I giovani al Summit Onu: “Viviamo con la paura del futuro”

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Diciamo spesso che la transizione verso un futuro green deve essere promossa anche e soprattutto da parte dei leader mondiali. Forse la speranza non sara´vana, grazie al Summit ONU sul cambiamento climatico. Si tratta di un evento di tre giorni in cui i leader di tutto il mondo condividono idee e soluzioni per fermare il cambiamento climatico. Il Summit, ospitato dal Palazzo di Vetro a New York, si e’ aperto sabato 21 settembre con il Youth Summit, durante il quale giovani leader e attivisti sono intervenuti per chiedere ai “grandi” un cambiamento radicale.

L’intervento di Greta

Come ha riportato “La Voce di New York“, Greta Thunberg e’ stata la grande protagonista della giornata e ha aperto il Summit con queste parole: “Ieri milioni di persone di tutto il pianeta hanno marciato e richiesto una concreta azione sul clima e soprattutto lo hanno fatto i giovani. Abbiamo dimostrato al mondo che siamo uniti, e che noi giovani non potremo più essere fermati”.

Leggi il nostro articolo “Lo sciopero per il clima? non e’ solo una scusa per saltare la scuola”.

Il Summit non sembra essere stato un susseguirsi sterile di interventi gia’ preparati, bensi’ una vivace discussione in cui tutti hanno potutto dare il loro contributo.

Il video completo della sezione mattutina dello Youth Summit ONU 2019

La mia generazione vive nella paura

Sulla Voce di New York si possono leggere le parole dell’ attivista Komal Kumar, la quale vive in una delle zone maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici: le isole Fiji. “La mia generazione vive nella paura costante e con l’ansia del clima… abbiamo paura del futuro… noi non siamo delle polizze d’assicurazione, ma siamo degli esseri umani. E’ forse troppo chiedervi di far seguire i fatti alle parole, o forse stiamo veramente sperando in qualche cosa ormai di compromesso? ” Conclude poi con la richiesta di includere i giovani nel disegnare nuovi piani d’adattamento. Come lei altri giovani provenienti da zone a forte rischio ambientale come il Kenya e l’Argentina hanno chiesto a gran voce di lasciare spazio ai giovani e di ascoltare le loro richieste.

La risposta dei “grandi”

Antonio Guterres, segretario generale dell‘Onu, ha accolto questi appassionati interventi con entusiasmo e ha dato loro fiducia con queste parole: “Vi incoraggio a continuare… a continuare nella mobilitazione. La mia generazione ha fortemente fallito fino ad ora nel preservare sia la giustizia nel mondo e il pianeta. La mia generazione ha una grande responsabilità. E’ la vostra generazione che ci deve far sentire responsabili per essere sicuri che non tradiremo il futuro dell’umanità”. Al Summit era presente anche Sergio Costa, che e’ intervenuto riconoscendo le istanze portate avanti dal movimento giovanile.

Sergio Costa interviene allo Youth Summit 2019 al Palazzo di Vetro di New York

Leggi il nostro articolo “Governo Conte-Bis. Arriva la promessa del Green New Deal”.

Oggi, 23 settembre, e’ il grande giorno. AL Palazzo di Vetro si riuniranno in leader politici mondiali per prendere, si spera, importanti decisioni per fermare o quantomento attenuare gli effetti del cambiamento climatico. Grande assente al Summit sara’ Donald Trump, presidente di una delle Nazioni maggiormente responsabili del pianeta inquinato in cui i giovani d’oggi sono e saranno cosretti a vivere.

Sulle orme di Greta. Tutto pronto per la #WeekForFuture

A 4 mesi dal secondo sciopero globale per il clima tutto è pronto, o quasi, per il terzo Global Climate Strike che avrà luogo il 27 settembre. Saranno almeno 1588 le marcie organizzate in tutto il mondo, un numero destinato a crescere considerando che manca ancora più di una settimana all’evento. Ma la data da segnare sul calendario non è solo questa. Venerdì 20 settembre Greta, che si è resa protagonista di un viaggio di circa due settimane per raggiungere gli Stati Uniti in barca a vela, prenderà parte alla manifestazione che si terrà a New York per inaugurare la #WeekForFuture.

Cos’è la #WeekForFuture

Una delle novità del terzo sciopero globale per il clima riguarda proprio la creazione di una serie di eventi che si succederanno per tutta la settimana precedente alla mobilitazione globale. La giornata inaugurale della #WeekForFuture di venerdì 20 settembre vedrà la giovane attivista svedese scendere in piazza insieme agli attivisti di Fridays For Future New York. Successivamente sono state pensate tutta una serie di iniziative che si terranno nei giorni precedenti al Climate Strike.

Leggi il nostro articolo: “Climate Strike: la nuova alba dell’ambientalismo”

Sabato 21 ci sarà il WorldCleanupDay durante il quale i volontari ripuliranno alcuni luoghi degradati, chiedendo simbolicamente ai governi 10 euro all’ora per il lavoro svolto e a cui non avrebbero dovuto pensare loro. Domenica 22 si terrà invece il #CarFreeDay che, gioco forza, vedrà in contemporanea lo svolgimento dei #BikeStrikes. Tra le nazioni più coinvolte da questa serie di iniziative troviamo gli Stati Uniti (145 città) e l’India (72 città). La lista completa degli eventi che si terranno durante tutta la #WeekForFuture è disponibile sul sito di FridaysForFuture.

Gli impegni americani di Greta: spicca il Climate Action Summit dell’ONU

La giovane Greta Thunberg non ha attraversato l’Oceano Atlantico solamente per prendere parte ad una manifestazione. La ragione principale della sua traversata è infatti la sua partecipazione al Climate Action Summit organizzato dall’ONU, una conferenza tra le parti in cui verrà sottoposto a tutti i rappresentanti dei paesi membri il problema del cambiamento climatico con lo scopo di creare un dialogo costruttivo che possa permettere di individuare soluzioni sostenibili sul lungo termine a livello globale. Greta sarà ospite di eccezione e, come suo solito, terrà uno dei suoi discorsi. Proprio come già fatto martedì 17 settembre, data in cui è stata invitata a cospetto del Congresso americano.

Leggi il nostro articolo: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora”

L’intervista di Greta per la trasmissione americana “The Daily Show”

Neanche a dirlo, Greta, ha tirato fuori gli artigli e non ha esitato a puntare il dito contro i parlamentari americani, rei di non fare abbastanza: “Risparmiatevi i vostri elogi. Non li vogliamo. É inutile che ci invitiate qui a dirci quanto siamo di ispirazione senza che facciate niente per combattere il cambiamento climatico. Questo non porterà a nulla. Se volete consigli su ciò che andrebbe fatto, invitate gli scienziati e chiedete aiuto a loro. Non vogliamo che ascoltiate noi. Vogliamo che ascoltiate la scienza. Lo so che qualcuno di voi ci sta provando, ma non lo state facendo con abbastanza tenacia. Mi dispiace”.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare i cambiamenti climatici serve (anche) una rivoluzione popolare”

#WeekForFuture e Global Climate Strike: siamo tutti benvenuti

A pochi giorni dall’inizio della #WeekforFuture che si chiuderà con l’evento che mobiliterà milioni di giovani, e non solo, in giro per il mondo vale la pena ricordare quale sia la natura di FridaysForFuture, facilmente riassumibile con le parole di Greta: “Everyone is welcome, everyone is needed”. Il cambiamento climatico non farà distinzioni e tanto meno lo faremo noi.

La crisi climatica è in atto e l’estate appena passata lo dimostra ulteriormente, come se ce ne fosse stato bisogno. I mesi estivi, tutti ed indistintamente, hanno registrato le medie di temperatura più alte di sempre. Solo Agosto, infatti, è arrivato secondo in questa triste graduatoria. Ora serve azione. Serve alzare la voce e scendere in piazza. A farlo ci saranno milioni di persone, in 1588 città diverse sparse per tutti i continenti. Antartide inclusa. La battaglia continua. “E non avremo pace finché non avremo finito”.

Leggi il nostro articolo: “Governo Conte-bis. Arriva la promessa del Green New Deal”

Governo Conte-bis: arriva la promessa del Green New Deal

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Inizia una nuova stagione politica in Italia con il voto di fiducia al governo Conte-bis. Tra le novità che questa nuova legislatura si è promessa di portare avanti spicca l’annuncio di un Green New Deal.

Leggi il nostro articolo: “Tasse su voli e merendine. La prima mossa del neoministro Fioramonti?”

Sperare in una transizione ecologica nel governo precedente sarebbe stato quanto meno velleitario, soprattutto per via della presenza del pseudonegazionista leader della Lega Matteo Salvini. Tuttavia ora la coalizione tra M5S, PD e LeU potrebbe portare una ventata di novità su diverse questioni ambientali. La necessità di una conversione ecologica era già stata palesata da Giuseppe Conte durante il suo precedente discorso del 20 agosto. Ora che un Green New Deal è stato inserito nel nuovo programma di governo è lecito alzare le aspettative.

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Primo atto del Green New Deal. Conte: “Stop alle trivellazioni”

La prima tematica ambientale su cui si è soffermato Conte riguarda proprio le trivellazioni. Le sue parole in merito sono state a dir poco perentorie e avevano un destinatario ben preciso. Quel Matteo Salvini dichiaratamente a favore dell’estrazione di combustibili fossili: “Attueremo una normativa per evitare il rilascio di permessi per l’estrazione di idrocarburi. Chi verrà dopo di noi dovrà modificare questa legge e prendersi le responsabilità delle proprie azioni”.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare i cambiamenti climatici serve (anche) una rivoluzione popolare.”

Parole che alimentano la fiducia verso il governo Conte-bis che potrebbe finalmente aver deciso di iniziare a combattere seriamente e con urgenza il cambiamento climatico anche attraverso la stipulazione di un Green New Deal. Sia chiaro, non basterà fermare le trivellazioni per raggiungere un adeguato livello di credibilità sulle questioni ambientali ma da qualche parte bisognava pur cominciare. E questo governo pare intenzionato a farlo, almeno secondo le prime dichiarazioni.

M5S, PD e LeU: ci possiamo fidare?

La nuova composizione del governo Conte-bis è quanto meno variegata. Tuttavia l’inserimento del Green New Deal tra i 28 punti di cui vorrà occuparsi il neo-governo giallorosso alimenta la speranza. Il Movimento 5 Stelle deve una parte del suo consenso proprio alle tematiche ambientali su cui, fino ad ora più a parole che a fatti almeno da quando è al governo, si è sempre schierato in prima linea. Un’attitudine sottolineata anche dall’intervento di Di Maio durante la puntata di DiMartedì del 10 Settembre.

https://www.youtube.com/watch?v=NFGPZsp8swA
L’intervento di Luigi Di Maio a Di Martedì, 10/09/2019. Il Ministro degli Esteri annuncia la necessità di una transizione ecologica.

Leggi il nostro articolo: “Il costo della transizione energetica? Il 10% dei fondi destinati alle fossili”

Il PD invece, che proprio come il M5S nel momento in cui era al governo ha certamente fallito su diversi temi ambientali, sotto il nuovo segretariato di Nicola Zingaretti si è più volte schierato dalla parte dei ragazzi di Fridays For Future. Potrebbe certamente essere stata una mossa per aumentare i consensi, ma ciò che conta è che abbiano deciso di stare dalla parte giusta. Liberi e Uguali sin dal momento della sua fondazione ha posto al centro del proprio programma diversi punti che riguardano proprio l’ambiente. È dunque ipotizzabile che farà la sua parte in questo senso. Le basi per far qualcosa di buono ci sono, soprattutto ora che la Lega, è momentaneamente fuori dai giochi.

Cosa inserirà il Conte-bis nel Green New Deal

Sebbene sia prematuro ipotizzare quali misure verranno concretamente attuate dal governo sulle tematiche ambientali, è già possibile individuare alcuni punti critici che sono stati inseriti all’interno del Programma di Governo.

Il settimo punto del documento infatti recita: “Il Governo intende realizzare un Green New Deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici. Occorre adottare misure che incentivino prassi socialmente responsabili da parte delle imprese; perseguire la piena attuazione della eco-innovazione; introdurre un apposito fondo che valga a orientare, anche su base pluriennale, le iniziative imprenditoriali in questa direzione. È necessario promuovere lo sviluppo tecnologico e le ricerche più innovative in modo da rendere quanto più efficace la “transizione ecologica” e indirizzare l’intero sistema produttivo verso un’economia circolare, che favorisca la cultura del riciclo e dismetta definitivamente la cultura del rifiuto.”

Leggi il nostro articolo: “Non solo Amazzonia. Migliaia di incendi anche in Africa”

Il punto 9 del programma di governo

Il Green New Deal voluto dal Conte-bis non si vuole tutta via fermare qui. A rinforzare la volontà di una transizione ecologica ecco anche il punto 9 del programma di governo, il cui testo recita: “Massima priorità dovranno assumere gli interventi volti a potenziare le politiche per la messa in sicurezza del territorio e per il contrasto al dissesto idrogeologico, per la riconversione delle imprese, per l’efficientamento energetico, per la rigenerazione delle città e delle aree interne, per la mobilità sostenibile e per le bonifiche. È necessario accelerare la ricostruzione delle aree terremotate, anche attraverso l’adozione di una normativa organica che consenta di rendere più spedite le procedure.”

Leggi il nostro articolo: “La lettera di 250 scienziati al governo italiano”

“Occorre intervenire sul consumo del suolo, sul contrasto alle agro-mafie, sulle sofisticazioni alimentari e sui rifiuti zero. Bisogna introdurre una normativa che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. In proposito, il Governo si impegna a promuovere accordi internazionali che vincolino anche i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a evitare quanto più possibile concessioni per trivellazione. Il Governo si impegna altresì a promuovere politiche volte a favorire la realizzazione di impianti di riciclaggio e, conseguentemente, a ridurre il fabbisogno degli impianti di incenerimento, rendendo non più necessarie nuove autorizzazioni per la loro costruzione.”

Meglio tardi che mai

Ebbene sì, è proprio il caso di dirlo. La crisi climatica è iniziata. Ci siamo dentro con entrambe le scarpe. Fino ad oggi poco o niente è stato fatto da parte delle istituzioni per iniziare a portare avanti delle contromisure adeguate al problema. Ora, forse, siamo giunti ad un momento di possibile svolta. Una presa di coscienza arrivata sicuramente tardi, ma forse non troppo. L’Italia ha enormi potenzialità per quanto riguarda lo sviluppo delle rinnovabili, la conversione ad un sistema agricolo sostenibile, lo sviluppo di una rete adeguata per l’economia circolare o, per dirla più in generale, per effettuare una transizione ecologica in tempi relativamente brevi e contenendo i costi.

Leggi il nostro articolo: “Le ripetute gaffe di Salvini sui cambiamenti climatici”

Le cose da fare sono tantissime e non basterà quello che resta di questa legislatura per risolvere tutti i problemi relativi alle tematiche ambientali. Tuttavia, ciò che si può fare, è prendere una direzione decisa effettuando scelte coraggiose e utilizzando una parte dei soldi pubblici per contrastare uno dei pochi problemi che colpirà indifferentemente tutti, ovvero il cambiamento climatico. Il governo Conte-bis sembra intenzionato a fare tutto ciò. Non resta che attendere e verificare se passerà dalle parole ai fatti.

Colombia: firmato il Patto di Leticia per proteggere l’Amazzonia

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Gli incendi che hanno colpito la Foresta Amazzonica negli ultimi mesi hanno sicuramente lasciato il segno; non solo in termini di ettari di alberi andati in fumo. Come riportato da un comunicato Ansa datato 8 settembre, i 7 paesi lungo i quali si estende l’Amazzonia hanno infatti firmato il “Patto di Leticia”. L’obiettivo è di stabilire “un accordo per instaurare meccanismi di vigilanza e reciproco appoggio per scongiurare future tragedie ambientali”.

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Chi sono i paesi firmatari del Patto di Leticia per l’Amazzonia

Hanno preso parte all’incontro per la stipulazione dell’accordo i presidenti di 5 paesi. Ivan Duque, presidente della Colombia, Martin Vizcarra del Perù, Lenin Moreno dell’Ecuador, Evo Morales della Bolivia e, sorprendentemente, Jair Bolsonaro del Brasile. All’incontro hanno anche partecipato dei rappresentanti di Guyana e Suriname oltre che alcuni rappresentati di diverse popolazioni indigene che abitano la Foresta Amazzonica.

Leggi il nostro articolo: Non solo Amazzonia. Migliaia di incendi anche in Africa

La firma del trattato è avvenuta in una tipica “maloca” dell’Università di Leticia, proprio per aumentare il carattere simbolico dell’evento. L’unico assente è stato il Presidente del Venezuela Nicolas Maduro, probabilmente per motivi legati a divergenze politiche di vario genere. Assenza che è stata commentata duramente dal presidente boliviano. Morales ha infatti sottolineato come la salvaguardia della Foresta sia prioritaria rispetto a qualsivoglia divergenza di opinione che poco ha da spartire con il carattere dell’accordo.

Il contenuto dell Patto di Leticia

Il principale punto del Patto di Leticia vuole sancire la creazione di un meccanismo di cooperazione regionale che permetta di combattere le economie illegali che mettono a rischio la selva amazzonica. Per questo scopo sarà creata una Rete Amazzonica di Cooperazione formata dagli enti che si occupano delle emergenze legate ai disastri naturali già esistenti in ognuno dei paesi firmatari . Allo stesso modo verranno anche interscambiati know-how relativi al monitoraggio dello stato di salute dell’Amazzonia.

Leggi il nostro articolo: L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

Sarà abbastanza?

A prima vista questa non può essere altro che una buona notizia. Un accordo in questa direzione era fondamentale per riuscire a tenere sotto controllo una foresta così vasta. Sarebbe stato ingiusto attribuire ad un solo paese, come accaduto con il Brasile, tutte le responsabilità relative ad incendi, deforestazione e, dall’altro lato, conservazione dell’Amazzonia. Sebbene infatti L’Ecopost sia stato tra i primi accusatori del presidente Bolsonaro, che non vogliamo in alcun modo scagionare per quanto accaduto in Brasile negli ultimi mesi, va detto che le stesse dinamiche che hanno portato allo scatenamento degli incendi di così vasta portata in terra carioca si siano verificate, seppur in aree meno ampie di foresta, anche negli altri paesi firmatari dell’accordo.

Ora, non resta che vedere se questa sia solo l’ennesima trovata per ripulire l’immagine di questi Stati al cospetto delle istituzioni internazionali oppure se, come ci auguriamo, quanto verificatosi in Amazzonia abbia smosso le coscienze di coloro che devono occuparsi in prima persona della salvaguardia di un tale patrimonio, naturalistico e non solo.

Leggi il nostro articolo; Più carne più deforestazione. Il report di Greenpeace

Per trarre le conclusioni del caso sarà necessario attendere gli sviluppi futuri. Poco importa quale sia il movente se a trarne il più grande vantaggio sarà la Foresta Amazzonica. Ciò che conta, oggi, è che un primo timido passo è stato mosso nella giusta direzione. Con l’augurio che si faccia ancora tanta strada.

Tasse su voli e merendine: la prima mossa del neoministro Fioramonti?

Il governo giallorosso si è presentato davanti alla Camera e al Senato per chiedere la fiducia. La nuova maggioranza parlamentare, formata da PD e Movimento 5 stelle, si preannuncia nel nome di una forte discontinuità di contenuti. Per quanto riguarda la tematica ambientale, entrambi i partiti hanno definito prioritaria l’esigenza di attuare una svolta verde che combatta il cambiamento climatico. Già dalle prime dichiarazioni si può cogliere qualche segnale in questa direzione. In particolare, stanno facendo molto discutere le intenzioni espresse dal neoministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti di voler inserire tasse su voli aerei, merendine e bibite gassate per poter finanziare istruzione e ricerca.

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Meno voli, più istruzione. Le tasse verdi per la scuola

È sufficiente leggere il curriculum del ministro appena designato per poter scorgere la sua sensibilità ecologica. Lorenzo Fioramonti, classe 1977, ricercatore economico con cattedra a Pretoria, coordina il più grande centro sullo sviluppo sostenibile in Africa. Ha sposato l’attivista ambientale Janine Schall Emdem, con cui ha girato il documentario The Age of Adaptation. Nel film si sostiene che il primo passo per risolvere la crisi climatica sia riconoscere che l’attuale modello economico non è più sostenibile.

Ora ministro dell’istruzione del governo Conte bis, Fioramonti ha risposto così a chi gli chiedeva come intende finanziare la stabilizzazione dei precari e nuovi fondi alla ricerca: “Vorrei delle tasse di scopo: per esempio sulle bibite gasate e sulle merendine o tasse sui voli aerei che inquinano”. Parole che hanno fatto scatenare già parecchi malumori, a fiducia parlamentare non ancora espressa. Che cosa c’entrano nuove tasse su voli e merendine con la scuola? Hanno criticato gli oppositori. La proposta può invece avere senso se si guarda al complessivo benessere dei cittadini nel lungo termine.

Leggi il nostro articolo: “I costi dei cambiamenti climatici? 69 trillioni di dollari”

Il peso ecologico di alcune scelte

Partiamo dalla tassa sui voli. La maggior parte delle persone non è affatto consapevole di quanto si inquini con un solo volo intra-continentale preso per passare il weekend altrove. Una ricerca del Guardian attesta che un viaggio Londra-Roma produce più di quanto emesso da alcuni cittadini del mondo in un anno intero. Alzare le tariffe dei voli avrebbe quindi il duplice scopo di aumentare la consapevolezza nei passeggeri e allo stesso tempo stimolarli a prendere mezzi alternativi. Fino a poco tempo fa sembrava un’utopia dei più convinti ecologisti. Ora sta diventando addirittura una moda: “fligskam” o “Flight-shaming”, che letteralmente significa la “vergogna di volare”. Certamente ha aiutato l’esempio di Greta Thunberg, in questi giorni a New York per partecipare al Summit dell’Onu sul Clima in programma per il prossimo 23 settembre. L’attivista svedese ha trascorso 15 giorni su una barca vela per attraversare l’Atlantico ed evitare l’uso dell’aereo.

Allo stesso modo, mettere mano all’alimentazione aiuterebbe in larga misura a combattere il cambiamento climatico. Il mercato del cibo è responsabile per un terzo delle emissioni globali di anidride carbonica; gran parte di queste emissioni sono legate al sistema industriale su larga scala gestito da grandi catene e grandi firme come McDonald e CocaCola. Tassare merendine e bibite gassate assume quindi un valore innanzitutto educativo, ma punta anche a individuare nel monopolio delle multinazionali una delle cause maggiori della crisi climatica. Oltre ovviamente alle ricadute positive che avrebbe sulla salute, dato che nel mondo ci sono 2 miliardi di persone considerate in sovrappeso o affette da obesità.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

Gli altri paesi che hanno aumentato le tasse sui voli

Perciò, le proposte avanzate dal neoministro Fioramonti assumono rilevanza se inquadrate in un disegno politico ben più ampio, che miri al benessere dei cittadini e del pianeta. Altri paesi hanno già adottato misure simili: per esempio, l’introduzione di una tassa sullo zucchero è avvenuta durante il mandato Obama negli Stati Uniti. In quel caso aveva giocato un ruolo chiave la First Lady Michelle Obama, impegnata in campagne nazionali di educazione alimentare come Let’sMove!. Più recente è la decisione della Francia, che ha deciso di porre una tassa di 1.5€ sui voli europei e di 3€ sui voli extra-continentali; cifre ancora maggiori verranno imposte ai voli business, per limitare tutte quelle persone che volano quotidianamente solo per presenziare ad una riunione e poi tornare a casa in serata.

Una “svolta verde” globale

Le perplessità sollevate dai critici non possono essere ignorate. Non si può infatti sperare che con una tassa di 1.5€ il cittadino medio preferisca viaggiare da Napoli a Parigi con il treno piuttosto che con l’aereo. Né si possono cambiare le abitudini alimentari di milioni di bambini aumentando di poco la tariffa di un McChicken. Questi provvedimenti sono solo l’inizio. Bisogna attuare campagne di educazione di massa sull’impatto che il proprio stile di vita può avere sulla salute e sul cambiamento climatico. Solo così le proposte di Fioramonti assumono valenza concreta per il Ministero dell’Istruzione da lui presieduto. Certo è che, se il buongiorno si vede dal mattino, questo governo potrebbe finalmente compiere azioni decisive per la “svolta verde” voluta dalla maggior parte degli italiani. Alle parole del neoministro devono seguire azioni concrete sul piano nazionale; infine, gli sporadici interventi dei vari stati devono essere convogliati verso un piano globale di emergenza climatica.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare”

Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare

Quante volte sentiamo frasi tipo “le multinazionali sono macchine da soldi senza morale” o “le lobby sono le vere detentrici del potere”. Le sentiamo pronunciate nelle università da studenti che sorseggiano il caffè nel bicchiere di plastica della macchinetta. Dai colleghi in ufficio mentre fumano in cortile, e poi buttano la sigaretta a terra. Dagli amici nel bar di fiducia mentre bevono una Coca-Cola da una cannuccia monouso. Dalla signora davanti a noi in fila al supermercato mentre appoggia sulla cassa due confezioni di pane in cassetta e un chilo di carne trita di manzo. Dall’amica mentre fa shopping da Zara. Dallo zio mentre addenta un cheeseburger in un fast food; dagli influencer al ritorno dal loro terzo viaggio intercontinentale in un mese. Da noi stessi mentre ci sentiamo degli eroi buttando nel sacchetto della plastica piatti, posate e bicchieri usa e getta comprati per la festa della sera prima.

Leggi il nostro articolo “Come calcolare la propria impronta ecologica”

Il monopolio delle multinazionali

Le affermazioni perentorie, le critiche verso la società o le autocelebrazioni lasciamole un attimo da parte. Poi facciamo un passo indietro e poniamoci, invece, qualche domanda. Perché, per esempio, le multinazionali “brutte e cattive” continuano a fare quello che fanno? La risposta è più semplice di quanto si creda: perché noi compriamo i loro prodotti. Certo le aziende talvolta non ci lasciano molta scelta, soprattutto quelle grandi che monopolizzano gli scaffali, adottano prezzi competitivi e packaging studiati per renderci la vita più facile. Le loro pubblicità, poi, sono molto convincenti riguardo alla qualità dei prodotti e del nostro bisogno di averli. Sulla base di ciò è lecito accusare queste aziende di assenza di etica professionale o di morale.

Leggi il nostro articolo “Moda sostenibile: i brand piu’ famosi impegnati per l’ambiente”

Bloccare l’ingranaggio

Qui, però, entriamo in gioco noi che dobbiamo attuare una delle regole base della società e che ci viene insegnata sin da quando eravamo nella culla: se lui si butta dalla finestra allora ti butti anche tu? Un invito, insomma, a non replicare le azioni sbagliate degli altri. In questo caso in particolare non solo possiamo scegliere di non replicare il comportamento amorale delle multinazionali, ma possiamo anche farlo cessare. Se infatti non le finanziamo comprando i loro prodotti, queste non ne produrranno, oppure cercheranno di cambiare, sfruttando la loro potenza per compiere azioni un po’ piu’ virtuose. Abbiamo moltissimo potere tra le mani, ma non ce ne rendiamo conto, perché siamo lobotomizzati sia dalla società e spesso anche da noi stessi.

L’olio di palma

Prendiamo, per esempio, l’annosa questione dell’olio di palma. È bastato pochissimo perché le aziende, anche quelle più grandi e famose, lo togliessero dai loro prodotti, nonostante quest’olio vegetale non sia, nei fatti, così dannoso per la salute come molti credono. Il più grande problema dell’olio di palma risiede infatti nella deforestazione e nella violazione dei diritti umani dei lavoratori, spesso sfruttati e sottopagati. Né la gente comune né tanto meno le multinazionali, però, hanno agito per questi motivi. Se, quindi, una rivoluzione così radicale è avvenuta tanto velocemente per motivi non fondati, immaginiamo cosa possiamo fare per una causa vera e urgente quale è il contrasto al cambiamento climatico e il rispetto dei diritti umani.

Leggi il nostro articolo “Olio di palma: dannoso per noi o per l’ambiente?”

Prodotti sfusi

Pensiamo alla frutta e verdura al supermercato. Se tutti iniziassero a boicottare quella impacchettata che ci toglie la grande, insuperabile incombenza di digitare il numerino sulla bilancia, forse le aziende fornirebbero i supermercati di soli prodotti sfusi. Se questa può sembrare un’utopia, un sogno ad occhi aperti, qualcosa che è inutile fare perché “tanto non cambia niente”, pensiamo ancora una volta all’olio di palma.

La sostenibilità non è un’utopia

Questo ovviamente non vuol dire che non possiamo mai più comprare il pane in cassetta (a una mamma sola con tre figli piccoli che lavora otto ore al giorno forse un po’ di pane in cassetta di scorta fa comodo), ma significa comprarlo soltanto quando non possiamo farne a meno. In questo modo la sostenibilità ambientale può diventare davvero qualcosa di attuabile e non più un’utopia. Un modo efficace per fermare le multinazionali “brutte e cattive”, quindi, è la cara e vecchia rivoluzione dal basso, fatta da tutti, fatta per tutti.

Regione Marche – Caccia: apertura anticipata della stagione venatoria, in barba alle associazioni ambientaliste

Fotomontaggio "Cacciatore marchigiano"

La consapevolezza ambientale è un tema in forte crescita che sta raggiungendo, anche se forse non abbastanza rapidamente, fasce di popolazione finora rimaste insensibili verso questo tipo di tematiche. La risposta politica a questa presa di coscienza tarda a venire, rendendo il già traballante futuro ancora più incerto. Ma se per agire correttamente servono preparazione, coraggio e determinazione, risulta al contrario molto facile – fin troppo! – continuare a ripetere le pratiche deleterie e irresponsabili degli ultimi decenni. Lo dimostra l’operato della regione Marche in merito alla caccia.

Fotomontaggio "Cacciatore marchigiano"
Un fotomontaggio che illustra la situazione regionale venatoria della regione Marche.

La regione Marche ha forzato la mano per consentire la preapertura della stagione di caccia già dal primo settembre, aggirando la sospensiva del Tar del 27 agosto. Questo comportamento denota, per il secondo anno di fila, una profonda insensibilità ambientale. La delibera in oggetto, approvata in fretta e furia, va a rimpinguare il già consistente corpo di provvedimenti presi negli ultimi decenni in favore dell’attività venatoria, che ricordiamo essere “sportiva”, in quanto riconosciuta dal CONI. Una scelta politica priva di alcun fondamento logico apparente, se non quello di accontentare un bacino elettorale, peraltro sempre più esiguo, ma evidentemente ancora rilevante.

La rapida mobilitazione della giunta regionale per garantire quattro giornate “di sport” aggiuntive ai cacciatori

Tempi strettissimi, che solo una volontà chiara e indiscutibile può garantire, sono quelli con i quali la regione Marche ha assicurato qualche giornata di svago ai cacciatori locali, scalpitanti e con il dito sempre pronto sul grilletto. Il Tar non ha fatto in tempo a sospendere la preapertura della caccia nella regione del Centro Italia, che nel giro di due tre giorni, ovvero il giorno prima della preapertura, prevista per il primo settembre, la giunta regionale ha aggirato la decisione, con una delibera raffazzonata.

Il Piano Faunistico Venatorio Regionale, pubblicato a luglio, prevedeva la possibilità di cacciare diverse specie tutelate dall’Unione Europea e di farlo all’interno delle Aree Rete Natura 2000. Addirittura, tra le specie cacciabili erano state incluse anche la Pavoncella e il Moriglione. Due specie che, seppur in chiara difficoltà (come dichiarato anche all’interno dello stesso Piano), non venivano tutelate. Sostenendo semplicemente che la colpa non era dell’attività venatoria (e quindi «chissenefrega», no?!).

La storia si ripete, lo scorso anno era successa la stessa cosa

L’aspetto forse più inquietante di tutte questa faccenda è che non è affatto nuova. Lo scorso anno era infatti accaduto esattamente lo stesso. Il Piano Venatorio varato dalla giunta regionale non era a norma di legge e presentava delle criticità. Le associazioni ambientaliste avevano denunciato la cosa, il Consiglio di Stato aveva dato loro ragione, così come il Tar Marche. Il Governo aveva richiamato la regione al rispetto delle norme per la tutela della fauna selvatica. Ciononostante, non paga, la giunta si è ripetuta, mancando di rispetto alle istituzioni e a tutti quei cittadini che non imbracciano il fucile.

Tutto questo coadiuvato dalla progressiva assenza di autorità preposte al controllo dei cacciatori, con la figura del guardia caccia che è stata gradualmente ridotta. Ai guardia caccia volontari della Lupus in Fabula, associazione naturalistica della provincia di Pesaro Urbino, non è stato ancora confermato il rinnovo dei tesserini, creando un vuoto nella vigilanza. «Questo fa sì che, di fatto, chi va a caccia, oggi può fare praticamente quello che vuole», così il vicepresidente della Lupus in Fabula, Claudio Orazi.

Non paga, la regione Marche ha promulgato una legge che abolisce la tassa regionale per i giovani che per la prima volta prendono la licenza di caccia. Una scelta che allontana ancor di più la regione dal mondo giovanile, caratterizzato sempre più da una forte presa di coscienza ambientale. Una controtendenza di scarsa lungimiranza.

Perché un odontotecnico ha il potere di decidere quali animali possono morire per il diletto dei cacciatori?

La proposta che ha portato alla delibera regionale in extremis è a nome Moreno Pieroni, odontotecnico ed ex sindaco di Loreto. L’assessore già lo scorso anno aveva palesato la propria vicinanza al mondo venatorio con una lettera allo stesso, aperta con la sconcertante formula «Caro amico cacciatore».

Lettera ai cacciatori dell'assessore regionale Pieroni.
L’imbarazzante lettera con un non so che di servile dell’assessore Pieroni alle associazioni dei cacciatori, datata 8 novembre 2018.

Viene da chiedersi perché un odontotecnico con una lunga carriera politica possa decidere dell’attività venatoria nella regione Marche. Per la quale è stato responsabile diverse volte sia per la Provincia di Ancona che in Regione.

Un altro dettaglio degno di nota è che lo studio tecnico faunistico è stato coordinato ed eseguito da due realtà extra regionali, Studio Geco Associazione Professionale, in provincia di Reggio Emilia, e D.R.E.AM Italia Soc. Coop. Agr., con sedi ad Arezzo e Pistoia. Con in particolare la prima che fa della pianificazione venatoria una delle sua attività principali. Dunque, perché questa scelta, se non per la certezza di ottenere una valutazione corrispondente alle proprie aspettative (politiche)?

Basta di mandare giù il boccone amaro

Se la politica nazionale, per non dire quella comunitaria, ci può apparire distante e difficile da influenzare, lo stesso non può e non deve valere per la politica regionale, decisa vicino a noi, sul territorio. La caccia è un’attività anacronistica, oggi come non mai, frutto di interessi di pochi singoli, che mette a repentaglio le specie già maggiormente minacciate e che costituiscono un patrimonio comune e indisponibile. Cacciamo assieme la caccia dal nostro territorio, per dare un segnale forte di volontà comune. Preferiamo avere la responsabilità della tutela della biodiversità o il diritto alla sua distruzione?

Sul tema della caccia leggi il nostro articolo “Caccia alle balene, partite 8 navi dal Giappone. L’Islanda rinuncia”.

Il costo della transizione energetica? Il 10% dei fondi destinati al fossile

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La notizia ha dell’incredibile. La tanto agognata transizione energetica, quella che potrebbe dare un taglio netto alle emissioni su scala globale, è un traguardo più che raggiungibile. Come riportato dal Guardian, testata capofila sulle questioni ambientali, se solamente il 10% dei sussidi pubblici destinati alle fonti fossili fosse reindirizzato per degli investimenti sulle energie rinnovabili potremmo soppiantare in un ragionevole arco di tempo i combustibili fossili. Ad affermarlo è un report dell’International Institute of Sustainable Development (IISD) pubblicato il 17 Giugno scorso, intitolato  “Reforming Subsidies Could Help Pay for a Clean Energy Revolution”.

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I dati del report

370 miliardi di dollari. Questa è l’ammontare, su scala globale, dei fondi pubblici destinati al settore dei combustibili fossili ogni anno, contro i soli 100 miliardi messi a disposizione per le rinnovabili. Un paragone che lascia di stucco se si pensa all’urgenza con la quale dovremmo ridurre le emissioni per rispettare i target degli accordi di Parigi. Ma la cosa più sconcertante è che se solo una cifra tra il 10% ed il 30% dei fondi destinati alla produzione di energia inquinante fosse trasferita alle energie rinnovabili una rivoluzione energetica sarebbe possibile, eccome.

Leggi l’articolo: “I costi dei cambiamenti climatici? 69 trilioni di dollari”

Una questione che non è passata inosservata agli occhi del Segretario dell’Onu Antonio Guterres che ha rilasciato queste dichiarazioni: “Quello che stiamo facendo è usare i soldi dei contribuenti – ovvero i nostri – per alimentare uragani, diffondere siccità, sciogliere i ghiacciai e uccidere coralli. In poche parole: per distruggere il mondo”.

Le tecnologie per la transizione energetica ci sono già

Richard Bridle dell’ ISSD, co-autore del report, sottolinea come “quasi ovunque le rinnovabili sono ormai vicinissime ad essere competitive, a livello di prezzo, con le fonti fossili. Uno spostamento dei sussidi di questa portata potrebbe far pendere la bilancia dall’altro lato rendendo una tecnologia che sta crescendo lentamente la più credibile per le future generazioni con effetto quasi immediato. Dall’essere un’opzione marginale potrebbe subito diventare una scelta palesemente ovvia”.

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Nonostante la transizione energetica stia avvenendo, lo sta facendo in modo troppo lento secondo Bridle che aggiunge: “É fuor di dubbio che le rinnovabili possano supportare il sistema energetico. L’unica perplessità riguarda la velocità con la quale la transizione avverrà ma una riforma dei sussidi pubblici è un passo fondamentale in quella direzione”.

Con la transizione energetica possibile taglio delle emissioni fino al 25%

Il settore energetico è uno dei principali responsabili dell’avanzamento dei cambiamenti climatici. Secondo il report la transizione energetica verso l’energia pulita potrebbe tagliare le emissioni, a livello globale, almeno del 18%. Una percentuale che salirebbe al 25% se l’elargizione di questi sussidi ammontasse a 0. Un cambiamento in questa direzione diminuirebbe anche i costi che le istituzioni dovranno affrontare nei prossimi anni per quanto riguarda la salute pubblica e le spese relative agli effetti che i cambiamenti climatici avranno sulle nostre città e le nostre infrastrutture.

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In parole povere ciò che sta accadendo è a dir poco folle. Invece di utilizzare i soldi dei cittadini per creare infrastrutture sostenibili e che non rechino danno alla popolazione, ogni anno vengono dati 375 miliardi di dollari a chi sta distruggendo il pianeta. Non è più questione di etica o di morale, è ormai diventata una questione di buon senso e di rispetto nei confronti di chi paga questi soldi anche per dare un futuro ai propri figli.

Non solo fondi pubblici. Anche le banche sono una minaccia

Il numero di paesi che ogni anno donano fondi da investire nel reperimento e nello sfruttamento di combustibili fossili è di 112. Tra questi i più “generosi” sono quelli del Medio Oriente e, neanche a dirlo, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Ma anche in Europa non si scherza. L’Italia, per esempio, destina ogni anno 18,8 miliardi di euro a questo settore. Tra i paesi più virtuosi sotto questo punto di vista troviamo invece India, Zambia, Marocco ed Indonesia.

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Già nel 2009, durante un G20, era stato deciso di azzerare progressivamente i sussidi al settore fossile. Purtroppo però ciò che è stato preso non è altro che un impegno generico che non tutti stanno rispettando come dovrebbero. Nel banco degli imputati finiscono anche le grandi banche che, essendo enti privati, non sono tenute a rispettare alcun tipo di accordo preso dalle istituzioni. In Italia, ad esempio, Unicredit ha elargito più di 16 miliardi di euro negli ultimi 3 anni ad industrie operanti in questo settore.

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Che una transizione ecologica non sia vista di buon occhio da chi per anni ha guadagnato enormi quantità di denaro sulle spalle delle future generazioni, non è mistero. Così come il fatto che questo generi complicazioni soprattutto a livello politico. La strada è dunque impervia. Ma anche questo si sapeva già. Occorre perseverare. La posta in gioco è la più alta di sempre.

Russia, liberate le balene in cattivita’

Era stata soprannominata la prigione delle balene e, per una volta, non era un’ esagerazione giornalistica. Nella baia di Sredinnaya a sud-est della Russia erano infatti state rinchiuse in anguste gabbie subaquee 11 orche e 90 balene del beluga. Il 22 agosto, secondo l’agenzia di stampa russa (TASS), sono state tutte rilasciate.

Leggi il nostro articolo: “Caccia alle balene, partite otto navi dal Giappone. L’Islanda rinuncia”.

Una facile copertura

Non e’ stato un processo facile, poiche’ in Russia vige una legge per la quale orche e balene possono essere catturate, tenute in cattivita’, commerciate e anche uccise per scopi scientifici o culturali. Questo ha permesso ai commercianti illegali di cetacei di aggirare le leggi.

Dopo essere stati cattutrati e tenuti in quarantena per almeno trenta giorni, questi animali vengono principalmente venduti al mercato cinese per milioni di dollari (circa 6 milioni per ogni cetaceo). Qui, poi, vengono imprigionati negli acquari oppure uccisi per scopi culinari o cosmetici. E’ un mercato molto attivo e fruttuoso che spiega il motivo per cui, anche dopo la promessa della loro liberazione, tre balene del beluga e un’orca sono scomparse misteriosamente.

“Il gulag delle balene” filmato da un drone

Di Caprio ancora in prima fila

L’attenzione dei media su questa attivita’ illecita era iniziata gia’nel 2018, quando una petizione di change.org aveva raccolto 900 mila firme in favore della liberazione dei cetacei. Anche la star del cinema Leonardo di Caprio aveva contribuito massicciamente a portare l’attenzione internazionale su questo problema. Lo stesso Putin, che ha spesso utilizzato le cause ambientaliste per aumentare la sua popolarita’, si e’ mosso in favore dello smantellamento di questa vera e propria prigione.

Alla fine tutto questo sembra essere servito. Il primo gruppo, costituito da due orche e sei balene del beluga, e’ stato rilasciato il 27 giugno. Il secondo gruppo il 16 luglio e il terzo il primo agosto. Il 22, il quarto e ultimo gruppo di cetacei ha raggiunto il mare aperto.

Leggi il nostro articolo “Gli oceani si sono ammalati”

Il ritorno nell’oceano

Come si legge su TASS gli animali sembrerebbero essersi adattati con successo alle loro condizioni naturali. La conclusione si basa sui tag satellitari apposti ai cetacei nel momento del rilascio, ma anche dalle foto e i video della loro migrazione.

“Tutti gli animali rilasciati hanno raggiunto le Shantar Islands dove erano stati presi e dove potrebbero esserci le loro famglie”. Ha affermato Vyacheslav Bizikov, vicedirettore del lavoro scientifico presso l’Istituto di ricerca russo per la pesca e l’oceanografia. “Durante il periodo di cattivita’ – continua Bizikov – non hanno perso il loro istinto naturale e si puo’ affermare con certezza che hanno inziato a procacciarsi il cibo e a stabilire legami con le loro controparti selvagge”.

Non solo Amazzonia: migliaia di incendi anche in Africa

Mentre gli incendi continuano a devastare la Foresta Amazzonica, non solo in Brasile ma nel Sud America intero, c’è un’altra zona del mondo che, è proprio il caso di dirlo, è stata messa a ferro e fuoco dall’uomo negli ultimi giorni. Si tratta dell’area centro-occidentale del continente africano. In Angola e Repubblica Democratica del Congo gli incendi stanno devastando delle aree verdi ancora più grandi di quelle registrate in Amazzonia. Come al solito, nel silenzio generale. Se, infatti, la questione amazzonica ha, molto lentamente, guadagnato l’attenzione dei media non si può dire lo stesso per ciò che sta succedendo in Africa. Ma ciò non vuol dire che il problema sia minore.

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In rosso le aree colpite da incendi negli ultimi 7 giorni. Fonte: Global Forest Watch

Più di 10.000 incendi in Africa centro-occidentale

Se si prendono in considerazione solo gli ultimi 7 giorni i dati sono impietosi. Il numero di roghi registrati in Brasile in questo lasso di tempo si attesta a 2.217. Se giriamo invece lo sguardo in Angola e nella Repubblica Democratica del Congo il dato sale a 10.395. Le immagini che si possono vedere sull’applicazione Global Forest Watch, che si avvale dei dati raccolti dai satelliti Terra e Aqua della Nasa, sono a dir poco scioccanti.

Leggi l’articolo: Più carne più deforestazione. Il report di Greenpeace

Oltre ai due Stati già citati, le fiamme stanno colpendo anche vaste aree di Zambia, Malawi, Tanzania, Mozambico e Madagascar. In poche parole gli incendi stanno devastando tutta l’Africa centro-meridionale. Risulta addirittura molto complicato quantificare i danni in termini di ettari di aree verdi scomparse.

Come opera la lobby dell’agribusinees

Come in Amazzonia e, più in generale, nella maggior parte dei casi questi tristi avvenimenti sono di origine dolosa. L’uomo dunque appicca volontariamente questi incendi con un unico scopo. Quello di liberare ampie fette di terreno che possano poi essere utilizzate per sistemi di coltivazione intensivi o per l’allevamento del bestiame, anche questo allevato in maniera intensiva. La cenere che si deposita dopo i roghi, infatti, sul breve termine rende il terreno più fertile. Purtroppo però questo processo lo rende rapidamente inutilizzabile. Va inoltre specificato come in Brasile, almeno fino all’arrivo di Bolsonaro, l’utilizzo di queste tecniche era, per quanto possibile e seppur con qualche falla, regolamentato.

Leggi l’articolo: L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

In queste zone dell’Africa, invece, risulta molto più difficile riuscire a stringere la cinghia a causa, spesso, della mancanza di risorse necessarie per la salvaguardia di queste zone. A fare le spese degli incendi in Africa non sono solo le foreste ma anche ampie zone di savane, praterie ed altri ecosistemi. Anche la cadenza temporale di questi eventi non è affatto casuale. A fine Settembre, infatti, arriverà la stagione delle piogge. Tutto ciò non fa altro che confermare la malafede e la dolosità di questi incendi.

Non solo criminali, c’è anche chi combatte

Il rischio di sentirsi totalmente impotenti di fronte a tutto questo è dietro l’angolo. Per non scoraggiarsi, oltre a guardare chi gli alberi li brucia, occorre mettere sotto i riflettori anche chi, invece, ha compreso a pieno la necessità di rimboschire il pianeta invece di deforestarlo.

Leggi l’articolo: Ecosia: piantare alberi navigando sul web

In Etiopia, come già riportato dalla nostra redazione, sono infatti stati piantati 353 milioni di alberi in un solo giorno. Un avvenimento simile è stato registrato anche in India dove, in appena 12 ore, sono stati piantati 6 milioni di alberi. In Italia sono già pronti 400.000 alberi per rimboschire le foreste distrutte lo scorso anno nelle Dolomiti. Ecosia, il motore di ricerca che pianta alberi e a cui sarebbe buona cosa convertirsi, ha annunciato che, nei prossimi 6 mesi, pianterà 1 milione di arbusti in più rispetto a quanto previsto in Brasile.

Leggi l’articolo: “GreenLegacy: l’Etiopia ha piantato 353 milioni di alberi in un giorno

Insomma, di fronte ad una lobby che mira dritto al profitto infischiandosene di un qualsiasi vincolo etico e morale, c’è anche chi resiste e si mette in gioco in prima linea per combattere quest’enorme ingiustizia. Ciò che ci serve non è altra soia piena di sostanze chimiche, né tanto meno altra carne da mangiare. Quello di cui abbiamo bisogno è un pianeta in salute che sia in grado di mettere freno all’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il tempo stringe. Salviamo gli alberi e salveremo noi stessi.