La Germania torna indietro: aprira’ un’altra centrale a carbone

Germania

Predicare bene e razzolare male. La Germania aveva promesso di abbandonare tutte le fonti di energia fossile entro il 2038. Di fatto, però, una nuova centrale a carbone chiamata Datteln 4 e facente parte del gruppo Uniper, aprirà nel 2020.

Una promessa e’ una promessa

L’impianto è stato costruito con una spesa di 1,5 miliardi di euro e sarebbe dovuto entrare in azione già nel 2011. Per questioni ambientali, però, l’avvio è stato sempre rimandato, con la promessa da parte dello Stato di rimborsare Uniper dei soldi persi. Anche per questo, la nazione tedesca e’ ormai diventata un esempio abbastanza virtuoso in campo ambientale. Per esempio, la cancelliera Angela Merkel ha da poco annunciato lo stanziamento di 100 miliardi di euro per progetti a favore dell’ambiente, a fronte dei 450 milioni dell’Italia.

Invece, alla fine, Datteln 4 l’ha scampata. Essendo infatti una delle centrali elettriche a carbone più moderne, le sue emissioni di CO2 sarebbero relativamente basse. Uniper si è detta pronta a scommettere sul nuovo sito, “nell’interesse dell’azienda e della comunità“. Sicuramente questa affermazione e’ vera per la prima parte. Non è ben chiaro pero’ come l’apertura di una centrale a carbone nel 2020 possa essere utile alla comunità.

Pro (pochi) e contro (troppi)

Potrebbe forse creare nuovi posti di lavoro? Bisogna ricordarsi che la Germania e’ una delle nazioni europee con il tasso di occupazione maggiore. Se infatti la media occupazionale europea e’ del 73%, il tasso di occupazione tedesco ammonta all’80%, contro il 63% dell’Italia e il 59,3% della Grecia. Questo non giustifica, certo, il sedersi sugli allori, ma la Germania possiede le risorse economche e culturali per poter colmare quel gap con nuovi progetti e investimenti nelle energie rinnovabili.

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Inoltre, come riporta Lifegate, l’associazione Bund, divisione tedesca di Friends of the Earth, ha parlato di “emissioni in crescita di 6-8 milioni di tonnellate all’anno a causa della nuova centrale”. Rispetto alle emissioni totali della Germania ad oggi, che ammontano a circa 750 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, non è molto. Vi sono infatti ancora 84 centrali a carbone ancora in servizio e la Datteln 4 e’ stata l’ultima in costruzione. Ma si tratta comunque di un impianto con una potenza di 1.100 megawatt. Per farci un’idea, all’interno dell’ex Ilva a Taranto, l’acciaieria piu’ grande d’Europa, vi sono due impianti elettrici che utilizzano le fonti fossili prodotte dall’acciaieria stessa. L’energia che questi due impianti producono insieme e’ di 1.044 megawatt.

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Oltre all’impatto ambientale pero’, quello maggiore si riscontra a livello politico e culturale, poiche’ la Germania avrebbe le potenzialita’ per trainare l’Unione Europea verso un cambiamento di rotta che prediliga le fonti rinnovabili e abolisca totalmente quelle fossili. Cos’ facendo, invece, la Germania dimostra che l’Occidente, forse, non e’ ancora pronto al grande passo.

Italia sara’ prima nel mondo a insegnare clima nelle scuole

Se vi è qualcosa in cui l’Italia eccelle è l’alto livello di conoscenze teoriche che la scuola infonde nei giovani, con tutte le conseguenze sia positive che negative del caso. Non stupisce, quindi, che il nostro Paese sia il primo al mondo a voler introdurre nelle scuole una nuova materia di studio: il Clima.

Un’ora a settimana

“Da settembre prossimo – ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti – tutte le scuole dedicheranno 33 ore all’anno, circa un’ora a settimana, ai cambiamenti climatici”. Ma non finisce qui. Fioramonti ha aggiunto che “molte materie tradizionali, come geografia, matematica e fisica, saranno studiate in una nuova prospettiva legata allo sviluppo sostenibile”. Ha aggiunto inoltre che “l’intero ministero sta cambiando affinché la sostenibilità e il clima siano al centro del modello educativo”.

Il fatto di introdurre lo studio dello sviluppo sostenibile anche in altre materie è sicuramente positivo. La speranza è che sia un incentivo per integrare quella che è l’istruzione tradizionale italiana, molto teorica, con una più pratica e attuale.

Alcuni rischi

Vi è anche però il rischio che accada il contrario, ovvero che il clima e lo sviluppo sostenibile siano trattati in maniera puramente informativa, senza incentivare gli alunni a mettere in pratica le nuove conoscenze. Il ministro pentastellato non ha rivelato nulla riguardo, per esempio, al metodo con cui questa materia verrà insegnata, né con quali criteri verranno selezionati gli insegnanti. Sopratutto, non si sa da dove attingeranno i fondi per pagare persone adeguatamente qualificate.

Vincenzo Cramarossa, portavoce di Fioramonti, ha dichiarato alla CNN che, per iniziare, un gruppo di esperti scientifici, tra cui Jeffrey D. Sachs, direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University e il teorico social-economico americano Jeremy Rifkin, aiuteranno il ministero a riqualificare il curriculum nazionale così da prestare maggiore attenzione ai cambiamenti climatici e alla sostenibilità.

Leggi il nostro articolo: Scienziati: “Emergenza clima. Ci aspettano sofferenze indicibili”

Viene però da chiedersi se un’ora alla settimana sia sufficiente per un argomento che tratta di una crisi impellente, che deve essere risolta, o gestita, il più velocemente ed efficacemente possibile. Fioramonti stesso ha dichiarato che i giovani devono essere consapevoli di quello che stiamo vivendo. Sopratutto devono sapere cosa ci riserva il futuro se non verranno attuate determinate azioni per invertire la tendenza.

Un’ora a settimana, però, è quella solitamente dedicata all’ora di religione. Molti potrebbero vederla come una materia aggiuntiva poiché trattata velocemente, senza probabilmente un sistema di valutazione adeguato agli standard delle altre materie. Inoltre, integrare lo sviluppo sostenibile agli altri insegnamenti sarà compito di ogni singolo insegnate. Questo, vista l’assenza in Italia di una preparazione in materia, potrebbe quindi non prendere particolarmente in considerazione questa direttiva.

Meglio di niente

Criticare, però, una decisione potenzialmente positiva e ancora in stato embrionale non sarebbe costruttivo. Il ministro Fioramonti sta sicuramente agendo in buona fede, cercando forse di imprimere un cambiamento nell’educazione italiana in modo dolce e senza strappi.

D’altra parte il Ministro ha sempre supportato i giovani di Fridays for Future e ha anche proposto l’introduzione della tassa sui voli aerei, sulla plastica e gli alimenti zuccherati, ricevendo per questo non poche critiche. E, in ogni caso, un’informazione capillare di qualunque tipo, sopratutto a livello scolastico, è sempre meglio di nessuna informazione.

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Scienziati: “Emergenza clima, ci aspettano sofferenze indicibili”

Allo scoccare del quarantesimo anniversario dalla prima conferenza mondiale sul clima di Ginevra (1979), non vi e’ assolutamente nulla da festeggiare. 11 mila scienziati hanno infatti lanciato l’ennesimo allarme sulla rivista BioScience, rivolgendosi non solo ai politici, ma a tutti noi. La popolazione mondiale dovra’ affrontare “sofferenze indicibili a causa della crisi climatica” a meno che non ci siano importanti trasformazioni nella società. Si legge nello studio, che prende in considerazione 40 anni di dati scientifici ed e’ stato condotto da ricercatori provenienti da 153 paesi, guidati da William J Ripple della Oregon State University.

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Non e’ stato abbastanza

Nonostante in questo lasso di tempo si siano registrati alcuni miglioramenti, come la decelerazione della perdita della foresta Amazzonica e una lieve decrerscita della natalita’, questo non e’ stato abbastanza per prevenire il riscaldamento globale. La foresta amazzonica ha infatti ripreso la sua decrescita dopo l’elezione di Bolsonaro e il calo demografico e’ rallentato negli ultimi 20 anni. Inoltre, La temperatura, l’acidita’ degli oceani, il clima estremo, gli incendi, le tempeste, il livello del mare, le inondazioni, la scomoparsa dei ghiacci, sono tutti in aumento – ha affermato Ripple. E conclude: Questi rapidi cambiamenti evidenziano l’urgente necessità di agire.

Cosa fare?

Lo studio pero’ non solo denuncia l’emergenza climatica, ma suggerisce anche soluzioni concrete per uscirne. Innanzi tutto e’ necessario cambiare il sistema di produzione di energia, prediligendo le fonti rinnovabili ai combustibili fossili e tassando questi ultimi il piu possibile. E’ poi importante proteggere gli ecosistemi quali foreste, praterie e torbiere per favorire il massimo svolgimento della loro funzione ecologica e l’assorbimento dell’ anidride carbionica. E’ inoltre necessario ridurre le emissioni di metano, idrofluorocarburi e altri inquinanti. Cosi’ facendo, sarebbe possibile ridurre il riscaldamento del pianeta del 50 percento nei prossimi decenni.

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Una delle maggiori fonti di metano sono gli allevamenti animali. Per questo e’ fondamentale che tutti riducano il consumo di carne e prodotti animali, prediligendo frutta, verdura e legumi. In questo modo, oltre a ridurre le emissioni, si ottimizzerebbe la distribuzione delle risorse alimentari, ricavando piu’ cibo in meno tempo e con meno spazio. Questo sarebbe positivo su molti fronti, visto che ad oggi nel mondo un terzo del cibo ancora commestibile viene sprecato. Gli scienziati inoltre ci ricordano che la popolazione mondiale cresce di 200 mila unita’ al giorno. Un fenomeno non sostenibile, sopratutto se tutti loro conducono, o aspirano a condurre, uno stile di vita agiato e pieno di lussi come quello occidentale.

Inquinamento a Shanghai, Cina

Educazione e giustizia sociale

Un’altra importante iniziativa che tutte le Nazioni dovrebbero implementare e’ quella dell’educazione, ambientale e non, sopratutto femminile. Infine, dobbiamo allontanarci dalla mentalita’ della crescita incessante del Prodottio Interno Lordo e della ricerca constante della ricchezza. La buona e paradossale notizia, infatti e’ che un tale cambiamento che prevede giustizia sociale ed economica per tutti, promette un benessere generale molto maggiore rispetto al continuare con business as usual, hanno detto gli scienziati.

La loro vera speranza pero’ risiede nei giovani e nei movimenti nati di recente in tutto il mondo, primo fra tutti i Fridays for Future di Greta Thunberg. Se infatti i giovani di oggi sono gli adulti di domani, forse siamo in buone mani.

Brasile, ucciso guardiano della foresta Amazzonica

foresta

“E’ in corso una distruzione di massa della Natura. Dobbiamo preservare questa vita per il futuro dei nostri figli”. Sono le parole rilasciate da Paulino Guajajara durante un’intervista a Reuters. Paulino era leader di un gruppo indigeno che protegge la riserva dell’Arariboia, nello stato di Maranhao in Brasile. Sabato 2 novembre i membri della sua tribu’ hanno riferito che Paulino e’ stato ucciso durante un’incursione illegale dei taglialegna nel suo territorio. Un altro leader indigeno, Laercio Souza Silva, e’ rimasto gravemente ferito durante lo scontro e uno dei taglialegna risulta al momento disperso.

I guardiani della foresta

Paulino era membro di un gruppo chiamato “I guardiani della foresta”. Essi cercano, giorno dopo giorno, di proteggere la Foresta Amazzonica, nonche’ la loro casa, dallo sfruttamento umano. Adesso piu’ che mai l’attivita’ di questi gruppi indipendenti e’ necessaria e anche, purtroppo, pericolosa. Il presidente brasiliano Bolsonaro ha infatti promesso di aprire allo sviluppo economico le terre indigene protette. Bolsonaro, inoltre, ha seminato sentimenti di odio nei confronti delle popolazioni indigene abitanti della foresta, incentivando cosi’ le azioni violente di taglialegna e chiunque ricavi profitto dalle risorse forestali.

Leggi il nostro articolo: “Bolsonaro vuole distruggere l’Amazzonia”

Uno Stato incostituzionale

Greenpeace Brasile ha denunciato l’accaduto con queste parole: “Paulino è l’ultima vittima dell’incapacità dello Stato brasiliano di adempiere al suo dovere costituzionale di proteggere le terre indigene. I “Guardiani della foresta” hanno assunto questo ruolo per se stessi e tutti i rischi ad esso associati.” Un altro leader indigeno dell’area ha detto che le guardie forestali avevano gia’ ricevuto minacce e che erano costretti a indossare giubbotti protettivi mentre pattugliavano. “Abbiamo informato le agenzie federali delle minacce ma non hanno fatto nulla”, ha affermato Sonia Guajajara, leader dell’organizzazione pan-indigena APIB del Brasile.

Nonostante l’evidente pericolo pero’ Paulino non voleva darsi per vinto: “A volte ho paura – ha detto nella stessa intervista – ma dobbiamo alzare la testa e agire. Stiamo proteggendo la nostra terra e la vita su di essa, gli animali, gli uccelli, anche il gruppo Awa che vive qui”. Paulino e’ stato colpito in pieno viso, ed e’ morto a poco piu’ di vent’anni lasciando un figlio e una casa – la foresta – sempre piu’ indifesi.

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Parlamento Europeo per l’ambiente: voto a favore delle api

Senza le api, il mondo come noi lo conosciamo non esisterebbe. Un fatto che non ha impedito alla Commissione Europea e agli Stati Membri di proporre l’indebolimento di una legge che tutelava le api. Fortunatamente a fermarli ci ha pensato il nostro Parlamento Europeo. Con 533 voti a favore, 67 contro e 100 astensioni ha bloccato la proposta.

api

Le linee guida per i pesticidi

Nella mozione di protesta viene chiamata in causa l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha sede a Parma) che nel 2013 aveva elaborato alcune linee guida riguardo all’utilizzo di pesticidi sulle piante. L’Autorità sottolineava l’importanza di testare tutti i prodotti fitosanitari, al fine di proteggere le api dall’esposizione a sostanze per loro dannose. Se queste sostanze fossero state trovate nei prodotti testati, sarebbe subito scattato il divieto di commercializzazione. Secondo la Commissione Europea e alcuni Stati membri però questa regolamentazione era troppo rigida e andava modificata.

È inaccettabile che gli Stati Membri si oppongano alla piena attuazione delle linee guida delle api dell’EFSA del 2013“, si legge nella risoluzione parlamentare adottata mercoledì. Il progetto “non introduce modifiche per quanto riguarda la tossicità acuta per le api mellifere, ma rimane in silenzio sulla tossicità cronica, nonché sulla tossicità per bombi e api solitarie“. Inoltre, il testo della Commissione “non considera gli sviluppi più recenti delle conoscenze scientifiche e tecniche”, afferma il testo. 

Un problema mondiale

Nella mozione dei parlamentari si fa anche riferimento al problema del declino delle api in tutto il mondo. Come ben sappiamo, numerose specie di impollinatori sono infatti a rischio estinzione e purtroppo alcune sono già estinte. Durante lo scorso inverno, gli apicoltori statunitensi hanno perso il 37% delle colonie di api, registrando il maggior declino in tredici anni di monitoraggio. Il nuovo sistema di localizzazione potrebbe mostrare come i pesticidi danneggiano le colonie di api

Oltre a cause naturali come i parassiti, l’uomo ha contribuito in grande parte a questa enorme perdita. Il riscaldamento globale e la perdita degli habitat, ma anche e soprattutto l’utilizzo di prodotti chimici su fiori e piante hanno rappresentato una potente minaccia, non solo per le api, ma per l’intero ecosistema. 

Leggi anche il nostro articolo: “L’estinzione delle Api sarà l’inizio della Fine”

Nella sola UE, circa l‘84% di frutta e verdura coltivate e il 78% delle specie di fiori selvatici dipendono, almeno in parte, dall’impollinazione. Gli insetti impollinatori quindi rappresentano un introito annuale di quasi 15 miliardi di euro, parte del quale è già stato ampiamente perduto. Non svanisce, però, la speranza, specialmente quando una forza politica di tale importanza quale il Parlamento Europeo fa sentire la propria voce in difesa delle api e, quindi, del nostro intero pianeta. 

Articolo scritto in collaborazione con Make You Greener

Greta rifiuta premio da 47mila euro: “Al clima non serve”

“Al clima non servono premi”, ha scritto Greta Thunberg su Instagram dopo aver vinto il premio ambientale di Stoccolma. L’attivista svedese era stata infatti nominata per questo riconoscimento sia dalla Svezia che dalla Norvegia. Martedi 29 ottobre il Nordic Council, ente regionale per la cooperazione interparlamentare, ha annunciato la sua vittoria.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU e i numeri della politica”

L’importanza di ascoltare la scienza

Un rappresentante della sedicenne fondatrice del movimento Fridays for Future ha pero’ riferito al consiglio che la giovane Greta avrebbe rifiutato il premio. L’ingente somma di 46.800 euro non ha influenzato la sua decisione. Secondo Greta, infatti, l’ambiente non ha bisogno di premi. “L’unica cosa di cui ha bisogno – si legge nel suo post di Instagram – è che i nostri politici e le persone al potere inizino ad ascoltare la migliore e piu’ recente scienza disponibile.” Rimanendo fedele al suo stile ribelle, ai limiti del rivoluzionario, dopo aver ringraziato il Nordic Council per il premio, Greta ha criticato gli stessi Paesi Nordici per non essere all’altezza della loro grande reputazione sulle questioni climatiche

Nello stesso post di Instagram ha affermato, appunto, che questi paesi “non lesinano su vanti e belle parole . Ma quando si considerano le emissioni e l’impronta ecologica per capita, inclusi i nosti consumi, le nostre importazioni, i voli e le spedizioni, allora e’ tutta un’altra storia.” In Norvegia, ad esempio, il governo ha recentemente rilasciato un numero record di permessi per la ricerca di petrolio e gas. Secondo il WWF, in Svezia le persone conducono uno stile di vita che richiederebbe quattro interi pianeti Terra e lo stesso vale per gli altri Paesi del Nord Europa.

Leggi il nostro articolo: “Oggi e’ l’Overshoot Day: la Terra e’ andata in bancarotta”

Continuiamo a non fare nulla

“L’accordo di Parigi, che tutti i Paesi nordici hanno firmato – continua Greta – si basa pero’ sull’equità, il che significa che i paesi più ricchi dovrebbero aprire la strada a tutti gli altri. Apparteniamo ai paesi che hanno la possibilità di fare di più, eppure continuiamo a non fare praticamente nulla. Quindi, fino a quando non inizieremo ad agire in conformità con ciò che la scienza dice, il che è necessario per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi o addirittura 2 gradi centigradi, I Fridays for Future svedesi scelgono di non accettare il premio ambientale del Nordic Council.“

La fast-fashion è il patibolo del pianeta

Cambio di stagione significa cambio degli armadi. Una miniera d’oro per i negozi di fast-fashion. Significa infatti che ci libereremo di più della metà di tutti quelle magliette e vestitini estivi pagati meno di 10 euro e ormai già sgualciti o sformati. Vuol dire che ci lanceremo nuovamente nei negozi attratti dalle vetrine inamidate e spinti dalle temperature più basse. Significa acquistare dieci, forse venti nuovi capi che al termine dell’inverno saranno nuovamente sgualciti e sformati. Ma, dopo tutto, potremo darli in beneficenza, e ci sentiremo bene. 

Leggi il nostro articolo: “The true cost, quanto costa davvero la moda?”

Emissioni: un dato scioccante

Lunedì mattina il giornale di finanza americano Businessinsider ha pubblicato un articolo nel quale l’autore elenca gli impatti ambientali della cosiddetta fast-fashion. La scelta di pubblicarlo a ottobre durante, appunto, il cambio di stagione, è molto significativa e si spera possa sensibilizzare il maggior numero di persone possibili.

Il dato sicuramente più scioccante che emerge dall’articolo, poiché meno percepibile nella vita di tutti i giorni è quello relativo alle emissioni: l’industria della moda è responsabile del 10 percento di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Una delle cause è il fatto che i capi della fast-fashion sono spesso in poliestere, un materiale economico, facile da reperire e da lavorare. Queste fibre si stima siano presenti nel 60% degli indumenti in commercio. La produzione di poliestere rilascia da due a tre volte più emissioni rispetto al cotone.

Il lato oscuro del cotone

Tuttavia, anche la produzione del cotone, sopratutto quella industriale, non è priva di lati oscuri. Per produrre una maglietta di cotone sono infatti necessari circa 700 litri d’acqua. Quantità più che sufficiente perché una persona possa bere almeno otto tazze al giorno per tre anni e mezzo. Per produrre un paio di jeans, invece, sono necessari 7000 litri di acqua, che permetterebbe a un uomo adulto di dissetarsi per almeno dieci anni.

La spiegazione è molto semplice: il cotone è una pianta che richiede una grande quantità di acqua per crescere, tanto che l’impronta idrica media globale per 1 kg di cotone è di 10.000 litri. Nei paesi dove si produce il cotone a basso prezzo e che viene poi venduto alla grande distribuzione, questa impronta è ancora maggiore, a causa dell’ulteriore costo idrico dell’esportazione.

Secondo il Water Footprint Network, in India si consumano 22.500 litri di acqua ogni kg di cotone. L’acqua consumata per far crescere le esportazioni di cotone dell’India nel 2013 sarebbe stata sufficiente per fornire all’85% della popolazione 100 litri di acqua ogni giorno per un anno. Nel frattempo, oltre 100 milioni di persone in India non hanno accesso all’acqua potabile.

Un altro esempio è quello dell’Uzbekistan, dove l’agricoltura del cotone ha consumato così tanta acqua che il Mar d’Aral, un tempo uno dei quattro laghi più grandi al mondo, si è quasi totalmente prosciugato. Questo causa a sua volta siccità e carestie, che graveranno poi sulle popolazioni limitrofe.

Il lago di Aral dal 1986 al 2016. Fonte: www.earthtime.org

Spesso a risentirne sono le stesse popolazioni che producono i nostri vestiti senza però usufruirne, e alle quali spediamo i nostri capi dismessi pensando di fare un’ opera di bene. La vera opera di bene sarebbe invece quella di boicottare l’ industria della fast-fashion, di utilizzare il più possibile i vestiti che compriamo, di acquistarne altri principalmente nei negozi dell’usato o vintage, oppure di scegliere i marchi che producono i loro abiti responsabilmente, rispettando l’ambiente e i diritti dei lavoratori.

Leggi il nostro articolo: “Moda sostenibile, i brand più famosi impegnati per l’ambiente”

Acqua contaminata

Ma la lista degli effetti negativi sull’ambiente che l’industria della moda produce non finisce qui. L’industria della moda è il secondo più grande fattore di inquinamento di acqua al mondo, responsabile del 20% della contaminazione idrica mondiale. Innanzi tutto questo deriva dal processo di tintura dei tessuti, che richiede la quantità di acqua necessaria per riempire due milioni di piscine olimpiche ogni anno. Inoltre, l’acqua tinta e ormai contaminata dai colori chimici viene spesso scaricata in fossi, corsi d’acqua o fiumi.

Inoltre lavare i capi contenenti poliestere rilascia nell’oceano 500.000 tonnellate di microfibre ogni anno, l’equivalente di 50 miliardi di bottiglie di plastica. Un rapporto del 2017 dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha stimato che il 35% di tutte le microplastiche – pezzi di plastica molto piccoli e non biodegradabili – nell’oceano proviene dal lavaggio di tessuti sintetici. Si stima inoltre che le microplastiche compongano 31% della plastica presente nell’oceano

Leggi il nostro articolo: “Trovate microplastiche nell’aria. Probabilmente le respiriamo”

Cosa accade dopo?

Vi e‘ infine il problema dello smaltimento di tutti questi capi. Alcuni li doniamo appunto in beneficenza, anche se in ogni caso non possono essere utilizzati a lungo vista la scarsa qualità della maggior parte dei capi di fast-fashion. Gli altri vengono bruciati, generando ancora più inquinamento. Oppure vengono gettati in discarica e questa è la fine riservata all’85% dei vestiti. Soltanto il 20% di questi viene riciclato, il resto rimane lì, a decomporsi lentamente per più di 200 anni, rilasciando nell’aria metano, un gas più potente del carbonio.

Ecco la fine che farà quella nuova, caldissima felpa che stai per comprare per la nuova stagione, facente parte di una delle 30 collezioni autunnali di Zara. “Una per ogni occasione”. Le occasioni per il pianeta però sono ormai terminate.

Google finanzia compagnie negazioniste. La rivelazione del Guardian

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Il Guardian, si sa, non ha mai troppi peli sulla lingua. Nemmeno quando si tratta di smascherare e criticare una delle più importanti e potenti compagnie del mondo: Google. Il colosso americano finanzia compagnie negazioniste.

Nomi e cognomi

Secondo il giornale inglese, infatti, Google finanzia molte compagnie e associazioni negazioniste, tanto oggi quanto nel recente passato. Prima tra tutte la Competitive Enterprise Institute (CEI), un gruppo politico conservatore che ha svolto un ruolo cruciale nel convincere Trump ad uscire dall’accordo di Parigi. Google è anche uno degli sponsor dello State Policy Network (SPN), un’organizzazione che ha di recente aperto un sito “impegnato per il clima” dove negano apertamente l’esistenza di una crisi climatica. E ancora, Google finanzia l’American Conservative Union, il cui presidente, Matt Schlapp, ha lavorato per dieci anni nella multinazionale Koch Industries e anch’egli ha influenzato le politiche contro l’ambiente alla Casa Bianca.

Google ha anche donato soldi al Cato Institute, che si è opposto alla legislazione sul clima. Anche il Mercatus Center, un thinktank finanziato da Koch riceve denaro dalla compagnia regina di Internet, e così anche la Heritage Action, un gruppo che ha contribuito alla diffusione delle false informazioni sul clima.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

La difesa di Google

Google, comunque, non si è fatto troppi problemi a rendere pubblica la lista delle compagnie da esso finanziate. Complice è sicuramente il fatto che dal 2007 Google opera come società a emissioni zero. Inoltre, per il secondo anno consecutivo ha utilizzato 100% di energia rinnovabile per le operazioni globali. La società ha anche dichiarato di aver esplicitamente richiesto “un’azione forte” alla conferenza sul clima di Parigi nel 2015 e ha sponsorizzato il vertice Global Climate Action a San Francisco dell’anno scorso.

In risposta alle recenti accuse, poi, Google si difende dicendo che, se sponsorizza organizzazioni indiscriminatamente dalle loro posizioni politiche, purché sostengano una forte politica energetica. Inoltre, afferma un portavoce di Google, “siamo stati estremamente chiari sul fatto che, anche se sponsorizziamo un’azienda, non significa che concordiamo con le loro idee“.

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Il vero motivo per cui Google finanzia le compagnie negazioniste

Per Google, però, fornire sostegno finanziario a gruppi come il CEI e il Cato Institute, è soltanto un tentativo di ottenere il favore dei conservatori a Washington. Vi è infatti una sezione della legislazione degli Uniti che deve essere difesa, poiché vale miliardi di dollari per l’azienda. La legge – nota come sezione 230 del Communications Decency Act – è stata istituita negli anni ’90, quando Internet era appena agli inizi. La legge offriva l’immunità legale alla società per commenti di terze parti, considerandole a tutti gli effetti distributori di contenuti e non editori. In questo modo giganti come Google e Facebook sono potuti crescere smisuratamente senza intoppi e così continueranno a fare.

Attivisti ambientalisti e altri critici affermano però che, per un’azienda che dichiara di sostenere la lotta ai cambiamenti climatici, tali compromessi non sono accettabili. Sheldon Whitehouse è un senatore democratico del Rhode Island e uno dei fautori più entusiasti dell’azione climatica al Congresso. Egli ha affermato che “dovrebbe essere squalificante sostenere chi nega la crisi climatica”. Google dovrebbe imporsi e, alle organizzazioni commerciale alle lobby che interferiscono nella lotta ai cambiamenti climatici, dovrebbe dire “noi siamo fuori”. Punto.

Leggi il nostro articolo: “Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico”.

Il Guardian ha infine denunciato la contraddizione, da parte di Google, di vantare una politica di “trasparenza”, ma poi, alla domanda “quanti soldi date a queste aziende?” Google non ha voluto rispondere.

Approvato il Decreto Clima. Ma è un’ennesima delusione

decreto clima

Il decreto Clima, che dovrebbe dare il via al Green New Deal annunciato allo stanziarsi del nuovo governo, è appena stato approvato dal ministro dell’ambiente Sergio Costa. Si tratta niente più che un fondo monetario stanziato dall’Unione Europea e che l’Italia può sfruttare per iniziative a favore dell’ambiente.

Quanti soldi?

L’ammontare del fondo è di 450 milioni di euro che, di primo impatto, sembrano moltissimi. Bisogna però da notare che i fondi richiesti da Angela Merkel per il decreto clima in Germania sono 50 miliardi di euro entro il 2021 e 100 miliardi entro il 2030. I nostri, quindi, sono meno di un centesimo di quelli tedeschi. Infatti, le proposte a favore dell’ambiente presenti nel decreto sono altrettanto esigui.

Il più chiacchierato è sicuramente la possibilità, per chi vuole rottamare la propria auto da Euro 0 a Euro 3 e i motorini (Euro 2 e Euro 3), di beneficiare di un bonus mobilità per acquistare biciclette o abbonamenti per mezzi pubblici. Il bonus avrà un valore dai 500 euro ai 1500 euro, che devono essere utilizzati entro i successivi tre anni da qualunque componente della famiglia dell’intestatario del veicolo rottamato. Il nuovo mezzo inoltre non entrerà a far parte del reddito disponibile, quindi non sarà tassato

Il lato oscuro del bonus mobilità

Il lato oscuro di questo bonus consiste nel fatto che, innanzi tutto, è destinato solo ai cittadini che risiedono in comuni che superano i limiti di emissioni inquinanti indicati dalla normativa europea sulla qualità dell’aria. Quindi, invece di agire sulla prevenzione e sulla riduzione dell’inquinamento, il bonus è finalizzato a limitare (di poco) i danni già presenti.

Leggi il nostro articolo: “Ecotassa ed ecobonus sulle auto, da marzo in vigore”.

In secondo luogo, il bonus può essere riscattato solo se il mezzo non viene sostituito con un altro mezzo di trasporto a motore. Come si legge su vaielettrico.it, il bonus potrà essere riscattato da un numero limitatissimo di cittadini in possesso di un veicolo di valore zero e senza necessità di rimpiazzarlo. Non avrà nessun effetto di stimolo per il mercato auto e moto elettrici, quindi non stimolerà investimenti e sviluppi delle case automobilistiche. Una buona idea, a nostro parere, sarebbe stata quella di inserire incentivi alla conversione in elettrico di vecchi veicoli termici inquinanti.

Città: trasporto pubblico e commercianti

40 milioni di euro saranno poi destinati ai Comuni per la realizzazione, prolungamento, l’ammodernamento delle corsie preferenziali per il trasporto pubblico locale. Le corsie preferenziali sono sì utili per un più efficiente trasporto pubblico, ma sarebbe forse stato più giusto investire soldi per la sostituzione dei mezzi a motore con quelli elettrici. Per il trasporto scolastico, invece, saranno stanziati alcuni finanziamenti per mezzi ibridi, elettrici o non inferiori a Euro 6.

Trenta milioni di euro, inoltre, saranno destinati alla piantumazione di alberi e alla creazione di foreste, orizzontali e verticali, nelle città. Verranno anche aumentati i poteri e le risorse dei commissari che si occupano delle bonifiche delle discariche abusive e della depurazione delle acque. Un problema, questo, piuttosto grave nella nostra nazione. L’Unione Europea aveva infatti ripreso l’Italia poiché 237 agglomerati urbani non disponevano di adeguati sistemi di raccolta e trattamento delle acque di scarico.

I commercianti che decideranno di allestire un “green corner”, ovvero un reparto con prodotti sfusi, potranno ricevere fino a 5mila euro (venti milioni in totale).

Leggi il nostro articolo “Ridurre la plastica al supermercato, ecco come fare”

Infine, un milione e mezzo di euro saranno destinati allIspra (l’istituto superiore per la ricerca ambientale di cui si avvale il ministero dell’Ambiente). Con questi soldi realizzerà un database pubblico, liberamente consultabile, contenente i dati ambientali di tutto il Paese.

Le polemiche degli ambientalisti

Come già abbiamo accennato, questo decreto ha sollevato non poche polemiche, in primis dal direttore esecutivo di Greenpeace Giuseppe Onufrio: “non è un decreto sul clima, dato che inciderà davvero molto poco sulla lotta all’emergenza climatica in corso, per cui occorrerebbero provvedimenti ben più radicali”. La politica energetica italiana infatti vede ancora il gas naturale al centro del sistema. Come conferma il recente rapporto dell’Asvis, nell’ultimo quinquennio le emissioni di CO2 da parte delle imprese italiane sono tornate a crescere.

Leggi il nostro articolo: L’Italia e gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Serve un cambio di marcia

Anche il movimento italiano Fridays For Future ha fatto sentire la sua voce, protestando contro il fatto che inizialmente il decreto sul clima avrebbe dovuto tagliare i fondi ai combustibili fossili, oltre che aver imposto l’obiettivo di emissioni zero entro il 2030. Questi provvedimenti però sono stati cancellati. Così come è sparita dalla decreto l’intenzione di creare un Comitato interministeriale sui cambiamenti climatici e di un Cipe, (il comitato interministeriale per la programmazione economica) “verde” per ingenti investimenti pubblici. Secondo FFF, quindi, questo è sostanzialmente un non-piano, una falsa partenza da parte del nuovo governo.

Costa, dal canto suo, ha affermato che questo è solo l’inizio, tanto che all’interno del decreto vi è un l’intenzione di creare un piano strategico nazionale entro 60 giorni per il contrasto ai cambiamenti climatici. “Una vergogna“, secondo Angelo Bonelli dei Verdi. Se è “un primo passo”, come ha detto il ministro per l’Ambiente Sergio Costa, è davvero timido.

“Abbiamo bisogno urgente del vostro supporto!” L’appello dei giovani curdi di Fridays For Future

https://www.facebook.com/FridaysForFutureRojava/videos/468783930650450/
Il video originale di FFF Rojava

Cari studenti di Fridays for Future,

abbiamo seguito le proteste e gli scioperi mondiali per il clima con molto entusiasmo. E, dal momento che abbiamo fondato Fridays For Future Rojava a maggio di quest’anno, abbiamo scioperato e manifestato insieme a voi!

Fridays For Future ha riunito i giovani di tutto il mondo grazie alla consapevolezza che non possiamo continuare a vivere in un mondo in cui la natura viene distrutta!

La realta’ a Rojava, la regione curda nel nord della Siria, e’ molto diversa da quella di molti altri paesi, dove esistono associazioni locali di FFF. Dal 2012, quando e’ iniziata la rivoluzione a Rojava, abbiamo costruito un modello alternativo di societa’ basata sui tre fondamentali principi dell’emancipazione femminile, l‘ecologia e la democrazia radicale. Negli ultimi sette anni, sono stati creati ovunque progetti dal basso, autoamministrati ed ecologici. Riunioni di quartiere, centri per le donne, accademie educative, un sistema scolastico gratuito alternativo, cooperative agricole ed economiche, e molto altro. Tutte le aree della nostra vita sono state riorganizzate dal basso. In passato tutto era organizzato dalla capitale siriana Damasco. Ora governiamo noi stessi. In tutte queste nuove strutture, le donne si organizzano in modo autonomo cosi’ da poter controbilanciare le strutture del potere patriarcale.

Questo sistema democratico e’ stato un obiettivo per le forze reazionarie fin dall’inizio. Innanzi tutto, il Fronte Al-Nusra (un sussidiario di Al-Qaeda) e lo Stato Islamico hanno attaccato le nostre citta’ e occupato gran parte del Paese. Ma siamo stati in grado di liberarci dal loro regime crudele. Lo Stato Islamico e’ stato sconfitto. Ma lo Stato Islamico non e’ un fenomeno che e’ cresciuto soltanto qui nel Medio Oriente. Molti Jihaidisti sono arrivati qui dai Paesi occidentali passando per la Turchia.

Anche con la fine dello Stato Islamico, gli attacchi non si sono fermati. All’inizio del 2018, la Turchia ha condotto una guerra aggressiva e illegale occupando sin da allora Afrin, una regione che prima aveva un’amministrazione autonoma e che era considerata una delle aree piu sicure della Siria. Ora li’ la violenza regna ancora.

Molti giovani come noi hanno aiutato a difendeere Afrin. Quasi tutte le famiglie possono nominare qualcuno che e’ caduto per difendere il Paese dallo Stato Islamico e la Turchia. Qualcuno che e’ stato assassinato per difendere la pace e i valori democratici del mondo intero.

Oggi, 9 ottobre 2019, la Turchia ha iniziato l’attacco. Bombe e spari sono caduti ovunque dagli aerei di artiglieria sopra le nostre teste. Le forze turche hanno anche tentato, in alcuni punti, di attraversare il confine. Sono gia’ state registrate alcune vittime tra i civili. Le infrastrutture come le dighe e gli alimentatori di energia elettrica sono stati i primi obiettivi.

In queste ore difficili ci rivolgiamo a voi, cari amici di Fridays For Future. Noi crediamo che una soluzione alla crisi ecologica sia possibile attraverso l’autodeterminazione. La nostra economia deve essere strutturata in modo cooperativo e rispettando i bisogni delle persone. Questo e’ quello che rappresenta la rivoluzione a Rojava. Rimanete forti, parlate di questi argomenti, non lasciatevi ingannare dai media, conquistate le strade! finche questi attacchi continueranno, vi saranno azioni di solidarieta’ e resistenza. La campagna #Riseup4Rojava congiungera’ tutte queste azioni insieme.

Se volete contattarci direttamente, scriveteci a makerojavagreenagain@riseup.net! Siamo un gruppo formato da persone provenienti sia dalla regione curda, sia da persone che sono giunte a Rojava per supportare la rivoluzione. Quindi puoi scriverci in inglese o in qualunque altra lingua!

Maggiori informazioni:

www.makerojavagreenagain.org
www.internationalistcommune.com
www.riseup4rojava.orgSee less