“Greenland is not for sale” – e per fortuna!

Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Una nuova versione della bandiera della Groenlandia.

Il riscaldamento globale Trump lo sa riconoscere bene, tanto da sapere come approfittarne. Magari non tutti sono stati raggiunti dalla notizia della compravendita della Groenlandia. Poco male: un’intenzione bislacca che non ha giustamente trovato pareri positivi nella controparte e che si è ben presto trasformata nel solito inutile ed evitabile battibecco. Ma questa questione, di scarsa rilevanza per la narrazione politica, lascia però intravedere un aspetto agghiacciante per chi ha una coscienza ambientale (o forse una coscienza e basta).

Dal punto di vista di Trump, comprare la Groenlandia non è affatto una follia. A parte l’egocentrica idea di voler fare della propria presidenza un qualcosa di memorabile, come acquistare un vastissimo territorio (grande come circa il 20% degli Stati Uniti), le motivazioni utilitaristiche sono presenti. La Groenlandia oltre a essere ricca di risorse naturali, si trova in una posizione strategica, che garantirebbe agli Stati Uniti un grande vantaggio militare e commerciale. Soprattutto in base allo scenario che si sta profilando a causa dei cambiamenti climatici che, causando lo scioglimento dei ghiacci nel Mar Glaciale Artico, aprirebbero nuove fruttuose rotte attraverso il Polo Nord.

Leggi il nostro articolo sull’argomento: “MAGGIO 2019 IL PIU’ CALDO DI SEMPRE. E IN GROENLANDIA IL GHIACCIO SPARISCE”

Menefreghismo ambientale e l’inarrestabile mentalità capitalistica: il binomio del secolo

Il vero elemento preoccupante è la visione del mondo che ha portato alla concezione dell’idea. Una visione vecchia e immutabile, egoistica ed egocentrica. Come appena accennato, il valore della Groenlandia e quindi l’interesse attorno a essa, vanno di pari passo con l’innalzamento della temperatura globale e il conseguente scioglimento dei ghiacci che rendono il Polo Nord pressoché inattraversabile. Anche solo valutare questa ipotesi significa accettare, anzi, allietarsi della catastrofe ambientale in atto.

Che Trump non fosse un grandissimo sostenitore della lotta al cambiamento climatico non è certo una novità. Ma questo è l’ennesimo affronto, l’ennesima testimonianza della totale scelleratezza politica alla base del nostro sistema economico-sociale. Il profitto non guarda in faccia a nessuno e così fanno coloro che ragionano solamente nella sua ottica. Questo episodio è l’esempio cristallino di come una certa classe di persone non voglia ammettere l’esistenza dei cambiamenti climatici per pura convenienza. L’idea di Trump di acquistare la Groenlandia si delinea proprio nel quadro dipinto dagli stessi.

Dobbiamo disarcionare chi ci conduce verso il baratro spacciandosi per guida. Qualunque politica favorisca la riproduzione dell’assurdo modello capitalistico finalizzato all’arricchimento e all’assoggettamento perpetrato negli ultimi decenni deve diventare motivo di vergogna. Nessun politico degno di questo nome deve avere più il coraggio di intraprenderla. Gli unici obiettivi devono essere la messa in sicurezza del pianeta e l’estirpazione di quella malattia mentale che prende il nome di consumismo.

Forse sarà un caso, ma con l’aumento di globalizzazione in Groenlandia è aumentato anche il tasso di suicidio. Portando il paese ha detenere il triste e macabro record. La cosa migliore che gli Stati Uniti possano fare in Groenlandia è starne alla larga.

Breve video di EuroNews che riporta la notizia.

I costi dei cambiamenti climatici? 69 trilioni di dollari

costi-cambiamenti-climatici

L’economia e la salvaguardia dell’ambiente sono ormai da tempo considerati come antagonisti. Sono diversi infatti gli studiosi che hanno individuato proprio nel capitalismo e nello sviluppo di un sistema economico insostenibile la causa principale del riscaldamento globale. Tuttavia secondo Moody’s Analytics, un istituto che si occupa dell’analisi di dati economici tra i più importanti al mondo, i cambiamenti climatici avranno un effetto devastante anche in termini di costi economici. L’ammontare delle spese che l’umanità dovrà affrontare per far fronte al riscaldamento globale si aggira infatti attorno ai 69 mila miliardi di dollari.

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Una stima ottimistica

Come base per questo calcolo la Moody’s Analytics ha stimato un aumento della temperatura globale di circa 2 gradi. Se, per esempio, la Terra si riscaldasse di 1,5 gradi l’ammontare dei costi ammonterebbe “solo” a 54 mila miliardi di dollari. Ma la cosa più preoccupante è che oggi si stima che la temperatura del pianeta si alzerà di almeno 3,5 gradi.

Leggi l’articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Lo stesso istituto ha inoltre dichiarato di non aver tenuto conto, allìinterno del calcolo, delle riparazioni che saranno necessarie per colpa delle catastrofi naturali. Solamente negli Stati Uniti nel 2017 l’ammontare della cifra che il governo ha speso per motivi di questo tipo è di 300 miliardi di dollari. La cifra indicata da Moody’s Analytics va dunque intesa come una stima per difetto.

11 anni per diminuire i costi

Nonostante già oggi stiamo assistendo alle conseguenze dei cambiamenti climatici, i suoi effetti più drammatici si verificheranno a partire dal 2030. Quest’estate abbiamo assistito alla frantumazione di ogni record di temperature a livello planetario, allo scatenarsi di incendi in Alaska a latitudini impensabili fino a qualche anno fa e a lunghissimi periodi di siccità in tantissime zone del mondo che si trovano sulla fascia equatoriale. Tutto ciò altro non è che un piccolo antipasto di ciò che ci aspetta.

Leggi l’articolo: “Roma Plastic Free entro il 2020. Ma non è abbastanza”

Zandi, capoeconomista di Moody’s Analytics, punta il dito contro la scarsa lungimiranza della classe dirigente: “Il mondo di economia, finanza e politica si concentra sul prossimo anno o al massimo sui prossimi 5, e questo rende difficile una risposta immediata e molto determinata al problema”.

I costi dei cambiamenti climatici

Secondo il report i canali attraverso cui il cambiamento climatico genererà questi costi costi sono l’aumento dei livelli dei mari, il peggioramento della salute della popolazione, la diminuzione della produttività del lavoro, una flessione del settore turistico, l’aumento della domanda di energia e soprattutto la riduzione dell’efficienza dei terreni in campo agricolo. Tutte criticità già ampiamente individuate dagli scienziati del clima e che oggi, almeno, hanno un corrispettivo monetario credibile.

Leggi l’articolo: “Luca Parmitano dallo spazio: “Cambiamenti climatici nemico numero uno”

Un report che sottolinea l’importanza della salute del pianeta, soprattutto nel momento in cui si voglia continuare a perseguire anche un aumento del benessere economico delle Nazioni. Occorre ripensare il sistema economico. Reindirizzarlo secondo un’ottica che possa permettergli di proliferare all’infinito attraverso una gestione oculata delle risorse e un rispetto della natura. Un sistema che possa dar modo al pianeta di sostenere una civiltà umana sempre più numerosa. I problemi che si genereranno se questo non accadrà, che non sono solo di matrice economica, potrebbero essere insormontabili e ne faranno le spese tutti quanti. Capitalisti inclusi.

Hotel plastic-free: addio ai flaconcini monouso

hotel

Una delle regole da seguire per viaggiare creando meno rifiuti plastici possibili è proprio quello di evitare l’utilizzo dei flaconcini monouso degli hotel. Di qui a breve tempo resistere alla tentazione sarà molto più semplice.

Leggi il nostro articolo “Ridurre la plastica in viaggio: ecco come fare”

Obiettivo plastic-free

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa (M5s) ha dichiarato in un comunicato stampa di aver partecipato a “un incontro interlocutorio ma operativo affinché le strutture alberghiere aderenti a Federalberghi si liberino dalla plastica monouso“. L’intenzione, ambiziosa, è che gli hotel italiani possano diventare totalmente plastic-free. Considerando chi era presente durante l’incontro, forse non sarà un obiettivo così ambizioso. Il meeting infatti si è svolto tra il ministro Costa, la presidente del WWF Donatella Bianchi, il vice presidente di Federalberghi Giuseppe Roscioli, il fotografo subacqueo e documentarista Alberto Luca Recchi e la deputata M5s della Commissione Ambiente Paola Deiana.

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa

Ad oggi è già attivo un protocollo che prevede l’eliminazione della plastica negli alberghi di Roma. Questa decisione era stata presa grazie a Luca Recchi, esploratore e fotografo, che ha dato vita al progetto nel 2018, conquistando l’adesione di alcuni noti alberghi di Roma. Anche qui Recchi aveva avuto il supporto dal WWF, che è da anni in prima linea nella lotta contro la plastica. Nell’accordo di giugno però, agli alberghi romani si sono aggiunti quelli nazionali. Importante infatti la presenza di Giuseppe Roscioli, Presidente di Federalberghi Roma e Vicepresidente vicario di Federalberghi Nazionale, a cui aderiscono circa 27 mila hotel italiani su 33 mila.

Miliardi di flaconcini ogni anno

L’eliminazione della plastica dagli alberghi è un provvedimento importante, che non può aspettare la direttiva europea del 2001. In ogni hotel vengono utilizzati ogni anno 200 mila flaconi usa e getta per l’igiene personale. Moltiplicati per i 33mila alberghi italiani, sono 6 miliardi e 600 milioni di flaconcini all’anno, e che hanno, forse, un giorno di vita, se non solo qualche minuto.

Leggi il nostro articolo “La vita di una bottiglia di plastica: dal petrolio al cestino”

La soluzione più efficace per ovviare a questo problema sarebbe eliminare del tutto i piccoli vizi ai quali la società del benessere ci ha abituati. La più realistica è quella accarezzata dal ministro Costa nella sua intenzione di “creare un nuovo mercato“. Se stia parlando di prodotti in plastica biodegradabile, prodotti solidi (shampoo e balsamo solidi), o grandi dispencer di cosmetici in ogni camera non è ancora chiaro. Quello che è certo è che l’ambiente, specialmente i nostri mari, non potranno che beneficiare di questa decisione.

“Roma plastic free entro il 2020”. Ma non è abbastanza

Così la sindaca di Roma, Virginia Raggi, annunciava il 27 luglio l’addio alla plastica monouso nel 2020. Quindi, in linea teorica, nel giro di 17 mesi Roma sarà plastic free. Si tratta di una sfida molto ardua, considerata la situazione in cui versa la città. Quello che più viene da chiedersi è se ciò potrà anche placare lo stato di degrado generale, basterà stoppare la plastica per fermare le criticità della città? In primis, pare evidente andrebbe riformulato un piano realistico e realizzabile per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti, tutti. Perché spesso ci si imbatte in cumuli di spazzatura e cattivi odori in molti angoli della città, specie nei periodi di festa ed estivi. Viene da pensare ad un ammutinamento di massa tra gli operatori ecologici della capitale. Si potrebbero tirare fuori anche i misteriosi incendi nelle discariche, ma ai quali è impossibile addentrarsi visti i troppi lati oscuri. Al momento non è abbastanza proclamare il plastic free a Roma, servono più iniziative.

roma plastic free

Leggi il nostro articolo: Da Nord a Sud: le spiagge plastic free d’Italia

Un altro dei punti critici della città verte sullo stato allarmante del verde pubblico, il più vasto d’Europa. Verrebbe da dire anche quello più malconcio. Pare siano troppi i 3.932 ettari da poterli mantenere in uno stato dignitoso. Basterebbe organizzazione e una buona gestione delle risorse. Al momento sembrano non esserci né l’una né l’altra. Nel frattempo, chi vive la città si imbatte in vere e proprie paludi sporche che deturpano il valore immenso di una delle mete più visitate al mondo. In più, il degrado porta degrado.

Pochi spiragli di luce oltre al plastic free

Per cominciare, la raccolta porta a porta introdotta da Ama nei soli municipi VI e X, è un po’ poco. Nel primo di questi pare addirittura che stiano tornando gli amati cassonetti su strada a causa della malagestione della raccolta dei rifiuti. Nel 2019 sembra assurdo che una formula di raccolta usata in tante città non riesca ad avere seguito nella capitale. Migliorerebbe di gran lunga la qualità della vita e il decoro urbano. Di recente, l’azienda dei trasporti Atac, famosa più per i disservizi che per altro, ha introdotto un modello green che ricorda quello usato da alcuni supermercati, ovvero il riciclo di bottiglie attraverso delle macchine che in cambio emettono biglietti. A meno di una settimana dal lancio dell’iniziativa si è registrato un grande successo, come riporta RomaToday, con 11.000 bottiglie raccolte. Qualche notizia positiva ogni tanto arriva anche da loro, nella speranza che se ne sentano più spesso.

Anche il Vaticano ha dato il suo contributo, mettendo al bando la plastica monouso. Una voce importante che si unisce al coro del plastic free.

Leggi il nostro articolo: Cosenza, tra Cracking Art e sostenibilità

È evidente che si debbano fronteggiare tutte le criticità legate all’inquinamento e il degrado urbano, per questo sembra piuttosto poco quello che si sta facendo al momento. Le iniziative positive ancora si contano sul palmo di una mano.

#GreenLegacy, l’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno

Grafica di Green Legacy

Ce l’ha fatta. L’Etiopia ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissata di riuscire a piantare 200 milioni di alberi in un giorno. Esattamente in corrispondenza dell’Overshoot Day mondiale, lo scorso 29 luglio. L’iniziativa ha preso il nome di #GreenLegacy e, attraverso la piantagione degli alberi, mira a combattere il crescente degrado ambientale e a sensibilizzare gli etiopi (e non solo) sul tema.

Sul tema dell’Overshoot Day: leggi il nostro articolo “OGGI È L’OVERSHOOT DAY: LA TERRA È ANDATA IN BANCAROTTA”

Una grafica dell’iniziativa #GreenLegacy (a sinistra), il Primo Ministro etiope nell’atto del piantare un albero. Fonte: AfricaNews.com

«We did it Ethiopia!» – Green Legacy e il nuovo record

È quanto si legge sulla pagina ufficiale dell’iniziativa sul sito del primo ministro etiope Abiy Ahmed, tramite la quale aveva invitato i propri connazionali a prendere parte attiva nella campagna da record. Solo attraverso la chiamata al pollice verde è stato infatti possibile riuscire a raggiungere questo risultato universalmente vantaggioso.

Il Primo Ministro su Twitter: «Congratulazioni Etiopia, non soltanto per aver raggiunto il nuovo come obiettivo #GreenLegacy, ma per averlo addirittura superato.»

Infatti, il record è andato ben oltre le aspettative. Il già inimmaginabile obiettivo di 200 milioni di alberi in un giorno è stato non solo facilmente raggiunto, ma abbondantemente superato, quasi raddoppiandolo. Il conteggio totale è infatti di 353.633.660 alberi piantati. A voler proprio esaltare in toto le gesta del paese africano e della sua popolazione, il traguardo è stato raggiunto in circa 12 ore.

Sul tema Riforestazione, leggi il nostro articolo “1.200 MILIARDI DI ALBERI PER SALVARCI DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI”

A partecipare sono state persone di pressoché tutte le regioni del paese e di qualunque estrazione sociale. Le strade delle principali città, tra cui la capitale Addis Abeba, sono state deserte per l’intera giornata, proprio a causa della grandissima partecipazione ottenuta dall’iniziativa. A prendere parte all’azione collettiva sono stati anche alti esponenti del governo e delle varie organizzazioni nazionali e internazionali, imprese private, e dipendenti pubblici, liberati appositamente dal proprio servizio.

Stando alle dichiarazioni del Primo Ministro, sarebbe stato sviluppato un software dedicato che ha permesso di mantenere il conteggio degli alberi piantati in tutto il paese.

La situazione attuale in Etiopia

Questa iniziativa meritevole di ogni elogio è la risposta a una situazione drammatica. L’Etiopia ha attualmente una copertura boschiva del 4%, un diminuzione drastica rispetto al 30% di fine secolo scorso. Uno dei paesi che stanno maggiormente soffrendo le conseguenze del cambiamento climatico. Tutto questo mentre la società e l’economia etiope sono in forte espansione.

La campagna di riforestazione Green Legacy, che prevede un totale di 4 miliardi di alberi piantati nel corso dell’estate, periodo di inizio della stagione delle piogge, è dunque al contempo una misura inevitabile, tanto verde quanto sociale. Per raggiungere il traguardo prefissato, ogni cittadino è tenuto a piantare in media 40 alberi nel periodo previsto.

Con la desertificazione che avanza, dovuta all’aumento della siccità nel paese del Corno d’Africa, non ci sono infatti terreni agricoli a sufficienza, necessari per sostenere lo sviluppo. Nel 2017, gli esperti hanno inoltre calcolato attorno a circa 2 milioni il numero di animali deceduti a causa dell’insufficienza di risorse idriche, legate alla scarsità di precipitazioni.

Sul tema Africa e Cambiamenti Climatici, leggi il nostro articolo “IL LAGO CIAD STA EVAPORANDO: LE PRIME VITTIME DEL RISCALDAMENTO”

Video riassuntivo dell’impresa etiope. Fonte: TRT World

Il precedente record era dell’India, che con una partecipazione di 800.000 persone (circa 8 volte la popolazione etiope), aveva piatato 50 milioni di alberi.

La marcia Europea di Greta Thunberg continua

Mentre gli effetti del cambiamento climatico si stanno facendo sentire in ogni parte del mondo, la piccola Greta Thunberg continua a percorrere in lungo e in largo il vecchio continente per incontrare politici, pronunciare discorsi sulla giustizia climatica e, non dimentichiamolo, continuare il suo sciopero con le delegazioni di Fridays For Future presenti in varie città europee.

Leggi l’articolo: “Climate Strike: la nuova alba dell’ambientalismo”

Venerdì scorso, ad esempio, la giovane attivista svedese, ha scioperato con i ragazzi di Fridays For Future – Berlin ad Invaliden Platz. Ma tantissimi sono anche gli impegni istituzionali a cui deve prendere parte.

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Greta Thunberg e il Prix Libertè

Domenica 21 luglio Greta è stata in Normandia dove ha ricevuto il Prix Libertè. Il giorno prima, sempre nella regione francese, ha preso parte alle celebrazioni del D-Day.  In quest’occasione la giovane Thunberg ha potuto assistere anche all’intervento del veterano nativo americano Charles Norman Shay, che sbarcò proprio su quelle coste nel fatidico giorno. Un discorso che la piccola attivista svedese ha gradito, a ragion veduta, e che ha condiviso su Facebook sottolineando come quelle fossero “le parole più potenti che abbia mai sentito riguardo alla crisi climatica ed ecologica”.

Leggi l’articolo: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, adesso”

Tra le parole di Shay le più azzeccate riguardano proprio l’irresponsabilità della razza umana verso la natura: “Tutti i danni che stiamo causando a Madre Natura mi rendono triste. Ho visto soldati morire, ho combattuto per la libertà dell’umanità intera 75 anni fa. Ma tutto questo non avrà più senso se Madre Natura è gravemente ferita e se la nostra civiltà si sta piegando a causa dell’inappropriato comportamento da parte della razza umana.”

Il discorso al parlamento francese

Successivamente, il 23 luglio, la giovane attivista svedese si è presentata al cospetto del Parlamento francese, così come già successo anche in Italia, Germania ed Inghilterra, per tenere uno dei suoi discorsi indirizzati alla classe politica sottolineando la sua responsabilità verso un problema che deve essere messo in cima alla lista delle priorità dai governi di tutto il mondo.

Leggi l’articolo: “Il boom dei Verdi alle Europee alimenta la speranza”

In questa occasione Greta ha ribadito il concetto della necessità di prendere una posizione netta e di iniziare da subito a mettere mano al problema della crisi ecologica: “Se entro il 2030 non facciamo nulla, saremo probabilmente in una posizione in cui avremo passato un punto di non ritorno e non saremo più in grado di fare retromarcia sui cambiamenti climatici. Molti dicono di non essere d’accordo, dicono che noi bambini esageriamo, che siamo allarmistici. Quello su cui basiamo le nostre richieste sono dati scientifici. Voi avete una soluzione diversa per mantenerci al di sotto del previsto innalzamento delle temperature?”.

La rabbia del Front National di fronte al discorso di Greta Thunberg

L’intervento ha suscitato le proteste di un’ampia fetta dell’opposizione tra le cui fila siede, non a caso, il Front National di Marine le Pen: il partito che più in Europa si avvicina alla Lega di Matteo Salvini e che, insieme ad esso, fa parte di quell’insieme di forze politiche che nega, senza il supporto di alcun dato scientifico rilevante, l’esistenza del cambiamento climatico. Ma Greta non è intenzionata a fermarsi. Già in diverse occasioni ha accolto con favore le aspre critiche di forze politiche che negano l’evidenza dei fatti, facendosi forza e dichiarando che queste non sono altro che la dimostrazione di come le vecchie forze politiche abbiano paura di ciò che sta nascendo. Un movimento democratico e di tutti che ha come priorità la difesa del pianeta e, quindi, di tutte le classi sociali che compongono la nostra società.

Leggi l’articolo: “Le ripetute gaffe di Salvini sul cambiamento climatico”

La speranza si tinge di Greta

Un pensiero ben lontano da quello che da anni è a capo delle politiche mondiali, molto più attente ad assecondare le richieste di una manciata di personaggi ricchi piuttosto che quelle della collettività intera. Il “rumore dei nemici” non fa paura alla piccola Greta che continua imperterrita la sua marcia conscia di essere dalla parte giusta della storia e di avere alle sue spalle un movimento forte, maturo e che sta spaventando chi da anni si trova in cima alla piramide sociale nutrendosi di devastazione ambientale e delle sofferenze dei più poveri. A meno di un anno dal suo primo sciopero la portata del movimento di cui è simbolo ha raggiunto dimensioni mai viste prima in un arco di tempo così breve. La speranza, oggi, ha un nuovo volto. Un volto giovane, puro e che non si fermerà di fronte a niente.

Leggi l’articolo: ” Fridays for Future: decisa la data del terzo sciopero globale”

La lettera di 250 scienziati al governo italiano

É intitolata “No alle false informazioni sul clima” ed è stata promossa da Roberto Buizza, professore alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. A pochi giorni dalla sua pubblicazione oltre 250 scienziati e ricercatori italiano hanno già firmato la lettera come risposta alla “Petizione sul riscaldamento globale antropico” con la quale 70 firmatari hanno negato il legame tra i cambiamenti climatici e le emissioni di gas serra antropogenici. Un’iniziativa atta a contrastare la disinformazione dilagante sul tema e che, al termine della raccolta delle firme, verrà inviata al Presidente della Repubblica, al Presidente del senato, al Presidente della Camera dei Deputati e al Presidente del Consiglio dei Ministri con la speranza che possa sortire gli effetti desiderati.

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I firmatari a confronto

Già solamente andando a leggere chi sono i firmatari delle due lettere è facile capire quale tra le due si avvicini più dell’altra alla verità scientifica. All’interno del testo della petizione negazionista è possibile leggere, nel paragrafo finale, che “posta la cruciale importanza che hanno i combustibili fossili per l’approvvigionamento energetico dell’umanità, suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera”. Casualmente, tra i firmatari del documento, è possibile trovare, tra gli altri, Achille Balduzzi, Pino Cippitelli e Franco di Cesare. Una mossa non particolarmente oculata visto che tutti e 3 sono dipendenti dell’Eni, l’azienda più inquinante dell’intero paese. Un conflitto d’interessi è, quindi, quanto meno sospettabile. Sugli 82 firmatari della petizione, inoltre, troviamo un solo climatologo.

Al contrario la lettera promossa da Roberto Buizza, oltre ad essere stata sottoscritta da molti più scienziati, può contare sulla firma di più di 20 climatologi. Va ricordato come, nel momento in cui si parla di cambiamenti climatici, sia proprio questa la qualifica più autoritaria per esprimere un giudizio credibile. Inoltre i dati scientifici a supporto della natura antropogenica dei cambiamenti climatici ormai sovrastano, in termini sia quantitativi sia qualitativi, quelli dei negazionisti. Non si tratta più di opinioni, ma di prendere atto dell’esistenza di un problema che va risolto con urgenza.  

Il testo integrale della lettera sottoscritta da Buizza e dagli altri scienziati

È urgente e fondamentale affrontare e risolvere il problema dei cambiamenti climatici. Chiediamo che l’Italia segua l’esempio di molti paesi Europei, e decida di agire sui processi produttivi e il trasporto, trasformando l’economia in modo da raggiungere il traguardo di ‘zero emissioni nette di gas serra’ entro il 2050. Tale risultato deve essere raggiunto per i seguenti motivi:

  • Dati osservati provenienti da una pluralità di fonti dicono che il sistema Terra è oggi sottoposto a variazioni climatiche molto marcate che stanno avvenendo su scale di tempo estremamente brevi

  • Le osservazioni indicano chiaramente che le concentrazioni di gas serra in atmosfera, quali l’anidride carbonica e il metano, sono in continua crescita, soprattutto a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale, in seguito ad un utilizzo sempre più massiccio di combustibili fossili e al crescente diffondersi di alcune pratiche agricole, quali gli allevamenti intensivi

  • Le misure dell’aumento dei gas-serra e delle variazioni del clima terrestre confermano ciò che la fisica di base ci dice e quanto i modelli del sistema Terra indicano: le attività antropiche sono la causa principale dei cambiamenti climatici a scala globale cui stiamo assistendo

  • Migliaia di scienziati che studiano il clima del sistema Terra, la sua evoluzione e le attività umane, concordano sul fatto che ci sia una relazione di causa ed effetto tra l’aumento dei gas serra di origine antropica e l’aumento della temperatura globale terrestre, come confermato dai rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che riassumono i risultati pubblicati dalla comunità scientifica globale

  • I modelli numerici del sistema Terra basati sulle leggi della fisica sono gli strumenti più realistici che abbiamo a disposizione per studiare il clima, per analizzare le cause dei cambiamenti climatici osservati e per stimare possibili scenari di clima futuro; questi modelli sono sempre più affidabili grazie all’accrescimento della rete di osservazioni utilizzate per validare la loro qualità, al miglioramento della nostra conoscenza dei fenomeni che influenzano il clima e alla disponibilità di risorse computazionali ad alte prestazioni

  • L’esistenza di una variabilità climatica di origine naturale non può essere addotta come argomento per negare o sminuire l’esistenza di un riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra; la variabilità naturale si sovrappone a quella di origine antropica, e la comunità scientifica possiede gli strumenti per analizzare entrambe le componenti e studiare le loro interazioni

  • Gli scenari futuri “business as usual” (cioè in assenza di politiche di riduzione di emissioni di gas serra) prodotti dai tutti i modelli del sistema Terra scientificamente accreditati, indicano che gli effetti dei cambiamenti climatici su innumerevoli settori della società e sugli ecosistemi naturali sono tali da mettere in pericolo lo sviluppo sostenibile della società come oggi la conosciamo, e quindi il futuro delle prossime generazioni

  • Devono essere pertanto intraprese misure efficaci e urgenti per limitare le emissioni di gas serra e mantenere il riscaldamento globale ed i cambiamenti climatici ad esso associati al di sotto del livello di pericolo indicato dall’accordo di Parigi del 2015 (mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e perseguire sforzi volti a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C)

Queste conclusioni sono basate su decine di migliaia di studi condotti in tutti i Paesi del mondo dagli scienziati più accreditati che lavorano sul tema dei cambiamenti climatici. È sulla base di queste conclusioni che vanno prese decisioni importanti per la lotta ai cambiamenti climatici piuttosto che su documenti, come la lettera datata 17 giugno e firmata da un gruppo formato quasi esclusivamente da non-esperti sulla scienza dei cambiamenti climatici (come comprovato dai loro curricula di pubblicazioni scientifiche in riviste internazionali), in cui è stato messo in discussione con argomentazioni superficiali ed erronee il legame tra il riscaldamento globale dell’era post-industriale e le emissioni di gas serra di origine antropica (“Petizione sul riscaldamento globale antropico”, datata 17 giugno 2019).

Concludiamo riaffermando con forza che il problema dei cambiamenti climatici è estremamente importante e urgente, per l’Italia come per tutti i paesi del mondo. Politiche tese alla mitigazione e all’adattamento a questi cambiamenti climatici dovrebbero essere una priorità importante del dibattito politico nazionale per assicurare un futuro migliore alle prossime generazioni.

Leonardo DiCaprio e la vedova di Jobs insieme per l’ambiente

Leonardo DiCaprio

Ormai è una garanzia. Quando sentiamo parlare di Leonardo DiCaprio sappiamo che si tratta di qualcosa in favore dell’ambiente. Questa volta però non sarà solo. L’attore hollywoodiano infatti si è associato alla vedova del fondatore di Apple Steve Jobs, Laurene Powell Jobs ed a Brian Sheth, presidente del fondo Vista Equity Partners. Insieme hanno fondato Earth Alliance, una nuova organizzazione che ha lo scopo di aiutare il pianeta ad affrontare le urgenti minacce del riscaldamento globale.

Molti problemi, molte soluzioni

I problemi legati al cambiamento climatico, come sappiamo, sono molti e vari. Disastri naturali, estinzioni rapide delle specie, aumento degli sfollati, acidificazione degli oceani, mancanza di cibo per milioni di persone. L’obiettivo di Earth Alliance è quello di combatterli, proteggendo gli ecosistemi, assicurando la giustizia climatica, sostenendo l’energia rinnovabile e difendendo i diritti delle popolazioni indigene.

Per fare tutto questo, l’Associazione supporterà finanziariamente altre organizzazioni e iniziative a favore dell’ambiente. Come si legge nel comunicato stampa, Earth Alliance collaborerà con altre organizzazioni non profit, comunità, agenzie governative e finanziatori impegnati in diverse missioni per salvare il pianeta. Inoltre, Earth Alliance si impegnerà in iniziative educative e culturali fornendo borse di studio e opportunità educative. Coinvolgerà in questo anche le comunità indigene e aiuterà organizzazioni e individui nei luoghi più colpiti dai cambiamenti climatici.

La Leonardo DiCaprio Foundation è stata creata nel 1998. Da allora ha erogato oltre 100 milioni di dollari per sovvenzionare progetti in tutti e cinque i mari e in tutti e sette i continenti.

L’importanza di comunicare

Earth Alliance sfrutterà anche le ormai consolidate capacità comunicative della Leonardo DiCaprio Foundation. Come questa ha già fatto in passato, la nuova Associazione finanzierà campagne su vasta scala, con conferenze e convegni a tema ambientale. Non può poi mancare la realizzazione di film e documentari. Sul comunicato si legge che questi progetti potranno ispirare e mobilitare le persone in tutto il mondo a preoccuparsi e ad agire per il futuro del pianeta.

E Lauren Jobs aggiunge: – Leo è uno dei comunicatori più dotati di talento del nostro tempo e con Earth Alliance, sfrutteremo questi doni per ispirare tutte le persone, indipendentemente dall’età, dalla razza o dal paese d’origine, affinché si ergano come leader a favore del nostro pianeta, che è gravemente in pericolo. –

Programmi più dettagliati, comunque, saranno svelati dall’Associazione nei prossimi mesi. Per adesso, non resta che apprezzare e supportare questa iniziativa e le persone che ne fanno parte. Mettere a disposizione le loro risorse e la loro energia per il nostro futuro non è infatti qualcosa di usuale, nonostante il mondo ne abbia un estremo bisogno.

Da Nord a Sud: le spiagge plastic free d’Italia

In tutta Italia si stanno diffondendo le spiagge plastic free. Sperlonga ha vietato l’uso della plastica dal 1° maggio scorso, mettendo al bando stoviglie, bicchieri, bottiglie e cotton fioc monouso. A poca distanza, l’isola di Capri ha seguito questa iniziativa. Entrambi i comuni prevedono sanzioni tra i 250 e i 500 euro per i trasgressori.

Il comune sparso più meridionale d’Italia, Lampedusa e Linosa, ha aderito a questa battaglia già da un anno. Nelle due isole siciliane si è aggiunto anche il contributo dei maggiori supermercati che hanno eliminato dagli scaffali il materiale plastico in vendita.

Ad Olbia, oltre alla guerra alla plastica si è aggiunta anche quella al fumo. Infatti, l’ordinanza entrata in vigore il 1° giugno prevede aree adibite ai fumatori nelle spiagge. Invece, la zona plastic free è estesa anche ai siti archeologici, aree verdi, parchi pubblici e piazze.

Anche nelle Cinque Terre, nel borgo di Vernazza, il sindaco ha firmato un’ordinanza che mette al bando le sigarette nelle spiagge, scogliere, parchi e sentieri.

In Gallura, il divieto all’uso della plastica si è esteso lungo tutto il litorale, raggiungendo anche San Teodoro ed Arzachena.

Tante altre ancora sono le spiagge divenute plastic free: Tarquinia, Sabaudia, Follonica, Lerici, San Vito Chietino, Napoli, Ischia, Palinuro, Maratea, Vieste, Gallipoli, Trani.

Le previsioni dopo i provvedimenti plastic free

Di certo, l’auspicio è che queste favolose località marittime possano dare il buon esempio con queste politiche plastic free sulle spiagge. Probabilmente, i controlli non potranno fare in modo che le regole vengano rispettate tutte. In questi casi è il primo passo che conta, e la missione principale è sensibilizzare le persone.

Le istituzioni stanno compiendo dei progressi, un ulteriore esempio è il disegno di legge Salvamare, già approvato dal Consiglio dei ministri, che presto verrà discusso in Parlamento. Il testo prevede che i pescatori potranno prelevare i rifiuti che finiscono nelle reti usate per la pesca, così evitando di incorrere ad accuse per trasporto illecito di rifiuti. A questo si aggiungerà l’instaurazione di una filiera sul pescato che prevederà dei benefici per i pescatori.

Le stime delle Nazioni Unite parlano di oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che invadono i mari e gli oceani ogni anno. Nel mar Tirreno il 95% dei rifiuti galleggianti che superano i 25 centimetri sono di plastica.

Nel mar Mediterraneo quasi nessun essere vivente è escluso dall’ingestione di plastica, ben 134 sono le specie che la ingurgitano. Dai pesci ai mammiferi marini, passando per gli uccelli marini. Nessuna specie di tartarughe marine è esente dall’avere plastica nello stomaco.

Non per ultimi, anche i mozziconi di sigaretta danneggiano la flora e la fauna. Di recente, ha fatto scalpore la foto che ritrae un uccello marino dare da mangiare al proprio piccolo una cicca. Queste immagini non dovrebbero entrare nel nostro quotidiano, anche se ormai se ne vedono sempre più spesso. Tutto ciò deve far riflettere sulla delicata situazione presente sul pianeta e ognuno, nel suo piccolo, dovrebbe contribuire nel rendere questo un posto migliore.

spiagge plastic free

Fridays For Future: decisa la data del terzo sciopero globale

I ragazzi di Fridays For Future hanno deciso. Il Terzo Sciopero Globale per il Clima si terrà il 27 settembre 2019 nelle piazze di tutto il mondo. Il primo comitato italiano del movimento a pubblicare l’evento sulla propria pagina è stato quello di Milano. Il capoluogo lombardo è stata infatti la città in cui c’è stata la più alta partecipazione duranti i due scioperi precedenti. L’evento costituisce la continuazione di una rivolta iniziata quasi un anno fa grazie all’esempio di Greta Thunberg e che, in pochissimo tempo, ha raggiunto una portata di carattere globale.

Tante parole, pochi fatti

Le tante dichiarazioni di emergenza climatica che si stanno succedendo in tutto il mondo sono sicuramente un risultato da tenersi stretto. Soprattutto considerando che sono frutto di pressioni fatte principalmente da ragazzi che, in alcuni casi, non hanno ancora nemmeno finito le superiori. Tuttavia, quando si vanno ad analizzare i fatti, c’è qualcosa che non torna. Di settimana scorsa è infatti la notizia della mancata approvazione da parte del Consiglio Europeo di una mozione che ponesse il 2050 come termine ultimo per l’azzeramento delle emissioni climalteranti dell’Unione.

Il testo, per essere valido, doveva essere approvato all’unanimità. Purtroppo però i paesi di Visegrad – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria ed Estonia – si sono fermamente opposti al provvedimento. Il risultato è stato l’inserimento nel testo di una frase molto generica che di fatto non obbliga nessuno dei paesi membri ad azzerare le proprie emissioni. Gli stati firmatari si mpegnano infatti a “garantire una transizione verso una Unione europea climaticamente neutrale in linea con gli accordi di Parigi”. Nessuna data ultima per farlo viene specificata nel testo così come nessun obiettivo intermedio.

Un accordo privo di significato?

In questo senso va ricordato come l’aspetto più criticato degli Accordi di Parigi sia proprio la mancanza di vere e proprie restrizioni, con annesse sanzioni, per i paesi che non riescono a rispettare quanto specificato all’interno del testo dell’Accordo. Se dunque, per altri aspetti della società, mettere regole e paletti da rispettare venga considerato come la norma, risulta ormai chiaro come, quando si parli di cambiamenti climatici, quest’abitudine possa essere totalmente ignorata senza porsi troppi problemi.

Salvo qualche eccezione, infatti, la maggior parte dei paesi più sviluppati non ha ancora dato una risposta concreta alla crisi climatica in atto. Se i movimenti ambientalisti stanno toccando il loro punto più alto in termini di partecipazione da parte dei cittadini, come dimostrato anche dai risultati delle scorse europee conclusesi l’exploit dei Verdi, l’incoerenza e la cecità della classe politica di fronte a tale mobilitazione sta creando uno scenario preoccupante. Fino ad ora le istituzioni, invece di assecondare le richieste dei cittadini, stanno deliberatamente ignorando il problema. Il rischio è quello della creazione un circolo vizioso di ipocrisia che potrebbe dominare il Parlamento Europeo negli anni a venire. Se, infatti, la netta inversione di rotta necessaria per contrastare i cambiamenti climatici non trovasse riscontro alcuno nelle politiche messe in atto dall’Unione le conseguenze potrebbero infatti essere irreparabili.

L’appello di Fridays For Future ai lavoratori

Fridays For Future nasce come un movimento di giovani e studenti e, in quanto tale, ha raggiunto dimensioni che sono andate oltre le più rosee aspettative. Tuttavia il carattere inclusivo dell’iniziativa ha mobilitato in maniera spontanea, anche se in percentuale minore, anche persone di età più adulta. I ragazzi del movimento, in occasione del terzo sciopero globale per il prima, hanno deciso di lanciare un vero e proprio appello indirizzato ai lavoratori. L’intento è quello di coinvolgere in maniera diretta anche un maggior numero di adulti. Fridays For future ha pubblicato la sua “Lettera aperta a tutte le lavoratrici, a tutti i lavoratori e a tutte le organizzazioni sindacali” in data 25 giugno 2019. Questa segna un punto di svolta per il movimento che ha deciso di puntare ancora più in alto volendo coinvolgere tutti gli strati della società.

E come potrebbe essere altrimenti. Il cambiamento climatico non guarda all’età delle persone, né tanto meno a quello che fanno nella vita. Colpirà tutti, nessuno escluso, e le conseguenze che avrà nelle nostre vite, se non affrontiamo il problema come dovremmo, saranno a dir poco devastanti. Fridays For Future vuole provare a salvarci da tutto questo. Non resta che sperare che anche i politici vogliano fare lo stesso.