Extinction Rebellion: continuano le proteste

Sit-in pacifici, climate camps, cortei, die-in, bike parades. Extinction Rebellion sta portando avanti le sue proteste ormai da quasi una settimana, a tratti mettendo in ginocchio la viabilità di diverse capitali europee. Le città in cui si stanno creando i maggiori disagi, se così si possono definire, sono New York, Londra e Berlino. Sono proprio questi infatti i luoghi in cui c’è stata la maggiora partecipazione per le azioni di Extinction Rebellion.

extinction-rebellion-proteste

Gli arresti durante le proteste di Extinction Rebellion

Durante le proteste portate avanti da Extinction Rebellion accade spesso che alcuni dei manifestanti vengano arrestati dalle forze dell’ordine. D’altronde è proprio questa una delle caratteristiche che differenzia XR – questo l’acronimo dell’organizzazione – dagli altri movimenti ambientalisti: la disponibilità da parte dei manifestanti di essere presi in custodia dalla polizia.

Solamente nella giornata del 10 ottobre sono stati 83 gli attivisti arrestati all’aeroporto di Londra. I numeri sono tuttavia ancora inferiori rispetto al picco di 1.000 arresti toccato durante la International Rebellion Week di Aprile ma è verosimile immaginare che quanto meno quella cifra verrà avvicinata.

Leggi il nostro articolo: “Extinction Rebellion: al via le manifestazioni in tutto il mondo”

Le immagini delle proteste di Extinction Rebellion a Londra e Berlino

A Londra e Berlino le proteste degli attivisti stanno andando a gonfie vele. Le azioni pacifiche dei protestanti hanno creato diversi disagi alla viabilità in diverse aree centrali della città. Diversi ponti sono stati bloccati, così come un alto numero di strade che fungono da snodo principale delle capitali. Ecco alcune immagini dei giorni scorsi.

Oltre che a Londra e Berlino gli attivisti di XR hanno organizzato diverse manifestazioni in tante altre capitali del mondo. Sono arrivate testimonianze via social da 60 città situate ad ogni angolo del pianeta, inclusa, ovviamente, Roma dove il gruppo di XR Italia ha organizzato, tra le altre cose, uno sciopero della fame che va ormai avanti da qualche giorno oltre ad una bike parade. L’obiettivo delle iniziative è, neanche a dirlo, quello di a scuotere le istituzioni su un tema che, dopo la beffa del “Decreto clima” che tanto a favore del clima non è, non viene trattato con l’urgenza che merita nonostante si stia assistendo ad una mobilitazione popolare altamente partecipata.

Leggi il nostro articolo:”Abbiamo bisogno del vostro aiuto”. L’appello dei giovani curdi di Fridays For Future.

“I protestanti creano disagio”

Puntuali come un orologio svizzero sono subito arrivate diverse critiche verso i protestanti, rei di creare disagio nelle infrastrutture di uso pubblico. Qualora non ci se ne fosse accorti quelle che gli attivisti di Extinction Rebellion stanno portando avanti sono delle proteste contro il sistema. Viene da sé che creare disagi, tra l’altro in modo totalmente pacifico, sia completamente in linea con ciò che stanno cercando di comunicare. Per dirla come ha fatto il Guardian in uno dei suoi editoriali: “of course they are an inconvenience” che, tradotto, significa “è chiaro che siano un’inconvenienza”.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

Alcuni portavoce del movimento hanno già dichiarato che questa volte non si fermeranno fino a quando le istituzioni non accetteranno le loro richieste. Dopo la crescita verticale di Fridays For Future, anche l’espansione di XR non può far altro che alimentare la speranza e dare forza per conitnuare a lottare. Siamo sempre di più e continueremo a crescere. A solo un anno di distanza dalla nascita di entrambi i movimenti il cambiamento climatico ha guadagnato grande spazio all’interno dei media. La strada intrapresa è indubbiamente quella giusta, ma è ancora lunga. Ormai non si può far altro che provare a percorrerla fino in fondo.

“Abbiamo bisogno urgente del vostro supporto!” L’appello dei giovani curdi di Fridays For Future

https://www.facebook.com/FridaysForFutureRojava/videos/468783930650450/
Il video originale di FFF Rojava

Cari studenti di Fridays for Future,

abbiamo seguito le proteste e gli scioperi mondiali per il clima con molto entusiasmo. E, dal momento che abbiamo fondato Fridays For Future Rojava a maggio di quest’anno, abbiamo scioperato e manifestato insieme a voi!

Fridays For Future ha riunito i giovani di tutto il mondo grazie alla consapevolezza che non possiamo continuare a vivere in un mondo in cui la natura viene distrutta!

La realta’ a Rojava, la regione curda nel nord della Siria, e’ molto diversa da quella di molti altri paesi, dove esistono associazioni locali di FFF. Dal 2012, quando e’ iniziata la rivoluzione a Rojava, abbiamo costruito un modello alternativo di societa’ basata sui tre fondamentali principi dell’emancipazione femminile, l‘ecologia e la democrazia radicale. Negli ultimi sette anni, sono stati creati ovunque progetti dal basso, autoamministrati ed ecologici. Riunioni di quartiere, centri per le donne, accademie educative, un sistema scolastico gratuito alternativo, cooperative agricole ed economiche, e molto altro. Tutte le aree della nostra vita sono state riorganizzate dal basso. In passato tutto era organizzato dalla capitale siriana Damasco. Ora governiamo noi stessi. In tutte queste nuove strutture, le donne si organizzano in modo autonomo cosi’ da poter controbilanciare le strutture del potere patriarcale.

Questo sistema democratico e’ stato un obiettivo per le forze reazionarie fin dall’inizio. Innanzi tutto, il Fronte Al-Nusra (un sussidiario di Al-Qaeda) e lo Stato Islamico hanno attaccato le nostre citta’ e occupato gran parte del Paese. Ma siamo stati in grado di liberarci dal loro regime crudele. Lo Stato Islamico e’ stato sconfitto. Ma lo Stato Islamico non e’ un fenomeno che e’ cresciuto soltanto qui nel Medio Oriente. Molti Jihaidisti sono arrivati qui dai Paesi occidentali passando per la Turchia.

Anche con la fine dello Stato Islamico, gli attacchi non si sono fermati. All’inizio del 2018, la Turchia ha condotto una guerra aggressiva e illegale occupando sin da allora Afrin, una regione che prima aveva un’amministrazione autonoma e che era considerata una delle aree piu sicure della Siria. Ora li’ la violenza regna ancora.

Molti giovani come noi hanno aiutato a difendeere Afrin. Quasi tutte le famiglie possono nominare qualcuno che e’ caduto per difendere il Paese dallo Stato Islamico e la Turchia. Qualcuno che e’ stato assassinato per difendere la pace e i valori democratici del mondo intero.

Oggi, 9 ottobre 2019, la Turchia ha iniziato l’attacco. Bombe e spari sono caduti ovunque dagli aerei di artiglieria sopra le nostre teste. Le forze turche hanno anche tentato, in alcuni punti, di attraversare il confine. Sono gia’ state registrate alcune vittime tra i civili. Le infrastrutture come le dighe e gli alimentatori di energia elettrica sono stati i primi obiettivi.

In queste ore difficili ci rivolgiamo a voi, cari amici di Fridays For Future. Noi crediamo che una soluzione alla crisi ecologica sia possibile attraverso l’autodeterminazione. La nostra economia deve essere strutturata in modo cooperativo e rispettando i bisogni delle persone. Questo e’ quello che rappresenta la rivoluzione a Rojava. Rimanete forti, parlate di questi argomenti, non lasciatevi ingannare dai media, conquistate le strade! finche questi attacchi continueranno, vi saranno azioni di solidarieta’ e resistenza. La campagna #Riseup4Rojava congiungera’ tutte queste azioni insieme.

Se volete contattarci direttamente, scriveteci a makerojavagreenagain@riseup.net! Siamo un gruppo formato da persone provenienti sia dalla regione curda, sia da persone che sono giunte a Rojava per supportare la rivoluzione. Quindi puoi scriverci in inglese o in qualunque altra lingua!

Maggiori informazioni:

www.makerojavagreenagain.org
www.internationalistcommune.com
www.riseup4rojava.orgSee less

L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Serve un cambio di marcia

Il 4 ottobre è stato presentato a Roma il nuovo rapporto annuale sugli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. L’iniziativa è stata promossa dall’Asvis (Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile), fondata nel 2016 dall’ex ministro Enrico Giovannini con l’obiettivo di indirizzare la società italiana verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals (SDGs). Il nuovo rapporto ha messo in luce un sostanziale miglioramento dell’Italia per alcuni settori, mentre si registrano stagnazioni e peggioramenti per altri importanti aree come povertà, agricoltura sostenibile e gestione delle acque.

Cosa sono gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile

Gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile vennero approvati nel 2015 dalle Nazioni Unite, assieme alla stipula dell’Agenda 2030. L’Agenda 2030 consiste in un “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità” che miri a trasformare il mondo nel breve e nel lungo termine. Nell’Agenda sono inseriti i 17 Obiettivi, a loro volta articolati in 169 target. Questa declinazione dettagliata permette all’ONU di monitorare di anno in anno i progressi (o regressi) di ogni paese. La novità dell’Agenda 2030 rispetto ai trattati precedenti risiede nella visione integrata dei problemi e delle soluzioni: viene riconosciuto quindi, che il modello attuale di sviluppo è insostenibile secondo molteplici punti di vista – ambientale, sociale, economico – e che le soluzioni devono essere altrettanto trasversali, così che “nessuno venga trascurato”.

Congiuntamente al monitoraggio svolto dall’ONU, l’Asvis si pone l’obiettivo di tenere traccia della situazione italiana. Inoltre, intende stimolare e promuovere gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile in ogni settore della società, coinvolgendo i politici, gli imprenditori, il mondo universitario e gli attori della società civile. Ogni anno nel mese di ottobre presenta un Report in cui vengono sintetizzati le performance italiane per ognuno dei 17 obiettivi stipulati dall’Agenda 2030. Enrico Giovannini ha presentato con queste parole il Report Asvis 2019: “Quasi quattro anni fa, quando abbiamo cominciato, la gente diceva: ‘Agenda 2030, ma di che cosa state parlando?’. Oggi invece non solo molti sanno di che cosa parliamo, ma sentiamo l’impegno di tanti che condividono questa straordinaria avventura di salvare il mondo”.

Leggi il nostro articolo: “Extinction Rebellion: al via le manifestazioni in tutto il mondo”

BES: Benessere Equo e Sostenibile. Un’alternativa al PIL

Ex presidente dell’ISTAT e Professore presso l’Università Tor Vergata di Roma, Giovannini ha svolto un ruolo di primo piano per la promozione dello sviluppo sostenibile in Italia. Nel suo libro L’Utopia Sostenibile viene delineato il piano di riforme che un governo coraggioso dovrebbe adottare per mettersi in linea con l’Agenda 2030. Sotto il governo Letta fu denominato Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e, nonostante il breve mandato, fu capace di far approvare l’introduzione del BES, l’indice di Benessere Equo e Sostenibile.

Il Presidente della Camera Roberto Fico, presente all’evento del 4 ottobre, ha ricordato che l’Italia è stata fra i primi paesi ad adottare questo innovativo indicatore, che si propone di essere un’alternativa al PIL. Il BES infatti valuta il progresso della società italiana, non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale ed ambientale. Il Presidente della Camera ha sottolineato che questi processi riformatori assumono valenza significativa solo se accompagnati da un completo orientamento del sistema politico italiano in questo senso. La Camera dei Deputati, con il potere legislativo di cui dispone, rappresenta il luogo ideale per dar forza e attuazione agli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Fico ha annunciato che, in occasione della COP 26 del 2020 ospitata da Italia e Gran Bretagna, il Parlamento italiano organizzerà un’assemblea sul tema del cambiamento climatico a cui potranno partecipare i parlamentari membri della COP 26.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

Lo Sviluppo Sostenibile in Costituzione

Infatti, il Presidente dell’Asvis Stefanini e il Portavoce Enrico Giovannini hanno entrambi fatto presente che la direzione presa dal neonato governo fa ben sperare, poiché sono state annunciate ambiziose riforme per la lotta al cambiamento climatico. Ad esempio, la volontà di inserire in Costituzione lo Sviluppo Sostenibile, così come l’intenzione di fare dell’Agenda 2030 il cardine del sistema socio-economico italiano. D’altra parte però, l’Asvis ricorda che l’Italia è ancora ben lontana dagli obiettivi prefissi nel 2015, quando l’Agenda 2030 è stata approvata. Inoltre, il tempo a disposizione per fronteggiare la crisi climatica si sta accorciando sempre più (rimangono 11 anni per evitare la catastrofe, secondo il Rapporto IPCC 2018).

Ma cosa dice nel concreto il Rapporto 2019 sulla sostenibilità italiana? Sono nove le aree in cui l’Italia risulta migliorata rispetto al passato: salute, uguaglianza di genere, condizione economica e occupazionale, innovazione, disuguaglianze. E ancora: condizioni delle città, modelli sostenibili di produzione e consumo, qualità della governance e pace, giustizia e istituzioni solide e cooperazione internazionale. Per quanto riguarda il Goal 4 e 13, rispettivamente istruzione e lotta al cambiamento climatico, la situazione risulta sostanzialmente invariata; sono invece peggiorati i Goal 1, 2, 6, 7 e 14. Si tratta delle seguenti aree: povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri. Il Rapporto Asvis presenta anche il grado di attuazione dei singoli obiettivi regione per regione.

European Green New Deal

Il Rapporto presenta anche una panoramica generale sull’Europa, sottolineando pure in questo caso i buoni auspici nati con la nuova Commissione Europea. Alla presentazione del Rapporto Asvis 2019 è intervenuto Paolo Gentiloni, di recente nominato commissario europeo agli Affari Economici. L’ex premier ha fatto presente che la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato l’intenzione di varare un European Green New Deal e ha dato l’incarico ai singoli commissari di declinare gli SDGs nelle proprie aree di competenza.

Infine, ricordiamo che l’Asvis ha dato il proprio endorsement al fervente movimento di studenti che stanno scioperando per il clima; nel concreto, ha voluto fare la sua parte lanciando l’iniziativa Saturdays For Future. In linea con l’Obiettivo 12, “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”, l’Asvis lancia un appello ai consumatori: scegliere negozi e prodotti che rispettino i criteri della sostenibilità. L’idea di fondo, più volte ribadita dal nostro Blog, è che le trasformazioni possono partire anche dal basso: “il cambio di abitudini potrà innescare un processo virtuoso, incidere positivamente sui modelli di produzione e rendere le aziende più responsabili e più sostenibili, non solo sul piano ambientale ma anche su quello sociale, in primo luogo verso i propri dipendenti”.

Leggi il nostro articolo: “Birra dagli scarti del pane: l’idea di Toastale”

Il cambiamento è già in atto

Il Rapporto Asvis 2019 ha mostrato una situazione di luci e ombre sulla nostra penisola e sul nostro continente. Da una parte, i cittadini italiani ed europei possono finalmente sperare in un cambio di regime che ponga lo Sviluppo Sostenibile al centro della politica e degli assetti socio-economici; dall’altra, è necessaria una dose cospicua di coraggio che trasformi gli annunci in riforme concrete con risultati concreti. La nuova Legge di Bilancio, in programma per la prossima settimana, sarà il primo vero banco di prova. Seguirà poi l’organizzazione della COP 26 nel 2020. Nel frattempo, la società civile dovrà fare di tutto per dimostrare che il cambiamento è già in atto: “change is coming, whether you like it or not”.

Extinction Rebellion: al via le manifestazioni in tutto il mondo

extinction-rebellion-argentina

“I fratelli arrabbiati di Fridays For Future”. Così sono stati definiti da alcuni gli attivisti di Extinction Rebellion, un movimento ambientalista nato a Londra ormai quasi un anno fa. Dal 7 ottobre, ad oltranza per 2 settimane, gli attivisti di XR hanno iniziato delle azioni di protesta pacifica in tutte le più grandi città europee, e non solo. Marchio di fabbrica dell’organizzazione, oltre alla ormai celebre clessidra che sta ad indicare il poco tempo che abbiamo a disposizione per fermare la crisi climatica, è la natura non-violenta del movimento che, vista la portata delle azioni di disturbo da loro ideate, sfocia spesso in una serie di fermi ed arresti da parte delle polizie locali.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

I ribelli che sono disposti a farsi arrestare

Già nei mesi scorsi gli attivisti di Extinction Rebellion si erano fatti riconoscere per una serie di azioni di disturbo. Ad Aprile abbiamo infatti potuto assistete alla prima International Rebellion Week, da cui sono scaturiti gli arresti di più di 1.000 attivisti nella capitale inglese. Durante quei giorni a Londra i “ribelli” avevano immobilizzato diverse aree della città, tra cui diversi ponti del centro, generando non pochi intoppi alla viabilità cittadina. Le proteste che sono iniziate ieri, invece, hanno visto un numero decisamente più alto di partecipanti, soprattutto in altre capitali di tutto il mondo.

Berlino, Londra, Roma, Parigi e non solo

Una delle città che ha visto il più alto numero di manifestanti è Berlino. Sono infatti ben 5.000 i protestanti che hanno allestito un “climate camp” di fronte al Bundestag. Questo campeggio fungerà da base strategica per organizzare le iniziative. Nella giornata del 7 ottobre i manifestanti hanno bloccato per diverse ore Postdamer Platz, una delle piazze più centrali della capitale tedesca. Così come l’area della statua della Vittoria, da cui parte la strada principale che va fino alla porta di Brandeburgo e al Bundestag. Durante questo blocco ha preso parola al microfono anche Carola Rackete. Nel suo discorso l’ex-capitana della SeaWatch ha sottolineato l’elevato grado di connessione esistente tra la crisi climatica e quelle umanitarie.

Video del Guardian sulle proteste di ieri

A Londra, dove è attivo il gruppo XR più numeroso, il centro città è stato letteralmente bloccato per diverse ore. A Roma oggi inizierà uno sciopero della fame in Piazza della Madonna di Loreto, che da domani si sposterà a Montecitorio. Altre testimonianze di azioni pacifiche provengono da tutto il mondo: da New York a Melbourne, passando per il Messico, l’Argentina, il Canada e la Spagna. Extinction Rebellion si sta spargendo a macchia d’olio, proprio come Fridays For Future. La buona notizia, in questo senso, è che i due movimenti possono contare sul pieno supporto dell’altro. D’altronde, quando si parla di giustizia climatica, non esiste la parola rivalità ma solo un nemico comune da combattere.

Cosa vuole Extinction Rebellion

Le richieste di Extinction Rebellion sono poche e di una chiarezza cristallina. Ogni manifestazione che prende piede ha come scopo quello di far approvare dalle istituzioni un documento che dichiari l’emergenza climatica ed ecologica, al grido di “Tell the truth!”. Il testo del manifesto si articola in altri due punti principali: la riduzione a zero delle emissioni di gas serra entro il 2025 e la creazione di assemblee cittadine con potere deliberativo.

“Siamo tutti fatti di fuoco” – il video promo della ribellione

Leggi il nostro articolo: “I numeri delle manifestazioni di Fridays For Future”

Uno dei primi comuni ad aver approvato in toto il documento di Extinction Rebellion è stato il Comune di Bologna ma, solo in Italia, sono altre 54 le municipalità che hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, grazie anche alle pressioni delle delegazioni di Fridays For Future. La stessa cosa è accaduta anche in altre parti del mondo. Per raggiungere i propri scopi l’organizzazione si avvale di poche regole. Su tutte quella della disobbedienza civile non violenta, che si basa proprio sulla volontà di portare avanti azioni disturbanti che però non rechino danno a nessuno. Non è affatto raro che queste scaturiscano in una serie di arresti da parte della polizia locale.

I portavoce di Extinction Rebellion UK: “Vogliamo bloccare il parlamento”

Sebbene anche durante le passate azioni collettive XR abbia sempre ottenuto buoni risultati in termini di partecipazione, la portata che le proteste avranno durante questa tornata di manifestazioni potrebbe essere storica per il movimento. I coordinatori di XR UK hanno infatti dichiarato di avere arruolato 5 volte più attivisti rispetto alla Internation Rebellion Week di Aprile.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU”

Questa maggiore partecipazione permette ad Extinction Rebellion di intraprendere azioni di disturbo molto più ambiziose, come confermato dai suoi portavoce che hanno dichiarato il loro desiderio di bloccare l’intero centro città di Londra: Trafalgar Square, Horse Guards Parade, Mall, Victoria Street e i ponti di Westminister e Vauxhall sono obiettivi già dichiarati. Sebbene la durata delle proteste dovrebbe essere di 2 settimane, molti attivisti hanno dichiarato che non si fermeranno fino a quando le loro richieste non saranno soddisfatte.

La crescita di Extinction Rebellion

In meno di un anno la clessidra di Extinction Rebellion ha già fatto il giro del mondo e, insieme a Fridays For Future, sta mettendo le istituzioni di fronte alla proprie responsabilità. Se si pensa a quello che era il dibattito ambientalista e l’importanza che questo aveva in termini di rilevanza mediatica solo un anno fa e si paragona a ciò che è stato raggiunto oggi sembra di essere in una fiaba. Ed il merito va proprio a tutti gli attivisti che in questi ultimi tempi hanno manifestato nelle piazze di tutto il mondo.

Leggi il nostro articolo: “Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima”

La strada è ancora lunga ma il trend positivo di questi ultimi tempi alimenta le speranze. Se da una parte la politica ancora fatica a dare risposte concrete e credibili, dall’altra il moltiplicarsi di organizzazioni e manifestazioni a sfondo ambientalista possono contribuire in maniera decisiva a darci un futuro diverso. La strada intrapresa è quella giusta. Non resta che vedere fino a che punto dovremmo spingerci.

“Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima”

È possibile far convivere l’attuale sistema capitalista con la crisi climatica? I progetti di geoingegneria, come quelli finanziati da Bill Gates, potrebbero essere la soluzione? Ha senso o è pura follia il Green New Deal proposto da Alexandria Ocasio-Cortez? A queste ed altre domande prova a rispondere la scrittrice Naomi Klein, nel suo ultimo libro: “Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima” (titolo originale: On Fire: The Burning Case for a Green New Deal).

Il mondo in fiamme sotto vari punti di vista

Secondo l’autrice, il mondo è in fiamme sotto vari punti di vista: in senso letterale, ci sono i fuochi del cambiamento climatico. Quelli dell’Amazzonia hanno attirato l’attenzione globale nei mesi scorsi, ma ricordiamo che in Siberia così come in Africa, la stessa situazione si sta verificando nonostante la copertura mediatica decisamente minore. Ci sono poi le fiamme del razzismo crescente, impersonificato da leader come Trump e Bolsonaro, che usano la paura della gente per innalzare muri e creare una guerra di odio verso il diverso. Infine c’è un fuoco positivo, potente, ed è il fuoco del movimento per la giustizia climatica; è un fuoco che nel giro di pochi mesi ha scosso notevolmente i programmi politici, avanzando la richiesta di un Green New Deal globale.

Leggi il nostro articolo: “Non solo Amazzonia: migliaia di incendi anche in Africa”

Il libro inizia dunque con una lunga introduzione che ci riassume questi tre concetti, chiedendosi se il terzo fuoco, formato da milioni di attivisti provenienti dai cinque continenti, sia capace di spegnere i primi due. Nei successivi capitoli, la Klein ripropone diversi suoi articoli scritti negli ultimi anni, per mostrare l’evoluzione della crisi e la totale assenza di risposta politica: “Per me i riferimenti cronologici posti lungo tutto il libro sono un po’ come la clessidra disegnata sul cartello degli studenti in sciopero che ho citato: la prova incessante che le nostre società non reagiscono come se la nostra casa stesse andando a fuoco, e che la casa non se ne sta lì buonina ad ardere in un angolo, come se fosse un filmato in loop. Il rogo si allarga e si riscalda costantemente, e finiscono immolate tra le fiamme parti insostituibili della casa. Sparite, per sempre”.

Un’unica crisi, un’unica soluzione

L’autrice canadese divenne una scrittrice famosa nel 2000 con il best-seller No Logo, seguito poi da un altro pilastro, The Shock Doctrine, dove vengono denunciati i piani di aggiustamenti strutturali dallo stampo neoliberale, implementati dopo periodi di crisi (economiche, ambientali, sociali) in diversi paesi del mondo. Il legame fra sistema capitalistico e clima aveva trovato invece ampia spiegazioni in This changes everything. È però il saggio del 2017, a mio parere, a dare una coerenza complessiva a tutti i saggi sopra citati. In No Is Not Enough, l’autrice assume una consapevolezza complessiva che le varie crisi di cui siamo testimoni oggi – la crisi climatica, la crisi economica, la discriminazione di genere, l’avanzata globale della destra xenofoba contro le minoranze – sono sintomo dello stesso male, quello che lei stessa definisce il “capitalismo senza regole”.

Quindi, il salto di qualità di quest’ultimo libro, Il mondo in fiamme, non è tanto nell’analisi della crisi, quanto nel messaggio di monito che la Klein indirizza a tutti quei politici che stanno elaborando versioni nazionali del Green New Deal. L’autrice prende a modello il piano elaborato dalla deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez e sottolinea che, qualsiasi soluzione venga adottata, essa dovrà intervenire in maniera parallela sui vari fronti emergenziali. Il Green New Deal, cioè, non deve limitarsi ad essere un piano “verde”, ma può e deve risolvere contemporaneamente tutte quelle crisi che non possono più essere ignorate.

Leggi il nostro articolo: “Governo Conte-Bis: arriva la promessa del Green New Deal”

I presupposti del New Green Deal

Con le parole del libro: “È un’idea molto semplice: durante il processo di trasformazione dell’infrastruttura della nostra società alla velocità e nelle dimensioni invocate dagli scienziati, l’umanità ha la possibilità che capita una sola volta al secolo di sanare un sistema economico che sta voltando le spalle su più fronti alla maggioranza degli abitanti del nostro pianeta. Perché i fattori che stanno distruggendo il nostro pianeta stanno anche distruggendo la qualità della vita della gente in tante altre maniere, dalla stagnazione degli stipendi all’aumento delle disuguaglianze ai servizi in disarmo fino alla distruzione di qualsiasi coesione sociale. Affrontare questi fattori sottostanti ci dà l’occasione di risolvere in un colpo solo parecchie crisi intrecciate.

(…) I vari piani che sono stati proposti per avviare una trasformazione in stile Green New Deal immaginano un futuro in cui è stato scelto il difficile compito della transizione, compreso il sacrificio del consumo esagerato. In cambio però, migliorerà la qualità della vita per i lavoratori in tantissimi modi, garantendo più tempo per lo svago e per le arti, trasporti e alloggi davvero accessibili anche in senso economico, l’eliminazione di enormi gap di ricchezza tra razze e generi, e una vita di città che non sia una battaglia incessante contro traffico, rumore e inquinamento”.

Gli investimenti verdi non sono tutti uguali

Per questo motivo, Naomi Klein è da sempre molto ostile verso i grandi piani verdi di finanziamenti privati come quello promosso da Bill Gates. Un nostro recente articolo ha tristemente testimoniato l’ennesimo fallimento del Summit ONU tenutosi a New York. Non sono infatti servite le parole taglienti pronunciate da Greta, “non vi perdoneremo mai”, né tantomeno lo sciopero permanente di milioni di giovani in tutto il mondo. Gli unici fondi cospicui che sono stati annunciati provengono appunto da istituzioni private, come quella di Bill Gates, che ha previsto piani di investimenti per 790 milioni di dollari in partnership con Banca Mondiale e altri paesi. Lodevole nelle intenzioni, è d’altra parte necessario verificare la destinazione di quei fondi e le conseguenze che potrebbero derivarne.

In quest’ultimo libro, per esempio, la Klein cita il nuovo fronte della “geoingegneria”, definito dall’autrice come “interventi tecnici ad alto rischio e su ampia scala che cambierebbero radicalmente gli oceani e i cieli in modo da mitigare gli effetti del cambiamento climatico”. Bill Gates avrebbe finanziato uno di questi, lo “Stratoshield”, un impianto di palloni ad elio che sputano anidride solforosa per bloccare i raggi del sole. Il progetto ha suscitato grandi polemiche da parte di scienziati e climatologi, in quanto andrebbe a modificare il meteo e il ciclo idrogeologico, creando esiti imprevedibili. Naomi Klein ritiene che soluzioni come la geoingegneria siano sostenute da miliardari come Gates proprio perché “ci permetterebbe di proseguire all’infinito con il nostro modello di vita che esaurisce le risorse”, anziché modificare le regole di capitalismo senza regole di cui personaggi come Gates costituiscono il cardine.

Leggi il nostro articolo: “Il risultato (deludente) del Summit ONU”

Le fiamme del movimento per la giustizia climatica

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, dice il proverbio. Per questo dobbiamo essere enormemente prudenti verso coloro che, mentre al Summit ONU fanno bella figura con piani milionari di investimenti “verdi”, mantengono in piedi il sistema di libero scambio celebrato a Davos, dove proprio Greta ha fatto uno dei suoi primi incisivi discorsi: “Non voglio la vostra speranza. Voglio che abbiate paura. Voglio che sentiate la stessa paura che io sento tutti i giorni. E poi voglio che agiate. Che agiate come se ci fosse una crisi. Come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è”. Naomi Klein e Greta Thunberg, riunite un mese fa per rivendicare il diritto al futuro, ci ricordano in definitiva che il mondo è in fiamme, ma che c’è un nuovo movimento altrettanto infuocato, in continua espansione. Contro il capitalismo per salvare il clima.  

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima

bufale-sul-clima

Neanche il tempo di gioire per il successo delle manifestazioni di FridaysForFuture che la lobby del negazionismo ha tirato fuori gli artigli per difendersi, anche se in maniera piuttosto goffa. Sin dal giorno successivo al discorso di Greta all’ONU, e in concomitanza con il Terzo Sciopero Globale per il Clima, sono state svariate le testate, se così si possono definire, che hanno riportato diverse notizie atte a smontare la teoria dell’origine antropica dei cambiamenti climatici. Data la loro infondatezza scientifica non ci è difficile smentire queste bufale sul clima, una per una.

bufale-sul-clima

La petizione di “500 scienziati” inviata all’ONU

Una delle notizie più condivise e che ha creato il panico tra chi, sul tema dei cambiamenti climatici, sa poco o niente, è quella di una petizione inviata da 500 scienziati all’ONU dal titolo “There is no climate emergency” che, tradotto, significa “non esiste un’emergenza climatica”. Il promotore di questa lettera è il Professore Guus Berkhout, un personaggio già arcinoto per avere enormi interessi privati nell’industria dei combustibili fossili.

Leggi il nostro articolo: “La lettera di 250 scienziati al governo italiano”

Questa lettera, che ha la velleitaria ambizione di smentire una teoria scientifica supportata dalla maggior parte della letteratura scientifica in ambito climatico, è lunga ben 2 pagine. Due pagine, senza tra l’altro alcun riferimento a delle fonti scientifiche, per smentire 30 anni di scienza climatica. Il primo report dell’IPCC risale infatti a 29 anni fa, 13 anni prima che Greta nascesse.

Chi sono i 500 firmatari dell’ultima tra le bufale sul clima

La prima cosa da chiedersi è: “Chi saranno mai questi luminari della scienza climatica?”. Neanche a dirlo, in calce alla lettera, dei nomi dei 500 scienziati neanche l’ombra. Alla fine del testo è riportata solamente una breve lista di 14 personaggi firmatari. Di questi ben 13 non hanno alcuna pubblicazione scientifica in ambito climatico. Oltre al già citato lobbista Berkhout troviamo un imprenditore vinicolo, un geologo già associato in passato all’industria del carbone, due filosofi, un blogger, due ingegneri, un politico tedesco con molti amici che lavorano in Shell e un matematico. L’unico firmatario che ha credibilità in ambito climatico è Richard Lindzen, un fisico atmosferico notoriamente scettico riguardo l’origine antropica dei cambiamenti climatici. I suoi colleghi del MIT, dopo alcune sue dichiarazioni, hanno pubblicamente scritto una lettera per discostarsi da esse.  

Leggi il nostro articolo: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora.”

Che la lobby dei combustibili fossili dispensi ingenti somme di denaro a ricercatori per smontare le teoria sul clima non è cosa nuova ed è comprensibile che, di fronte ad una sconfitta così imminente e a delle prove così schiaccianti, le provino tutte per ripulire la propria immagine. Ma la cosa peggiore è che, nonostante la lettera non sia supportata da alcuna fonte scientifica e tra i firmatari ci sia una sola persona su 14 che abbia un minimo di autorità in ambito climatico, un esercito di persone disinformate abbia condiviso la notizia con tanto di insulti verso Greta ed i suoi seguaci.

Il fact-checking della teoria della lettera

Le affermazioni contenute all’interno della lettera sono le solite teorie tanto care ai negazionisti climatici. Su tutte quella secondo cui il pianeta Terra ha già vissuto ampie variazioni di temperatura in passato e che, quindi, quello cui stiamo assistendo oggi sia un fenomeno naturale e che nulla ha a che vedere con le attività umane. Bene. Fa un po’ sorridere dover ancora rispondere a tali affermazioni nel 2019, ma cerchiamo di farlo una volta per tutte.

Leggi il nostro articolo: “Il nuovo report IPCC su ghiacciai e oceani”

La letteratura scientifica in ambito climatico nella sua quasi totalità – si parla del 99% dei climatologi che hanno pubblicazioni sul tema dei cambiamenti climatici – attribuisce al riscaldamento globale un’origine antropica. Qualora non bastassero i report IPCC, a cui hanno partecipato le più illuminate menti del pianeta, si possono elencare tutta una serie di altri studi sul tema. 30 anni di letteratura scientifica, 99% di consensi. Questi sono i dati delle ricerche compiute sull’origine antropica dei cambiamenti climatici.

Gli studi che smontano le bufale sul clima

Ultimo in ordine temporale uno studio pubblicato su Nature, rivista scientifica tra le 2 più autorevoli a livello mondiale, che smonta proprio questa idea. La velocità e la vastità, su scala territoriale, dei cambiamenti di clima cui stiamo assistendo oggi non hanno precedenti storici. Vero è che la terra ha già vissuto periodi “estremi” di surriscaldamento o raffreddamento, come nella tanto citata – per lo più dai negazionisti – piccola età glaciale (1300-1800 d.C) o nel periodo caldo medievale (700-1.300 d.C). Così come è altrettanto vero che questi episodi, che si sono verificati in centinaia di anni e non in 50 come oggi, hanno colpito delle aree geografiche circoscritte in altrettanti periodi differenti.

Leggi il nostro articolo: “I numeri delle manifestazioni di Fridays For Future”

Secondo i dati NOAA, e quindi NASA, un cambiamento così repentino su scala globale della temperatura si è verificato per l’ultima volta ai tempi dei dinosauri. Mai, e sottolineiamo mai, da quando la razza umana vive su questa terra si è mai verificato un cambiamento climatico con un così alto sbalzo di temperatura che ha simultaneamente coperto il Pianeta intero nell’arco di 50 anni. Mai. Chiunque affermi il contrario è disinformato o, peggio, corrotto.

Zichichi, Rubbia & co. contro la scienza

Ha deciso di voler partecipare al party dei negazionisti anche Antonio Zichichi, noto docente di Fisica dell’Università di Bologna. In una sua intervista pubblicata su “Il Giornale” ormai più di 3 mesi fa Zichichi ha nuovamente sostenuto la sua teoria secondo cui non esistono modelli matematici in grado di analizzare quanto sostenuto dagli scienziati del clima: “Il clima rimane quello che è. Una cosa della quale si parla tanto, senza usare il rigore logico di un modello matematico e senza essere riusciti a ottenere la prova sperimentale che ne stabilisce il legame con la realtà».

https://www.youtube.com/watch?v=MN6Y7Q-u3Vw
Mercalli smentisce Rubbia

Se analizziamo i fatti non è difficile scoprire che ad oggi abbiamo già 61 modelli climatici basati su equazioni matematiche, anche piuttosto complesse. Gli scienziati dell’IPCC – vale la pena ricordare che siano proprio loro la voce più autorevole al mondo sul tema – hanno più volte dichiarato che “continua a esserci un’altissima sicurezza sul fatto che che i modelli riproducono il comportamento delle temperature medie superficiali su larga scala, con una correlazione del 99%”. Il legame tra riscaldamento globale ed attività umane c’è, è dimostrato e reale. Anche se può infastidire.

La lista di fonti ufficiali che smontano le bufale sul clima

Se mai un negazionista avrà l’umiltà di leggere questo articolo e confrontarsi con quello che dicono il 99% delle pubblicazioni in ambito climatico che si sono succedute nella storia, ecco solo alcune delle fonti più autorevoli in materia. Iniziamo dal report IPCC (link), che già da solo basterebbe per smentire tutta questa serie di bufale sul clima. Abbiamo poi i dati NOAA (link), i report sullo storico della concentrazione di CO2 nell’atmosfera (link), un report della NASA sulle evidenze del cambiamento climatico (link), il report di Nature sopra citato (link) più una sfilza di articoli di smentita delle bufale sul clima pubblicati da diverse testate. Tra questi citiamo quelli di Open, Valigablu – sì, anche il celebre discorso di Rubbia è pieno di bufale sul clima- Climalternati e Repubblica.

Breve riassunto del contenuto delle fonti elencate. Credits: Chi ha paura del buio?

Questo solo per citare un’infinitesima parte della letteratura a supporto della teoria dell’origine antropica dei cambiamenti climatici. Qualora fosse necessario, non esiteremo a riportare altre fonti.

Lasciamo parlare chi può farlo

Ed eccoci arrivare al nocciolo del problema. Oggi, con l’attenzione che il tema dei cambiamenti climatici sta ottenendo, chiunque si sente legittimato a parlare di riscaldamento globale. Riportiamo uno spezzone di un bellissimo articolo recentemente uscito sull’Huffington Post ad opera di Federico Battiston, fisico e Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana: “Vi sono ormai più esperti in clima in Italia che allenatori di calcio. Ed il che è tutto dire”.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU”

Ora, se questo venisse fatto in maniera coerente con quelle che sono le migliori rilevazioni scientifiche disponibili, non ci sarebbe problema. Tutti noi sapremmo perché il pianeta si sta scaldando, quali siano le cause, cosa andrebbe fatto e tutto il resto. Se invece la scienza, come fatto troppo spesso anche da chi sul tema ne sa poco o niente, viene travisata,allora sì che c’è da preoccuparsi.

Video di satira sugli adulti che se la prendono con Greta Thunberg. Sottotitoli disponibili su Youtube

Noi lo ribadiamo, la scienza non è un’opinione. “Va bene, la pensiamo diversamente ma ognuno rimane della propria idea”. Beh, non è così. Ci sono fonti autorevoli ed altre che non lo sono. Ci sono dati raccolti in maniera affidabile e modelli che li riproducono in maniera altrettanto affidabile. E poi ci sono gli altri. Quelli che nel momento in cui sono stati messi a nudo da una ragazzina di 16 anni hanno deciso di vomitargli odio addosso. Smettetela di prendervela con Greta. Iniziate a giudicare i contenuti di quello che dice, iniziati ad ascoltare quello che dice la scienza e l’IPCC. É la stessa Greta la prima a specificarlo: “Non ascoltate me, ascoltate la scienza”. Iniziate a fare qualcosa che sia utile per il futuro vostro e di tutti, invece di alimentare sterili polemiche. Rischiate di fare davvero una brutta figura. Questa battaglia, la perderete.

Il risultato (deludente) del Summit ONU

Il summit ONU sul clima del 23 settembre mi e’ sembrato paragonabile a una di quelle riunioni di ufficio inutili, che potrebbero essere riassunte con una email. Ovviamente, il potenziale dell’evento era altissimo. Una grande opportunita’ di affrontare problemi tutt’altro che risolvibili a distanza. Purtroppo pero’ nessuno, se non la giovane Greta Thunberg e il presidente delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dimostrato una spiccata preoccupazione per quello che sta accadendo al nosro pianeta.

Leggi il nostro articolo “Il discorso di Greta all’Onu e i numeri della politica”

Chi sbaglia non paga

Il risultato migliore e stato l’annuncio da parte di 77 Paesi di impegnarsi ad azzerare le emissioni entro il 2050. Di questi, pero, la maggior parte ha contribuito solo in minima parte alle emissioni totali di anidride carbonica. I Paesi invece che maggiormente hanno contribuito e contribuiscono tuttora all’aumento della temperatura terrestre come Cina, Stati Uniti, India, Russia e Giappone non hanno mostrato la volonta di voler fare di piu’, il che sarebbe totalmente in loro potere. Semplicemente si atterranno agli accordi di Parigi.

Dal canto suo, il presidente americano Donald Trump non ha cambiato idea rispetto alla sua decisione dello scorso anno di sfilarsi dagli accordi sul clima di Parigi. Anzi, inizialmente aveva persino annunciato di non volersi presentare al Summit. A sorpesa, invece, e’ entrato in aula, fermandosi per circa 15 minuti, giusto il tempo di ascoltare gli interventi di Angela Merkel e Narendra Modi, il primo ministro indiano. Nessuna parola, nessun impegno, nessun ripensamento. La sua presenza e’ stata penso paragonabile a quella di un bambino col muso che per capriccio minaccia di non prendere parte alla cena di famiglia. Ma, appena questa si riunisce, esce di soppiatto dalla cameretta e si affaccia in cucina per richiamare l’attenzione. Come se volesse dire al mondo che, per quanti sforzi si facciano, in mancanza degli Stati Uniti vi e’ poco da sperare. E vorrei con tutta me stessa che non avesse ragione.

Brasile, India e Turchia sul filo del rasoio

Il suo compagno di giochi, il presidente brasiliano Bolsonaro, non ha invece avuto remore nell’invocare il diritto sovrano a gestire la questione Amazzonia come meglio crede, affermando: “L’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità”.

Leggi il nostro articolo: Bolsonaro vuole distruggere l’Amazzonia

Il Primo Ministro indiano, Narendra Modi, ha detto che la sua nazione si impegnerà ad aumentare la quota di energia proveniente da rinnovabili entro il 2022. Non ha fatto pero’ alcun riferimento alla riduzione della dipendenza da carbone. Nemmeno il Presidente della Turchia Erdoğan ha annunciato nessun piano per diminuire l’utilizzo del carbone, né ha espresso l’intenzione di ratificare gli Accordi di Parigi. Vorrebbe invece che la Turchia fosse riclassificata come Paese in via di Sviluppo, cosi’ da poter accedere a fondi speciali.

Bill Gates e gli altri

Le uniche iniziative significative ma, purtroppo, non sufficienti, sono state proposte dal mondo della finanza, privati e aziende. Diversi gestori di fondi infatti proveranno a presentare piani finanziari improntati a emissioni zero entro il 2050, e decine di compagnie private si allineeranno agli obiettivi della COP21. La Bill and Melinda Gates Foundation, insieme alla Banca Mondiale hanno annunciato impegni finanziari per 790 milioni di dollari. L’obiettivo e’ di migliorare la resilienza di oltre 300 milioni di piccoli produttori alimentari che devono affrontare l’impatto sul clima. Infine, più denaro è entrato nelle casse del Green Fund, il fondo destinato ad aiutare le nazioni in via di sviluppo nelle questioni climatiche: grazie all’impegno di Islanda, Svezia, Danimarca, Norvegia, Francia, Regno Unito e Canada, ora vi sono stanziati 7 miliardi di dollari.

Intanto, a discapito delle non-decisioni dei grandi, il movimento ambientalista popolare si fa largo per le strade di tutto il mondo e non sembra rinunciare alla richiesta di essere, un giorno, ascoltato.

Leggi il nostro articolo: I numeri della manifestazione Fridays for Future

I numeri delle manifestazioni di FridaysForFuture

Si è conclusa venerdì 27 la WeekForFuture, una settimana di manifestazioni in giro per il mondo organizzate dal movimento ambientalista FridaysForFuture. Se c’è una cosa che si può dire con certezza, è che il Terzo Sciopero Globale per il Clima costituisca un successo senza precedenti storici in materia di attivismo ambientale. Sulle orme di Greta Thunberg le strade di tutto il mondo hanno visto sfilare 6 milioni di giovani, e non solo, in tutti i continenti, Antartide inclusa, per un totale di 3287 manifestazioni in 173 paesi. I numeri registrati da FridaysForFuture in questa tornata di scioperi sono a dir poco impressionanti. E questo non è che l’inizio.

numeri-FridaysForFuture
Credits: Fridays For Future Milano

Leggi il nostro articolo: “Onda verde globale. Milioni di giovani in piazza”

I numeri di FridaysForFuture in giro per il mondo

Le manifestazioni si sono concentrare soprattutto in due giornate: venerdì 20 e 27 settembre. In questo modo i ragazzi di Fridays For Future sono riusciti a spalmare le manifestazioni in un arco temporale più ampio, in modo da “circondare” il Climate Action Summit che si è tenuto al palazzo di vetro dell’ONU nelle giornate del 19,20 e 21 settembre. Le immagini degli scioperi hanno invaso i social di tutto il mondo e hanno riempito di gioia chi, finalmente, dopo anni di lotte ambientaliste ignorate vede il mondo intero schierarsi apertamente contro i cambiamenti climatici.

In Nuova Zelanda più del 3,5% della popolazione è scesa in piazza. A Montreal, in Canada, più di 500.000 sono scese per strada a fronte di una popolazione totale di 1,7 milioni di persone. Per chi non fosse bravo in matematica questo significa che, nella città simbolo del Quebec, una persona su tre ha scioperato. Questi sono solo due esempi, lampanti, di quello che è successo. I numeri non mentono mai. I giovani chiedono un futuro diverso.

I numeri di FridaysForFuture in Italia

Se spostiamo la lente d’ingrandimento sul nostro paese possiamo sicuramente gonfiare il petto con orgoglio. La partecipazione, soprattutto nelle grandi città, è stata incredibile. Napoli, 100.000 persone. Milano, 200.000 persone. Torino, 50.000 persone. Bologna, 20.000 persone. Roma, 200.000 persone. Un totale di presenza che sfora il milione. E l’incredulità della stessa Greta Thunberg che via social ha espresso tutta la sua gratitudine verso i giovani del nostro paese.

Una dimostrazione che a mancare, in Italia, non sia tanto la volontà di cambiamento quanto le misure, da parte della politica, atte a renderlo possibile. La buona notizia, in questo senso, è lo schieramento da parte della quasi totalità delle forze politiche in Parlamento in favore dei giovani manifestanti.

Le critiche degli haters

Ovviamente non hanno tardato ad arrivare le più svariate critiche. Su tutte quelle riguardanti il gesto simbolico, da parte degli attivisti di Fridays For Future Milano, di bruciare un mappamondo di cartapesta in Piazza Duomo. “Gli attivisti hanno generato fumo e cenere, emettendo CO2”. Quando chi critica inizia ad attaccarsi a piccoli e, sul piano climatico, irrilevanti dettagli, vuol dire che la strada intrapresa è quella giusta. Reazioni di questo genere sono tuttavia comprensibili. Quando si sbaglia in modo così grave e per così tanto tempo, è difficile per chiunque ammetterlo. Così come lo è vedere un oceano di “ragazzini” mettere tutti di fronte ai propri errori ed alle proprie responsabilità.

Ciò che resterà di questa sterile polemica è l’immagine di un gesto simbolico. Il nostro pianeta è in fiamme. E se c’è ancora chi non ci crede, qualcosa bisognerà pur fare. Anche se, una tantum, viene emessa una quantità di CO2 in atmosfera pari a quella generata dalla produzione di un etto di prosciutto o da 0,01 secondi di volo di un aereo di linea.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per cambiare la scuola”

Non abbiamo bisogno di docenti di coerenza, abbiamo già Greta a farci da esempio. Abbiamo bisogno di persone che abbiano il coraggio di ammettere di aver sbagliato e che inizino ad ascoltare la scienza invece di puntare il dito contro chi, quanto meno, prova a far qualcosa per cambiare le cose. Oltretutto, con discreta partecipazione.

Un nuovo ’68?

Critiche a parte resta la portata di un movimento che in poco più di un anno ha portato al centro del dibattito politico internazionale il tema dei cambiamenti climatici. Un anno fa, di questi tempi, nessuno, o quasi, conosceva la giovane Greta. Così come nessuno si sarebbe mai sognato di andare in piazza a protestare per il riscaldamento globale. Per non parlare della quantità di persone a cui non importava nulla del problema e che a stento conosceva il significato delle parole “cambiamenti climatici”.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU”

Numeri alla mano il successo di questi FridaysForFuture è un avvenimento senza precedenti, quanto meno in tempi recenti, ed il paragone con il movimento del ’68 è d’obbligo. La potenza di queste manifestazioni è ormai riconosciuta a livello globale, così come le sue richieste, più che mai unanimi. La convinzione con cui le proteste vengono portate avanti – siamo già alla terza manifestazione di portata globale in poco più di 6 mesi – la sempre crescente partecipazione, ormai non solo da parte dei giovani, e l’inconfutabile solidità scientifica delle teorie sui cambiamenti climatici sono caratteristiche che pongono le basi per una crescita sempre più verticale del movimento che, a questo punto, sarà difficilmente arrestabile. Al pari di Greta.

Leggi il nostro articolo: “Climate Strike: la nuova alba dell’ambientalismo”

Lei, certamente, non si fermerà. Così come non lo faremo noi. Smettetela di criticare ed unitevi a noi. O, altrimenti, fatevene una ragione. Ma lasciateci lottare, in pace, per il nostro futuro. “Il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno”.

Greta e 15 giovani hanno sporto denuncia contro gli inquinatori

In questi giorni si è tenuto il Climate Action Summit, un incontro tra tutti i Paesi facenti parte dell’ONU, dove ogni Stato ha presentato le contromisure che verranno adottate per far fronte ai cambiamenti climatici. Un’occasione come poche per innalzare il livello di attenzione verso il problema. La giovane Greta Thunberg, ospite d’eccezione dell’evento, ha subito colto l’opportunità per dirne quattro ai rappresentanti dei vari stati, grazie ad un discorso che è diventato virale in pochissime ore. Ma la giovane attivista svedese non si è limitata solo a questo. Insieme ad altri 15 giovani Greta ha infatti presentato al cospetto delle Nazioni Unite un reclamo per difendere il proprio diritto al futuro.

greta-denuncia

La Convenzione dei diritti sull’infanzia

La base giuridica su cui si basa la mozione è un documento redatto dalle Nazioni Unite circa 30 anni fa che è anche uno di quelli firmati dal maggior numero di paesi membri. La Convenzione dei Diritti sull’Infanzia impegna gli stati firmatari ad impegnarsi per garantire un futuro che possa essere il più florido possibile per le future generazioni. I 15 ragazzi che hanno presentato il ricorso provengono da 12 nazioni diverse. I 5 paesi verso cui la denuncia è indirizzata sono quelli che più hanno contribuito storicamente ad emettere CO2 nell’atmosfera tra i sottoscrittori dell’accordo.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso virale di Greta all’ONU e i numeri della politica”

Si tratta di Germania, Francia, Brasile, Argentina e Turchia. Stati Uniti e Cina non risultano infatti tra i Paesi che hanno ratificato l’accordo. L’accusa è quella di non essere stati in grado di mantenere fede ai propri doveri verso le future generazioni.

Il contenuto della denuncia di Greta e dei 15 giovani

All’interno del documento presentato alle Nazioni Unite le richieste dei 15 giovani sono più che ragionevoli. Così come il movente dell’accusa: “Questi Paesi non hanno utilizzato le proprie risorse per prevenire le conseguenze dell’attuale crisi climatica, ampiamente previste dalla scienza. Né tanto meno hanno cooperato in maniera efficiente con altre nazioni per mettere provare a risolvere il problema”. Ma non finisce qui. Il documento porta infatti alla luce l’inadeguatezza delle misure che verranno attuate per ridurre le emissioni di CO2. I tagli previsti, infatti, non impediranno alla temperatura di alzarsi di almeno 2 gradi.

Leggi il nostro articolo: “I giovani al summit ONU: “Viviamo con la paura del futuro”

Questa soglia, che è stata inserita nel Paris Agreement come obiettivo minimo, non è infatti rassicurante. La scienza ha previsto come con un tale aumento della temperatura non fermerebbe alcuni degli effetti più immediati e devastanti del cambiamento climatico come l’aumento in intensità e frequenza delle ondate di calore, l’aumento del livello dei mari, il declino della redditività dei campi coltivabili in giro per il mondo e via dicendo. La richiesta è dunque quella di aumentare le ambizioni dei piani per il clima in sintonia con le nazioni di tutto il mondo.

Uno scenario già visto

Non è la prima volta che dei cittadini denunciano le istituzioni, ree di non prendere contromisure adeguate alla crisi climatica in atto. A Marzo, in Francia, alcuni gruppi ambientalisti, inclusi Greenpeace e Oxfam, hanno presentato una mozione contro il governo francese. Il motivo dell’accusa l’inadeguatezza delle politiche messe in atto da Macron per mitigare i cambiamenti climatici. In Olanda, circa un anno fa, un tribunale ha emesso una sentenza in cui ordinava al governo di accelerare la riduzione delle emissioni, attribuendo ai cambiamenti climatici un alto grado di pericolosità ed urgenza. Scenari simili si sono verificati anche in altri paesi, tra cui anche gli Stati Uniti.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare i cambiamenti climatici serve (anche) una rivoluzione popolare”

Nella maggior parte dei casi chi ha presentato la mozione ha poi vinto la causa. Questo è stato reso possibile proprio dall’affidabilità delle teorie scientifiche che trattano il problema della crisi climatica. Anche in Italia un gruppo di cittadini e associazioni si sono riuniti sotto il nome di “Giudizio Universale” e sono già all’opera per denunciare il nostro Governo. D’altronde l’urgenza del problema ed il ritardo con il quale si è iniziato ad affrontarlo richiedono anche azioni di questo tipo.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Ad essere franchi, non resta altro da fare che provarle tutte. Dagli scioperi, alle denunce, fino alle più radicali azioni messe in atto da Extinction Rebellion. Greta non è sola in questa battaglia. Al contrario, ha alle sue spalle un esercito di cittadini che si sono stancati di guardare inermi mentre il proprio futuro va in fumo e che faranno di tutto per vincere questa battaglia. Insomma, per dirla da “gretini”: “Il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno”.

Il discorso di Greta all’ONU e i numeri della politica

Summit ONU sul clima, Greta Thunberg
Un’accigliata Greta Thunberg all’inizio del proprio discorso tenuto presso la sede delle Nazioni Unite.

Emotivo; così si potrebbe definire il discorso odierno di Greta Thunberg al summit ONU sul clima. Vedere una ragazzina ferita, con gli occhi lucidi e la voce sul punto di spezzarsi, smuoverebbe coscienza a chiunque ne disponga (e forse è proprio questo il problema). Ieri Greta si è infatti rivolta alla schiera dei potenti delle Nazioni Unite con parole di sfida, di rimprovero, dando l’ultimatum definitivo.

Il discorso pronunciato denuncia l’azzardo con il quale i politici si stanno giocando il futuro di Greta, e con il suo il nostro. Non ci è dato sapere quale sia il pensiero reale dei politicanti al sentire pronunciate queste accuse. Nessuno d’altronde gli pone questo genere di domande e nessuno in ogni caso si aspetterebbe in risposta la verità. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe approfondimento. Poco male, tanto l’unica risposta che conta davvero sono i fatti, tutto il resto è… declino planetario.

Il discorso di Greta tradotto in italiano

Il video del discorso originale di Greta Thunberg.
Fonte: canale YouTube di The National.

Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio.

Questo è tutto completamente sbagliato. Io non dovrei essere qui sul palco ma a scuola dall’altra parte dell’oceano. Ma voi vi rivolgete a noi giovani come speranza per il futuro. Ma con che coraggio? Voi avete rubato i miei sogni e la mia gioventù con le vostre parole vuote, e io sono una delle più fortunate. La gente sta soffrendo. La gente sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto quello di cui siete capaci di parlare sono denaro e favole riguardo a una crescita economica eterna. Come osate?

Per oltre trent’anni la scienza è stata chiarissima. Con che coraggio continuate a fare finta di niente e venire qui affermando di fare abbastanza, quando le politiche e le soluzioni necessarie non sono neanche all’orizzonte? Dite ascoltarci e di capire l’urgenza, ma per quanto triste e arrabbiata io possa essere, non ho alcuna intenzione di crederci. Perché se veramente capiste la situazione e ciononostante continuaste a fallire a reagire, significherebbe che siete malvagi, e io questo mi rifiuto di crederlo.

La popolare idea di dimezzare le nostre emissioni in dieci anni ci dà solamente il 50% di possibilità di rimanere sotto il grado e mezzo di riscaldamento globale e di prevenire il rischio di avviare una serie reazioni a catena al di fuori del controllo umano. 50% potrebbe essere accettabile per voi. Ma quei numeri non includono punti critici, la gran parte dei cicli di retroazione, e il riscaldamento aggiuntivo nascosto dell’inquinamento dei trasporti aerei o gli aspetti dell’equità e della giustizia climatica. Inoltre, fanno affidamento sul fatto che la mia generazione risucchi miliardi di tonnellate della vostra CO2 dall’atmosfera, con tecnologie che quasi non esistono ancora. Per questo una chance di successo del 50% non è accettabile per noi che dovremmo convivere con le conseguenze.

Per avere una possibilità del 67% di rimanere al disotto di un’innalzamento delle temperature di un grado e mezzo celsius, la quota più ottimistica data dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, il mondo aveva 420 gigatonnellate di CO2 ancora emittibili in data primo gennaio 2018. Oggi, quella stima è già scesa a meno di 350 gigatonnellate. Con che coraggio fate finta che questo vostro piano possa essere attuato come una qualsiasi altra politica e grazie a qualche soluzione tecnologica? Con i livelli di emissioni odierni questo tetto di CO2 sarà superato in meno di 8 anni e mezzo.

Quest’oggi non sarà presentato alcun piano né soluzione adeguato. Perché questi numeri sono troppo scomodi e voi non siete ancora sufficientemente maturi per dire le cose come stanno. Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a rendersi conto del vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono posati su di voi e se decidete di deluderci, beh allora io dico: non vi perdoneremo mai. Non la farete franca. Qui, oggi, è dove tracciamo il confine. Il mondo si sta svegliando e il cambiamento avverrà che vi piaccia o meno.

Il discorso di Greta Thunberg tenuto oggi al summit ONU sul clima, tradotto per voi da L’EcoPost.

Greta Thunberg e l’arte del cazziatone

Personalmente io a Greta Thunberg riconosco un merito principale: quello di non rinunciare mai a fare il cazziatone. L’arte del cazziatone sembra facile, ma non lo è. Infatti, chi fa le pulci agli altri, personaggi pubblici e non, corre solitamente il rischio di risultare pedante e ripetitivo. La tendenza è quindi quella di compromettersi in base al contesto e al pubblico e di optare per toni più pacati così da non finire nel dimenticatoio o di essere etichettato come un personaggio scomodo o per questo indesiderato. Questo Greta Thunberg non lo fa.

Lei cazzia (soprattutto politici, presenti e non) costantemente da oltre un anno. La sua intransigenza, e l’auspicabile concretizzazione delle sue aspettative, sono effettivamente l’unica speranza di salvezza. Non che lei sia la salvezza in sé, per quanto bene e ammirazione si possa avere per lei. Bensì lo è l’accettazione progressiva di lei come personaggio pubblico nella narrativa mediatica mondiale, che ha l’effetto di introiettare negli individui la sua narrativa perentoria e di conseguenza il rigore necessario senza il quale l’equilibrio con la natura è impossibile.

Sul tema della narrativa del cambiamento climatico, leggi anche il nostro articolo: Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico

Solo la politica sotto la lente d’ingrandimento?

Greta Thunberg è quindi un’icona, capace di ritagliarsi questo ruolo con continuità, intransigenza e una scelta delle parole sempre adeguata. Lei si è sobbarcata il compito di responsabilizzare la politica mondiale, non proprio quello che ci si aspetterebbe da una sedicenne, per quanto svedese. Ma c’è un dettaglio che non va e non può essere trascurato, che se tutti gli attivisti per lo sviluppo sociale e contro il cambiamento climatico del mondo, con Greta Thunberg in testa, riuscissero a convincere la politica ad agire, questo avrebbe ripercussioni sulla vita di noi tutti.

Il cambiamento politico non rimarrebbe puramente politico, ma si stratificherebbe lungo tutto il tessuto sociale. Cosa succederebbe se la politica agisse concretamente ma buona parte della popolazione si opponesse alle tasse, ai divieti, alle limitazioni, o più semplicemente ai cambiamenti imposti dall’alto? Se è vero che senza la politica la forte volontà di molti non basta, altrettanto vero è che la politica non ha vita facile nel convincere i cittadini di tutto il mondo che per garantire un futuro alle attuali e alle future generazioni, loro, nel loro piccolo, dovranno fare tante rinunce.

Dunque non lasciamo Greta Thunberg da sola, ma non lasciamo neanche la politica da sola. La prima è molto matura, ma è solo una ragazza, la seconda (proprio come ha detto Greta) non è ancora sufficientemente matura per prendere decisioni da sola.

Il video del WWF pubblicato in data 22 settembre 2019, dal titolo “Il Panda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”. Fonte: il canale YouTube di WWF Italia

Sul tema dei giovanni come ultima salvezza, leggi anche il nostro articolo: I giovani al summit ONU “Viviamo con la paura del futuro”