In Vietnam alluvioni con pochi precedenti

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Stessa storia, posto diverso. Siamo in Vietnam, un Paese dalla storia millenaria largamente spazzata via da una guerra violentissima, che ha procurato ferite ancora oggi aperte e pulsanti. Oggi, nel 2020, la popolazione vietnamita deve fare i conti con un atro fenomeno che rischia di cancellare quello che negli anni è stato faticosamente ricostruito: i cambiamenti climatici e le alluvioni ad esso collegate.

L’eccezionalità delle alluvioni in Vietnam

Ottobre è il mese delle piogge nel sud-est asiatico, ed è così da 10 mila anni, ovvero da quando la temperatura media terrestre si è mantenuta stabile con un’ oscillazione massima di un grado centigrado. Quest’anno le alluvioni hanno causato la morte di più di 100 persone dall’inizio di ottobre e centinaia di migliaia di sfollati. Non fosse per un’anomalia climatica sarebbe alquanto strano che quest’anno la stagione dei monsoni avesse colto la popolazione vietnamita così impreparata.

La parte più colpita è stata il Vietnam centrale, e maggiormente la provincia di Hue. Due tempeste entrambe di portata sei volte maggiore rispetto alla norma hanno allagato le 136 mila case presenti nell’area e hanno forzato 90.000 persone all’evacuazione. Michael Brosowski, il fondatore di Blue Dragon, un’organizzazione non governativa che aiuta le famiglie in difficoltà ha rivelato al Guardian che Hue deve interfacciarsi ogni anno con le inondazioni e i residenti vivono in modo da essere preparati a qualunque disastro. La portata e la velocità delle tempeste di quest’anno, però, sono scioccanti. Gli abitanti, ora, dovranno cominciare tutto da capo.

Un campo militare di Quang Trị, una struttura che dovrebbe essere provvista di tutti i sistemi di sicurezza necessari, è stato teatro di morte per 14 soldati, che sono stati travolti da una frana. Altri otto sono al momento ancora dispersi. “Queste devastanti inondazioni sono tra le peggiori che abbiamo visto da decenni”, ha affermato Nguyen Thi Xuan Thu, presidente della Red Cross Society vietnamita.

Le associazioni umanitarie, unitamente al governo, si stanno occupando di fornire cibo, acqua, rifugio e indennizzi alle migliaia di persone che, nel giro di qualche giorno, ne sono rimaste prive. Il tutto tramite barche ed elicotteri, visto che l’altezza dell’acqua in alcuni luoghi ha superato i 3 metri.

Non solo inondazioni: il futuro del Vietnam

Come per tutti i disastri naturali, i danni alle persone e al territorio non si possono calcolare soltanto nel breve tempo. Inondazioni di questa portata devastano campi coltivati e allevamenti, allagano ristoranti e attività commerciali, costringono migliaia di persone a lasciare le loro città per mesi o anni, forse anche per sempre, per stabilirsi in luoghi dove non hanno casa, lavoro, famiglia.

Queste condizioni peggiorano la già compromessa situazione causata dalla pandemia di Coronavirus. Non tanto per l’incidenza dell’epidemia in sé, che sembra aver risparmiato il Vietnam dalla strage di morti e l’alto numero dei contagi che stanno interessando altre nazioni. Le autorità hanno infatti segnalato soltanto 1.141 casi di Covid e 35 decessi.

Il danno più grave del virus in Vietnam è dato piuttosto dalla quasi totale assenza dei milioni di turisti che ogni anno calcavano le strade vietnamite, riempivano hotel e ristoranti, sostentavano le guide turistiche locali. E ora le alluvioni hanno dato il colpo di grazia.

Alluvioni e cambiamenti climatici

Come ricordiamo spesso nei nostri articoli, le forti e numerose alluvioni registrate negli ultimi anni non sono solo comuni fenomeni “naturali”. Sono invece dovuti ai cambiamenti climatici direttamente causati dalle attività umane. Il caldo, infatti, causa un aumento di vapore acqueo nell’aria e un accumulo di energia che favorisce la formazione di violenti nubifragi.

Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturali sono molto aumentati negli ultimi decenni.

vietnam alluvioni

Dal periodo 1980-1999 a quello 2000-2019 i disastri naturali si sono quasi duplicati, passando da 3,656 eventi a 6,681. Tra questi spiccano le grandi alluvioni, che da 1.389 sono diventate 3.254. Con una curva analoga l’incidenza delle tempeste è cresciuta da 1.457 a 2.034. Nonostante l’implemento delle misure di sicurezza e precauzione, i 7.348 eventi catastrofici accaduti tra il 2000 e il 2019 hanno causato 1,23 milioni di morti e hanno colpito 4,2 miliardi di persone, con una perdita in termini economici di circa 2,97 trilioni di dollari.

Il mio viaggio in Vietnam

La mia memoria è molto breve e selettiva. Per questo credo che tutto ciò che vi resta impresso abbia per me un significato importante. Ricordo, per esempio, di camminare per le strade sterrate nella remota provincia di Hue. Per il nostro viaggio in Vietnam ci siamo spesso affidati a una qualche agenzia turistica, che ci accostava una guida locale. In alcuni casi non era possibile fare altrimenti, poiché esiste il rischio di incappare in qualche mina inesplosa degli anni ’70.

Ci hanno raccontato che talvolta animali selvatici o d’allevamento, ma anche purtroppo bambini che giocano nei campi, ne subiscono lo scoppio. Questa volta, vuoi per l’ennesimo prezzo turistico proibitivo, vuoi perché ci trovavamo in un luogo dai percorsi ben indicati, abbiamo deciso di visitare in autonomia un’area che è rimasta per sempre impressa nella mia mente e nel mio cuore.

Le alluvioni cancelleranno la storia?

Ci trovavamo proprio nella provincia di Quảng Trị (dove si trova l’edificio militare di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente), sopra al complesso di tunnel dove gli abitanti del villaggio di Vịnh Mốc e le loro famiglie si sono nascosti per anni dalle bombe americane. Sono scesa passando per una delle porte, ma dopo qualche passo ho desistito. Il passaggio era stretto, buio, e trasudava una storia orrenda, il cui peso era troppo grande per le mie deboli e viziate spalle occidentali.

Decido quindi di rimanere all’esterno, percorrendo il perimetro dell’ormai inesistente villaggio. A un certo punto, inaspettatamente, scorgo a lato del sentiero un cratere gigantesco, triste residuo di una di quelle bombe mortifere da cui le persone si nascondevano. Ho capito allora che, in una tale situazione, non poteva esserci passaggio troppo stretto, né troppo buio per evitare di accamparvisi per giorni e anni. Quei tunnel che io ho codardamente evitato simboleggiavano la vita in un mondo di morte, la salvezza nel pericolo, la speranza nella paura.

Mi immagino, adesso, quei tunnel intasati dal fango e quel cratere colmo d’acqua. Penso che sarà impossibile per chiunque visitare Vịnh Mốc da qui a molto tempo. Ecco cos’altro sarà sommerso dalle alluvioni e dai cambiamenti climatici: la storia. E con lei le paure, le ingiustizie e, quindi, gli insegnamenti che la accompagnano.

Riscaldamento domestico: un nemico invisibile

riscaldamento domestico
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Gli esseri umani hanno la tendenza naturale o, se vogliamo, inconscia, a convincere se stessi dell’inesistenza di ciò che non si vede. L’inquinamento dovuto al riscaldamento domestico è un nemico invisibile, che però apporta un grosso contributo all’acuirsi del riscaldamento globale. Molto più, per esempio, della tanto accusata plastica. Essa, seppur rappresenti a sua volta una grave minaccia all’ambiente, non contribuisce ai cambiamenti climatici quanto il riscaldare le nostre case durante l’inverno. La plastica, però, si vede e si tocca e per questo è molto più semplice utilizzarla come espediente per lavarci la coscienza. Dobbiamo ricordarci, però, che l’Idra della crisi climatica ha molte teste e una delle più resistenti è proprio quella del riscaldamento.

Riscaldamento domestico: i dati

Anche se sono attivi soltanto da metà ottobre sino ad aprile, le caldaie e i caminetti sono responsabili del 60% delle polveri sottili. Questo dato deriva anche dal fatto che, se tutte le altre fonti di inquinamento, prima tra tutte quella dei trasporti, hanno ridotto le loro emissioni, il settore del riscaldamento le ha invece incrementate. Secondo l’Ispra nel 2005 le caldaie erano responsabili dell’emissione di 14mila tonnellate di Pm10. Nel 2015 sono arrivate a superare quota 21mila tonnellate. In alcuni comuni questo aumento è stato ancora più significativo. Ad Aosta si è passati da 31 a 72 tonnellate all’anno di particolato emesso dai comignoli, il che significa un incremento del 129%.

Cliccando qui verrai indirizzato alla pagina originale dove, utilizzando i filtri posti in alto a sinistra nell’infografica, è possibile visualizzare i dati di una singola regione o di una delle città nelle quali Ispra ha effettuato le rilevazioni.

Tra le informazioni che si trovano nei numerosi articoli e studi in merito all’attribuzione di queste emissioni, emerge il dato relativo al legno. La combustione di questa biomassa infatti emetterebbe moltissimo particolato (400 g/Gj di PM10 contro i 216 del carbone e i 3,6 del gasolio). È anche vero, però, che il caminetto a legna non è la fonte di riscaldamento più utilizzata dagli italiani. Il primato va invece al metano, che raggiunge l’altissima soglia del 71% (le biomasse vengono bruciate dal 14% delle abitazioni, il GPL dal 6%, l’energia elettrica viene utilizzata nel 5% dei casi e il gasolio nel 4%).

Il riscaldamento domestico da fonti rinnovabili

Il fatto quindi di scegliere il combustibile che è “meno peggio” rispetto agli altri non apporterebbe un cambiamento radicale, dato che, ripetiamo, le biomasse rappresentano già una minoranza rispetto alla maggior parte delle fonti di calore in Italia. Una vera svolta sarebbe invece data da un diffuso e rapido efficientamento energetico di tutte le abitazioni.

A cominciare dall’utilizzo di fonti rinnovabili o comunque realmente poco inquinanti. L’esempio più lampante è quello dei pannelli fotovoltaici che, sfruttando l’energia solare, possono portare elettricità e acqua ad alta temperature quasi gratuitamente alle abitazioni che ne usufruiscono. Di qui, poi, si può sfruttare l’acqua riscaldata in favore della regolazione termica della casa. Molto efficiente, da questo punto di vista, è il riscaldamento a pavimento, che sfrutta l’acqua calda immagazzinata nei tubi di scarico.

Le soluzioni ibride

I pannelli solari, però, sono legati al ciclo naturale dell’elemento apollineo, purtroppo non molto sgargiante durante i mesi invernali. Di qui la possibilità di combinare il fotovoltaico alla tecnologia pellet. Questa permette di utilizzare la fonte rinnovabile e naturale del legno in modo molto più efficiente rispetto alla semplice stufa “aperta”. Va tuttavia specificato che, sebbene un impianto di riscaldamento basato su questo elemento sia preferibile a quelli che fanno invece uso di legna da ardere, questa non è comunque una soluzione ottimale in termini di emissioni. Gli elogi che ricevette questo tipo di materiale quando fu inizialmente messo in commercio, sono infatti stati smentiti negli anni a venire. Il problema principale infatti, in termini di particolato, è la combustione, che andrebbe quindi evitata in tutte le sue forme.

Un altro strumento utile al riscaldamento domestico che sfrutta l’energia rinnovabile è la pompa di calore. Ne esistono di diversi tipi, a seconda di quale siano le caratteristiche della propria abitazione, tutti assolutamente preferibili da un punto di vista ecologico rispetto agli impianti tradizionali. Il Presidente di ARSE (Associazione Riscaldamento Senza Emissioni) aveva rivelato, in un’intervista alla Stampa che per produrre 100 unità di calore una caldaia deve bruciare da 105 (caldaie più efficienti) a 120 (caldaie vecchie) unità di energia chimica (combustibile). Una pompa di calore in soluzione geotermica per produrre le stesse 100 unità di calore preleva 70-80 unità di energia termica dall’acqua (o dal terreno) e solo 20 – 30 unità di energia elettrica.

Talvolta, però, manca lo spazio o i fondi sufficienti per questo tipo di tecnologie. Ebbene esistono anche alcune caldaie cosiddette a condensazione. Queste sono dispositivi caratterizzati da elevata efficienza energetica che permettono di limitare i consumi utilizzando il calore dei gas di scarico sotto forma di vapore acqueo. In questo modo assicurano una sostanziale riduzione dei costi e il recupero di una quota di energia pari al 17%. Eventualmente anche queste possono essere abbinate a una delle fonti di energia pulite di cui sopra.

Il cambiamento dipende anche da noi

Per quanto però possiamo essere virtuosi nella scelta del riscaldamento casalingo, la nostra responsabilità non finisce qui. Se infatti compriamo una stufa a pellet, ma questa resta accesa tutto il giorno oppure la posizioniamo in aree della casa poco frequentate, il nostro comportamento iniziale passa da virtuoso a estremamente dannoso. Le accortezze da tenere per qualunque dispositivo di riscaldamento domestico sono le seguenti:

  • Attivarlo soltanto in alcuni momenti della giornata, evitando ovviamente l’accensione nei momenti in cui non vi è nessuno per un lungo arco di tempo.
  • Scegliere di coprirsi un po’ di più piuttosto che alzare troppo il riscaldamento.
  • Differenziare la temperatura nelle stanze della casa, abbassandola nei luoghi di passaggio come corridoi e anticamere.
  • Utilizzare un Timer. Con l’accensione manuale talvolta si rischia di lasciare acceso il riscaldamento a vuoto per un tempo superiore a quello necessario.
  • Limitare la dispersione di calore
    • Chiudere imposte o tapparelle quando cala il sole.
    • Non coprire i caloriferi con indumenti o tende troppo lunghe.
    • Utilizzare infissi isolanti o a risparmio energetico
  • Tenere sotto controllo la manutenzione della caldaia e spurgare regolarmente i radiatori dall’acqua in eccesso per una corretta circolazione della stessa.
  • Usufruire degli incentivi per l’efficientamento energetico delle abitazioni. Il Decreto Rilancio attivo da luglio prevede infatti una detrazione del 110% per ogni intervento al fine di rendere più energicamente efficienti gli immobili. Nell’articolo che puoi leggere cliccando qui trovi tutte le informazioni a riguardo.

In Africa si sta progettando l’oleodotto più lungo del mondo

africa oleodotto

I governi del mondo intero stanno cercando di sconfiggere la pandemia decretando nuovi lockdown e impedendo così alle persone di uscire di casa. Nelle aree agricole più remote dell’Africa Orientale, vi è invece chi la propria casa la sta perdendo a causa dei lavori di costruzione dell’oleodotto più lungo del mondo, l’East African Crude Oil Pipeline. Oltre agli sfratti, se la costruzione di questo ecomostro venisse portata a termine, avrà conseguenze terribili sugli uomini, sugli animali e sull’incontaminata natura africana.

L’oleodotto più lungo del mondo

È stato ormai comprovato che una delle cause della pandemia sia da attribuirsi allo sfruttamento ambientale e all’inquinamento dovuto ai gas serra e alle fonti fossili. Nonostante ciò le compagnie petrolifere continuano a scavare alla ricerca di preziose riserve. È quel che sta accadendo in Uganda, in seguito alla scoperta di una vastissima riserva di petrolio nel sottosuolo. La nota compagnia petrolifera francese Total insieme alla China National Offshore Oil Corporation hanno quindi iniziato i lavori di costruzione di un oleodotto per poterlo trasportare verso il porto più vicino e di lì in altri continenti.

L’oleodotto dovrebbe originare dall’area circostante il Lago Albert, al confine della Repubblica Democratica del Congo ed estendersi per 1443 chilometri fino al porto di Tanga in Tanzania. Se terminato, l’East African Crude Oil Pipeline sarebbe il tubo per il trasporto del petrolio più lungo del mondo, anche più della molto criticata Dakota Access Pipeline (di cui parliamo qui), negli Stati Uniti. Per la sua costruzione sarà necessario un investimento di 3,5 miliardi di dollari. Molti, direte voi. In realtà, però, non così tanti se si considera che le due compagnie petrolifere hanno già speso altri 4 miliardi per le infrastrutture atte alla costruzione di cinquecento pozzi nei pressi dei giacimenti.

Loschi motivi

I motivi ufficiali per la costruzione dell’oleodotto sono in primo luogo, quello di rimpinzare le riserve di petrolio. Ovviamente in barba alle speranze e alle necessità di un cambiamento verso le energie rinnovabili. In secondo luogo i CEO dei giganti petroliferi e i leader dei paesi interessati hanno sottolineato il beneficio economico che l’Uganda e le nazioni limitrofe ne trarrebbero. Il portavoce del governo della Tanzania Hassan Abassi ha dichiarato che il Paese guadagnerà circa 3,24 miliardi di dollari una volta che il progetto sarà operativo. Inoltre, l’impianto creerà più di 18.000 posti di lavoro nei prossimi 25 anni.

Un occhio superficiale potrebbe legittimare quest’ultima motivazione. Persino l’Onu nel recente rapporto sull’alimentazione ha riconosciuto che in alcuni Stati più poveri le emissioni di carbonio potrebbero inizialmente dover aumentare per consentire a tali paesi di raggiungere gli obiettivi di nutrizione. Non è però questo il modo di farlo. Questo tipo di progetto, infatti, porterà guadagni ai paesi importatori della materia prima, oltre che alle compagnie addette allo scambio. Come ha scritto sul New Yorker Bill McKibben, fondatore dell’Organizzazione ambientalista 350.org, “attualmente la quantità di paesi esportatori che registrano la minore crescita del PIL è disarmante.” E ha aggiunto che “la storia insegna che i benefici dell’oleodotto non saranno ampiamente condivisi“. In altre parole, ritiene che i benefits di cui parlano gli investitori sono in realtà destinati soltanto a poche élites. Le quali, appunto, lucrano su un territorio incontaminato e una popolazione povera. Entrambi, quindi, facilmente sfruttabili.

Danno alle persone

Non solo l’ambiente e le persone non riceveranno particolari benefici, ma subiranno maggiormente i danni, reali o potenziali, dell’oleodotto. Questo nonostante le aziende petrolchimiche coinvolte abbiano presentato un certificato di idoneità sociale e ambientale. Per esempio, avrebbero scelto un percorso che riduce al minimo il numero di persone che dovranno trasferirsi.

Gli abitanti intervistati, però, non sono d’accordo. In molti hanno già dovuto lasciare le loro case per fare spazio ai lavori. Inoltre, anche se sfrattassero soltanto una persona per la costruzione del tubo, questo non sarebbe giusto. Come abbiamo imparato durante i mesi più difficili della pandemia, dietro ai numeri si celano persone, diritti, storie, emozioni. Si sarebbero anche verificati episodi di corruzione, come intimidazioni agli abitanti costretti a firmare i fogli di idoneità ambientale e sociale contro la loro volontà.

Quasi un terzo dell’oleodotto verrà inoltre costruito nel bacino del lago Vittoria, dal quale dipende la vita di circa trenta milioni di persone. Secondo l’agenzia Global facility for disaster reduction and recovery, “una fuoriuscita di petrolio potrebbe avere effetti catastrofici sulle fonti d’acqua locali. Ma anche sull’ambiente (per esempio gli ecosistemi acquatici, ndr.) e sulle comunità che ci abitano”. La zona attraversata dal tubo è inoltre a medio rischio sismico, che aumenterebbe il rischio di un incidente.

Danni all’ambiente

Un ulteriore problema riguardante l’oleodotto è riconducibile al fatto che attraverserebbe un’area la cui biodiversità è tanto ricca quanto delicata. In un resoconto del 2017 il Wwf Uganda annunciava che la pipeline avrebbe probabilmente causato disordini significativi, una frammentazione e un aumento del bracconaggio in un habitat naturale dalla biodiversità molto importante. La riserva naturale Biharamulo, per esempio, ospita una delle ultime cinque colonie di scimmie Piliocolobus. Inutile dire cosa comporterebbe la presenza umana per un gruppo di animali a rischio estinzione, abituati a vivere in quasi completo isolamento all’interno di una foresta. I cui alberi, oltretutto, saranno per buona parte abbattuti.

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Da non dimenticare, poi, è il sempre incombente riscaldamento globale, causato dalle emissioni di natura antropica e che anche in questo caso faranno la loro funesta parte. Innanzi tutto quelle derivate dai lavori di costruzione per l’intero impianto estrattivo. In più, per permettere al petrolio di scorrere costantemente attraverso il tubo sarà necessaria l’energia termodinamica. Come si legge nello studio di Science Direct, per permettere al petrolio di scorrere a 50, 60, 70, 80, 90 e 100 metri cubi all’ora serve rispettivamente una temperatura di 55, 60, 65, 70–75 °C e una pressione altrettanto alta. Il calore necessario verrà generato da fonti fossili e, pertanto, si emetteranno gas serra in atmosfera.

Inoltre il petrolio che arriva in Tanzania verrà trasportato (con mezzi veloci e ad alte emissioni) verso gli impianti di lavorazione internazionali. Di lì prenderà il via tutta quella filiera estremamente inquinante che già conosciamo e che alimenta moltissimi mercati, da quello della plastica a quello della benzina a quello del riscaldamento delle nostre case.

L’oleodotto oggi

Al momento la costruzione dell’oleodotto è bloccata, ma si tratta più che altro di un disaccordo interno sulle tasse per la costruzione dell’impianto in Uganda. Dal punto di vista politico – ed etico – non vi sarebbero invece stati dubbi. L’oleodotto era da fare. Il presidente ugandese Yoweri Museveni e quello della Tanzania Hassan Abassi hanno infatti recentemente firmato un accordo tra loro e con la Total per continuare i lavori di costruzione.

In un momento in cui l’umanità sta lottando per la sopravvivenza della sua stessa specie un nuovo oleodotto era l’ultima cosa di cui necessitava. Ma, probabilmente, è stato proprio a causa di questa dilagante e momentanea distrazione che i signori del petrolio hanno sparato il loro ennesimo colpo.

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Trump e gli incendi: “Non credo che la scienza sappia”

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In occasione degli incendi scoppiati in California, che hanno devastato migliaia di acri di terra e ucciso almeno 36 persone, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha negato, ancora volta, l’esistenza dei cambiamenti climatici. Ha incolpato, piuttosto, la mala gestione delle foreste da parte dei democratici.

Le agghiaccianti (e tardive) parole di Trump sugli incendi

In realtà, gli interventi di Donald Trump in merito alla California infuocata sono stati molto pochi e molto tardivi. Il primo commento, infatti, è arrivato soltanto venerdì scorso, dopo settimane di agonia da parte del territorio e degli abitanti della West Coast. Trump ha semplicemente twittato il suo apprezzamento nei confronti dei pompieri per la gestione dell’emergenza.

Le sue parole più tristi, però, sono state pronunciate quando il presidente americano si è confrontato con il Governatore Democratico della California Gavin Newsom e altri funzionari statali e federali. Il segretario dell’Agenzia per le Risorse Naturali Wade Crowfoot ha esortato il presidente a riconoscere il ruolo del clima che cambia per le nostre foreste. Di tutta risposta, Trump ha affermato: “inizierà a rinfrescarsi, aspetta e vedrai“. Al successivo auspicio, da parte di Crawfoot, che il presidente e la scienza siano prima o poi d’accordo, Donald Trump ha risposto: “In realtà non credo che la scienza sappia“.

Il colpevole degli incendi secondo Trump

Verrebbe quindi da chiedersi a chi o cosa Trump attribuirebbe la colpa dei devastanti incendi che stanno colpendo la California. Ebbene il primo cittadino americano si è esposto anche su questo, portando il tutto su una questione di rivalità politica. Ha infatti biasimato i governatori democratici per non aver saputo curare a dovere le proprie foreste e quindi prevenire gli incendi: “Quando per anni le foglie secche si accumulano sul terreno, questo semplicemente aizza il fuoco, – ha detto Trump – sono davvero un carburante. Quindi devono fare loro qualcosa al riguardo.”

Trump non ha però fornito prove a sostegno della sua affermazione. Inoltre, gli esperti e i corpi forestali affermano che rastrellare le foglie non è un’operazione sensata e fattibile, considerando la vastità delle foreste statunitensi. In più, molti degli incendi hanno colpito arbusti costieri e praterie, non foreste.

L’unica “prova” della sua tesi Trump l’ha esposta affermando che altri paesi non hanno affrontato lo stesso livello di incendi. Un dato, anche questo, facilmente smontabile, visti i recenti disastri in Australia e nella foresta pluviale amazzonica, che gli esperti attribuiscono proprio ai cambiamenti climatici.

California, settembre 2020 (Foto di Marta Navales)

Il ruolo dei cambiamenti climatici

Qual è, allora, il ruolo dei cambiamenti climatici negli incendi californiani e perché Trump lo nega? In realtà, a Mr.Trump basterebbe consultare i dati degli anni passati in merito agli incendi, o semplicemente leggere le vecchie news. Si accorgerebbe che, prima di tutto, non è soltanto un problema di arbusti gestiti male dai democratici. In secondo luogo si accorgerebbe che che non si tratta soltanto di dati scientifici, ma anche storici e, quindi, sicuramente fattuali.

I cinque maggiori e più devastanti incendi della storia californiana hanno infatti avuto luogo negli ultimi tre anni, tra i quali anche il più mortale, nel 2018, che ha ucciso ben 85 persone. Coincidenza vuole che nove dei dieci anni più caldi mai registrati al mondo si sono verificati a partire dal 2005. Di questi, cinque sono occorsi dal 2016, ovvero proprio negli ultimi 5 anni. Le temperature dell’Oregon e della California sono aumentate di oltre 1°C dal 1900.

La prolungata siccità che sta colpendo la California negli ultimi dieci anni, con un calo delle piogge autunnali del 30%, ha causato la morte di milioni di alberi, trasformandoli in un potente combustibile per gli incendi. Anche le regioni montuose, che normalmente sono più fresche e umide, si sono prosciugate più rapidamente del solito durante l’estate, aumentando il potenziale carburante per il fuoco.

Cosa sta accadendo

Mentre noi elenchiamo dati storici e scientifici che Trump negherà impunemente, gli incendi proseguono. In Oregon hanno bruciato in una settimana quasi il doppio di quello che di solito viene distrutto mediamente in un anno. I forti venti e la bassa umidità ostacolano gli sforzi per tenere sotto controllo gli incendi. Come riporta la BBC, in California sono morte 25 persone dal 15 agosto, migliaia di case sono state distrutte e altrettante persone sono ora sfollate. Gli edifici e le strade in Oregon, dove sono già morte 10 persone, e nello stato di Washington, dove è stata registrata una vittima, sono ricoperti di cenere. L’aria è irrespirabile.

A fronte di questo, Trump non ha mosso un dito. Le sue azioni (o non azioni) politiche, però, non finiscono nel nulla. L’uscita dagli accordi di Parigi degli Stati Uniti, i finanziamenti alle industrie fossili, così come a quelle delle armi, a discapito delle energie rinnovabili, l’approvazione delle trivellazioni nei parchi naturali, sono tutti provvedimenti che hanno un tornaconto politico ed economico per il presidente e i suoi sostenitori. Come dimostrano gli incendi, però, le conseguenze per il Pianeta e per l’umanità non sono così vantaggiose. La natura non si può comprare.

L’Italia è il secondo esportatore di pesticidi illegali in UE

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A volte, da bambina, quando un adulto mi imponeva il divieto di fare qualcosa, mi bastava uscire dal suo radar visivo per continuare indisturbata la mia attività. Lo stesso atteggiamento infantile è proprio delle aziende chimiche produttrici di pesticidi; e quella mancanza di attenzione, voluta o non voluta, da parte degli adulti è paragonabile alle indulgenti leggi dell’Unione Europea. Un’indagine di Greenpeace UK, Unearthed, e dalla ONG svizzera Public Eye ha messo a nudo l’esportazione, da parte di alcune nazioni europee, di pesticidi che sono già stati dichiarati illegali all’interno dell’Unione. Insomma, invece che terminare il gioco, le aziende chimiche lo hanno proseguito lontano dagli occhi degli adulti.

Perché i pesticidi erano illegali

Nei primi dieci anni del nuovo millennio l’Unione Europea ha deciso di vietare l’utilizzo di alcuni prodotti fitosanitari. Tra questi il Trifluralin e l’Alachlor, erbicidi utilizzati sin dagli anni ’60 e rivelatosi tossici per gli organismi acquatici, oltre che per la loro lunga persistenza nel suolo. Un altro famigerato erbicida ormai vietato in UE è l’Atrazina. Secondo L’EPA (Environmental Protection Agency) l’esposizione ad Atrazina è collegata al cancro alla prostata, oltre ad avere effetti neuroendocrini con conseguenze sia a livello riproduttivo che di sviluppo.

Vi sono poi i pesticidi, che non hanno caratteristiche migliori. L’ 1,3-dicloropropene e la Propargite, per esempio, sono considerati probabilmente cancerogeni per operatori e consumatori, oltre che per i mammiferi che vi entrano in contatto.

Etica? No grazie

Alla luce di questo, le aziende chimiche e chi gestisce i loro rapporti commerciali non si sono poste alcun problema etico, ma hanno deciso di esportare questi pesticidi ed erbicidi dannosi per gli uomini e l’ambiente dove la legge lo consentiva, ovvero fuori dall’Unione Europea. E le cose sono anche peggiori di così. Oltre agli Stati Uniti, l’Australia, il Canada e il Giappone, l’UE esporta i pesticidi anche in nazioni del mondo più povere, come Marocco, Sud Africa, India, Messico, Iran e Vietnam.

In totale, nel periodo dei 9 mesi di indagini, sono state contate 81.615 di tonnellate di prodotti fitosanitari vietati destinati all’esportazione. Di queste, il 12% (pari cioè a 9.500 tonnellate di pesticidi) provenivano dall’Italia. Questo dato rende il Bel Paese il secondo esportatore europeo di queste sostanze. Poi, quando il Regno Unito reciderà i suoi legami con l’Unione Europea, l’Italia si aggiudicherà il primato.

Leggi anche: From farm to fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione

Il caso dell’Alto Adige

Non stupisce quindi la recente e triste notizia del processo a Karl BärAlexander Schiebel. I due attivisti si sono infatti schierati contro l’uso intensivo dei pesticidi in agricoltura, in particolare in Trentino Alto Adige. Sono stati poi portati in giudizio dall’Assessore all’Agricoltura bolzanino Arnold Schuler.

I due, però, non avrebbero torto, visto che i dati parlano chiaro: la vendita di pesticidi in rapporto alla superficie trattabile supera di oltre sei volte la media nazionale. Il processo contro Bär inizierà oggi, 15 settembre. In caso di condanna egli rischia la pena detentiva e la rovina personale a causa dell’astronomica spesa di risarcimento per aver “recato danno all’immagine dell’Alto Adige”. Fermo restando che entrambi gli attivisti stanno già sostenendo delle ingenti spese legali. 

La coltivazione delle mele, diffusa soprattutto nella valle dell’Adige e in Val di Non, porta le province di Bolzano e Trento al triste primato di regione italiana con la maggiore distribuzione di pesticidi.

Le contraddizioni dell’esportazione di pesticidi

Le contraddizioni legate all’uso e all’esportazione di pesticidi, se non sono evidenti, la sveliamo di seguito. Innanzi tutto, l’abbiamo detto, esiste un problema etico alla base di questa attività. Proteggere da sostanze cancerogene gli abitanti dell’Unione Europea soltanto perché in possesso di un documento che ne sancisca la cittadinanza e non farlo con altri esseri umani che hanno semplicemente una nazionalità differente non ha alcun senso logico.

In più, l’Unione Europea importa dai Paesi sopra elencati una grandissima quantità di prodotti agricoli e, quindi, cibo che finisce direttamente sulle nostre tavole. La vendita di pesticidi a queste Nazioni, quindi, ci si ritorcerebbe contro, rappresentando perfettamente quel fenomeno che ormai va di moda chiamare karma.

Infine, vi è sempre il problema del riscaldamento globale che incombe sul pianeta (e sopratutto sui paesi più poveri) ormai da decenni. Il quale ancora non spaventa chi lucra sulla produzione, trasporto, vendita e smaltimento di prodotti che l’hanno causato. Non basta quindi questo infausto fenomeno a minacciare l’ambiente, gli ecosistemi e l’essere umano. I pesticidi non riescono ad uscire dalla scacchiera e si uniscono agli innumerevoli strumenti di tortura cui la Terra è già sottoposta.

Leggi anche: Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?

L’appello di Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura di Greenpeace Italia, è quindi rivolto all’UE, che deve porre fine a questa ipocrisia vietando per sempre la produzione e l’esportazione di tutti i pesticidi vietati.

Second Hand September: questo mese diciamo basta ai vestiti nuovi

second hand september
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Alla fine di questo mese a Milano si terrà la settimana della moda, ovvero uno degli eventi più importanti per questo settore, insieme a quella di Parigi e New York. La speranza, invece, è che con il tempo assuma maggior rilevanza un altro evento che si svolge durante questo mese, che però passa in sordina: il Second Hand September: un invito a sfidare se stessi e, perché no, gli altri a non comprare vestiti nuovi, bensì acquistare/procurarsi soltanto capi usati per tutto settembre. Soltanto, ovviamente, se necessario.

Moda, un’industria inquinante e poco etica

Promotore di questa iniziativa è stata Oxfam, l’ente di beneficenza il cui obiettivo è alleviare la povertà nel mondo. Qualcuno potrebbe chiedersi il nesso tra quest’ultima battaglia e il comprare vestiti di seconda mano. Ebbene, il mercato della moda è uno dei più inquinanti del pianeta. L’industria della moda è infatti responsabile del 10% di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Alimenta quindi il riscaldamento globale che, come ormai sappiamo, è causa di carestie, migrazioni, guerre e, di conseguenza, povertà.

Inoltre, come si buon ben vedere dal documentario “The true cost” (leggi qui la recensione) i colossi della cosiddetta fast fashion quali H&M, Zara, Bershka, Pull&Bear e molti altri sono noti per sfruttare la propria manodopera, pagandola poco e fornendo loro un luogo di lavoro tutt’altro che ospitale. D’altronde, il prezzo reale di quella t-shirt in offerta a 5 euro qualcuno deve pagarlo, e non sono certo i CEO delle grandi catene. Questo avviene specialmente nei Paesi in via di Sviluppo dove nessuno può lamentarsi di una paga ben maggiore rispetto a quella che potrebbe rendere, per esempio, l’agricoltura, ormai monopolizzata da poche, potentissime multinazionali. E che, tra le altre cose, sta affrontando una grave crisi anche a causa del riscaldamento globale.

Il Second Hand September per non dimenticare

Questo fantomatico stipendio maggiore, però, non è sufficiente per la quantità di ore lavorative necessarie a produrre migliaia di capi che ogni mese adornano i negozi scintillanti dei centri commerciali. In più, le fabbriche di vestiti a basso prezzo spesso non sono a norma. Inutile ricordare la strage avvenuta nel 2013 nella provincia di Dacca, capitale del Bangladesh, dove è crollata un’industria tessile provocando 1.129 morti e 2.515 feriti.

Uno degli obiettivi di Oxfam è quindi quello di indurre le persone a prendere consapevolezza dei loro acquisti e cambiare, anche di poco, le loro abitudini. Basterebbe, infatti, farsi un giro in un qualunque negozio dell’usato, specialmente americano, per rendersi conto di quanti capi di abbigliamento esistano nel mondo. Ma, sopratutto, quanti ogni mese ne vengano scartati. Secondo la stessa Oxfam, soltanto nel Regno Unito finiscono nella discarica 13 milioni di tonnellate di vestiti. Questi, inoltre, sono spesso non riciclabili e alimentano il problema delle sostanze tossiche emesse a causa degli inceneritori.

Leggi anche: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

L’impronta ecologica dei vestiti

La maggior parte dei vestiti che indossiamo, infatti, non sono di qualità elevata proprio a causa della compulsiva voglia di acquistarne ogni mese di nuovi. Non sarebbe infatti possibile, per una famiglia di medio status economico, acquistare la stessa quantità di capi ma più pregiati e che abbiano quindi un minore impatto ambientale.

E comunque, a dirla tutta, qualunque tessuto cui siamo ormai abituati ha un’impronta ecologica molto alta. Per produrre una maglietta sono infatti necessari circa 2700 litri d’acqua. Di questi il 45% è necessaria per l’irrigazione, il 41% è dato da quella piovana evaporata e il 14% rappresenta l’acqua reflua inquinante, che deriva dall’uso di prodotti chimici nei campi e nelle lavorazioni tessili. Per capirci, ci vorrebbero 13 anni perché un uomo beva l’acqua necessaria a produrre una t-shirt e un paio di jeans. Per questo la speranza è che il Second Hand September non solo riduca la produzione globale di nuovi capi di abbigliamento, ma convinca le persone ad assumere un comportamento virtuoso durante tutto l’anno.

Leggi anche: “Armani contro la fast fashion: “è immorale”

Come fare il Second Hand September

Indossare solo (o quasi) capi usati è infatti non solo possibile, ma anche molto conveniente. Il sito Armadio Verde, per esempio, promuove l’economia circolare dei vestiti. Il servizio permette a chiunque di inviare capi di abbigliamento in cambio di cosiddette “stelline”. Questo capo verrà poi messo in vendita sul sito stesso ad un prezzo corrispondente alla quantità di stelline ad esso attribuite. I prezzi, ovviamente, non sono alti e tramite questo servizio è possibile rifarsi il guardaroba di un’intera stagione con una spesa davvero irrisoria.

Se invece volete evitare di alimentare il mercato delle spedizioni on-line e ridurre il vostro impatto quasi a zero il nostro consiglio è quello, prima di tutto, di ricorrere a un vero e proprio scambio di vestiti con amici e familiari. Oppure, negli ultimi anni stanno nascendo moltissimi negozi di vestiti usati, specialmente nelle grandi città. A New York, e in generale negli Stati Uniti, se ne trovano a centinaia. A Milano il più famoso è Humana, People to People, che si occupa di sostenere, con i loro ricavi, le persone in difficoltà nei paesi del terzo mondo.

Il nostro consiglio è quello, ogni qualvolta ci si trova in una città con l’intenzione di fare shopping, cercare subito sulle mappe “negozi dell’usato”. Rimarrete sorpresi e spesso soddisfatti da ciò che troverete in queste attività commerciali che ancora soffrono di etichette negative e pregiudizi.

È invece arrivato il momento di cambiare mentalità, perché il principio di non acquistare nuovi capi e di utilizzare quelli che sono già stati prodotti nei decenni può portare beneficio sia all’ambiente, sia ai Paesi più poveri, sia alle nostre famiglie. Acquistando solo capi usati, infatti, non alimentiamo quell’industria malata il cui unico scopo è rincorrere l’ultima moda. La quale, come sappiamo, una volta raggiunta sarà già sorpassata.

Disastro alle Mauritius: in mare mille tonnellate di petrolio

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Il 25 agosto un’ombra nera si è stagliata sulla splendida e quasi incontaminata isola Mauritius, al largo dell’Oceano Indiano. Una nave cargo che trasportava carburante si è infatti incagliata vicino alla costa, tra i colorati intrecci della barriera corallina. Colori che hanno lasciato il posto alla macchia nera di petrolio che è presto fuoriuscita dalla nave. Questo ha causato a Mauritius un gravissimo disastro ambientale.

Come è avvenuto il disastro alle Mauritius

Mille delle quattromila tonnellate di petrolio presenti sull’imbarcazione si sono infatti riversate nel mare, interessando circa 15 chilometri di costa e causando danni incalcolabili all’ecosistema. Fortunatamente tutto l’equipaggio è stato evacuato prima della frattura e, successivamente, dell‘affondamento.

La nave è infatti stata volontariamente affondata dal team di salvataggio, dopo che questo si è occupato di chiudere la falla della nave spezzata e aspirare tutto il carburante possibile. Motivo? La prua era rimasta “sospesa” sulla barriera corallina. Happy Khambule, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace Africa, aveva avvisato che, tra tutte le opzioni disponibili, questa fosse la peggiore. Affondando la nave infatti si metterebbe a rischio la biodiversità e si contaminerebbe l’oceano con ingenti quantità di tossine derivate da metalli pesanti.

Disastro Mauritius: danni incalcolabili

In più, il 26 agosto sono stati rinvenuti sulle coste dell’isola ben 39 delfini e due balene spiaggiati. La prima ipotesi era ovviamente quella di un soffocamento dovuto al catrame. L’autopsia non ha però rilevato tracce significative di petrolio nell’apparato digerente per confermare questa opzione. Il motivo dello spiaggiamento di un così alto numero di cetacei sulle spiagge di Mauritius, dove nel mese di maggio dell’anno scorso ne erano stati trovati soltanto due, potrebbe essere legato proprio all’affondamento della nave.

L’ambientalista Sunil Dowarkasing afferma che i cetacei sono molto sensibili ai suoni. L’esplosione conseguente all’affondamento della nave potrebbe quindi averli spaventati, portandoli a risalire in superficie troppo velocemente, sperimentando la cosiddetta “malattia da decompressione”, che talvolta colpisce anche i sub. Un’altra opzione è quella per cui alcuni leader del branco, in preda al panico, si siano diretti verso la spiaggia e che gli altri li abbiano seguiti.

Un’economia al collasso

Oltre alle conseguenze più immediate, poi vi sono quelle a lungo termine. Abbiamo già menzionato i danni agli ecosistemi marini, già in grave pericolo. A causa del riscaldamento globale e dell’acidificazione degli oceani, i coralli ancora “in vita” nell’isola Mauritius si sono ridotti del 70% tra il 1997 e il 2007. Moltissimi pesci, uccelli dipendono quasi totalmente dalla barriera corallina per sopravvivere. Per gli abitanti delle Mauritius, di conseguenza, è una fruttuosa fonte di cibo, commercio e turismo.

Leggi il nostro articolo “Happy World Reef Day. Persi l’80% dei coralli”

Le spiagge, poi, si sono ridotte di circa 20 metri a causa dell’innalzamento del livello del mare. Dopo questo ulteriore disastro ambientale l’economia dell’isola è realmente sull’orlo del collasso e, ancora una volta, la colpa non è loro bensì delle società più sviluppate. La nave MV Wakashio, neanche a dirlo, era di proprietà giapponese.

Qualche soluzione al disastro di Mauritius

Per il momento si sta cercando di salvare il salvabile. Proprio una settimana prima del disastro è stato pubblicato uno studio in Australia che dimostrava l’efficacia dei capelli umani nell’assorbire il petrolio, Così, attraverso l’ente no-profit Sustainable Salons, sono state donate all’isola 10 tonnellate di capelli, a loro volta messe a disposizione dai parrucchieri australiani aderenti all’iniziativa, con lo scopo di bloccare il flusso di petrolio nel mare.

Poiché l’isola vicina a Mauritius, Reunion, è sotto giurisdizione francese, il presidente Macron ha inviato un aereo militare con attrezzature per monitorare l’inquinamento, oltre che una nave a supporto. Anche il governo di Tokyo invierà una squadra di esperti per soccorrere l’ambiente e gli abitanti dopo il disastro. Nella giornata di sabato, poi, centinaia di persone sono scese in piazza nella capitale di Mauritius Port Luis per chiedere che sia aperto un processo per trovare il colpevole dell’accaduto ed avere così giustizia. Per il momento solo il capitano della nave e il suo secondo sono stati arrestati.

Evacuazione a Courmayeur: il ghiacciaio può crollare

evacuazione courmayeur

Quando scriviamo che i cambiamenti climatici sono già qui ci riferiamo anche a questo. Il 5 agosto 2020 sono state evacuate circa 70 persone che alloggiavano ai piedi del ghiacciaio di Planpincieux, a Courmayeur, nella bassa Val Ferret. Il caldo inusuale, infatti, potrebbe farlo crollare.

Un caldo inusuale

Il sindaco di Courmayeur, illustrando il motivo dell’evacuazione, ha chiarito la portata del rischio. Un’ enorme calotta di ghiaccio del volume di 500.000 metri cubi potrebbe staccarsi dal ghiacciaio da un momento all’altro. Sarebbe un po’ come se un Duomo di Milano composto di acqua e ghiaccio si riversasse sull’area ai piedi del Planpincieuxv. Per evitare una strage, residenti e turisti sono stati evacuati e al momento la piccola località è rimasta deserta.

La causa di un possibile crollo sarebbe da trovarsi, neanche a dirlo, nell’aumento delle temperature. In particolare, si è verificato uno shock termico dovuto a un clima decisamente troppo caldo per la zona, seguito da un’ondata di freddo improvvisa. Non stupisce, visto che l’Italia è una delle nazioni che più sta subendo l’aumento delle temperature globali. La temperatura media nazionale è infatti aumentata di circa 2,5°C rispetto al periodo 1880-1909, il doppio del valore medio globale.

I ghiacciai si sciolgono sotto i nostri occhi

Quella della Val Ferret è un’anomalia che sta sempre più diventando una norma.  L’ultimo Catasto dei ghiacciai italiani, pubblicato nel 2015, dimostra che in 50 anni la superficie dei ghiacciai italiani è passata da 527 kmq agli attuali 370 kmq, riducendosi di quasi un terzo. La stessa area del Massiccio del Monte bianco era già stata dichiarata a rischio lo scorso settembre, quando si era evidenziato il potenziale crollo di 250.000 metri cubi di ghiaccio. In pochi mesi il rischio è raddoppiato.

Il trend globale non è sicuramente rincuorante. Il Pianeta ha infatti già perso 5000 giga tonnellate di ghiaccio, una superficie grande quanto la Spagna. Il documentario Chansing Ice, sul quale abbiamo scritto un articolo, è illuminante a riguardo. Per esempio, mostra come il ghiacciaio Ilulissat, in Groenlandia, si stia ritirando molto più velocemente della norma. Ci sono infatti voluti 100 anni, dal 1900 al 2000, perché Ilulissat si ritirasse di 12 chilometri. Dopodiché, dal 2000 al 2010, in soli 10 anni, si è ritirato di 14,4 chilometri.

Vanda Bonardo, responsabile nazionale Legambiente Alpi, ha affermato che” l’emergenza climatica sta enormemente accelerando i crolli e la fusione dei ghiacciai. Seppur si tratti di un ghiacciaio da sempre soggetto a crolli e per questo monitorato costantemente da diverso tempo, ma si è vista una massa così grande in movimento. Chiediamo che il Paese affronti le emergenze climatiche al più presto in maniera sinergica e attraverso azioni e politiche di mitigazione e adattamento al clima di ampio raggio, ragionando al tempo stesso sul futuro dei territori montani e delle montagne, un ecosistema estremamente fragile che va difeso e tutelato”.

Frutta e verdura di stagione per il mese di agosto: cosa comprare

frutta e verdura di agosto

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale. 

Verdura di stagione del mese di agosto

  • Peperoni: I peperoni sono gli alimenti che, se consumati crudi, contengono le maggiori quantità di vitamina C. Sono anche ricchi di acqua, fibre e sali minerali (soprattutto potassio). I peperoni sono anche un’ottima fonte di betacarotene, dal potere antiossidante
  • Melanzane: Ricche di potassio e fonte di fibre, le melanzane sono utilissime per il riequilibrio della funzionalità epatica. Inoltre presentano proprietà ipocolesterolemizzanti oltre che lassative. Aiuta in caso di anemia, aterosclerosi, oliguria e gotta. Infine ha virtù depurative, diuretiche ed antinfiammatorie.
  • Pomodori: sono ricchi d’acqua (oltre il 94%) e i grassi rappresentano solamente lo 0,2%. Contiene sopratutto vitamina E, che assicura proprietà antiossidanti e vitaminizzanti. Cospicua anche la componente minerale come ferro e calcio, per questo i pomodori sono rimineralizzanti ed antiradicalici. Infine, grazie agli acidi organici, favoriscono la digestione.
  • Zucchine: hanno un elevato contenuto di acqua e pertanto sono diuretiche e molto digeribili. Il colesterolo è assente. Contiene vitamina C, A e acido folico. Contengono sali minerali, sopratutto potassio e manganese.
  • Cetrioli: ricchi di acqua, vitamine (B6, C, K), sali minerali (magnesio e potassio) e fibre. Hanno proprietà rinfrescanti, diuretiche, depurative e antigottose.
  • Fagiolini: hanno un’elevatissima quantità di acqua (circa il 90%). Sono ricchi di fibre, sali minerali, vitamina A e C. I fagiolini vantano proprietà diuretiche e rinfrescanti dell’apparato gastro-intestinale, oltre che rimineralizzanti. Sono un ottimo alleato in caso di stitichezza.
  • Ravanello: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e sali minerali. Rilassa il sistema muscolare e aiuta contro le affezioni polmonari. Ha proprietà antisettiche e antibatteriche. Depura i reni, stimola la digestione e ha proprietà lassative.
  • Fave: sono ricche di proteine e fibre vegetali, che abbassano il colesterolo, e sono povere di gassi. Contengono ferro, sali minerali, vitamina B1 e vitamina A, importante per la salute della pelle. Da evitare se si soffre di favismo.
  • Sedano: vanta un bassissimo contenuto calorico poiché è ricchissimo di acqua. Rappresenta una fonte di sali minerali, quali ferro, manganese e potassio, oltre ad essere ricco di antiossidanti (vitamina A, C ed E).
  • Piselli: legumi contenenti una modesta quantità di proteine. Presentano moltissimo acido folico, vitamina indispensabile per il bene del feto e per prevenire patologie cardiovascolari. I piselli sono ricchi di vitamina C e di sali minerali.
  • Patate: ricche di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Lenticchie: legumi ricchi di proteine, fibre, ferro, magnesio e potassio. Sono molto nutrienti ed energetiche, hanno proprietà antiossidanti e aiutano la concentrazione e la memoria.
  • Erba Cipollina: contiene vitamina C e vitamine del gruppo B. Ha un’alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre.
  • Cece: legume ad alto contenuto proteico e di acidi grassi insaturi come Omega 6. Contengono anche fibre, vitamine del gruppo B e minerali.
  • Carota: ricca in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Ha una buona presenza di sali minerali, vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Rucola: presenta vitamina C, potassio, fosforo e ferro. Favorisce la digestione ed è benefica per il fegato.
  • Basilico: ricco di vitamina k manganese. È un’ottima fonte di rame e vitamina C, oltre che di calcio, ferro, acido folico e acidi grassi omega 3. Aiuta a proteggere la struttura delle cellule e ha proprietà antibatteriche.
  • Prezzemolo: è ricchissimo di vitamine C, A, K, acido folico e altre vitamine del gruppo B. Presenta anche minerali tra cui potassio, calcio e ferro. Aiuta a depurare l’organismo e a tenere sotto controllo la glicemia.
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Bietola: contiene fibre, vitamine e sali minerali come potassio e ferro.
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro, il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Hanno proprietà antiossidanti e hanno un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Aglio bianco e rosso: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Lattuga: ha un elevato contenuto di fibre e di vitamine (C, B2 ed E). Contiene potassio, il che rende la lattuga una buona alleata per gli sportivi.
  • Cipolla: l’alta componente di acqua la rende diuretica, la piccola parte di fruttosio la rende un alimento energetico. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.

Frutta di stagione del mese di agosto

  • Anguria: è un frutto ricchissimo di acqua, che rappresenta circa il 95%, e ha un elevato potere saziante. Contiene diversi tipi di vitamine e minerali, quindi è ottima per recuperare le sostanze perse con la sudorazione e in caso di spossatezza dovuta all’afa estiva. Presenta inoltre diversi tipi di antiossidanti come il licopene, a cui deve il suo colore rosso.
  • Fichi: I semi, le mucillagini, le sostanze zuccherine esercitano delicate proprietà lassative. Nei fichi freschi sono contenuti enzimi digestivi che facilitano l’assimilazione dei cibi. I fichi svolgono un’azione caustica e proteolitica a difesa della pelle. Oltre che di potassio, ferro e calcio, i fichi sono anche ricchi di vitamina B6.
  • Melone: il melone rientra tra i frutti più dolci e nel contempo dissetanti in assoluto. La quantità di acqua in esso contenuta supera spesso il 90%. Il melone è ricchissimo di vitamine e di sali minerali: tra le vitamine si ricorda soprattutto la A. Contiene tracce di vitamina B1 e B2 ed è una buona fonte di potassio.
  • Albicocca: le albicocche fresche sono ricche di acqua, vitamine (A e C), sali minerali (potassio) e fibre.
  • Frutti di bosco: contengono acqua e fibre in abbondanza, e apportano un quantitativo di zuccheri (fruttosio) di media entità. Contengono vitamine, antiossidanti e sali minerali. Sono utili nella moderazione dell’ipercolesterolemia.
  • Mele: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Pere: contengono vitamine e sali minerali (potassio) e hanno un alto contenuto di fibre, per questo sono molto sazianti. Modulano l’assorbimento intestinale dei lipidi e prevengono i disturbi dell’intestino crasso.
  • Pesche: contengono sali minerali quali potassio, magnesio e fosforo e vitamine (C, E, B3). Presenta anche antiossidanti quali il beta-carotene, ha proprietà antiossidanti, anti-tumorali e riduce la pressione arteriosa.
  • Prugne: contengono buone quantità di vitamina C e vitamina K (antiemorragica), ma anche di sali minerali quali potassio, magnesio e manganese. Le prugne sono ricchissime di fibre, per questo sono note per la loro eccellente azione lassativa.

Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura faccia anche le consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare orti. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

Nuovi migranti climatici da Somalia e Bangladesh

migranti climatici

Quando si parla di migranti climatici è difficile trovare un focus sul quale concentrarsi, viste le innumerevoli motivazioni che spingono milioni di persone a fuggire dalla propria terra a causa del clima che cambia. Oggi, però, parliamo in particolare delle alluvioni che hanno colpito Somalia e Bangladesh nelle recenti settimane.

I migranti climatici somali

In Somalia si è scatenata la terza alluvione in nove mesi. Il Paese, già provato dalla guerra che prosegue da decenni, dall’invasione delle locuste e, più recentemente, dalla pandemia di Covid-19, è stremato. Come denuncia Save the Children, circa 150.000 bambini, una delle categorie di persone più fragili e più numerose della nazione, sono in fuga insieme alle famiglie dalle loro case nel sud della Somalia. Hanno inoltre lasciato alle loro spalle ben 33 mila ettari di terreno ormai non più coltivabile nel breve periodo.

Leggi anche: Effetto serra effetto guerra. L’umanità che si autodistrugge.

L’Ufficio di Coordinamento per gli Affari Umanitari dell’Onu elenca dati ancora più strazianti. Si stima che 149.000 ettari di terreni agricoli siano stati danneggiati dalle inondazioni in 100 villaggi di Jowhar, nei distretti di Mahaday e Balcad, appartenenti alla regione del Shabelle. Soltanto il 14 e il 15 luglio 15 mila famiglia sono state sfollate e destinate ai campi profughi. Nel distretto di Balcad, il 23 al 25 luglio sono esondati dei fiumi che hanno provocato lo sfollamento di oltre 4.100 persone e inondato oltre 1.421 ettari di terreni agricoli. Questi sono solo alcuni dei tantissimi, tristi numeri che riguardano la Somalia e i suoi migranti climatici.

Le alluvioni in Bangladesh

Mentre il Bangladesh sta ancora cercando di riprendersi dopo il super ciclone Amphan che si è abbattuto sull’area il mese scorso, una crisi umanitaria ancora maggiore incombe su questi stessi territori. Infatti questa stagione monsonica è stata una delle più violente degli ultimi decenni. Secondo la Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, 9,6 milioni di persone sono state affette da disastri ambientali in Bangladesh, Nepal e India nord-orientale, delle quali 550 hanno perso la vita.

Anche qui, il problema non è soltanto relativo alla perdita di terreni e al dislocamento di milioni di persone. Come ha dichiarato Rezaul Karim Chowdhury, direttore esecutivo della ONG Coast, in Bangladesh, “il paese è stato bloccato per quattro mesi (a causa del Covid-19, ndr.) e questo ha avuto un impatto molto forte sul Paese. Il 40% del reddito degli abitanti delle zone rurali, infatti, proveniva dalle aree urbane e all’improvviso i lavoratori hanno smesso di inviare soldi a casa”.

Gli abitanti delle zone periferiche si sono trovati così a vivere con i pochi prodotti ricavati dai terreni. Terreni che ora non producono più nulla a causa del ciclone Amphan e dai monsoni. Un terzo della popolazione è quindi ora sotto la soglia di povertà.

Non solo alluvioni: il viaggio straziante dei migranti climatici

Assistere a un’alluvione deve essere un’esperienza terribile, da tutti i punti di vista. Per i migranti climatici, però, questo è solo l’inizio. Le persone colpite perdono tutto. Casa, terreni, talvolta le persone care. Sono poi costretti a vivere per mesi, forse anni in campi profughi sovraffollati, non attrezzati e che spesso sono un concentrato di sporcizia e malattie. Il Covid-19 ha infatti peggiorato la situazione di tutti i campi profughi del mondo. In più le acque stagnanti delle alluvioni attraggono le zanzare che, sopratutto nel caso dell’Africa, sono ancora veicolo di malattie come la malaria.

Se poi queste persone volessero spostarsi in un luogo più sicuro e con più opportunità per rifarsi una vita, la loro situazione si complica ulteriormente. Potrebbero infatti voler migrare fuori dalla nazione colpita o anche dallo stesso continente. Dovrebbero così affrontare tutti i pericoli e le problematiche di cui noi italiani abbiamo un assaggio ogni qualvolta un’imbarcazione viene intercettata nel mediterraneo.

La causa sono anche i cambiamenti climatici

Il tutto è ancora più grave se inserito nel quadro dei cambiamenti climatici. Le alluvioni non faranno che aumentare nel corso degli anni. Il caldo, infatti, causa un aumento di vapore acqueo nell’aria e un accumulo di energia che favorisce la formazione di violenti nubifragi. Inoltre, se prima questi eventi erano localizzati nella zona equatoriale, adesso si stanno spostando verso zone tradizionalmente più temperate, come la stessa Italia. Lo dimostrano le recenti alluvioni di Palermo e di Milano (leggi qui il nostro articolo su Palermo).

Secondo la Banca Mondiale entro il 2050 vi saranno oltre 140 milioni di profughi interni, che si muoveranno per cercare un clima più favorevole. Philip Alston, relatore speciale dell’ONU, ha affermato che il riscaldamento globale “potrebbe condurre oltre 120 milioni di persone in povertà entro il 2030. E lo sta già facendo.

Un altro aspetto da non sottovalutare è che fino ad oggi le abitudini di consumo che hanno causato la crisi climatica sono derivate dai paesi più sviluppati del mondo. Le conseguenze maggiori della crisi, però, si abbattevano su coloro che con le emissioni di gas fossili non avevano nulla a che fare (come, appunto, la Somalia e i paesi africani).

Sempre secondo Alston, i Paesi che sono responsabili di appena il 10% delle emissioni totali del pianeta, subiranno il 75% delle conseguenze del clima che cambia. Adesso, però, le cose stanno cambiando e, forse, quando i disastri ambientali colpiranno con sempre maggiore frequenza l’Occidente, la bilancia tornerà sul suo asse.

Leggi anche: “Solo i ricchi si salveranno. Allarme ONU sul climate change”.