Enormi teli anti-fusione sui ghiacciai alpini

ghiacciai alpini

L’enorme telo disposto sulla superficie del Rhone, il più antico dei ghiacciai alpini, il quale è situato in Svizzera, rappresenta l’enorme contraddizione nella quale ormai l’umanità si auto-costringe a vivere. Il fatto cioè che la tecnologia può costituire la soluzione alla crisi climatica, indotta proprio da quella stessa tecnologia.

Come funzionano i teli sui ghiacciai alpini

Questo tipo di tecnologia è stata già utilizzata nel corso degli anni su vari ghiacciai alpini e, non lo neghiamo, ha ridotto di molto lo scioglimento dei ghiacciai. Per esempio, il telo disposto sul Presena, appartenente al gruppo della Presanella, in Trentino-Alto Adige, ha ridotto lo scioglimento del ghiaccio del 52%. Questo avviene perché i teli sono di un materiale e di un colore (bianco molto acceso) che riflettono la luce e impediscono alla neve e al ghiaccio sottostanti di raggiungere temperature troppo elevate.

Questa temporanea vittoria, però, non deve illuderci che abbiamo tra le mani la soluzione al cambiamento climatico. Molte associazioni ambientaliste, Legambiente in testa, sono scettici a riguardo. Vanda Bonardo, responsabile Alpi per Legambiente e presidente del Comitato internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra) ha rivelato all’ANSA che i teli sono solo un palliativo o un accanimento terapeutico, ma non sono la soluzione. Anzi, sottolinea, rappresentano un rimedio solo temporaneo che trasmette però all’opinione pubblica una illusione errata, che i ghiacciai così si possano salvare“.

Telo sul ghiacciaio Presena

I media esultano per i ghiacciai alpini preservati

Lo dimostra l’articolo trionfante di Repubblica in merito ai teli sul Presena. Uno dei giornali più importanti e più letti in Italia, infatti, non solo esultava per i teli che preservavano i ghiacciai nei mesi estivi, ma elogiava anche gli sparaneve; i quali sono una contraddittoria soluzione per proteggere i ghiacciai durante l’inverno. Senza naturalmente sapere che i cannoni sparaneve sono una delle tecnologie più dannose per il clima.

In primo luogo, la neve artificiale ha un potere isolante molto inferiore a quella naturale. Per crearla è richiesta una enorme quantità di energia. Come abbiamo ampiamente trattato in questo articolo riguardo alla neve artificiale dell Ski Dubai, per produrre una tonnellata di neve si consumano circa 5,6 kWh. In una notte le macchine ne producono circa 50 tonnellate, consumando in questo lasso di tempo quello che un frigorifero di classe A consuma in un anno. Come se non bastasse, per coprire una pista lunga un chilometro, le tonnellate di neve necessarie sono 10 mila. Come ho accennato prima, poi, la neve artificiale ha una densità molto maggiore rispetto a quella naturale (400-500 km/ m³ contro 200-300 km/ m³) e per questo ne serve molta di più.

L’evidenza della contraddizione

Tornando ai teli, sarebbe interessante sapere di che materiale sono fatti e come verranno smaltiti. Si tratta infatti di enormi quantità di stoffa (sul Presenta si è arrivati a coprire 100 mila metri quadrati di ghiaccio). Non è poi da escludere che al suo interno sia contenuto anche del materiale plastico, proprio per il suo potere riflettente. La produzione del telo, quindi, sarebbe possibile soltanto tramite l’estrazione di petrolio e, quindi, alimenterebbe essa stessa il riscaldamento che sta sciogliendo i ghiacciai. La contraddizione, qui, è abbastanza evidente.

Non bastano quindi i dati allarmanti relativi allo scioglimento dei ghiacciai, alpini e non. Solo negli ultimi 100 anni i ghiacciai delle Alpi si sono infatti dimezzati. Di questo volume perso, il 70 per cento si è registrato solo negli ultimi 30 anni. Come ha affermato Renato Colucci, glaciologo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), tutti i ghiacciai che si trovano al di sotto dei 3500 metri di altitudine scompariranno nei prossimi 30 anni. Il che significa che quasi tutti i ghiacciai alpini non vedranno l’alba del 1 gennaio 2051.

L’unica vera e permanente soluzione è quella di tagliare le emissioni e cambiare il nostro stile di vita.

Polveri sottili: cosa sono e quali effetti hanno

polveri sottili

Le polveri sottili sono l’insieme di micro particelle, sia solide che liquide, presenti nell’aria. Il termine tecnico è particolato atmosferico ed è costituito da pulviscoli di origine sia naturale che antropica, in grado di minare la nostra salute.

Composizione delle polveri sottili

Le polveri sottili possono essere costituite da diversi componenti chimici quali metalli pesanti, solfati, nitrati, ammonio, carbonio organico, idrocarburi aromatici policiclici, diossine/furani. In particolare, il particolato costituito da ossidi di azoto (NOx) e biossidi di zolfo (SO2) si formano tramite processi di combustione di materiali che contengono impurità. Le maggiori responsabili di questo tipo di particolato sono le industrie.

Il particolato costituito da ammonio, invece, deriva dall’ammoniaca la cui presenza in atmosfera è dovuta principalmente dalle attività agricole. Il carbonio organico (OC) è un composto di origine sia naturale che antropogenica ed è prodotto principalmente da traffico, riscaldamento, industrie, combustione di biomasse. I metalli possono essere sia di origine naturale come le polveri sahariane e la risospensione di materiale crostale, che antropogenica. In questo caso le polveri sottili derivano dalla combustione, dalle industrie, dal traffico, dall’usura dei freni e della strada).

Quanto sono grandi?

Le due categorie principali di polveri sottili sono il particolato grossolano, che è costituito da particelle con un diametro di più di 10 micron, e il particolato fine. Di quest’ultimo si divide in due tipi:

  • PM10 (PM = Particulate Matter): è anche detto particolato grossolano. Si tratta di particelle con un diametro di 10 micron o inferiore.
  • PM2.5 : è anche detto particolato fine. Si tratta di particelle con un diametro di 2.5 micron o inferiore.

Il diametro di un capello è di circa 70 micron. Queste particelle, quindi, sono molto fini e pertanto inalabili. Il particolato grossolano è in genere trattenuto dalla parte superiore dell’apparato respiratorio (naso e laringe). Il PM10 è in grado di penetrare nel tratto respiratorio superiore e oltre (naso, faringe e trachea). Il PM2.5 può penetrare profondamente nei polmoni, specialmente con la respirazione dalla bocca. Il particolato ultra fine penetra fino agli alveoli, mentre quello costituito da particelle con un diametro misurabile in nanometri (1 nanometro corrisponde a PM 0,001) può arrivare a raggiungere il nucleo delle cellule. Il particolato ultra-fine, misurabile in nanometri (fino a 600nm) rappresenta più dell’80% del numero totale nm) di particelle, mentre diminuisce notevolmente passando alle dimensioni maggiori.

Gli effetti negativi delle polveri sottili sulla salute

L’esposizione acuta al particolato può causare difficoltà respiratorie. Quella prolungata è associata a un aumento di malattie respiratorie quali bronchiti croniche, asma e riduzione delle funzionalità respiratorie. L’esposizione cronica, specialmente alle polveri più fini che penetrano in profondità nel sangue, è associata a un incremento del rischio di tumore delle attività respiratorie.

Secondo Legambiente, sono oltre 412 mila all’anno le morti premature in Europa dovute a un’eccessiva esposizione alle polveri sottili. L’Italia si trova al primo posto di questa classifica. Solo nel 2019 sono morte 60 mila persone per malattie respiratorie acute, patologie polmonari ostruttive, ischemia, tumore ai polmoni e infarto. Dei 3,9 milioni di persone che in Europa sono minacciate da Pm2,5 e 10, ben il 95% vive in Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, che è tra le aree più inquinate d’Europa. La legge prevede che per il PM10 non si superino i 50 microgrammi per metro cubo. A Gennaio 2019, però, è Milano sono stati registrati 90 microgrammi per metro cubo, a Torino 94 microgrammi per metro cubo.

Leggi anche: Milano vuole tenere basso l’inquinamento anche dopo il virus

E quelli sull’ambiente

Il particolato è dannoso anche per l’ambiente. Essendo infatti le particelle molto fini, vengono facilmente trasportate su lunghe distanze dal vento e posarsi su acque e terreni. A seconda della loro composizione chimica, gli effetti sull’ambiente possono includere:

  • Acidificazione dei corsi d’acqua
  • Alterazione dell’equilibrio nutrizionale delle acque costiere e dei grandi bacini fluviali
  • Esaurimento dei nutrienti del suolo
  • Danneggiamento delle foreste e delle colture
  • Compromissione della varietà ecosistemica
  • Acidificazione delle piogge

I possibili rimedi per l’inquinamento da polveri sottili

La principale causa della presenza di particolato nell’aria è il riscaldamento domestico. Non a caso la concentrazione di polveri sottili nell’aria nella zona di Miano, per fare un esempio, è molto più alta nel periodo invernale. Anche i veicoli a motore giocano la loro parte. Tutti i combustibili fossili utilizzati per far funzionare le automobili sono additabili come colpevoli. Il peggiore, in questo senso, è la benzina. Ma anche il Diesel che, oltretutto, è la peggiore alternativa in termini di emissioni di CO2. Un ruolo primario è anche giocato, più in generale, dall’inquinamento derivante dalle fabbriche.

I possibili rimedi sono dunque individuabili in tutte quelle alternative a basse emissioni: riscaldamento alimentato da pompe di calore, veicoli elettrici o, più in generale, mobilità sostenibile ed una conversione olistica del sistema economico. Tutte alternative già esistenti, la cui implementazione deve essere stimolata tanto dallo Stato quanto dalla volontà dei cittadini. Le polveri sottili causano, solo in Italia, 80.000 morti premature all’anno. È ora di correre ai ripari.

Fonti:

United States Environmental Protectiion Agency

Ministero della salute

Report Mal’Aria di città 2020 di Legambiente

Il Post

Nubifragio Palermo: non siamo pronti alla crisi climatica

nubifragio palermo

Di fronte al cambiamento climatico l’umanità non è ancora pronta. Lo dimostra il nubifragio che ha colpito Palermo il 15 luglio 2020, che ha visto cadere oltre 130 mm di acqua in poco meno di 2 ore. Per avere un’idea, nei 3 i mesi estivi (giugno, luglio e agosto) la somma totale delle precipitazioni è di circa 55 mm. Questo valore non si raggiungeva dal 1790, da quando cioè si rilevano i dati. Fortunatamente non è stata registrata nessuna vittima, ma i danni alla città e alle sue infrastrutture sono stati ingenti.

Il dissesto idrogeologico

In Italia purtroppo sentiamo parlare spesso di dissesto idrogeologico. Questo fenomeno consiste nei danni reali o potenziali causati dalle acque, superficiali o sotterranee. Le manifestazioni più tipiche dei fenomeni idrogeologici sono frane, alluvioni, erosioni costiere, subsidenze e valanghe.

Leggi anche: “Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie: l’immagine di un fallimento”

Vi sono alcuni fattori che predispongono un territorio al rischio idrogeologico. Il primo è la conformazione geologica, ovvero l’insieme di rilievi e bacini idrografici di piccole dimensioni, quindi più predisposti alle piene. Conta poi la presenza di corsi d’acqua in una determinata area, e Palermo ne è ricca. Come ha affermato in un’intervista il professore Valerio Agnesi, geologo e direttore del Dipartimento di Scienze della terra e del mare dell’Università degli Studi di Palermo, il capoluogo siciliano era stato scelto dai Fenici per l’ingente presenza di acqua. In particolare vi erano due fiumi, il Kemonia e il Papireto, oggi scomparsi, che delimitavano l’antico centro storico. Con il tempo sono stati interrati e cementificati per permettere lo sviluppo urbano moderno. Ma la natura, prima o poi, vuole restituiti i suoi spazi.

Ecco che allora si aggiunge un altro importante fattore causa dell’aumento del rischio idrogeologico, cioè le attività umane. Tra queste spiccano la concentrazione di persone nelle città, il consumo di suolo e la cementificazione, il disboscamento, l’abusivismo edilizio, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua.

Nubifragio Palermo: la città era già a rischio idrogeologico

La città di Palermo, racchiudendo in sé tutte le caratteristiche sopraelencate, è la città italiana fanalino di coda per il rischio idrogeologico, per il verde fruibile e la cementificazione. Lo rivela il rapporto sull’ambiente dell’ISPRA del 2018 dal quale emerge che l’avanzamento della cementificazione in proporzione alla popolazione è aumentato più che in qualunque città italiana. Il consumo di suolo pro capite tra il 2016 e il 2017 a Milano è stato di 156 metri quadrati. A Palermo ha raggiunto i 230 metri quadrati.

La cementificazione in queste zone non risparmia nulla, nemmeno le aree che dovrebbero essere protette, come quelle a rischio sismico e lungo il litorale. In più, l’eliminazione del verde blocca l’azione di assorbimento che terreno e alberi possono implementare all’occorrere di piogge e alluvioni. Inoltre più cemento significa più cambiamenti del suolo e quindi un aumento del rischio di frane e dissesti. Secondo l’ISPRA, a Palermo 17 mila persone vivono in abitazioni a rischio frana, più del doppio di Messina e Catania. 

Perdita di denaro e abusivismo

Vi sono poi, fuori dai radar ufficiali, gli abusi edilizi. Palermo è la seconda città italiana per abuso edilizio dopo Catania, tanto che sono stati registrati quasi 5 mila abusi, cioè il 18 per cento del totale di tutta la Sicilia. Nella sostanza, ben 1,1 milioni di metri quadrati sono stati cementificati illegalmente e al di fuori delle norme urbanistiche.

Il tutto realizzato, probabilmente, con i soldi dei cittadini. Soldi che si aggiungono alle spese ingenti che comporta il consumo di suolo. Sempre secondo l’ISPRA Il consumo di suolo costa fino a 3 miliardi l’anno per la perdita dei servizi ecosistemici. Questi sono:

  • La produzione agricola e di legname
  • Lo stoccaggio di carbonio
  • Il controllo dell’erosione
  • L’impollinazione
  • La regolazione del microclima
  • La rimozione di particolato e ozono
  • La disponibilità e purificazione dell’acqua
  • La regolazione del ciclo idrologico
  • La qualità degli habitat.

In Sicilia la perdita in termini di denaro si aggira intorno ai 42 e 66 milioni di euro.

Nubifragio Palermo: il riscaldamento globale tra i protagonisti

Come se non bastasse, negli ultimi decenni si è aggiunto alla lista il problema del riscaldamento globale, che sta dando il colpo di grazia a una città, una regione, e una nazione già in crisi. L’aumento delle temperature ha interessato in particolare l’area mediterranea, che sta passando da un clima temperato a uno sempre più tropicale.

Nel Bel Paese infatti il termometro nel 2019 è arrivato a +1,56°C rispetto agli anni 1961-1990. L’aumento rispetto al più recente periodo 1880-1909 è invece di circa a 2,5°C, più del doppio del valore medio del riscaldamento globale.

Oltre alla desertificazione, problema che interessa ormai il 70% della Sicilia, e all’acidificazione dei mari, il riscaldamento globale comporta l’aumento dei fenomeni estremi. Proprio come nelle aree tropicali infatti le piogge sono diventate più intense, improvvise e circoscritte nel tempo. Come constatato dalla maggiore associazione agricola italiana Coldiretti, le bombe d’acqua sono aumentate del 22% solo nell’ultimo anno. Sono stati poi registrati 157 eventi estremi come nubifragi, frane, siccità e trombe d’aria che hanno causato la morte di 42 persone, 10 in più rispetto all’anno precedente.

Tutto questo avviene perché l’aumento generale delle temperature favorisce una maggior evaporazione dell’acqua che si traduce in alti tassi di umidità nell’aria e di conseguenza in un surplus di energia disponibile per la formazioni di violenti temporali.

Cosa è stato fatto e cosa si farà?

Come ha dimostrato il nubifragio della scorsa settimana e i danni conseguenti ad esso la condizione di Palermo non è migliorata negli ultimi anni, nonostante gli avvisi da parte di scienziati ed associazioni ambientaliste. Anche a causa dello spaventoso rapporto dell’ISPRA, nell’ottobre del 2019 erano stati stanziati dalla regione Sicilia 174 milioni di euro per contrastare il dissesto del territorio e l’erosione delle spiagge. Si trattava di ulteriori risorse che si aggiungevano ai 155 milioni euro già disponibili per la stessa causa.

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Secondo Legambiente però esisteva il rischio che queste risorse potessero finanziare progetti ispirati a logiche del passato e, quindi, che potessero non solo disattendere l’obiettivo del riequilibrio ambientale, ma provocare nuovi dissesti. Inoltre vi è il problema degli appalti, che vengono sempre vinti dalle stesse imprese, nonostante si siano rivelate fallimentari.

Pare che per il 2020 i comuni siciliani bandiranno le gare dei progetti finanziati da altri 630 milioni provenienti dai Fondi territorializzati del Po-Fesr. Di questi 300 milioni saranno dedicati a 352 progetti di riqualificazione urbana e di siti pubblici e culturali. L’assessore alle infrastrutture siciliano Marco Falcone aveva anche richiamato anche le imprese al senso di responsabilità, elencando tanti casi di lavori aggiudicati in tempi record per dare risposte alle emergenze dei territori e non ancora completati dopo molto tempo a causa delle crisi finanziarie delle aziende appaltatrici.

Il tempo fugge, la paura resta

Il tempo però fugge e ciò che rimane sono la paura e i disagi che hanno dovuto subire gli abitanti di palermo durante il nubifragio. I politici, compreso il sindaco della città Leoluca Orlando se ne sono lavati le mani, scaricando il barile sulla mancata allerta della protezione civile. Oltre un metro di pioggia è caduta a Palermo in meno di 2 ore – ha affermato il primo cittadino di Palermo. Una pioggia che nessuno, nemmeno i metereologi che curano le previsioni nazionali, aveva previsto, tanto che nessuna allerta di Protezione Civile era stato emanata per la nostra città. Se l’allerta fosse stata diramata, sarebbero state attivate le procedure ordinarie che, pur nella straordinarietà degli eventi, avrebbero potuto mitigare i rischi. 

La realtà dei fatti, però, è che da moltissimi anni Palermo si trova a rischio idrogeologico e da anni gli ambientalisti e gli scienziati mettono in guardia l’umanità sulla crisi climatica, senza però esser ascoltati o presi su serio.

Easy Green Hosting rende internet un po’ più green

easy green hosting

Una sensazione di intesa e fiducia, quella che Easy Green Hosting ci ha trasmesso quando ci ha contattato per un’intervista. L’etica su cui è basato il nostro blog infatti ci impone di selezionare con cura le realtà con cui collaborare e questo sito ci ha subito conquistato.

Cos’è Easy Green Hosting

EasyGreenHosting è una una startup di Web Hosting ecologica che è stata fondata da due nomadi digitali: Giorgio Furlani, che si occupa della parte di Web Design e comunicazione e Michele Pittaro, che invece pensa al supporto tecnico. L’obiettivo di Easy Green Hosting è di rendere il web più pulito e diffondere la consapevolezza di quanto esso sia esponenzialmente sempre più inquinante.

Inizialmente, visto che si trovavano in viaggio, il progetto era nato per supportare i travel blogger che volessero creare il loro sito con il minimo impatto ambientale. Dopodiché si sono chiesti: perché solo i travel blogger? Adesso la loro piattaforma offre domini a chiunque voglia rendere il proprio sito un po’ meno impattante.

Oltre ad utilizzare energia prodotta dal vento, reinvestiamo parte degli introiti nella riforestazione, in modo che ad ogni cliente corrisponda un albero che porta il nome del suo dominio. Ci ha detto lo stesso Michele.

L’impronta ecologica della navigazione

Come sappiamo, non si potrebbe quasi mai parlare di prodotti al 100% “ecologici”, poiché è quasi impossibile trovare servizi, sia virtuali che non, con un’impronta carbonica nulla.Persino navigare sull’Ecopost ha una certa impronta carbonica. Questa è data dal consumo di energia elettrica, la quale in Italia deriva principalmente dalle fonti fossili, ma anche dall’impatto ambientale derivato dalla produzione e distribuzione del dispositivo dal quale stiamo leggendo.

Come abbiamo scritto in questo articolo, una ricerca di Save on Energy intitolata Netflix & COVID_19, the environmental impact of your favourite shows, ha calcolato l’inquinamento apportato dai maggiori film e telefilm della piattaforma streaming più utilizzata la mondo. Birdbox, il film più visto su Netflix, ha emesso circa 66 milioni di chili di CO2. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

Per non parlare degli sponsor di aziende altamente inquinanti. Queste permettono a tanti siti web di sopravvivere e, di fatto, vengono supportati economicamente nelle loro attività da ogni nostro piccolo e apparentemente innocente click.

Il lato positivo della medaglia

Esiste però anche l’altro prezioso lato della medaglia, che sarebbe un peccato perdere. Ovvero il grande potere di Internet di diffondere messaggi positivi, come il benessere ambientale, ma anche i diritti umani (pensiamo a Black Lives Matter e il movimento #metoo) e l’informazione in generale. Possiamo quindi, innanzi tutto, non abusarne, magari scegliendo di trascorrere un po’ del proprio tempo libero leggendo un libro o uscendo all’aria aperta. E, in secondo luogo, possiamo scegliere l’opzione meno impattante.

Easy Green Hosting è una di queste e anche di più perché, come abbiamo detto, oltre ad utilizzare energia rinnovabile, si prodiga per piantare alberi e portare un po’ di respiro al pianeta.

L’intervista di Michele Pittaro all’Ecopost

Riportiamo qui la prima domanda dell’intervista condotta da Michele Pittaro alla sottoscritta. Qui l’articolo integrale.

Il sito L’EcoPost ha una struttura semplice ed un titolo chiaro: una guida alla sostenibilità. Da dove nasce questa passione?

Più che una semplice passione, ritengo che il nostro ormai sia uno stile di vita. Forse, certo, inizialmente era solo una passione, nata in contesti diversi e per diversi motivi. Poi, però, ha portato me e il mio co-fondatore Luigi Cazzola a cambiare il modo di pensare e vivere la nostra vita.

Ci siamo poi resi conto di quanto in Italia la tematica della crisi climatica non sia ancora particolarmente conosciuta. O, se anche lo fosse, veniva vista come qualcosa di marginale e non un motivo per cambiare radicalmente le proprie abitudini.

Per questo abbiamo deciso di creare un sito web che potesse diffondere in Italia le giuste informazioni riguardo a questo argomento, ma soprattutto che potesse dare consigli concreti su come contribuire alla lotta al riscaldamento globale, cambiando il proprio stile di vita e la propria forma mentis.

Visita il sito di Easy Green Hosting per approfondire!

Elezioni comunali in Francia: i verdi stravincono

elezioni francia

In Francia l’onda verde che sta travolgendo l’Europa negli ultimi anni si è trasformata in tsunami, per usare un’espressione dei media della nazione guidata da Emmanuel Macron. Quest’ultimo, che dopo le recenti elezioni comunali, ha constatato il nuovo vento ecologista tra la popolazione francese e ha promesso un nuovo cambio di rotta, questa volta in favore dell’ambiente.

Elezioni in Francia: i comuni che hanno scelto l’ecologia

Nonostante sia presto per parlare di un dominio totale dei verdi, considerando che in molti comuni questi hanno vinto grazie alle coalizioni, lo schieramento del sindaco di Parigi a fianco dell’ambiente fa pensare che un cambiamento sia davvero in atto. La prima cittadina parigina, Anne Hidalgo, è infatti stata rieletta al secondo turno grazie alla coalizione con il partito verde Europe Ecologie-Les Verts (Eelv) guidato da David Belliard. In questo modo Hidalgo ha raggiunto il 48,7% dei voti contro il 33,8% del partito conservatore e il 13,3% del macroniano La République en marche. Insieme, quindi, il partito della Hidalgo e quello ecologista di Belliard, governeranno insieme la capitale francese, una delle città più importanti e influenti d’Europa.

A Lione, la seconda città più importante della nazione, il partito ecologista ha vinto con più del 50% dei voti, così come a Bordeaux, dove l’ambientalista Pierre Hurmic ha superato l’alleanza tra il partito conservatore e quello di Macron, che prima erano a capo della città sancendo così la storica propensione a destra della cittadina.

Anche a Marsiglia si respira un’aria nuova, dopo 25 anni di dominio della destra. Anche qui la vittoria è stata ottenuta grazie a una coalizione tra socialisti, comunisti, Eelv e il partito di sinistra radicale. L’esponente di Eelv Michèle Rubirola non può però ancora cantare completa vittoria, poiché ancora è lontano dalla maggioranza assoluta.

Grenoble, un altro importante snodo cittadino francese, ha rieletto il sindaco esponente dei verdi Eric Piolle. Altri comuni che hanno tinto di verde i muri della città sono stati Strasburgo, Tours, Poitier e Besançon.

Elezioni in Francia. Da cosa deriva la vittoria dei verdi

Come si legge sul Guardian, la pandemia di Covid-19 ha stimolato la sensibilità di molti verso le tematiche ambientali. Le cause della diffusione del virus, ormai si sa, derivano dagli allevamenti intensivi e dal traffico di animali selvatici. Questo ha portato tutta l’Europa a una rinnovata attenzione alla sicurezza alimentare e ai prodotti locali che rispettino l’ambiente.

Il calo drastico dell’inquinamento e la conseguente pulizia dell’aria che respiriamo, ha portato le persone ad apprezzare un mondo più sano e pulito. Non è dispiaciuta nemmeno la rivoluzione della vita urbana, fatta di piccoli spostamenti, di predilezione delle piccole realtà locali, di lavoro da casa. Il tutto ha poi incentivato lo stanziamento di nuovi fondi pubblici per forme di trasporto più ecologiche. E i benefici, probabilmente, hanno iniziato a farsi sentire, sia per le tasche dei cittadini, sia per la loro salute fisica e mentale.

I benefici dell’ambientalismo

Vi è poi una motivazione più profonda e meno legata ai recenti avvenimenti legati al Covid-19, ovvero la constatazione, da parte dei cittadini “comuni” dei benefici dati dal rispetto per l’ambiente, al di là di ogni colore politico. Le misure promesse e, si spera, un domani adottate dai nuovi sindaci francesi non potranno che giovare alla vita dei francesi.

Piste ciclabili e mezzi pubblici

I nuovi sindaci verdi mirano infatti a ridurre lo spazio dedicato alle auto all’interno delle loro città, aumentando le opzioni per la mobilità leggera, come la bicicletta, in monopattino o anche pedonale. Lione vuole creare per 450 chilometri di pista ciclabile e ridurre la velocità a 30 km/h all’interno del centro città. Lo stesso vale per Bordeaux e Strasbourg, dove i sindaci vogliono creare molti più spazi adibiti alle due ruote. Il sindaco di Marsiglia vuole duplicare i mezzi pubblici e creare delle corsie apposite in città.

Leggi anche: Milano vuole tenere basso l’inquinamento anche dopo il virus

Spazi puliti e vivibili

Sono poi tutti sulla stessa linea nel ripensare i centri urbani e renderli non solo cumuli senza anima fatti di abitazioni e persone, ma spazi vivibili, aperti e puliti. Verranno poi arrestate le nuove costruzioni nei campi o in terreni precedentemente incontaminati. A Bordeaux e Tours, i verdi vogliono rendere più sopportabili le alte temperature estive piantando “micro-foreste”, circa 200 metri quadrati ciascuna, così da ombreggiare e raffreddare l’aria. L’amministrazione entrante di Bordeaux vuole far sì che ogni cittadino trovi uno spazio verde ogni 10 minuti a piedi.

Parola chiave: investimenti

Con le nuove amministrazioni verdi, i fondi pubblici potranno essere utilizzati per ridurre il consumo di energia e le emissioni, isolare meglio le case e piantare alberi. A Strasburgo, ad esempio, verrà finanziato l’isolamento termico di 8.000 case all’anno, mentre Lione si è impegnata per 10.000 all’anno.

Forte della citata nuova sensibilità verso la salute e il supporto dell’economia locale, Lione si è infine impegnata a rendere il i pasti scolastici 100% biologici. Inoltre almeno il 50% di tutti gli ingredienti provenienti dal territorio vicino. Anche il nuovo sindaco di Bordeaux vuole investire nella creazione di posti di lavoro e servizi per includere le aree circostanti le città, condividendo le risorse urbane con le città più piccole.

E l’Italia?

Come afferma senza mezzi termini il giornale “Il cambiamento”, l’ondata ambientalista che sta raggiungendo le nazioni europee interesserà l’Italia solo in un lontano futuro. Ad oggi la nostra nazione è ancora nelle mani della mafia la quale dipende dai profitti delle aziende inquinanti, degli azionisti e dei politici corrotti che li sostengono. Profitti che, ovviamente, non vengono reinvestiti in progetti virtuosi, ma gonfieranno le tasche degli stessi pochi beneficiari.

Proprio per questa perenne, incessante corruzione, l’Italia manca di un leader forte che, anche se non ambientalista, quantomeno contrasti l’esuberanza degli slogan salviniani. Questi donano infatti un veloce conforto a molti nostri compatrioti, debilitati dal disagio economico e sociale ancora più critico dopo il Covid. L’aria pulita e e la fauna ritrovata nei canali veneziani non sono bastati. Le persone vogliono il pane.

I nostri media non valicano, però, il muro della superficialità, e non riescono a diffondere un messaggio molto semplice: il pane dipende dall’ambiente in cui viviamo. Non dai soldi che lo stato intasca facendo passare la crescita economica come unica opportunità di aumentare i posti di lavoro. Per fare un esempio, anche se non relativo alla realtà italiana, ogni dollaro investito nel settore dei trasporti pubblici potrebbe portare a un 30% di posti di lavoro in più rispetto a un investimento analogo nella costruzione di nuove strade e ponti.

Media clickbait e giovani assenti

I media, invece, seguono l’argomento clickbait più usato da Salvini per distogliere l’attenzione e ottenere voti, ovvero quello dell’immigrazione. Un problema che esiste, ma che costituisce davvero un problema più per le persone che si trovano su quelle barche che per i cittadini italiani, comodi in panciolle sul divano che guardano le partite di calcio.

Infine, l’anagrafica del nostro paese non può aiutare nella transizione. Per un cambiamento che è più culturale che economico servono visioni, idee, lungimiranza, competenza, coraggio, onestà intellettuale e soprattutto la capacità di mettere in pratica tutto ciò. E, senza nulla togliere alla saggezza dei nostri nonni, chi potrebbe attuare il cambiamento meglio di giovani entusiasti, neo-laureati o bramosi di lavorare per avere un futuro migliore? Ma, finché i giovani italiani restano una categoria sfruttata, poco considerata, poco supportata e vogliosa soltanto di cambiare nazione, l’Italia verde dovrà attendere.

Inquinamento dei mari, falliti gli obiettivi per il 2020

inquinamento dei mari

Nel lontano 2008 era stata redatta dall’UE una Direttiva il cui obiettivo era quello di raggiungere un “Buono Status Ambientale delle acque” entro il 2020. Nel 2020, però, la situazione è ancora problematica e gli obiettivi per la riduzione dell’inquinamento del mare sono stati rimandati al 2030.

Mancato obiettivo per limitare l’inquinamento del mare

L’ambiente marino è un patrimonio prezioso che deve essere protetto, preservato e, ove possibile, ripristinato. L’obiettivo finale è quello di mantenere la biodiversità e far sì che oceani e mari siano puliti, sani e produttivi. Queste le esatte parole della lunghissima direttiva del 2008, i cui obiettivi non sono ovviamente ancora stati raggiunti.

Il punto 29 cita l’anno 2020, allora probabilmente visto come appartenente a un futuro lontano anni luce, data la poca tempestività con la quale sono state attuate le misure atte a contenere il riscaldamento climatico. Gli stati membri dovrebbero prendere le misure necessarie per raggiungere e mantenere un buono status ambientale del mare. Anche se dovrebbe essere riconosciuto che questo obiettivo non potrà essere raggiunto prima del 2020.

Un quadro contrastante

Alcuni progressi, certo, sono stati fatti. A tal proposito si possono leggere alcuni dati nella relazione dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sugli ecosistemi marini europei (giugno 2020). Alcuni ecosistemi marini sono in recupero a causa di significativi, spesso decennali, sforzi per ridurre gli impatti ambientali delle attività umane. Lo stato di qualità dei mari europei dipinge però un quadro dai colori contrastanti. Se infatti alcune specie mostrano segni di ripresa (le aquile dalla coda bianca nel Mar Baltico sono in crescita), nell’Oceano Artico norvegese, nel Grande Mare del Nord e nel Mar Celtico, negli ultimi 25 anni si è registrato un calo del 20% degli uccelli marini.

La pesca intensiva è diminuita nell’Atlantico nord-orientale e nel Mar Baltico, ma il Mar Mediterraneo e il Mar Nero rimangono fortemente sovrasfruttati. Mentre le norme UE che regolano le sostanze chimiche hanno portato a una riduzione dei contaminanti, si registra un aumento dell’accumulo di plastica e di residui chimici nella maggior parte delle specie marine.

L’ecosistema del Mediterraneo è tuttora tra i più ricchi al mondo, con 17mila specie, ma solo il 6,1% dei suoi stock ittici è pescato in modo sostenibile e solo il 12,7% della sua area non riscontra problemi di inquinamento (ANSA)

inquinamento del mare

Il danno dell’inquinamento del mare può essere irreversibile

La relazione dell’ AEA, quindi, più che una celebrazione dei pochi successi ottenuti, costituisce un monito. Stiamo infatti esaurendo il tempo a disposizione per invertire decenni di incuria ed uso improprio delle risorse del mare. Il danno ai mari può infatti essere irreversibile. Alcune delle cause sono l’inquinamento dei mari e quindi l’alterazione chimico-fisica delle acqua, ma anche il riscaldamento globale che comporta l’acidificazione degli oceani, la scomparsa dei coralli, la formazione di enormi zone morte, senza più alcun barlume di vita.

Ma il danno i mari non comporta soltanto, come si potrebbe pensare, l’estinzione di qualche piccolo mollusco invisibile all’occhio umano. Vi sono conseguenze dirette anche sulle popolazioni europee. Le condizioni dei mari determinano infatti la loro capacità di fornire ossigeno, cibo, un clima abitabile e materie prime, oltre che a sostenere le attività ricreative e la salute. In grande scala, poi, tale situazione ha ripercussioni sulla qualità della vita, sui mezzi di sostentamento e sull’economia

La speranza resta (almeno fino al 2030)

Gli autori dello studio sono speranzosi che entro il 2030 la situazione dei mari possa migliorare drasticamente. Abbiamo ancora una possibilità di ripristinare gli ecosistemi marini se agiamo in modo deciso e coerente e realizziamo un equilibrio sostenibile tra il modo in cui utilizziamo i mari e il nostro impatto sull’ambiente marino. Così ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA.

Questa relazione è infatti un’ulteriore spinta per gli Stati Membri ad agire a favore dei mari del continente. La Commissione ha inoltre prodotto una serie di criteri dettagliati e standard metodologici per aiutare gli Stati membri ad attuare la direttiva sui mari. Alcuni esempi pratici? Ridurre la pesca eccessiva e le pratiche di pesca non sostenibili, ridurre i rifiuti di plastica, i nutrienti in eccesso, il rumore subacqueo e tutti gli altri tipi di inquinamento dei mari. Insieme alla nuova strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030, tra i cui i obiettivi vi è quello di rendere almeno il 30% dei mari una zona protetta, e al Green Deal europeo si dovrebbe poter raggiungere gli obiettivi originari entro il 2030.

Leggi il nostro articolo riguardo alla Strategia Europea sulla biodiversità 2020

Video risposta a “I Fatti Vostri”, che buttano un oggetto in mare

i fatti vostri

La puntata de “I Fatti Vostri” andata in onda sulla Rai il 12 giugno 2020 trasmette un messaggio sbagliato e irrispettoso per chiunque cerchi di combattere la crisi climatica e fare qualcosa di buono per il pianeta e per gli altri.

La plastica inquina i mari e la Rai non lo sa?

In particolare, durante gli ultimi 6 minuti, va in onda un servizio che riguarda una ragazza che ha l’abitudine di gettare tutti gli anni in mare una bottiglia di plastica con al suo interno alcuni messaggi di speranza. Questa bottiglia è stata poi trovata da un volontario di ReTake Mola, un’associazione che si occupa di preservare la bellezza del territorio di Mola di Bari.

Lungi da noi mettere alla gogna pubblica questa ragazza, che sicuramente non aveva idea del danno che apporta all’oceano gettando una bottiglia di plastica in mare, la colpa maggiore è della Rai. La più famosa rete televisiva italiana, infatti, dovrebbe avere tutte le informazioni necessarie riguardo a questo argomento, ma del problema dell’inquinamento del mare non fa cenno. Anzi, quasi idolatra la ragazza, con il rischio di influenzare altre persone a fare lo stesso.

La plastica biodegrdabile è comunque dannosa

Invece, la presentatrice pensa bene di fare ricorso a una bottiglia di plastica biodegradabile e di gettarla in mare, facendo quindi passare il messaggio sbagliatissimo che gettare oggetti biodegradabile in mare non sia un’azione altrettanto deplorevole.

La bottiglia di plastica biodegradabile che la presentatrice ha gettato è infatti composta di amido di mais, il quale per biodegradarsi impiega dai 6 mesi all’anno e mezzo. Un mozzicone di sigaretta ci mette un anno. Quindi possiamo dire che una presentatrice Rai ha gettato un mozzicone di sigaretta nel mare in diretta nazionale davanti a un volontario che si occupa di pulire il mare e le spiagge dai rifiuti.

A voi giudicare questo episodio. Noi siamo sconcertati e speriamo che con questo video possiamo fornire qualche informazione in più riguardo al problema della plastica in mare.

Leggi anche: Ripristinare gli oceani entro il 2050. La sfida della scienza

Disastro ambientale in India: perdite di gas e petrolio

disastro ambientale india

Quando si dice che siamo l’unica specie vivente potenzialmente in grado di auto-estinguersi non si tratta di un eufemismo. Basti pensare che in India, in particolare nel distretto di Tinsukia (regione di Assam), ha avuto luogo l’ennesimo disastro ambientale a causa della fuoriuscita di gas e petrolio dal pozzo petrolifero della Oil India Limited. L’incidente ha causato almeno 7 morti, migliaia di sfollati e danni incalcolabili all’ambiente. Il tutto, come sempre, per le ingenti quantità di denaro, destinato a pochi, che derivano dalle estrazioni.

Leggi anche: Locuste in India e Sardegna. La piaga climatica si abbatte sugli agricoltori

Una fontana di gas

Il tutto è iniziato la mattina del 27 maggio 2020, quando un sibilo assordante si è propagato tra le abitazioni del villaggio di Baghjan. Se inizialmente si pensava fosse soltanto il rumore di un aereo troppo vicino al suolo, la causa del suono è stata chiara quando gli abitanti hanno iniziato ad accusare prurito agli occhi, mancamenti e difficoltà respiratorie.

Più di 2500 persone appartenenti a 1610 famiglie diverse sono state evacuate dalle aree colpite e portate in campi di soccorso. Il tutto durante la pandemia di Coronavirus, che richiederebbe distanze di sicurezza e misure igieniche quasi assenti all’interno degli accampamenti. OIL ha poi creato una zona rossa di 1,5km di raggio intorno alla centrale fino a data da destinarsi.

Il 9 giugno la situazione è peggiorata ulteriormente. La fuoriuscita di gas e idrocarburi doveva essere continuamente raffreddata con getti d’acqua per evitare esplosioni. Nonostante gli sforzi, però, il pozzo si è incendiato uccidendo due persone che si trovavano sul posto.

I danni alla società del disastro ambientale in India

I danni ambientali e sociali conseguenti al disastro ambientale in India sono incalcolabili. Iban Dutta, residente a Notungaon, ha affermato: “Sebbene il nostro villaggio sia a circa 2 km dal pozzo, il vento trasporta i gas dannosi per la nostra salute. Quattro persone sono morte per via di queste inalazioni nocive, anche se le autorità negano che la fuoriuscita di gas ne sia una causa diretta. Queste persone, infatti, soffrivano già da tempo di malattie polmonari come la Tubercolosi e patologie al fegato. Ma, proprio per questo, sembra chiaro come il gas possa aver aggravato le loro condizioni e aver quindi dato loro il colpo di grazia.

Niranta Gohain, un noto attivista ambientale della zona, ha dichiarato: “L’agricoltura, la pesca e l’allevamento degli animali sono l’occupazione principale della maggior parte delle persone in quest’area. Ma ora a causa della fuoriuscita di petrolio, i terreni agricoli diventeranno sterili e non sarà possibile coltivare alcun terreno per i prossimi lunghi anni. Inoltre, gli animali stanno morendo perché l’olio ha contaminato praterie e corpi idrici ”. Baghjan si trova infatti in un’area particolarmente ricca di acque, con un bacino idrografico ben oltre i 650 mila chilometri quadrati. Le attività ittiche saranno quindi inevitabilmente compromesse e migliaia di persone perderanno la propria fonte di sostentamento.

I danni alla biodiversità del disastro ambientale in India

Anche l’impatto sulla biodiversità è e sarà devastante. Il campo estrattivo di Baghjan si trova vicino le paludi di Maguri-Motapung, che a loro volta fanno parte del Parco Nazionale di Dibru-Saikhowa. Queste due realtà formano un bacino di biodiversità unico, che decine di turisti visitano ogni anno, in particolare gli ornitologi e gli appassionati di volatili, specialmente nella stagione della nidificazione.

Dopo lo scoppio, però, gli uccelli se ne sono andati o sono morti. Il 6 giugno è stata trovata una quaglia completamente ricoperta di petrolio. Così come la carcassa del prezioso “delfino del Gange”, Le cause della sua morte non sono ancora state accertate, ma nulla esclude che il petrolio abbia fatto la sua parte.

disastro ambientale india

Rajendra Singh Bharti, ufficiale della divisione forestale e della vita selvatica ha dichiarato: “La biodiversità nella zona è stata sicuramente influenzata non solo dal gas ma anche dal suono. Gli uccelli migratori che arriveranno entro la fine di settembre difficilmente troveranno un habitat idoneo alla riproduzione.

Auto-distruzione in corso

Ci si può chiedere, quindi, perché il nostro modello economico sia basato su materie prime che, se utilizzate nella materia scorretta, possono causare danni incalcolabili alla società umana, fino a portare l’intera nostra specie (e non solo) all’estinzione.

La risposta è sempre e solo una: il profitto dei pochi gestori del mercato petrolifero, che si gonfiano le tasche a scapito dei dipendenti, delle popolazioni limitrofe e dei loro stessi bambini, che dovranno combattere contro le conseguenze della crisi climatica.

Ma anche a scapito dell’ambiente e della natura, che ci ha dato la vita e che è la nostra casa. Ma i soldi sembrano essere più importanti di tutto questo. Come diceva mio nonno, però, “il sudario non ha le tasche”.

disastro ambientale india

Ucciso in Messico un altro ambientalista di 21 anni

messico

Il Messico è uno dei luoghi più pericolosi del mondo per gli attivisti ambientali, tanto che non ha risparmiato nemmeno il giovanissimo Eugui Roy Martínez. Il ragazzo aveva 21 anni quando è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 7 maggio scorso, nel comune di San Agustín Loxicha, nel suo ranch all’interno della comunità di Tierra Blanca.

Un passato brillante e un futuro promettente

Eugui era uno studente di biologia molto appassionato di rettili. Durante la quarantena si trovava, appunto, in un ranch dove si è dedicato allo studio di rettili e anfibi. Nonostante la giovane età, Eugui aveva già un passato di studi e pubblicazioni scientifiche importanti e un futuro molto promettente. Per esempio, Eugui guidò il team scientifico che riscoprì una rana (Charadrahyla altipotens) che avevano dichiarato estinta 50 anni fa.

Inoltre, aveva scoperto una nuova specie di vipera e stava proprio scrivendo l’articolo per introdurre la notizia alla comunità scientifica. Aveva già scritto un libro e la sua prima collaborazione nella ricerca scientifica risale al 2012, quando aveva 13 anni, per uno studio riguardo a una rara malattia degli anfibi.

Eugui Roy Martínez

Ucciso perché difendeva gli ecosistemi

Sopratutto, però, Eugui era un attivista e svolgeva attività di cura, conservazione e difesa dell’ambiente, oltre a promuovere l’educazione ambientale tra bambini e adolescenti. Insomma, tutte attività che potrebbero minare il potere costituito che sfrutta le ricche risorse ambientali del Messico per rincorrere un modello economico basato sul profitto.

Il presidente Obrador, infatti, aveva promesso durante la campagna elettorale di combattere la povertà nella nazione sudamericana. Per raggiungere e l’obiettivo Obrador non ha esitato ad utilizzare il metodo più veloce, ma anche quello più dannoso sul lungo termine, ovvero il finanziamento di progetti estrattivi molto redditizi. Le stesse attività, insomma, che gli ecoattivisti messicani come Eugui cercano valorosamente di combattere per preservare l’integrità degli ecosistemi. 

Leggi anche: “Brasile, ucciso guardiano della Foresta Amazzonica”

Non era il primo, si spera sia l’ultimo

Come si legge nell’annuale rapporto pubblicato da Front Line Defenders, solo nel 2019 in Messico sono stati uccisi 24 attivisti ambientali. Dal 2012 il numero sale a 83. Ecco alcuni nomi: Adán Vez Lira, è stato ucciso a colpi di pistola lo scorso 8 aprile. Egli si stava fortemente opponendo a un progetto minerario molto invasivo per l’ambiente.

Il 13 gennaio è scomparso Homero Gómez González, il cui corpo senza vita venne ritrovato pochi giorni dopo con evidenti segni di tortura. Homero si stava di recente battendo contro la deforestazione illegale. Un altro noto caso è quello di Isidro Baldenegro López, ucciso nel 2017. L’uomo aveva vinto il Goldman Environmental Prize per le sue iniziative in difesa della foresta minacciata da imprese del legname e narcotrafficanti. La stessa sorte è toccata a un’altra vincitrice dello stesso importante premio ambientale, Berta Caceres, di origine honduregna. La donna, ambientalista e attivista per i diritti degli indigeni, aveva solo 44 anni quando è stata assassinata nella sua casa, dopo anni di continue minacce.

Cosa puoi fare tu

Il tuo voto politico è importante, così come la diffusione di questa e altre notizie, per mostrare al mondo qual è il prezzo dello sfruttamento ambientale. È poi importante informarsi sulla provenienza di tutto ciò che si acquista, cercando di evitare il più possibile le multinazionali che non dichiarano la sostenibilità e l’eticità dei loro prodotti.

Transizione green: cosa prevede il Piano Colao?

transizione

In questa fase di ripresa si sta parlando molto di transizione green, qualche volta in modo positivo, tante, troppe volte molto negativamente. In un nostro recente articolo abbiamo illustrato come in grandi e importanti aree del mondo i leader politici non stiano assolutamente prendendo in considerazione l’ambiente nelle loro decisioni riguardo alla ripresa post Covid. Per esempio, Riccardo Salles, ministro dell’ambiente brasiliano, ha recentemente proposto al suo governo, guidato da Jair Bolsonaro, di indebolire ulteriormente la legislazione ambientale. In Cina l’inquinamento è salito a livelli ancora superiori rispetto a quelli pre-coronavirus. Nel Regno Unito l’alta corte ha autorizzato la realizzazione di una vasta centrale elettrica a gas, dopo mesi di battaglie legali intraprese da associazioni ambientaliste. E l’Italia? Vediamo quale onda ha deciso di cavalcare.

Transizione green: cosa prevede il piano Colao

Oggi, venerdì 12 giugno, inizieranno gli Stati Generali dell’economia, che si protrarranno presumibilmente fino a lunedì 15 giugno. Si tratta di una serie di incontri durante i quali il Premier Conte, insieme agli esponenti della maggioranza, quelli dell’opposizione, ma anche ai sindacati, a Confindustria e ad altre istituzioni discuteranno sul piano di rilancio economico dell’Italia post-COVID-19.

Protagonista delle discussioni sarà il cosiddetto “Piano Colao“, un insieme di iniziative per il rilancio economico dell’Italia, il cui principale firmatario è il manager Vittorio Colao. Una delle sezioni è intitolata proprio “Infrastrutture e ambiente“. Viene quindi data grande importanza alle infrastrutture le quali dovranno privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale, favorendo la transizione energetica e il “saldo zero” in
termini di consumo del suolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo.

Transizione
Il manager Vittorio Colao

Telecomunicazioni e smart working

In questa sezione è stata inserita anche una cospicua parte che riguarda le telecomunicazioni, il cui sviluppo ridurrebbe il divario digitale e renderebbe il Paese totalmente e universalmente connesso, permettendo così l’ampia diffusione tra aziende e privati delle tecnologie innovative. A questo proposito è doveroso sottolineare che il Piano Colao mira anche ad incentivare lo smart-working. Seppur non esplicitato tra gli obiettivi del Piano legati a questa pratica, sappiamo come il lavoro da casa potrebbe ridurre di molto le emissioni di anidride carbonica.

La ricercatrice Marina Penna ha infatti affermato che basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione.

Dalle fonti fossili alle energie rinnovabili

L’obiettivo più ambizioso, ma anche quello più necessario in vista della transizione green, è quello del passaggio dalle fonti fossili alle energie rinnovabili. La volontà è quella di raggiungere la de-carbonizzazione entro il 2050, sempre secondo le linee guida del Green Deal Europeo. Per farlo, il piano Colao prevede di incentivare le operazioni di efficientamento energetico e transizione energetica, come la produzione o auto-produzione di energia rinnovabile da parte delle imprese attraverso interventi autorizzativi, regolatori e fiscali.

Inoltre, dovrebbero essere incentivate le nuove tecnologie emergenti che supportino questa transizione/conversione energetica e sviluppino
una filiera nazionale. Queste possono essere, per esempio, le rinnovabili, l’idrogeno, i biocombustibili, la conversione della
filiera del petrolio, la carbon capture e lo stoccaggio di CO2.

Economia circolare, aree verdi e trasporti

Un altro punto fondamentale del Piano Colao riguarda l’economia circolare. Anche se il nostro Paese è uno dei più virtuosi in merito alla raccolta differenziata (con il 76,9% abbiamo infatti la più alta percentuale in Europa di recupero e riciclo di rifiuti urbani e industriali), il trattamento di questi rifiuti presenta tutt’ora molte lacune. Per questo il piano Colao ha pensato di aiutare le imprese nell’implemento dell’economia circolare. Per esempio, incentivando adeguatamente la gestione e la conversione dei rifiuti sotto tutte le forme “wasteto” (-material, -energy, -fuel, -hydrogen, -chemical). Oppure semplificando e revisionando le normative esistenti al fine di rendere efficace la gestione
dell’End of Waste
e favorendo il recupero e riutilizzo delle plastiche, non solo imballaggi.

Si prevede inoltre di definire un piano di investimento finalizzato ad aumentare e preservare le aree verdi, il territorio e gli ecosistemi nazionali. Infine, il Piano Colao ha inserito tra gli obiettivi la mobilità sostenibile, ovvero incentivi per il rinnovo del parco mezzi del Trasporto Pubblico Locale verso mezzi a basso impatto, primariamente elettrico, ibrido o con biocombustibile. Anche il trasporto privato otterrà incentivi a favore del rinnovo dei mezzi pesanti privati con soluzioni meno inquinanti. La ciclabilità, così come le ferrovie e i porti subiranno un ammodernamento generale per poter essere più efficienti e quindi più fruibili.

Non mancheranno, ovviamente, incentivi all’edilizia, sia pubblica che privata. L’obiettivo è che diventi economicamente accessibile, socialmente funzionale ed ecosostenibile.

Basterà per una transizione green?

Bisogna però essere cauti e non cantare vittoria prima del tempo. Per il momento, infatti, quelle del piano Colao sono soltanto parole. Si trovano su un pezzo di carta, certo, ma finché non vedremo con i nostri occhi l’indicatore dell’inquinamento calare drasticamente, solo parole rimangono.

Vi sono poi altri dettagli problematici riguardo al piano. Il primo è rappresentato dal fatto che il firmatario principale, Vittorio Colao, è noto per essere un dirigente d’azienda, in particolare è stato amministratore delegato di Vodafone dal 2008 al 2018. Insomma, si può dire che sia uno degli esponenti del capitalismo italiano. Su L’Ecopost abbiamo più volte sottolineato come non solo l’agire, ma anche la mentalità del capitalismo sia fortemente in contrasto con quella ambientalista, che vorrebbe abbattere qualunque barriera sociale ed economica. Viene dunque da chiedersi come un uomo che ha costruito la sua intera carriera manageriale e politica su questo sistema economico possa sostenere la transizione verde. Ovviamente, la nostra speranza è che la sua sia una volontà sincera e non l’ennesimo esempio di greenwashing che vorrebbe solo portare all’aumento infinito del fatturato delle aziende italiane, che siano green o meno.

Spagna, un esempio migliore

Inoltre, l’azzeramento delle emissioni entro il 2050 è un obiettivo ancora troppo timido, contando che abbiamo soltanto 8 anni per mantenere la crisi climatica entro livelli non catastrofici. Ripetiamolo: non abbiamo 30 anni, ne abbiamo 8. Una soluzione più drastica è stata quella della Spagna. Il Ministero per la Transizione Ecologica spagnolo – l’unico dicastero di questo genere nel mondo – ha presentato una legge per la quale il governo di Madrid azzererà i sussidi ai combustibili fossili, vieterà nuove estrazioni di gas, petrolio e carbone, si impegnerà a raggiungere il 70% di energia rinnovabile entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2050. Anche qui sappiamo che si potrebbe fare di più, ma nel piano Colao non si parla di detrazione dei finanziamenti alle aziende inquinanti, bensì solo di incentivi a chi è più virtuoso in tema ambientale.

Il piano, comunque, non è ancora stato discusso e approvato. Continuate quindi a seguirci per aggiornamenti puntuali a riguardo.