Il Lussemburgo ha reso i mezzi pubblici gratuiti per tutti

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Salire e scendere da treni, tram e pullman senza bisogno di alcun ticket, per chiunque e a qualunque ora del giorno. Questo è ciò che spetta agli abitanti del Lussemburgo da ora in avanti. Anzi, da sabato in avanti, quando il provvedimento è entrato in vigore nella nazione più piccola d’Europa .

La mobilità del futuro

Il ministro per la mobilità urbana del Lussemburgo è un ecologista di nome Francois Baush, il quale ha espresso con orgoglio la sua volontà che il Paese diventi “un laboratorio per la mobilità nel ventunesimo secolo”. Quella mobilità sostenibile, insomma, che dovrà caratterizzare il futuro del Pianeta se si vogliono abbattere le emissioni di CO2.

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E’ quasi ironico come una legge così drastica, che ha reso il Lussemburgo la prima nazione al mondo ad avere il trasporto pubblico totalmente gratuito per tutti, sia anche la prima in Europa per numero di macchine ogni mille abitanti (l’Italia è la seconda). Forse, però, è proprio per questo che il governo ha preso questa decisione. Uno degli obiettivi dell’iniziativa, infatti, è disincentivare le persone all’utilizzo dell’automobile in favore dei trasporti statali.

Fonte: Eurostat

Abitudini difficili da sradicare

Un obiettivo arduo da raggiungere, se si conta il fatto che in Lussemburgo il costo della benzina è molto basso rispetto a molti altri paesi europei. Il Grand Ducato, infatti, è anche noto per attrarre i cosiddetti “turisti del carburante“, ovvero cittadini delle nazioni confinanti quali Germania, Francia e Belgio che si recano qui solo per riempire le taniche.

Non solo, molti francesi, belgi e tedeschi decidono di lavorare in Lussemburgo, pur vivendo nei rispettivi paesi. Una scelta dovuta al welfare molto conveniente di questa nazione e ai salari altissimi. Questo, di conseguenza, porta moltissimo traffico stradale. Infine, i lussemburghesi stessi sono incentivati ad acquistare macchine, per gli stessi motivi: salari alti e costo basso della benzina.

I primi scettici

La gratuità dei trasporti pubblici, quindi, ad alcuni sembra non essere abbastanza. Markus Hesse, professore di studi urbani all’Università del Lussemburgo, teme che una conseguenza dell’iniziativa possa essere la rinuncia all’utilizzo di mezzi alternativi quali la bicicletta in favore dei mezzi pubblici. Questo aumenterebbe, di fatto, l’impronta carbonica di chi attuerà questo passaggio.

Inoltre sottolinea come il Lussemburgo abbia un terribile problema di traffico. Le principali strade sono congestionate, gli autobus sono vecchio stile e il sistema ferroviario è noto per i suoi ritardi. Un lussemburghese non avrebbe, secondo lui, motivo di abbandonare la propria automobile. Chi vive fuori dalle grandi città, poi, è comunque costretto a prendere la macchina, perché il trasporto pubblico non arriva ovunque.

A ogni problema la sua soluzione

Il governo, però, sta pensato anche a questo. Si prevede infatti di migliorare e aumentare le piste ciclabili, così che l’utilizzo della bicicletta possa restare un’opzione allettante per i cittadini. Inoltre, il governo vuole raddoppiare il numero di posti nei parcheggi a relè, adattare le linee di autobus a tutte le esigenze, raggiungendo i posti meno frequentati, fornire informazioni in tempo reale ai viaggiatori, raddoppiare il numero di punti di ricarica per i veicoli elettrici, estendere la rete tranviaria e utilizzare una terza corsia sulle autostrade, dedicata al car-sharing.

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Per quanto riguarda la convenienza economica, si potrebbe pensare che la gratuità dei mezzi di trasporto porti lo stato a perdere una ingente somma di denaro, ma non è così. Certo, lo Stato perderà 41 milioni all’anno in prezzi dei biglietti. Ma, dato che il mantenimento della rete pubblica costa già più di 500 milioni di euro all’anno, la perdita sarà relativamente bassa. In più, la misura fa già parte di una strategia globale che prevede ingenti investimenti in progetti volti a migliorare l’intero sistema infrastrutturale dei trasporti: per aumentare la capacità della rete ferroviaria europea, sono previsti 3,2 miliardi di euro fino al 2027.

Inoltre, come dice lo stesso Baush, il servizio sarà comunque in parte coperto dalle tasse, anche se questo non significa che i cittadini ci perderanno, anzi. Il trasporto gratuito potrà portare il 40% delle famiglie e risparmiare in media di 100 euro all’anno.

I risvolti positivi

Quel che è certo è che molte persone in più utilizzeranno i mezzi pubblici e sempre più spesso. Baush ha affermato che questo potrà portare al 20% di passeggeri in più in cinque anni. Inoltre, la speranza è che l’iniziativa possa sensibilizzare i lussemburghesi al problema ambientale che la nazione, e il mondo, devono affrontare.

Infine, il progetto è lungimirante in quanto il trasporto pubblico sarà una risorsa fondamentale per gestire l’incessante aumento della popolazione, che nei prossimi anni in Lussemburgo raggiungerà il 40%. Una sorta di prezzo da pagare per essere una delle nazioni più avanzate d’Europa. La quale non smette di dimostrarlo con questa rivoluzionaria iniziativa.

Entro il 2100 tutti i coralli potrebbero sparire

coralli

Se state pensando di trascorrere le vacanze estive ai Caraibi, anche per ammirare i loro rinomati fondali marini, sappiate che la barriera corallina in quell’area ha subito una diminuzione dell’80%. Pertanto, l’ecosistema che da essa dipendeva sarà ben meno vario e stupefacente rispetto a qualche anno fa. E la situazione non sta migliorando. Vediamo perché i coralli sono in pericolo.

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I mari si acidificano

L’uomo sta aggiungendo costantemente CO2 nell’atmosfera e gli oceani ne assorbono una grandissima parte. Solo nel corso del 2015 le acque del pianeta hanno assorbito 2 miliardi e mezzo di tonnellate di carbonio e nel 2016 altri 2 miliardi e mezzo.

Le conseguenze sono varie e tutte dannose per la vita nei mari. Innanzi tutto, con una grande quantità di CO2 l’acqua diventa acida, poiché il PH si abbassa. Prima della rivoluzione industriale, Il PH della superficie oceanica era di circa 8,2. Oggi si è abbassato a 8,1. Un calo del 0,1 significa che il mare è il 30% più acido.

Continuando con lo stesso ritmo, entro il 2050 il PH sarà di 8,0 e gli oceani saranno 150 volte più acidi rispetto all’inizio della rivoluzione industriale. Il punto di non ritorno, cioè la soglia critica entro cui i coralli spariscono e l’ecosistema marino cede, è un livello di PH pari a 7,8, ossia quello che ci aspettiamo si verifichi entro il 2100.

Ken Cladeira, studioso dell’atmosfera aveva pubblicato un articolo su Nature dicendo che nei prossimi secoli l’acidificazione potrebbe essere superiore a quella degli ultimi trecento milioni di anni.

Le conseguenze dell’acidità

Ulf Riebesell, biologo oceonografo presso il centro Helmholtz di Ricerca oceanica Kiel in Germania, spiega che l’acidità dell’acqua è dannosa perché i plancton, in questa condizione, prolificano e consumano una quantità enorme di sostanze nutritive, sottraendole agli animali più grandi e compromettendo l’intera catena alimentare.

Questo lo sappiamo anche perché alcune zone della terra hanno già un PH così basso. Nei pressi dell’isola di Ischia, per esempio, vi sono dei camini vulcanici che emettono grandi quantità di CO2 e il PH in queste aree di mare è di 7,8. Qui sono state rilevate soltanto un terzo delle specie esistenti nel resto del mare.

La minaccia ai coralli

Uno studio recente condotto da un gruppo di ricercatori australiani ha rilevato che l’estensione dei coralli sulla Grande Barriera si è ridotta del 50 percento negli ultimi 30 anni. In più, durante lo Ocean Sciences Meeting 2020 dell’American Geophysical Union, Renee Setter e Camillo Mora dell’università delle Hawaii – Manoa, hanno presentato una ricerca preoccupante. Essi dichiarano che circa il 70-90% di tutte le barriere coralline esistenti spariranno nel giro di 20 anni.

Questo è accaduto perché l’acidificazione colpisce maggiormente le creature calcificanti come i ricci, le stelle marine e anche molte specie di coralli. Nella zona con PH 7,8 vicino a Ischia, tre quarti delle specie scomparse sono calcifere. Perché quest? Spiegato semplicemente, l’acidificazione degli oceani rende lo sforzo per la calcificazione molto più “faticoso”, in quanto riduce gli elementi chimici necessari per la formazione del calcio. Elizabeth Kolbert nel suo libro “La sesta estinzione”, scrive che sarebbe un po’ come se tentassimo di costruire una casa mentre qualcuno cerca continuamente di rubarci i mattoni.

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Inoltre, l’acqua così acida è corrosiva per il carbonato di calcio, il quale, semplicemente, si scioglie. Questa corrosione si aggiunge alle già tante minacce dalle quali i coralli sono già costretti a difendersi e per cui consumano molta energia. Tra questi vi sono gli attacchi dei pesci e dei vermi che scavano tane, ma anche i colpi dati dalle onde e dalle tempeste.

Il livello di saturazione diminuisce

La CO2 in acqua, inoltre, abbassa il livello di saturazione dell’acqua. I coralli crescono con rapidità massima con un livello di saturazione dell’acqua pari a 5. Quando il livello è 2 i coralli abbandonano i processo di costruzione.

Prima della rivoluzione industriale il livello di saturazione dei mari era pari a 4 o 5. Ad oggi non esiste nessun luogo del pianeta in cui il livello sia pari o superiore a 4. Se non si abbassano i livelli di emissioni, entro il 2060 non ci sarà più una sola area con un livello maggiore a 3,5. Nel 2100, nemmeno con livelli superiori a 3.

Sbiancamento e altri problemi

I coralli hanno bisogno di calore per crescere, ma quando è troppo è molto dannoso. All’interno dei coralli vivono delle piante, dette zooxantelle, che sono la fonte del loro straordinario colore. Con il caldo, queste iniziano a produrre pericolose concentrazioni di radicali liberi dell’ossigeno, che danneggiano i coralli. I coralli, quindi, espellono queste piante e, di conseguenza, diventano bianchi. Le colonie sbiancate smettono di crescere e, se il danno è di una certa entità, muoiono.

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Altri problemi sono la pesca eccessiva e gli scarichi di rifiuti agricoli. Entrambi favoriscono la crescita delle alghe le quali concorrono con i coralli per accaparrarsi le sostanze nutritive. Alcune di queste, poi, con l’acidificazione degli oceani diventano tossiche. L’uomo ha poi inventato la pesca con dinamite, il cui potenziale distruttivo si spiega da sé.

Infine, le sostanze inquinanti riversate ogni anno negli oceani dall’uomo, rendono il corallo soggetto ad agenti patogeni. Uno di questi è causa di un’infezione batterica detta white band desease, che produce una banda bianca con tessuto necrotico. E’ a causa di questa infezione che la presenza di coralli nei Caraibi è diminuita dell’80 percento.

Un ecosistema importante

Migliaia di specie si sono evolute dipendendo dalle barriere coralline, sia direttamente, per proteggersi e procurarsi il cibo, sia indirettamente, per predare altre creature in cerca di cibo o protezione. Le barriere coralline sono spesso paragonate alle foreste pluviali in quanto varietà di forme di vita che ospitano e sostengono. In un’area di circa un metro quadro sono state individuate più di 100 differenti specie.

Questa immensa catena evolutiva è stata attiva varie ere geologiche, ma gli scienziati dicono che no resisterà all’Antropocene. E’ probabile infatti che i reef siano il primo ecosistema aggiungere l’estinzione ecologica nell’era moderna.

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Cosa fare?

I ricercatori hanno avvisato che il riscaldamento climatico è il maggior killer, non l’inquinamento,che solo una piccola parte della minaccia. “Provare a pulire le spiagge è una cosa buona ed è fantastico provare a combattere l’inquinamento dei mari. Dobbiamo proseguire con questi sforzi”. Spiega Renee Setter dell’Università delle Hawaii. “Ma, alla fine, combattere il cambiamento climatico è quello che realmente serve per proteggere i coralli”.

Finché però non si agisce a monte, con azioni radicali da parte dei governi di tutto il mondo, c’è chi ha pensato di farlo a valle, limitando i danni. L’Istituto italiano di tecnologia (Iit), in collaborazione con il centro di ricerca marina dell’università di Milano-Bicocca situato alle Maldive hanno inventato i cerotti per i coralli. Si tratta di cerotti speciali, biocompatibili e biodegradabili, che si applicano sulle parti lesionate del corallo e rilasciano princìpi attivi di vario tipo, come antibatterici, antiprotozoari e antifungini, ognuno dei quali capace di curare una specifica patologia.

“La sesta estinzione” è qui. Finiremo come i dinosauri?

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Il fatto che stiamo assistendo a una estinzione di massa paragonabile a quella che ha portato i dinosauri a sparire dalla faccia della terra non è una teoria, una ipotesi, o una supposizione. E’ la cruda realtà. Elizabeth Kolbert, con il suo libro “La sesta estinzione“, vincitore del premio Pulitzer nel 2015, ce lo spiega molto chiaramente.

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L’estinzione di massa è un fenomeno raro

Il primo fatto più scioccante che Kolbert ci presenta è che le estinzioni di massa sono avvenimenti estremamente rari nella storia del pianeta. Atteniamoci alle sue parole:

Qualsiasi evento verificatosi solo cinque volte da quando il primo animale con uno scheletro è apparso sul pianeta, circa cinquecento milioni di anni fa, deve essere definito estremamente raro. L’idea che un episodio di questo tipo stia avendo luogo proprio ora, sotto i nostri occhi, mi ha messa in allarme.

Stiamo quindi assistendo alla sesta estinzione di massa, ovvero un fenomeno per cui il tasso di scomparsa delle specie si impenna in un arco di tempo insignificante dal punto di vista geologico. Le cause di questa estinzione ingente e improvvisa possono essere molto varie, ma un tratto le accomuna tutte. Vi è un cambiamento improvviso delle condizioni di vita “usuali” e le specie viventi non hanno il tempo evolutivo per adattarsi alle nuove.

Come è avvenuta l’estinzione dei dinosauri

L’estinzione dei dinosauri è stata causata da un asteroide enorme, di 10 chilometri di diametro, che si è abbattuto sulla terra. Nell’esplosione che seguì l’impatto venne rilasciata una quantità di energia pari a un milione delle più potenti bombe atomiche mai testate.

Ma il fattore determinante, più che l’esplosione in sé, è stato il cambiamento climatico sopraggiunto successivamente. Alcune particelle ricche di solfuro si sparsero nell’aria, coprendo il cielo e bloccando i raggi solari. Dopo l’iniziale ondata di calore, vi fu un abbassamento drastico delle temperature e, quindi, un cambiamento improvviso delle condizioni di vita sul pianeta. Le caratteristiche degli esseri viventi che fino ad allora avevano probabilmente caratterizzato un vantaggio, diventarono letali. Questo portò all’estinzione di quasi tutti gli organismi viventi e i mammiferi subirono perdite pari al 100 percento.

La seconda estinzione

Per quanto sia meno conosciuta, l’estinzione di massa che più si avvicina a quella che potrebbe avvenire nella nostra era è la seconda, avvenuta 225 milioni di anni fa. Vi fu infatti una improvvisa e massiccia immissione di carbonio nell’atmosfera la cui causa è ancora un mistero.

L’acqua divenne più acida e la quantità di ossigeno al suo interno crollò al punto che molti organismi morirono, di fatto, per soffocamento. I reef corallini subirono un collasso. […]

Quello che sembra essere un antico “riscaldamento globale” ha portato all’estinzione del 90% di tutte le specie del pianeta. Ed è avvenuto in un tempo abbastanza rapido dal punto di vista geologico: circa 200 mila anni.

La “nostra” estinzione

L’essere umano ha immesso nell’atmosfera 365 miliardi di tonnellate metriche di carbonio in meno di duecento anni. La deforestazione ha contribuito con altre 180 miliardi di tonnellate. E ogni anno ne immettiamo il 6% in più. La concentrazione di diossido di carbonio è aumentata del 40% e quella di metano, un gas serra molto più potente, è più che raddoppiata.

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Il fattore determinante è sicuramente quello del tempo. Come scrive efficacemente Kolbert, vi è una grande differenza tra il bere sei lattine di birra in un’ora oppure in sei mesi. Se immettessimo CO2 nell’aria più lentamente, i processi geofisici entrerebbero in gioco per controbilanciare l’acidificazione. L’odierno riscaldamento globale ha invece luogo a una velocità almeno dieci volte maggiore a quella registrata alla fine di tutte le glaciazioni. A questo proposito Kolbert cita la rivista Oceanography, che dice:

E’ probabile che l’eredità dell’Antropocene (l’era degli uomini, ndr.) sarà il più rilevante, se non catastrofico evento nella storia del nostro pianeta

Cosa sta succedendo?

Un aumento di temperatura di questa entità può portare a una serie di eventi in grado di alterare gli assetti del pianeta. Un esempio è quello dello scioglimento di gran parte dei ghiacciai perenni. Nell’Artico i ghiacci perenni coprono la metà dell’area rispetto a quella di trent’anni fa. Fra altri trent’anni potrebbero scomparire del tutto.

Per non parlare poi dell’acidificazione degli oceani. Di questo passo, gli oceani saranno 150 volte più acidi di quanto non lo fossero prima della rivoluzione industriale e supereranno la soglia critica oltre la quale non l’ecosistema marino inizia a cedere. Infatti, molte piccoli organismi marini che sono la prima fonte alimentare di animali più grossi, come salmoni e balene, non sopravvivranno. L’acidificazione inoltre favorirà la crescita di alghe tossiche e batteri velenosi, che potrebbero infestare l’intero Pianeta.

Molte specie dipendono anche dalle barriere coralline, usate per difesa o per procacciarsi il cibo. I ricercatori oggi ritengono che i coralli saranno il primo ecosistema nell’era moderna a raggiungere l’estinzione. Ad oggi la Grande Barriera si è ridotta del 50% negli ultimi 30 anni.

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Non incolpiamo solo la CO2

Colpevole di una eventuale estinzione di massa non sarà però soltanto il riscaldamento dato dalla CO2 nell’atmosfera. Anche l’azione diretta dell’uomo sta giocando un grande ruolo.

Le aree selvagge” del pianeta ormai non esistono quasi più. L’uomo ha alterato più della metà di superficie libera dai ghiacci, compromettendo gli habitat di molte specie viventi. Abbiamo cancellato molte foreste, dalle quali dipendevano intere catene alimentari, per creare immense aree coltivabili o destinate la pascolo. Continuiamo a costruire città e cementificare intere praterie. Scaviamo miniere, cave, acquedotti e oleodotti. Abbiamo introdotto sostanze inquinanti nell’acqua, nell’aria e sui terreni.

In questo modo abbiamo persino peggiorato gli effetti del riscaldamento. Per stare al passo con gli attuali aumenti di temperatura – dice Ken Caldeira, studioso dell’atmosfera – le piante e gli animali dovrebbero migrare verso i poli a una velocità di dieci metri al giorno. Un eventuale loro spostamento, anche meno drastico, è però reso difficile dall’isolamento degli habitat. Per esempio, i “pezzi”di foresta sono spesso sono divisi da enormi aree coltivate e non permettono agli animali di spostarsi alla ricerca di condizioni migliori.

La causa sono gli esseri umani

Gli unici in grado di spostarsi e, quindi, di spostare organismi, sono proprio gli esseri umani. Anche i nostri continui ed eccessivi viaggi, infatti, continuano a causare la contaminazione dei diversi ecosistemi del pianeta. L’introduzione improvvisa di nuove specie o, peggio, di agenti patogeni sconosciuti, non lascia il tempo alle specie native di abituarcisi e porta, quindi, non pochi problemi. La California sta a acquisendo una nuova specie invasiva ogni 70 giorni. Nelle Hawaii vi è un nuovo invasore in più ogni mese. Prima dell’arrivo dell’uomo le specie si sono stabilizzate nell’arcipelago hawaiano al ritmo di una ogni diecimila anni.

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Da ultimo, ma non per importanza, vi è la più inquietante delle cause dell’estinzione di massa cui stiamo assistendo. E, purtroppo, questa avviene con o senza CO2. Fino a qualche centinaio di anni fa era presente sul pianeta la cosiddetta megafauna, ovvero animali di dimensioni grandissime che, tutto a un tratto, sono scomparsi. Ecco cosa scrive Kolbert:

L’estinzione della megafauna è avvenuta a più riprese. La prima, circa quarantamila anni fa, spazzò via i giganti australiani. La seconda interessò il Nord e Sud America circa 25 mila anni fa. I lemuri giganti del Madagascar, gli ippopotami pigmei e gli uccelli elefante sopravvissero fino al Medioevo. I Moa della Nuova Zelanda resistettero fino al rinascimento. Guarda caso, la sequenza di queste scomparse e la sequenza degli insediamenti umani in questi luoghi sono quasi perfettamente allineate.

Detto senza peli sulla lingua, gli uomini uccidevano questi animali senza misura, fino a portarli all’estinzione. Ovviamente inizialmente non sapevano che più grandi sono gli animali, più è basso il loro tasso di natalità. Le uccisioni, quindi, avvenivano senza remore e per i più disparati motivi che andavano dal cibo, al vestiario, al traffico di questi beni (e quindi, il denaro), fino al semplice “divertimento“. Nonostante adesso vi siano le informazioni necessarie per bloccare questi stermini, molti grandi animali come elefanti, orsi e grandi felini sono ancora largamente minacciati.

Il mammut è uno dei maggiori rappresentanti dell megafauna estinta

Ci uccidiamo anche a vicenda

Kolbert si chiede anche che fine farà la specie umana in queste condizioni. Alcuni dicono che anche noi verremo inevitabilmente annullati dalla trasformazione del paesaggio ecologico visto che, in fondo, ne dipendiamo. Un’altra ipotesi è che l’ingegno umano sappia superare qualunque disastro egli abbia messo in moto, per esempio immettendo sostanze in grado di assorbire l’anidride carbonica.

Oppure, qualcuno dice che, tra qualche anno, saremo in grado di scappare su Marte. Vi è anche l’opzione più positiva, per la quale riusciremo a ridurre le emissioni, fare marcia indietro e a recuperare il recuperabile. Vi è però ancora un problema da superare, quello dell’autodistruzione.

Oltre alla megafauna, infatti, l’uomo ha anche da sempre reciso i rami del suo stesso albero genealogico. Quando l’homo sapiens ha incontrato quello di Neanderthal, per esempio, quest’ultimo non ebbe lunga vita. Pare sia avvenuto un vero e proprio sterminio a discapito dei neandertaliani, i quali, di fatto, non differivano moltissimo da noi. Anzi, è stato accertato che l’Homo sapiens abbia avuto rapporti sessuali con quello di Neanderthal, il che ci porta ancora oggi ad avere una parte dei suoi geni

Ci sono tutte le ragioni per credere che, se gli esseri umani non avessero fatto la loro comparsa, i neandertaliani sarebbero ancora lì, insieme ai cavalli selvaggi e i rinoceronti lanosi. Con la nostra capacità di rappresentare il mondo attraverso segni e simboli, arriva anche la capacità di cambiarlo, e quindi di distruggerlo.

Dal libro “La sesta estinzione”, un uomo di Neandertal vestito secondo i dettami moderni. Come si può notare, non sarebbe così facile distinguerlo da un Homo Sapiens qualunque

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Una lunga storia di genocidi

Non serve, però, arrivare a Neanderthal per confermare la capacità dell’uomo di sterminare i suoi stessi simili e non serve quindi che mi dilunghi elencando la quantità di genocidi, stermini, guerre, omicidi che ogni giorno avvengono sul nostro pianeta.

Se quindi, dopo aver letto questo articolo, vi siete anche solo di poco liberati dell’idea che il rispetto della natura sia solo una futile fissazione dei nuovi giovani “hippie”, e che non avrà conseguenze dirette sulla sopravvivenza della nostra specie, completate il processo leggendo questo libro illuminante.

Fondo Forestale Italiano: la ONLUS che “costruisce” boschi

fondo forestale italiano

Nove soci fondatori ed un unico fine. Preservare o, dove possibile, rimpolpare la rete boschiva sul territorio italiano. Lo scopo del Fondo Forestale Italiano è quello di “contrastare cause ed effetti dei cambiamenti climatici mediante attività di forestazione“. Uno statuto ferreo che vieta tassativamente qualsivoglia tipo di taglio a scopo economico, fondato su un principio di conservazione dello stato naturale dei boschi.

Piantumazione di ghiande a Viterbo, Ottobre 2018

Lo statuto del Fondo Forestale Italiano

Nato circa un anno e mezzo fa, il Fondo Forestale Italiano assume la forma giuridica di ONLUS. L’associazione, si legge nel loro sito, non ha infatti scopi di lucro e porta avanti la sua attività solo grazie “a donazioni di denaro e/o di terreni”.

Non è infatti permesso né vendere i terreni né tanto meno vendere le quote di CO2. Quest’ultima è una pratica ormai troppo diffusa nel mercato odierno e che, spesso, rischia di “giustificare” azioni irriguardose nei confronti dell’ambiente mettendo in pace le coscienze di chi, invece, almeno un pochino dovrebbe sentirsi in colpa.

Per fare un esempio sono tantissime le compagnie aeree che hanno inserito la possibilità di compensare le emissioni generate dal passeggero, tramite il conferimento di una piccola quota aggiuntiva al prezzo del biglietto. Si suppone che questi soldi siano poi investiti in progetti di rimboschimento, come può essere quello del Fondo Forestale Italiano senza che tuttavia, al momento, ci sia abbastanza trasparenza a riguardo.

“Il problema di questa pratica – ci spiega Emanuele Lombardi, presidente dell’Associazione e perito industriale ENEA – riguarda la mancanza di un vero e proprio effetto benefico. Noi portiamo avanti la nostra mission che ha l’obiettivo di catturare quanta più CO2 possibile dall’atmosfera per avere un effettivo positivo sull’ambiente. Se iniziassimo a vendere queste “quote” di CO2 da noi guadagnate questo effetto si azzererebbe finendo per fare a pari con l’attività di chi, invece, non si è fatto più di tanti problemi ad inquinare”.

Leggi il nostro articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Un punto di vista che si distacca da quella che potrebbe essere una delle principali fonti di guadagno della ONLUS ma che la dice lunga sulla coerenza dei soci fondatori.

L’attività del FFI

Seppure di recente formazione il FFI, acronimo di Fondo Forestale Italiano, ha già ottenuto i suoi primi risultati. All’interno della sua rete può infatti già vantare quasi 40 ettari di terreni di proprietà. “L’unico modo che si ha per fare boschi in Italia è quello di avere terreni di proprietà” – prosegue Lombardi – “La terra che abbiamo a disposizione è principalmente frutto di donazioni. Dobbiamo inoltre sempre tenere in considerazione che i processi di rimboschimento sono molto lunghi. Ci possono volere decenni per creare un bosco dal nulla. Bisogna dare tempo alla natura di fare il suo decorso.

Una ghianda piantata in un terreno donato al FFI è diventata una piccola quercia

Sebbene in Italia le zone boschive siano, in generale, molto manipolate dall’attività umana, noi preferiamo lasciare che l’ecosistema si sviluppi in modo naturale. Il nostro scopo, oltre che quello di difendere la natura, è anche quello di restituire i terreni da noi utilizzati per le nostre attività alle comunità locali. Organizziamo progetti educativi e visite per rimettere in contatto chiunque lo desideri con la natura. I nostri spazi sono concepiti in modo che possano costituire un valore aggiunto per le persone che abitano nelle zone limitrofe”.

Il Fondo Forestale Italiano offre anche la possibilità, a chiunque abbia un terreno incolto, di affiliarsi al suo programma. “Stiamo pensando di fornire un servizio di assistenza a chiunque voglia affiliarsi al nostro progetto. Sebbene infatti sia sempre una buona cosa piantare un albero, la legge italiana permette solo la piantumazione di specie autoctone e tipiche della zona”.

Più boschi, meno cemento

Uno dei più grandi problemi del nostro paese riguarda l’eccessiva cementificazione, con tutte le conseguenze che questo ha sulla salvaguardia degli ecosistemi. Ed è proprio in questo senso che il Fondo Forestale Italiano assume una grande importanza. Al momento, infatti, in Italia non ci sono grossi problemi di deforestazione.

Sebbene infatti qualche area venga periodicamente disboscata, il tasso con cui ciò accade non è neanche lontanamente paragonabile a quello che si sta verificando in zone molto più a rischio come l’Amazzonia, l’Indonesia o la Romania solo per citare alcuni esempi. L’importanza potenziale che il FFI può avere nella conservazione di aree verdi che, altrimenti, rischierebbero di lasciare posto a colate di cemento non è quindi da sottovalutare.

Leggi il nostro articolo: “Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente”

Un esempio virtuoso di come, quando ci sia la volontà, è possibile mettere da parte i profitti e l’antropocentrismo che caratterizza la nostra epoca per portare avanti progetti mirati al benessere della comunità, senza che questo debba ad ogni costo fare parte di un disegno economico più grande. Preservare la natura e, dove possibile, ristabilirne gli equilibri. Questa è, in sintesi, la filosofia del Fondo Forestale Italiano.

Un pensiero che non possiamo fare altro che condividere. Gli alberi, i boschi e le foreste sono, al momento, una delle migliori armi che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici. Se da una parte ci sono le grandi aziende che non si fanno scrupoli nell’abbatterli, dall’altra si stanno moltiplicando i progetti legati alla piantumazione di alberi. La battaglia sarà lunga ed estenuante. Staremo a vedere chi ne uscirà vincitore

Riscaldamento globale e criminalità: aumentano i ladri di api

api

Non prendiamoci in giro. Una apocalisse improvvisa stile film hollywoodiano in cui un’onda gigantesca sommerge tutte le città della terra, forse, non accadrà. Stiamo assistendo, però, ad alcuni eventi che ricordano una ipotetica fine del mondo da pellicola. Un esempio è quello dell’aumento di bande criminali che rubano le risorse naturali per venderli a caro prezzo, vista la loro rarità. Le api sono una di queste risorse e il loro furto avviene sempre più spesso.

Leggi anche: “L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine”

I furti agli apicoltori

Un furto recente avvenuto oltreoceano è quello di Mike Potts, un apicoltore del’Oregon. Potts si trovava nel cuore agricolo della California per portare 400 dei suoi alveari. Nella California Central Valley, infatti, la domanda di insetti impollinatori è in forte crescita, dato che da quest’area proviene un quarto di tutta produzione agricola degli Stati Uniti.

Al suo ritorno, pochi giorni dopo, i ladri gli avevano portato via 92 alveari. Il costo della sua perdita si aggira intorno ai 44 mila dollari. Per chiarire questa somma, si pensi che in Italia, dove il costo della vita è decisamente minore, un’arnia costa intorno ai 300 euro, senza contare i costi di manutenzione e le tasse.

Una sorte peggiore è toccata a Lloyd Cunniff, la cui famiglia alleva api da tre generazioni. Cunniff ha subito il furto di 488 alveari. Questo triste evento ha significato per Cunniff la perdita di 100 mila dollari e, cosa più importante, l’unica sua fonte di sostentamento.

L’importanza delle api

L’importanza delle api per il ciclo della vita sulla Terra non è più un mistero. Questi piccoli ma laboriosi animali infatti consentono ai fiori e alle piante di riprodursi e moltiplicarsi. È stato stimato che gli insetti impollinatori favoriscono l’esistenza dell’80% della vegetazione mondiale e del 94% di quella nelle zone tropicali.

La vegetazione è ovviamente importante per mantenere inalterati gli habitat e, quindi, per la salute degli ecosistemi. Le api, però, svolgono una azione diretta anche sulla riproduzione di alcune piante da frutto.

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Nel Nord America le api consentono la produzione del 90% dei prodotti agricoli in commercio. In Europa circa l’84% delle colture alimentari dipendono dall’impollinazione degli insetti pronubi. A livello globale le api contribuiscono al 35% della produzione alimentare.

Alcuni esempi di questi prodotti alimentari sono le mele, le mandorle, i mirtilli, le ciliegie, i ribes, le angurie, i broccoli, le zucche, i meloni, gli asparagi, i cetrioli. Oltre che, ovviamente, il miele.

Più mandorle, meno api

In particolare, negli Stati Uniti si è assistito a un aumento esponenziale nel consumo delle mandorle. Forse è la conseguenza di una maggiore sensibilità delle persone verso un’alimentazione più sana e sostenibile. Più probabilmente è una moda lanciata dalle influencer e che ha portato all’acquisto spasmodico di questo prodotto.

Sta di fatto che, qualunque sia la causa, l’industria delle mandorle ha raddoppiato le sue dimensioni negli ultimi due decenni. Ecco allora perché questo aumento della richiesta e, quindi del valore delle api. Specialmente di quelle da allevamento, che si trovano in quantità maggiori e sono più facilmente reperibili.

Un calo preoccupante

Ma il valore di questi animali non è solo dovuto a un aumento della loro richiesta, bensì alla loro sempre maggiore rarità. Gli apicoltori perdono infatti in media il 40% delle api ogni inverno, a causa delle siccità che inibiscono la produzione del nettare, la cementificazione, i pesticidi tossici.

Negli Stati Uniti il costo di un alveare è passato da soli 35 dollari a più di 200 in pochi anni, e continua a salire. L’impollinazione è quindi diventata un grande affare, causando furti e commercio nero di api.

Si pensa anche che, vista l’abilità che richiede un furto di questo tipo, siano più che altro bande e grandi organizzazioni criminali le autrici dei misfatti. Come ha affermato Charley Nye, ricercatrice di apicoltori dell’Università della California, “Le persone normali non possono rubare 500 arnie con un carrello elevatore e un camion”.

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Un problema anche italiano

Anche in Italia il problema è sempre maggiore. Secondo la Fai-Federazione Apicoltori Italiani, la frequenza dei furti di interi apiari lascia presupporre l’esistenza di un mercato “giallo-nero”. “Un fenomeno che sa di criminalità organizzata – sottolinea il presidente degli Apicoltori Italiani Raffaele Cirone – e che deve essere contrastato con idonei strumenti.

Oltre a quelli più classici come antifurti e polizze assicurative, videosorveglianza, l’Italia sta sviluppando altre nuove tecnologie. Operatori come Arniasat, Safebee, Spyproject, 3bee hive-tech, tra gli altri, offrono dispositivi satellitari di ultima generazione e che permettono di “seguire” le arnie in caso di furto.

Trump permette l’estrazione di carbone in due parchi protetti

trump

Sembra che Trump abbia cominciato il suo rush finale. A ormai pochi mesi dalle elezioni americane, l’attuale presidente si è infatti assicurato che più terra possibile fosse disponibile per lo sfruttamento delle sue risorse. Nella giornata di giovedì, lui e la sua amministrazione hanno finalizzato i piani per la perforazione del terreno e l’estrazione di fonti fossili in una vasta area nel sud dello Utah.

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Un’importanza naturale e culturale

Si tratta dei monumenti nazionali Grand Staircase-Escalante e Bear Ears. Il primo, caratterizzato da scogliere, canyon e cascate, è stato creato nel 1996, grazie a un provvedimento dell’ex presidente Bill Clinton. Il secondo è un terreno considerato sacro dalle tribù native ed ospita anch’esso vasti altipiani rocciosi, scogliere e canyon. Per la sua importanza naturalistica e culturale, il presidente Barack Obama l’ha reso un parco protetto nel 2016.

A proposito del parco Bear Ears le nazioni tribali e i gruppi di conservazione dei nativi americani hanno rilasciato una dichiarazione congiunta. Questa afferma che i monumenti sono focolai di ricerca paleontologica, nonché di risorse archeologiche, culturali e naturali.

Vista del monumento nazionale Bear Ears. Fonte: www.barechange.org

Sarah Bauman, direttore esecutivo della Grand Staircase Escalante Partners, ha affermato che il monumento è un sito essenziale per la ricerca sulla crisi climatica. “Grazie al suo isolamento fisico, del minimo impatto umano, nonché della sua enorme diversità ecologica, il parco ci offre rare opportunità per studiare in modo unico i cambiamenti climatici”.

Trump il distruttore

Doveva arrivare Trump, per distruggere ciò che di buono era stato faticosamente raggiunto. Già dal 2017 la nuova amministrazione aveva ridimensionato l’area protetta del Grand Staircase Escalante dell’85% e del 50% quella del Bear Ears. Questi tagli costituiscono insieme il più grande passo indietro nella protezione delle terre pubbliche nella storia degli Stati Uniti.

Le parole di Bauman sono in questo senso esaustive: “Senza protezioni, queste opportunità andranno perse e con esse la nostra capacità di costruire conoscenze e risorse essenziali per mitigare i cambiamenti climatici”.

Per togliere totalmente la protezione a queste terre, mancava soltanto il rilascio di un documento formale che permette lo sfruttamento di ben 861.974 acri. In pratica, questo documento permetterà alle compagnie petrolifere di estrarre ovunque in quell’aerea senza troppi problemi. Anche gli allevatori beneficeranno di questa liberalizzazione, in quanto avranno più spazio per promulgare la loro attività.

Macchina estrattrice di petrolio

Secondo il New York Times, se un’azienda o un individuo scelgono di estrarre minerali o combustibili fossili da quella terra, potrebbero acquistare dal governo un contratto di locazione entro un anno.

Un barlume di speranza

Kimberly Finch, un portavoce del dipartimento interno del governo, ha dichiarato che “non c’è stato quasi alcun interesse per l’estrazione e la perforazione delle terre escluse dalla Grand Staircase”. Fortunatamente, quindi, sembra che nessuna compagnia abbia ancora approfittato di questi permessi.

Il Guardian ci infonde una speranza in più. Nel loro articolo si legge di Casey Hammond, assistente segretario per la gestione dei terreni e dei minerali. Egli ha affermato che le terre escluse dalla protezione restano comunque sotto il controllo federale e sono governate da “leggi collaudate nel tempo” e soggette alle normative ambientali. Ha poi respinto l’affermazione ripetuta spesso dai gruppi di conservazione e ambientalisti per i quali ci sarebbe un “via libera per tutti” per lo sfruttamento del terreno.

“Le insinuazioni sul fatto che queste terre e risorse saranno influenzate negativamente dal semplice atto di essere esclusi dai monumenti è semplicemente non vero”, ha detto Hammond. 

Un profitto milionario

L’amministrazione Trump, però, continua a fare pressioni per favorire lo sfruttamento di quella terra. A detta loro, questo andrebbe fatto per il “bene” dell’economia dello Utah, oltre che degli Stati Uniti. Secondo un’analisi economica del governo, infatti, si stima che la produzione di carbone potrebbe portare a 208 milioni di dollari di entrate annuali e 16,6 milioni di royalties sui terreni che non sono più all’interno dei confini dei parchi. Sempre secondo l’analisi, i pozzi di petrolio e gas in quell’area potrebbero produrre 4,1 milioni di dollari di entrate annuali.

Come sempre, quindi, il fine ultimo è quello del profitto, mentre gli interessi del Pianeta passano in secondo piano.

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L’Italia spedisce tonnellate di rifiuti illeciti in Malesia

malesia

Quello che leggerai ti sembrerà parecchio triste se fino ad ora la Malesia figurava nel tuo immaginario come la patria di una tigre bellissima e sfondo di racconti salgariani avventurosi, dove la natura selvaggia, prima ancora di Sandokan, era la protagonista indiscussa. Quella natura di cui ti raccontano gli amici, dopo un viaggio affascinante in Sud-Est Asiatico sfoggiando fotografie in fitte foreste incontaminate e spiagge sconfinate. Quella natura, però, non è e non sarà più così incontaminata a causa dei nostri rifiuti plastici.

Rifiuti bruciati o abbandonati

Grazie a una approfondita operazione di ricerca, con tanto di telecamere nascoste, Greenpeace ha scoperto che dal 2019 l’Italia ha spedito in Malesia 1300 tonnellate di plastica.

Oltre all’impatto ambientale che deriva dal trasporto stesso della plastica, le conseguenze peggiori sono dovute al fatto che su 65 spedizioni, 43 sono state inviate a impianti irregolari di smaltimento. Ciò significa che la plastica viene bruciata senza nessun rispetto per l’ambiente e la salute umana.

Nello stesso report si può vedere la presenza di rifiuti plastici, di origine chiaramente straniera, abbandonati all’aperto senza alcun controllo né messa in sicurezza.

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Greenpeace ha anche attuato quella che si può chiamare controprova. La loro unità investigativa è infatti riuscita ad ottenere dal governo di Kuala Lumpur (capitale della nazione) alcuni documenti riservati.

In essi si nominano le 68 aziende malesi responsabili dell’importazione di rifiuti e Greenpeace le ha contattate. Alcune di queste erano disposte a importare illegalmente i nostri rifiuti fittizi, compresa plastica contaminata e rifiuti urbani. Ma la parte più triste dell’inchiesta è sicuramente la testimonianza dei cittadini malesi, che hanno chiesto aiuto a Greenpeace prima che il loro territorio venga irrimediabilmente ricoperto di rifiuti.

Un traffico di lunga data

Il fenomeno però non è iniziato solo nel 2019. La nostra plastica di difficile riciclo viene mandata in Malesia già da qualche anno. Dopo lo stop della Cina alle importazioni di rifiuti di bassa qualità, dal 2017 la Malesia importa circa il 20 per cento dei residui plastici dell’Unione Europea. I dati di Eurostat, diffusi da un dossier di Greenpeace, indicano che l’Italia invia in Malesia un quantitativo di rifiuti che ha un peso pari a 445 Boeing 747 a pieno carico.

L’Italia, poi, non è l’unica nazione che manda gli “avanzi” in Malesia. Anzi, si è aggiunta a una lunga lista in cui appaiono Bangladesh, Arabia Saudita, Singapore, Stati Uniti, Regno Unito, Francia.

Nel maggio del 2019 la Malesia aveva provato a reagire, rispedendo all’Occidente 3 mila tonnellate di rifiuti. Le parole del ministro dell’ambiente malese erano chiare: “Se ci sono persone che vogliono vedere questo Paese come la discarica del mondo, stanno sognando, quindi noi rimandiamo indietro il carico”. Questa minaccia non è stata sufficiente perché i trafficanti di rifiuti terminassero i loro loschi affari.

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Non solo in Malesia

L’esportazione di rifiuti illeciti non riguarda soltanto la Malesia. Dopo il blocco cinese, i paesi occidentali hanno dovuto trovare altre “valvole di sfogo”. La Turchia, forse anche grazie alla maggiore accessibilità in termini di distanza, è stata la prima destinataria. Si pensi soltanto che, secondo i dati diffusi da Greenpeace, nel 2016 la Turchia importava “solo” 4.000 tonnellate di plastica. Nel 2018 le tonnellate sono diventare 20.000.

Lo dimostra un triste caso avvenuto in Turchia, a 30 chilometri da Smirne. Lo scorso 4 settembre un imprenditore italiano ha abbandonato in un terreno privato 500 tonnellate di ecoballe, per poi fuggire e sparire nel nulla.

In fondo non siamo così potenti

Il fatto che si sia trattato di un imprenditore, può far dedurre il motivo principale di questi traffici, sicuramente scontato: il vil denaro. Alle aziende di smaltimento italiane, infatti, costa meno inviare la plastica in un’altra nazione, la quale non chiederà altro che una quantità di denaro relativamente bassa. Questo porterà all’azienda italiana un grosso risparmio in termini di risorse umane ed energetiche riservate di solito allo smaltimento corretto della plastica.

Inoltre, in questo modo le nazioni in via di sviluppo sono tenute in pugno dal denaro di quelle che, in teoria, sono già ampiamente sviluppate. Bisognerebbe però chiedersi se questa superiorità che tanto pavoneggiamo sfoggiando cospicue mazzette, lo sia davvero.

Se fossimo un paese davvero avanzato utilizzeremmo i soldi che diamo loro illecitamente per rendere i nostri impianti di riciclaggio efficienti. A guidarci sarebbero dei valori morali che ci vieterebbero l’attuazione di un abuso di potere simile. Oltre al fatto che avremmo abolito già da molto tempo la famigerata plastica monouso. Ma questa è un’altra triste storia.

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Dove si buttano i trucchi?

come smaltire prodotti make up

Una domanda che ci si pone spesso, a cui in questo articolo proviamo a dare risposta: dove si buttano i trucchi? Esistono diversi modi per smaltire prodotti make up. Non saremmo però un sito di informazione ambientale serio se non iniziassimo scrivendo quello che le persone non vorrebbero sentirsi dire. Se vogliamo davvero portare il nostro contributo al bene del pianeta, i prodotti per il make-up, così come tanti oggetti accessori della nostra vita, non dovrebbero essere comprati. O meglio, non dovrebbero essere comprati in quantità elevate, diventando, di fatto, pure velleità dannose per l’ambiente e, quindi, per noi.

Anche i trucchi possono essere sostenibili

Ma, come suggerisce il documentario Minimalism, di cui sempre caldeggiamo la visione, un regime minimalista che sia anche sostenibile deve prevedere alcune valvole di sfogo. Il make-up può essere una di queste, dal momento che per molti è, oltre che una passione e/o un mestiere, anche una vera e propria terapia, spesso più psicologica che fisica.

Leggi il nostro articolo: “Minimalism, un documentario su ciò che è importante”

Se quindi non si riuscisse a rinunciare al make-up, un altro modo per risolvere il problema alla radice è quello di attuare una profonda e mirata ricerca ogniqualvolta ci accingiamo ad acquistare i trucchi. Informarsi è la chiave per rendere il nostro rituale artistico o di bellezza più sostenibile.

Infatti, scegliere alcuni brand piuttosto che altri, può fare davvero la differenza. Alcune marche producono cosmetici contenuti in packaging di legno o cartone o, più in generale, di materiale biodegradabile. Un esempio è Naturaverde bio, che propone trucchi totalmente (o in parte) in cartone riciclabile. Talvolta è possibile trovarli nei negozi della catena Acqua e Sapone.

dove buttare i trucchi

Altri hanno una politica di smaltimento per la quale, riportando i contenitori vuoti dei prodotti al negozio, questi verranno appositamente riciclati, così che anche il brand possa beneficiare di un grande risparmio in termini di materia prima. Un esempio è quello di LUSH, un brand attento all’ambiente, sia per il riciclo sia per la produzione dei cosmetici stessi.

Attenti alla trappola

Anche una grande azienda come MAC, seppur non sia propriamente l’emblema della sostenibilità, quantomeno ha una politica di reso efficace, chiamata Back to MAC. Portando sei prodotti vuoti in negozio sarà infatti possibile ricevere un altro prodotto in regalo.

Attenzione però. Incoraggiare il cliente a comprare, finire e riportare prodotti il più spesso possibile è più una trappola di marketing che una vera dimostrazione di cura per l’ambiente. Non fatevi quindi catturare dalla rete e utilizzate questo loro servizio in modo genuino, quando realmente il prodotto risulta finito, senza accelerare i tempi.

In più, se non avete necessità del cosmetico che vi verrà dato in cambio di quello vuoto, lasciatelo al prossimo cliente. Creerete così un circolo virtuoso per il quale l’azienda sarà portata a produrre un pochino meno, utilizzando quindi meno packaging. Oppure accettate il prodotto e riciclatelo per un regalo, evitando così in futuro di comprare altri oggetti e, quindi, altri materiali da smaltire.

Dove buttare i trucchi vecchi o scaduti, oltre all’indifferenziata

Il problema maggiore è sempre quello di capire dove si possono buttare i trucchi. Infatti, sia il contenuto dei cosmetici sia il loro packaging sono quasi sempre non riciclabili, se non contrariamente specificato sulla confezione. La cosa più semplice e spesso, purtroppo, anche l’unica da fare e è quella di gettare l’intero contenitore nel sacco della indifferenziata.

Se però vi sentite di fare un piccolo sforzo in più, è possibile rendere lo smaltimento dei cosmetici meno dannoso. La chiave per il riciclo corretto di qualunque prodotto, sia cosmetico che non, è sempre la divisione dei materiali, dove possibile. Tante volte purtroppo i prodotti cosmetici sono costituiti da una grande quantità di materiali non divisibili, come i pennelli, che diventano quindi non riciclabili. Ecco perché è molto importante informarsi sul loro materiale prima dell’acquisto.

dove buttare i trucchi

Se invece il packaging è riciclabile e quindi, per esempio, in materiale plastico, basterà togliere il make-up residuo, e gettare il packaging nell’apposito contenitore. Per esempio, se si tratta di una terra o un blush, basterà raschiare il contenuto rimanente. Per il rossetto, si può raccogliere con un cucchiaino o una spatolina il prodotto rimasto sul fondo, o ancora è bene svuotare il vasetto del fondotinta o del correttore del liquido in questione.

Gettate poi il contenitore vuoto e pulito nell’apposito cestino, che sia plastica, vetro o metallo, a seconda delle regole del vostro comune.

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Dove si buttano i cosmetici? Non solo nell’indifferenziata

Dove si butta, quindi, il contenuto dei trucchi? MAI gettarlo nel lavandino! Sopratutto se si tratta, per esempio, di una grande quantità di fondotinta scaduto oppure di un lucidalabbra. Non possiamo mai sapere quali agenti chimici siano contenuti in quel prodotto e quanto possano danneggiare le falde acquifere. Gettateli, piuttosto nell’indifferenziata.

Oppure, ancora meglio, raccogliete i prodotti in un contenitore a parte, che chiuderete ogni volta molto bene, fino ad accumularne una buona quantità. Dopodiché potrete portarli alla discarica e chiedere a chi di dovere dove è possibile gettarli, specificando che si tratta di prodotti cosmetici che probabilmente hanno sostanze chimiche al loro interno.

Per questo, ancora una volta, è importante informarsi sulla composizione dei cosmetici. Quelli naturali al 100%, per esempio, sono da prediligere rispetto a quelli tradizionali, che non lo sono. I brand di cosmetici naturali stanno proliferando, ancora più di quelli con il packaging sostenibile. Qualche esempio? Puro Bio, Neve Cosmetics, Benecos, La Vera, Nabla. Avete solo l’imbarazzo della scelta.

Riciclare trucchi con il “fai da te”

Infine, da non sottovalutare è il riciclo DIY, ovvero “fatto in casa”, dei prodotti. Per esempio, è molto facile riutilizzare gli ombretti o i rossetti che non mettiamo più (o che non abbiamo mai messo) ma che sono ancora in buone condizioni. Gli ombretti, se bagnati con po’ d’acqua, possono diventare divertenti tinture da dare ai nostri bambini per i loro attacchi d’arte. O, perché no, per i nostri attacchi d’arte.

dove buttare i trucchi

Gli ombretti possono poi essere essere sbriciolati, facendone una polverina e mischiandola a una crema idratante. In questo modo si otterrà un blush fai da te, un illuminante (se è un ombretto perlescente), oppure una terra abbronzante. Se la polverina si mischia al burro cacao, ecco che avrete una tinta labbra idratante e del colore che preferite. Per quanto riguarda i rossetti, possono anch’essi diventare blush, ombretti, o, perché no, pennarelli per i bambini.

L’inverno è già finito? Gennaio 2020 il più caldo di sempre

gennaio

Le piogge e le nevicate di dicembre ci stavano illudendo che, forse, questo inverno sarebbe rientrato nei canoni della normalità. Invece eccolo qui, il riscaldamento globale, che bussa alla porta del nuovo anno e ci ricorda tempestivamente che è ancora tra noi. Il gennaio 2020 è stato infatti il più caldo mai registrato.

I dati scientifici

Lo dimostrano i dati del Copernicus Climate Change Service, secondo il quale, a livello globale, le temperature del gennaio di quest’anno sono state di 0,03 gradi superiori a quello del 2016, fino ad ora il più caldo registrato.

A livello europeo, la differenza è ancora più marcata. Il gennaio più caldo era stato infatti nel 2007, durante il quale si erano registrate temperature più basse di 0.2 gradi rispetto ad oggi. Tornando ancora più indietro nella storia, se paragoniamo la temperatura media di gennaio nell’era preindustriale, era di ben 1.4 gradi inferiore rispetto ad oggi.

Non è la prima volta che notizie simili raggiungono i canali di informazione mondiali. Nel febbraio dell’anno scorso infatti era trapelata la notizia che gli ultimi cinque anni siano stati i più caldi mai registrati a livello planetario, così come il decennio 2010-2019.

Qualche esempio

Un esempio forse non propriamente scientifico è quello delle temperature dell’area di Bergamo che, nel momento in cui scrivo, si aggirano intorno agli 11 gradi. Giovedì prossimo, poi, si dovrebbero raggiungere i 15 gradi. Un po’ anomalo per il mese di febbraio in una città molto vicina alle Alpi e che solitamente vede le precipitazioni nevose arrivare fino a marzo inoltrato.

Allontanandosi dall’Italia, ma non troppo, il villaggio di Sunndalsora, nell’ovest della Norvegia ha visto i 19 gradi il 2 di gennaio. Questo corrisponde a più di 25 gradi più della media del mese. La cittadina svedese di Orebro, inoltre, il 9 di gennaio ha registrato il giorno più caldo dal 1858.

Il Washington Post riporta che Helsinki, la capitale della Finlandia, ha superato gli zero gradi tutti i giorni di gennaio, il che è molto strano considerando che le temperature massime in questo mese sono di -1.1 gradi. Se poi prima tutte le mattine erano caratterizzate da quasi -7 gradi, quest’anno soltanto sette ore sono andate sotto i -6.7.

https://twitter.com/mikarantane/status/1223557805522722817?s=20

Restando nel nord del mondo, la temperatura media di gennaio nella capitale russa è stata sopra lo zero (0,1 gradi) per la prima volta in assoluto.

Nell’ Antardide argentina, invece, all’inizio di febbraio sono state raggiunte le temperature più alte di sempre: +18,3 gradi. Hanno superato definitivamente quelle del torrido 2015, dove avevano raggiunto il picco di 17,5 gradi.

L’importanza dei ghiacci

Questa ondata di calore ha ovviamente avuto effetti negativi anche sui ghiacci dei poli. Anzi, i ghiacci sono l’area del Pianeta che subisce gli effetti più immediati del riscaldamento globale. La copertura glaciale si è infatti abbassata nel gennaio del 2020 rispetto alla media 1981-2010. In Antartide l’estensione del ghiaccio ha raggiunto i 4,6 milioni di km2, ovvero 0,9 milioni al di sotto della media 1981-2010 di gennaio. Il 2020 è il quarto anno consecutivo con un’estensione notevolmente inferiore alla media di gennaio.

E’ importante soffermarsi sui poli poiché i ghiacci hanno un’importanza cruciale nel regolare la temperatura terrestre. Le superfici bianche infatti sono le uniche a poter riflettere le radiazioni del sole. Anch’esse, oltre all’effetto serra provocato dall’anidride carbonica, possono causare un aumento della temperatura. Lo scioglimento dei ghiacci sarà quindi causa di un ulteriore riscaldamento, e si creerà così un circolo vizioso inarrestabile.

Leggi anche: Riscaldamento globale, perché aumenta la temperatura?

Un mondo in fiamme

Anche nel resto del mondo, comunque, le temperature di questo gennaio sono state molto alte. Si pensi prima di tutto all’Australia, devastata dagli incendi per tutta la durata di gennaio. Ma, sempre secondo Copernicus, le temperature sono state molto al di sopra della media nella maggior parte degli Stati Uniti e del Canada orientale, in Giappone e in alcune parti della Cina orientale e del sud-est asiatico.

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Come ci ricorda la CNN, la comunità internazionale aveva dichiarato nell’accordo sul clima di Parigi che i paesi partecipanti si sarebbero adoperati per mantenere il riscaldamento globale limitato a 1,5 gradi.
Ma la media del mese scorso è stata tra gli 1,2 e 1,4 gradi celsius, avvicinandosi quindi molto pericolosamente a questa soglia.

Assegnato Nobel ambientale. Connessione tra “capitale naturale” e “umano”

Tra Oscar, Golden Globe e premi Nobel, quest’anno emerge tra l’opinione pubblica anche un premio ambientale molto prestigioso, il Tyler Prize. Si tratta di un premio assegnato fin dal 1973 dalla University of Southern California a chiunque apporti un valido contributo agli studi sul’ambiente. I vincitori di quest’anno sono  stati Pavan Sukhdev, economista ambientale nonché ambasciatore del programma ambientale delle nazioni unite e l’esperta di scienze ambientali dell’Università di Stanford Gretchen Daily. Insieme hanno apportato un grande contributo con il concetto del “capitale naturale”.

Il capitale naturale

La loro scoperta è il risultato di una ricerca che procede da anni e riguarda il cosiddetto capitale ambientale. Il concetto è quello di misurare in termini di denaro il valore della natura, una connessione apparentemente ossimorica.

L’ambientalismo è infatti una delle scienze, delle idee, dei valori che più di tutte si sono storicamente discostate dalla sfera economica, acquisendo negli anni un’aura un po’ romantica e un po’ hippie che ancora oggi fatica a scollarsi. Come invece hanno dimostrato Daily e Sukhdev, è necessario che l’ambiente diventi un valore diffuso per tutte le sfere della società e, quindi, anche quella economica.  

La quantificazione della natura

Gratchen Daily in particolare sostiene che una crescita economica che ignora l’ambiente non è sostenibile. Questo è un concetto tutt’altro che astratto e da figli dei fiori. Infatti,un ambiente impoverito non produce ricchezza, e non è più in grado di sostenere la vita umana.

Quindi una soluzione per “sfruttare” in modo sostenibile l’ambiente perché mantenga in vita una popolazione così numerosa è quindi la quantificazione del valore, dato a lungo per scontato, dei servizi forniti dall’ambiente.

Secondo Daily, la chiave è “pensare agli ecosistemi al pari di una sorta di capitale fisso: così come esistono asset come il capitale umano o finanziario, esiste anche un “capitale naturale” e la nostra sopravvivenza dipende interamente da questo”. Il capitale naturale è formato dalla disponibilità di suolo, di acqua e biodiversità, aria e quindi le foreste che catturino la CO2 prodotta dall’uomo. Daily ha quindi creato il progetto “NatCap” per permettere a chiunque di quantificare e mappare i guadagni di un investimento in natura.

Le api non erogano fatture

Sukhdev, invece, aveva esordito nell’econimia ambientale con uno studio commissionato dalla Commissione Europea nel 2007 per calcolare il costo economico della deforestazione e della distruzione degli ecosistemi.

Queste le sue parole: “Basta chiedere a un qualsiasi agricoltore costretto ad affittare delle api che impollinino i suoi campi, ora che le popolazioni selvatiche di questi insetti non sono più sufficienti per ottenerlo a costo zero. Il problema è che le api non emettono fattura, e per questo il valore dei servizi che erogano non era mai stato riconosciuto”.

Leggi il nostro articolo: “L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine”

Sukhdev ha quindi dimostrato che un’ economia green può essere davvero un importante motore di crescita economica, capace di creare nuovi posti di lavoro e di alleviare gli effetti della povertà.

A questo tema ha anche fatto riferimento il Sole 24 Ore nel suo articolo in cui mette in guardia le banche a fronte dei cambiamenti climatici. Le catastrofi naturali e tutto ciò che di imprevedibile può causare il riscaldamento del globo, possono portare a una grave crisi finanziaria, che sarà quindi una delle cause dei disagi, emigrazioni, morti nel “primo mondo”. Quelle del “terzo mondo”, come stiamo vedendo, sono già iniziate. Il rapporto a quale l’articolo d riferimento, intitolato “Cigno verde. Cambiamenti climatici e stabilità del sistema finanziario: quale ruolo per banche centrali, regolatori e supervisori”, propone alcune soluzioni

Possibili soluzioni

Una di queste sarebbe i riuscire a individuare i rischi connessi al clima utilizzando modelli previsionali basati su metodologie prospettive. Questi rischi «devono essere integrati nella regolazione prudenziali per le banche e sottoposti al monitoraggio sulla stabilità finanziaria», che è una delle prerogative del Financial Stability Board. E ancora: spingere il settore privato a una maggiore comunicazione dei propri rischi legati ai cambiamenti climatici e alle emissioni di carbonio.

Infine, le banche centrali vengono chiamate a includere nella formazione dei loro portafogli i target di sostenibilità dell’Onu, quindi investire in strumenti finanziari green e a introdurre la sostenibilità tra gli obiettivi delle politiche monetarie. La del clima e la stabilità finanziaria iniziano quindi ad esere considerati comeconcetti interconnessi, per cui il capitale umano dipende strettamente e immprescindibilmente da quello naturale.