e cambiano comportamento repentinamente.

Le cause degli incendi sono complesse. Non c’è dubbio che il cambiamento climatico ne aumenti il rischio. In una ricerca condotta da Swain e altri esperti, le conclusioni sono chiare: l’impronta antropica ha facilitato l’aumento di eventi sempre più intensi. L’88% dei roghi autunnali e il 92% delle aree bruciate in California sono di origine dolosa. Un territorio in cui la le zone aride stanno invadendo anche quelle verdi, non si può credere sia tutto normale.

«Venga qui chi non crede alla crisi climatica» ha annunciato Gavin Newsom, governatore democratico della California, dichiarando lo stato di emergenza.

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Gli incendi in California stanno tenendo occupati più di 10000 vigili del fuoco.

Non ci resta che…agire!

Temperature record, incendi ingestibili, scelte scellerate per mettere a repentaglio quel poco che siano riusciti a proteggere finora. Non possiamo rimanere indifferenti: essere informati su ciò che accade in Alaska e California è fondamentale. Le trivellazioni onshore mettono a rischio la vita di specie già in pericolo, per scopi economici e tornaconti elettorali. Così, battaglie decennali vengono spazzate via ed esperti e ambientalisti sono tacciati di perseguire chissà quali ambizioni personali.

L’obiettivo è, e rimane, uno: salvare quello che abbiamo e ripristinare ciò che è andato perduto, dall’altra parte dell’oceano…e anche da questa.

Oklahoma, la terra ritorna ai nativi americani

Con una sentenza storica, la Corte Suprema americana ha stabilito che gran parte dell’Oklahoma orientale è riserva indiana. In questo territorio è stabilita l’autonomia giudiziaria, politica e fiscale. La decisione, presa di misura con 5 voti contro 4 il 9 luglio, esautora lo Stato dell’Oklahoma dal perseguire casi che coinvolgano nativi americani. La sovranità si estende per più di un milione di ettari, includendo parte di Tulsa e Broken Arrow, due delle città più popolose e importanti.

America First…o forse no!

La sentenza segna un precedente incredibile. “La formulazione del documento era piena di tale intenzione e grazia che mi ha commosso fino alle lacrime”, ha commentato un membro dei Tiger, una delle tribù coinvolte. L’area interessata si estende nelle nazioni dei Cherokee, dei Muscogee (Creek), dei Seminole, e in quelle meridionali dello stato dell’Oklahoma, come Chickasaw e Choctaw.

Da una dichiarazione congiunta rilasciata dalle cinque tribù di nativi americani si intuisce la portata di questa decisione. “Le Nazioni e lo stato sono impegnati ad attuare un quadro di giurisdizione condivisa che preservi gli interessi sovrani e i diritti all’autogoverno, affermando al contempo le intese giurisdizionali, le procedure, le leggi e i regolamenti che sostengono la sicurezza pubblica, la nostra economia e i diritti di proprietà privata“, scrivono.

La sentenza McGirt vs Oklahoma

La vicenda risale al 1997, quando Jimcy McGirt fu accusato da un tribunale dello Stato dell’Oklahoma di vari crimini, tra cui stupro di primo grado su una bambina di quattro anni. L’uomo fu condannato senza la possibilità di libertà condizionale. Sia lui che la vittima erano membri della Nazione dei Seminole.

Nel 2018, dopo 21 anni trascorsi in carcere, decise di sfidare la corte statale dell’Oklahoma con una petizione. Visto che i reati erano stati commessi all’interno del territorio dei Muscogee -conosciuti anche come Creek- e forte di una precedente sentenza del 2017, McGirt avanzò una richiesta. La riserva dei Muscogee non era mai stata abolita dal Congresso, facendo sperare di spostare la giurisdizione a quella tribale.

Le due parti contendenti cominciarono a discutere la questione. Da un lato, la Nazione dei Cherokee sottolineava la continua soppressione della loro legge e cultura da parte dello Stato. Inoltre, proponeva il loro punto di vista sugli accusati: non sarebbero stati scarcerati. Avrebbero risposto a una corte di livello superiore, quella federale, oltre che alla loro.

Contro i nativi americani si scagliavano i District Attorneys, supportando la tesi per cui un altro livello di sovranità avrebbe solamente creato ulteriori problemi durante le indagini. I poliziotti di Tulsa, per esempio, non sarebbero stati in grado di controllare efficacemente la città, data la differenza di leggi previste.

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La decisione della Corte Suprema a favore dei nativi americani

Neil M. Gorsuch, giudice del blocco dei conservatori, si è unito ai liberali. Scrivendo le opinioni, ha sottolineato come la sentenza vertesse “sulla possibilità che la terra promessa nei trattati rimanesse alla riserva indiana per scopi di giurisdizione criminale federale”. Ha poi aggiunto: “Visto che il Congresso non ha deliberato diversamente, il governo deve tenere fede alle sue parole”.

Le domande delle minoranze dei nativi americani erano molte. Così, un giornale della minoranza dei Choctaw ha risposto ai quesiti più frequenti. La decisione della Corte non autorizza l’immediato rilascio di tutti i detenuti. Tutti i casi verranno valutati singolarmente, scegliendo il percorso giudiziario adeguato. Il numero delle emergenze rimarrà sempre il 911. Nessun non-nativo dovrà lasciare le proprie case o le proprietà. Inoltre, i confini dell’Oklahoma rimarranno intatti, come i diritti e i doveri dei cittadini.

La sentenza lascia alcuni scontenti, tra cui lo Stato dell’Oklahoma. Roberts, uno dei quattro giudici scheratisi contro, ha dissentito mostrando tutta la sua perplessità. La “decisione […] crea una significativa incertezza per l’autorità statale su qualsiasi area che tocchi affari dei nativi americani, dall’urbanistica alla tassazione, fino alla famiglia e alle leggi ambientali”.

La sentenza dello Stato dell’Oklahoma sulle terre dei nativi americani

Promesse e realtà per i nativi americani

Anche tra i cittadini della nazione dei Muscogee (Creek), la decisione sul caso McGirt desta qualche preoccupazione. Come riportato dal TheGuardian, Cherra Giles, nativa di Tulsa e vittima di violenza domestica, apprezza la possibilità per la sua tribù di proteggersi in questo modo. D’altra parte, però, non vorrebbe che le famiglie delle vittime subissero un secondo trauma.

“Non c’è un cattivo momento per mantenere una promessa”, ribadisce Giles, ricordando come nel 18esimo secolo il governo federale promise di rispettare i diritti sulla terra dei nativi americani.

In un momento storico travagliato per gli Stati Uniti, la notizia sembra essere una speranza per una minoranza della comunità. Dopo le proteste per la morte di George Floyd, la squadra dei Washington Redskins ha deciso di cambiare nome. Il proprietario della squadra ha sempre difeso l’appellativo, poichè rappresentava “l’onore, il rispetto e l’orgoglio” del gruppo. Dopo un esame approfondito, il 13 luglio il team ha optato per la sostituzione.

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La conquista più grande

Nonostante le differenze, le popolazioni indigene condividono problemi riguardanti la salvaguardia dei diritti. La loro identità è spesso non riconosciuta. Le loro terre e le risorse naturali sono sfruttate. Queste minoranze sono le più svantaggiate e vulnerabili del pianeta. Solamente nel 1982, l’introduzione di un gruppo di lavoro alle Nazioni Unite permise loro di condividere le esperienze.

La dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni del 2007 è il culmine di trent’anni di lavori. Le organizzazioni presenti erano più di 100 per affermare “che tutte le persone contribuiscono alla diversità e alla ricchezza delle civilizzazioni e culture che costituiscono il patrimonio comune dell’umanità“.

La strada verso il pieno riconoscimento e rispetto dei diritti è ancora lontana.

Dakota Access Pipeline, un giudice ordina la chiusura

Dakota Access Pipeline pipe

Il Dakota Access Pipeline

Circa 3 mesi fa abbiamo già parlato di DAPL. L’acronimo sta per Dakota Access Pipeline e si tratta di uno degli oleodotti più importanti del mondo. Il progetto, controverso fin dalla sua prima progettazione, è stato oggetto di proteste da parte di ambientalisti e nativi americani per il suo impatto ambientale, oltre che per il fatto che il suo tracciato devasti luoghi sacri alle tribù indigene. Dopo diversi anni, dopo numerose manifestazioni e arresti, finalmente un giudice federale ha stabilito la sospensione della produzione.

Ma che cos’è il DAPL? Il serpente nero, come lo chiamano i Sioux di Standing Rock – fin dall’inizio in prima fila contro la realizzazione dell’oleodotto – è un progetto costato 3,7 miliardi di dollari. Completata nel 2017, la pipeline è lunga ben 1900 chilometri. Il tracciato parte dal North Dakota, nei pressi della città di Stanley, in una zona nella quale giace la riserva petrolifera Bakken, una delle più ricche del Nord America. Il progetto DAPL è nato per poter sfruttare questo copioso giacimento. Da Stanley, l’oleodotto scende verso sud sconfinando nel South Dakota, poi vira verso oriente per arrivare in Iowa e termina nello Stato dell’Illinois, nei pressi della località di Patoka. Da qui il greggio viene inviato in raffineria. La capienza record della Dakota Access Pipeline è di 570mila barili di petrolio al giorno.

Dakota Access Pipeline map
Nell’angolo a destra, la mappa della Dakota Access Pipeline. In grigio, la localizzazione della riserva Bakken. A sinistra, l’impatto dell’oleodotto sulla comunità di Standing Rock, nei pressi della città di Bismarck. Foto: The Washington Post su concessione di Energy Transfer

Posizioni contrapposte

Fin dal 2014, quando si è cominciato a progettare il DAPL, c’è stata una forte contrapposizione tra favorevoli e contrari all’opera. Chi si è schierato a favore della realizzazione dell’infrastruttura – una fazione guidata naturalmente dall’indotto legato a Energy Transfer, l’azienda petrolifera concessionaria dell’oleodotto Dakota Access Pipeline – è sceso in campo portando le proprie argomentazioni. La principale, indicata con chiarezza nel business plan, è la riduzione dei costi. Rispetto ad estrarre il greggio in North Dakota e spedirlo in Illinois su rotaia, tramite il DAPL si fa molto prima, se ne sposta di più nello stesso intervallo di tempo e si risparmia in termini economici. Dal punto di vista finanziario, non c’è gara. Tristemente, sappiamo bene quanta importanza abbia questo aspetto nella società di oggi.

Dakota Access Pipeline proteste
Una protesta contro la Dakota Access Pipeline; Foto: Flickr

Dall’altra parte della metaforica barricata troviamo i nativi americani e le associazioni ambientaliste. Nessuno di essi ragiona in termini economici. Il tracciato invade con prepotenza la regione settentrionale della riserva di Standing Rock, dove vivono gli ultimi Sioux, e questo ha devastato alcuni dei loro luoghi di sepoltura. Per gli indiani americani – che mi perdoneranno la non corretta definizione della loro etnia, ma è stato scritto così per intenderci al meglio – la terra ove si seppelliscono gli avi è sacra e non vi si può edificare. Tantomeno sotterrare un serpentone di acciaio per trasportare petrolio. Inoltre, la comunità è legittimamente preoccupata per i rischi connessi all’inquinamento della falda acquifera da cui attinge.

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Le preoccupazioni degli indigeni

Energy Transfer ha garantito l’inesistenza di qualsiasi rischio di perdite connesse al tracciato dell’oleodotto ma, in fin dei conti, le preoccupazioni della comunità sono comprensibili. L’acciaio, come ogni materiale, è sottoposto ad usura e gli incidenti, lo sappiamo bene, avvengono; persino il Titanic era stato definito inaffondabile. Nel sottosuolo, qualora del petrolio dovesse fuoriuscire dal condotto, esso impiegherebbe pochissimo tempo prima di raggiungere, per infiltrazione, la falda acquifera più vicina.

La decisione della corte federale

James E. Boasberg, giudice federale degli Stati Uniti d’America, operante alla corte distrettuale del District of Columbia, ha sancito che la costruzione della Dakota Access Pipeline non ha rispettato gli standard ambientali. È una tesi che i contrari all’opera sostenevano da tempo. La sentenza rappresenta una importante vittoria per la tribù Sioux. Il giudice ha stabilito che la produzione deve fermarsi entro un massimo di 30 giorni. Da qui al 6 agosto, dunque, il DAPL dovrà chiudere i rubinetti. Dopodiché andrà effettuata una nuova – e più severa della precedente – verifica ambientale, per accertare i rischi causati dall’oleodotto.

Boasberg e i giudici della corte federale, dunque, hanno legittimato la posizione degli oppositori alla costruzione dell’infrastruttura. Certo, sarebbe stato meglio se lo avessero fatto prima che essa venisse assemblata ed interrata ma occorrerà farsene una ragione. In fondo non era più tardi di aprile quando la Dakota Access Pipeline riceveva il semaforo verde presso altre sedi; questa sentenza ha ribaltato tutto.

Un condotto lunghissimo

DAPL è parte di un progetto più ampio, denominato Keystone XL Pipeline, un oleodotto pensato per tagliare in due il Nord America, partendo dalla provincia canadese dell’Alberta e giungendo fino al Texas, trasportando petrolio da Nord a Sud. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata a favore del progetto. La precedente, quella di Barack Obama, ha sempre parteggiato pubblicamente con i nativi americani ma, va aggiunto, non si è esattamente strappata le vesti per bloccare il cantiere.

Dakota Access Pipeline young protester
La protesta ha coinvolto anche le nuove generazioni; Foto: Flickr

Gli specialisti dello US Army Corps of Engineers, il nucleo di genieri dell’esercito, il quale ha il compito di svolgere queste pratiche di controllo, condussero la precedente verifica ambientale. Non si sa ancora chi dovrà effettuare la nuova – probabilmente saranno di nuovo loro, gli stessi esperti che hanno già sbagliato una volta – ad ogni modo, però, il Financial Times stima che occorreranno almeno 13 mesi per effettuarla.

La parola del giudice contro la Dakota Access Pipeline

Il pronunciamento che ha stabilito la necessità di una nuova verifica può dirsi storico. Non accade spesso che un giudice federale sfidi così apertamente l’operato di un corpo militare. Quando ha pronunciato la sua sentenza, il giudice Boasberg ha affermato: “Data la serietà del NEPA (National Environmental Policy Act, la legge federale sull’ambiente) che i genieri devono seguire, non è possibile aggiustare l’oleodotto senza prima chiuderlo. È un fatto che la Dakota Access Pipeline si sia assunta il proprio rischio economico conscia del possibile danno ambientale che l’oleodotto può causare, ogni singolo giorno. Per tal motivo, la Corte stabilisce che il flusso di petrolio deve cessare.” Come si diceva, la posizione della corte sposa appieno quella ambientalista.

Mike Faith, capotribù dei Sioux di Standing Rock, ha definito il 6 luglio come una giornata storica per chiunque abbia lottato contro la Dakota Access Pipeline. “L’oleodotto non avrebbe mai dovuto essere costruito qui. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. ” Ha affermato. Energy Transfer invece si è detta certa che la decisione non sia avallata dalla legge o da rischi concreti, lasciando pensare ad un possibile ricorso. Lisa Coleman, portavoce dell’azienda petrolifera, ha detto che la sua società crede che il giudice Boasberg abbia abusato del suo potere. Non ha alcun senso per loro chiudere la Dakota Access Pipeline, un’opera che funziona da oltre 3 anni e non ha mai causato alcun tipo di problema.

Un sogno che diventa realtà, come i Sioux hanno reagito alla decisione della corte federale

Non possiamo dirci certi che questa pratica sia chiusa. Gli interessi economici in ballo sono davvero alti, non solo per la società petrolifera e i suoi investitori ma anche per tutto l’indotto che vive di petrolio: chi lo trasporta, chi lo raffina, chi si occupa dello stoccaggio, chi della vendita… Insomma è lecito attendere una contromossa da parte di Energy Transfer e dei suoi legali.

Dakota Access Pipeline, l’analisi di Matt McGrath

Sulla vicenda si è voluto esprimere Matt McGrath, corrispondente della BBC per l’ambiente. McGrath, grande professionista, è un’autorità nel campo e ha analizzato la situazione DAPL per la sua testata. A suo modo di vedere, i proprietari dell’oleodotto devono ora fronteggiare l’esosa prospettiva di chiudere la loro pipeline per oltre un anno. Gli oleodotti sono opere molto controverse, in quanto potenzialmente pericolose. Perdite di petrolio o possibili incidenti, infatti, spaventano tutti. Nel caso della Dakota Access Pipeline, la corte ha stabilito che l’impatto sulla pesca, la caccia o la giustizia ambientale non sia stato preso adeguatamente in considerazione. In definitiva, la sentenza sottolinea come la verifica ambientale sia stata troppo superficiale.

Secondo il punto di vista di Matt McGrath, la decisione relativa al DAPL chiude una brutta settimana per gli affaristi americani del fossile. Non più di qualche giorno prima di questa sentenza, infatti, è stato cancellato il progetto dell’oleodotto atlantico. Un tubo che avrebbe dovuto spostare greggio dalla West Virginia al North Carolina, tagliando a metà lo Stato della Virginia. In quel caso, l’azienda proprietaria e i suoi partner hanno incolpato le lungaggini burocratiche e il polverone scatenato dalle puntuali proteste ambientaliste.

I problemi in cui sono incappate ambedue queste infrastrutture ci danno speranza. Si tratta di due casi che sottolineano come la lotta al fossile sia il nuovo e più recente fronte della battaglia tra economia ed ambiente. È il caso degli USA e di tutto il resto del mondo. La dicotomia ambiente/ economia è la madre dell’intera questione ambientale.

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From farm to fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione

from farm to fork

Lo scorso maggio è stata presentata la nuova strategia della Commissione Europea sulla filiera agroalimentare. Si chiama From Farm to Fork e prevede appunto di adottare una strategia complessiva che renda il settore agricolo ed alimentare sostenibile sotto tutti i punti di vista. La produzione biologica è messa al centro, così come nuovi indici di etichettatura e trasparenza che rendano il consumatore più consapevole. Nel complesso, il mondo ambientalista ha accolto con favore questo importante piano decennale. Non sono mancate però critiche e perplessità da parte di alcune categorie interessate. Vediamole insieme.

“From farm to fork” nel piano europeo per la transizione ecologica

La strategia Farm to Fork Strategy – for a fair, healthy and environmentally-friendly food system (F2F) si inserisce nell’ambizioso piano di transizione ecologica che l’Unione Europea ha delineato con il nome di European New Deal. È stata presentata dalla Commissione Europea a fine maggio, assieme al piano sulla biodiversità di cui abbiamo già parlato nelle scorse settimane. La strategia prevede investimenti per 20 miliardi l’anno e punta ai seguenti obiettivi: riduzione del 20% dell’uso dei fertilizzanti in agricoltura e del 50% dei fitofarmaci. Aumento del 25% delle superfici coltivate a biologico e taglio del 50% dei consumi di antibiotici per gli allevamenti e l’acquacoltura. Infine, ulteriore estensione dell’etichetta d’origine sugli alimenti. Tutto questo, entro il 2030.

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Un grande passo avanti per un’Europa più sostenibile

In generale, il mondo ambientalista ha espresso grande apprezzamento per le linee indicate dalla strategia From Farm to Fork. L’obiettivo principale del piano è infatti quello di abbassare l’impatto ecologico del settore agricolo, per ora stimato attorno al 10% delle emissioni totali. La novità rispetto ai piani precedenti è quella di considerare il settore agroalimentare nel suo insieme, in modo tale da adottare il paradigma della sostenibilità in ogni passaggio che porta il cibo “dal campo alla forchetta”. Da una parte cioè, si punta a sostituire quelle pratiche dell’agricoltura devastanti per la salute dell’uomo e dell’ambiente, offrendo alternative ecologiche all’uso di pesticidi. Il piano cita ad esempio l’agroecologia e il ruolo fondamentale che essa svolgerà per il cibo del futuro.

Dall’altra, il piano vuole colmare il gap di conoscenza nel mondo dei consumatori. Attraverso una migliore etichettatura, che fornisca nel dettaglio la provenienza e i valori nutrizionali del prodotto; ma anche tramite maggiori facilitazioni per l’accesso al cibo sano e sostenibile: “le istituzioni pubbliche, come le scuole e gli ospedali, dovranno rispettare standard più rigorosi in materia di appalti pubblici per la fornitura dei pasti. Anche le aziende – spiega Slow Food – dovranno adottare misure per ridurre il proprio impatto ambientale e rivedere l’offerta di alimenti seguendo le linee guida per una dieta sana e sostenibile”.

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Le critiche del settore sulla strategia From Farm to Fork

D’altra parte però, molte associazioni di categoria hanno espresso perplessità o critiche nette. In primo luogo, c’è disaccordo sui target fissati: per i movimenti ambientalisti, gli obiettivi preposti sarebbero troppo modesti. Si ritiene che gli obiettivi non siano in linea con gli allarmanti moniti degli scienziati per quanto riguarda l’innalzamento della temperatura e la perdita di biodiversità nei prossimi 10 anni. Per altre associazioni invece, come ad esempio Confagricoltura o Copagri, la strategia From Farm to Fork rappresenta una minaccia per gli agricoltori e produttori europei, che dovrebbero adeguarsi troppo in fretta e – a loro dire – senza alternative che possano sostituire validamente gli input esterni (pesticidi e fitofarmaci). Il rischio sarebbe quindi quello di penalizzare la produzione interna e favorire l’importazione da paesi terzi che applicano regole diverse.

Un secondo punto critico riguarda i tempi e i modi di attuazione. Infatti, per ora la strategia fornisce solamente delle linee guida, non vincolanti quindi, che dovranno poi essere regolamentate attraverso la nuova PAC (politica agricola comunitaria). Ogni stato membro dovrà poi declinare la strategia europea a livello nazionale. Il timore delle associazione ambientaliste è dunque la correzione al ribasso che potrebbe essere attuata dopo che il piano verrà preso in esame dalle varie istituzioni. Si teme soprattutto l’influenza delle lobby delle industrie agroalimentari. Infine, Coldiretti ha apprezzato la trasparenza in etichetta, ma ha anche espresso preoccupazione per il settore degli allevamenti e della carne. Il piano si impegna infatti a ridurre il consumo di carne a causa dell’elevatissimo impatto ambientale del settore.

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Il giudizio di Slow Food Italia

Slow Food Italia ha commentato così la strategia From Farm to Fork: “Slow Food ritiene che la strategia “Farm to Fork” sia l’occasione per intraprendere quel percorso di trasformazione di cui abbiamo bisogno per creare sistemi alimentari sostenibili e per proteggere l’ambiente, la salute e naturalmente i produttori. Nella strategia vengono affrontati temi fondamentali come la promozione dell’agroecologia, il miglioramento delle abitudini alimentari e la necessità di impegnarsi in un consumo minore, e al tempo stesso di migliore qualità, di carne: sono alcune delle idee che Slow Food sostiene e promuove da anni. 

Slow Food si rammarica però per l’inclusione, nella strategia F2F, del concetto di nuovi Ogm, nonostante quanto stabilito dalla sentenza della Corte di giustizia europea nel 2018. Secondo Slow Food, inoltre, la riduzione del 50% dell’utilizzo dei pesticidi è un obiettivo insufficiente a frenare l’estinzione degli impollinatori, che ha raggiunto livelli senza precedenti e che mette a grave rischio il nostro sistema alimentare“.

From Farm to Fork: un cambio di rotta necessario

Come sempre quindi, bisognerà attendere che i grandi proclami vengano concretizzati attraverso regole comunitarie e nazionali. I cambiamenti che potrebbero avvenire in questo processo non sono pochi, perciò la strategia From Farm to Fork è certamente da monitorare in ogni sua fase. Inoltre, è giusto osservare che le riforme proposte non possono essere calate dall’alto, senza che gli agricoltori e i produttori abbiano gli strumenti necessari per adattarsi alle nuove regole. Non per ultimo, è fondamentale che il piano fornisca le giuste conoscenze per istruire e consapevolizzare i consumatori. Colmare il vuoto di conoscenza è certamente il primo compito che la Commissione Europea deve prefiggersi per costruire un sistema agroalimentare all’insegna della sostenibilità.

A questo proposito, vogliamo segnalare il corso ad Alta Formazione Permanente proposto dall’Università di Urbino “Modelli politiche e strategie per lo sviluppo dell’agricoltura biologica”. Giunto alla sua terza edizione, il corso offre un ciclo di seminari e lezioni sul campo per tutti gli interessati al mondo del biologico: dagli aspetti più tecnico-agronomici, alla costruzione di un business plan, dalla conoscenza diretta dei produttori alla regolamentazione delle politiche di sostegno. L’edizione appena conclusa ha visto nascere il progetto Sentieri Bio. Sentieri Bio è un luogo di incontro virtuale in cui è possibile conoscere gli aspetti più rilevanti del sistema agroalimentare, seguendo i principi della sostenibilità. In attesa di vedere attualizzare nel concreto la strategia europea F2F, ricordiamo che tutti noi ogni giorno siamo chiamati a scegliere il cibo da mettere in tavola. Ognuno può quindi fare la differenza, formandosi e facendo scelte di consumo sostenibile.

Elezioni comunali in Francia: i verdi stravincono

elezioni francia

In Francia l’onda verde che sta travolgendo l’Europa negli ultimi anni si è trasformata in tsunami, per usare un’espressione dei media della nazione guidata da Emmanuel Macron. Quest’ultimo, che dopo le recenti elezioni comunali, ha constatato il nuovo vento ecologista tra la popolazione francese e ha promesso un nuovo cambio di rotta, questa volta in favore dell’ambiente.

Elezioni in Francia: i comuni che hanno scelto l’ecologia

Nonostante sia presto per parlare di un dominio totale dei verdi, considerando che in molti comuni questi hanno vinto grazie alle coalizioni, lo schieramento del sindaco di Parigi a fianco dell’ambiente fa pensare che un cambiamento sia davvero in atto. La prima cittadina parigina, Anne Hidalgo, è infatti stata rieletta al secondo turno grazie alla coalizione con il partito verde Europe Ecologie-Les Verts (Eelv) guidato da David Belliard. In questo modo Hidalgo ha raggiunto il 48,7% dei voti contro il 33,8% del partito conservatore e il 13,3% del macroniano La République en marche. Insieme, quindi, il partito della Hidalgo e quello ecologista di Belliard, governeranno insieme la capitale francese, una delle città più importanti e influenti d’Europa.

A Lione, la seconda città più importante della nazione, il partito ecologista ha vinto con più del 50% dei voti, così come a Bordeaux, dove l’ambientalista Pierre Hurmic ha superato l’alleanza tra il partito conservatore e quello di Macron, che prima erano a capo della città sancendo così la storica propensione a destra della cittadina.

Anche a Marsiglia si respira un’aria nuova, dopo 25 anni di dominio della destra. Anche qui la vittoria è stata ottenuta grazie a una coalizione tra socialisti, comunisti, Eelv e il partito di sinistra radicale. L’esponente di Eelv Michèle Rubirola non può però ancora cantare completa vittoria, poiché ancora è lontano dalla maggioranza assoluta.

Grenoble, un altro importante snodo cittadino francese, ha rieletto il sindaco esponente dei verdi Eric Piolle. Altri comuni che hanno tinto di verde i muri della città sono stati Strasburgo, Tours, Poitier e Besançon.

Elezioni in Francia. Da cosa deriva la vittoria dei verdi

Come si legge sul Guardian, la pandemia di Covid-19 ha stimolato la sensibilità di molti verso le tematiche ambientali. Le cause della diffusione del virus, ormai si sa, derivano dagli allevamenti intensivi e dal traffico di animali selvatici. Questo ha portato tutta l’Europa a una rinnovata attenzione alla sicurezza alimentare e ai prodotti locali che rispettino l’ambiente.

Il calo drastico dell’inquinamento e la conseguente pulizia dell’aria che respiriamo, ha portato le persone ad apprezzare un mondo più sano e pulito. Non è dispiaciuta nemmeno la rivoluzione della vita urbana, fatta di piccoli spostamenti, di predilezione delle piccole realtà locali, di lavoro da casa. Il tutto ha poi incentivato lo stanziamento di nuovi fondi pubblici per forme di trasporto più ecologiche. E i benefici, probabilmente, hanno iniziato a farsi sentire, sia per le tasche dei cittadini, sia per la loro salute fisica e mentale.

I benefici dell’ambientalismo

Vi è poi una motivazione più profonda e meno legata ai recenti avvenimenti legati al Covid-19, ovvero la constatazione, da parte dei cittadini “comuni” dei benefici dati dal rispetto per l’ambiente, al di là di ogni colore politico. Le misure promesse e, si spera, un domani adottate dai nuovi sindaci francesi non potranno che giovare alla vita dei francesi.

Piste ciclabili e mezzi pubblici

I nuovi sindaci verdi mirano infatti a ridurre lo spazio dedicato alle auto all’interno delle loro città, aumentando le opzioni per la mobilità leggera, come la bicicletta, in monopattino o anche pedonale. Lione vuole creare per 450 chilometri di pista ciclabile e ridurre la velocità a 30 km/h all’interno del centro città. Lo stesso vale per Bordeaux e Strasbourg, dove i sindaci vogliono creare molti più spazi adibiti alle due ruote. Il sindaco di Marsiglia vuole duplicare i mezzi pubblici e creare delle corsie apposite in città.

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Spazi puliti e vivibili

Sono poi tutti sulla stessa linea nel ripensare i centri urbani e renderli non solo cumuli senza anima fatti di abitazioni e persone, ma spazi vivibili, aperti e puliti. Verranno poi arrestate le nuove costruzioni nei campi o in terreni precedentemente incontaminati. A Bordeaux e Tours, i verdi vogliono rendere più sopportabili le alte temperature estive piantando “micro-foreste”, circa 200 metri quadrati ciascuna, così da ombreggiare e raffreddare l’aria. L’amministrazione entrante di Bordeaux vuole far sì che ogni cittadino trovi uno spazio verde ogni 10 minuti a piedi.

Parola chiave: investimenti

Con le nuove amministrazioni verdi, i fondi pubblici potranno essere utilizzati per ridurre il consumo di energia e le emissioni, isolare meglio le case e piantare alberi. A Strasburgo, ad esempio, verrà finanziato l’isolamento termico di 8.000 case all’anno, mentre Lione si è impegnata per 10.000 all’anno.

Forte della citata nuova sensibilità verso la salute e il supporto dell’economia locale, Lione si è infine impegnata a rendere il i pasti scolastici 100% biologici. Inoltre almeno il 50% di tutti gli ingredienti provenienti dal territorio vicino. Anche il nuovo sindaco di Bordeaux vuole investire nella creazione di posti di lavoro e servizi per includere le aree circostanti le città, condividendo le risorse urbane con le città più piccole.

E l’Italia?

Come afferma senza mezzi termini il giornale “Il cambiamento”, l’ondata ambientalista che sta raggiungendo le nazioni europee interesserà l’Italia solo in un lontano futuro. Ad oggi la nostra nazione è ancora nelle mani della mafia la quale dipende dai profitti delle aziende inquinanti, degli azionisti e dei politici corrotti che li sostengono. Profitti che, ovviamente, non vengono reinvestiti in progetti virtuosi, ma gonfieranno le tasche degli stessi pochi beneficiari.

Proprio per questa perenne, incessante corruzione, l’Italia manca di un leader forte che, anche se non ambientalista, quantomeno contrasti l’esuberanza degli slogan salviniani. Questi donano infatti un veloce conforto a molti nostri compatrioti, debilitati dal disagio economico e sociale ancora più critico dopo il Covid. L’aria pulita e e la fauna ritrovata nei canali veneziani non sono bastati. Le persone vogliono il pane.

I nostri media non valicano, però, il muro della superficialità, e non riescono a diffondere un messaggio molto semplice: il pane dipende dall’ambiente in cui viviamo. Non dai soldi che lo stato intasca facendo passare la crescita economica come unica opportunità di aumentare i posti di lavoro. Per fare un esempio, anche se non relativo alla realtà italiana, ogni dollaro investito nel settore dei trasporti pubblici potrebbe portare a un 30% di posti di lavoro in più rispetto a un investimento analogo nella costruzione di nuove strade e ponti.

Media clickbait e giovani assenti

I media, invece, seguono l’argomento clickbait più usato da Salvini per distogliere l’attenzione e ottenere voti, ovvero quello dell’immigrazione. Un problema che esiste, ma che costituisce davvero un problema più per le persone che si trovano su quelle barche che per i cittadini italiani, comodi in panciolle sul divano che guardano le partite di calcio.

Infine, l’anagrafica del nostro paese non può aiutare nella transizione. Per un cambiamento che è più culturale che economico servono visioni, idee, lungimiranza, competenza, coraggio, onestà intellettuale e soprattutto la capacità di mettere in pratica tutto ciò. E, senza nulla togliere alla saggezza dei nostri nonni, chi potrebbe attuare il cambiamento meglio di giovani entusiasti, neo-laureati o bramosi di lavorare per avere un futuro migliore? Ma, finché i giovani italiani restano una categoria sfruttata, poco considerata, poco supportata e vogliosa soltanto di cambiare nazione, l’Italia verde dovrà attendere.

Acqua inquinata in Veneto: c’è una zona rossa

Acqua inquinata in Veneto

È allarme acqua inquinata in Veneto: gli abitanti delle province di Vicenza, Padova e Verona lamentano patologie inusuali, in un numero di casi alto e inconsueto. La causa sembrerebbe essere l’inquinamento dell’acqua della falda locale, causato da una società chimica che ha operato per oltre 50 anni in provincia di Vicenza.

Acqua rubinetto

L’azienda chimica Miteni

La Miteni era una importante società chimica italiana. La sede aziendale era a Trissino, un centro abitato da circa 8700 persone nel vicentino. La società fu fondata nel 1965 come centro di ricerca al servizio dell’azienda tessile Marzotto. Il suo primo nome, infatti, fu RiMar (Ricerche Marzotto). Il suo principale lavoro era la produzione di acidi carbossilici perfluorurati, utilizzati per impermeabilizzare i tessuti. I processi chimici per produrre questi acidi sono lo scambio di alogeno (HALEX) – che impiega cloro e trifluoruro di antimonio, il cosiddetto reagente di Swarts – o l’impiego di sali di diazonio.

Nel 1988 la società viene rilevata da Mitsubishi ed EniChem (oggi Syndial, la petrolchimica del gruppo ENI) e acquisisce il nome Miteni, il quale non è altro che una crasi delle due aziende controllanti: Mitsubishi ed Eni. Da quel momento la società si concentra sulla produzione di intermedi contenenti fluoro. I suoi clienti di riferimento sono gli attori del settore agrochimico e farmaceutico. Pochi anni dopo, nel 1996, il gruppo Mitsubishi acquisisce il 100% della proprietà delle azioni di Miteni, diventandone proprietario unico. Ricordiamo che la società giapponese non è solo un grande produttore di automobili e condizionatori; si tratta infatti della principale holding finanziaria del Paese orientale, nonché di una delle più importanti al mondo.

Il fallimento

Nel 2009, un nuovo cambio al vertice ha visto il gigantesco gruppo ICIG acquisire l’azienda di Trissino. La Miteni fu collocata nel gruppo di aziende di chimica raffinata del gruppo, raggruppate sotto l’egida di WeylChem. Alcuni anni dopo si monitorò la contaminazione della falda freatica di Trissino. Nell’acqua, furono ritrovati depositi di tensioattivi perfluorurati (PFAS) pericolosamente alti; tracce di sostanze nocive come PFOA, GenX e C6O4 furono rinvenute all’interno della riserva locale di acqua potabile. Il 26 ottobre del 2018 il cda di Miteni deliberò il deposito di un’istanza di fallimento. Un paio di settimane dopo, con una sentenza risalente al 9 novembre 2018 la Miteni S.p.A. è stata dichiarata fallita. Le sue scorie, però, galleggiano ancora nelle acque di Trissino.

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Acqua inquinata in Veneto: veleno da bere

L’8 giugno scorso, presso il tribunale di Vicenza. si è tenuta l’udienza preliminare del processo contro la Miteni. L’accusa mossa all’azienda è quella di inquinamento colposo. Un gruppo di genitori era davanti al tribunale, facilmente riconoscibile per via delle magliette indossate. Sulle t-shirt era scritto “State avvelenando i nostri figli”. Oltre a questo grido di rabbia, che è simultaneamente anche una richiesta di aiuto, era stato stampato un nome e il referto di un’analisi del sangue.

L’iniziativa è del comitato Mamme no PFAS, nato 3 anni fa con lo scopo di proteggere il diritto di tutti all’acqua pulita. L’inviato in Italia della testata francese Libération, Eric Jozsef, le ha incontrate e ne ha intervistato una fondatrice: Michela Piccoli, infermiera. Essa ha affermato: “Mia figlia Maria ha 18 anni. Nel sangue ha un tasso di acido perfluoroottanoico (PFOA) di 86,9 nanogrammi per millilitro. Normalmente, tale tasso varia tra 1,5 e 8 ng/ml.”

La falda freatica interessata dalle scorie della Miteni si estende per circa 700 chilometri quadrati, l’ampiezza del Lago di Garda. Essa fornisce acqua dolce alle province di Verona, Vicenza e Padova. Secondo le campionature, risulterebbe completamente contaminata. La Miteni avrebbe riversato, in un fiume che scorre nella zona di Trissino, sostanze perfluoroalchiliche(PFAS) fino ad una concentrazione di 1,2 milioni di nanogrammi per litro. Gli intossicati a causa dell’acqua inquinata in Veneto ammonterebbero a 350mila persone.

Acqua inquinata in Veneto

PFAS nell’acqua

Che cosa sono i PFAS? Per quale motivo sono così pericolosi? Gli acidi perfluoroacrilici sono una famiglia di composti chimici. Il loro impiego prevalente è nel campo dell’industria. Si tratta di catene alchiliche idrofobiche fluorurate, per semplificare, sono acidi molto forti. Vengono utilizzati allo stato liquido e la loro struttura chimica è in grado di conferirli stabilità termica e resistenza ai principali processi naturali di degradazione. Per questi motivi sono pericolosi inquinanti e hanno contaminato completamente la falda acquifera veneta in questione.

Hanno caratteristiche di impermeabilizzazione notevoli. I PFAS sono oleo e idrorepellenti. Vengono impiegati nella filiera di concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, nel rivestimento di padelle antiaderenti e nella produzione di abbigliamento tecnico. Allo stato attuale della ricerca medica, si ritiene che gli acidi perfluoroacrilici agiscano sul sistema endocrino – compromettendo crescita e fertilità – e che siano cancerogeni. La lunga esposizione a PFAS può favorire l’insorgenza di tumori (a reni e testicoli), sviluppare malattie tiroidee, dare origine a ipertensione gravidica e coliti ulcerose.

Come avviene la contaminazione delle acque

In caso di smaltimento non corretto nell’ambiente o, ancor peggio, di sversamento illegale, i PFAS penetrano facilmente nelle falde acquifere. Giunti nell’acqua, la inquinano e, attraverso essa, raggiungono campi e prodotti agricoli. Dunque gli alimenti di cui ci nutriamo. Un’alta concentrazione di queste sostanze non è tossica solo per l’uomo, bensì anche per ogni altro organismo vivente. Gli acidi perfluoroacrilici, infatti, si accumulano nell’organismo attraverso un processo di bioamplificazione. Tale fenomeno avviene quando gli organismi al vertice della piramide alimentare ingeriscono quantità inquinanti superiori a quelle diffuse nell’ambiente. Prendiamo ad esempio l’uomo che si nutre di animali e vegetali già imbevuti di PFAS, esso resterà vittima di bioamplificazione.

A partire da ottobre 2018, la Giunta Regionale del Veneto ha imposto limiti stringenti alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nell’acqua. Sembra però proprio uno di quei proverbiali casi nei quali si serra la stalla soltanto dopo la fuga dei buoi.

Acqua inquinata in Veneto: le accuse

“Per il numero degli abitanti coinvolti e la dimensione della falda freatica, la seconda più grande d’Europa, si tratta di una vicenda eccezionale. L’azienda era al corrente da molto tempo della contaminazione. Aveva l’obbligo di segnalarla alle autorità ma non lo ha fatto. Solo nel 2017 abbiamo saputo della gravità della situazione, all’esito delle prime analisi del sangue.” Afferma Matteo Ceruti, avvocato di decine di mamme no PFAS che si sono costituite parte civile nel processo a Miteni.

Lo scandalo ha cominciato ad assumere le proporzioni attuali nel 2013. Durante uno studio commissionato dall’Unione Europea sulla presenza di sostanze perfluorate nei fiumi, è stato individuato l’inquinamento dell’acqua in Veneto causato da Miteni. A seguito delle ultime rilevazioni, il commissario per la crisi PFAS in Veneto, Nicola Dell’Acquanomen omen – ha ammesso: “Per decenni l’acqua, così com’è, non potrà essere utilizzata.”

All’interno della zona rossa già descritta, il 90% delle persone riporta valori anomali di PFAS nel sangue. La media locale è di 78 nanogrammi per millilitro di sostanze perfluoroalchiliche nel sangue. Un dato agghiacciante, se consideriamo che gli abitanti dell’Ohio, contaminati dai PFAS dell’azienda DuPont, registrano valori più bassi di due terzi, in media. “Le sostanze accumulate possono restare nell’organismo anche più di 10 anni.” Specifica Carlo Foresta, endocrinologo all’Università di Padova. Sui territori interessati si stanno costruendo 60 chilometri di tubazione per bypassare il problema dell’acqua inquinata in Veneto utilizzando le riserve montane. Ogni rubinetto è stato dotato di filtri per la purificazione idrica.

Acqua potabile rubinetto

Veneto in Cattive Acque

A febbraio è uscito anche in Italia il film Cattive Acque, interpretato da Mark Ruffalo. Racconta la storia dell’avvocato Robert Bilott, il quale portò in tribunale la DuPont a seguito dell’inquinamento delle acque di Parkersburg, causato dalle emissioni aziendali di PFAS. Al termine di una lunghissima battaglia, la quale lo provò duramente anche nella sfera privata, Bilott riuscì ad ottenere un importante risultato. Obbligò l’azienda a rimborsare ben 671 milioni di dollari per risolvere la class action nella quale l’avvocato coinvolse ogni singola vittima di quell’acqua inquinata.

Trailer italiano del film Cattive Acque. La vicenda raccontata somiglia molto a quella veneta di cui si occupa l’articolo

Come spesso accade nei film, la vicenda della DuPont ha avuto un lieto fine. Anche nella realtà l’industria chimica di Wilmington ha dovuto sborsare tale cifra. Non sappiamo che cosa avverrà all’interno delle aule del tribunale di Vicenza ma ci auguriamo che anche per la Miteni si possa arrivare ad una simile soluzione. Il precedente statunitense sarà sicuramente incluso tra le carte processuali.

Nessun rimborso, neppure il più insperato, potrà ripulire il sangue ai veneti. L’acqua inquinata in Veneto significherà malessere e patologie per i locali ancora per molto tempo. È tempo di cominciare a prendere atto di come stiamo distruggendo le nostre riserve idriche e del male che ci stiamo causando autonomamente. La falda freatica inquinata avanza verso Venezia al ritmo di un chilometro e mezzo all’anno. Come dice Nicola Dell’Acqua: “In Europa ci sono altre Miteni. Se si fissano limiti soltanto in una regione, le industrie chimiche si sposteranno in un’altra.”

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Educazione ambientale a scuola da settembre

educazione ambientale a scuola

Qui sulle righe de L’EcoPost diamo spesso cattive notizie. È inevitabile, parliamo di rispetto e tutela ambientale, due concetti quantomeno trascurati nel mondo e nella società di oggi. Tutti sembrano disinteressarsi dell’importanza dell’ambiente, di quanto sia importante tutelare il nostro habitat, il nostro ecosistema, la nostra casa, in fin dei conti. La nostra casa che è in fiamme, come ci ha ricordato con il suo libro Greta Thunberg. Oggi però possiamo fare un’eccezione, possiamo darne finalmente una buona di notizie: l’educazione ambientale verrà insegnata tra i banchi scolastici, a partire dalla scuola primaria.

Ritorna l’educazione civica

A partire dal prossimo anno scolastico, quello 2020 – 2021, il quale comincerà a metà settembre – COVID permettendo, s’intende – tornerà in curriculum l’insegnamento dell’educazione civica. Il programma sarà interamente rinnovato rispetto alla vecchia, diciamo pure obsoleta, educazione civica che chi ha superato la trentina ricorderà dal suo passato sui banchi.

La materia sarà attualizzata per concentrarsi su sviluppo sostenibile e cittadinanza responsabile in un Pianeta sofferente. Al centro dell’insegnamento ci saranno diritti e doveri del cittadino verso l’ambiente. Il progetto era stato argomento di interesse tanto per il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, in carica nel 2018 e 2019, quanto per il suo successore, Lorenzo Fioramonti, in carica per un breve periodo prima di lasciare la scrivania a Lucia Azzolina. Quest’ultima ha messo a verbale il recupero dell’educazione civica. L’impegno maggiore, però, si deve proprio a Fioramonti.

Nello scorso mese di marzo, prima che l’Italia e il mondo cominciassero a curarsi solo della pandemia, il ministro Azzolina sottolineò come l’educazione ambientale sarà un pilastro dell’insegnamento della nuova educazione civica. Il primo passo per gli insegnanti che si cimenteranno in questa rinnovata materia sarà quello di adattare l’intero curriculum scolastico alla comprensione dello sviluppo sostenibile. Il piano è molto ambizioso. Almeno a parole.

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Educazione civica: le tre direttrici dell’insegnamento

Il nuovo programma ministeriale di educazione civica si snoda lungo tre principali direttrici. Si tratta di tre capisaldi, indispensabili al giorno d’oggi per educare e formare cittadini responsabili e in grado di stare al passo con questi complicati tempi che viviamo. Il primo fondamento sarà, come anticipato, l’educazione ambientale e i buoni stili di vita. Oltre all’ecologia e alla tutela del nostro Pianeta si insegneranno agli studenti tutta una serie di buone pratiche e comportamenti virtuosi da tenere nella quotidianità. Tra queste, troverà posto l’educazione alimentare.

Il secondo cardine, invece, sarà lo studio della Costituzione italiana. Lo studente apprenderà le norme principali riportate sulla carta costituzionale e i suoi diritti e doveri in quanto cittadino del nostro Paese.

Il terzo caposaldo sarà la corretta educazione digitale. A tal riguardo, il programma non è ancora definito con esattezza ma una cosa pare certa: si studieranno la netiquette, ovvero come comportarsi quando si naviga in rete; si verificherà il tono da tenere all’interno delle chat incluse in siti e social network; si farà prevenzione del cyberbullismo, illuminando gli studenti su quali siano i rischi annessi e connessi a tale spregevole pratica. Il programma pare all’altezza dei tempi e al passo con quelli che sono i principali pericoli della rete per un giovanissimo. Auspichiamo che la nuova educazione civica tra i banchi abbia maggior successo della vecchia e non finisca prima nel dimenticatoio e poi fuori dai programmi ministeriali.

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La formazione di una cittadinanza consapevole

Un’educazione ambientale è fondamentale se si vuole creare una generazione di persone davvero attente alla tutela del nostro Pianeta, nei fatti e non solo a parole come sono troppi leader al giorno d’oggi. Accanto all’attenzione per l’ambiente sta molto bene l’insegnamento di una consapevolezza digitale, in fin dei conti il prossimo futuro passerà inevitabilmente, per fortuna o purtroppo, dalla rete. Internet diventerà in pochi anni importante come l’elettricità. Gli adulti di domani dovranno essere capaci di interagire al meglio con il web, di analizzare, confrontare e valutare l’attendibilità delle informazioni fornite loro dalla rete.

Le tecnologie digitali, strumento potentissimo, possono fornire opportunità di crescita personale e cittadinanza partecipativa, anche riguardo alla tematica ambientale. Il dibattito pubblico, in futuro, potrebbe passare dalla rete piuttosto che dagli incontri in presenza, faccia a faccia. Forse l’identità digitale diventerà persino più importante di quella reale. Sarà dunque indispensabile saperla gestire, proteggere e tutelare i propri dati sensibili. Il mondo digitale, come sappiamo, nasconde anche rischi e pericoli, dunque sarà importante essere in grado di saperli evitare.

Il connubio tra rispetto dell’ambiente e know how digitale sembra essere una chiave in grado di aprire la porta al successo della prossima generazione ed è una buona notizia che si sia pensato di insegnare queste due tematiche agli alunni.

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Scuola ed educazione

Le indicazioni giunte finora riguardo all’insegnamento trasversale dell’educazione civica non sono ancora complete ma risultano già molto indicative. La materia troverà posto nei programmi delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. Il totale delle ore di educazione civica non potrà essere inferiore a 33 (un’ora a settimana) nel corso dell’anno scolastico e sarà possibile modificare il curriculum avvalendosi della quota di autonomia utile per raggiungere il monte ore stabilito. L’insegnamento sarà impartito, all’interno delle aule della scuola secondaria di primo grado, dai docenti della classe mentre nella secondaria di secondo grado potrà portare in cattedra l’educazione civica chiunque sia abilitato all’insegnamento economico o giuridico.

Già a partire dalla scuola dell’infanzia gli studenti saranno avvicinati alla Costituzione italiana. I temi della cittadinanza responsabile tratteggiati poco fa saranno affrontati in aula già a partire dalla tenera età. La scuola, tempio dell’educazione, è il luogo più adatto ad avviare i ragazzi all’impegno ambientale e civile.

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Cenni storici

L’educazione civica fu introdotta a scuola nel 1958, quando il Ministro dell’Istruzione dell’epoca, Aldo Moro, la rese materia curricolare. Da allora ha assunto vari nomi, tra cui alcuni ben sconosciuti ai più: educazione alla convivenza democratica; educazione civica e cultura costituzionale; educazione alla convivenza civile; fino all’ultima denominazione, cittadinanza e costituzione. Nel tempo è stata spezzettata, tagliata, ricucita e smembrata, fino ad essere affidata alla buona volontà di insegnamento dei docenti. I quali, già alle prese con il gravoso compito di finire programmi sconfinati, trovano comunque il sonno senza occuparsi dell’insegnamento dell’educazione civica. In pratica, la materia è sparita, fino a questi ultimi sviluppi.

Educazione civica: perché si

La proposta dell’insegnamento dell’educazione civica, specifichiamo, deve ancora essere votata in Parlamento. Tutte le parti politiche, comunque, si sono schierate in maniera favorevole alla reintroduzione dell’educazione civica. Destra, sinistra (se esistono ancora), maggioranza e opposizione, tutti hanno voluto montare sul carro dell’educazione civica e difenderla a spada tratta. Le motivazioni le abbiamo elencate sopra.

Per formare una generazione attenta, informata e rispettosa, bisogna partire dalla scuola. L’educazione civica va insegnata in quelle sedi. Un insegnamento tradizionale, però, potrebbe non essere sufficiente. L’istruzione che conosciamo è un processo top down: il professore, brutalmente, riempie dei sacchi; insegna ai giovanissimi chi sono stati i 7 re di Roma e come si estrae una radice quadrata. Il processo è passivo. Educare, però, deriva dal latino educere, ovvero tirare fuori, portare all’esterno quel che già sta dentro. L’educazione non è solo una lezione, è un dialogo in cui si parla e si discute della verità.

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Trattare l’educazione civica come la panacea di tutti i mali e la soluzione ad ogni problema è probabilmente sbagliato. Un’ora a settimana non basterà a trasformare i nostri ragazzi in cittadini modello. Un professore o una professoressa che leggono in fretta l’articolo 11 della Costituzione non renderanno gli studenti degli adulti virtuosi. L’educazione civica, e il suo focus sull’ambiente che ci sta particolarmente a cuore, devono permeare l’intero insegnamento scolastico. La cultura è rispetto dell’ambiente, la cultura è cittadinanza responsabile, la cultura è educazione. L’educazione si impartisce a scuola. L’insegnamento della educazione civica è una grande possibilità per il nostro sistema scolastico, dobbiamo essere in grado di sfruttarla al meglio.

Quanto inquinano le multinazionali del latte

Multinazionali del latte

Recentemente, lo IATP, Institute for Agriculture and Trade Policy, ha rilasciato un dettagliato rapporto, intitolato Milking the Planet: How Big Dairy is heating up the planet and hollowing rural communities. Tradotto dall’inglese, lingua in cui il documento è stato stilato dalla ONLUS statunitense – tedesca con sede nel Minnesota, il titolo del rapporto suona più o meno così in italiano: mungere il Pianeta: in che modo le multinazionali del latte stanno riscaldando la Terra e svuotando le comunità rurali. Questa intestazione lascia ben poco spazio all’immaginazione. Andiamo ad approfondire la spinosa questione.

Logo del report, Foto: IATP

I gas ad effetto serra

Il rapporto di cui sopra è impietoso. Secondo gli studi riportati nel documento, le emissioni totali combinate di gas serra di 13 tra le maggiori aziende lattiero- casearie sono aumentate dell’11% soltanto nel biennio tra il 2015 e il 2017.

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Aumento delle emissioni delle multinazionali del latte, grafico: IATP

Il GHG (greenhouse gas) di cui si parla è un terribile inquinante poiché è capace di intrappolare il calore nell’atmosfera. I principali GHG sono anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs, ove la s finale sta per il plurale inglese) e perfluorocarburi (PFC). Anche il vapore acqueo gioca un ruolo importante come agente dell’effetto serra ma si tratta di una formazione naturale, non influenzato direttamente dalle attività umane – le quali causano invece tutte le emissioni precedentemente elencate – dunque non viene incluso tra i gas ad effetto serra.

Ci sarebbe dunque un legame tra l’espansione del settore lattiero – caseario a livello industriale e l’aumento delle emissioni di gas serra. I numeri ora analizzati ce lo dimostrano. Come se il solo problema ambientale non bastasse, la lotta che i grandi poli industriali fanno alle piccole aziende agricole, già impari, si è ulteriormente sbilanciata a seguito della crisi causata dalla pandemia.

Le multinazionali non si curano della propria impronta ambientale

Davvero preoccupante è l’affermazione dello IATP, riportata nel rapporto, secondo la quale nessuna delle 13 multinazionali esaminate ha preso impegni chiari per ridurre le proprie emissioni. L’impronta di carbonio di queste lunghe catene di approvvigionamento del latte non sembra importare ai manager. A onor del vero, 3 di queste aziende hanno stilato obiettivi climatici. Tali target ambientali, messi nero su bianco, coinvolgono l’interezza della loro filiera. Sull’altro piatto della bilancia però, tristemente, troviamo un peso maggiore. Meno della metà delle multinazionali prese in esame riporta le proprie emissioni. Nuovamente, non sembrano neppure interessarsi al problema.

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L’incuranza delle multinazionali di fronte alle loro emissioni, Grafico: IATP

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Vigilare sull’irresponsabilità

“Due anni dopo aver riportato le nostre prime stime, il nuovo studio dimostra come l’industria lattiero – casearia resti irresponsabile. I governi devono regolamentare le potenti società che controllano il latte. Queste multinazionali vanno obbligate a pagare il conto per il loro impatto sull’ambiente e sulla salute pubblica. ” Evidenzia Shefali Sharma, direttore di IATP Europa e autore del rapporto. “I paesi industrializzati si sono dati il compito di aumentare le proprie ambizioni climatiche eppure queste aziende continuano ad espandersi in potenza. La loro produzione aumenta mentre le comunità rurali soffrono. I governi possono e devono reindirizzare i fondi pubblici per consentire ad agricoltori e allevatori di produrre e salvaguardare il loro sostentamento, oltre che il pianeta. Quelle politiche che forniscono le maggiori possibilità di fermare la sovrapproduzione e garantire prezzi equi ai produttori sono le stesse che possono aiutare a ridurre le emissioni.” Ha aggiunto Sharma, alla pubblicazione del suo report.

A Parigi, nel dicembre 2015, durante la celebre conferenza COP21, i governi decisero di frenare le emissioni globali. Nel corso del solo anno 2017, però, le emissioni di gas serra sono aumentate di 32,3 milioni di tonnellate sull’anno precedente. L’equivalente di 6,9 milioni di auto in strada per un anno intero, per un consumo di 13,6 miliardi di litri di benzina. In quello stesso anno, le emissioni combinate delle multinazionali e della grande industria lattiero – casearia, hanno superato quelle dei principali produttori di carbonio. Ci riferiamo alla BHP e alla ConocoPhilips, aziende che vivono producendo combustibili fossili.

Le multinazionali del latte dimostrano irresponsabilità e si curano ben poco delle proprie emissioni. È dunque necessario che vi sia qualcuno a vigilare su di esse e punirle all’occorrenza. Sono in grado di farlo i governi? Occorre che ci pensino le istituzioni internazionali? Vanno creati enti ad hoc?

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L’illecito vantaggio delle multinazionali

I due anni sui quali il rapporto si concentra, quelli tra il 2015 e il 2017, hanno visto la produzione di latte aumentare dell’8% a livello mondiale. Ciononostante, in quello stesso biennio, migliaia di aziende agricole a conduzione familiare, o di piccole dimensioni, hanno dichiarato fallimento. Sia in Europa, sia negli Stati Uniti, sia in India, sia in Nuova Zelanda (le quattro principali regioni produttrici del latte), gli agricoltori hanno visto il proprio debito aumentare e il proprio reddito diminuire. È terribile per un piccolo produttore, è un colpo da ko tecnico. Le grandi compagnie, invece, stabili e a prova di crisi, hanno saputo resistere stoicamente anche al COVID-19, con una flessione dei loro guadagni ma nessuna delle loro emissioni.

Le brutte immagini degli agricoltori che gettavano il loro latte, che abbiamo visto anche in Italia, evidenziano le fragilità di un sistema in avaria, concentrato nelle mani di pochi abbienti. Come ricorda il report, è ora di chiedere con maggior forza una gestione dell’offerta che contempli prezzi più equi, limitando al contempo la sovrapproduzione e tutti gli sprechi che ne conseguono.

Il cammino del latte, dalla mucca alla tavola

Quale soluzione?

In conclusione, il rapporto firmato da Shefali Sharma suggerisce una possibile via d’uscita a questa ingiusta – ed inquinante – situazione. “Poiché il settore lattiero – caseario si disintegra in ampie operazioni sotto il controllo di alcune multinazionali, la soluzione sta nella creazione di politiche pubbliche concrete. In tal modo si può affrontare la sovrapproduzione e si possono creare programmi in grado di gestire meglio l’offerta. Vanno create politiche agricole, commerciali e concorrenziali competitive e complementari.”

Un report non prende decisioni, non decide il da farsi. Un report analizza una situazione, ne espone i problemi e ne suggerisce le soluzioni. Fatto questo, ha esaurito il suo scopo. La palla ora deve rimbalzare nel cortile dei governi e delle istituzioni politiche sovranazionali. La decisione adesso diventa politica e abbiamo bisogno di qualcuno che la assuma. Ci dimostrino che le belle parole dette e scritte sull’ambiente negli ultimi tempi non sono finite vittima del nuovo coronavirus.

Ecuador, nuova vittoria per gli indigeni Waorani

In Ecuador il 17 giugno 2020 il giudice del tribunale di Pichincha (una provincia del Paese) si è pronunciato a favore dei diritti alla salute, alla vita e all’autodeterminazione degli Waorani; sono state concesse misure cautelari parziali che impongono al governo ecuadoregno di intraprendere azioni urgenti per contenere il virus nel territorio indigeno. 

La covid-19 in Ecuador

Il primo caso di coronavirus nel Paese è stato annunciato dal governo il 29 febbraio e la città di Guayaquil ne è diventata l’epicentro della diffusione in Ecuador; il paese non è riuscito a gestire nuovi contagi, portando il sistema sanitario al collasso.

Dopo il Brasile e il Perù, l’Ecuador è uno dei paesi con il più alto numero di casi da covid-19 in America Latina. Il presidente Lenín Moreno ha dichiarato l’emergenza sanitaria il 12 marzo; il tasso nazionale di infezione è aumentato drammaticamente a partire dal 17 dello stesso mese.

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Il numero sempre maggiore di morti ha portato il paese a dover utilizzare bare di cartone; vengono chiamate le “corona-bare”. Inoltre, molto spesso le famiglie sono costrette a tenere in casa i corpi dei propri cari, tra lo sconforto ed il dolore.

Un’altra grande preoccupazione riguarda l’ingresso del virus nella foresta amazzonica, specialmente in aree abitate da tribù indigene isolate. I nativi sono più vulnerabili alle malattie trasmesse dai virus, a causa della malnutrizione e la quasi totale assenza della sanità.

Una nuova vittoria in Ecuador

Poco più di un anno dopo la storica vittoria legale del Popolo Waorani contro le trivellazioni petrolifere nell’Amazzonia ecuadoriana, la nazione indigena ha nuovamente trionfato. Questa volta la causa era mirata a proteggere le proprie comunità dall’accelerazione del COVID-19 nel loro territorio.

Il 17 giugno 2020, il giudice Delicia de los Ángeles Garcés Abad, del tribunale provinciale di Pichincha, si è pronunciato a favore dei diritti dei Waorani alla salute, alla vita e all’autodeterminazione. La sentenza del tribunale impone al Ministero della Salute di coordinarsi con la leadership Waorani per condurre test COVID-19 con l’aiuto di personale medico.

Garantendo l’assistenza con forniture mediche presso i centri sanitari delle comunità locali; e, per fornire ai Waorani informazioni adeguate e culturalmente rilevanti per fronteggiare la pandemia.

La causa, presentata il 21 maggio 2020, è stata diretta contro il presidente dell’Ecuador Lenín Moreno e il vicepresidente Otto Sonnenholzner, rispettivamente rappresentante legale e delegato del Comitato nazionale per le emergenze, Ministero della sanità, Segreteria umana Diritti, Ministero dell’Ambiente e dell’Acqua e Procuratore Generale. Questi dovranno inviare un rapporto entro otto giorni, che descriva dettagliatamente il monitoraggio delle estrazioni illegali, disboscamento e traffico di droga nel territorio degli Waorani.

In una dichiarazione pubblica al momento della presentazione della causa, i Waorani hanno sottolineato che le loro azioni fossero volte in primo luogo a proteggere i loro anziani (o “Pekinani”), così come i loro parenti isolati all’interno del “Untouchable Zone” nel Parco Nazionale Yasuní.

Una delle principali richieste (senza risposta) degli Waorani è una moratoria immediata su tutte le attività estrattive nel loro territorio. Proprio a causa della della loro vicinanza alle “strade del petrolio”, e del continuo traffico di legname, le comunità sono entrate in contatto con la covid-19. Nonostante l’aumento dei rischi, le operazioni petrolifere e il disboscamento legale e illegale nel loro territorio sono continuate, aumentando il potenziale diffondersi del virus verso i popoli più isolati. 

I Waorani, che contano circa cinquemila soggetti, hanno registrato almeno 188 casi confermati di COVID-19. Si sono auto-organizzati con l’aiuto di università, coalizioni indigene e di civili per affrontare la crisi sanitaria nel loro territorio.

“Oggi la giustizia ecuadoriana si è pronunciata a favore della nostra richiesta di misure precauzionali di fronte all’inazione del governo durante questa pandemia. Il popolo Waorani e i nostri parenti isolati sono in grave pericolo poiché il virus continua a diffondersi rapidamente attraverso l’Amazzonia. Sfortunatamente, la risposta del governo è stata inadeguata e non si sono coordinati con la nostra leadership. Siamo lieti che il giudice abbia ordinato misure precauzionali, ma dobbiamo rimanere vigili. 

Gilberto Nenquimo, il presidente della nazione Waorani

Il leader di Waorani Nemonte Nenquimo, che l’anno scorso ha contribuito a guidare la storica vittoria del suo popolo contro le compagnie petrolifere, afferma:

“Abbiamo combattuto per migliaia di anni per difendere il nostro territorio e le nostre vite da molteplici minacce: conquistatori, battitori di gomma, taglialegna e poi le compagnie petrolifere. Ora, stiamo combattendo contro il virus covid-19 con la nostra antica saggezza e la nostra conoscenza delle piante medicinali. Ma lo Stato sta mettendo a rischio la vita dei nostri anziani (i saggi) e dei nostri parenti che vivono delle profondità della foresta. La nostra richiesta di moratoria sulle operazioni petrolifere non è stata rispettata. È ovvio che lo Stato sta dando la priorità all’estrazione di risorse sul nostro territorio piuttosto che salvarci la vita. Siamo felici di aver vinto queste misure precauzionali, ma c’è ancora molto da fare per proteggere la nostra gente. Lo Stato deve ascoltarci e rispettarci. “

La precedente battaglia (e vittoria)

Il 26 aprile 2019 il popolo Waorani ha vinto una sentenza storica nella corte ecuadoriana, proteggendo mezzo milione di acri dalle trivellazioni petrolifere nella foresta amazzonica. La decisione del tribunale annulla immediatamente il processo di consultazione con i Waorani intrapreso dal governo ecuadoriano nel 2012, sospendendo indefinitamente la vendita all’asta delle loro terre alle compagnie petrolifere.

“Il governo ha cercato di vendere le nostre terre alle compagnie petrolifere senza il nostro permesso. La nostra foresta pluviale è la nostra vita. Decidiamo noi cosa succederà nelle nostre terre. Non venderemo mai la nostra foresta alle compagnie petrolifere. Oggi i tribunali hanno riconosciuto che il popolo Waorani e tutti i popoli indigeni hanno diritti sui propri territori, che devono essere rispettati. Gli interessi del governo verso il petrolio non hanno più valore dei nostri diritti, delle nostre foreste, delle nostre vite”.

Ha dichiarato Nemonte Nenquimo, Presidente della Waorani Pastaza Organization e querelante nella causa. 

Rappresentati indigeni protestano per i propri diritti; grazie alle battaglie di questi ultimi la foresta amazzonica dell’Ecuador ha ancora delle speranze.

La decisione della corte rappresenta una grave battuta d’arresto per i piani del governo ecuadoriano di sviluppare risorse petrolifere attraverso l’Amazzonia centro-meridionale, e potrebbe segnare un momento spartiacque nel movimento indigeno per proteggere, in modo permanente, la foresta pluviale dalla trivellazione petrolifera e da altri progetti estrattivi.

La causa popolare Waorani ha evidenziato il netto divario tra la sete economica del governo ecuadoriano ed i diritti riconosciuti a livello internazionale delle popolazioni indigene

Amazon Frontlines ed il progetto “memoria”

“I nostri anziani stanno morendo e con loro migliaia di anni di conoscenza rischiano di scomparire. Le nostre storie hanno il potere di mantenere vive le nostre conoscenze per le generazioni future”

Queste le parole di Flor Tangoy, appartenente al gruppo dei Siona, le quali si uniscono a quelle di molti altri giovani indigeni che lottano per i diritti delle proprie comunità e, soprattutto, per la propria casa; l’Amazzonia. Molti di loro affiancano l’organizzazione no-profit Amazon Frontlines che tenta di aiutare gli indigeni dell’Ecuador a sopravvivere in un mondo in continuo cambiamento.

L’organizzazione no-profit che affianca in Ecuador gli indigeni Secoya, Waorani, Siona e Kofan.
Credits: amazon frontlines

Per centinaia di anni, gli anziani delle comunità indigene hanno condiviso le loro storie ed i loro ricordi con i propri figli, nipoti e vicini. Senza lingue scritte, le culture Secoya, Waorani, Siona e Kofan dipendono dalle storie e dai legami generazionali creati attraverso la tradizione orale.

La colonizzazione, la deforestazione e le dinamiche del mondo contemporaneo si insinuano sempre più nelle realtà indigene in Amazzonia, ed è sempre più difficile trasferire la memoria degli antenati di generazione in generazione.

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L’organizzazione Amazon Frontlines supporta i giovani indigeni nel raccontare le loro storie, mantenendo vivi i ricordi degli indigeni. Ora più che mai, queste ultime devono essere condivise con il mondo esterno, il cui modo di vivere distruttivo è la causa principale della perdita culturale di queste popolazioni.

L’organizzazione sta istruendo giovani indigeni ad utilizzare video, foto e altre tecniche di narrazione per trasmettere le conoscenze e le storie dei propri antenati all’interno delle comunità. Questo permetterà la creazione di film che consentiranno a coloro che vivono al di fuori dell’Amazzonia di capire le mutevoli realtà di questi preziosi popoli.

Make Italy green again: il piano di Greenpeace

Cambiare rotta, immediatamente, per rispettare gli Accordi di Parigi ed evitare le conseguenze più nefaste del cambiamento climatico. Va proprio in questa direzione il report “Italia 1.5” commissionato da Greenpeace all’Institute for Sustainable Future (ISF) di Sydney, per sfruttare i venti a favore del Green Deal europeo e rendere il nostro Paese davvero sostenibile. A differenza degli annunci, infatti, il Piano Nazionale Integrato per Energia e Clima (PNIEC) è insufficiente. Redatto dalla precedente coalizione di governo e poi presentato definitamente a gennaio 2020 dall’esecutivo PD- MS5, risulta poco ambizioso e non in linea con gli sforzi per la decarbonizzazione. A sei mesi di distanza, gli obiettivi e gli strumenti devono essere riconsiderati.

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Gli scenari proposti per “Italia 1.5”

Nel settore energetico i passi da fare sono ancora molti. Per questo motivo, Greenpeace si è messa in moto per accelerare il processo di transizione energetica. Lo studio “Italia 1.5” ha utilizzato una metodologia già messa in atto per altri progetti su scala globale, così da confermarne la scientificità. La proposta verte su due scenari possibili: il cosiddetto “Energy [R]evolution – E[R]” e l’altro, ancora più ambizioso, “Advanced Energy [R]evolution” (Adv E[R]). Il primo progetto prevede la decarbonizzazione totale entro il 2050, attraverso una rivoluzione energetica “a bassa velocità”. Il secondo, invece, porterebbe lo stivale ad avere il 75% di elettricità rinnovabile al 2030, azzerando le emissioni di CO2 addirittura nel 2040. Questa ultima prospettiva è in linea con gli obiettivi dell’Unione Europea.

Lo studio si basa su stime di crescita dello Scenario di Riferimento UE 2016. In questo modo, risultano prudenziali e adatte anche in un contesto di domanda energetica maggiore. Tralasciando le aree occupate da infrastrutture o tutelate, il potenziale fotovoltaico ed eolico a terra è, rispettivamente, di 951 e 48,5 GW. Le due isole maggiori, Sicilia e Sardegna hanno, insieme, una superficie utilizzabile notevole: per entrambe le fonti di energia, raggiungono circa 15 mila km2.

Per quanto riguarda la bioenergia, i criteri devono essere più stringenti, visto che l’impatto sull’ambiente potrebbe essere addirittura dannoso, addirittura peggiori rispetto ai combustibili fossili. Sono proprio questi ultimi che vengono importati maggiormente: come riportato da Greenpeace, nel “2018 l’Italia ha importato il 100% del carbone e oltre il 90% del petrolio e del gas fossile necessari a soddisfare il fabbisogno energetico del Paese, rappresentando una quota di importazioni di energia pari a circa il 76,5% rispetto all’energia primaria”.

La convenienza della sostenibilità

Perché si dovrebbe mettere in atto un progetto come quello proposto dallo studio? La risposta è quasi scontata: conviene. Conviene sul medio-lungo periodo, che è quel lasso di tempo che necessitano le grandi riforme che ogni Stato dovrebbe mettere in pratica. Di sicuro, l’instabilità politica, che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni, ostacola la realizzazione di una visione a più ampio raggio. Ma è necessario convincersi che la crescita economica è possibile solamente se ripensata e condivisa con la società.

Il piano porterebbe una diminuzione dei consumi primari del 5% del 2030, o ancora maggiore se si intraprendesse la strada dello scenario “ad alta velocità”. Le fonti più sfruttate diverrebbero quindi l’eolico onshore e offshore e il solare fotovoltaico.

L’elettrificazione dei consumi è l’altro cardine della transizione. Gli investimenti saranno mirati al potenziamento della mobilità pubblica, alternativa (come le biciclette) e condivisa (con lo sviluppo di servizi di sharing). Il Coordinamento FREE ha stimato che potrebbero circolare fino a 4,5 milioni di veicoli elettrici entro il 2030.

La rete, quindi, deve essere potenziata. Non ci si può permettere di disperdere risorse durante lo spostamento. I sistemi di distribuzione e di stoccaggio dell’energia saranno implementati, così da ridurre gli accumuli e aumentare il possibile carico del sistema.

La missione di Greenpeace, come specificato sul loro sito, è chiara.
“Facciamo campagne per proteggere l’ambiente, promuovere la pace e incoraggiare le persone a cambiare abitudini. Indaghiamo, denunciamo e affrontiamo i crimini ambientali.
Vogliamo combattere quei luoghi comuni secondo cui ogni cambiamento è impossibile, che siamo troppo piccoli e troppo deboli. Crediamo che esista una soluzione. Che è radicata nel coraggio, nell’ottimismo e nella creatività. Nessuno cambierà il mondo al posto nostro, per questo dobbiamo iniziare a farlo oggi stesso.” Il piano “Italia 1.5” va in questo senso.

Investimenti e occupazione

Per sviluppare una strategia di questo tipo servono investimenti. La stima per lo scenario E[R] implica un aumento aggiuntivo di 3,9 miliardi di euro nel decennio 2020-2030. Il risparmio, però, sarebbe ci circa 28 miliardi di euro, visto che non si spenderebbe in combustibili fossili. La situazione per il piano Adv E[R] è di tutt’altra entità. L’investimento, infatti, sarebbe stimato in circa 37 miliardi di euro in più rispetto all’attuale, ma i risparmi coprirebbero quasi l’intero ammontare dei costi.

A livello occupazionale, il PNIEC adottato dal governo riuscirà a far salire di circa 10 mila unità i lavoratori del settore energetico. Se si riuscisse a essere un po’ più lungimiranti, si potrebbe arrivare a cifre che superano di gran lunga le più rosee aspettative del piano di gennaio. L’86,5% dei nuovi posti sarebbe occupato da green jobs che si occupano di fonti rinnovabili, con un aumento di 65 mila posti in più rispetto a ora, che si dispiegherebbero per le mansioni più disparate. Dalla costruzione alla manutenzione, si creerebbero le condizioni per far impiegare le persone sul loro territorio, frenando lo spopolamento di alcune regioni.

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Prove di ripartenza

La prospettiva è decisamente positiva. Ora, serve coraggio. Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace ne è sicuro. «In questo nostro studio ci sono numeri chiari, che dimostrano innanzitutto che il PNIEC del governo non è nell’interesse dei cittadini italiani ma risponde piuttosto alle richieste delle lobby di gas e petrolio. Occorre subito una rivisitazione degli obiettivi su clima e rinnovabili, una rivoluzione che coniugherebbe la tutela del clima e del Pianeta, con vantaggi economici e per la competitività e la modernità del Paese. L’emergenza climatica in corso sta interessando pesantemente anche il nostro Paese, con danni a persone, ambiente ed economia, e non è più possibile rinviare la rapida transizione verso un Paese 100% rinnovabile».

Anche il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, in una nota ha sottolineato come si tratti di un percorso auspicabile e che il PNIEC debba tenere in considerazione le esigenze del Paese, continuando il lavoro per riscrivere i paradigmi sociali, economici e ambientali e far ripartire l’Italia.

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Ringraziare non è sufficiente

Il confronto con le associazioni che si occupano di tutela del territorio non è più sufficiente. L’Italia deve ripartire, e deve farlo responsabilmente. Pensare a degli Stati Generali dell’Ambiente per proteggere i tesori paesaggistici dell’Italia, ricostruire e salvare il patrimonio eccezionale che ci contraddistingue non devono essere un’utopia relegata a una nicchia di cittadini. Bisogna dare spazio al dialogo e alla bellezza e provare a pensare in grande. L’aumento della consapevolezza dell’impronta umana è alla base di decisioni virtuose e lungimiranti. Le proposte, come “Italia 1.5” di Greenpeace, ne sono una prova.