La pandemia può tornare per lo sfruttamento dell’Amazzonia

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Che la pandemia di coronavirus sia scoppiata in seguito allo sfruttamento delle risorse ambientali non è più un mistero. Forse però è meno chiaro che un’altra pandemia potrebbe diffondersi per lo stesso motivo. Lo dimostra il fatto che i politici non sembrano aver attuato efficaci politiche ambientali globalmente diffuse. Di questo parliamo nel nostro recente articolo.

La pandemia può derivare dalla deforestazione

L’enorme e complesso ecosistema della Foresta Amazzonica è il luogo ideale per lo sviluppo dei virus come il COVID-19. Questi, però, vivono indisturbati e in equilibrio con tutte le altre specie, che ormai hanno sviluppato gli anticorpi. Il problema arriva quando l’equilibrio viene spezzato. La deforestazione, per esempio, distrugge l’habitat naturale di molte specie di animali, i quali saranno costretti a spostarsi, portando con sé i virus. Non solo, nelle aree senza alberi si creano spesso nuovi insediamenti umani, che quindi entrano in contatto con gli esseri viventi che abitano quelle zone.

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La deforestazione dell’Amazzonia, di cui abbiamo ampiamente parlato sul nostro sito, è un problema che non stenta ad estinguersi, anzi. Dopo l’elezione del presidente brasiliano Jair Bolsonaro il disboscamento della foresta Amazzonica è aumentato dell’85% rispetto all’anno precedente. Il tutto si aggiunge ai devastanti incendi scoppiati nell’area nell’agosto del 2019, che hanno provocato la perdita di oltre 12 milioni di ettari di foresta.

Un mercato redditizio, nonostante la pandemia

Non solo gli incendi, ma nemmeno la pandemia ha arrestato il disboscamento dell’Amazzonia. Secondo l’Istituto nazionale per la ricerca spaziale brasiliano (Inpe), dall’inizio dell”anno sono già stati rasi al suolo altri 1.205 chilometri quadrati di foresta, un aumento del 55 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Lo scopo è immaginabile.

Il presidente brasiliano vuole far fruttare queste aree ora libere dagli alberi per la crescita economica del paese e, presumibilmente, per gonfiare le sue stesse tasche. Gli allevamenti, le colture di soia, ma anche la caccia sono infatti mercati molto fruttuosi. Non fosse che questi favoriscono il contatto tra l’uomo e gli animali che un tempo abitavano la foresta.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima

Ovviamente, lo sfruttamento delle risorse non è rappresentato solo dalla deforestazione, ma anche dagli allevamenti intensivi. Il Covid-19 è stato trasmesso da un pipistrello tramite un pangolino, entrambi animali selvatici venduti nei mercati di strada. Anche l’influenza aviaria si è manifestata per la prima volta in Asia Meridionale. Il suo epicentro sono stati gli allevamenti intensivi di polli e, anche in questo caso, la vendita di questi animali vivi nei mercati.

Lo stesso è accaduto con il virus dell’ebola in Africa, introdotto nelle comunità umane attraverso il contatto con sangue, secrezioni, organi di animali selvatici infetti, come scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie. L’ebola è stata trasmessa con il consumo alimentare di questi animali, ma è molto probabile che il contrabbando illegale abbia giocato un ruolo decisivo nella diffusione del virus. Infatti, le specie che sono minacciate di estinzione a causa di attività umane come la deforestazione, il bracconaggio o il commercio illegale ospitano due volte più virus zoonotici rispetto ad animali le cui popolazioni stanno diminuendo per cause non legate all’uomo.

Non bisogna quindi incolpare gli animali per la Pandemia attuale e quelle che verranno. Come ha dichiarato al Business Insider David Lapola, un ecologo dell’Università di Campinas, Brasile, la colpa è invece da cercare nelle pratiche che disturbano gli ecosistemi, e che costringono le specie ad adattarsi ad altri ambienti.

Terra e dissenso: i volti che riflettono il territorio

Ulivi Salento

Abbiamo chiesto all’amico Matthias Canapini se voleva scrivere un articolo per L’EcoPost, lui che viaggiando ha visto angoli di mondo differenti, ognuno con le proprie specificità, ognuno con un rapporto col territorio a suo modo unico. La sua scelta è però ricaduta su luoghi prossimi, sia fisicamente che concettualmente, ai lettori di L’EcoPost, prevalentemente residenti in Italia. Terre e Dissenso è un viaggio, personale ancor prima che letterario, alla ricerca di quelle comunità che non vogliono cedere allo stravolgimento – imposto dall’alto – del territorio in cui vivono. Di Matthias si può dire che sia uno specialista nello stabilire una connessione con chiunque incontri sul proprio cammino.

L’intento da cui è nato Terre e Dissenso

Nel 2016 intrapresi un viaggio dalla Valsusa al Salento per conoscere alcuni dei movimenti popolari (o comitati cittadini) che si oppongono alle cosiddette “grandi opere”. Linee ferroviarie, gasdotti, discariche, basi militari. Impianti dannosi a livello ambientale, imposti dall’alto, spesso inutili.

Per circa cinque anni cercai risposte alle seguenti domande: quali sono i nomi, i volti e le storie di chi anima la resistenza civile? Cosa succede quando si mettono a confronto progresso, quotidianità e tradizione? E soprattutto, qual è il rapporto con la natura e come si sviluppa la salvaguardia del proprio ecosistema? 

La comunità

Si inizia manifestando spontaneamente per evitare la devastazione del territorio. Si finisce per riscoprirsi comunità, riunendosi attorno al fuoco e trovando nel dialogo una forza quasi rivoluzionaria, capace di far condividere incertezze, dissensi e prospettive. Ma a volte la comunità si disgrega, il movimento vacilla, abbattuto da multe, divieti, militarizzazione dell’area. Come raccontò Giuliana, un’attivista del movimento No Muos conosciuta in piazza Università a Catania:

“A volte non si rientrava nemmeno a casa. Con il passare del tempo ci sentivamo degli estranei in paese. Il presidio prendeva forma: tende, tendoni, capanne, recinto, orticello, caffè caldo, pane di ieri, frigorifero rotto, cani in cerca di cibo. C’era sempre tanta gente – ancor di più di sera – e spesso arrivava anche da lontano: si apriva il vino, il fuoco era sempre acceso. Sì ascoltavano storie di vite meravigliose. Le assemblee erano interminabili, esasperate, chiassose. Qualcuno cercava di prendere appunti, qualcuno andava via, qualcun’altro voleva prendersi a pugni. Alla fine erano le reazioni di pancia a decidere per tutti noi e per lungo tempo era la spontaneità a guidarci senza pensare alle conseguenze”.

I volti

I nomi e le storie che caratterizzano il dissenso alle grandi opere sono infinite. Come non ricordare Nicoletta, 71 anni, valsusina. C’era un tempo in cui la donna camminava libera in Val Clarea, raccogliendo funghi, odorando violette e salutando con rispetto i castagni centenari. “Prima che costruissero l’autostrada, il traforo ed il cantiere TAV, la Clarea era vergine e magnifica. Il danno è stato immediato. Parte del torrente ora è inglobato dal cantiere, i narcisi sono scomparsi da anni. I castagni sradicati. Tutto è stato soppiantato da muri, reti metalliche, filo spinato. Una prigione a cielo aperto per il profitto di pochi. La rabbia è così grande che piangere pare poco. Il cantiere sta portando un disequilibrio notevole nel regno animale, ma crediamo che cervi e gufi, marmotte e falchi siano più forti dei loro interessi. Essere No Tav significa essere contro le ingiustizie, battersi per un mondo migliore”.

Matthias Canapini - Terra e Dissenso
Terra e Dissenso: cantiere aperto in Valsusa.

E Maria Teresa, conosciuta migliaia di chilometri più a sud, nel profondo Salento? Pianse quel giorno che gli operai capitozzarono gli ulivi secolari per far spazio al gasdotto TAP proveniente da oltre mare. “Mio padre Cosimo, rimasto cieco per lo scoppio di una mina nel 1944, vagava per le campagne in solitaria, orientandosi con gli ulivi oggi scomparsi. Come posso non difendere questa terra quando ogni pietra parla della mia famiglia?” raccontò tra la polvere alzata dalle ruspe.

Ulivi Salento
Terra e Dissenso: la protesta in difesa degli ulivi in Salento.

Nel 2013, a Niscemi, dopo l’occupazione storica delle antenne Muos, Elvira stette male per via delle radiazioni “ingerite”. Vomito e mal di testa la tormentarono per circa due settimane. “Prima era tutto un bosco! Ora è un bosco di antenne. Tante querce secolari le hanno fatte sparire con la dinamite, per far spazio a ciò che vedi: parabole, inferriate, luci al neon. Tutto questa distesa di terra deturpata è all’interno della contrada Ulmo, in origine protetta e salvaguardata” mi disse, un giorno estivo come tanti.

Infine Lucia, intercettata durante la commemorazione per le vittime del Vajont. “La Storia di questa diga – disse indicando il blocco curvo di cemento – potrebbe insegnare tanto, se tutti imparassero ad ascoltare. Il senso di questo presidio è fare memoria ed educare le nuove generazioni alla consapevolezza che non si deve credere che il male non esista. È un grande successo ogni volta che qualcuno in più sa. Quando qualcuno non si gira dall’altra parte e preferisce credere che certe cose non possano succedere. E che i morti del Vajont li ha fatti la natura”.

Matthias Canapini - Vajont
Terra e Dissenso: in memoria dei morti del Vajont.

L’invito

Decisi di tornare nei luoghi elencati più volte. Chiomonte, Lecce, Venezia, Erto, Niscemi. Evitai volutamente grandi manifestazioni o scontri, e tentai comunque di stringere amicizia con montanari taciturni e pescatori estroversi. I locali, additati come facinorosi, violenti e sovversivi non diventarono altro che legittimi difensori delle proprie montagne, dei propri mari. Riportare a galla le quotidianità stravolte da opere simili, riaccese con la fiamma del dissenso popolare, fu il collante per lande tanto differenti.

Rimane l’invito di farsi una scampagnata sulle pendici del Roccia Melone per visitare poi il presidio-roccaforte di Venaus. O farsi un bagno nelle acque azzurre di San Foca e mangiare una focaccia presso il presidio di San Basilio. Troverete Marco, studente liceale. Bruno, pensionato. Gianmarco, operaio edile. Daniele, apicoltore. Sabrina, disoccupata. Il popolo. 

Siamo inglobati in un sistema che ci intontisce, lasciandoci in uno stato di subbuglio mentale col preciso scopo di non farci notare che una marmaglia di “potenti” sta divorando il mondo. Dietro conflitti armati, bandiere e orde di profughi c’è spesso quel raccapricciante accaparramento delle ultime risorse planetarie. Ultimamente siamo così anestetizzati e lontani dalla natura, asfissiati dalla tecnologia, da non fiutare più il pericolo. Guerre e cemento, veleni e povertà. Siamo pieni di speranze e paure ma ancora incapaci di sentire l’urlo boccheggiante della natura ridotta a colabrodo dal denaro.

Questo articolo è dedicato a tutti e tutte coloro che siederanno ancora attorno al fuoco.

Leggi il nostro articolo di recensione del libro Realismo Capitalista in riferimento al sistema nel quale viviamo e al suo rapporto con la natura

Matthias, intervistato a Fano (PU), dalla Radiotelevisione Svizzera

Leggi il nostro articolo sul Fondo Forestale Italiano per scoprire di più su questa onlus che ha come scopo il rimboschimento del territorio italiano

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Copertina del libro “Terra e dissenso. Voci in movimento” di Matthias Canapini, disponibile sul nostro store IBS

Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce

Durante il 2019 il mondo intero ha rivolto uno sguardo sgomento alla regina delle foreste, l’Amazzonia. Questa, difatti, ha bruciato senza sosta per molti mesi, facendo avanzare impuniti nel territorio coltivatori e allevatori. Un momento drammatico per il polmone verde del mondo. Nel 2019 la foresta ha subito un aumento dell’83% dei roghi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno ed un ulteriore aumento del fenomeno di deforestazione in Amazzonia.

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1.0 Il seguente grafico indica il numero totale di incendi, per anno, nei mesi da gennaio ad agosto; si può chiaramente notare come nel 2019 gli incendi siano duplicati rispetto al 2018.
Immagine: BBC

Leggi anche: “L’Amazzonia brucia. 2.000 ettari in fumo”

Il Brasile e la sua crescita “insostenibile”

Le cause che ogni anno portano ad una sempre maggiore deforestazione in Amazzonia, sono da ricercare in più ambiti. Tutti, comunque, rimandano ad un rilancio dello sviluppo economico del Paese:

  • Agricolo: gli agricoltori sono incoraggiati dalle politiche espansionistiche del nuovo governo ad occupare la foresta per far spazio a coltivazioni di soia, frumento e mangimi. Il 10-15% dei terreni sottratti a quest’ultima è dedicato a quelle coltivazioni.
  • Zootecnico: essendo il Brasile uno dei maggiori esportatori di carne bovina al mondo, vi è una sempre maggiore richiesta di zone da pascolo. Vi è dedicato ben 75-80% dei terreni sottratti alla foresta.
  • Minerario ed estrattivo: il 10% dei terreni, con determinate caratteristiche, è utilizzato per l’estrazione di metalli preziosi, gas, petrolio.
  • Traffico illegale di legname: il 2-3% dei territori viene sfruttato per il commercio illegale di legname.
  • Politico: il Presidente Jair Bolsonaro nega all’Amazzonia il titolo di “patrimonio dell’umanità”. Facendo ciò rivendica la sovranità del Brasile su di essa, così da poterla sfruttare a piacimento.
  • Infrastrutturale: il governo attuale, appoggiato dalle forze armate, starebbe progettando la costruzione di dighe, strade e ponti nel cuore della foresta, per facilitarne ulteriormente lo sfruttamento.

Deforestazione Amazzonia: tutta colpa di Bolsonaro?

Sarebbe alquanto riduttivo addossare la totale colpa dell’attuale situazione sul presidente Bolsonaro.

Va però evidenziato che l’attuale governo, dal momento del suo insediamento, ha sistematicamente smantellato la politica ambientale del Brasile (vedi grafico 2.0); ne è un esempio l’accorpamento dei ministeri dell’agricoltura e dell’ambiente.

Possiamo riscontrare le cause embrionali in una condizione deleteria che impregna il Brasile da troppo tempo, e nella quale l’attuale governo ha trovato terreno fertile: la pessima istruzione e disinformazione in molte fasce della popolazione; povertà dilagante, analfabetismo e risentimento verso l’utilizzo dei propri territori da parte di Paesi definiti “coloniali” ed “oppressori”.

Tutto questo porta una gran parte del popolo brasiliano ad affidarsi a coloro che promettono ricchezza e indipendenza economica dal resto del mondo.

Bolsonaro è una figura alquanto controversa, la quale tenta, come il suo vicino Trump, di risollevare il proprio paese ad ogni costo, anche mettendo a rischio un ecosistema necessario per il Pianeta.

Leggi anche: “Bolsonaro vuole distruggere l’Amazzonia”

Deforestazione Amazzonia: cosa stiamo rischiando di perdere

La foresta Amazzonica, che è presente al 65% in territorio brasiliano, è letteralmente un serbatoio di vita, dove la biodiversità viene espressa in forme uniche e meravigliose.

Due meravigliosi esemplari di Ara macao.

È una delle aree naturali più importanti e meno conosciute del nostro Pianeta; ricca di acque dolci e sistemi idrologici, flora e fauna ancora da scoprire.

Un ecosistema delicato ed in perfetto equilibrio, che dona protezione e nutrimento a moltissime specie. L’Amazzonia ospita infatti il 10-15% delle specie al mondo conosciute e costituisce una riserva genetica senza eguali.

La distruzione, l’alterazione e la frammentazione dell’habitat forestale, mettono in serio pericolo tutto questo. Una volta diventate incapaci di spostarsi e orientarsi, le popolazioni che abitano la foresta vengono private della possibilità di riprodursi e alimentarsi e rischiano così l’estinzione.

La lenta ed inesorabile deforestazione dell’Amazzonia comporta conseguenze gravissime all’ecosistema forestale ed, indirettamente, anche all’intero genere umano.

Esempio di biodiversità, non solo animale, che si potrebbe perdere attraverso la deforestazione in Amazzonia.

Ciò che molti ignorano è la capacità di regolazione del clima ed il servizio di stoccaggio del carbonio, offerti dalla foresta.

Questa dunque funge da vero e proprio “condizionatore d’aria” mondiale; è in grado di trasformare l’energia solare in vapore acqueo, che a sua volta poi alimenta la foresta stessa con altre piogge.

Permette poi la regolazione di molti altri fenomeni: mitiga le escursioni termiche grazie alla sua umidità, immagazzina CO2, rifornisce la terra di ossigeno. Con la sua distruzione rischiamo di perdere fra il 17 e il 20% di tutte le risorse d’acqua dolce.

Un patrimonio culturale

La deforestazione dell’Amazzonia ha anche un drammatico risvolto sociale:  è occupata da molte popolazioni che, sebbene abbiano culture relativamente simili, presentano un’elevata differenziazione linguistica.

Questo ci dimostra l’inestimabile valore intrinseco della foresta, non solo come espressione di biodiversità ma anche come custode di cultura.

Un indigeno ed il suo peculiare abbigliamento.

Gli indigeni, vivendo da secoli in questi territori, sono ineffabili conoscitori delle proprietà medicinali e curative delle piante; risultano strettamente legati allo sfruttamento della foresta e dei suoi corsi d’acqua.

Negli ultimi anni si è registrato un aumento delle violenze e repressioni verso gli Indios ed i “Guardiani della foresta”. Molte persone si sono unite dando vita ad ONG e gruppi ambientalisti, nel tentativo di mandare un forte messaggio di opposizione nei confronti della deforestazione e distruzione del bioma Amazzonia.

Leggi anche: “BRASILE, UCCISO GUARDIANO DELLA FORESTA AMAZZONICA”

Ci sarà un’inversione di marcia?

Mentre gli scienziati di tutto il mondo chiedono a gran voce un repentino cambio di rotta, non è sembrata stridere poi così tanto la notizia della rimozione di Ricardo Galvao dall’INPE (Istituto Nazionale di ricerche spaziali brasiliano).

A luglio 2019, l’ex Presidente dell’istituto venne accusato dal governo di mentire e nuocere all’immagine nazionale, dopo la pubblicazione di dati che mostrano un drammatico aumento della deforestazione in Amazzonia nei mesi precedenti.

Attualmente, tra i leader di molti Paesi, sembra dilagare lo scetticismo nei confronti della scienza e dei suoi dati che, evidentemente, risultano “scomodi”. Tutto ciò, dunque, ostacola il raggiungimento di una gestione sostenibile della foresta.

Chiunque sia dotato di senso critico, non può non aver provato rabbia e vergogna durante il discorso di Jair Bolsonaro all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso anno:

“E’ sbagliato sostenere che l’Amazzonia faccia parte del patrimonio dell’umanità, gestire l’emergenza roghi spetta solo al Brasile che sceglierà cosa fare; è un malinteso confermato dagli scienziati dire che le nostre foreste amazzoniche siano i polmoni del mondo. Durante questa stagione la siccità favorisce incendi spontanei”.

Jair Bolsonaro durante il suo intervento alla 74esima Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Immagine: Open

Proposte? Noi le elenchiamo in questi punti:

  • Lo sfruttamento delle risorse deve essere sostenibile ed in equilibrio con l’ecosistema amazzonico.
  • Accesso universale all’istruzione. Non sapere né leggere né scrivere significa precludersi qualsiasi possibilità di avere un futuro migliore e, soprattutto, di compiere scelte politiche.
  • Rendere consapevole il popolo brasiliano dell’essenzialità della foresta e l’importanza della sua tutela,  per il bene loro e del mondo intero.
  • Istituire nuove riserve protette a tutela della biodiversità ed ampliare quelle già esistenti, potenziando i controlli contro l’illegalità.      
  • Avvicinare gli agricoltori a nuove tecniche di gestione dei terreni, permettendo loro di poter lavorare negli stessi appezzamenti senza portarli alla sterilità (ad esempio evitando i pesticidi).
  • Creare un turismo ecosostenibile il cui perno siano le meraviglie che l’Amazzonia possiede. Conoscere e tutelare le popolazioni che ci vivono e, possibilmente, includerle nella politica del Paese.
  • Chiedere all’Europa ed agli altri Paesi importatori di attuare specifici controlli di tracciabilità sui prodotti (come la soia e la carne) provenienti dal Brasile;
L’Italia è presente nella classifica degli importatori di carne brasiliana.
Immagine: Corriere della sera

Acquistando prodotti made in Brasile (Amazzonia) supportiamo quelle aziende che spingono i coltivatori al disboscamento: in questo modo la parola fine non verrà mai scritta in questo drammatico copione.

Parola di Dio e virus: se i missionari contagiano gli indigeni

indigeni

Quando l’ho saputo non ci volevo credere. Doveva esserci una qualche esagerazione giornalistica. Non potevano esistere ancora gruppi religiosi di quel tipo e sopratutto non era possibile che così tante persone contribuissero a questo scempio. Invece è tutto vero. Ethnos360 è un gruppo di missionari che vuole raggiungere i popoli indigeni del mondo ed evangelizzarli. Portando, però, oltre alla parola di Dio, sorprusi, malattie e cattive abitudini.

Non abbiamo gli stessi anticorpi

Il coronavirus è la punta di un iceberg gigantesco, sotto al quale si nascondono anni di contagi da parte dei missionari di associazioni quali Ethnos360 alle tribù che vivono isolate e indisturbate ai margini del mondo.

Proprio come avviene con gli animali, anche l’essere umano sviluppa un certo tipo di anticorpi a seconda dell’ambiente in cui è cresciuto e delle malattie con le quali è entrato in contatto.

Con la globalizzazione, l’immunizzazione verso alcuni tipi di malattie sta ormai anch’essa uniformandosi. Alcuni popoli indigeni però, come per esempio i “Korubo”, vivono nel cuore della foresta Amazzonica. Sono quindi, per sorte o per scelta, ancora totalmente isolate dal mondo moderno, conducendo uno stile di vita che il presidente del Brasile Bolsonaro non ha esitato a definire “preistorico”.

Leggi anche: “Bolosnaro vuole distruggere l’Amazzonia”

A parte il fatto che uno stile di vita è semplicemente uno stile di vita. Anzi, forse quello degli indigeni dell’Amazzonia potrebbe, sotto certi aspetti, essere la chiave per salvare l’umanità dall’estinzione certa. Sta di fatto che questi popoli non hanno sviluppato gli anticorpi per moltissime delle malattie che noi abbiamo ormai da anni imparato a combattere.

“Il morbillo e la varicella hanno ucciso tantissimi indiani, ma le stragi più grandi sono state causate dalle malattie respiratorie, e il coronavirus è una di queste”. Così Ha detto Douglas Rodrigues, del Dipartimento di Medicina preventiva dell’Università Federale di San Paolo.

Una storia lunga secoli

Il tutto è iniziato già alla fine del ‘400 quando gli abitanti del “vecchio mondo” sbarcarono in America e fecero strage di indiani. Il genocidio non ebbe luogo soltanto per mano diretta dei conquistadores, ma anche a causa delle malattie che portarono e che uccisero il 90% della popolazione nativa.

Allo stesso modo nell’età moderna i nativi della foresta Amazzonica sono già stati contaminati e gran parte uccisi dalle malattie portate dai missionari. Il dottor Lucas Albertoni ha studiato proprio i casi di contatto tra missionari e indigeni e si è espresso in questo modo.

“Un comune raffreddore potrebbe evolversi in polmonite e sepsi nel giro di pochi giorni senza assistenza medica”. E continua: “ci vuole tempo per sviluppare un’immunità e i Korubo sono un gruppo ad alto rischio per il coronavirus.

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Questo è stato già dimostrato nel 1991, quando i missionari della New Tribes Mission, così il nome ufficioso di Earth360, sono stati cacciati dalla regione orientale dell’Amazzonia, abitata dalla tribù Zo’é. Funai, il dipartimento brasiliano agli Affari indigeni, li ha accusati delle decine di morti causate da malattie come la malaria e persino il raffreddore, che le tribù non avevano mai contratto prima. I test hanno inoltre dimostrato che i nativi non erano stati vaccinati.

Ora, immaginiamoci gli effetti che potrebbe avere una malattia ben più grave del raffreddore come il COVID-19, per il quale non esiste né cura né vaccino, né sufficienti strumentazioni nemmeno per noi europei.

Sfruttamento ed emissioni

La New Tribes Mission non è poi esente da accuse per altri crimini, oltre alla diffusione di malattie, come la produzione di materiale pedopornografico, abusi sessuali, schiavismo e traffico di esseri umani.

E’ doveroso accennare a questi episodi per ricordarci che i problemi ambientali di cui sono colpevoli questi missionari e che a breve menzionerò non sono l’unico e solo problema che deve essere eradicato.

Non possiamo però non puntualizzare la totale mancanza di etica ambientale nei mezzi con i quali le missioni vengono svolte. All’interno del gruppo religioso non sembrano esserci team di scienziati né medici né antropologi che indicano il modo migliore, se ne esistesse uno, per entrare in contatto con queste popolazioni.

Anzi, nel 2018, semplicemente, hanno pubblicato sul loro canale Youtube un video nel quale chiedevano fondi ai loro sostenitori per comprare un elicottero. In questo modo avrebbero raggiunto più velocemente e facilmente i popoli che vivono nelle più più “buie e profonde aree della foresta amazzonica”.

https://www.youtube.com/watch?v=FjRjSkY13To&feature=emb_logo

Senza contare la brutalità che caratterizza l’arrivo di un elicottero pieno di estranei nel mezzo di un villaggio indigeno. Non consideriamo nemmeno le abitudini diverse e sbagliate che i missionari, con i loro prodotti industriali, vestiti e oggetti potrebbero inculcare nella mente di questi popoli. Non sono poi da sottovalutare le emissioni di questa operazione, in barba ai problemi ambientali a cui già l’Amazzonia sta andando incontro.

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Dio l’unico mandante?

Il tutto in nome della parola di Dio. Ma siamo proprio sicuri che il fine sia solo e soltanto quello? Ho provato a cercare un motivo valido che mi convincesse che questa loro azione possa essere se non condivisa, quantomeno compresa.

Tentavo di mettere da parte le indicibili azioni passate delle loro missioni. Vorrei credere che la loro intenzione sia, per esempio, quella di verificare che questi popoli siano in salute e che non necessitino di cure mediche. O che vogliano rispondere a una richiesta di contatto da parte dei nativi stessi.

Ma sul sito e sulle pagine social non si trova nulla di tutto ciò. Si parla soltanto della costruzione di una chiesa nel bel mezzo dei loro villaggi, talvolta di una scuola per insegnare loro la lingua dei missionari e, ovviamente, della diffusione delle parole del Vangelo. Nessun cenno alle precauzioni contro le malattie o semplicemente all’impatto psicologico che tale intrusione potrebbe avere su questi popoli.

Interessi politici ed economici

Indagando più a fondo, però, non è difficile risalire al probabile vero motivo di queste “missioni”. Infatti, sia Ethnos360 sia il neo presidente di estrema destra del Brasile Bolsonaro hanno solo da guadagnare da questa mentalità suprematista e neo-colonialista promulgata dai gruppi fondamentalisti religiosi.

Innanzi tutto, da quando il Brasile è guidato da Bolsonaro, il gruppo One Mission Tribe ha aumentato moltissimo la sua influenza nella nazione sudamericana. Il presidente ha infatti nominato il missionario evangelico Ricardo Lopez Dias nuovo capo del Dipartimento per gli Indiani incontattati. In questo modo, inoltre, Bolsonaro si è accaparrato il sostengo politico dalla potente lobby evangelica brasiliana.

Bolsonaro ha poi revocato al Funai la responsabilità del controllo delle terre indigene. L’ha concessa, invece, al ministero dell’Agricoltura, tutt’altro che interessato al preservarle. Si teme quindi che la politica fino ad ora supportata dal Funai del vietare qualunque contatto con gli indigeni potrebbe cessare.

Un varco per lo sfruttamento

Bolsonaro si sta quindi aprendo un varco verso la presa delle terre indigene e, quindi, “dello sfruttamento delle loro risorse, come oro, minerali e legname”. Così ha dichiarato Sarah Shenker coordinatrice della campagna per i popoli incontattati di Survival International.

La mancanza di cura da parte di Ethnos360 verso gli indigeni e il rischio che possano sopraggiungere moltissime morti è quindi oro colato per Bolsonaro. Shenker, infatti, conclude: “se tutto questo non sarà fermato, molti popoli saranno sterminati“. Sono parole forti, che fanno pensare a un vero e proprio genocidio. Ma purtroppo sono intenzioni più comuni di quanto si pensi.

Per esempio, un’altra associazione religiosa che ha lo stesso obiettivo di Ethnos360, ovvero di evangelizzare le popolazioni indigene, si chiama “Finishing the task“. Letteralmente ciò significa “finire il compito“. Non so a voi, ma a me ricorda molto l’eufemismo “operazione finale” utilizzato negli anni quaranta nella Germania nazista. Sul loro sito, nella lista delle popolazioni da convertire vi sono, ovviamente, anche i Korubo dell’Amazzonia.

Finanziamenti sporchi

Non apro il capitolo dei finanziamenti, in quanto non ho abbastanza dati né certezze in merito. Accenno solo al fatto che nelle FAQ del sito, alla domanda “come vengono pagati i lavoratori di Ethnos360?” la risposta è la seguente.

I lavoratori di Ethnos360 sono responsabili del sostegno finanziario per pagare le loro spese salariali. Per questo dovranno guardare a Dio, confidando solo in Lui, comunicando la loro condizione economica alle chiese che li inviano in missione nonché ad altri individui interessati.

Certo non è la prima associazione che sostiene i suoi dipendenti con donazioni da parte di privati. Ma non bisogna perdere di vista il modo in cui queste persone utilizzano i soldi che ricevono: indottrinare, invadere, contagiare e sfruttare il territorio di popoli che erano fino a questo momento riusciti a vivere una vita lontano dalle sporche dinamiche economiche dell’era moderna.

La natura trionfa nelle città deserte

Acque pulite a Venezia, lepri nei parchi di Milano, delfini nel porto di Cagliari. Sono le immagini che stanno circolando sul web in queste settimane. Gli ambientalisti lo leggono come un segnale positivo della natura che non si ferma, ma che anzi si riappropria degli spazi fino a poco fa dominati dall’uomo. Altri hanno definito questo fenomeno inquietante perché ci mostra con potenza il motivo per cui non c’è nessuno in strada, ovvero la pandemia Coronavirus. I due sentimenti, gioia e inquietudine, sono entrambi legittimi, e devono spingerci ancora una volta a comprendere che la specie più a rischio resta quella umana, mentre la natura troverà il modo di evolversi, adattarsi, sopravvivere.

La memoria corta dell’uomo

La prima notizia che ha fatto scalpore riguarda le acque di Venezia. Abitualmente popolate da vaporetti che portano abitanti e turisti da una parte all’altra, con lo stop di queste settimane hanno riacquistato limpidità, tanto che in alcune zone è possibile vedere il fondo (video). E pensare che quegli stessi canali riempirono le pagine dei giornali anche qualche mese fa, per l’emergenza acqua alta che bloccò la città di Venezia e attirò l’attenzione di tutto il mondo. Proprio da qui possiamo cogliere i limiti della specie umana, incapace di unire i pezzi e di sentire quanto tutto sia intimamente collegato. La stessa natura che con ferocia mise in ginocchio la città per alcuni giorni a novembre scorso, si sta ora ripresentando nel suo volto più benevolo, sotto forma di acqua pulita. Il messaggio di fondo, però, rimane lo stesso: nella lotta contro la crisi climatica, non è il pianeta ad essere a rischio, bensì l’uomo stesso.

Il punto di non ritorno riguarda la specie umana, non la natura

E infatti, anche i nostri lettori sono ben consapevoli della posta in gioco. Qualche mese fa abbiamo pubblicato un articolo sul cosiddetto tipping point, il “punto di non ritorno”. Un osservatore attento ha voluto sottolineare come gli otto anni che avremmo a disposizione non siano per salvare il pianeta “ma per evitare la nostra estinzione. Sono due cose completamente diverse. Noi ci estingueremo, la Terra vivrà anche dopo di noi”.

In questa direzione, sono molti gli studiosi ad evidenziare la capacità rigenerativa della natura, anche in ecosistemi messi fortemente a rischio dall’attività umana. Bob Holmes, in un interessante articolo di Internazionale, prende ad esempio l’area nelle vicinanze di Chernobyl, lasciata deserta dopo il disastro nucleare del 1986. La presenza dell’uomo è stata sostituita da un ricco ecosistema, con una fitta proliferazione di fauna locale: topi, cani selvatici, cinghiali e persino lupi.

Leggi il nostro articolo: “Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione”

Naturale versus artificiale

L’autore riporta numerose testimonianze di accademici che hanno lavorato nell’area di Chernobyl. La capacità di infiltrazione delle piante, prima di ogni cosa, risulta stupefacente: È incredibile vedere come le piante riescono a invadere ogni più piccolo angolo. Questo fenomeno vale per tutti gli ecosistemi presenti nella Terra, con più o meno capacità di ripresa. Per esempio, nelle foreste canadesi dell’Alberta settentrionale, è stato stimato che servirebbero 50 anni per riacquisire l’80% delle superfici in cui l’uomo ha costruito strade e condutture. In quell’area infatti, la ricchezza delle specie indigene è stata solo parzialmente intaccata, mentre in altre zone del pianeta dove ha prevalso la logica delle monoculture la ripresa sarebbe molto più lenta.

Non tutte le situazioni sono reversibili. Il pianeta ha perso specie che non rivedrà mai più, ma l’assenza di attività umana gioverebbe la natura in una prospettiva di lungo termine. Con le parole di Holmes: “Tutto sommato basterebbero poche decine di migliaia di anni al massimo per veder sparire ogni traccia della nostra presenza. (…) Un fatto che dovrebbe renderci più umili, ma anche confortarci, è che la Terra ci dimenticherebbe molto presto“.

La potenza della natura in due cortometraggi

La rivincita della natura sul dominio umano è la protagonista del corto Wrapped, realizzato dalla scuola cinematografica tedesca Film Academy Baden-Württemberg e presentato in più di 100 festival in tutto il mondo. Nel cortometraggio, riportato qui sotto, la città di New York risulta deserta come in questi giorni di quarantena. A differenza della situazione odierna, il filmato costruisce un’immaginario di completa sparizione degli uomini, dove le piante inglobano i grattacieli e le strade, fino alla fioritura e al trionfo del naturale sull’artificiale.

Un altro famoso video di qualche anno fa richiama la stessa logica. L’attrice Julia Roberts prestò la voce a Madre Natura per rispondere a tutti gli appelli che recitano “salviamo il pianeta” o “facciamolo per l’ambiente”. La natura ci ricorda che dovremmo agire principalmente per noi esseri umani, poiché lei troverà il modo di sopravvivere come ha sempre fatto: “In un modo o in un altro, le tue azioni determineranno il tuo destino. Non il mio. Io sono la natura. Io vivrò ancora. Sono pronta a evolvermi. E tu? La natura non ha bisogno dell’uomo. L’uomo ha bisogno della natura”.

Non dimentichiamocene quando l’emergenza finirà

Lo scenario attuale, da molti definito “apocalittico”, ci sta offrendo immagini di altrettanta potenza. I satelliti spaziali testimoniano il drastico calo di polveri sottili nel Nord Italia, i delfini non hanno paura di avvicinarsi al porto in Sardegna, gli animali selvatici invadono le strade comunemente abitate da macchine e moto nelle metropoli. Il minimo che possiamo fare, nel tempo infinito che ci costringe nelle nostre case, è riflettere sulla bellezza della natura che resiste, sui suoi tentativi di rigenerarsi nonostante tutto. E portare queste riflessioni al di là della quarantena, quando ci verrà ridata la possibilità di scegliere come relazionarci con l’ambiente che ci circonda.

Guarda anche: “Lettera dal virus”: l’avvertimento di Madre Natura (video)

Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere

La deforestazione lascia fauna e batteri senza più una casa

Il Covid-19 è la notizia del momento. Tutti conosciamo perfettamente questo nome che indica il coronavirus esploso in Cina e poi diffusosi in tutto il mondo. In Italia abbiamo avuto un focolaio in Lombardia, come ben sappiamo, che poi si è allargato a macchia d’olio nel resto della penisola. Come solitamente accade per questo tipo di patogeni, il virus si sta ora diffondendo, in maniera instancabile seppure difforme, in tutto il mondo. Senza dilungarci troppo in una descrizione della patologia virale, dal momento che non ci sono le competenze per farlo su questo blog e che, comunque, la rete e i giornali non fanno altro che parlarne, in questi giorni, concentriamoci sull’aspetto più pertinente del virus con le tematiche affrontate dall’Ecopost.

Rielaborazione di un coronavirus. Il nome si deve al fatto che tale virale, esaminato a microscopio, ricordi la sagoma di una corona, Foto: Shutterstock

I danni all’ambiente e la proliferazione dei virus

Partiamo da un imprescindibile antefatto, un concetto che non è legato al Covid-19, bensì ad ogni virus, in quanto assioma sempre valido: per prenderci cura della nostra salute dobbiamo difendere il nostro pianeta. In questi giorni di emergenza, di misure severe per evitare la diffusione incontrollata del coronavirus e di disagi diffusi in tutto il Paese, non vogliamo certo ragionare sul nesso tra la patologia e la scriteriata tutela del nostro habitat. Eppure dobbiamo farlo. Difficilmente qualcuno di noi si sarà fermato a considerare quale legame possa esserci tra i danni che quotidianamente apportiamo all’ambiente e le epidemie di Ebola, Sars, Zika, Mers e H1N1. Tutti questi ceppi virali si sono diffusi prima del Covid-19. Tutti questi ceppi virali presentano un minimo comun multiplo con il virus che ormai è compagno della nostra quotidianità.

Cosa sappiamo del coronavirus

In base a cosa possiamo fare queste considerazioni? Su cosa basiamo l’assunzione che la diffusione di virus di questo tipo vada a braccetto con i mala tempora ambientali cui noi umani costringiamo il nostro ecosistema? Ragioniamo assieme, basandoci su un ottimo articolo uscito qualche giorno fa sulla Stampa, a firma Mario Tozzi.

Punto di partenza è la riconduzione al primo tratto in comune dei virus citati e del coronavirus esploso nella provincia cinese dello Hubei: la trasmissione animale. Circa il 70% delle malattie infettive emergenti (EID secondo l’acronimo inglese), deriva dall’interazione tra animali selvatici, addomesticati ed esseri umani. In determinate situazioni ed in determinati ambienti, si riscontrano fattori aggravanti e/o scatenanti, dovuti ai contatti tra questi attori. Nelle aree urbane che presentano un’alta densità di popolazione, tali rischi sono più elevati. Molti uomini in uno spazio piccolo significa anche molti animali domestici in uno spazio piccolo, dal momento che oramai, com’è risaputo, circa una persona su 2 possiede (almeno) un cane; sempre più persone sostituiscono l’animale da compagnia ad un figlio vero, magari senza neppure ammetterlo a sé stessi o agli altri.

https://www.youtube.com/watch?v=eup3_i_5uaw
Una semplice spiegazione video del virus. Audio in inglese.

L’importanza della qualità dell’aria

Prima della proliferazione dei sapiens, le tribù antiche di cacciatori-raccoglitori correvano molto meno il rischio di contrarre virus. Sicuramente, tali popolazioni – spesso nomadi – non sviluppavano e diffondevano epidemie virali. Qualora qualcuno di essi avesse contratto una simile patologia, era ben più probabile che il virus morisse dopo averlo ucciso, piuttosto che si diffondesse ad altre persone. I principali due focolai del Covid-19, la città di Wuhan con la sua provincia e la pianura padana hanno un tratto che le accomuna: sono zone piuttosto degradate dal punto di vista della qualità ambientale. In particolare, la qualità dell’aria che si respira a tali latitudini non è certo delle migliori. Per quanto non inquadrabile scientificamente con stime esatte e precise, tale considerazione può estendersi anche alla ultraurbanizzata Corea del Sud e al nucleo abitato di Teheran, in Iran; altri due importanti focolai, nel momento in cui scrivo, del coronavirus.

In Europa non sono molte le aree che possono vantare un’aria inquinata come quella della pianura padana. Tale aspetto è stato forse troppo trascurato, nell’analisi di questa patologia.

In pianura padana, l’aria è tra le più inquinate in Europa, foto: Pixabay

Eccessivo sfruttamento

Un contributo importante, diciamo pure importantissimo, all’intensificazione dei rapporti tra uomo e fauna, selvatica e domestica, si deve allo sfruttamento eccessivo del terreno. Cambiamenti di uso del suolo e aumento incontrollato dell’allevamento intensivo, specialmente in regioni cruciali per la tutela della biodiversità, sono attori protagonisti in tale fenomeno. La deforestazione, poi, è la madre di tutti i problemi, in un simile contesto. Nel 1998, in Malesia, comparve per la prima volta il virus Nipah. Tale patologia fu causata dall’intensificazione dell’allevamento di suini al limite delle foreste. In sostanza, per crear spazio all’allevamento intensivo di maiali, si disboscavano ampi settori forestali; devastando l’habitat del pipistrello della frutta, l’originario portatore del virus.

Anche l’origine di Sars ed Ebola è dovuta a comportamenti simili. Nelle aree metropolitane asiatiche è piuttosto comune trovare pipistrelli e scimmie, specie portatori dei due virus. I primi convivono con i sapiens, mentre le seconde sono prede abituali di bracconaggio e vendita illegale.

Il salto di specie dei virus

Ogni sindrome virale presenta la possibilità di spillover, ovvero il salto di specie. Tale passaggio, però, sarebbe ampiamente favorito laddove le attività umane impongono grandi modifiche ambientali. Impiantare improvvisamente monocolture e allevamenti intensivi ove la natura ha posto una foresta tropicale, non è certo un comportamento foriero di benessere e salute. Nelle foreste vergini, infatti, la fauna selvatica è molto più importante che in altre zone, tanto per numero di specie quanto per numero di individui. Conseguentemente a ciò, naturalmente, anche i patogeni sono maggiormente diffusi. Ogni animale porta con sé un corredo di microrganismi che potrebbe essere dannoso per l’uomo e non sempre ci è conosciuto. La caccia, i disboscamenti selvaggi, la desertificazione agricola e la crescita, spesso terribilmente sproporzionata, delle aree urbane, non possono che causare imponenti migrazioni della fauna che abitava quei luoghi. Tutto questo si deve ad una sola causa: la sconsideratezza umana.

Una volpe volante, noto anche come pipistrello della frutta (nome scientifico: Pteropus Giganteus), questi grandi chirotteri sono ritenuti responsabili della diffusione del Covid-19, foto: Wikipedia

L’illegalità che favorisce i virus

Il contrabbando e lo smercio illegale di alcuni esemplari di animali rari giocano un ruolo di primo piano nella diffusione di batteri. In questo preciso momento, la specie più contrabbandata al mondo è il pangolino cinese. La circolazione illegale di questo animale è stata una delle cause che ha agevolato la diffusione del Covid-19. La corazza del pangolino è in cheratina, come le unghie umane, ed è abitualmente utilizzata nella medicina orientale. Numerose superstizioni asiatiche, infatti, parlano della corazza di questo tenero mammifero come una sorta di panacea ad ogni male, alla stregua delle ossa di tigre o del corno di rinoceronte. A ciò va aggiunto che la carne di pangolino è considerata una prelibatezza, in numerose zone della Cina. Negli ultimi sessant’anni, il numero di esemplari della specie è diminuito del 90%.

Il genoma del virus 2019 nCoV (tale è il nome utilizzato in laboratorio) rinvenuto nelle persone infette è pressoché identico a quello rinvenuto nei pangolini. Si suppone che l’animale sia stato contagiato da esemplari di pipistrello. Il commercio incontrollato di animali, o di loro parti del corpo, può essere veicolo di zoonosi, ovvero patologie della fauna. Nel 2003, forse qualcuno ricorderà, la SARS apparve per la prima volta in un mercato cinese dove si vendevano, senza alcun tipo di controllo, esemplari di civetta delle palme.

Una mamma di pangolino con il suo cucciolo, Foto: Repubblica

La prevenzione parte dal rispetto degli ecosistemi

Il capitalismo contemporaneo più sfacciato e disumano – sovente sostenuto, finanziato ed incoraggiato da potentissime multinazionali di cui conosciamo bene i nomi – comprende tutta una serie di pratiche, assolutamente contro natura, tese solo ed esclusivamente alla massima resa del terreno nel minor tempo possibile. Questo modus operandi, naturalmente, non tiene minimamente conto dell’impoverimento dell’habitat e, dunque, della vita di chiunque lo abiti, che va a creare. Le difese naturali di un ecosistema sfruttato allo stremo si indeboliscono, ciò è comprensibile persino da un bimbo. Se questi sfruttamenti, se questi beceri crimini contro l’ambiente avvengono dentro un incubatore come quello del terzo mondo, povero e minacciato in prima persona dal riscaldamento globale, come possiamo ostacolare la proliferazione virale?

Deforestazione e sfruttamento dei suoli agevolano la diffusione di batteri, stravolgendo l’habitat delle specie viventi in quei luoghi e costringendole a migrare altrove, assieme al loro corredo di microrganismi, Foto: Pixabay

Il legame tra virus e surriscaldamento globale

In clima caldo ed umido le zanzare anofeli, portatrici della malaria, trovano un habitat perfetto per lo sviluppo di cui la larva necessita. Infatti si stanno riproducendo a ritmi che appaiono quasi inarrestabili, colonizzando regioni che non avevano mai conosciuto tale patologia. Teniamolo ben presente, poiché corriamo il rischio di trovarci tra i prossimi della lista. Similmente. la specie di zanzara denominata Aedes aegypti si è già spostata dalle calde temperature egiziane, ove storicamente proliferava, per spingersi fino ad alture oltre i 1300 metri in Costa Rica e vicine ai 2000 in Colombia, Kenya, Uganda, Etiopia e Ruanda. In tutti questi luoghi, nei quali si è stabilita, la specie non ha mancato di portare i suoi omaggi di dengue e febbre gialla. Le recenti invasioni di locuste in Africa sono riconducibili a questi stravolgimenti.

Se qualcuno ha ancora bisogno di stimoli per convincersi di quanto sia necessario ed urgente rivedere il nostro modello di sviluppo economico, e fermare la distruzione degli habitat naturali, ci auguriamo di aver portato qualche stimolo, in questo articolo, su cui riflettere, in queste giornate nelle quali i luoghi di aggregazione sono chiusi. C’è un legame concausale tra epidemie ed ambiente e la strada giusta per giungere alla limitazione, quando non alla sconfitta vera e proprio di queste patologie, passa da qui. Come ci ricorda Tozzi, chiudendo il suo articolo: “Stavolta a indicare la via non sono i soliti ambientalisti ma i medici.”

Fondo Forestale Italiano: la ONLUS che “costruisce” boschi

fondo forestale italiano

Nove soci fondatori ed un unico fine. Preservare o, dove possibile, rimpolpare la rete boschiva sul territorio italiano. Lo scopo del Fondo Forestale Italiano è quello di “contrastare cause ed effetti dei cambiamenti climatici mediante attività di forestazione“. Uno statuto ferreo che vieta tassativamente qualsivoglia tipo di taglio a scopo economico, fondato su un principio di conservazione dello stato naturale dei boschi.

Piantumazione di ghiande a Viterbo, Ottobre 2018

Lo statuto del Fondo Forestale Italiano

Nato circa un anno e mezzo fa, il Fondo Forestale Italiano assume la forma giuridica di ONLUS. L’associazione, si legge nel loro sito, non ha infatti scopi di lucro e porta avanti la sua attività solo grazie “a donazioni di denaro e/o di terreni”.

Non è infatti permesso né vendere i terreni né tanto meno vendere le quote di CO2. Quest’ultima è una pratica ormai troppo diffusa nel mercato odierno e che, spesso, rischia di “giustificare” azioni irriguardose nei confronti dell’ambiente mettendo in pace le coscienze di chi, invece, almeno un pochino dovrebbe sentirsi in colpa.

Per fare un esempio sono tantissime le compagnie aeree che hanno inserito la possibilità di compensare le emissioni generate dal passeggero, tramite il conferimento di una piccola quota aggiuntiva al prezzo del biglietto. Si suppone che questi soldi siano poi investiti in progetti di rimboschimento, come può essere quello del Fondo Forestale Italiano senza che tuttavia, al momento, ci sia abbastanza trasparenza a riguardo.

“Il problema di questa pratica – ci spiega Emanuele Lombardi, presidente dell’Associazione e perito industriale ENEA – riguarda la mancanza di un vero e proprio effetto benefico. Noi portiamo avanti la nostra mission che ha l’obiettivo di catturare quanta più CO2 possibile dall’atmosfera per avere un effettivo positivo sull’ambiente. Se iniziassimo a vendere queste “quote” di CO2 da noi guadagnate questo effetto si azzererebbe finendo per fare a pari con l’attività di chi, invece, non si è fatto più di tanti problemi ad inquinare”.

Leggi il nostro articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Un punto di vista che si distacca da quella che potrebbe essere una delle principali fonti di guadagno della ONLUS ma che la dice lunga sulla coerenza dei soci fondatori.

L’attività del FFI

Seppure di recente formazione il FFI, acronimo di Fondo Forestale Italiano, ha già ottenuto i suoi primi risultati. All’interno della sua rete può infatti già vantare quasi 40 ettari di terreni di proprietà. “L’unico modo che si ha per fare boschi in Italia è quello di avere terreni di proprietà” – prosegue Lombardi – “La terra che abbiamo a disposizione è principalmente frutto di donazioni. Dobbiamo inoltre sempre tenere in considerazione che i processi di rimboschimento sono molto lunghi. Ci possono volere decenni per creare un bosco dal nulla. Bisogna dare tempo alla natura di fare il suo decorso.

Una ghianda piantata in un terreno donato al FFI è diventata una piccola quercia

Sebbene in Italia le zone boschive siano, in generale, molto manipolate dall’attività umana, noi preferiamo lasciare che l’ecosistema si sviluppi in modo naturale. Il nostro scopo, oltre che quello di difendere la natura, è anche quello di restituire i terreni da noi utilizzati per le nostre attività alle comunità locali. Organizziamo progetti educativi e visite per rimettere in contatto chiunque lo desideri con la natura. I nostri spazi sono concepiti in modo che possano costituire un valore aggiunto per le persone che abitano nelle zone limitrofe”.

Il Fondo Forestale Italiano offre anche la possibilità, a chiunque abbia un terreno incolto, di affiliarsi al suo programma. “Stiamo pensando di fornire un servizio di assistenza a chiunque voglia affiliarsi al nostro progetto. Sebbene infatti sia sempre una buona cosa piantare un albero, la legge italiana permette solo la piantumazione di specie autoctone e tipiche della zona”.

Più boschi, meno cemento

Uno dei più grandi problemi del nostro paese riguarda l’eccessiva cementificazione, con tutte le conseguenze che questo ha sulla salvaguardia degli ecosistemi. Ed è proprio in questo senso che il Fondo Forestale Italiano assume una grande importanza. Al momento, infatti, in Italia non ci sono grossi problemi di deforestazione.

Sebbene infatti qualche area venga periodicamente disboscata, il tasso con cui ciò accade non è neanche lontanamente paragonabile a quello che si sta verificando in zone molto più a rischio come l’Amazzonia, l’Indonesia o la Romania solo per citare alcuni esempi. L’importanza potenziale che il FFI può avere nella conservazione di aree verdi che, altrimenti, rischierebbero di lasciare posto a colate di cemento non è quindi da sottovalutare.

Leggi il nostro articolo: “Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente”

Un esempio virtuoso di come, quando ci sia la volontà, è possibile mettere da parte i profitti e l’antropocentrismo che caratterizza la nostra epoca per portare avanti progetti mirati al benessere della comunità, senza che questo debba ad ogni costo fare parte di un disegno economico più grande. Preservare la natura e, dove possibile, ristabilirne gli equilibri. Questa è, in sintesi, la filosofia del Fondo Forestale Italiano.

Un pensiero che non possiamo fare altro che condividere. Gli alberi, i boschi e le foreste sono, al momento, una delle migliori armi che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici. Se da una parte ci sono le grandi aziende che non si fanno scrupoli nell’abbatterli, dall’altra si stanno moltiplicando i progetti legati alla piantumazione di alberi. La battaglia sarà lunga ed estenuante. Staremo a vedere chi ne uscirà vincitore

Africa, la grande muraglia verde per fermare la desertificazione

Il progetto si chiama “The Great Green Wall”, la grande muraglia verde. Nato nel 2005 e operativo dal 2010, il piano prevede il rimboschimento di una fascia di 8000 chilometri, dall’Oceano Atlantino al Mar Rosso. Coinvolge 22 paesi africani e ha lo scopo di fermare la desertificazione nel continente, sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale. Partecipano alla sua realizzazione numerosi partner locali e internazionali, e per questo motivo non poche sono le controversie attorno al progetto. Allo stesso tempo, la grande muraglia verde ha già dato i primi frutti, dimostrando che esistono strade percorribili per fermare il cambiamento climatico. A partire dagli alberi, la più naturale ed efficace risorsa per dare ossigeno al pianeta Terra.

Copertina del Numero di Febbraio della rivista Nigrizia, principale fonte del seguente articolo. Credit vignetta: Vauro

Le origini della grande muraglia verde

L’idea nacque nel 2005 in occasione della Conferenza dei Capi di Stato e di governo della Comunità degli stati del Sahel e del Sahara. Si sottolineò l’esigenza di creare un piano comune che potesse arginare il fenomeno della desertificazione, e allo stesso tempo creare benefici sociali per combattere la povertà in Africa. Nei cinque anni successivi il progetto venne elaborato fino alla fondazione dell’Agenzia Panafricana della Gmv, il “Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative”.

Il progetto si è poi ramificato in diverse azioni multisettoriali, alcune di grande impatto, altre fallimentari o ancora allo stadio di progettazione. Nei casi di successo ha giocato un ruolo chiave il coinvolgimento della società civile, mentre in altri paesi il piano fa fatica ad avanzare a causa di guerre civili, conflitti di interesse fra le parti coinvolte o ingerenza dei privati stranieri, che hanno visto nella grande muraglia verde un’occasione per trarre profitto. Partiamo dall’analisi dei maggiori ostacoli.

Leggi il nostro articolo: “Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente”

Criticità: conflitti istituzionali, zone di intervento

In primo luogo, sul piano istituzionale persiste una grande confusione sulla divisione dei ruoli di coordinamento, finanziamento e operazione sul campo. Fra i maggiori partner internazionali risultano la FAO, la Banca Mondiale, l’agenzia dell’ONU per la lotta alla desertificazione (Unccd) il Global Environmental Facility e l’Unione Europea. All’interno del Continente Africano invece, partecipano numerose organizzazioni coordinata da due organi, l’Unione africana e l’Agenzia panafricana per la Gmv. Come riporta il Report di Nigrizia, per i primi anni questi due organi si sono spesso intralciati, con una sovrapposizione di competenze e una deleteria mancanza di collaborazione. Il direttore scientifico dell’Agenzia panafricana, Abakar Zougoulou, ha commentato così questa problematica: “è come se ci fossero due capitani sulla stessa nave”.

Zougoulou ha sottolineato che negli ultimi tre anni si è cercato di risolvere questa ed altre criticità emerse. Ad esempio, in alcuni paesi è stata data scarsa attenzione all’adattabilità delle piante. Il mancato legame con le esigenze del territorio era stato un motivo di fallimento di precedenti piani di riforestazione: in Algeria e in Cina per esempio, non si era tenuto conto della necessità di utilizzare piante autoctone che si adattassero al clima e alle condizioni del suolo nella zona interessata. Inoltre, molti dei progetti finanziati dalla Banca Mondiale per la grande muraglia verde agiscono al di fuori della zona prioritaria d’intervento, identificata nella fascia che va dal Maghreb all’Africa subsahariana, con un focus speciale sulle zone con la pluviometria più bassa, dai 100 ai 400 millimetri.

Il pericolo di neocolonialismo

La cospicua presenza di finanziatori stranieri è essa stessa motivo di forti critiche. Come infatti sappiamo, molto spesso questi piani di investimento prevedono che venga restituito qualcosa in cambio. È ormai noto che la Banca Mondiale abbia agito per decenni in questa direzione, fornendo grosse somme di denaro ai paesi “in via di sviluppo” e obbligando i beneficiari ad attuare i cosiddetti “piani di aggiustamento strutturale”. Vale a dire, riforme del sistema politico-istituzionale a favore del libero commercio tramite privatizzazioni e allentamento delle regole statali.

Anche la partecipazione dei singoli paesi e dell’Unione Europea va attentamente sorvegliata, per non far sì che la grande muraglia verde sia un modo come altri per perpetuare dinamiche di neocolonialismo in Africa. Non a caso fra i finanziatori si è aggiunta di recente la Cina, che da anni investe nel continente africano per allargare la sua zona d’influenza.

Leggi il nostro articolo: “Ecosia: piantare alberi navigando sul web”

La società civile per la grande muraglia verde

L’ultimo elemento di debolezza da evidenziare è lo scarso ruolo della società civile nella progettazione del Great Green Wall. Infatti, come succede spesso in questi piani dal grande respiro internazionale, si rischia di portare tecnologie o dinamiche esterne che vanno a peggiorare o esacerbare situazioni locali già in bilico. Alcune zone che erano precedentemente accessibili a tutti, per esempio, sono state interdette per alcuni, aumentando le diseguaglianze.

Trailer del film The Great Green Wall, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2019

L’accesso equo alle risorse fondiarie è ora diventato un punto chiave del progetto: in alcune zone dove erano previste grosse zone boschive, ora vengono inseriti orti urbani, per non intralciare i villaggi e le comunità lungo il cammino. Di recente, si è posta l’attenzione sulla parità di genere, includendo le donne nella realizzazione di questi sistemi agrosilvopastorali. Si sta cercando infine di integrare la tecnologia con conoscenze autoctone, come il sistema degli zaї in Burkina Faso: una tecnica di fertilizzazione del terreno tramite piccoli buchi arricchiti di letame per raccogliere l’acqua.

Le prime stime sulla grande muraglia verde

Come evidenziato sopra, la grande muraglia verde presenta forti elementi di disputa che richiedono un lavoro di sorveglianza capillare. D’altra parte, bisogna riconoscere i successi finora ottenuti: le stime più ottimistiche dell’Unccd parlano di 28 milioni di ettari rigenerati e 12 milioni di alberi piantati. L’Agenzia Panafricana ridimensiona le stime: si tratterebbe di 3 milioni di ettari rigenerati e 11.000 posti di lavoro creati. Ci sono paesi che non hanno ancora la propria agenzia interna della Gmv e in cui nemmeno un albero è stato piantato.

Altri paesi africani hanno invece dimostrato un forte attivismo, a partire da Senegal, Niger, Ciad, Burkina Faso, Nigeria, Mali ed Etiopia. Quest’ultima ha riempito le pagine di tutto il mondo lo scorso luglio, quando in una sola giornata sarebbero stati piantati 350 milioni di alberi. Anche il nostro blog aveva testimoniato questa iniziativa, in occasione dell’Overshoot Day.

Leggi il nostro articolo: Green Legacy, l’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno

Il momento migliore per piantare un albero è ora

Ce l’hanno ricordato Greta Thunberg e George Monbiot qualche mese fa: C’è una macchina ‘magica’ che aspira gas serra dall’aria, costa molto poco e cresce da sola. Si chiama albero”. La natura stessa ci fornisce le soluzioni per arginare la crisi climatica. La grande muraglia verde presenta sicuramente delle criticità, ma è allo stesso tempo un piano coraggioso che ci indica la strada più sostenibile da percorrere nei prossimi dieci anni. Come dice il proverbio: “Il momento migliore per piantare un albero era 20 anni fa. Il secondo miglior momento è ora”.

Leggi anche: “1.200 miliardi di alberi per salvarci dai cambiamenti climatici”

La Polonia soffoca nello smog

Emissioni da una fabbrica

Clima polacco

In Polonia l’aria è incredibilmente inquinata. Come ben sa chi è stato a Varsavia, specialmente durante l’estate, entrando nella capitale polacca da una delle sue numerose autostrade, non occorre far altro che alzare gli occhi verso il cielo per notare una densa foschia. Per il 60% dei polacchi, coloro i quali vivono nelle aree urbane e più densamente popolate, la bella stagione non porta con sé solamente il caldo. Bensì anche la consapevolezza di come le loro case si trovino sotto una tangibile coltre di smog.

Per quanto la situazione possa apparire grave in estate, è in realtà durante l’inverno che il problema raggiunge il suo punto apicale. In alcune zone della Polonia, come ad esempio a Cracovia, nel sud, la gente dice che l’aria è tanto spessa che si può mordere. Lo dicono scherzando ma con la tipica amarezza di chi sa che proprio scherzando si afferma una parte di verità. Lo stato polacco è casa soltanto al 5% della popolazione del nostro continente, eppure la Polonia conta ben 33 delle 50 città più inquinate d’Europa. Non si tratta certo di un record invidiabile.

Smog a Varsavia. Foto: Tech Media

Il movimento ecologista in Polonia

Lo stato ha sempre avuto un movimento ecologista, sin da quando ha spezzato le opprimenti catene del dominio sovietico, entrando a far parte della CSI prima e della UE poi. Tale corrente è però stata fisiologicamente composta da gruppi piccoli e sfortunatamente ben poco influenti. Seguendo i movimenti mondiali, ad ogni modo, l’attivismo ecologista polacco si è evoluto, si è trasformato, nel corso degli ultimi anni. Sulla scena politica del Paese si sono diffusi gruppi come Youth Climate Strike, il movimento di origine studentesca che sciopera per il clima, ed Extinction Rebellion Poland. Entrambi i gruppi hanno stupito l’opinione pubblica, riuscendo ad organizzare grandi manifestazioni popolari nel paese, le quali hanno coinvolto tanto i veterani dell’attivismo ambientalista quanto la classe dirigente.

Il logo del gruppo Extinction Rebellion. Foto: Facebook Extinction Rebellion Polska

Una politica sorda

Sebbene gli attivisti polacchi, coadiuvati dalle ong e dagli scienziati che operano nel paese diano instancabilmente voce alle preoccupazioni, sempre più serie qui come in tutto il pianeta, dei cittadini per l’ambiente, il governo conservatore continua strenuamente ad opporsi ad ogni iniziativa volta a ridurre lo sfruttamento del carbone. In Polonia detiene il potere il partito Diritto e Giustizia (PIS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, noto per le sue posizioni fortemente destrorse e conservatrici. Il Presidente della Repubblica è Andrzej Duda, contro il quale la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione, nel 2017, a seguito di un tentativo di accentramento dei poteri di nomina e selezione dei magistrati sulla figura del Presidente.

A causa di questa ottusità governativa, è in corso in Polonia un duro scontro sulla tematica ambientale. Per utilizzare le parole del partito dei verdi polacco, entrato in Parlamento a seguito delle elezioni dell’ottobre 2019: “Il governo non sta facendo nulla. E’ come se si limitasse a spostare le sedie sul Titanic mentre il transatlantico affonda.”

Jaroslaw Kaczinsky (sinistra) e Andrzej Duda (destra). Foto: Tok FM

I problemi ambientali in Polonia

L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che, nel corso del solo anno 2015, siano morti prematuramente, a causa di disturbi riconducibili all’inquinamento atmosferico, circa 45mila polacchi. La scarsa attenzione ambientale ha fatto in modo che si creasse un’area denominata deserto di Bledow. La deforestazione e la forsennata raccolta del legname, in questa zona, associate allo svuotamento della sottostante falda acquifera ha causato la scomparsa pressoché totale della vegetazione. Lo sfruttamento della zona di Bledow non è storia recente. Si può infatti ricondurre ad attività minerarie iniziate nel medioevo. Ora il cambiamento climatico ha aggravato la situazione, portando a periodi di siccità estremi e sempre più frequenti.

Secondo gli ecologisti nessun governo, oggi come nel passato, ha mai fatto abbastanza per fronteggiare l’emergenza ambientale. A detta di molti poi, le politiche del governo a guida PIS starebbero complicando ancor di più la lotta al cambiamento climatico che incombe.

Lo smog a Cracovia

Scelte anacronistiche

Il PIS è primo partito in Polonia dal 2005. Nel corso del suo governo ha dapprima varato l’apertura di nuove miniere carbonifere in Slesia; in seguito ha consentito lo sfruttamento del legname della foresta di Bialowieza, una delle ultime foreste vergini europee e infine, evidentemente non pago, ha deliberato una severissima normativa sui parchi eolici, considerata da alcuni analisti ed esperti delle rinnovabili come il maggior ostacolo possibile allo sviluppo di forme di energia pulita nel paese.

Non contento di ciò, il partito ha anche proposto grandi piani infrastrutturali, quali cementificazioni e nuove costruzioni per milioni di metri cubi, inevitabilmente destinati a danneggiare gravemente, probabilmente in maniera persino strutturale, l’ambiente. Spicca, se così vogliam dire, il canale che dovrebbe attraversare lo stretto promontorio della Vistola. Lo sciagurato progetto, lungo oltre un chilometro, potrebbe seriamente compromettere l’habitat della fauna selvatica residente in loco. A cosa si devono queste francamente inspiegabili scelte? Ovviamente vi è dietro un cinico e preciso disegno politico.

La strategia di Diritto e Giustizia in Polonia

Il principale obiettivo politico di PIS è quello di non perdere il sostegno elettorale dei minatori e dell’industria dei combustibili fossili. Questa categoria è una potente lobby in Polonia, serbatoio di voti che fanno molta gola al partito, al fine di prolungare la propria egemonia. Nonostante sia cristallino a chiunque come la strategia ambientale del governo sia destinata ad avere un impatto enormemente negativo sul Paese, per il PIS contano di più le preferenze elettorali che il futuro dei propri figli. Una volta in più, appare evidente come il potere sia il principale avversario nella lotta al global warming.

Il logo del partito Diritto e Giustizia. Foto: Devdiscourse

Le mobilitazioni danno speranza

Di fronte alle prove, sempre più innegabili, dell’avanzamento pressoché indisturbato del cambiamento climatico, c’è una nuova generazione di ambientalisti in Polonia davvero determinata a farsi ascoltare. I nuclei vitali di Extinction Rebellion e Youth Climate Strike nel paese sono composti di ragazzi. Questi attivisti sono spesso alle prime esperienze in campo politico e sociale. Molte di queste persone confessano di essersi attivate in maniera tardiva, pur avendo nutrito da tempo preoccupazioni verso il clima.

Un esauriente articolo pubblicato sull’Internazionale 1343 ha riportato la voce di alcuni esponenti polacchi dei due gruppi ora citati: “C’è una bella differenza tra capire qualcosa con la testa e farlo con il cuore. Se ti fermi a pensare agli effetti della crisi climatica ti viene davvero da piangere.” Sono le parole di Przemek Siewior, 29 anni, militante da circa un paio di mesi di Extinction Rebellion Poland. A lui fa eco la giovane Ania Pawlowska, 16 anni, di Youth Climate Strike: “Non ero del tutto consapevole della portata del problema. Dopo il grande sciopero studentesco del 15 marzo 2019 ho capito davvero cosa c’è in gioco. Quel giorno sono rimasta terrorizzata. Mi sentivo davvero frustrata per non aver capito prima i rischi connessi al cambiamento climatico.”

Alla conclusione dell’intervista di Pawlowska è il caso di prestare attenzione: “Se è una cosa così importante, perché nessuno fa niente? Perché non me ne hanno parlato a scuola?”

Sciopero studentesco a Varsavia

Un cambiamento dal basso

In Polonia i nuovi attivisti parlano spesso dello shock provato quando si son resi conto della gravità della questione. Di come si sentano delusi, diciamo pure traditi dal loro governo. Per tal motivo, come molti loro colleghi in giro per il mondo, tendono a considerare il conflitto uno strumento utile per forzare il cambiamento. Per conflitto non s’intende certo una guerra, bensì le numerose forme di protesta pacifica organizzata, come ad esempio la disobbedienza civile, molto più efficaci degli scontri armati.

Il cambiamento climatico sembrerebbe essere diventato preoccupazione prioritaria in Polonia, anche per chi non fa parte di gruppi ecologisti. Durante la campagna elettorale dell’autunno 2019 oltre il 60% dei polacchi ha dichiarato che il cambiamento climatico va posto al centro del dibattito pubblico. Tale accresciuta consapevolezza si deve in primo luogo agli evidenti effetti del riscaldamento globale nel paese. La siccità ha infatti portato ad un sensibile aumento del prezzo dei generi alimentari (si parla di rincari fino al 6%, contro il fisiologico 2% della UE). Oltre a ciò, va considerato l’importante ruolo giocato dalle proteste giovanili di cui abbiamo scritto.

Quale futuro per la Polonia?

Le campagne dei gruppi ambientalisti, dunque, sembrerebbero aver già portato ad effetti concreti sulla società. I dibattiti sul clima in Polonia sono diventati frequenti e, di conseguenza, anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica a riguardo è cambiato. Gli ecologisti non appaiono più come strani, estremisti di sinistra, verdi lontani dalla politica vera e frichettoni che parlano solo di problemi astratti. Molte persone si dicono consapevoli, preoccupate e, soprattutto, ed è qui che va riposta la speranza, vogliono fare qualcosa di concreto.

Ciononostante, in Polonia e non solo, il divario tra le azioni governative e le misure auspicate da ambientalisti e scienziati, continua a crescere giorno dopo giorno. Riprendendo le parole del partito dei verdi polacco: “Dobbiamo cominciare subito a ridurre drasticamente le emissioni, cambiando il nostro sistema economico. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico dice che ci sono il 70% di possibilità di rispettare le soglie imposte dalla comunità scientifica se seguiamo le raccomandazioni fatte. Per il momento, però, non sembra che lo stiamo facendo.”

Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente

romania

Se l’Amazzonia è il polmone del mondo, la Romania è quello dell’Europa. E sono entrambi minacciati dal disboscamento illegale delle foreste.

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Una pratica che dura da anni

Il taglio illecito di alberi in Romania non è cosa nuova. È infatti da quando questa nazione, che si trova poco al di là del confine italiano, si è unita all’Unione Europea che la domanda per il suo legname da parte degli stati membri è cresciuta esponenzialmente. E la Romania stessa ha visto nel mercato del legno una grande opportunità economica.

Quando si tratta di soldi, si sa, gli uomini ne rimangono accecati, tanto da volerne sempre di più. La quantità massima di alberi da tagliare imposta dall’Unione Europea, quindi, non bastava più. Secondo un report di Romania Insider, ogni anno vengono tagliati illegalmente 20 milioni di metri cubi di bosco, con un profitto illecito di un miliardo di euro.

Morte a chi difende i boschi

Una delle conseguenze più terribili della deforestazione illegale è la minaccia a chiunque cerchi di fermarla. Negli ultimi anni, sei silvicoltori sono stati uccisi, mentre 650 sono stati picchiati, attaccati con asce, coltelli e pistole dopo aver colto sul fatto taglialegna illegali.

Secondo la Forestry Union romena, due rangers sono stati uccisi soltanto a settembre. Raducu Gorcioaia aveva 50 anni e tre figli quando è stato picchiato a morte vicino a una delle foreste che tentava di proteggere. Liviu Pavel Pop era un giovane di soli 30 anni, anch’egli con tre figli. La sua sola colpa è stata quella di criticare pubblicamente il disboscamento.  Per questo gli hanno sparato senza pietà.

Corruzione dilagante

Con questo clima di violenza i magnati del legno sono in grado di corrompere la popolazione e addirittura le guardie forestali. Talvolta non devono nemmeno ricorrere alle maniere forti. Semplicemente promettono ai taglialegna e ai ranger denaro extra.

Come si legge sul Guardian la guardia forestale Gheorghe Oblezniuc, che opera nella contea di Suceava, non ha nascosto la sua passata collaborazione con compagnie di disboscamento illegale della zona. Gli era infatti stato chiesto di tagliare più di quanto mostrato dai documenti ufficiali in cambio di un bonus di circa 30 lei (6.30 euro) per metro cubo. “Durante una spedizione – dice Oblezniuc – avevamo il permesso di tagliare 400 metri cubi, ma ne abbiamo tagliati 2.400”.

La corruzione è un problema dilagante in Romania e, con gli anni, non sembra migliorare. Dopo la caduta del regime comunista di Nicolae Ceausescu nel 1989, la Romania è stata governata da una serie di politici populisti. Anche questi, però, hanno palesemente fallito nel mantenere le loro promesse di standard di vita più elevati. Hanno invece fatto spesso ricorso alla corruzione e alla frode.

Secondo un recente studio, ogni anno in Romania si perdono oltre 38 miliardi di euro a causa della corruzione, che equivale al 15,6% del suo PIL. A questo clima corrotto hanno contribuito anche famose multinazionali come Ikea. Il giornale inglese The Sunday Times ha denunciato l’azienda svedese per aver recentemente acquistato un’intera foresta su territorio rumeno per assicurarsi i rifornimenti di legna per i suoi famosi mobili.

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Addio alla biodiversità

Un’altra conseguenza della deforestazione illegale è la minaccia alla biodiversità. Le foreste della Romania contengono il 30% di tutti i grandi carnivori d’Europa, con grandi popolazioni di orsi, lupi e linci. L’antichissimo pedigree delle foreste romene le rende poi particolarmente preziose.

Inoltre le gli alberi, come sappiamo, sono importanti per la loro attività di trasformazione dell’anidride carbonica in ossigeno. E a chi dice che al posto loro potrebbero anche venire piantati altri alberi da frutto, risponde Mihai Zotta della Conservation Carpathia: “Le foreste naturali hanno più resistenza delle monocolture piantate”.

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Aumentano le proteste

Fortunatamente negli ultimi mesi l’opinione pubblica sta prendendo una posizione sempre più netta contro il disboscamento. Nei mesi scorsi infatti centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, sia in Romani sia in alcune capitali europee. E i politici non hanno più potuto voltare loro le spalle.

Robert Ghement/EPA

Il presidente della Romania Klaus Iohannis, recentemente rieletto, ha espresso i suoi buoni propositi in una conferenza stampa: “Voglio essere personalmente coinvolto nel risolvere questo problema, perché il disboscamento illegale deve essere fermato. Abbiamo bisogno di politiche solide e azioni forti affinché vengano prevenute azioni di disboscamento illegale”.

Buoni propositi. Serviranno?

Per il momento il parlamento romeno ha solo approvato una legge che consente a tutti i ranger di portare armi. Il neo ministro dell’ambiente Costel Alexe ha affermato di stare lavorando per diminuire a quantità di alberi tagliati illegalmente, dopo che per diversi anni il governo ha negato la presenza di attività illecite nella nazione. Ha poi promesso una azione da parte di tutti i ministeri del governo per salvare la foresta.

Ma la strada è ancora lunga. Come ha infatti denunciato Ciprian Galusca di Greenpeace Romania “Le autorità dovrebbero usare satelliti, droni, e ogni altro sistema di sorveglianza smart, intelligente e tecnologico, e non lo fanno”. Le promesse dei politici, ancora una volta, si stanno dimostrando parole lanciate al vento che forse non toccheranno mai terra. Quella terra che presto sarà brulla, libera dalle foreste e dei loro abitanti. Ma le nostre case, almeno, saranno piene di mobili Ikea.