Dichiarazioni di emergenza climatica: la lista si allunga

A pochi mesi dalla prima e storica dichiarazione, da parte del Regno Unito, dello stato di emergenza climatica sono tantissimi gli uffici pubblici che hanno seguito l’esempio britannico. L’ultima nazione a farlo, in ordine di tempo, è il Canada del premier Justin Trudeau. Secondo la lista aggiornata del sito  “Climate Emergency Declaration and Mobilisation in Action fino ad oggi sono ben 631 le giurisdizioni ad aver deliberato a favore della mozione in 15 diversi paesi . E la lista è destinata ad allungarsi.

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La situazione in Italia sulle dichiarazioni di emergenza climatica

Sebbene il Senato abbia ben pensato di bocciare la mozione per la dichiarazione di emergenza climatica pochi giorni dopo le elezioni europee, sono ben 9 i comuni del belpaese ad aver deliberato a favore del provvedimento: Acri, Aosta, Lucca, Maglie, Milano, Napoli, Torchiarolo ed anche la regione Toscana. La somma degli abitanti conseguentemente coinvolti da questa decisione arriva a più di 8 milioni di persone, ovvero il 14% della popolazione nazionale.

Altre località di spicco in tutto il mondo ad aver fatto lo stesso sono la Catalogna, San Francisco, Berkeley, Auckland e Praga. Ora non resta che aspettare che queste belle intenzioni si trasformino in fatti anche se, almeno per quanto successo in Canada il giorno dopo la dichiarazione, ci sarà ancora tanta strada da fare.

Ipocrisia al potere

A meno di 24 ore dalla dichiarazione di emergenza climatica il Canada ha approvato l’ampliamento del contestatissimo oleodotto Trans Mountain. L’opera costerà al governo canadese ben 5 miliardi di euro. Soldi che avrebbero potuto essere utilizzati in maniera molto diversa, guardando al futuro invece che al passato. L’oleodotto trasporterà l’equivalente di 300.000 barili di petrolio bituminoso al giorno e sarà lungo più di 1.000 chilometri. Non è raro che in infrastrutture di tale portata possano verificarsi delle perdite che potrebbero essere notate solo dopo anni. Inoltre il tipo di greggio che verrà trasportato è segnalato da Greenpeace come “il più sporco della Terra”.

Non hanno tardato ad arrivare le critiche per questa mossa. Per primi i ragazzi di Fridays For Future che ogni giorno si battono per far sì che gli uffici pubblici dichiarino lo stato di emergenza climatica e che hanno visto un paese intero rendersi protagonista di una decisione tanto ipocrita quanto pericolosa per il benessere delle future generazioni.

Anche Patrick McKully, dirigente del Rainforest Action Network, non ha avuto peli sulla lingua: “É come dichiarare guerra al cancro ed il giorno dopo fare pubblicità alle sigarette”. Una condotta oltremodo irresponsabile e che indebolisce la posizione del Canada nella lotta al cambiamento climatico.

La battaglia continua

Nonostante sia ancora da verificare la coerenza di tutti gli altri comuni e paesi ad aver dichiarato lo stato di emergenza climatica, il dato positivo è che il numero di municipalità coinvolte aumenta di giorno in giorno. Se i ragazzi di Fridays For Future combattono attivamente ormai da mesi per la causa, anche il partito italiano dei Verdi non resta a guardare. Sul loro sito è infatti disponibile un format con il quale è possibile richiedere formalmente al proprio comune di dichiarare lo stato di emergenza climatica.

La speranza, dunque, è che il numero di comuni italiani coinvolti attivamente nella lotta al cambiamento climatico aumenti sempre di più. Sebbene si possa ipotizzare che questo scenario possa effettivamente verificarsi resterà da vedere se a vincere sarà la coerenza e la presa di coscienza del problema di cambiamenti climatici, e con esso della necessità di iniziare ad invertire la rotta in maniera decisa, oppure se a farlo sarà l’ipocrisia già dimostrata dal premier canadese. Il momento di agire è già arrivato. E le parole non bastano più.

Teatro Greco di Siracusa: arte e ambiente si fondono

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Fino a domenica 23 giugno sarà in scena al Teatro Greco di Siracusa la tragedia Le Troiane di Euripide. Questo spettacolo ripercorre la caduta di Troia e la triste sorte che spetta alle donne della città che sono rese schiave dagli ateniesi. Il progetto scenico è curato da Stefano Boeri, ossia l’architetto artefice del Bosco Verticale di Milano. La scenografia è composta da circa 100 tronchi di 4/8 metri di abeti bianchi e rossi distrutti dal vento. Questo evento disastroso, denominato Tempesta Vaia, si è abbattuto nei boschi della Carnia in Friuli-Venezia Giulia nell’ottobre 2018 causando l’abbattimento di oltre 10 milioni di metri cubi d’alberi. Questi fusti, in scena al Teatro Greco di Siracusa, prendono il nome di bosco morto, e come afferma Boeri: “essi rinascono a nuova vita: artistica e di riuso successivo nelle falegnamerie della Sicilia”.

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La tragedia

Alla fine della guerra tra Troia ed ateniesi, che vede quest’ultimi vincitori, gli uomini troiani vengono trucidati e le donne sono assegnate come schiave ai greci. Cassandra diventa la schiava di Agamennone, Andromaca è assegnata a Neottolemo ed Ecuba ad Odisseo. Il figlio di Ettore, Astianatte, è giustiziato dagli ateniesi. Ecuba ed Elena si affrontano verbalmente e si incolpano a vicenda per lo scoppio della guerra. Troia, invece, è bruciata e gli ateniesi portano via le donne dalla città avvolta dalle fiamme.

Un’emozionante rappresentazione diretta dal regista francese Muriel Mayette-Holtz, che rivisita in chiave minimalista la tragedia di Euripide. Ricca di effetti speciali e di dialoghi che trasportano lo spettatore nel dolore delle donne che lasciano la propria città. Nel momento in cui la abbandonano attraversano con dignità questo bosco morto che sembra essere l’ultimo luogo dove depositare un seme per la rinascita, come segno di speranza.

Cosa lascia in eredità

La Fondazione Inda, in collaborazione con Boeri, ha realizzato un progetto di piantumazione di 1.000 lecci nell’area alle spalle del Palazzo di Giustizia di Siracusa. Alla fine di ogni replica della tragedia viene consegnato un leccio ad un bambino come segno di rinascita. L’area verde che sorgerà a novembre 2019 prenderà il nome di Bosco delle Troiane. Inoltre, il Comune di Siracusa dopo aver approvato la proposta dei “Boschi in città”, prevede la piantumazione di altri 6.000 alberi nei prossimi anni. Questo porterà un miglioramento nella qualità della vita della comunità e una seria risposta per la lotta ai cambiamenti climatici.

Boeri: “ l’idea di utilizzare gli alberi della Carnia abbattuti dalla Tempesta Vaia nel progetto scenico delle Troiane è nata dalla necessità di creare, attraverso gli strumenti della cultura e del progetto, un ponte tra due tragedie distanti 2000 anni, tra due regioni distanti 1500 chilometri e tra gli esseri umani e il mondo naturale, ponte, quest’ultimo che attualmente si fatica a riconoscere come necessario”.

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A Parigi la tangenziale diventa (quasi) pedonale

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Immaginatevi Parigi, una delle più grandi e importanti città del mondo, senza macchine. Forse non accadrà mai, ma la direzione che si sta prendendo e che si dovrà prendere è proprio quella. La sindaca della capitale francese Anne Hidalgo ha infatti presentato un programma di miglioramento della mobilità e inquinamento sonoro sul cosiddetto boulevard périphérique. Questa strada, paragonabile a una tangenziale, è un anello di otto corsie che circonda Parigi e che ospita 1,2 milioni di veicoli al giorno.

Velocità e veicoli ridotti

Sul nuovo “boulevard urbano”, come è stato descritto nel programma, le auto, le moto e i veicoli per le merci si muoveranno a non più di 50 km/h e non potranno circolare quelli di più di 3,5 tonnellate. Ampi spazi saranno inoltre destinati al concorso per creativi basato sul tema ‘Périph’ sans voitures’, ovvero “Periph senza automobili’. Tutto questo dovrà avvenire entro il 2024.

Una data quindi non troppo vicina e che comunque non porterà a drastiche restrizioni. Eric Azière, presidente del gruppo UDI-MoDem al Consiglio di Parigi ha dichiarato: “Dire che sarebbe sufficiente distruggere questo asse stradale sarebbe una menzogna nonché una mancanza di rispetto per tutti gli utenti che non hanno ancora un’alternativa alla macchina. Dobbiamo anche tener conto della legittima suscettibilità di tutti coloro che, non essendo parigini, lavorano o passano per Parigi.”

Il boulevard périphérique di Parigi

La riduzione del traffico porterà inoltre all’abbandono di alcune corsie, le quali saranno trasformate in spazi verdi pedonali a completa disposizione dei cittadini. “L’obiettivo – continua Azière – è di decentrare l’attività parigina per una nuova organizzazione spaziale dei posti di lavoro e degli alloggi, per far emergere nuove centralità all’interno della metropoli.

Parigi sempre più green

La sindaca di Parigi ha avuto a cuore il miglioramento della città dal punto di vista dell’inquinamento sin dall’inizio del suo mandato nel 2014. Per esempio, ha reso pedonali le strade che circondano la Senna e in futuro vorrà sempre più coinvolgere le imprese cittadine per rivoluzionare la mobilità. Vorrebbe infatti favorire il telelavoro e il carpooling tra i dipendenti, oltre che la costruzione di interi eco-quartieri. Come si legge nel rapporto, tutto questo sarà inserito in un tessuto urbano rigenerato, in una ferita guarita.

Direttiva Ue: dal 2021 stop alla plastica monouso

Il 21 maggio scorso è stata approvata dal Consiglio europeo la direttiva per l’abolizione della plastica monouso a partire dal 2021. La normativa prevede la messa al bando piatti, posate, cannucce, cotton-fioc e aste per palloncini monouso. Inoltre, gli stati membri si sono impegnati a raggiungere una raccolta differenziata pari al 90% per le bottiglie di plastica entro il 2029. La direttiva prevede anche l’obbligo, dal 2024, del tappo fissato alla bottiglia che eviterebbe un facile smarrimento di esso.

Sulla base dei dati dell’Eurobarometro, la Coldiretti ha effettuato un’analisi riscontrando che già il 27% degli italiani ha smesso di utilizzare plastica monouso. Infine, uno studio condotto dall’Università di Parma e l’Università di Milano-Bicocca ha concluso che un aumento del 10% della raccolta differenziata comporterebbe un calo di rifiuti pari a mezzo milione di tonnellate ogni anno. Va anche aggiunto che in Italia la raccolta differenziata è cresciuta dal 5% nel 1995 al 55,5% nel 2017. Un risultato estremamente positivo ma ampiamente migliorabile.

I bicchieri monouso sono i grandi esclusi dalla direttiva europea, e questi rappresentano circa il 20% dei rifiuti marini. L’Associazione Marevivo ha lanciato la campagna #StopSingleUsePlastic, questa iniziativa sostiene la messa al bando anche dei bicchieri. Andy Bianchedi, Cavaliere del mare dell’Associazione, ha affermato a proposito dei bicchieri che: “solo in Italia ne consumiamo tra i 6 e i 7 miliardi all’anno, è assurdo pensare di continuare così. Occorre vietare anche i bicchieri, la Direttiva europea è ancora migliorabile”.

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Via la plastica dalle Università

Gli Atenei, di pari passo con la direttiva Ue, si stanno mobilitando per la lotta alla plastica attuando delle politiche plastic free. Infatti, già diverse Università hanno cominciato, o cominceranno, una campagna di distribuzione gratuita di borracce in alluminio. L’obiettivo è quello di bandire le bottigliette di plastica attraverso la diffusione dell’uso di borracce e l’installazione di erogatori di acqua potabile.

Pioniera di questa iniziativa è stata l’Università di Roma Tre, con il progetto “The message is the bottle”, la quale ha iniziato una distribuzione gratuita di 36.000 borracce a partire da aprile 2019. L’Alma Mater di Bologna, invece, sta attuando politiche di sostenibilità ambientale grazie al programma Plastop. Anche gli Atenei di Catania, Teramo e Parma hanno optato per una politica eco-friendly ed a breve prenderà via la distribuzione di borracce. La Ca’ Foscari di Venezia, invece, si unirà al treno a partire dall’anno accademico 2019-2020.

La CRUI, ossia la Conferenza dei Rettori delle Università italiane, ha promosso un’iniziativa volta a coadiuvare le azioni degli Atenei. Si tratta della Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (RUS) a cui hanno già aderito 68 Atenei pubblici e privati. I temi del RUS sono quelli della sostenibilità ambientale e della responsabilità sociale, e come ha dichiarato Enrico Giovannini in una recente intervista: ” Nessuno può più far finta di non sapere che lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che consente alla generazione attuale di soddisfare i propri bisogni senza pregiudicare il fatto che la generazione successiva possa fare altrettanto”.

Il Senato italiano non ha voluto dichiarare lo stato di emergenza climatica

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5 giugno: Giornata Mondiale per l’Ambiente. Una bella iniziativa in un giorno in cui il Senato italiano ha avuto l’opportunità di dare un segnale forte. A Palazzo Madama i Senatori hanno infatti discusso e votato in merito ad una serie di mozioni sul tema del cambiamento climatico. Peccato che, quella più importante e significativa, sia stata bocciata. Il PD aveva infatti sottoposto all’attenzione dei senatori la richiesta di dichiarare lo stato di emergenza climatica, come già successo nel Regno Unito, a Milano e Torino solo per citarne alcuni.

Un’occasione per mandare un messaggio chiaro e deciso sul tema. Ed ecco che, la maggioranza, ha ben pensato di bocciare la mozione pur approvandone altre molto meno incisive. Non è ancora chiaro se per totale irresponsabilità, ignoranza sul tema oppure per esercitare le proprie manie di potere.

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Chi ha votato contro la dichiarazione di emergenza climatica

Un nuovo capitolo che va ad aggiungersi alla lunga lista di fallimenti del governo gialloverde, quanto meno in tema di ambiente. Se ci si poteva aspettare un deciso ostruzionismo da parte di una Lega ormai ai limiti del negazionismo, non si può dire lo stesso per il M5s. I grillini durante tutta la loro attività politica, almeno fino al giorno in cui hanno iniziato a governare, si sono da sempre riempiti la bocca di grandi promesse a sfondo ambientalista strumentalizzando un tema delicatissimo che, stando ai fatti, hanno poi completamente ignorato durante l’attuale legislatura.

Durante la seduta a Palazzo Madama i Senatori hanno invece approvato proprio la mozione proposta dal Movimento. Questa impegna l’esecutivo “a ricorrere all’eco-design, a favorire l’autoproduzione distribuita di energia da fonti rinnovabili, a promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini e l’introduzione dell’educazione ambientale nelle scuole”. Sicuramente meglio di niente, ma altrettanto certamente non abbastanza. La presidente della Commissione Ambiente del Senato Vilma Moronese (M5s) ha dichiarato che la mozione approvata prevede “politiche serie e concrete finalizzate alla decarbonizzazione dell’economia”.

Parole di circostanza? Staremo a vedere. Ciò che sappiamo oggi è che la dichiarazione dello stato di emergenza climatica, la più ambiziosa e significativa tra le mozioni discusse, è stata bocciata. Ancora una volta, dunque, quelle del Movimento 5 stelle sono solo parole. L’augurio è quello di vedere queste affermazioni tramutate in fatti. Cosa che potrebbe essere stata ben più verosimile se quella mozione fosse stata approvata invece che respinta.

Chi ha votato a favore della dichiarazione di emergenza climatica

La mozione era stata proposta dal Partito Democratico, che quindi ha ovviamente votato a favore. Nicola Zingaretti, segretario del partito, non ha esitato a rilasciare dichiarazioni pungenti nel post voto: “Il governo italiano è un pericolo per l’ambiente, nega i cambiamenti climatici e non ha nemmeno firmato l’appello per azzerare i gas serra entro il 2050”. A suo favore hanno votato anche LeU e Forza Italia. Entrambi partiti hanno poi commentato la scelta del Senato dicendo che il M5s si è ancora una volta piegato al volere della Lega per salvaguardare la sopravvivenza del governo e, quindi, delle loro poltrone.

Inquietanti le dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa che si dice soddisfatto: “una presa di posizione da cui non si torna indietro”. Possibile. Peccato che la presa di posizione in questione sia completamente in opposizione con gli ideali ecologisti alla base dei vari movimenti ambientalisti che si stanno sviluppando su scala globale, come Fridays For Future ed Extinction Rebellion.

Le repliche dei movimenti ambientalisti

Immediata la replica dei ragazzi di Fridays For Future che hanno organizzato un Flashmob di fronte a Palazzo Madama, condannando inoltre via social la scelta del Senato. I Verdi si uniscono invece alle critiche verso il Movimento 5 stelle accusandoli di essere diventati una succursale della Lega. Un insieme di associazioni e attivisti ambientalisti hanno invece creato una petizione (firmabile al link) per denunciare il governo per inazione contro i cambiamenti climatici, sulla scia di quanto già accaduto, con successo, in Olanda e Francia.

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Il Movimento per la Transizione Ecologica Solidale, TES, ha invece sottolineato che “le forze di maggioranza hanno scelto proprio la Giornata mondiale dell’ambiente per bocciare la mozione sull’emergenza climatica che avrebbe permesso di utilizzare 50 miliardi tra contributi europei e fondi nazionali per fronteggiare l’emergenza climatica”.

Il commento di Antonio Cianciullo

Il giornalista di La Repubblica Antonio Cianciullo, uno dei più autorevoli nel nostro paese sui temi ambientali, ha così commentato la scelta in un post del suo blog personale.

“Una concentrazione da record del caldo che curiosamente si ritrovano nel grappoli di anni di questo inizio di secolo. I governi di tutti i Paesi che nel 2015, non potendone più del combinato disposto di siccità e alluvioni, si sono finalmente decisi a dare retta ai climatologi sottoscrivendo l’Accordo di Parigi a difesa dell’atmosfera. Una finanza che, dagli ultimi vertici di Davos all’andamento dei green bond, si sta spostando verso la sostenibilità non per altruismo ma per evitare altri capitomboli.

Una generazione di giovani che per la prima volta ha creato un movimento globale per difendere il proprio futuro dalla minaccia costituita dai combustibili fossili. Insomma c’è un grande cambiamento a livello globale. E cosa fa il governo del cambiamento? Fa finta di niente. Boccia la mozione sull’emergenza climatica perché evidentemente, secondo il governo, in Italia clima ed economia godono di eccellente salute e una dichiarazione convenzionale è più che sufficiente. Buon 5 giugno.”

Parole che sottoscriviamo e che aumentano la sfiducia verso un governo che difficilmente, a meno che non sarà l’UE a costringerlo, inizierà a prendere provvedimenti seri contro il cambiamento climatico. L’alleanza giallo-verde, forse, ha già scelto da che parte della storia schierarsi. Purtroppo per loro, per noi e per le future generazioni è decisamente quella sbagliata.

Fotoreportage: la diga che sommergerà Hasankeyf

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Fotoreportage di Francesco Brusa

Tracce di civiltà millenarie che stanno per essere sommerse: Hasankyef è un villaggio curdo nella valle del Tigri, zona est della Turchia. Con l’attivazione della diga Ilisu – progetto già abbozzato negli anni ‘50 ma ripreso con forza dall’amministrazione di Recep Tayyp Erdoğan – le sue strade e i suoi monumenti finiranno sotto il livello dell’acqua, mentre i cittadini perderanno la propria casa e la propria attività. Ad attenderli, sull’altra sponda del Tigri, la “Nuova Hasakyef”: cittadina costruita ad hoc dal governo che, però, non tutti possono permettersi.

Le ripetute gaffe di Salvini sul cambiamento climatico

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Ebbene sì. Ormai è quasi ufficiale. Il nostro Ministro dell’Interno Matteo Salvini crede non sa cosa sia il cambiamento climatico e crede che meteo e clima siano la stessa cosa. Lo ha ribadito per la terza volta nell’arco di un paio di settimane.

Durante il comizio da lui tenuto durante la manifestazione della Lega a Milano, poco prima delle elezioni europee, il leader del carroccio aveva invocato il riscaldamento globale a causa del freddo che ha colpito la penisola nel mese di maggio. Successivamente, in una delle sue dirette Facebook datata 29 maggio (min. -4:49), ha ribadito lo stesso concetto auspicandosi che, durante la sua presenza ad una manifestazione a Roma, potesse uscire il sole: “ci hanno parlato di riscaldamento globale ma non ricordo un maggio così freddo e piovoso nell’arco della mia vita”. E, dulcis in fundo, durante un suo intervento alla trasmissione “Non è l’arena”, condotta da Massimo Giletti su La7 (min. 37:20), ha dichiarato che “finalmente oggi c’era il sole. Ci hanno spiegato per mesi che c’era il riscaldamento globale e abbiamo passato un maggio con l’ombrello, i passamontagna e i guanti di lana”.

Bene, caro Ministro. Lei ha dato prova di non avere la più pallida idea di cosa sia il cambiamento climatico. E questo è un fatto molto grave. Proviamo ad aiutarla noi.

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La differenza tra meteo e clima

“In climatologia con il termine cambiamenti climatici o mutamenti climatici si indicano le variazioni del clima della Terra, ovvero variazioni a diverse scale spaziali (regionale, continentale, emisferica e globale) e storico-temporali (decennale, secolare, millenaria e ultramillenaria) di uno o più parametri ambientali e climatici nei loro valori medi: temperature (media, massima e minima), precipitazioni, nuvolosità, temperature degli oceani, distribuzione e sviluppo di piante e animali”.

Da questa definizione risulta abbastanza chiaro come il meteo riscontrato in una zona circoscritta del pianeta, in un breve arco temporale, non è in alcun modo associabile al riscaldamento globale. Quello di cui parla Salvini è infatti il meteo, che indica lo stato atmosferico di una zona in un preciso momento. La mancata percezione della differenza tra questi due concetti è alla base dell’enorme disinformazione che c’è sul tema dei cambiamenti climatici in tutto il mondo.

L’Italia è un terreno fertile

Se all’estero, come dimostrato dalle ultime elezioni Europee culminate con il successo dei Verdi, questa trasposizione di meteo e clima è ormai prossima a cadere definitivamente, grazie a media responsabili che parlano in modo corretto del problema affrontandolo con onestà intelletuale, purtroppo non si può dire lo stesso per l’Italia. Se durante il suo comizio e la sua diretta Facebook Salvini è stato artefice di un monologo in cui non era presenta nessuna controparte che potesse smentire quanto detto, il silenzio di Giletti durante “Non è l’Arena” è a dir poco agghiacciante.

Non correggere un errore del genere contribuisce a dare adito a chi prova in tutti i modi a sminuire il problema, promuovendo campagne di disinformazione sul tema per raggiungere i propri interessi, spesso legati al proliferare di un’economia che ha come principio di base del suo sviluppo la distruzione e lo sfruttamento incondizionato del pianeta.

Una delle più azzeccate definizioni di giornalista afferma che “il giornalista è il cane da guardia della democrazia”. A giudicare da quanto visto domenica sera su La7, forse anche Giletti, per adibire correttamente al suo compito, dovrebbe aggiornarsi un pochino su un tema che in tutto il resto del mondo sta diventando più che mai attuale. Lui, durante la sua trasmissione, non ha affatto difeso né la democrazia né la verità. La comunità scientifica è ormai unanime. Il cambiamento climatico esiste ed è colpa nostra. Lasciare che un Ministro ne parli senza cognizione di causa e facendo trasparire una forte ignoranza sul tema non lo farà di certo sparire.

L’incoerenza della retorica di Salvini sul cambiamento climatico (e non solo)

Il Ministro dell’Interno, uscito indubbiamente vincitore dalla tornata elettorale di pochi giorni fa, utilizza come messaggio principale di ogni suo intervento il motto “Prima l’Italia, prima gli Italiani”. Forse qualcuno dovrebbe ricordargli che l’Italia, a causa della sua collocazione geografica e al pari di tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, è una delle nazioni che più verrà colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico.

L’innalzamento dei mari colpirà tantissime località costiere della penisola. L’intero paese rischia di vedere, da qua al 2050, un calo della produttività dei propri terreni che potrà arrivare fino al 30% a causa della desertificazione che potrà colpire il Mezzogiorno, e non solo. Aumenteranno i fenomeni atmosferici estremi, come alluvioni e siccità. Aumenteranno gli incendi. Calerà la disponibilità di pesce. Aumenterà l’inquinamento dell’aria.

E qual è l’unico modo per evitare tutto questo? Iniziare da subito a promuovere serie politiche di mitigazione, resilienza ed adattamento atte a contrastare il cambiamento climatico. Se, dunque, Matteo Salvini avesse veramente a cuore il futuro degli italiani e dei loro figli forse dovrebbe iniziare ad informarsi sul tema iniziando a mettere mano al problema prima che sia troppo tardi.

L’utilizzo del rosario e la strumentalizzazione della retorica cattolica

Una delle mosse più recenti del Ministro degli Interni è stata quella di aggiungere alla sua comunicazione una non velata retorica cattolica. Da un giorno all’altro ha iniziato a strumentalizzare l’utilizzo di rosari e crocifissi adottando un modo di parlare che potesse intercettare il voto dei credenti italiani. Ed anche in questo caso è facile individuare una certa incoerenza di fondo.

In una delle sue prime encicliche Papa Francesco, che rappresenta proprio il pensiero cattolico che Salvini strumentalizza nei suoi discorsi, si è schierato piuttosto chiaramente dalla parte dell’ambiente. Nel suo “Laudato sì, sulla cura della casa comune”, pubblicato nel giugno del 2015, il Papa ha espresso in maniera esplicita la necessità di un cambiamento del nostro sistema economico che possa, appunto, proteggere l’ambiente. Nel documento si legge infatti che “l’umanità deve prendere coscienza della necessità di cambiamento degli stili di vita, della produzione e del consumo[…]Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinchè nei prossimi anni l’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente.”

Salvini e il cambiamento climatico: un altro negazionista?

Alla luce di questa analisi è possibile trarre un’unica conclusione. Matteo Salvini potrebbe aggiungersi alla lista nera dei negazionisti climatici. Già nel momento in cui si era trovato a dover votare in merito all’adesione da parte dell’Unione Europea al Paris Agreement, il leader della Lega era stato uno dei pochissimi membri del Parlamento Europeo a votare contro il provvedimento. E queste sue ultime infelici affermazioni non fanno altro che confermare la sua tendenza a non riconoscere il problema.

Peccato per lui che l’evidenza scientifica, ormai, non lasci scampo. Non prendere seriamente la questione significa inequivocabilmente mettere i bastoni tra le ruote alle future generazioni. Se a Salvini importasse veramente del futuro dei cittadini italiani e dei loro figli affronterebbe il problema del cambiamento climatico in modo radicalmente diverso. Invece, così facendo, non fa altro che sfruttare a suo vantaggio l’ignoranza dilagante che regna sul tema del riscaldamento globale all’interno di un paese in cui un giornalista del calibro di Massimo Giletti non interviene quando, durante la sua trasmissione, viene pronunciata una fesseria di dimensioni apocalittiche.

Per fortuna la coalizione di Matteo Salvini non avrà grande voce in un Parlamento Europeo in cui il tema dei cambiamenti climatici potrebbe diventare centrale, grazie all’exploit dei Verdi e alla presenza di politiche ambientali ambiziose nei programmi della maggior parte dei partiti che verosimilmente governeranno l’Unione. Il riscaldamento globale diventerà un tema centrale nella politica internazionale e, prima o poi, dovrà iniziare a farci i conti anche lui. Anche se a maggio abbiamo avuto freddo.

Europa Verde quarto partito tra gli italiani all’estero

Schermata con principali obiettivi dei Verdi Europei

“Paese che vai, usanze che trovi”, così recita il detto. Ma forse sarebbe meglio dire “paese che vai, visione del mondo che hai”. Infatti le recenti elezioni europee sono un’ottima occasione anche per capire che aria si respira nei vari paesi della comunità europea. Dando un’occhiata ai risultati della tornata elettorale del 26 maggio salta immediatamente all’occhio come in ogni Paese dell’Unione la percezione dell’agenda politica sia diversa. Per noi di L’Ecopost il focus non può che essere sulla questione ambientale e la lotta al cambiamento climatico. Il miglior indicatore è con ogni probabilità il voto per la lista Europa Verde, poiché era l’unica opzione tra quelle disponibili a porre l’ambiente al centro del proprio programma.

L’equazione è quindi la seguente: un voto a Europa Verde è il voto di una persona che crede che una nuova politica nei confronti del clima e dell’ambiente abbia la massima priorità.

Europa dell’est: la Lega sfonda e per l’ambiente non c’è spazio

Degli altri 27 paesi dell’Unione Europea, solo in 5 Europa Verde, affiliata al Partito Verde Europeo, non ha superato la soglia di sbarramento del 4%. Oltre all’Italia, con uno scarno ma non scontato 2,3%, sono Cipro (3,3%), Bulgaria (2,7%), Lituania (2,1%), Romania (1,5%) e Lettonia (1,1%). Paesi che nell’insieme hanno avuto una rappresentanza numerica ridotta, di poco oltre il migliaio di voti. Curioso è come il risultato elettorale in quattro di questi cinque paesi, Lituania esclusa, veda la Lega trionfare nettamente con percentuali tra il 32,4 e il 40.

Da notare come in un paese con una politica nazionale filo-leghista, quale l’Ungheria, il vero partito verde (Europa Verde) sia riuscito a totalizzare il 4,1%.

Superato lo sbarramento negli altri 22 paesi

Per quanto riguarda invece il resto degli italiani che hanno votato dall’estero, la situazione appare totalmente diversa. Basti dire che al netto delle 2.355 sezioni, sono stati ben 11.678 i voti per Europa Verde, corrispondenti al 9,8%. Nell’Italia sparsa per l’Europa, Europa Verde è il quarto partito, sotto a PD (32,4%), Lega (18%), M5S (13,8%), e sopra a +Europa (8,8%), FI (6%), e Sinistra (4%).

Classifica partiti voti italiani all'estero
La classifica dei partiti sulla base dei voti degli italiani all’estero, Europa Verde quarto partito; fonte: la Repubblica.

In Austriala lista formata da Possibile e Verdi ha ottenuto il 21,1%, dietro al PD e davanti al M5S e Lega. In doppia cifra anche in Francia (10,7%), Irlanda (11,5%) Paesi Bassi (10,4%), Danimarca (11,9%), Estonia (12,2%), e Finlandia (12,2%). Ma particolarmente rilevante il buon esito in paesi quali Germania (9%), Regno Unito (9,5%), Belgio (7,9%) e Spagna (9,9%), che, assieme a Francia e Austria, rappresentano i bacini elettorali di italiani all’estero più nutriti.

Qual è il motivo di questa enorme differenza?

A voler tentare di dare una lettura di questo successo elettorale al di fuori dell’Italia, si potrebbe ipotizzare che la colpa sia imputabile a un sistema mediatico inadempiente, che vive a troppo stretto contatto con quello politico dei grandi partiti, di cui finisce per essere dipendente. Ne consegue un’informazione che non riflette le esigenze reali e che non ha quindi interesse nel dettare un’agenda politica che diverga da quella dei principali partiti. [Come anche in parte denunciato da Elena Grandi, portavoce dei Verdi, in questo articolo del Fatto Quotidiano, prima delle elezioni.]

Risulta poi scontato aggiungere come i cittadini italiani residenti all’estero siano più sensibili a tematiche di carattere comunitario, quale il riscaldamento globale, e per questo capaci di dissociarsi dalla routine della vita politica italiana. Si potrebbe dunque pensare che gli italiani all’estero abbiano espresso un voto europeo, mentre gli italiani che abitano e vivono il bel paese abbiano fatto del Parlamento Europeo una questione italiana.

La cannabis light torna illegale, ieri il verdetto della Cassazione

canapa

Abbiamo fatto un passo avanti e tre indietro. Quello avanti è stato fatto nel 2016 quando è stata legalizzata la cosiddetta “marijuana light”. Quest’ultima è quasi priva di TCH, la sostanza stupefacente presente nella cannabis tradizionale. Pertanto, la cannabis light non ha alcun effetto psicotropo sull’organismo.

Posti di lavoro e introiti milionari

Sono stati poi aperti migliaia di negozi e attività legati alla vendita di cannabis light con più di 1500 aziende specializzate nel settore. Moltissimi agricoltori, soprattutto i più giovani, hanno investito terreno, lavoro ed energie nella coltivazione della cannabis, vedendo in questa un futuro migliore, per loro stessi e per il pianeta. In nemmeno tre anni sono stati rimessi a coltivazione più di tremila ettari di terreno. Concretamente, la canapa ha creato un introito di 150 milioni di euro e 10 mila nuovi posti di lavoro (negozianti, agricoltori, marchi nati per il commercio). Inutile dire che tutto questo era una potenziale ancora di salvezza per l’economia italiana ormai alla deriva.

I benefici ambientali

Per non parlare poi dei benefici ambientali di questa pianta, che abbiamo ampiamente spiegato in un articolo del blog. Riassumendo molto, la canapa è una pianta molto efficiente in quanto si possono usare tutte le sue parti. Cresce a una velocità altissima, solamente con molto sole, poca acqua e non ha bisogno di pesticidi. Da essa si possono ricavare carta e tessuti, un olio e una farina molto proteici e salutari, cosmetici naturali e persino materiali per l’edilizia.

Nel lungo periodo avrebbe poi ridotto lo spaccio nel mercato nero, magari inducendo i giovanissimi a desistere dal comprare per strada la sostanza realmente stupefacente e prediligere invece quella innocua, controllata e tassata regolarmente.

Ieri 30 maggio 2019 la Cassazione di Roma ha invece dichiarato che questa pianta non può più essere venduta né coltivata. Ed ecco quindi i tre passi indietro: il danno all’economia, il danno all’ambiente e il nutrimento al mercato nero. Come aveva detto il Presidente dell’Associazione Italiana Cannabis Light: “Se dovessero cambiare la legge provocherebbero un danno economico senza precedenti in un settore in pieno sviluppo. Il nostro obiettivo, però, non è solo vendere. Vogliamo tutelare tutta la filiera della canapa e mettere in atto un vero e proprio messaggio di sensibilizzazione culturale sui benefici che questa pianta può dare a tutti. Chi compra l’erba si informa anche sulla pasta, sulle proprietà dei prodotti alimentari o cosmetici: scopre un mondo che non conosceva”.

Una retrocessione culturale

Un altro elemento importante, infatti, è la retrocessione in ambito culturale. L’indice puntato su un prodotto che in sé per sé non ha nulla di pericoloso né dannoso alimenta l’ignoranza nei confronti delle droghe pesanti, oltre che di altre sostanze e alimenti realmente molto dannosi ma comunque legali come l’alcol, il fumo e persino lo zucchero raffinato. Questi hanno ormai uno spazio troppo grande nell’economia e nel mercato mondiale e illegalizzarli andrebbe contro l’interesse di troppi. E, in ogni caso, non sarebbe la soluzione più intelligente, visto che il proibizionismo è già stato sperimentato e non ha ottenuto i risultati sperati. La soluzione ottimale sarebbe piuttosto quella di investire risorse sul piano culturale, diffondendo le reali informazioni legate a queste sostanze e promuovendone il consumo moderato.

1.200 miliardi di alberi per salvarci dai cambiamenti climatici

A ideare il più grande piano di riforestazione del mondo è Tom Crowther, un climatologo dell’Università ETH di Zurigo. Quattro anni fa Crowther ha stimato che oggi sulla terra ci sono già 3 bilioni alberi. Una cifra molto più alta di quella precedentemente indicata dalla Nasa di 400 miliardi. Il suo team ha calcolato che abbiamo abbastanza spazio per piantarne altri 1.200 miliardi. E farlo porterebbe grandi benefici in termini di assorbimento di CO2 dall’atmosfera e di mitigazione dei cambiamenti climatici.

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La migliore soluzione ai cambiamenti climatici

In un’intervista rilasciata alla CNN Tom ha affermato che “la quantità di carbonio che possiamo immobilizzare se piantassimo questa quantità di alberi sarebbe di gran lunga più alta di quella che potremmo raggiungere con qualsiasi altra delle soluzioni pensate contro i cambiamenti climatici.” A fare da eco a questo annuncio dello studioso c’è l’associazione Plant for the Planet, di cui Crowther è consulente scientifico. Questa no profit sta infatti portando avanti, da ormai diversi anni, la campagna “Trillion Tree”. Questa altro non è che l’evoluzione del progetto “Billion Tree” lanciato dall’ONU nel 2006. I ragazzi di PFTP, grazie anche all’aiuto di vari governi, sono già a piantare circa 15 miliardi di piante, 2 dei quali solamente in India.

Alcuni esempi virtuosi

Sono tanti gli stati che si sono già impegnati in grossi progetti di riforestazione. L’Australia vuole piantare almeno un miliardo di alberi entro il 2030. I paesi dell’Africa subsahariana hanno un progetto per riforestare circa 100 milioni di ettari di terra che si sta desertificando a causa dei cambiamenti climatici. La Cina invece, dal 1970 ad oggi, ha già piantato circa 50 miliardi di alberi. Questa soluzione è stata individuata anche dall’associazione Nature4climate che, per sottolineare il messaggio, ha addirittura prodotto un film che sarà presto disponibile online. Il titolo dell’opera sarà “The forgotten solution”, ovvero “la soluzione dimenticata”. Alla base di questa loro speranza sta la convinzione che il modo migliore e più efficace per salvarci dagli effetti dei cambiamenti climatici sia proprio ricorrere a delle soluzioni che abbiano come principale veicolo di implementazione la natura stessa.

La speranza verde per fermare i cambiamenti climatici

Spesso e volentieri ci si sente sopraffatti dall’imponenza dei problemi legati ai cambiamenti climatici, finendo così per temere che l’uomo, ormai, non sia in grado di risolvere questo grattacapo. Ma non è affatto così. Lo stesso Tom Crowther ha anche affermato che, solamente agendo sulle emissioni provenienti dai fluidi dei condizionatori e dei frigoriferi, si potrebbe ridurre l’inquinamento atmosferico emesso ogni anno di 37 miliardi di tonnellate di CO2. I problemi legati al riscaldamento globale sono già stati individuati da anni, così come le possibili soluzioni. Siamo ancora in tempo per metterci una pezza. E il modo migliore per farlo potrebbe anche essere il più semplice e bello di tutti: piantare 1.200 miliardi di alberi può essere la più immediata soluzione per mitigare i cambiamenti climatici. Quando li avremo fermati, in un assolato pomeriggio estivo, potremo anche stenderci sotto la loro ombra e sentire il rumore della natura.