Ocean Cleanup funziona! Raccolti i primi rifiuti dal Pacifico

the ocean cleanup

L’olandese Boyan Slat aveva 16 anni quando ebbe l’idea, ingenua e impulsiva, di ripulire l’oceano dalla plastica. Oggi, il suo sogno è diventato realtà. La macchina da lui ideata Ocean Cleanup ha infatti finalmente iniziato a collezionare la plastica presente nella cosiddetta “Grande macchia di rifiuti del Pacifico“.

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Un’isola fatta di plastica

Questo enorme accumulo di sporcizia ha una dimensione di tre volte la Francia e contiene 80 milioni di chilogrammi di plastica galleggiante. Si è formato a causa di un particolare sistema di correnti che, creando un vortice, hanno permesso a ogni tipo di detrito di accumularsi in un’aera relativamente ristretta dell’oceano. Forse questo è stato in parte un bene, poiché ha reso possibile alla Ocean Cleanup di operare.

Ocean Cleanup è in grado di intrappolare detriti di grandissime dimensioni, come pezzi di plastica da 1,8 tonnellate, ma anche quelli più piccoli come contenitori e reti da pesca. E’ però anche in grado di trattenere microplastiche di un millimetro di diametro. Il meccanismo è abbastanza semplice e “minimal”. Un tubo lungo 600 metri a forma di U galleggia sulla superficie del mare. Ad esso è agganciata una vera e propria barriera, profonda tre metri e in grado di intrappolare i rifiuti intanto che il tutto si muove, trasportato dalle onde e dal vento. All’estremità, un’ancora ha lo scopo di rallentare la macchina e permettere così a più rifiuti possibili di accumularsi. Il dispositivo è dotato di trasmettitori e sensori in modo da poter comunicare la sua posizione a una nave. Questa poi raccoglierà i rifiuti ogni circa quattro o cinque mesi. La prima raccolta avverrà questo dicembre e la plastica, una volta portata a terra, verrà per quanto possibile riciclata.

System 001/B – explained.
THE OCEAN CLEANUP

Un lungo percorso

Non senza inciampi e critiche, Slat sta ottimizzando la Ocean Cleanup dal 2012. L’anno scorso sembrava potesse finalmente entrare in funzione, ma un guasto ha costretto a un rinvio. La plastica raccolta infatti aveva iniziato a fuoriuscire dal meccanismo e, dopo otto settimane di lavoro, il team non era riuscito ad evitare che questa facesse ritorno nell’oceano. Ma, con la positività e la determinazione che caratterizzano un giovane imprenditore, Slat non si è fatto perdere d’animo. Aveva infatti definito questi episodi come “opportunità di imparare non programmate“.

L’annuncio stampa di Boyan Slat e il suo team

E lo sono state davvero. Ora la macchina funziona perfettamente ed è riuscita persino a guadagnarsi la fiducia degli ambientalisti preoccupati per la fauna marina. La rete della Ocean Cleanup, infatti, permette agli animali di notarla e nuotare al di sotto di essa senza intralci. Inoltre, una macchina il cui obiettivo è quello di ripulire il mare dalla plastica non potrà certo creare più danno della plastica stessa. Sono infatti circa 700 mila le tonnellate metriche di reti da pesca abbandonate o perse nel mare ogni anno. Per non parlare delle otto milioni di tonnellate di plastica che si riversano nell’acqua dalle spiagge.

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Un futuro (quasi) senza plastica in mare

Di fronte a questi numeri, l’obiettivo di Boyan Slat è soltanto che positivo: rimuovere il 50 percento della “Macchia del Pacifico” nei prossimi cinque anni e oltre il 90 percento della plastica dell’oceano entro il 2040. Tutto questo richiederà il lavoro di circa sessanta “Ocean Cleanup”. Visto il successo della prima, soprannominata infatti System 001/B, non si puo’ dubitare che il giovane Boyan Slat riesca a costruirne altre altrettanto efficaci. Sicuramente raccogliendo fondi, come ha fatto per il primo progetto, ma anche guadagnando qualcosa dalla vendita della plastica accumulata e riciclata. Ma, per quanti soldi possa raccogliere, la buona volontà e la mente di un giovane che non ha paura di lanciarsi in qualcosa di molto più grande di lui, saranno sicuramente il carburante principale, a dimostrazione, ancora una volta, che il nostro futuro risiede anche nei giovani amanti dell’ambiente.

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Il risultato (deludente) del Summit ONU

Il summit ONU sul clima del 23 settembre mi e’ sembrato paragonabile a una di quelle riunioni di ufficio inutili, che potrebbero essere riassunte con una email. Ovviamente, il potenziale dell’evento era altissimo. Una grande opportunita’ di affrontare problemi tutt’altro che risolvibili a distanza. Purtroppo pero’ nessuno, se non la giovane Greta Thunberg e il presidente delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dimostrato una spiccata preoccupazione per quello che sta accadendo al nosro pianeta.

Leggi il nostro articolo “Il discorso di Greta all’Onu e i numeri della politica”

Chi sbaglia non paga

Il risultato migliore e stato l’annuncio da parte di 77 Paesi di impegnarsi ad azzerare le emissioni entro il 2050. Di questi, pero, la maggior parte ha contribuito solo in minima parte alle emissioni totali di anidride carbonica. I Paesi invece che maggiormente hanno contribuito e contribuiscono tuttora all’aumento della temperatura terrestre come Cina, Stati Uniti, India, Russia e Giappone non hanno mostrato la volonta di voler fare di piu’, il che sarebbe totalmente in loro potere. Semplicemente si atterranno agli accordi di Parigi.

Dal canto suo, il presidente americano Donald Trump non ha cambiato idea rispetto alla sua decisione dello scorso anno di sfilarsi dagli accordi sul clima di Parigi. Anzi, inizialmente aveva persino annunciato di non volersi presentare al Summit. A sorpesa, invece, e’ entrato in aula, fermandosi per circa 15 minuti, giusto il tempo di ascoltare gli interventi di Angela Merkel e Narendra Modi, il primo ministro indiano. Nessuna parola, nessun impegno, nessun ripensamento. La sua presenza e’ stata penso paragonabile a quella di un bambino col muso che per capriccio minaccia di non prendere parte alla cena di famiglia. Ma, appena questa si riunisce, esce di soppiatto dalla cameretta e si affaccia in cucina per richiamare l’attenzione. Come se volesse dire al mondo che, per quanti sforzi si facciano, in mancanza degli Stati Uniti vi e’ poco da sperare. E vorrei con tutta me stessa che non avesse ragione.

Brasile, India e Turchia sul filo del rasoio

Il suo compagno di giochi, il presidente brasiliano Bolsonaro, non ha invece avuto remore nell’invocare il diritto sovrano a gestire la questione Amazzonia come meglio crede, affermando: “L’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità”.

Leggi il nostro articolo: Bolsonaro vuole distruggere l’Amazzonia

Il Primo Ministro indiano, Narendra Modi, ha detto che la sua nazione si impegnerà ad aumentare la quota di energia proveniente da rinnovabili entro il 2022. Non ha fatto pero’ alcun riferimento alla riduzione della dipendenza da carbone. Nemmeno il Presidente della Turchia Erdoğan ha annunciato nessun piano per diminuire l’utilizzo del carbone, né ha espresso l’intenzione di ratificare gli Accordi di Parigi. Vorrebbe invece che la Turchia fosse riclassificata come Paese in via di Sviluppo, cosi’ da poter accedere a fondi speciali.

Bill Gates e gli altri

Le uniche iniziative significative ma, purtroppo, non sufficienti, sono state proposte dal mondo della finanza, privati e aziende. Diversi gestori di fondi infatti proveranno a presentare piani finanziari improntati a emissioni zero entro il 2050, e decine di compagnie private si allineeranno agli obiettivi della COP21. La Bill and Melinda Gates Foundation, insieme alla Banca Mondiale hanno annunciato impegni finanziari per 790 milioni di dollari. L’obiettivo e’ di migliorare la resilienza di oltre 300 milioni di piccoli produttori alimentari che devono affrontare l’impatto sul clima. Infine, più denaro è entrato nelle casse del Green Fund, il fondo destinato ad aiutare le nazioni in via di sviluppo nelle questioni climatiche: grazie all’impegno di Islanda, Svezia, Danimarca, Norvegia, Francia, Regno Unito e Canada, ora vi sono stanziati 7 miliardi di dollari.

Intanto, a discapito delle non-decisioni dei grandi, il movimento ambientalista popolare si fa largo per le strade di tutto il mondo e non sembra rinunciare alla richiesta di essere, un giorno, ascoltato.

Leggi il nostro articolo: I numeri della manifestazione Fridays for Future

I giovani al Summit Onu: “Viviamo con la paura del futuro”

summit

Diciamo spesso che la transizione verso un futuro green deve essere promossa anche e soprattutto da parte dei leader mondiali. Forse la speranza non sara´vana, grazie al Summit ONU sul cambiamento climatico. Si tratta di un evento di tre giorni in cui i leader di tutto il mondo condividono idee e soluzioni per fermare il cambiamento climatico. Il Summit, ospitato dal Palazzo di Vetro a New York, si e’ aperto sabato 21 settembre con il Youth Summit, durante il quale giovani leader e attivisti sono intervenuti per chiedere ai “grandi” un cambiamento radicale.

L’intervento di Greta

Come ha riportato “La Voce di New York“, Greta Thunberg e’ stata la grande protagonista della giornata e ha aperto il Summit con queste parole: “Ieri milioni di persone di tutto il pianeta hanno marciato e richiesto una concreta azione sul clima e soprattutto lo hanno fatto i giovani. Abbiamo dimostrato al mondo che siamo uniti, e che noi giovani non potremo più essere fermati”.

Leggi il nostro articolo “Lo sciopero per il clima? non e’ solo una scusa per saltare la scuola”.

Il Summit non sembra essere stato un susseguirsi sterile di interventi gia’ preparati, bensi’ una vivace discussione in cui tutti hanno potutto dare il loro contributo.

Il video completo della sezione mattutina dello Youth Summit ONU 2019

La mia generazione vive nella paura

Sulla Voce di New York si possono leggere le parole dell’ attivista Komal Kumar, la quale vive in una delle zone maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici: le isole Fiji. “La mia generazione vive nella paura costante e con l’ansia del clima… abbiamo paura del futuro… noi non siamo delle polizze d’assicurazione, ma siamo degli esseri umani. E’ forse troppo chiedervi di far seguire i fatti alle parole, o forse stiamo veramente sperando in qualche cosa ormai di compromesso? ” Conclude poi con la richiesta di includere i giovani nel disegnare nuovi piani d’adattamento. Come lei altri giovani provenienti da zone a forte rischio ambientale come il Kenya e l’Argentina hanno chiesto a gran voce di lasciare spazio ai giovani e di ascoltare le loro richieste.

La risposta dei “grandi”

Antonio Guterres, segretario generale dell‘Onu, ha accolto questi appassionati interventi con entusiasmo e ha dato loro fiducia con queste parole: “Vi incoraggio a continuare… a continuare nella mobilitazione. La mia generazione ha fortemente fallito fino ad ora nel preservare sia la giustizia nel mondo e il pianeta. La mia generazione ha una grande responsabilità. E’ la vostra generazione che ci deve far sentire responsabili per essere sicuri che non tradiremo il futuro dell’umanità”. Al Summit era presente anche Sergio Costa, che e’ intervenuto riconoscendo le istanze portate avanti dal movimento giovanile.

Sergio Costa interviene allo Youth Summit 2019 al Palazzo di Vetro di New York

Leggi il nostro articolo “Governo Conte-Bis. Arriva la promessa del Green New Deal”.

Oggi, 23 settembre, e’ il grande giorno. AL Palazzo di Vetro si riuniranno in leader politici mondiali per prendere, si spera, importanti decisioni per fermare o quantomento attenuare gli effetti del cambiamento climatico. Grande assente al Summit sara’ Donald Trump, presidente di una delle Nazioni maggiormente responsabili del pianeta inquinato in cui i giovani d’oggi sono e saranno cosretti a vivere.

Una centrale nucleare galleggiante è in rotta verso l’Artico

nucleare

Greenpeace ha definito la nave Akademik Lomonosov “la Chernobyl dei ghiacci“. L’evidente volontà dell’associazione ambientalista è quella di metterci in guardia sulla pericolosità di questo progetto firmato Russia. La nazione di Putin, infatti, ha di recente inviato una nave nucleare verso la cittadina artica di Pevek.

Leggi il nostro articolo “L’Iran esce dall’accordo sul nucleare. Ora ha più uranio arricchito”

Gli intenti positivi

Secondo la dichiarazione di intenti della Società Nucleare russa Rosatom, gli effetti di questa missione saranno molto positivi. In primo luogo questa centrale nucleare galleggiante fornirà elettricità a 50.000 persone. In secondo luogo sostituirà la vecchia centrale elettrica a carbone, riducendo le emissioni e quindi l’effetto serra. Sostituirà anche la centrale nucleare già esistente sul suolo artico, riducendo il pericolo di un incidente nucleare su larga scala, quali sono stati quelli di Chernobyl del 1986 e di Fukushima del 2011. La nave potrebbe infine alimentare gli impianti di dissalazione per paesi con carenza di acqua dolce, come le nazioni insulari o quelle con un clima e un ambiente particolarmente secco, come quelle africane.

nucleare

Thomas Nilsen, direttore del giornale norvegese Barents Observer, ha commentato il tutto con un’osservazione semplice ma esauriente: “se questo fosse stato un ottimo modo per fornire elettricità alla costa settentrionale della Siberia, sarebbe molto più diffuso“. Come si legge sul Guardian, l’idea di creare impianti nucleari in mezzo al mare esistono da generazioni, tanto che negli anni ’60 e ’70 gli Stati Uniti avevano costruito un piccolo reattore nucleare a bordo di una nave nella zona del Canale di Panama. Questi, però, non sono mai stati prodotti in massa, sia per i costi molto alti, sia, molto probabilmente, a causa dei terribili incidenti nucleari avvenuti negli anni a seguire.

Alcuni dubbi

Rosatom continua a ribadire che i materiali e le tecnologie utilizzate per la costruzione della nave sono ora molto più sicuri e sviluppati che in passato. Vladimir Irminku, uno dei principali ingegneri dell’Akademik Lomonosov, ha affermato che la nave è a prova di tsunami, di iceberg e, in caso di incidente, il freddo dell’acqua artica aiuterebbe di molto il processo di raffreddamento del reattore in attesa degli aiuti. Leggendo poi che Rosatom sta pensando di vendere la tecnologia a Paesi quali il Sudan, in Africa, mi sorge un grosso dubbio. L’acqua del mare in questa zona non sarà più tanto fredda e uno dei vantaggi del sistema di raffreddamento millantato da Rosatom verrà sicuramente meno.

Anna Kireeva fa parte della Bellona Foundation, la quale si occupa dei problemi ambientali nella regione dell’artico. Kireeva ha confessato al Guardian di essere preoccupata nel caso tali tecnologie nucleari vengano utilizzate in paesi in cui i livelli di sicurezza, e regolamentazione delle radiazioni nucleari non sono elevati come in Russia. Cosa ne faranno del combustibile nucleare esaurito? Come reagiranno in caso di emergenza?

Riguardo ai materiali, Kireeva aggiunge che, per quanto la nave sia resistente, l’impatto con uno tsunami o l’avvento di una forte tempesta potrebbe spostarla verso terra, contaminando l’ambiente circostante e i suoi abitanti. Inoltre, come ha dichiarato Adam Minter del Bloomberg Opinion, anche se un disastro nucleare avvenisse in mezzo al mare senza colpire la terraferma, contaminerebbe l’acqua e i suoi abitanti, oltre che l’industria ittica e, ovviamente, tutte le comunità costiere.

Lo sviluppo non vale vite umane

I critici hanno anche fatto notare gli incidenti passati che coinvolgono le navi marittime nucleari. La più tragica è stata l’esplosione sul sottomarino Kursk nel 2000 che ha ucciso tutti i 118 membri dell’equipaggio. Da non dimenticare anche il misterioso incidente sul sottomarino a propulsione nucleare Losharik avvenuto a luglio 2019 e che ha ucciso 14 persone che erano a bordo. Nel 2011, vi è stata una preoccupante fuoriuscita di radiazioni da parte di un rompighiaccio russo al largo delle coste della Siberia. Forse questi incidenti “aiutano” a rendere la tecnologia più sicura, ma è necessario rischiare di immolare vite umane per il bene della scienza o, peggio, per interessi economici?

L’equipaggio della nave nucleare Akademik Lomonosov

Interessi economici e greenwashing

Resta infatti un ultimo punto da non sottovalutare: gli interessi della Russia nell’inviare una nave nucleare verso l’artico. Come sappiamo quest’area del pianeta sta subendo in modo ingente gli effetti del cambiamento climatico. Questi, però, non sono visti negativamente dalle grandi potenze mondiali, bensì rappresentano una risorsa. Con lo scioglimento dei ghiacci, infatti, si sono liberate nuove rotte commerciali oltre che strategiche in caso di conflitto per il loro dominio. Inoltre, sempre per il fatto che il clima è meno ostile e i ghiacci meno spessi, l’estrazione delle risorse naturali sta diventando sempre più facile. E, come dice Marzio G. Mian nel suo libro Artico, la battaglia per il grande nord, la corsa all’oro nero nel nord del mondo è ormai iniziata.

Leggi il nostro articolo “Artico – la battaglia per il grande nord”

Stati Uniti e Russia, infatti, stanno considerando ogni possibile modo per approcciarsi a questa terra ormai non più desolata. Trump ha addirittura espresso la volontà di comprare l’intera nazione della Groenlandia pur di impossessarsi delle sue risorse. La nave nucleare Akademik Lomonosov fornirà quindi sì energia alle case di Perek, ma anche alle macchine estrattrici di risorse naturali, diventando un altro triste esempio del sempre più diffuso “greenwashing“.

Leggi il nostro articolo “Greenland is not for sale – e per fortuna!”

Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare

Quante volte sentiamo frasi tipo “le multinazionali sono macchine da soldi senza morale” o “le lobby sono le vere detentrici del potere”. Le sentiamo pronunciate nelle università da studenti che sorseggiano il caffè nel bicchiere di plastica della macchinetta. Dai colleghi in ufficio mentre fumano in cortile, e poi buttano la sigaretta a terra. Dagli amici nel bar di fiducia mentre bevono una Coca-Cola da una cannuccia monouso. Dalla signora davanti a noi in fila al supermercato mentre appoggia sulla cassa due confezioni di pane in cassetta e un chilo di carne trita di manzo. Dall’amica mentre fa shopping da Zara. Dallo zio mentre addenta un cheeseburger in un fast food; dagli influencer al ritorno dal loro terzo viaggio intercontinentale in un mese. Da noi stessi mentre ci sentiamo degli eroi buttando nel sacchetto della plastica piatti, posate e bicchieri usa e getta comprati per la festa della sera prima.

Leggi il nostro articolo “Come calcolare la propria impronta ecologica”

Il monopolio delle multinazionali

Le affermazioni perentorie, le critiche verso la società o le autocelebrazioni lasciamole un attimo da parte. Poi facciamo un passo indietro e poniamoci, invece, qualche domanda. Perché, per esempio, le multinazionali “brutte e cattive” continuano a fare quello che fanno? La risposta è più semplice di quanto si creda: perché noi compriamo i loro prodotti. Certo le aziende talvolta non ci lasciano molta scelta, soprattutto quelle grandi che monopolizzano gli scaffali, adottano prezzi competitivi e packaging studiati per renderci la vita più facile. Le loro pubblicità, poi, sono molto convincenti riguardo alla qualità dei prodotti e del nostro bisogno di averli. Sulla base di ciò è lecito accusare queste aziende di assenza di etica professionale o di morale.

Leggi il nostro articolo “Moda sostenibile: i brand piu’ famosi impegnati per l’ambiente”

Bloccare l’ingranaggio

Qui, però, entriamo in gioco noi che dobbiamo attuare una delle regole base della società e che ci viene insegnata sin da quando eravamo nella culla: se lui si butta dalla finestra allora ti butti anche tu? Un invito, insomma, a non replicare le azioni sbagliate degli altri. In questo caso in particolare non solo possiamo scegliere di non replicare il comportamento amorale delle multinazionali, ma possiamo anche farlo cessare. Se infatti non le finanziamo comprando i loro prodotti, queste non ne produrranno, oppure cercheranno di cambiare, sfruttando la loro potenza per compiere azioni un po’ piu’ virtuose. Abbiamo moltissimo potere tra le mani, ma non ce ne rendiamo conto, perché siamo lobotomizzati sia dalla società e spesso anche da noi stessi.

L’olio di palma

Prendiamo, per esempio, l’annosa questione dell’olio di palma. È bastato pochissimo perché le aziende, anche quelle più grandi e famose, lo togliessero dai loro prodotti, nonostante quest’olio vegetale non sia, nei fatti, così dannoso per la salute come molti credono. Il più grande problema dell’olio di palma risiede infatti nella deforestazione e nella violazione dei diritti umani dei lavoratori, spesso sfruttati e sottopagati. Né la gente comune né tanto meno le multinazionali, però, hanno agito per questi motivi. Se, quindi, una rivoluzione così radicale è avvenuta tanto velocemente per motivi non fondati, immaginiamo cosa possiamo fare per una causa vera e urgente quale è il contrasto al cambiamento climatico e il rispetto dei diritti umani.

Leggi il nostro articolo “Olio di palma: dannoso per noi o per l’ambiente?”

Prodotti sfusi

Pensiamo alla frutta e verdura al supermercato. Se tutti iniziassero a boicottare quella impacchettata che ci toglie la grande, insuperabile incombenza di digitare il numerino sulla bilancia, forse le aziende fornirebbero i supermercati di soli prodotti sfusi. Se questa può sembrare un’utopia, un sogno ad occhi aperti, qualcosa che è inutile fare perché “tanto non cambia niente”, pensiamo ancora una volta all’olio di palma.

La sostenibilità non è un’utopia

Questo ovviamente non vuol dire che non possiamo mai più comprare il pane in cassetta (a una mamma sola con tre figli piccoli che lavora otto ore al giorno forse un po’ di pane in cassetta di scorta fa comodo), ma significa comprarlo soltanto quando non possiamo farne a meno. In questo modo la sostenibilità ambientale può diventare davvero qualcosa di attuabile e non più un’utopia. Un modo efficace per fermare le multinazionali “brutte e cattive”, quindi, è la cara e vecchia rivoluzione dal basso, fatta da tutti, fatta per tutti.

Russia, liberate le balene in cattivita’

Era stata soprannominata la prigione delle balene e, per una volta, non era un’ esagerazione giornalistica. Nella baia di Sredinnaya a sud-est della Russia erano infatti state rinchiuse in anguste gabbie subaquee 11 orche e 90 balene del beluga. Il 22 agosto, secondo l’agenzia di stampa russa (TASS), sono state tutte rilasciate.

Leggi il nostro articolo: “Caccia alle balene, partite otto navi dal Giappone. L’Islanda rinuncia”.

Una facile copertura

Non e’ stato un processo facile, poiche’ in Russia vige una legge per la quale orche e balene possono essere catturate, tenute in cattivita’, commerciate e anche uccise per scopi scientifici o culturali. Questo ha permesso ai commercianti illegali di cetacei di aggirare le leggi.

Dopo essere stati cattutrati e tenuti in quarantena per almeno trenta giorni, questi animali vengono principalmente venduti al mercato cinese per milioni di dollari (circa 6 milioni per ogni cetaceo). Qui, poi, vengono imprigionati negli acquari oppure uccisi per scopi culinari o cosmetici. E’ un mercato molto attivo e fruttuoso che spiega il motivo per cui, anche dopo la promessa della loro liberazione, tre balene del beluga e un’orca sono scomparse misteriosamente.

“Il gulag delle balene” filmato da un drone

Di Caprio ancora in prima fila

L’attenzione dei media su questa attivita’ illecita era iniziata gia’nel 2018, quando una petizione di change.org aveva raccolto 900 mila firme in favore della liberazione dei cetacei. Anche la star del cinema Leonardo di Caprio aveva contribuito massicciamente a portare l’attenzione internazionale su questo problema. Lo stesso Putin, che ha spesso utilizzato le cause ambientaliste per aumentare la sua popolarita’, si e’ mosso in favore dello smantellamento di questa vera e propria prigione.

Alla fine tutto questo sembra essere servito. Il primo gruppo, costituito da due orche e sei balene del beluga, e’ stato rilasciato il 27 giugno. Il secondo gruppo il 16 luglio e il terzo il primo agosto. Il 22, il quarto e ultimo gruppo di cetacei ha raggiunto il mare aperto.

Leggi il nostro articolo “Gli oceani si sono ammalati”

Il ritorno nell’oceano

Come si legge su TASS gli animali sembrerebbero essersi adattati con successo alle loro condizioni naturali. La conclusione si basa sui tag satellitari apposti ai cetacei nel momento del rilascio, ma anche dalle foto e i video della loro migrazione.

“Tutti gli animali rilasciati hanno raggiunto le Shantar Islands dove erano stati presi e dove potrebbero esserci le loro famglie”. Ha affermato Vyacheslav Bizikov, vicedirettore del lavoro scientifico presso l’Istituto di ricerca russo per la pesca e l’oceanografia. “Durante il periodo di cattivita’ – continua Bizikov – non hanno perso il loro istinto naturale e si puo’ affermare con certezza che hanno inziato a procacciarsi il cibo e a stabilire legami con le loro controparti selvagge”.

In Alaska strage di salmoni: l’acqua è troppo calda

Il 6 di agosto un turista in viaggio in Alaska ha pubblicato un video su Facebook che mostrava moltissimi salmoni morti nella baia di Tutka. In poche ore è diventato virale e, dopo non molto tempo, una spiegazione più o meno accurata delle autorità e degli scienziati della zona, è sembrata placare il tutto. Invece la verità, proprio come quelle centinaia di pesci, è infine venuta a galla.

Leggi il nostro articolo: “Una scomoda verità 2”, perché le bugie non durano a lungo

Colpa di una rete da pesca?

“Sarebbe insolito se pesci di qualità simile si fossero raggruppati così strettamente andando nella stessa direzione”, aveva affermato Glenn Hollowell, biologo presso il Dipartimento di Pesci e Selvaggina dell’Alaska, specializzato sul salmone. Secondo lui la causa era da attribuirsi a una rete da pesca difettosa, che ha stretto tra loro una grande quantità di salmoni provocandone la morte. Questi sono poi fuoriusciti una volta che la rete è stata allentata.

https://www.facebook.com/skolabaristy/videos/10218714201833574/
Il video girato dal turista Alex Richter in Alaska

Tuttavia, nelle ultime settimane, altri abitanti hanno riportato morti sospette di salmone in zone diverse dello Stato, da Kuskokwim a Norton Sound fino Bristol Bay, che distano centinaia di chilometri le une dalle altre. A questo punto, quindi, la dottoressa Stephanie Quinn-Davidson, che dirige la Commissione per i pesci del fiume Yukon, ha condotto un ulteriore studio sulla morte dei salmoni lungo tutti i 200 chilometri del fiume Koyukuk.

“Abbiamo esaminato i salmoni morti alla ricerca di eventuali indicazioni di malattie, parassiti, infezioni, tumori e non abbiamo trovato nulla. Abbiamo escluso l’inquinamento perché questa zona è incontaminata, né si trova nei pressi di scarichi di acque reflue”.

Leggi il nostro articolo: “Che cos’è un ecosistema e perché è importante”

E’ stato anche preso in considerazione il fatto che le femmine di salmone muoiono naturalmente circa due mesi dopo la deposizione delle uova, tra giugno e agosto. Tuttavia, attivisti e ricercatori locali hanno constatato che alcuni dei salmoni morti non si erano mai riprodotti né sembravano in procinto di farlo. Inoltre vi erano anche molti salmoni femmina che trasportavano ancora uova sane. Come si legge in un articolo della CNN, probabilmente i pesci non avevano più le energie per deporre le uova e sono quindi morti con uova sane ancora nel corpo.

La vera causa

L’unica spiegazione è quella del caldo. Quinn-Davidson ha anche affermato che in Alaska ci sono stati quattro o cinque giorni di caldo estremo tra il 7 e l’11 luglio con una temperatura di circa 7 gradi al di sopra della media. Gli abitanti hanno affermato di aver visto salmoni morti già il 12 di luglio.

Un altro problema, continua Quinn-Davidson, è che “in molte zone del fiume l’acqua era molto bassa, il che ha reso difficile se non impossibile per i salmoni trovare un rifugio in pozze più fresche e profonde”.

Leggi il nostro articolo: “Il lago Ciad sta evaporando: le prime vittime del riscaldamento”

Sue Mauger è il direttore scientifico del Cook Inletkeeper, un’associazione non governativa che si occupa del mantenimento del fiume Cook Inlet. Egli afferma che le temperature dell’acqua hanno raggiunto record al pari di quelle dell’aria. Nel fiume Cook non sono infatti mai state registrate temperature al di sopra ai 27 gradi centigradi fino ad ora.

Leggi il nostro articolo: “Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?”

Negli ultimi anni i salmoni stanno subendo molte minacce come la pesca illegale o non controllata, le malattie provenienti dagli allevamenti intensivi, l’acidità degli oceani, le plastiche e le microplastiche negli oceani. Il caldo è quindi un’ulteriore, inutile pericolo da gestire per la sopravvivenza dei salmoni e di chi ne dipende.

Piu’ carne, piu’ deforestazione: il report di Greenpeace

deforestazione

L’Amazzonia non è l’unica area sudamericana minacciata dalla deforestazione. Anche il Gran Chaco, il secondo più grande ecosistema forestale del Sud America e il più grande dell’Argentina, è in pericolo a causa dello sfruttamento umano. Il Ministro dell’ ambiente argentino stima che tra il 1990 e il 2017 è stata rasa al suolo un’area pari a 8 milioni di campi da calcio.

Agricoltura, allevamento e soldi

I motivi sono ormai arcinoti: agricoltura, allevamento e, ovviamente, la grande quantità di soldi che derivano dal commercio della carne. Greenpeace ha quindi di recente pubblicato un report con i dati di oltre 20 anni di osservazioni. Il suo scopo è quello di denunciare alcune compagnie che, con la produzione e vendita della carne, contribuiscono alla deforestazione del Gran Chaco.

Inversora Juramento, per esempio, è una delle maggiori imprese agricole dell’Argentina e nel 2018 ha deforestato illegalmente 700 ettari di foresta. Anche la multinazionale Carnes Pampeanas ha raso al suolo 120 mila ettari di foresta durante gli anni delle osservazioni. I loro prodotti a base di carne sono stati registrati nei supermercati Lidl Germania, Metro Germania, Albert Heijn Paesi Bassi, Zandbergen Brothers Monaco di Baviera e Shufersal Israele.

A causa però della mancanza di tracciabilità di tutta la filiera, non è sempre possibile sapere in quale specifico appezzamento di terra in Argentina la carne è stata allevata e prodotta. Pertanto, dal punto di vista del consumatore, è molto difficile assicurarsi di non acquistare prodotti collegati alla deforestazione.

La carne, un enorme commercio

Secondo il rapporto di Greenpeace, l’Argentina è la sesta nazione produttrice ed esportatrice di carne al mondo. Nel 2011 il governo ha lanciato il “Piano Strategico Agroalimentare e Agroindustriale 2010-2020” con l’obiettivo di aumentare il bestiame del 10%. Greenpeace, inoltre, solleva il problema dell’accordo Mercosur-Unione Europea. Questo prevede che tra le nazioni dell’Unione e quelle del blocco commerciale sudamericano Mercosur vi siano meno restrizioni commerciali e controlli e, quindi, più scambi di prodotti. Se verrà siglato, la domanda di carne argentina aumenterà.

Sul sito dell’Unione Europea si legge che l’accordo UE-Mercosur si basa sul presupposto che il commercio non dovrebbe avvenire a spese dell’ambiente o delle condizioni di lavoro; al contrario, dovrebbe promuovere lo sviluppo sostenibile. E ancora, l’UE e il Mercosur si impegnano ad attuare efficacemente l’accordo sul clima di Parigi. Ciò include la lotta alla deforestazione, la protezione dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.

Con tutte le buone intenzioni del caso, però, la carne deve essere trasportata. Gli allevamenti intensivi, inoltre, producono una grande quantità di emissioni a causa delle flatulenze animali tanto che nel 2014 la deforestazione è stata responsabile del 15,6% delle emissioni totali di gas a effetto serra dell’Argentina. Infine, i prodotti agricoli necessari a mantenere in vita gli animali e gli animali stessi richiedono spazio. La FAO stima che tra il 1990 e il 2005, il 45% della deforestazione in Argentina è stata causata all’allevamento intensivo di bestiame. Ad oggi, più del 20% della foresta del Chaco è stata trasformata in pascoli e terre di coltivazione.

Leggi il nostro articolo Carne e sostenibilità, un matrimonio difficile

Una risorsa importante per la vita sulla Terra

Le foreste sono una risorsa importante per la vita sulla terra, in quanto contribuiscono a mitigare i cambiamenti climatici. Svolgono infatti un ruolo cruciale nella regolazione del clima, nel mantenimento delle fonti d’acqua e nella conservazione del suolo. Le foreste concentrano inoltre più della metà della biodiversità terrestre, rendendole fondamentali per l’intero ecosistema. Anche la foresta del Chaco è ospita vegetazione e fauna uniche.

Leggi il nostro articolo Che cos’è un ecosistema e perché è importante

Ad oggi 825 specie di mammiferi abitanti di questa zona sono in via di estinzione. Le cause principali sono la costante distruzione e frammentazione del loro habitat e la loro caccia indiscriminata. I giaguari, per esempio, sono diminuiti del 50%. Si stima che in tutta l’ Argentina siano rimasti solo 250 individui e soltanto 20 nella foresta del Chaco. Anche il puma è considerato a rischio estinzione in quanto parte dei grandi predatori. Questi infatti sono spesso cacciati dagli allevatori che temono per l’incolumità del bestiame. L’allevamento ha poi favorito l’apertura di nuove strade per i veicoli, offrendo una maggiore accessibilità a questa zona per i cacciatori

Popoli nativi sfrattati e sfruttati

La foresta del Chaco fornisce anche casa e sostentamento per migliaia di comunità indigene che dipendono dalla foresta per ottenere cibo, acqua e medicine. Molte delle famiglie indigene nella regione del Chaco, inoltre, non possono considerarsi i legittimi proprietari delle terre in cui vivono. Negli ultimi due decenni, con l’avanzata dell’agroindustria, i conflitti con le aziende che acquistano queste terre sono aumentati. Lo sfratto e l’omicidio degli agricoltori e degli abitanti indigeni da parte della polizia o delle guardie armate assunti dalle compagnie sono sempre più frequenti.

Con questo report, Greenpeace chiede alle aziende produttrici di carne di adottare una politica di deforestazione zero e, se ne avessero già una, di attuarla rigorosamente. Devono inoltre impegnarsi a rispettare i diritti delle popolazioni native. Greenpeace si rivolge inoltre ai governi perché stabiliscano politiche, leggi e accordi più forti e più ambiziosi in difesa delle foreste e dei loro abitanti.

Hotel plastic-free: addio ai flaconcini monouso

hotel

Una delle regole da seguire per viaggiare creando meno rifiuti plastici possibili è proprio quello di evitare l’utilizzo dei flaconcini monouso degli hotel. Di qui a breve tempo resistere alla tentazione sarà molto più semplice.

Leggi il nostro articolo “Ridurre la plastica in viaggio: ecco come fare”

Obiettivo plastic-free

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa (M5s) ha dichiarato in un comunicato stampa di aver partecipato a “un incontro interlocutorio ma operativo affinché le strutture alberghiere aderenti a Federalberghi si liberino dalla plastica monouso“. L’intenzione, ambiziosa, è che gli hotel italiani possano diventare totalmente plastic-free. Considerando chi era presente durante l’incontro, forse non sarà un obiettivo così ambizioso. Il meeting infatti si è svolto tra il ministro Costa, la presidente del WWF Donatella Bianchi, il vice presidente di Federalberghi Giuseppe Roscioli, il fotografo subacqueo e documentarista Alberto Luca Recchi e la deputata M5s della Commissione Ambiente Paola Deiana.

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa

Ad oggi è già attivo un protocollo che prevede l’eliminazione della plastica negli alberghi di Roma. Questa decisione era stata presa grazie a Luca Recchi, esploratore e fotografo, che ha dato vita al progetto nel 2018, conquistando l’adesione di alcuni noti alberghi di Roma. Anche qui Recchi aveva avuto il supporto dal WWF, che è da anni in prima linea nella lotta contro la plastica. Nell’accordo di giugno però, agli alberghi romani si sono aggiunti quelli nazionali. Importante infatti la presenza di Giuseppe Roscioli, Presidente di Federalberghi Roma e Vicepresidente vicario di Federalberghi Nazionale, a cui aderiscono circa 27 mila hotel italiani su 33 mila.

Miliardi di flaconcini ogni anno

L’eliminazione della plastica dagli alberghi è un provvedimento importante, che non può aspettare la direttiva europea del 2001. In ogni hotel vengono utilizzati ogni anno 200 mila flaconi usa e getta per l’igiene personale. Moltiplicati per i 33mila alberghi italiani, sono 6 miliardi e 600 milioni di flaconcini all’anno, e che hanno, forse, un giorno di vita, se non solo qualche minuto.

Leggi il nostro articolo “La vita di una bottiglia di plastica: dal petrolio al cestino”

La soluzione più efficace per ovviare a questo problema sarebbe eliminare del tutto i piccoli vizi ai quali la società del benessere ci ha abituati. La più realistica è quella accarezzata dal ministro Costa nella sua intenzione di “creare un nuovo mercato“. Se stia parlando di prodotti in plastica biodegradabile, prodotti solidi (shampoo e balsamo solidi), o grandi dispencer di cosmetici in ogni camera non è ancora chiaro. Quello che è certo è che l’ambiente, specialmente i nostri mari, non potranno che beneficiare di questa decisione.

Stelvio, ghiacciai in pericolo. Lo Studio dell’Università di Milano

ghiacciaio

Un effetto a catena che renderà esponenziale la velocità di scioglimento dei ghiacciai. E’ quello che sta accadendo nel Parco Naturale dello Stelvio, studiato attentamente per 28 anni dai ricercatori del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano.

Una scoperta non rassicurante

Finalmente i dati raccolti in questo lungo lasso di tempo dai satelliti Landsat sono stati analizzati, e quello che hanno scoperto i ricercatori è tutt’altro che rassicurante. Il valore di albedo dei ghiacciai di questa zona sta diminuendo drasticamente. L’albedo è un’unità di misura che indica la capacità di una superficie di riflettere la luce. Questa proprietà, ovviamente particolarmente alta delle superfici bianche come ghiaccio e neve, è fondamentale per rallentare il riscaldamento globale.

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Le superfici chiare infatti riflettono la radiazione solare che colpisce la Terra, evitando che gran parte del calore e dell’energia venga assorbita dalla superficie. Una superficie scura, come quella delle rocce, ha invece un valore di albedo molto più basso e pertanto solo una minima parte della radiazione solare viene riflessa. Più diminuiscono le superfici chiare, quindi, più la terra si riscalda.

95% in meno

“Tutti e 15 i ghiacciai esaminati, appartenenti al gruppo Ortles-Cevedale delle Alpi centrali, mostrano una diminuzione dell’albedo. Per quattordici di essi questa diminuzione è del 95%”. Si legge nell’Abstract della ricerca ‘New evidence of glacier darkening in the Ortles-Cevedale group from Landsat observations‘ pubblicata su Global and Planetary Change.

Due meccanismi sono stati principalmente ritenuti responsabili dell’oscuramento del ghiacciaio: temperature più elevate e aumento delle impurità che assorbono la luce. Il primo porta alla fusione del ghiaccio, che a quindi lascerà spazio ai detriti rocciosi sopraglaciali che ne provocano l’oscuramento.

L’utilità dei ghiacciai

I ghiacciai in questa zona sono fondamentali in quanto l’acqua di fusione è un’importante fonte di energia idroelettrica durante i mesi estivi. I ghiacciai sono inoltre una risorsa imprescindibile per il settore turistico, grazie alla loro posizione all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio, una delle aree protette più importanti d’Italia.

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