UE stanzia mille miliardi per un’Europa carbon-free

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Durante una delle manifestazioni di Fridays For Future, una ragazza mostrava un cartello con scritto: “Dove metterai i tuoi soldi quando la tua banca sarà sott’acqua?” Dietro questo slogan d’impatto vi è un fondo, anzi un oceano di verità che l’Unione Europea non vuole più ignorare. Quindi, invece di lasciare i soldi bloccate nelle banche, che presto potranno essere vittima delle catastrofi naturali, decide di tentare il tutto per tutto e investirne una buona parte, (100 mila miliardi di euro), nella transizione sostenibile dell’Europa.

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Europa primo continente carbon neutral

La decisione è stata annunciata il 14 gennaio dalla Commissione Europea, la cui presidente Ursula von der Leyen aveva promesso che avrebbe guidato l’Europa verso un “Green New Deal“. Questo piano ha l’obiettivo di ridurre le emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, e di azzerarle entro il 2050. Questo renderebbe l’Europa il primo continente al mondo con un’economia totalmente carbon neutral.

I 100 mila miliardi di euro però non arriveranno solamente dalle casse dell’Unione. Dal bilancio UE ne sarà presa solo la metà, che ammonta a 503 miliardi, da usare tra il 2021 e il 2027.

Un contributo importante verrà dai governi nazionali, ognuno dei quali metterà a disposizione 104 miliardi di euro.

Altri 279 miliardi arriveranno dal programma InvestEU, il cui scopo è quello di garantire un appoggio economico a chiunque voglia intraprendere iniziative sostenibili. In questo modo la Banca Europea per gli Investimenti, così come altri investitori privati, saranno più portarti a impegnare i loro soldi per iniziative green, che invece prima costituivano un alto fattore di rischio. Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha fieramente affermato che “quando si fanno investimenti occorre pensare verde”. :

Infine, 50 miliardi derivano dai fondi per l’innovazione e la modernizzazione, che sono finanziati con una parte dei proventi del sistema di scambio delle emissioni.

Il Green New Deal spiegato in un’immagine
@Commissione Europea

Un occhio di riguardo ai lavoratori

Una tale transizione, però, non può avvenire senza un occhio di riguardo verso i lavoratori. Le aziende che basano il loro funzionamento sul carbon fossile dovranno infatti apportare radicali cambiamenti, investendo molti soldi nella ricerca e nelle nuove tecnologie. Questi soldi spesso vengono tolti dalla busta paga dei dipendenti, che nei casi più estremi potranno anche perdere il lavoro.

Per supportare le aziende e i loro dipendenti in questa fase, quindi, l’Unione Europea ha stanziato 100 miliardi di euro dal 2021 al 2027, da destinare sia agli stati che ai privati. In dieci anni, si spera che possano ammontare a 147 miliardi. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha dichiarato che “Al centro del green deal europeo, che racchiude la nostra visione per un’Europa climate neutral entro il 2050, ci sono le persone. La trasformazione che ci si prospetta è senza precedenti e avrà successo solo se è giusta e va a beneficio di tutti”.

La Polonia e le nazioni carbonifere

Questo problema riguarderà in modo particolare nazioni che, come la Polonia, basano la loro economia interamente sui combustibili fossili. “Vogliamo consentire alle regioni carbonifere di abbracciare senza esitazione il Green Deal europeo”, ha affermato un alto funzionario della Commissione. “I lavoratori che perdono il lavoro dovrebbero essere aiutati per la riqualificazione. Ci sarà supporto per nuove infrastrutture, assistenza per la ricerca di lavoro, investimenti in nuove attività produttive. E anche le regioni in cui cesseranno le attività esistenti dovranno essere rigenerate” ha aggiunto.

La Polonia riceverà infatti ben 2 miliardi di euro dei 7,5 previsti dal Fondo per la Transizione Giusta. Secondo l’Ansa, entrata in possesso delle tabelle che sono state inviate agli ambasciatori, l’Italia riceverà 360 milioni di euro, ma dovrà versarne circa 900 per alimentare il fondo stesso.

Il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte si è complimentato con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e assicurandole che “l’Italia coglierà questa storica opportunità di crescita e lavoro, soprattutto per i giovani“.

Anche Paolo Gentiloni, attuale commissario all’Economia, ha dichiarato che l’Italia utilizzerà queste risorse per lo stabilimento dell‘ex Ilva di Taranto. Il commissario ha fatto presente come la Puglia e in particolare la zona di Taranto sia un’area in cui è necessaria la transizione verso l’utilizzo di energie carbon-free. Il che non vuol dire naturalmente che i problemi dell’Ilva saranno risolti dal Just Transition Fund, ma può essere sicuramente un grande aiuto.

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Per aiutare le piccole realtà nella transizione, entrano ancora in gioco l’InvestEU e la Banca Europea per gli Investimenti, che puntano a mobilitare rispettivamente 45 miliardi e 25-30 miliardi di capitali privati. Un’altra quota andrà poi a Stati e regioni con l’obiettivo di migliorare i trasporti, le infrastrutture, il sistema energetico, le reti digitali e così via.

Non è mai abbastanza

Questi soldi, per quanto sembrino una grande quantità, non bastano per raggiungere gli attuali obiettivi per il 2030 in materia di clima ed energia. Saranno infatti necessari investimenti aggiuntivi pari a 260 miliardi di euro l’anno fino a quella data.

Paolo Gentiloni ha mostrato di essere consapevole dei rischi che questi investimenti possano portare e infondendo la speranza che si possano tenere sotto controllo. “Vedremo il dibattito dopo la comunicazione su come trattare gli investimenti sostenibili all’interno delle regole di bilancio Ue, preservando naturalmente le salvaguardie contro i rischi per la sostenibilità del debito”.

Anche dal punto di vista legislativo non sarà una passeggiata. “Il Green Deal è la scommessa di un nuovo modello di sviluppo europeo. Per realizzarlo ci saranno 50 provvedimenti legislativi nei prossimi due anni. Il primo verrà presentato oggi, molto importante, e riguarda il Fondo di transizione giusta, che ha l’obiettivo di accompagnare la trasformazione, aumentare i posti di lavoro e non chiudere le aziende”, ha commentato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

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Green Diesel Eni. Maxi multa per pubblicità ingannevole

Il Green Diesel di Eni non è sostenibile, proprio come ogni altro combustibile fossile. Il protagonista della storia, nonché autore del misfatto, è la nota azienda distributrice di carburante per automobili. E’ infatti dal 2016 che ENI pubblicizza il suo carburante Eni Green Diesel+ come opzione ecocompatibile, ingannando, di fatto, i consumatori. Legambiente ha denunciato l’azienda, la quale è stata multata con la massima penale: 5 milioni di euro per “pratica commerciale ingannevole“.

Il video-riassunto dell’articolo

Cos’è il Green Diesel Eni e perché non è sostenibile

Il gasolio Green Diesel di Eni contiene una componente del 15% di olio vegetale, chiamata HVO (Hydrotreated Vegetable Oil). In Italia il biodiesel è prodotto presso presso le raffinerie Eni di Venezia e di Gela, che utilizzano l’olio di palma grezzo e i suoi derivati.

L’olio di palma è rinnovabile. Ma..

L’olio di palma è, certo, una fonte rinnovabile. Eni, in sua stessa difesa, aveva sottolineato l’intuitiva evidenza del minore impatto ambientale di questo carburante, in quanto contiene, oltre alla componente fossile, anche quella rinnovabile.

Ciò, però, non giustifica l’etichettatura dell’intero prodotto come “green”, “sostenibile” o “rinnovabile” o addirittura “che si prende cura dell’ambiente”. Termini che abbiamo trovato sin dal 2016 su televisione, radio, giornali, cinema, web e stazioni di servizio. Tanto più che i fruitori di questi media spesso non sono in grado di distinguere il significato assoluto di una frase da quello, invece, relativo.

La prima accusa quindi è stata quella della strumentalizzazione, da parte di ENI, della crescente sensibilità alle tematiche ambientali delle persone per un prodotto il cui contributo ecologico è, nei fatti, ambiguo, minimo o addirittura indimostrato.

La componente rinnovabile è infatti definita “sostenibile” dalla normativa solo se garantisce una riduzione delle emissioni di CO2 almeno pari al 50% rispetto alla componente fossile. Per la riduzione delle emissioni da parte del biodiesel vi sono, invece, molte incertezze. L’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), evidenzia che per “alcune delle vantate caratteristiche del prodotto, come l’ingente riduzione delle emissioni di gas serra, non esiste alcuna giustificazione o calcolo”.

Il Green Diesel di Eni non è sostenibile

Nel Green Diesel di Eni vi sono altri gravi problemi. Infatti, i danni ambientali e umani causati dalla coltivazione di palme da olio sono tristemente noti. L’olio di palma proviene principalmente dall’Indonesia dalla Malesia, due paesi dove sono stati registrati imponenti tassi di deforestazione negli ultimi due decenni, anche a causa di queste coltivazioni.

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Per questi motivi, l’Europa ha già etichettato l’olio di palma nel gasolio come insostenibile. La coltivazione di queste piante è infatti tra le principali cause nella distruzione delle foreste pluviali e della fauna selvatica. Secondo uno studio per la Commissione europea, il biodiesel prodotto con olio di palma sarebbe, anzi, tre volte peggiore per il clima rispetto a un prodotto diesel normale, se si tiene conto delle emissioni indirette causate dallo sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali.

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Una decisione storica

Il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, sottolinea che «Quella di oggi è decisione storica, perché per la prima volta in Italia si parla ufficialmente di greenwashing. Finalmente viene anche smascherato questo grande inganno ai danni dei cittadini da parte di uno dei maggiori nemici del clima qual’ è Eni.”

green diesel eni

“L’Autorità garante della concorrenza e del mercato – continua Ciafani – ci ha dato ragione, ma non basta. Ora è tempo che anche il Governo scommetta davvero su un Green New Deal italiano, iniziando proprio dalla definizione immediata di una strategia di uscita graduale ma netta e inesorabile dai 19 miliardi di euro di sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili. Devono anche interrompere gli incentivi all’uso dell’olio di palma nel diesel”.

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Il diesel non mai è sostenibile

Perché sì, in Europa vi sono degli ingenti incentivi per la produzione di biodiesel. Si parla di 4,7 miliardi di euro messi a disposizione dal 2018 al 2022. E’ per questo che, se l’olio di palma è stato ridotto notevolmente (-11%) per la produzione di cibo e mangimi, è invece aumentato del 3% come componente dei carburanti. Gli europei, quindi, mangiano meno olio di palma ma ne consumano sempre di più e senza saperlo per le loro auto.

Fortunatamente il suo uso verrà gradualmente ridotto a partire dal 2023 con l’obiettivo della completa assenza nel 2030. L’Eni Diesel+ non è, quindi, sostenibile. Come ha dichiarato Veronica Aneris, responsabile Transport & Environment (T&E), “in Italia non esiste il diesel green. Le compagnie petrolifere devono smettere di cercare di indurre in errore cittadini e politici con il falso claim del diesel che rispetta l’ambiente e la salute. Dovrebbero invece investire in soluzioni realmente sostenibili, come l’elettricità rinnovabile e i biocarburanti avanzati. E il governo deve fare la sua parte nello spingere le multinazionali dei fossili a dare il giusto contributo nella transizione a emissioni zero“.

Non rimane più tempo per scegliere il “meno peggio”, sempre che lo sia. La chiave è uscire dal meccanismo di sfruttamento delle fonti fossili, senza raggiri ed escamotage delle aziende verso chi realmente vorrebbe rispettare l’ambiente.

Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente

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Se l’Amazzonia è il polmone del mondo, la Romania è quello dell’Europa. E sono entrambi minacciati dal disboscamento illegale delle foreste.

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Una pratica che dura da anni

Il taglio illecito di alberi in Romania non è cosa nuova. È infatti da quando questa nazione, che si trova poco al di là del confine italiano, si è unita all’Unione Europea che la domanda per il suo legname da parte degli stati membri è cresciuta esponenzialmente. E la Romania stessa ha visto nel mercato del legno una grande opportunità economica.

Quando si tratta di soldi, si sa, gli uomini ne rimangono accecati, tanto da volerne sempre di più. La quantità massima di alberi da tagliare imposta dall’Unione Europea, quindi, non bastava più. Secondo un report di Romania Insider, ogni anno vengono tagliati illegalmente 20 milioni di metri cubi di bosco, con un profitto illecito di un miliardo di euro.

Morte a chi difende i boschi

Una delle conseguenze più terribili della deforestazione illegale è la minaccia a chiunque cerchi di fermarla. Negli ultimi anni, sei silvicoltori sono stati uccisi, mentre 650 sono stati picchiati, attaccati con asce, coltelli e pistole dopo aver colto sul fatto taglialegna illegali.

Secondo la Forestry Union romena, due rangers sono stati uccisi soltanto a settembre. Raducu Gorcioaia aveva 50 anni e tre figli quando è stato picchiato a morte vicino a una delle foreste che tentava di proteggere. Liviu Pavel Pop era un giovane di soli 30 anni, anch’egli con tre figli. La sua sola colpa è stata quella di criticare pubblicamente il disboscamento.  Per questo gli hanno sparato senza pietà.

Corruzione dilagante

Con questo clima di violenza i magnati del legno sono in grado di corrompere la popolazione e addirittura le guardie forestali. Talvolta non devono nemmeno ricorrere alle maniere forti. Semplicemente promettono ai taglialegna e ai ranger denaro extra.

Come si legge sul Guardian la guardia forestale Gheorghe Oblezniuc, che opera nella contea di Suceava, non ha nascosto la sua passata collaborazione con compagnie di disboscamento illegale della zona. Gli era infatti stato chiesto di tagliare più di quanto mostrato dai documenti ufficiali in cambio di un bonus di circa 30 lei (6.30 euro) per metro cubo. “Durante una spedizione – dice Oblezniuc – avevamo il permesso di tagliare 400 metri cubi, ma ne abbiamo tagliati 2.400”.

La corruzione è un problema dilagante in Romania e, con gli anni, non sembra migliorare. Dopo la caduta del regime comunista di Nicolae Ceausescu nel 1989, la Romania è stata governata da una serie di politici populisti. Anche questi, però, hanno palesemente fallito nel mantenere le loro promesse di standard di vita più elevati. Hanno invece fatto spesso ricorso alla corruzione e alla frode.

Secondo un recente studio, ogni anno in Romania si perdono oltre 38 miliardi di euro a causa della corruzione, che equivale al 15,6% del suo PIL. A questo clima corrotto hanno contribuito anche famose multinazionali come Ikea. Il giornale inglese The Sunday Times ha denunciato l’azienda svedese per aver recentemente acquistato un’intera foresta su territorio rumeno per assicurarsi i rifornimenti di legna per i suoi famosi mobili.

Consiglio: attiva i sottotitoli in inglese!

Addio alla biodiversità

Un’altra conseguenza della deforestazione illegale è la minaccia alla biodiversità. Le foreste della Romania contengono il 30% di tutti i grandi carnivori d’Europa, con grandi popolazioni di orsi, lupi e linci. L’antichissimo pedigree delle foreste romene le rende poi particolarmente preziose.

Inoltre le gli alberi, come sappiamo, sono importanti per la loro attività di trasformazione dell’anidride carbonica in ossigeno. E a chi dice che al posto loro potrebbero anche venire piantati altri alberi da frutto, risponde Mihai Zotta della Conservation Carpathia: “Le foreste naturali hanno più resistenza delle monocolture piantate”.

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Aumentano le proteste

Fortunatamente negli ultimi mesi l’opinione pubblica sta prendendo una posizione sempre più netta contro il disboscamento. Nei mesi scorsi infatti centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, sia in Romani sia in alcune capitali europee. E i politici non hanno più potuto voltare loro le spalle.

Robert Ghement/EPA

Il presidente della Romania Klaus Iohannis, recentemente rieletto, ha espresso i suoi buoni propositi in una conferenza stampa: “Voglio essere personalmente coinvolto nel risolvere questo problema, perché il disboscamento illegale deve essere fermato. Abbiamo bisogno di politiche solide e azioni forti affinché vengano prevenute azioni di disboscamento illegale”.

Buoni propositi. Serviranno?

Per il momento il parlamento romeno ha solo approvato una legge che consente a tutti i ranger di portare armi. Il neo ministro dell’ambiente Costel Alexe ha affermato di stare lavorando per diminuire a quantità di alberi tagliati illegalmente, dopo che per diversi anni il governo ha negato la presenza di attività illecite nella nazione. Ha poi promesso una azione da parte di tutti i ministeri del governo per salvare la foresta.

Ma la strada è ancora lunga. Come ha infatti denunciato Ciprian Galusca di Greenpeace Romania “Le autorità dovrebbero usare satelliti, droni, e ogni altro sistema di sorveglianza smart, intelligente e tecnologico, e non lo fanno”. Le promesse dei politici, ancora una volta, si stanno dimostrando parole lanciate al vento che forse non toccheranno mai terra. Quella terra che presto sarà brulla, libera dalle foreste e dei loro abitanti. Ma le nostre case, almeno, saranno piene di mobili Ikea.

Le collane ecosostenibili delle donne ugandesi

collane

Ero solo una bambina quando conobbi Rose. Certo, non è stato un tu per tu seguito da una lunga conversazione. Era venuta nella nostra scuola a spiegarci quello di cui lei si occupava nella sua terra natìa: l’Uganda. Non ricordo ciò che disse, dopotutto erano circa vent’anni fa. Ricordo molto bene, però, il suo viso e il suo sorriso. È lo stesso che si trova sulla confezione delle bellissime collane ecosostenibili prodotte dalle donne ugandesi.

Rose e le sue iniziative

E’ un’altra delle tante iniziative promosse da Rose, infermiera africana, ora direttrice del Meeting Point International, partner di AVSI a Kampala, capitale dell’Uganda.

Il MPI è una ONG ora parte dell fondazione AVSI, che si prende cura di 5 mila persone, soprattutto donne. È infatti dagli anni ‘90 che Rose aiuta le donne ugandesi colpite dalla guerra o dall’HIV e i loro figli i quali, a causa delle condizioni precarie delle loro madri, spesso rimangono orfani.

Aiutare le madri per salvare i figli

Da bambina, negli stessi anni in cui Rose è venuta a parlarci, credevo che il problema maggiore del continente africano fossero i bambini in difficoltà, orfani, denutriti, minacciati dalla guerra e dalle malattie. Non avevo però capito quanto fosse importante, prima di tutto, il benessere delle loro madri, in quanto sono loro a crescerli ed accudirli.

E qui entra in gioco Rose. Oltre infatti alla sua trentennale esperienza come infermiera e come educatrice, insegnando alle donne le basi per la corretta nutrizione dei figli, Rose aiuta le donne ugandesi a riscattarsi. Curando i loro figli, infatti, le madri hanno sentito l’esigenza di migliorare anche loro stesse. Hanno infatti imparato a curarsi con i farmaci antiretrovirali e a prendere in mano la loro vita, convincendosi che non tutto fosse perduto.

Pochi materiali, tanta pazienza

Ora creano queste magnifiche e variopinte collane, che ricordano i colori dell’Africa, e grazie ai loro proventi riescono a sfamare i figli, mandarli a scuola e vivere insieme una vita dignitosa. Queste sono le parole di Rose:

“Sono state vendute circa 48mila collane in Europa per contribuire alla costruzione della scuola superiore Luigi Giussani. Il valore che le donne hanno scoperto in se stesse lo hanno desiderato anche per i loro figli. Che i loro figli potessero essere educati come loro sono state educate. In questo modo la scuola è nata.”

https://www.youtube.com/watch?time_continue=278&v=xRZRkFnrRXI&feature=emb_logo

I materiali per la creazione delle collane sono pochi e facilmente reperibili. Il processo, però, richiede molta pazienza e attenzione ai dettagli. Le donne di Rose utilizzano infatti tanti piccoli pezzetti di carta riciclati, principalmente ricavati dai giornali, e li arrotolano, formando delle palline. Dopodiché li consolidano con una colla particolare e li impermeabilizzano con smalto trasparente e acqua, che conferisce lucentezza. Infine le perle vengono infilate una a una nello spago e la collana è fatta.

Un aiuto, qui e ora

Forse era meglio saperlo prima di Natale, direte. Certamente sarebbe stato un regalo più consapevole e apprezzato da molte mamme e nonne italiane. Perché, allora, non comprare qualche collana per i loro compleanni? O addirittura per il Natale del prossimo anno. In questo modo possiamo aiutare, qui e ora, chi il Natale lo ha passato peggio di noi, in guerra, povertà o malattia, ma che comunque ha trovato, in queste semplici, ma bellissime collane, un motivo per camminare ancora a testa alta.

Acquistare queste collane colorate è un gesto di prossimità e solidarietà: significa farsi complici di donne che non si sono arrese né alla violenza né alla malattia. Che desiderano e credono che sia possibile sempre ripartire e divenire protagonisti della propria vita.

Per ordinare le collane scrivi a: collane@avsi.org

Per donare e sostenere le donne di Rose: CREDITO VALTELLINESE, sede Milano Stelline, Corso Magenta 59. IBAN: IT04D0521601614000000005000

Australia, incendio favorisce estinzione animali

australia incendio

Li posso già sentire, i commenti astiosi di chi dice sia più doveroso e rispettoso pensare agli esseri umani, invece che agli animali. Agli esseri umani che hanno perso la casa, il terreno, magari anche qualche familiare durante il devastante incendio che sta colpendo l’Australia dal luglio dello scorso anno. Questi commentatori, che sono mossi, non lo metto in dubbio, da una vicinanza emotiva alla popolazione australiana, credono che la minaccia alla biodiversità sia un problema secondario.

Il cerchio della vita

L’errore madornale che l’umanità ha compiuto sin dall’antichità, però, sta proprio qui. Nel considerare l’uomo non parte di quella stessa biodiversità, bensì un essere superiore, speciale, al centro del cerchio, non parte di esso. La biodiversità consiste nella varietà di esseri viventi che popolano la terra. E in quella varietà ci siamo anche noi. Siamo all’interno di questa catena e proprio grazie ad essa la nostra specie riesce a sopravvivere.

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Come si legge sul sito del Wwf, la biodiversità costituisce l’infrastruttura che sostiene tutta la vita sulla Terra. I sistemi naturali e i cicli biogeochimici che la diversità biologica genera consentono un funzionamento stabile dell’atmosfera, degli oceani, delle foreste, dei vari territori e dei bacini idrici. Essi costituiscono i prerequisiti per l’esistenza della società umana e di tutte le altre specie che abitano il nostro Pianeta. Se quindi una o più parti della catena viene a mancare, anche la specie umana ne risentirà, e le famiglie con cui empatizzare per la perdita dei propri cari saranno purtroppo molte di più.

La minaccia all’ecosistema australiano

L’Australia e le sue foreste sono tra i luoghi più ricchi di biodiversità del Pianeta. Il continente infatti contiene 244 specie selvatiche che non si trovano da nessun’altra parte del mondo. Molte di queste, però, sono molto delicate e in quanto tali già a rischio estinzione. Chris Dickman, ecologista dell’Università di Sydney, ha affermato che 34 specie e sottospecie di mammiferi australiani sono scomparsi negli ultimi 200 anni, rappresentando il più alto tasso di estinzione di qualunque regione nel mondo.

Gli incendi anomali degli ultimi mesi stanno quindi colpendo un’area già molto fragile. Qualcuno potrebbe ribattere che in Australia non sono affatto anomali durante la stagione estiva. In realtà, però, lo sono. Non in quanto rari, bensì per la loro portata e la loro durata. Come si legge sull’Economist di solito il periodo caratterizzato dai roghi comincia in ottobre, a metà della primavera australiana, mentre nel 2019 gli incendi sono iniziati già a luglio.

Le vittime dell’incendio in Australia

Nelle scorse settimane in Australia si sono registrate le temperature più alte mai documentate, con una media di 41,9 gradi centigradi. Questo fenomeno può non causare direttamente gli incendi, che sono spesso dolosi. E’ causa però di una grave siccità cominciata in Australia Orientale tre anni fa che ha creato una grande quantità di materiale secco molto infiammabile. La portata del recente incendio in Australia, inoltre, è stata la più devastante della storia del paese. Dall’inizio dei roghi, infatti, circa 5,8 milioni di ettari di terra è stato bruciato, mentre gli incendi che avevano devastato l’area di Canberra nel 2003 avevano incenerito meno di 4 milioni di ettari.

Otre alle venti vittime e le migliaia di case distrutte, secondo il Wwf sono circa mezzo miliardo gli animali che hanno perso la vita durante l’incendio in Australia. L’ecologista Dickman ha infatti affermato che 480 milioni di animali sono stati uccisi solo nel Nuovo Galles del Sud. In questo calcolo sono stati inclusi mammiferi, uccelli e rettili, in mancanza dei quali l’ecosistema perde un grande parte dei suoi ingranaggi. Per esempio, gli animali nativi bandicoot e poteroo aiutano a spostare le spore fungine che garantiscono una ricrescita della vegetazione dopo gli incendi. “Se quegli animali muoiono – dice Dickman, quel “servizio ecologico” muore con loro”.

https://twitter.com/Lonewolf_vuk/status/1214278172360855552?s=20

Koala e altri animali in pericolo per l’incendio in Australia

Un altro dato importante è la morte di 8000 koala, animale simbolo dell’Australia già a rischio estinzione. Rimanevano infatti in tutto solo 28 mila esemplari e soltanto in questi ultimi giorni quasi un terzo dell’intera popolazione è stato carbonizzato. La causa è anche il fatto che questi animali non sono abbastanza grandi e agili per poter scappare velocemente dalle fiamme.

Kangaroo Island, nel sud dell’Australia, è caratterizzata da una rara popolazione di piccoli marsupiali chiamati dunnart. Il ricercatore Pat Hodgens aveva installato delle telecamere per scattare loro delle foto e studiarli. L’isola, però è stata duramente colpita dagli incendi. Da dicembre due persone sono morte e il fuoco ha distrutto 100 mila ettari di foresta, oltre che aver carbonizzato tutte le telecamere di Hodgens. E probabimente, insieme a quelle, anche molti dei dunnart dell’isola.

https://twitter.com/terrainecology/status/1213969999057932288?s=20

Australia, incendio causa morti silenziose

La vera perdita di vita animale è però sicuramente molto più alta di 480 milioni. Questo numero, infatti, non include tutti gli insetti, i pipistrelli e le rane, anch’essi essenziali per il cerchio della vita. Gli uccelli, infatti si nutrono di insetti invertebrati che la mancanza di pioggia e ovviamente il fuoco si sono portati via.

Ad essere in forte pericolo sono anche le rane della foresta pluviale del Gondwana, in particolare la rana a marsupio. Questa specie ha bisogno della lettiera umida per sopravvivere e non tollera il fuoco. Per questo si teme che gli incendi abbiano causato una mortalità di massa, tanto che ci si chiede se sarà necessario riclassificare questa specie di rane da “vulnerabili” a “in via di estinzione”.

Il professor Richard Kingsford, direttore della University of New South Wales Centre for Ecosystem Science, ha efficacemente sottolineato che “noi non vediamo questi animali più piccoli venire inceneriti. Ci sono in corso migliaia di morti silenziose“.

Gli alberi, esseri viventi loro stessi

Tra queste morti silenziose non bisogna dimenticare gli alberi stessi, habitat di molti animali, fonte di ossigeno ed esseri viventi loro stessi. Nelle Blue Mountains, tra novembre e dicembre gli incendi hanno incenerito il 50% delle riserve dove vivono specie di alberi altamente minacciate di estinzione e considerate quasi “fossili viventi”, poiché in vita da milioni di anni. E’ andato perso anche il 48% delle famose Gondwana reserves, foreste pluviali che esistono dal tempo dei dinosauri. Sono sopravvissute proprio perché sono state raramente toccate dagli incendi. Maurizio Rossetto, un ecologo evoluzionista del Royal Botanic Garden di Sydney, ha fatto notare che «molti di questi alberi hanno una corteccia sottile che non fornisce loro protezione contro il fuoco»

Ci saranno perdite anche dopo l’incendio

Il professor David Lindenmayer dell’Australian National University ha affermato che il mezzo miliardo di animali uccisi direttamente dal fuoco è soltanto l’inizio. “Il grosso problema è che, dopo l’incendio, molti animali hanno perso il loro habitat e non hanno un posto dove nutrirsi o ripararsi”. Il professor Kingsford ha affermato che gli incendi priveranno molte specie di uccelli degli alberi. Questi sono per loro fonte di nutrimento, poiché ospitano invertebrati e producono frutti, e permettono loro di nidificare e, quindi, di riprodursi.

Come si legge sul Guardian, i mammiferi che sono riusciti a scappare, una volta tornati non troveranno altro che un paesaggio aperto, senza nessun riparo. Una vera e propria “arena di caccia” per volpi e gatti selvatici, che così li decimeranno. “I vombati, che possono sopravvivere al fuoco più dei koala in quanto sono animali sotterranei, non troveranno più cibo in una terra totalmente bruciata” ha detto alla BBC il professor John Woinarski, dell’Università Charles Darwin.

Eventi (quasi) paragonabili all’estinzione dei dinosauri

Mike Lee, professore di biologia evoluzionistica alla Flinders University, ha paragonato i recenti incendi in Australia alla caduta catastrofica del meteorite che portò all’estinzione dei dinosauri e alla quasi totale sparizione della vita sulla terra. L’impatto di quell’evento infatti portò all’estinzione del 75% delle specie viventi. La causa è stata, in primo luogo, una anomalia nelle temperature, che al tempo erano più basse rispetto alla media. E’ stato chiamato “l’inverno nucleare”, poiché piccole particelle lanciate nell’atmostera dopo l’esplosione hanno bloccato la luce del sole per anni. La lunga e fredda oscurità che ne seguì ha ucciso quasi tutti gli ecosistemi, dalle piante e i fitoplankton fino agli essere viventi più complessi.

Recenti ricerche hanno poi mostrato come anche una serie di enormi incendi hanno potuto causare questa estinzione di massa. L’asteroide, infatti, ha rilasciato detriti infiammati in tutta l’atmosfera, e la maggior parte delle foreste hanno quindi preso fuoco.

Australia, incendio ma non solo

Alcuni scienziati, comunque, hanno sottolineato come non sia stato non solo il fuoco, ma una serie di eventi concatenati a causare la morte di quasi tutti gli esseri viventi. Ma questo non deve consolarci, perché sembra quasi quello che sta succedendo adesso. Gli incendi infatti aggravano la situazione in cui già si trova la terra in questi anni.

Il nostro pianeta ha già perso metà della sua copertura forestale a causa degli umani. Le foreste rimaste, poi, sono costantemente minacciate da un cocktail antropogenico di deforestazione forzata, utilizzo non sostenibile del suolo, specie selvatiche invasive. Anche altri ecosistemi, poi, sono in pericolo, come gli oceani, i mari e i fiumi che si inquinano e acidificano. I ghiacciai si sciolgono e l’atmosfera è inquinata. Gli animali vengono cacciati per seguire le mode o una dieta non sostenibile. Gli esseri umani proliferano senza controllo e con loro tanti inutili bisogni.

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Mike Lee conclude il suo articolo dicendo che, dopo l’estinzione dei dinosauri, ci sono voluti milioni di anni di rigenerazione ed evoluzione poiché la biosfera del nostro pianeta prendesse nuova vita. E noi in pochissimi anni stiamo carbonizzando intere ere geologiche durante le quali la catena della vita si è faticosamente ma meravigliosamente formata.

Quei vestiti delle feste messi una volta. Come evitare lo spreco

vestiti

Li vedi e te ne innamori. Quel vestito blu scuro completamente coperto di paillettes, che forse potresti abbinare a quelle décolleté comprate il mese scorso per sfizio e mai indossate. Oppure quel completo nero pece, che con una cravatta rossa ti farà fare un figurone alla festa dell’ultimo dell’anno.

Una storia lunga una notte

La maggior parte delle persone si ferma qui, all’amore a prima vista, alla bellezza esteriore, e ci si butta a capofitto. Non pensano che quest’acquisto impulsivo e non necessario potrebbe durare il tempo di una notte. Un’avventura legittima, quando si parla di relazioni. Ma qui è in gioco l’ambiente in cui viviamo, il nostro pianeta, la nostra casa.

Nel novembre di quest’anno l’organizzazione benefica Hubbub ha condotto un’indagine sugli acquisti di capi di vestiario durante le feste. Il risultato? Ogni inglese ogni anno spende in media 86 euro per abiti che indosserà al massimo tre volte nella sua vita. E non è tutto. Una persona intervistata su cinque ha dichiarato che solitamente il vestito che acquista per la festa di Natale o di Capodanno lo indossa soltanto una volta.

Un costo ambientale e umano

Questo dovrebbe farci riflettere, sopratutto per il costo ambientale e umano della produzione di quei capi, specialmente quelli a basso costo. Se infatti il prezzo è basso, un motivo ci sarà. Innanzi tutto spesso le grandi catene di fast fashion creano i loro vestiti sfruttando personale sottopagato in zone remote del mondo.

Leggi il nostro articolo: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

Inoltre i materiali sono molto scadenti. Come ha dichiarato Hubbub, solo il 24% degli intervistati sapeva che la maggior parte degli abiti da festa contiene plastica. L’associazione ha infatti analizzato 169 abiti da festa provenienti da 17 diversi negozi online, ma anche di alta moda e di design, e ha scoperto che il 94% è parzialmente o totalmente realizzato con tessuti derivati dalla plastica. Le conseguenze del lavaggio dei capi in plastica con il rilascio di microplastiche negli oceani, ma anche la loro stessa produzione derivante dal mercato del petrolio sono fatti tristi e noti.

Leggi il nostro articolo: “Trovate microplastiche nell’aria. E probabilmente le respiriamo”

Un’altra conseguenza dell’acquisto compulsivo di abiti, sopratutto quando la loro vita è breve è lo smaltimento. Come si apprende dal bellissimo documentario The True Cost, I tessuti infatti non si decompongono se non dopo oltre 200 anni, rilasciando nell’aria gas dannosi per noi e per l’ambiente. Anche la cosiddetta beneficenza è sopravvalutata, in quanto questi stessi vestiti, usati e sgualciti, vengono rimandati alle persone che li hanno creati. Un controsenso che origina da un circolo decisamente non virtuoso.

Leggi il nostro articolo: “The True Cost: quanto costa davvero la moda?”

Quali sono, allora, le soluzioni per essere eleganti e presentabili durante le feste? In primo luogo ci si può divertire a spulciare nei negozi di seconda mano e vintage. Spesso infatti raccolgono vestiti da persone che hanno gettato i capi dopo, appunto, un solo utilizzo e sono ancora come nuovi. Il prezzo, poi, è decisamente conveniente.

Oppure possiamo scambiarci i vestiti con gli amici. In questo modo saremo più sicuri della loro provenienza e non spenderemo nemmeno un euro (se gli amici si possono considerare tali).

Recentemente poi stanno spopolando i negozi e i siti sui quali è possibile affittare i vestiti, anche di alta moda, come Drexcode o DressYouCan a Milano. In questo modo potrai sfoggiare un abito mozzafiato, di qualità, e spendere, anche qui, relativamente poco. Spesso, poi, durante il processo di affitto si viene seguiti da una persona competente, che ti consiglierà anche gli accessori migliori. Molto meglio che vagare da sola per negozi di bassa qualità e con capi tutti uguali accontentandosi del proprio opinabile gusto.

Infine, perché no, potete guardare bene all’interno del vostro guardaroba. Chissà che ritroviate quell’abito comprato due anni fa, messo solo una volta, ma che in fondo aveva molte qualità. Anche quello era stato amore a prima vista. Anche quello, un giorno, vi aveva fatto battere il cuore. E poi si sa, certi amori non finiscono, fanno dei giri di guardaroba immensi e poi, perché no, facciamoli tornare.

Perché anche la Cop25 è fallita

cop25

All’ultima conferenza della Cop25 i posti vuoti nella grande sala dell’IFEMA a Madrid erano tanti. Molti dei ministri erano partiti due giorni prima, il 13 dicembre, data nella quale la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite avrebbe dovuto ufficialmente concludersi. E’ stato invece necessario prolungarla di due giorni e due notti; un tempo in cui, però, i paesi partecipanti hanno risolto ben poco.

https://www.youtube.com/watch?v=TOR6MG49o_w
La sessione finale della cop25

La più importante lacuna

La più importante questione irrisolta è quella dell’Articolo 6. L’accordo di Parigi del 2015, infatti, aveva previsto una risoluzione globale per controllare le emissioni di Co2 grazie a un sistema di compravendita tra le nazioni. Ogni Stato ha a disposizione, in base alle proprie disponibilità, un tetto massimo di emissioni da non superare. Se uno di essi fosse particolarmente virtuoso da emettere meno anidride carbonica rispetto al limite imposto, questo Stato potrebbe vendere la restante parte a un altro meno diligente. In questo modo le Nazioni potrebbero cooperare pacificamente tra di loro, senza ricorrere a pesanti punizioni economiche che allontanerebbero ulteriormente i governi da qualunque impegno ambientale.

Leggi il nostro articolo: “Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni

Uno degli obiettivi della Cop25 era però quello di aggiornare il tetto massimo di emissioni, in quanto i dati utilizzati per l’accordo di Parigi, non sono ormai più validi. Gli scienziati sostengono infatti che, anche rispettando i vecchi accordi sulle emissioni, la Terra supererà i 2 gradi, arrivando ai 3,5. Alcuni Paesi però non sono disposti a rinnovare il loro impegno sulla base dei nuovi dati. Per esempio, Cina, India, Brasile e Sudafrica hanno dichiarato di aver già fatto il possibile per quanto riguarda il clima. Il problema è che Cina e India sono responsabili da sole di un terzo delle emissioni mondiali di CO2. Anche l’Australia ha fatto un passo indietro, dichiarando di non voler cedere i suoi “carbon credit” guadagnati negli anni passati.

Uno degli scioperi per il clima di quest’anno. Fotografia di Francesco Cufino

Gli insufficienti obiettivi raggiunti

Sono circa ottanta le Nazioni che si sono impegnate per aggiornarsi e ridurre maggiormente le emissioni. Un buon numero, certo, anche se si tratta di paesi che non ricoprono una grande importanza nel panorama mondiale. Questi paesi insieme infatti producono circa il 10 percento delle emissioni globali. Tra questi è presente anche l’Italia e molti altri Paesi europei. Molti osservatori, però, sottolineano come l’Europa, nonostante il nuovo Green New Deal, non abbia un grande peso rispetto ai colossi economici quali Cina, India o Stati Uniti. Questi ultimi, poi, sono nel bel mezzo del processo per l’uscita dagli accordi di Parigi.

Leggi il nostro articolo: “L’unione Europea ha dichiarato lo stato di emergenza climatica”

Passi avanti invece per quanto riguarda la questione dei diritti umani. I partecipanti alla Cop25 infatti hanno approvato il Gender Action Plan, che promuove i diritti e la partecipazione delle donne all’interno dell’azione climatica internazionale. Una buona iniziativa è anche quella del meccanismo Loss&Damage, richiesto dai piccoli stati insulari. Si tratta di un sistema per cui i Paesi del nord del mondo si impegnano ad aiutare quelli meno sviluppati ogniqualvolta vengano colpiti da catastrofi climatiche. Anche qui però vi è un rovescio (negativo) della medaglia. Se infatti i buoni propositi ci sono, manca però un fondo apposito.

Tutte le decisioni, dai fondi per i paesi colpiti dalle catastrofi alla decisione per ogni stato del proprio tetto massimo di gas serra, sono state rimandate alla Cop26 che si terrà a Glasgow l’anno prossimo. Il presidente delle nazioni unite Guterres, così come la giovane attivista Greta Thunberg, non sono affatto contenti della notizia. “La scienza è chiara, ma viene ignorata” ha twittato la ragazza nella giornata di sabato. Un anno, infatti, è molto, specialmente in un momento di emergenza climatica quale stiamo vivendo.

L’intervento di Greta Thunberg alla Cop25

Sindaco di Madrid: “Donerei a Notre Dame, non all’Amazzonia”

Amazzonia

“A chi donerebbe dei soldi, alla Cattedrale di Notre Dame o all’Amazzonia?” “Alla Cattedrale di Notre Dame”. No, non e’ un estratto di un’intervista a un passante casuale, magari disinformato o non particolarmente interessato alle politiche ambientali, o alla politica in generale. Lo ha affermato il sindaco di Madrid in persona, José Luis Martínez-Almeida, durante un programma televisivo locale. E, come se non bastasse, la domanda gli e’ stata posta dai bambini i quali, dopo la sua risposta, son rimasti attoniti. Hanno infatti imemediatamente chiesto il perche’, con facce sorprese, e la risposta di Martínez-Almeida e’ stata: “perche’ e’ uno dei simboli dell’Europa, e noi siamo in Europa”.

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L’Amazzonia e’ piu’ importante di una chiesa

A redarguirlo ci ha pensato un rappresentante del Movimento Indiano d’America Mario Agreda. Lo ha infatti approcciato durante la Cop25 del 3 dicembre dicendogli: “l’Amazzonia è più importante di una chiesa. Te lo dico dal profondo del mio cuore”. E ha aggiunto: “i bambini e i giovani dovranno respirare in futuro”.

Sia la Foresta Amazzonica sia la Cattedrale di Notre Dame qust’anno hanno subito gravi danni a causa degli incendi. Gia’ questa frase, pero’, appare un po’ stridente. Non e’ possibile infatti, a causa dell’enorme differenza, mettere questi misfatti sullo stesso piano. La domanda e’ comunque legittima se posta da bambini, che non riconoscono la prospettiva dei due casi. Toccava al sindaco Martínez-Almeida far capire loro che quella domanda non sarebbe nemmeno da prendere in considerazione, essendo le foreste un elemento naturale senza il quale l’intera umanita’ non esisterebbe e, quindi, nemmemo la Cattedrale di Notre Dame. Ma questo non e’ successo. Il sindaco ha dato invece loro la risposta piu’ sbagliata possibile.

Il ruolo della foresta pluviale

La Foresta Amazzonica, e le foreste in generale, sono importanti per molti e diversi motivi. Per esempio, svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dei cicli mondiali di ossigeno e carbonio. Produce infatti circa il sei percento dell’ossigeno del mondo assorbe tempestivamente grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera. Gli animali che le abitano, contribuiscono con gli avanzi di cibo, le feci, e lecarcasse a stimolare la crescita dei microbi nel suolo, che inquesto modo conservano meglio il carbonio invece di rilasciarlo nell’atmosfera. Ma quando gli alberi vengono bruciati, una grandissima quantita’ di carbonio viene rilasciata nell’atmosfera, oltre che impedire agli alberi di svolgere la loro funzione di purificare l’aria. Ricerche recenti hanno fatto notare come le grandi foreste potrebbero nei fatti emettere più anidride carbonica di quanto non stiano assorbendo.

Leggi ilnostro articolo: L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

L’inquinamento atmosferico e’ la causa principale dei cambiamenti climatici. Proprio ieri alla COP 25 si e’ parlato di quanto il riscaldamento globale incida sui problemi di salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha presentato l’indagine globale “Salute e cambiamenti climatici“. L’istituzione stima che, se le misure previste dall’accordo di Parigi fossero state attuate, si potrebbero evitare oltre un milione di decessi all’anno. Inoltre, sempre secondo l’OMS, i rischi ambientali legati ai cambiamenti climatici, causano 12 milioni di morti ogni anno e i dati stanno solo che peggiorando.

I primi dieci mesi del 2019 sono stati in media 1,1 °C più caldi rispetto ai livelli preindustriali e questo decennio e’ stato il più caldo mai registrato. Anche gli oceani del mondo hanno visto il loro picco di temperature nel 2019, almeno da quando sono iniziate le registrazioni negli anni ’50. La quantità di ghiaccio nelle regioni dell’Artico e dell’Antartico è scesa a minimi storici nell’era post-industriale. Il livello minimo di ghiaccio nell’Artico nel settembre di quest’anno e’ stato il secondo più basso mai registrato.

Leggi il nostro articolo: “Non solo Amazzonia. Migliaia di incendi anche in Africa

La Cop25 e le possibili soluzioni

Durante gli incontri di ieri il focus e’ stato sul modo in cui i governi possano ridurre le emissioni. Nel Programma ambientale delle Nazioni Unite si legge che le emissioni devono diminuire del 7,6% ogni anno affinche’ l’aumento della temperatura media della superifcie non superi 1,5°C , ovvero l’obiettivo ambizioso previsto dall’accordo di Parigi . Ma, se emissioni restano le stesse dei livelli attuali, il mondo si riscalderà di 3,2°C entro il 2100 – il che e’ notevolmente superiore alla temperatura con la quale andremo incontro a una catastrofe climatica.

La speranza e’ che la Cop25 sia utile. Intanto, non fosse stato per questo evento, Mario Agreda non avrebbe forse incontrato il sindaco di Madrid e quest’ultimo non avrebbe cambiato opinione. O ameno questo e’ quello che si puo’ dedurre dall’abbraccio che i due si sono scambiati dopo la loro conversazione. La Cop25, quindi, sta gia’ producendo qualche piccolo frutto.

Block friday: in piazza contro la giornata dei consumi

block friday

L’aumento di popolarità del Black Friday, l’ennesima invenzione consumistica statunitense, è la dimostrazione di come la nuova “onda verde” in molti casi sia soltanto una moda. Ecco perché oggi i Fridays For Future si sono riuniti nelle piazze di tutto il mondo per il cosiddetto Block Friday, una protesta contro la giornata più consumistica dell’anno.

Leggi il nostro articolo: “Scienziati: emergenza clima. Ci aspettano sofferenze indicibili”

Uno degli organizzatori dello sciopero di Milano, Alessandro Silvello ha spigato a Repubblica il loro intento: “Abbiamo deciso di chiamare la giornata “Block Friday” proprio per questo, per sottolineare la nostra protesta. E portare all’attenzione di tutti gli effetti del consumismo portato alle estreme conseguenze di cui il Black Friday è un simbolo: penso alla diminuzione dei diritti e degli stipendi di tanti lavoratori che sono impiegati in questo sistema” .

Meno affluenza, più motivazione

Solamente in Italia gli scioperi sono stati 138 in altrettante città diverse. Gli eventi nel mondo sono stati 3.406 sparsi per 157 paesi e 2432 città. A Milano i giovani si sono ritrovati alle 9 di mattina mostrando i pacchi simbolo dell’ e-commerce che, con il successo di Amazon, è ormai fuori controllo. A Roma l’affluenza è stata alta, anche se decisamente inferiore allo sciopero del 24 maggio.

Sciopero a Roma

“Lo sapevamo – ha dichiarato Marianna Panzarino di FFF Roma al Messaggero -. È passato troppo poco tempo dall’ultimo sciopero. Ma anche portare poche migliaia di ragazzi in piazza è comunque un successo”. A Torino e provincia sono scese in piazza circa 10mila persone, tra cui anche le “Sardine”, che hanno paralizzato via Roma, la via dello shopping. L’atto di bloccare le vie del centro oggi è forse ancora più simbolico.

La nascita del Black Friday

Il fenomeno del Black Friday ha origine nell’America degli anni ’50, anticamera del boom economico e della nascita della società dei consumi. In quegli anni sempre più persone iniziavano a potersi permettere piccoli beni di lusso. Si diffondeva così anche la moda dello scambio di regali durante le festività natalizie. Il venerdì successivo al Thanksgiving veniva considerato come l’inizio del periodo dedicato agli acquisti natalizi. I negozianti hanno così cavalcato l’onda. Sconti, aperture straordinarie, offerte speciali che avrebbero incentivato le persone ad acquistare i regali di natale velocemente, a prezzi bassi, senza pensarci troppo.

Sembra, insomma, l’embrione di quella che oggi viene chiamata fast fashion. Anche se fashion in questo caso non rappresenta soltanto l’industria dei vestiti, ma le mode più in generale, di qualunque tipo esse siano. Potremmo chiamarla la moda dell’acquistare, nata appunto durante il boom economico e mai passata. E durante giornate come il Black Friday molti sono spinti ad acquistare oggetti di cui non hanno bisogno soltanto perché scontati.

Consumismo autodistruttivo

E’ anche a causa di questa fame di consumi che gli esseri umani hanno innescato il riscaldamento globale. Il processo di produzione, imballaggio, distribuzione, consumo e smaltimento dei miliardi di prodotti venduti richiede lo sfruttamento non sostenibile delle risorse del pianeta. Secondo le stime del World Wildlife Fund (WWF), se ognuno adottasse lo stile di vita e i consumi del cittadino medio abitante del Regno Unito, sarebbero necessari tre pianeti terra. Cinque pianeti, invece, per vivere come lo statunitense medio. E questo solo nel 2019.

Sempre secondo il WWF, l’impronta ecologica dell’umanità (la misura sulla Terra dal consumo umano delle risorse naturali), è aumentata del 125% e potrebbe aumentare del 170% entro il 2040. Gran parte dell‘impronta ecologica è infine data dai rifiuti che la mentalità consumistica genera. Secondo la Banca Mondiale attualmente 1,3 miliardi di rifiuti solidi sono generati nel mondo ogni anno e questo numero è destinato ad aumentare, arrivando a 2.2 miliardi di tonnellate entro il 2025.

Chiediamo soluzioni immediate

Per questo e molto altro oggi i Fridays for Future hanno chiesto ai politici delle soluzioni immediate. A Torino, per esempio, ci sono stati presidi davanti a tante sede istituzionali. Al rettore dell’Università hanno chiesto di cancellare la collaborazione con Eni, mentre alla sindaca Chiara Appendino di migliorare il servizio di trasporto pubblico rendendolo gratuito.

In Inghilterra gli scioperanti si stanno concentrando sui sondaggi del prossimo mese. In Australia il focus è stato sull’impatto dei devastanti incendi boschivi in cui sei persone sono morte e oltre 600 case sono state distrutte. Hanno anche chiesto che non vengano realizzati nuovi impianti di carbone, petrolio o gas in Australia, una transizione al 100% di energia rinnovabile entro il 2030 e finanziamenti per una transizione equa per i lavoratori.

Greta Thunberg non ha potuto prendere parte a nessuna delle manifestazioni a causa della concomitanza con il suo viaggio di ritorno dagli Stati Uniti in catamarano. La giovane attivista svedese deve infatti partecipare alla COP25 che si svolgerà a Madrid a partire dal 4 dicembre. E’ in questo incontro che i Fridays For Future di tutto il mondo ripongono la speranza. Un piccolo passo nella giusta direzione è già stato fatto, in quanto proprio ieri il Parlamento Europeo ha dichiarato l’emergenza climatica e ambientale in Europa e nel mondo.

Leggi il nostro articolo: Il Cile non ospiterà più la Cop25″

India: emergenza smog. Ora si paga per l’aria pulita

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Pagare per l’aria che respiriamo sembra una presa in giro. Invece in India, più precisamente nell’enorme agglomerato urbano di Nuova Delhi, è ormai quasi necessario a causa dell’ inquinamento.

Leggio il nostro articolo: “Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni”

Ossigeno a cinque dollari

Aryavir Kumar era un albergatore quando ha deciso di creare quello che ora viene chiamato Oxygen bar. Qui le persone possono fermarsi e respirare aria pulita. Quindici minuti costano dai quattro ai sei dollari ed è possibile scegliere tra diverse fragranze tra cui lavanda, eucalipto e cannella. I clienti applicano al naso due piccoli tubi dai quali passa l’aria e tutto quello che devono fare è respirano normalmente.

Lisa Dwivedi, una donna di origine ucraina che vive in città, ha dichiarato al New York Times di andare all’ Oxygen bar poiché stanca di avere prurito agli occhi, naso che colava e gola gonfia. “Non so se sia psicologico, ma mi fa stare bene sapere di inalare aria pura, anche se solo per 15 minuti”, ha affermato Lisa.

A noi questo può sembrare assurdo, ma a Nuova Delhi l’inquinamento atmosferico è ormai diventato un problema quasi ingestibile. il 31 ottobre di quest‘anno è stata dichiarata l’emergenza di salute pubblica. Le scuole sono state chiuse, tutti i progetti di costruzione sono stati bloccati e le persone sono state esortate a rimanere all’interno delle abitazioni.

Caldo, trasporti e fuochi d’artificio

Non è la prima volta che Nuova Delhi incontra difficoltà di questo tipo. L’emergenza inquinamento occorre ogni anno nel periodo autunnale, quando gli agricoltori bruciano i loro raccolti per fare spazio a quelli nuovi. Inoltre, durante celebrazioni di Diwali, il festival indù della luce, che occorre il fine settimana del 27 ottobre, migliaia di famiglie utilizzano i fuochi d’artificio, notoriamente inquinanti. Il governo ne aveva vietato l’uso, oltre che aver illegalizzato i roghi dei campi agricoli. Ma l’amore per le tradizioni, cosi come la necessita di nuovi campi da coltivare, hanno prevalso.

Un’altra causa è sicuramente l’inquinamento atmosferico dovuto alle emissioni dei mezzi di trasporto, che aumentano di anno in anno a causa dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni di vita. Anche le temperature elevate dovute sia alla localizzazione geografica del paese e, ovviamente, anche al riscaldamento globale non sono di aiuto. Le particelle di aria fredda infatti, depositandosi nella parte bassa delle città, trattiene gli inquinanti, che poi possono essere allontanati e dispersi dal vento. Anche la pioggia potrebbe aiutare, in quanto una sola goccia può attirare decine di centinaia di minuscole particelle presenti nell’atmosfera prima di giungere al suolo.

Leggi il nostro articolo: “India, una montagna di rifiuti alta come il London Bridge”

Soluzioni bizzarre

In assenza di un aiuto da parte della natura, quindi, durante il mese di novembre i funzionari della città hanno tentato di ridurre l’inquinamento limitando l’uso di veicoli privati a giorni alterni, consentendo solo alle auto con targhe di numeri dispari di guidare in date dispari e le auto con targhe di numeri pari in giorni pari.

Non è stato però un grande successo, anche perché Harsh Vardhan, ministro della salute indiano, non si è preoccupato di incoraggiare la popolazione a ridurre le loro emissioni quotidiane. Ha invece raccomandato di mangiare carote per combattere eventuali effetti dannosi dello smog. Un altro legislatore ha criticato coloro che hanno cercato di impedire ai contadini di bruciare i loro raccolti, e ha invece suggerito di pregare il dio indù della pioggia per ottenere sollievo.

L’inquinamento uccide

Ma la popolazione di nuova Delhi non ha sicuramente bisogno di questo, trovandosi ogni giorno in pericolo di vita. Milioni di indiani sono già morti per problemi di salute legati alla vita in città inquinate. I bambini potrebbero trovarsi di fronte a danni cerebrali permanenti causati dall’aria velenosa. Inoltre, l’esposizione prolungata a tali livelli di inquinamento atmosferico possono raggiungere l’equivalente del fumo di due pacchetti di sigarette al giorno.

Il dottor Arvind Kumar, un chirurgo toracico della città, ha dichiarato al New York Times che trent’anni fa il 90 percento dei pazienti con cancro ai polmoni erano fumatori. Oggi il rapporto è di uno a uno, con almeno il 10 percento dei suoi clienti di soli trent’anni. “Il cinquanta percento dei pazienti su cui opero durante tutto l’anno sono non fumatori”, ha affermato.

Leggi il nostro articolo: “Polveri sottili, Italia prima in Europa per morti premature”

Piu’ soldi meno ossigeno

Comunque, nonostante la noncuranza del governo e l’impotenza degli abitanti, sembra che la qualità dell’aria negli ultimi giorni stia leggermente migliorando a causa principalmente delle piogge e di leggeri brezze. Miglioramento, però, significa che la qualità dell’aria di lunedì mattina è stata classificata nella categoria “molto insalubre” e non “pericolosa”. Secondo L‘Indice di Qualita’ dell’Aria, infatti, la categoria “molto insalubre” ha un valore compreso tra 201 a 300 e se domenica a Delhi era di 254, lunedì e’ sceso a 218.

In una situazione di questo tipo, l’aria pulita e’ diventata un bene quasi di lusso e gli abitanti di Delhi,. ovviamente, non ne sono contenti. Qualcuno infatti si chiede il motivo del prezzo affatto economico. A questa domanda Kumar risponde: “Devi pagare anche per avere una bottiglia di acqua potabile, cosa che non facevi 20 anni fa”. I tempi quindi cambiano e, nonostante la crescita economica, non per il meglio. Forse, quindi, dovremmo chiederci se in futuro sara’ meglio non essere schiavi del denaro e respirare aria pulita oppure avere le tasche piene e poter cosi’ comprare ossigeno, magari con un buono sconto durante il black friday.