La deforestazione è uno dei maggiori problemi ambientali del nostro secolo. In passato ha contribuito al riscaldamento globale e in futuro renderà la vita difficile alle future generazioni.
La deforestazione è dovuta a diversi motivi. Ricavare legno per costruzioni e da usare come combustibile oltre che commerciare quello pregiato. Ottenere spazio per colture, allevamenti intensivi, costruzione di città, centri commerciali e altri spazi adibiti alle attività umane.
La deforestazione massiccia, però, provoca danni incalcolabili. Innanzi tutto l’assenza di alberi non permette la trasformazione in ossigeno dell’anidride carbonica. Inoltre i fumi degli incendi necessari per la disboscamento causano malattie polmonari mortali a noi e alla fauna delle foreste. Quest’ultima, privata del suo habitat naturale, non sopravvive e danneggia l’intero ecosistema. Infine, le persone che vivono in zone limitrofe sono spesso sfrattate, private dei loro beni e soprattutto dei loro diritti.
In questa categoria saranno quindi riportate nel dettaglio le cause e le conseguenze della deforestazione intensiva.
Ce l’ha fatta. L’Etiopia ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissata di riuscire a piantare 200 milioni di alberi in un giorno. Esattamente in corrispondenza dell’Overshoot Day mondiale, lo scorso 29 luglio. L’iniziativa ha preso il nome di #GreenLegacy e, attraverso la piantagione degli alberi, mira a combattere il crescente degrado ambientale e a sensibilizzare gli etiopi (e non solo) sul tema.
Una grafica dell’iniziativa #GreenLegacy (a sinistra), il Primo Ministro etiope nell’atto del piantare un albero. Fonte: AfricaNews.com
«We did it Ethiopia!» – Green Legacy e il nuovo record
È quanto si legge sulla pagina ufficiale dell’iniziativa sul sito del primo ministro etiope Abiy Ahmed, tramite la quale aveva invitato i propri connazionali a prendere parte attiva nella campagna da record. Solo attraverso la chiamata al pollice verde è stato infatti possibile riuscire a raggiungere questo risultato universalmente vantaggioso.
Il Primo Ministro su Twitter: «Congratulazioni Etiopia, non soltanto per aver raggiunto il nuovo come obiettivo #GreenLegacy, ma per averlo addirittura superato.»
Infatti, il record è andato ben oltre le aspettative. Il già inimmaginabile obiettivo di 200 milioni di alberi in un giorno è stato non solo facilmente raggiunto, ma abbondantemente superato, quasi raddoppiandolo. Il conteggio totale è infatti di 353.633.660 alberi piantati. A voler proprio esaltare in toto le gesta del paese africano e della sua popolazione, il traguardo è stato raggiunto in circa 12 ore.
A partecipare sono state persone di pressoché tutte le regioni del paese e di qualunque estrazione sociale. Le strade delle principali città, tra cui la capitale Addis Abeba, sono state deserte per l’intera giornata, proprio a causa della grandissima partecipazione ottenuta dall’iniziativa. A prendere parte all’azione collettiva sono stati anche alti esponenti del governo e delle varie organizzazioni nazionali e internazionali, imprese private, e dipendenti pubblici, liberati appositamente dal proprio servizio.
Stando alle dichiarazioni del Primo Ministro, sarebbe stato sviluppato un software dedicato che ha permesso di mantenere il conteggio degli alberi piantati in tutto il paese.
La situazione attuale in Etiopia
Questa iniziativa meritevole di ogni elogio è la risposta a una situazione drammatica. L’Etiopia ha attualmente una copertura boschiva del 4%, un diminuzione drastica rispetto al 30% di fine secolo scorso. Uno dei paesi che stanno maggiormente soffrendo le conseguenze del cambiamento climatico. Tutto questo mentre la società e l’economia etiope sono in forte espansione.
La campagna di riforestazione Green Legacy, che prevede un totale di 4 miliardi di alberi piantati nel corso dell’estate, periodo di inizio della stagione delle piogge, è dunque al contempo una misura inevitabile, tanto verde quanto sociale. Per raggiungere il traguardo prefissato, ogni cittadino è tenuto a piantare in media 40 alberi nel periodo previsto.
Con la desertificazione che avanza, dovuta all’aumento della siccità nel paese del Corno d’Africa, non ci sono infatti terreni agricoli a sufficienza, necessari per sostenere lo sviluppo. Nel 2017, gli esperti hanno inoltre calcolato attorno a circa 2 milioni il numero di animali deceduti a causa dell’insufficienza di risorse idriche, legate alla scarsità di precipitazioni.
Video riassuntivo dell’impresa etiope. Fonte: TRT World
Il precedente record era dell’India, che con una partecipazione di 800.000 persone (circa 8 volte la popolazione etiope), aveva piatato 50 milioni di alberi.
Un inizio d’estate catastrofico in Spagna. L’impennata delle temperature in tutta l’Europa Occidentale provocata dell’aria proveniente dal Sahara ha messo il Paese di fronte a un’emergenza. Oltre 10.000 ettari inceneriti nel giro di due settimane a cavallo tra giugno e luglio. Una celebre meteorologa spagnola, Silvia Laplana, aveva messo in guardia i conterranei sul proprio profilo Twitter, adattando una celebre citazione «El infiernois coming».
«El infierno is coming» – la citazione di Game of Thrones per avvertire sugli imminenti pericoli.
A fuoco il centro e il nord-est
Gli incendi prendono il nome del luogo di comparsa: Ribera d’Ebre (Tarragona), Almorox (Castilla-La Mancha, poi estesosi alla comunità autonoma di Madrid), e Gavilanes (Ávila); ma la diffusione delle fiamme ha interessato molte più comunità.
Toledo-Madrid: el infierno is coming ma non si può intervenire
Assurdo è quanto successo ai margini della Comunità Autonoma di Madrid. L’incendio, il più grande di sempre per la comunità della capitale (circa 4.000 ettari in totale, di cui 2.183 nel madrileno), è stato ampiamente favorito dalla cattiva coordinazione delle forze addette. Le brigate forestali hanno infatti denunciato la tardiva autorizzazione da parte del Centro di Coordinazione operativa di Madrid, che ha tardato un’ora ad arrivare.
«Quando abbiamo visto la colonna di fumo ci trovavamo a due o tre minuti di distanza […] però non ci davano l’ordine di intervenire. Tornammo alla base e quando finalmente ci attivarono, era già passata una ora. È disarmante vedere come cresceva il fumo, trovarsi a due o tre minuti di distanza e non poter fare nulla»
L’incendio è infatti divampato nella regione confinante di Castilla-La Mancha, nella provincia di Toledo, e il via libera non è arrivato fino a quando le fiamme hanno attraversato l’immaginario confine regionale. Tra l’altro i residenti hanno temuto il peggio. Come si vede dalle foto, le fiamme hanno quasi raggiunto i centri abitati, costringendo le autorità all’evacuazioni di alcune delle comunità interessate.
Circa 6.000 ettari in fiamme in Catalogna
Spaventoso è il video delle riprese aeree della zona bruciata nella provincia di Tarragona. Distese sconfinate senza quasi più traccia di vegetazione.
Le immagini aeree della devastazione provocata dall’incendio di Ribera d’Ebre; fonte: La Vanguardia
Ad Ávila un chiaro esempio dell’incontrollabilità degli incendi
Sebbene quello di Ávila sia stato il minore dei tre incendi che hanno messo a fuoco il paese iberico, è però forse la più chiara dimostrazione dell’aumento di imprevedibilità degli incendi. Infatti l’incendio, sottovalutato in un primo momento, si è dimostrato più ostico da controllare di quanto si pensasse. Le ottimistiche stime di 500 ettari bruciati sono state presto smentite dalle fiamme, che hanno interessato un totale di circa 1.400 ettari, prima di essere estinto dai pompieri intervenuti, una settimana più tardi.
La Spagna si è offerta di ospitare una base per la lotta agli incendi forestali nell’UE
Lo scorso 9 luglio, in occasione della visita del commissario europeo per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi, Christos Stylianides, si è offerta per ospitare una base regionale per la lotta agli incendi forestali nell’Unione. Si tratta di un sistema di protezione civile a livello dell’intera Unione Europea, con data prevista per il 2025. La Spagna, tra l’altro, presta già due canadair alla flotta europea contro gli incendi, alla quale partecipano Croazia e Francia (con un aereo a testa), Italia (due aerei), e Svizzera (con sei elicotteri). Gli incendi però non attenderanno i tempi della politica unitaria per riniziare ad ardere, l’inferno è già qui.
A ideare il più grande piano di riforestazione del mondo è Tom Crowther, un climatologo dell’Università ETH di Zurigo. Quattro anni fa Crowther ha stimato che oggi sulla terra ci sono già 3 bilioni alberi. Una cifra molto più alta di quella precedentemente indicata dalla Nasa di 400 miliardi. Il suo team ha calcolato che abbiamo abbastanza spazio per piantarne altri 1.200 miliardi. E farlo porterebbe grandi benefici in termini di assorbimento di CO2 dall’atmosfera e di mitigazione dei cambiamenti climatici.
La migliore soluzione ai cambiamenti climatici
In un’intervista rilasciata alla CNN Tom ha affermato che “la quantità di carbonio che possiamo immobilizzare se piantassimo questa quantità di alberi sarebbe di gran lunga più alta di quella che potremmo raggiungere con qualsiasi altra delle soluzioni pensate contro i cambiamenti climatici.” A fare da eco a questo annuncio dello studioso c’è l’associazione Plant for the Planet, di cui Crowther è consulente scientifico. Questa no profit sta infatti portando avanti, da ormai diversi anni, la campagna “Trillion Tree”. Questa altro non è che l’evoluzione del progetto “Billion Tree” lanciato dall’ONU nel 2006. I ragazzi di PFTP, grazie anche all’aiuto di vari governi, sono già a piantare circa 15 miliardi di piante, 2 dei quali solamente in India.
Alcuni esempi virtuosi
Sono tanti gli stati che si sono già impegnati in grossi progetti di riforestazione. L’Australia vuole piantare almeno un miliardo di alberi entro il 2030. I paesi dell’Africa subsahariana hanno un progetto per riforestare circa 100 milioni di ettari di terra che si sta desertificando a causa dei cambiamenti climatici. La Cina invece, dal 1970 ad oggi, ha già piantato circa 50 miliardi di alberi. Questa soluzione è stata individuata anche dall’associazione Nature4climate che, per sottolineare il messaggio, ha addirittura prodotto un film che sarà presto disponibile online. Il titolo dell’opera sarà “The forgotten solution”, ovvero “la soluzione dimenticata”. Alla base di questa loro speranza sta la convinzione che il modo migliore e più efficace per salvarci dagli effetti dei cambiamenti climatici sia proprio ricorrere a delle soluzioni che abbiano come principale veicolo di implementazione la natura stessa.
La speranza verde per fermare i cambiamenti climatici
Spesso e volentieri ci si sente sopraffatti dall’imponenza dei problemi legati ai cambiamenti climatici, finendo così per temere che l’uomo, ormai, non sia in grado di risolvere questo grattacapo. Ma non è affatto così. Lo stesso Tom Crowther ha anche affermato che, solamente agendo sulle emissioni provenienti dai fluidi dei condizionatori e dei frigoriferi, si potrebbe ridurre l’inquinamento atmosferico emesso ogni anno di 37 miliardi di tonnellate di CO2. I problemi legati al riscaldamento globale sono già stati individuati da anni, così come le possibili soluzioni. Siamo ancora in tempo per metterci una pezza. E il modo migliore per farlo potrebbe anche essere il più semplice e bello di tutti: piantare 1.200 miliardi di alberi può essere la più immediata soluzione per mitigare i cambiamenti climatici. Quando li avremo fermati, in un assolato pomeriggio estivo, potremo anche stenderci sotto la loro ombra e sentire il rumore della natura.
É il 28 ottobre 2018. Il Brasile va alle urne per decidere chi tra Jair Messia Bolsonaro, candidato del Partito Social-Liberale, e Fernando Haddad, del Partito dei Lavoratori, diventerà il presidente del Brasile a partire da Gennaio 2019. Chiunque abbia seguito con un minimo di attenzione le dichiarazioni precedenti alle elezioni da parte dei due candidati sa già che in gioco, oltre ad una presidenza, c’è anche la sopravvivenza di una grossa fetta dell’Amazzonia.
I problemi legati alla deforestazione della più grande foresta pluviale al mondo sono noti ormai da tempo. Ettari di alberi vengono sacrificati per la produzione di soia per gli allevamenti, olio di palma, ricerca dei combustibili fossili e per fare carta. Anche un bambino sa che sono gli alberi, oltre agli oceani, ad assorbire l’anidride carbonica per poi rilasciare ossigeno nell’atmosfera. Dunque tagliare alberi, invece di piantarne altri, in un’epoca in cui le emissioni di CO2 nell’atmosfera sono al massimo storico sono segno o di grande incompetenza e disinformazione oppure, più verosimilmente, di corruzione.
Il primo provvedimento di Bolsonaro: aumentare il tasso di deforestazione dell’Amazzonia
La prima decisione presa da Bolsonaro dopo essersi seduto sulla poltrona più importante del Brasile ha riguardato proprio la deforestazione dell’Amazzonia. Alcune zone della foresta sono aree protette sia per motivi biologici, legati all’unicità della biodiversità della foresta, sia per motivi di conservazione delle culture e delle popolazioni indigene. La creazione dei confini di queste aree protette è stata messa nelle mani del Ministero dell’Ambiente che, casualmente, è controllato dalla lobby dell’agribusiness.
Che queste aziende si avvalgano di metodi poco ortodossi per continuare a portare avanti i loro business altamente distruttivi per l’ambiente, soprattutto in dei paesi in cui i controlli sono più ridotti, non è mistero. Prima, almeno, cercavano di farlo di nascosto. Ora Bolsonaro gli ha dato il diritto di farlo alla luce del sole, dandogli la possibilità di autoregolarsi e di confinare le popolazioni indigene in delle aree molto più ridotte rispetto ad oggi.
Qualche dato sull’Amazzonia
A confermare lo stato di emergenza in cui vertono le foreste di tutto il mondo è un report del Global Forest Watch, un organo indipendente dell’Università del Maryland. Secondo quanto constatato grazie alle immagini dei satelliti nel 2018 sono spariti 12 milioni di ettari di foreste tropicali. L’equivalente di 30 campi da calcio al minuto. Un quarto di questa perdita si è verificata proprio in Brasile, e Bolsonaro non era ancora neanche presidente.
L’Amazzonia è la più grande foresta pluviale del mondo e costituisce il più grande bacino di acqua fluviale del pianeta. 1 specie su 10 di quelle che vivono nel pianeta è unica di questa zona. Il 75% delle specie vegetali presenti nella foresta sono uniche dell’Amazzonia. Ci sono inoltre oltre 3.000 specie di pesci di acqua dolce. La foresta Amazzonica è quella che sta subendo il più alto tasso di deforestazione a livello mondiale. Il WWF stima che oltre il 27% della superficie originale sarà senza alberi entro il 2030. La foresta è grande 670 milioni di ettari e ci vivono 34 milioni di persone che dipendono dalle sue risorse. Tra il 2001 e il 2012 sono stati persi circa 1,4 milioni di ettari di alberi ogni anno, per un totale di 18 milioni di ettari principalmente in Brasile, Perù e Bolivia.
Perché ciò che fa Bolsonaro in Amazzonia interessa anche a te
I problemi legati alla deforestazione del più grande polmone del pianeta sono diversi. Il primo riguarda la liberazione di enormi quantità di Carbonio che gli alberi hanno immagazzinato per generazioni e generazioni. Al ritmo di deforestazione che abbiamo oggi questa non è affatto una quantità trascurabile. Questi processi fanno del Brasile uno dei paesi che immette più anidride carbonica nell’atmosfera. E le emissioni, si sa, non stanno a guardare i confini nazionali.
Come avviene la deforestazione in Amazzonia
La maggior parte di questa deforestazione avviene bruciando direttamente intere aree di foreste. Questi incendi finiscono per impoverire il terreno delle sue sostanze nutritive rilasciando allo stesso tempo enormi quantità di CO2 in atmosfera. Una volta liberato il campo, questo verrà utilizzato per una monocoltura che andrà ad impoverire ulteriormente il terreno, rendendo necessario l’utilizzo di fertilizzanti chimici. Questi prodotti andranno a loro volta vanno ad inquinare ulteriormente il terreno che ad un certo punto sarò desertificato ed inadatto a qualsiasi altro tipo di coltura, rendendo necessario il suo abbandono.
Da casa del 10% delle specie conosciute sulla terra a deserto dell’Amazzonia basta veramente poco. Basta l’uomo e il suo delirio di onnipotenza verso la natura.
L’esempio del fotografo Salgado
Come sempre, anche in questo caso, c’è chi si è schierato dalla parte giusta dando l’esempio e mostrando che una riconversione è possibile. Il fotografo di fama internazionale Sebastiao Salgado è infatti riuscito a ricreare un ecosistema praticamente dal nulla. Una volta recatosi in una delle case della sua famiglia, una volta immersa tra la fitta vegetazione della foresta, Salgado è rimasto interdetto dallo stato di parziale desertificazione in cui si trovava l’area a causa delle azioni sopra citate.
Insieme a sua moglie ha fondato l’Istituto Terra, che ora si occupa di progetti di riforestazione in tutto il mondo, ed ha iniziato a ricostituire l’ecosistema perduto. Vent’anni dopo l’area in questione ha recuperato buona parte della biodiversità perduta. Un esempio che da speranza per il futuro. Se, oggi, con Bolsonaro al potere la deforestazione della foresta tropicale più grande del mondo continuerà la sua corsa incontrollata, l’esempio di Salgado ha mostrato come sia possibile riportare il sistema Terra allo stato di equilibrio naturale che ci permetterebbe di avere un futuro sicuro sul pianeta.
A cosa servono le foreste
Le foreste ci servono per sopravvivere, per pulire l’aria già troppo inquinata e per raffreddare il pianeta grazie all’immagazzinamento di enormi quantità di CO2. Raderle al suolo, per fare ancora più soldi, non farà che peggiorare la situazione già drammatica in cui ci troviamo. E nonostante le pressioni provenienti anche dall’Unione Europea per limitare questa distruzione di massa Bolsonaro non sembra intenzionato a fermare la sua opera di devastazione dell’Amazzonia. Anche gli indigeni della tribù Waorani in Ecuador, che abitano alcune delle zone vittima di deforestazione, hanno fatto causa al proprio governo e alle industrie petrolifere riuscendo a vincere la prima di tante battaglie. .
La foresta pluviale più grande al mondo, così come era conosciuta, rischia di diventare un enorme cimitero di specie vegetali ed animali. Tutto ciò mentre Bolsonaro e le lobby dell’agribusiness continueranno a fare, come direbbe Greta, “inimmaginabili quantità di denaro” anche grazie alla deforestazione dell’Amazzonia. Con buona pace per le future generazioni che dovranno fare i conti con questo disastro.
Il mercato delle monodosi di caffè ha subito un’impennata vertiginosa negli ultimi anni e, come spesso accade in questi casi, questo sviluppo incontrollato e così repentino porta con sè delle problematiche ambientali non da poco. Le capsule da caffè non ricaricabili in cui il prodotto viene confezionato sono infatti difficilmente riciclabili e la loro produzione genera un’alta quantità di gas serra a causa dei materiali di cui sono composte. Spesso non si sa con precisione cosa ci sia dietro ad una minuscola capsula con qualche grammo di caffè, ed è raro che queste svengano smaltite in modo corretto. Parliamo di 10 miliardi di capsule vendute ogni anno nel mondo e di 120 mila tonnellate di rifiuti generate, di cui solo una piccola parte è composta da capsule compostabili. Ad Amburgo, per fare un esempio, ne è stato vietato l’utilizzo negli esercizi pubblici. Proviamo a prendere delle contromisure.
Di cosa sono fatte le capsule
La maggior parte delle capsule “tradizionali” in commercio sono composte da alluminio e, nei casi peggiori, anche da plastica. L’eterogeneità del materiale rende dunque difficile il loro smaltimento e, per mancanza di sistemi di raccolta dedicati, si finisce per buttarle nell’indifferenziato. La prima cosa da sapere a riguardo è che i processi produttivi di questi materiali inquinano moltissimo ed è quindi consigliabile evitarli il più possibile.
Il loro smaltimento è allo stesso modo molto dannoso per l’ambiente, ragion per cui la soluzione migliore, una volta acquistate, è quella di tentare di riciclarle. Con le capsule tradizionali questa seconda opzione risulta più difficile, eccezion fatta per quelle della Nespresso che, se restituite presso i punti vendita, vengono riutilizzate. Va fatto notare come, riciclando una capsula in alluminio invece che produrne una nuova, si riduca il suo impatto ambientale del 95%.
La soluzione: le capsule caffè ricaricabili o compostabili
Consapevoli del problema, complice anche una richiesta da parte del mercato odierno di prodotti biodegradabili, i produttori non sono stati a guardare ed hanno provveduto a commercializzare delle alternative. La prima e più diffusa è quella delle cialde compostabili. Queste, una volta utilizzate, possono facilmente essere smaltite nel bidone dell’umido così da da conferirgli una seconda vita come fertilizzante per i campi.
https://youtu.be/b4AtkgAe6Mo
In alternativa, per chi volesse anche risparmiare qualche soldo, esistono delle capsule da caffè ricaricabili con il proprio caffè che poi possono essere lavate e riutilizzate o, in alternativa, riciclate. Queste spesso sono infatti composte da una pellicola in alluminio e un contenitore di plastica facilmente divisibili, in modo che possano essere smaltite adeguatamente.
Dove trovare le capsule da caffè ricaricabili o compostabili
Le cialde biodegradabili e quelle “pelabili”, nome tecnico per indicare le capsule da caffè ricaricabili, sono acquistabili facilmente, oltre che dai rivenditori autorizzati, anche online. Tutte le principali marche hanno provveduto a commercializzarle. Basterà quindi consultare il sito della marca desiderata per trovarle.
La speranza è dunque quella di passare progressivamente ad un utilizzo esclusivo delle alternative sostenibili. Per raggiungere questo scopo risulterà fondamentale un cambio di rotta anche da parte dei consumatori. Ridurre la propria impronta ecologica passa inevitabilmente da un cambio delle proprie abitudini di consumo. Anche dal modo in cui decidiamo di farci un semplice caffè.
Caffè e deforestazione
Quando si parla di caffè, o di altre materie prime prodotte in grandi monocolture come l’olio di palma, non si può non parlare di un problema ad esso connesso, ovvero la deforestazione. La domanda di questa bevanda a livello è mondiale è tra le più alte a livello assoluto. Produrne in così grandi quantità genera inevitabilmente dei problemi ambientali. Alti tassi di disboscamento sono stati infatti collegati alla produzione di caffè. Bisogna quindi cercare di fare attenzione anche quando si sceglie la marca da comprare. Vanno sicuramente privilegiati prodotti equosolidali, spesso più costosi. Oppure in alternativa, con una rapida ricerca su internet sarà facile scoprire se la nostra marca preferita rispetti o meno i criteri di sostenibilità ambientale nella commercializzazione del prodotto.
Inoltre la RainForest Alliance ha creato un marchio per certificare i prodotti che operano secondo dei criteri di sostenibilità ambientale. Non tutte le gamme di prodotti di un marchio rispetteranno questi criteri. Basterà leggere l’etichetta e, spesso, evitare il prodotto appartenente alla fascia di prezzo più bassa per mettere mano al problema.
La moka: regina della sostenibilità
Per quanto le capsule da caffè ricaricabili o compostabili possano essere considerate in generale un’alternativa sostenibile, c’è un’altra opzione che non è da meno. E la conosciamo tutti. La cara vecchia moka, infatti, è senza dubbio l’alternativa più ecologica quando si prepara un caffè. Non produce scarti, se non il fondo di caffè che andrà poi buttato nell’umido. Inoltre la mteria prima che utilizziamo ha subito molte meno lavorazioni, che nel caso delle capsule finiscono per alzare la loro impronta ecologica. Anche in questo caso, come spesso accade, basta fermarsi un attimo per riflettere su quello che consumiamo e guardarsi intorno alla ricerca di alternative sostenibili per riuscire ad abbassare il proprio impatto ambientale. Senza neanche dover faticare troppo.
“L’olio di palma fa male?” è una domanda che ci si pone spesso. State vagando tra gli scaffali del supermercato cercando qualcosa di nuovo per la colazione. Vi trovate con due confezioni in mano e dovete fare una scelta. Una sola riporta la scritta “senza olio di palma”. Sfido chiunque a non scegliere quella invece dell’altra. Poco importa se nemmeno “l’altro” ha al suo interno il fatidico ingrediente. Poco importa se il motivo per cui evitiamo l’olio di palma dovrebbe portarci a evitare anche altri grassi vegetali o animali, quasi sempre presenti nei prodotti industriali. Tutto questo importa poco se la lista degli ingredienti non viene letta da nessuno.
Percentuali
Informarsi su tutti gli ingredienti e non soltanto sul loro capro espiatorio è fondamentale. L’olio di palma è stato additato per il suo alto contenuto di acidi grassi saturi (50%) rispetto ad altri grassi vegetali usati a scopo alimentare come l’olio di oliva (circa 18%), l’olio di soia (16%), l’olio di semi di girasole (13%). Il burro, invece, che contiene una quantità di acidi grassi saturi simile a quella dell’olio di palma (50%), è passato in sordina, così come il tanto decantato olio di cocco, che mostra contenuti ancora superiori (65%).
Acidi grassi saturi
Ma vediamo qual è, nei fatti, il problema dei grassi saturi. Da un lato essi sono normali costituenti della frazione grassa degli alimenti, la cui assunzione è necessaria anche per permettere un’adeguata crescita; il 40% degli acidi grassi totali del latte materno sono infatti saturi. Per l’uomo adulto, però, consumarne eccessivamente comporta l’innalzamento dei marcatori di rischio cardiovascolari, in particolare del colesterolo.
L’olio di palma in piccole quantità non fa male
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha indicato i principali fattori di rischio per le malattie croniche come il tabacco, l’alcol, l’alimentazione scorretta e la sedentarietà, ha aggiunto tra questi anche il consumo di acidi grassi saturi, raccomandando che la loro quota calorica non superi il 10% di quella giornaliera.
Ciò significa che, in un fabbisogno di 2000kcal al giorno, i grassi saturi non devono superare i 22 grammi. Per intenderci, cinque biscotti industriali ne contengono circa 3,5 grammi. Non molti, quindi, considerando il limite posto dall’Oms. Come sempre, quindi, l’olio di palma non è pericoloso in sé per sé, ma lo diventa se consumato in grandi quantità, difficilmente raggiungibili con una dieta sana ed equilibrata.
Limitare gli alimenti lavorati
È infatti sempre meglio limitare il consumo di prodotti industriali o lavorati poiché i grassi saturi oltre che nei biscotti, si trovano anchei nei formaggi (15%) e negli insaccati (10%). Sono invece contenuti in misura minore in quelli non lavorati come le uova, il latte intero e la carne fresca (2-3%). Ancora una volta, quindi, restare vicini alla natura si conferma la scelta migliore per la nostra salute.
Perché l’olio di palma?
A questo punto ci si può chiedere perché almeno l’olio di palma non sia stato sostituito, per esempio, con l’olio di oliva o di girasole? Un po’ perché, come abbiamo detto, con una dieta equilibrata è difficile superare le dosi massime di grassi saturi. I motivi, però, sono molti altri:
Dagli anni ’70 ha sostituito i grassi saturi idrogenati, ovvero acidi grassi saturi che, attraverso processi chimici di idrogenazione, sono stati resi solidi e quindi resistenti all’irrancidimento. Questi grassi cosiddetti “trans” sono ormai globalmente riconosciuti come molto dannosi per la salute a causa del loro altissimo rischio cardiovascolare. L’olio di palma, invece, è già molto denso tanto da diventare solido a temperatura ambiente, senza bisogno di modifiche.
Con la sua consistenza rende gli alimenti friabili e croccanti, oltre che più duraturi poiché resistente all’ossidazione.
Dopo la raffinazione diventa totalmente incolore, inodore e insapore, così da non alterare le preparazioni.
È molto versatile tanto da essere usato sia nel settore alimentare (fritture, margarine, prodotti da pasticceria e da forno) sia per produrre cosmetici, dentifrici, candele, lubrificanti, prodotti farmaceutici, pitture, pellicole fotografiche e persino dinamiti; dagli anni ’70 in poi è stato usato per la produzione di biodiesel.
La sua pianta ha un’elevata capacità produttiva tanto che, per una data quantità di olio, viene usata la metà del terreno necessario per altre colture come la soia.
È un olio molto economico e l’aumento della sua produzione ha contribuito all’abbassamento del prezzo.
L’olio di palma fa male all’ambiente
La sua vastissima produzione ha però causato molti problemi ambientali e sociali:
Deforestazione: dal 1973 sull’isola Borneo (nel sud-est asiatico) sono stati tagliati 41 mila chilometri quadrati di foresta pluviale (un terzo del totale) per fare spazio alle piantagioni di palme da olio. Dal 2000 il disboscamento è salito al 47%.
Dal 1999 al 2015 sono morti 150 mila oranghi a causa sia della caccia sia del disboscamento. Le piantagioni sono anche spesso usate dai bracconieri come facile via di accesso alla foresta e quindi agli animali.
La deforestazione provoca l’aumento di gas serra e quindi l’inquinamento dell’aria, poiché l’assenza di alberi blocca la fotosintesi. Le palme da olio sono troppo piccole e troppo poco rigogliose per assorbire l’enorme quantità di smog presente nell’aria.
I fumi delle foreste bruciate per far spazio alle piantagioni di palma da olio hanno causato migliaia di morti premature.
Molte volte i villaggi che si trovano sulle aree destinate alle piantagioni sono sgomberati e rasi al suolo, lasciando gli abitanti senza casa e dipendenti dai sussidi statali.
I lavoratori delle piantagioni, talvolta anche minori, sono spesso sfruttati e sottopagati.
Olio di palma certificato
Per ovviare al problema la RSPO (Tavola rotonda sull’Olio di Palma Sostenibile) ha cominciato a certificare l’olio di palma sostenibile, cioè prodotto rispettando queste regole:
Non devono essere abbattute foreste primarie, aree con intense concentrazioni di biodiversità o ecosistemi delicati.
Deve essere minimizzata l’erosione e devono essere salvaguardate le fonti idriche
Deve essere garantito un salario minimo ai lavoratori
Le comunità locali devono dare il consenso per l’avvio dei lavori.
Un circolo vizioso
Ad oggi però solo un quinto delle piantagioni di palma da olio nel mondo è certificato. La causa risiede anche nel mancato intervento statale nei paesi produttori e, anche quando lo Stato interviene, si crea un circolo vizioso. I soldi messi a disposizione dai governi per la salvaguardia delle foreste provengono proprio dalle piantagioni di palma da olio, senza le quali l’economia del Paese crollerebbe. Per questo motivo sarebbe un’imprudenza vietare totalmente l’olio di palma, oltre il fatto che si incentiverebbe la coltivazione di altri tipi di piante ancora meno sostenibili.
Spesa consapevole
La soluzione sarebbe comunque quella di non abusare di questo ingrediente e i primi responsabili di questo siamo noi, senza nemmeno saperlo. Dovremmo quindi fare la spesa in modo più consapevole, tenendo presente che più acquistiamo ingredienti “unici”, naturali, non lavorati e non già composti tra loro, meglio è.
Se non sapete come fare, iniziate da quello che ha detto Franco Berrino, oncologo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: “immaginate di essere al supermercato con la vostra bisnonna. Tutto quello che lei non riconoscerebbe come cibo…non compratelo”. In questo modo, probabilmente, entrambe le confezioni di biscotti integrali che avete in mano rimarrebbero sullo scaffale.
Siamo nel 1997 e la società dei consumi di massa è all’apice del suo splendore. L’ America è il paese dove tutto è iniziato poiché qui sono nati i marchi più famosi del mondo. Ma qui è nata anche Julia Hill, una 23enne dell’Arkansas, cheè rimasta due anni e otto giorni sulla cima di un albero per salvarlo dall’abbattimento.
L’incidente e l’epifania
Nel 1996 Julia è scampata alla morte dopo un grave incidente d’auto. La ragazza ha raccontato che nei dieci mesi di terapia intensiva che seguirono ha avuto come un’epifania: l’idea che nulla dovesse essere dato per scontato e che tutti i beni materiali che possedeva derivavano, prima di tutto, da Madre Natura.
E Madre Natura, in quegli anni, è stata duramente messa alla prova. Le leggi per proteggere l’ambiente erano già state emanate, ma l’industria del legno Pacific Lumber ha continuato imperterrita nel taglio delle foreste, grazie a un accordo con il governo.
Terminata la terapia, Julia si mette in viaggio e percorre la costa Occidentale degli Stati Uniti. Giunge nella foresta di Humboldt County dove incontra Earth First!, un gruppo di attivisti che lottano per salvaguardare le foreste, specialmente in quella zona, dove il nuovo proprietario della Pacific Lumber, la Maxxam Corporation, avrebbe effettuato un taglio a raso, avrebbe cioè tagliato tutti gli alberi e incendiato l’area.
Le loro manifestazioni non funzionavano ed era necessaria un’azione più radicale. Julia Hill si offre volontaria per arrampicarsi sull’albero più alto e più prezioso denominato “Luna”, una sequoia millenaria alta più di 70 metri. L’intenzione iniziale, concordata con Earth First! era che rimanesse sull’albero una settimana. Julia avrebbe vissuto su una piattaforma di 6 metri per 6 e gli altri attivisti sarebbero saliti di tanto in tanto per portarle cibo e acqua.
Dopo 100 giorni, Julia era ancora su Luna ed era, ovviamente,
su tutti i giornali: il piano stava funzionando.
“Sapevo che se avessi continuato a discutere di politica e scienza e se fossi rimasta nella mente invece che nel cuore e nello spirito, si sarebbe sempre trattato di “una parte contro l’altra”. Tutti noi, invece, capiamo l’amore, tutti noi comprendiamo il rispetto, tutti comprendiamo la dignità e tutti noi comprendiamo la compassione.
La vita di Julia Hill sull’albero
Per Julia, ci si può immaginare, non è stato semplice. Viveva letteralmente in bilico, con continue minacce da parte di taglialegna e la polizia che le puntava contro, durante la notte, luci potenti da un elicottero in volo. È anche sopravvissuta al freddo dell’inverno e a una forte tempesta. Julia dice di aver trovato la forza nella saggezza dell’albero, con cui in tutto quel tempo aveva sviluppato un legame forte, poiché Luna è in tutto e per tutto un essere vivente. A un certo punto, dice, non sapeva se era lei a proteggere l’albero o l’albero a proteggere lei.
Non siamo certo noi a dovervi convincere dei sentimenti di Julia Hill. Per questo lei ha scritto il libro “La ragazza sull’albero”, sicuramente più efficace e che puoi acquistare a questo link. Oppure si può visitare il suo sito, nel quale racconta la sua storia, ma illustra anche varie iniziative da lei promosse. A noi basta sapere che, anche grazie all’intervento del Presidente Bill Clinton, nel 1999 La Maxxam Corporation ha promesso che Luna e l’area intorno sarebbero state risparmiate.
Trova il tuo albero
Questo episodio rimarrà per sempre nella memoria degli ambientalisti come una grande vittoria ottenuta dal gesto di una persona qualunque. Ha dato a molti, negli anni a venire, anche solo una piccola parte del coraggio e della forza di Julia per cercare di cambiare il mondo. E, per farlo, non è necessario salire su un albero.
La stessa Julia, diventata attivista ambientale, ha promosso per anni la campagna “Qual è il tuo albero?” che sfida gli individui a trovare qualcosa di cui appassionarsi e per cui lottare in modo pacifico ma tenace, tanto da poter fare la differenza.
Speriamo che, vent’anni dopo, tutti noi facciamo della lotta
al riscaldamento globale il nostro grande, vivo, bellissimo albero.
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