Sussidi dannosi per l’ambiente: risorse tolte all’innovazione

In Italia i sussidi dannosi per l’ambiente e gli incentivi alle fonti fossili valgono 35,7 miliardi di euro. È il dato che emerge nel rapporto ‘’Stop sussidi 2020 ’’ di Legambiente. Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente, ha introdotto la conferenza di presentazione del rapporto sottolineando ‘’il poco coraggio e la poca volontà politica nell’ affrontare questo tema’’. Il taglio infatti è stato di nuovo rinviato: nella legge di bilancio presentata dal governo il tema non è previsto. Nel frattempo, l’Italia scende al 27°posto nel Climate Change Performance Index 2021secondo il rapporto Germanwatch. Risultato dovuto al rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili (31°) e a una politica climatica nazionale inadeguata agli obiettivi di Parigi (peraltro non raggiunti da nessun paese). Risultato che rende ancora più urgenti i tagli ai sussidi dannosi per l’ambiente.

Cosa sono i sussidi dannosi per l’ambiente?

I sussidi dannosi per l’ambiente comprendono ‘’ tutte le misure incentivanti, che intervengono su beni o lavorazioni, per ridurre il costo di utilizzo di fonti fossili o di sfruttamento delle risorse naturali’’.

Sono, per esempio, finanziamenti diretti a centrali che utilizzano derivati del petrolio, gas e carbone, che inquinano e producono emissioni di gas serra.

Sono sconti su tasse (accisa, iva e credito d’imposta) per una serie enorme di utilizzi di benzina, gasolio, gas, ecc. nei trasporti, nel riscaldamento, nelle industrie.

Sono anche finanziamenti ad autostrade, a componentistica, impianti per la fertilizzazione e fondi per la ricerca su carbone, gas e petrolio. In Italia e all’estero.

La maggior parte dei sussidi va alle imprese, oltre 33 miliardi e 2,4 miliardi alle famiglie. Legambiente sottolinea che un semplice taglio avrebbe effetti negativi da un punto di vista economico e sociale. A soffrirne infatti sarebbero le famiglie più povere e le imprese più in difficoltà. Questi sussidi devono dunque trasformarsi. Legambiente parla infatti di ‘’incentivi verso investimenti in efficienza e nell’autoproduzione da rinnovabili, con risultati strutturali in termini di risparmio oltre che vantaggi ambientali.’’

Valore dei sussidi dannosi per settore

Di seguito i principali numeri dei sussidi dannosi per l’ambiente per settore del dossier:

  • Settore energia – 15,3 miliardi per il 2020 destinati . Ventisei sussidi diversi, di cui almeno 15 potrebbero essere eliminati subito, per un valore pari a 8,6 miliardi di euro. In particolare, le trivellazioni ricevono sussidi indiretti per 576,54 milioni di euro, dovuti all’inadeguatezza di royalties e canoni. I contributi a centrali fossili e impianti sono costati, nel 2019, ai contribuenti italiani, 1.316,4 milioni di euro.
  • Settore trasporto – il valore dei sussidi complessivo è di 16,2 miliardi. Di cui 5.154 milioni di euro per il differente trattamento fiscale tra benzina e gasolio e 3.757 milioni di euro per quello tra metano, gpl e benzina
  • Settore agricoltura – sussidi per 2.117,47 milioni di euro alla PAC (sul tema leggi anche: La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito – L’Ecopost)
  • Settore edilizia – Il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali, generalmente associati a elevati consumi energetici ed emissioni, vale 617 milioni di euro. L’esenzione dell’IMU per nuovi fabbricati ammonta a 38,3 milioni di euro, sussidiando il consumo di suolo anziché incentivare le ristrutturazioni.
  • Settore canoni e concessioni – L’inadeguatezza di concessioni e canoni equivale a un sussidio di 509 milioni

Le richieste di Legambiente al governo

Legambiente chiede al governo di agire tempestivamente. Le richieste avanzate sono:   

  1. Inserire nel Recovery plan le scelte di cancellazione di tutti i sussidi alle fossili entro il 2030
  2. Eliminare subito i sussidi diretti alle fossili e per lo sfruttamento dei beni ambientali e aggiornare il Catalogo dei sussidi.
  3. Rivedere subito la tassazione sui combustibili fossili per portare trasparenza e legare la fiscalità alle emissioni di gas serra

Sussidi dannosi per l’ambiente: ostacoli contro l’innovazione e la salute

I sussidi alle fonti fossili sono il principale ostacolo allo sviluppo delle rinnovabili e di interventi di efficienza energetica. Questi ultimi sarebbero competitivi in ogni parte del mondo, ma invece vedono privilegiare carbone, gas e petrolio, resi artificialmente economici dagli aiuti pubblici (Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency). “Non esiste scusa legata al Covid che tenga dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. Ogni euro non più regalato a chi inquina può liberare investimenti in innovazione ambientale ma anche per far uscire il Paese dalla crisi economica e sociale“. Anche Katuscia Eroe sottolinea il peso ingombrante dei sussidi. ‘’I sussidi dannosi sono un macigno sulla possibilità di spingere una innovazione diffusa, nell’interesse del Paese; sono risorse sottratte a investimenti di cui c’è enorme bisogno per uscire dalla crisi. Esistono oggi alternative da fonti rinnovabili meno costose in tanti campi, mentre in altri si dovrebbe promuovere l’efficienza nell’uso dei combustibili invece di fare sconti”.

 Se esistono alternative competitive, perché confermare sussidi che producono un impatto negativo su ambiente e clima?

Il consumo di fonti fossili non è solo causa del cambiamento climatico. È anche alla base dell’inquinamento delle nostre città con drammatiche conseguenze sulla salute, per l’esposizione al PM2,5, ozono, diossido di azoto. L’Agenzia europea dell’ambiente ha stimato 60 mila morti all’anno in Italia causate dall’inquinamento. Per Legambiente, e non si può che condividere, la situazione deve cambiare ora.

Eventi estremi in Italia: danni e vittime. Quando cambierà la politica?

eventi estremi

Quando si parla di eventi estremi legati ai cambiamenti climatici si ha sempre l’impressione che siano qualcosa di lontano. Qualcosa che non ci riguarda in prima persona. Niente di più diverso dalla realtà: negli ultimi dieci anni in Italia sono stati rilevati 946 eventi meteorologici estremi in 507 Comuni. Sono i dati che emergono dal nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente Rapporto 2020. Il rapporto presenta una mappa dei territori colpiti da fenomeni estremi tra il 2010 e il 2020. Gli eventi estremi hanno causato un numero impressionante di vittime e di danni in tutta Italia. Tuttavia, la politica sembra ancora immobilizzata in una logica emergenziale. Secondo il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini, la governance oggi non funziona: un cambio di rotta è di fondamentale importanza.

Danni significativi

Gli eventi estremi hanno segnato il territorio. I Comuni italiani hanno visto succedersi 416 casi di allagamenti da piogge intense, 319 dei quali avvenuti in città, che hanno determinato:

  • 347 interruzioni e danni alle infrastrutture con 80 giorni di stop a metropolitane e treni urbani;
  • 14 casi di danni al patrimonio storico-archeologico;

Inoltre, sono stati registrati:

  • 39 casi di danni provocati da lunghi periodi di siccità e temperature estreme;
  • 257 eventi con danni dovuti a trombe d’aria;
  • 35 casi di frane causati da piogge intense
  • 118 eventi (89 avvenuti in città) da esondazioni fluviali.

Risultano sempre più drammatiche le conseguenze dei danni da trombe d’aria, che nel Meridione sferzano le città costiere. Al Nord invece si concentrano nelle aree di pianura. Più forti e prolungate le ondate di calore nei centri urbani. Qui infatti, la temperatura media cresce a ritmi più elevati che nel resto d’Italia. Inoltre, i fenomeni alluvionali presentano quantitativi d’acqua che normalmente cadrebbero in diversi mesi o in un anno. Ora, invece, si riversano nelle strade in poche ore e sono seguiti sempre più spesso da lunghi periodi di siccità di cui abbiamo parlato anche in questo articolo.

Dove gli eventi estremi colpiscono di più

Le aree urbanizzate sono le più colpite perché “le più popolose e spesso sprovviste di una corretta pianificazione territoriale, nonché le più esposte agli effetti del cambiamento climatico” secondo il rapporto. Roma è un caso clamoroso. Dal 2010 a ottobre 2020 si sono verificati nella capitale 47 eventi estremi, 28 dei quali riguardanti allagamenti in seguito alle piogge intense. Le altre città maggiormente colpite sono Bari, seguita da Agrigento e Milano.

eventi estremi

Un 2020 catastrofico: morti per eventi estremi in aumento

I dati riportati da Legambiente che riguardano solamente il 2020 sono allarmanti. Dall’inizio di quest’anno a fine Ottobre, si sono verificati 86 casi di allagamento da piogge intense e 72 casi di trombe d’aria. Eventi estremi che risultano in forte aumento rispetto ai 54 casi dell’intero 2019 e ai 41 registrati nel 2018. Inoltre, 15 esondazioni fluviali, 13 casi di danni alle infrastrutture, 12 casi di danni da siccità prolungata, 9 frane da piogge intense. Ad aumentare sono gli eventi estremi che riguardano contemporaneamente anche due o più categorie. Inoltre, gli episodi tendono a ripetersi nei comuni dove si erano già verificati in passato.

Gli eventi estremi mietono vittime, soprattutto. 251 morti sono stati contati nel decennio 2010-2020, di cui 42 riferiti al solo 2019, in aumento rispetto ai 32 del 2018. 50 mila, invece, rileva il CNR, le persone evacuate in seguito a frane e alluvioni. Secondo il Climate Risk Index di Germanwatch, tra il 1999 e il 2018 l’Italia ha registrato complessivamente 19.947 morti. Con questi numeri, l’Italia è al sesto posto nel mondo per numero di vittime causate dagli eventi estremi.

Richieste e proposte di Legambiente

Nel rapporto, Legambiente passa in rassegna una serie di buone pratiche già attive all’estero e in diverse città italiane. Esse spaziano dai regolamenti edilizi sostenibili allo smart mapping e alla tutela delle aree verdi estensive alberate. Sono elencati anche interventi mirati come il detombamento dei corsi d’acqua, il drenaggio, il rallentamento delle acque meteoriche e l’installazione dei semafori anti-allagamento per prevenire fenomeni alluvionali. L’associazione propone inoltre di cambiare le regole d’intervento attraverso:

  • L’approvazione immediata del piano di adattamento climatico;
  • Il rafforzamento delle Autorità di distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico, 
  • L’approvazione di una legge che porti a un cambio delle regole d’intervento con un patto tra Governo, Regioni e Comuni.

L’Italia preferisce ancora curare che prevenire

Nonostante l’indiscutibile gravità dei dati, “l’Italia rimane oggi l’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima” – afferma Zanchini. Le perdite economiche a causa di eventi estremi sono state di 32,92 miliardi di dollari tra il 1999 e il 2018Sconcertante è il rapporto tra la spesa per riparare i danni e per prevenire. Dal 2013 infatti il nostro Paese ha speso una media di 1,9 miliardi l’anno per riparare i danni e soltanto 330 milioni per la prevenzione. È un rapporto di 6 a 1 “che è la ragione dei danni che vediamo nel territorio italiano” – continua Zanchini. L’Italia continua a rincorrere le emergenze, dunque, cercando di arginare i danni. Tuttavia, un progetto di pianificazione lungimirante è fondamentale. A questo proposito si attende l’approvazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc) come anche augurato da Legambiente. Il piano è basato sulla Strategia Nazionale Adattamento al Clima (Snac) adottata nel giugno 2015 ma dopo sei anni non è ancora stato approvato.

Leggi anche: Esondazioni in Piemonte e Liguria. Smettiamola di parlare di “maltempo” (lecopost.it)

Mobilitazione contro la PAC: Timmermans si schiera con gli attivisti

La riforma della politica agricola comune (PAC) ha generato molto malcontento e grande delusione per coloro che si aspettavano una vera svolta. Era infatti necessario un cambiamento che avrebbe indirizzato l’Europa verso un modello di economia più sostenibile. Persino le attuali negoziazioni sono viste con forte scetticismo. Forse, però, una speranza arriva dall’impegno del vicepresidente della commissione europea Frans Timmermans, fortemente critico nei confronti della riforma adottata.

Il 25 novembre, Greta Thunberg insieme ad altre attiviste di Fridays for Future – le belghe Adélaïde Charlier e Anuna De Wever e la tedesca Luisa Neubauer – hanno incontrato online Frans Timmermans per chiedere di ritirare l’attuale proposta della PAC definita “ecologicamente distruttiva” e “che mina gravemente gli obiettivi dell’accordo di Parigi e del Green Deal dell’Unione Europea (UE)”. Quasi 70.000 persone hanno già firmato la petizione della campagna #withdrawthecap.

A partire dal 10 novembre la riforma della PAC è entrata nella fase delle negoziazioni interistituzionali finali, il cosiddetto trilogo che vede coinvolti i Consiglio dei ministri Ue Agricoltura e pesca, il Parlamento europeo (PE) e la Commissione europea (CE) impegnata a definire una posizione unica sulla PAC per il periodo 2021-2027.

Leggi anche: “La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito”

La PAC ammonta alla gigantesca cifra di 358 miliardi di euro, pari a 1/3 dell’intero budget dell’UE. Per la CE, essa rappresenta inoltre una delle politiche chiave per il Green Deal europeo. È stata infatti definita dalla CE come la svolta per la transizione verso ”sistemi produttivi sempre più sostenibili e redditizi”. Che sia un esemplare caso di greenwashing come affermano anche gli ambientalisti?

Le richieste di ritiro della PAC

Di tutt’altro avviso è infatti il fronte ambientalista, che invece ha criticato duramente la riforma della PAC. Questa, infatti, è ritenuta incompatibile con il Green Deal e le strategie associate Farm to Fork, di cui parliamo in questo nostro articolo, e Biodiversity.

Secondo i Verdi e le organizzazioni ambientaliste essa non presenterebbe “migliorie per la protezione dell’ambiente o per il clima” in quanto “ripropone un modello di agricoltura vecchio e non adatto a rispondere alle sfide che ci aspettano”.

Insomma, la delusione è tanta e si aggiunge a quella che aveva già spinto gli europarlamentari dei Verdi, gli attivisti del clima e le organizzazioni della società civile a chiedere alla CE di ritirare la politica agricola. Una mobilitazione, dunque, che non ha coinvolto soltanto i giovani attivisti di Fridays for Future. Il 24 ottobre, Bas Eickhout, insieme ad altri 40 membri del Parlamento europeo, sostenuti da oltre 3000 cittadini, ha inviato una lettera alla Presidente della Commission Ursula von der Leyen. Nella lettera le si chiede di ritirare la proposta della PAC. Questa riforma, infatti, non è più in linea con le priorità della Commissione in materia di clima e biodiversità.

Perché la PAC non è sostenibile

La stessa richiesta è stata avanzata da un gruppo di circa 27 organizzazioni ambientaliste e sanitarie. Queste hanno esortato l’esecutivo dell’UE a presentare una nuova proposta che sostenga realmente gli agricoltori nella transizione verso un’agricoltura sostenibile.

In un’altra lettera alla Presidente Ursula von der Leyen i firmatari accusano il PE e il Consiglio di aver adottato misure che “limitano le ambizioni in materia di clima, ambiente, benessere degli animali e salute pubblica”. Tutto questo permetterebbe o addirittura richiederebbe “agli Stati membri di destinare la maggior parte dei fondi al sovvenzionamento delle solite, o potenzialmente peggiori, pratiche industriali”.

“È improponibile sostenere una spesa di 387 miliardi di euro con il denaro dei contribuenti per peggiorare piuttosto che risolvere la crisi”, dicono alla Presidente e al Vicepresidente. L’architettura verde della PAC è stata “sostanzialmente indebolita”, si lamentano. Avvertono poi che non credono “che i negoziati del trilogo possano risolvere questa situazione”. “Il futuro dei nostri figli deve essere superiore a quello che è politicamente conveniente”, sostengono.

Tuttavia, nell’ultima corrispondenza con i Verdi Ursula von der Leyen ha escluso l’opzione di ritirare la riforma della PAC, convinta che le trattative del trilogo ”possano portare ad una nuova PAC adatta allo scopo”. “Stiamo facendo tutto il possibile per garantire che durante i negoziati del dialogo a tre la PAC sia in linea con il Green Deal”, ha aggiunto.

Timmermans PAC

La posizione di Timmermans

Di tutt’altro avviso è il vicepresidente Timmermans. Egli addirittura non aveva escluso un possibile ritiro e si era detto ”deluso” di come gli stati membri e gli eurodeputati hanno gestito la riforma della politica agricola. “Devo ammettere onestamente che sono molto deluso. Deluso che il Consiglio europeo e il parlamento europeo sono attaccati ad una politica agricola che non è sostenibile” ha detto Timmermans alla rete televisiva tedesca Tagesschau. ”Oggi il 20 per cento degli agricoltori ottiene l’80 per cento del budget europeo. Non possiamo andare avanti così”, ha aggiunto.

Per Timmermans, la PAC deve rispondere ad ”aspettative più alte” per le azioni per il clima, la protezione della biodiversità e la sostenibilità ambientale, garantendo un giusto reddito agli agricoltori. I giovani di Fridays for Future e le organizzazioni ambientaliste hanno dunque trovato un alleato nella battaglia contro la riforma della PAC. A seguito dell’incontro di ieri pomeriggio, Timmermans ha sottolineato come entrambe le parti ritengano la PAC di importanza cruciale per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Europa. E continua: “la Commissione lavorerà per una politica agricola in linea con le strategie Biodiversità e FarmToFork per contribuire a raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica”. Una partnership che lascia sperare.