Lago Ciad evapora: le prime vittime del clima

lago ciad

Sulle sponde del lago Ciad, situato nel cuore dell’Africa, è in corso un crisi umanitaria di proporzioni enormi. Le milioni di persone che vivono nei Paesi confinanti con il lago (Ciad, Camerun, Niger e Nigeria) soffrono fame e sete, oltre a subire continui attacchi e pressioni da parte dei terroristi di Boko Haram.

Cause e conseguenze

La causa è gran parte da attribuire all’evaporazione del lago Ciad. In soli cinquant’anni si è ridotto del 90%, passando da 25000 km quadrati nel 1963 a meno di 1500 chilometri quadrati nel 2001 (FAO). I governi, poi, non hanno saputo gestire la situazione, ignorando i segnali di allarme e continuando a sfruttare le risorse idriche del lago come se queste fossero inesauribili.

La mancanza di acqua ha così causato una forte siccità, l’inaridimento dei terreni, il collasso del sistema agricolo e gli allevamenti, oltre che una forte diminuzione di biodiversità.

Leggi il nostro articolo: Che cos’è un ecosistema e perché è importante

La quantità di pesce a disposizione è diminuita del 60% e la produzione di pesce essiccato è passata dalle 140.000 tonnellate del 1960 alle 45.000 attuali. Il natron, un impasto di sali naturali ricavato dalle alghe e usato per conservare cibi, conciare pelli e lavorare tessuti è quasi scomparso. Pescatori, allevatori e agricoltori stanno perdendo il lavoro oltre che i beni di prima necessità come cibo e acqua.

Migrazioni forzate

Tutto questo causa anche la migrazione forzata di milioni di persone. Molti scelgono di rimanere nelle vicinanze, sovraffollando i luoghi prescelti, per esempio quelli che ancora godono di acqua lacustre. Dopodiché è molto facile che si generino conflitti e disordini tra i vari gruppi per l’accaparramento dei beni primari.

Leggi il nostro articolo: “Effetto serra effetto guerra” ovvero l’umanità che si autodistrugge

Alcuni tentano la lunga, interminabile traversata di migliaia di chilometri per raggiungere le nazioni nordafricane e, se sono fortunati, l’Europa. Altri si accontentano di gonfiare le fila del gruppo terroristico di matrice islamica Boko Haram. Questo provvede a fornire loro cibo, acqua e, perché no, un punto di riferimento, una speranza alla quale aggrapparsi. Il gruppo, approfittando della crisi sociale ed economica, tenta di imporsi nelle varie città e villaggi intorno al lago Ciad. Promette loro cibo, denaro e benessere, ma utilizza anche la violenza, come dimostrano i frequenti attentati, sorprusi e uccisioni a carico dei civili.

L’aiuto dell’ONU

Per tentare di risolvere questa tragica situazione, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) ha lanciato un piano a scala regionale per la regione del Lago Ciad. Denominato Regional Stabilization Facility for Lake Chad, il piano prevede lo stanziamento di 100 milioni di dollari per finanziare una serie di interventi a favore di questa regione, come il supporto alla lotta contro Boko Haram e il rifornimento dei beni di prima necessità per la popolazione. Il piano sarà operativo a partire dall’1 settembre e per i prossimi due anni. A beneficiarne saranno quattro Paesi: Camerun, Ciad, Niger e Nigeria.

Ridurre la plastica in viaggio. Ecco come fare

Il pianeta non va in vacanza

Ridurre la plastica in viaggio non è sempre semplice, soprattutto quando si è in vacanza. La prima regola da seguire è quella di ricordarsi giorno dopo giorno che in vacanza ci siamo noi, non il pianeta. Godiamoci il soggiorno ma senza abbandonare i piccoli accorgimenti ecologici.

La plastica vien mangiando

  • Portarsi una borraccia da riempire di tanto in tanto durante la giornata. Non comprare bottigliette di plastica
  • Se si va in un Paese in cui si mangia molto street food, come l’Asia, portarsi il proprio kit-pranzo. In questo modo ci si può fare riempire la propria bacinella e mangiare con le proprie posate.
  • Sempre nei paesi asiatici è molto comune comprare una noce di cocco per berne l’acqua all’interno. Per farlo è necessaria una cannuccia poiché è poco igienico appoggiare le labbra direttamente sulla noce. Portarsi quindi la propria cannuccia in metallo o in plastica dura riutilizzabile permetterà di rifiutare quella usa e getta. Questa è ovviamente utile anche per tutti gli altri Paesi, come gli USA, dove è molto comune acquistare caffè e bibite da bere con la cannuccia. Se però se ne può fare a meno, meglio non utilizzarla del tutto.
  • In viaggi in cui l’esperienza culinaria non è parte integrante dell’esperienza, cercare di mangiare in casa. In questo modo si ha maggiore controllo sui rifiuti prodotti.
  • Se si mangia fuori, scegliere il più possibile cibo locale. I prodotti importanti arrivano imballati nella plastica, cosa che avviene meno con i prodotti a km0.
  • Quando si sceglie il ristorante evitare quelli che servono il cibo in piatti di plastica.
  • Portarsi i propri snack per l’aereo, ancora meglio il proprio cibo.
  • Non comprare snack confezionati e prediligere la frutta o la frutta secca sfuse. Oltre che essere più sane sono plastic-free.

Igiene plastic-free

  • Portare shampoo e balsamo solidi. Risparmiano peso e spazio, passano tranquillamente i controlli e soprattutto non hanno contenitori di plastica
  • Per gli stessi motivi portare una saponetta al posto del doccia schiuma
  • Portando i propri prodotti per l’igiene da casa è totalmente inutile aprire ed utilizzare i campioncini degli hotel. Sono infatti quasi sempre contenuti nella plastica e una volta aperti vengono buttati dal personale. Quando si portano a casa, poi, è raro che si continui a utilizzarli.

Anche in viaggio, differenziare

  • Non in tutti i paesi è in vigore il bando dei sacchetti di plastica, quindi portarsi il proprio per quando si va al supermercato o a fare shopping
  • Attenzione alla differenziata! Cercare il più possibile di dividere i rifiuti. Negli hotel spesso non c’è divisione e non si può fare molto. Quando si alloggia nelle case altrui, invece, è bene chiedere dove sono i cassonetti o in generale come funziona la divisione dei rifiuti.
  • Portare con sé i rifiuti plastici fino a quando non si trova un cestino adibito alla raccolta plastica.

KLM, la prima compagnia aerea che invita a non volare

KLM

“Era proprio necessario incontrarsi di persona? Se sì, non era meglio prendere il treno?” Questi sono i consigli inaspettati, al limite del rimprovero, della compagnia area KLM. Strano ma vero la compagnia aerea olandese ha lanciato una nuova, surreale campagna di marketing in cui disincentiva le persone a volare. Se proprio non è possibile, visto che “prima o poi tutti dobbiamo prendere un aereo, pensa a volare responsabilmente” dice la pubblicità. Il video in questione incentiva inoltre i clienti a contribuire al loro piano di compensazione di CO2 durante l’acquisto del biglietto.

Quanto inquinano gli aerei?

Anche grazie a questa iniziativa, KLM è la terza compagnia più attenta all’ambiente dopo Norwegian Air e Swiss Air. Alcuni hanno già ipotizzato che si tratti soltanto dell’ennesimo green washing da parte di un’azienda. Infatti, per quanto più virtuosa di altre, KLM è pur sempre una compagnia aerea e contribuisce alle emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Secondo i dati comunicati dagli Stati membri alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), le emissioni di CO2 di tutti i voli in partenza dall’Europa sono aumentate da 88 a 171 milioni di tonnellate (+ 95%) tra il 1990 e il 2016. Le future emissioni di CO2 dovrebbero aumentare di un ulteriore 21% raggiungendo le 198 milioni di tonnellate nel 2040.

Entro il 2050 il contributo dell’aviazione al riscaldamento globale dovrebbe triplicare. Ad oggi, l’aviazione è responsabile del 3,6% delle emissioni totali di gas a effetto serra, diventando la seconda fonte più importante dopo il traffico stradale. Parlando in termini assoluti però un aereo di linea inquina come circa 600 auto non catalizzate (Euro 0). Di conseguenza i più grandi aeroporti italiani emettono ogni giorno la stessa quantità di emissioni di circa 350mila auto Euro 0.

Fonte: elaborazione GreenRouter su DEFRA Crabon Factors 2017

Un ampio margine di miglioramento

Un altro problema dell’inquinamento aereo rispetto a quello automobilistico è che l’anidride carbonica e gli ossidi di azoto vengono rilasciati nella troposfera e nella bassa stratosfera. Queste sono aree dove solitamente non arriva l’inquinamento terrestre e dove si addensano i fenomeni meteorologici come la pioggia. Più è alta la concentrazione di sostanze tossiche, più le piogge saranno acide e rovineranno i raccolti, la flora e in generale l’ambiente.

Per questo elogiare una compagnia aerea, per quanto virtuosa, non è l’intenzione di questo articolo. Il margine di miglioramento è inoltre molto ampio. Come si legge su un articolo de Linkiesta, obbligare i clienti a pagare la carbon tax includendola nel costo del biglietto, invece che lasciare loro la possibilità di scegliere, potrebbe essere un’ulteriore soluzione. Oppure si potrebbe ridurre la distanza tra i sedili, sacrificando un po’ di comodità ma permettendo a più persone di salire su ogni singolo aereo. O ancora dovrebbero diminuire la quantità di voli a breve distanza e favorire quelli intercontinentali per disincentivare gli spostamenti da e per luoghi raggiungibili con altri mezzi di trasporto.

Come dice la pubblicità di KLM, però, può capitare di dover prendere un aereo, per quanto raramente. Cerchiamo quindi di scegliere in modo più consapevole e, perché no, premiare le compagnie che mostrano un po’ più di attenzione verso le problematiche ambientali.

Indonesia rimanda in Australia i rifiuti ricevuti: erano contaminati

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L’Indonesia ha chiuso con i compromessi. Martedì la Nazione asiatica ha rispedito più di 210 tonnellate di spazzatura in Australia, da dove, d’altra parte, provenivano. Motivo? I rifiuti erano contaminati.

Contaminazione pericolosa

All’interno di quella che doveva essere la raccolta della carta, infatti, sono stati trovati molti altri materiali come bottiglie di plastica (leggi qui la vita di una bottiglia di plastica), lattine, pannolini usati, cibo, indumenti. Vi erano, inoltre, anche scarti di materiali elettrici e contenitori che in passato contenevano olio motore o detergenti. Come ha detto il Ministro dell’Ambiente indonesiano, era d’obbligo rimandarli indietro in quanto questi materiali sono potenzialmente dannosi per l’ambiente e per le persone.

Non bisogna però pensare che la contaminazione derivi soltanto da sostanze tossiche. Questa infatti sussiste anche quando i materiali si mischiano tra loro, compromettendo la purezza del prodotto originario e rendendolo definitivamente non riciclabile. Sempre a causa della contaminazione l’Indonesia aveva già rispedito in Francia 49 container di rifiuti. Anche la Malesia a marzo ha rimandato nei Paesi d’origine (Australia, Bangladesh, Canada, Cina, Giappone, Arabia Saudita e Stati Uniti) 450 tonnellate di plastica contaminata. Le Filippine, dal canto loro, hanno spedito in Canada 69 container pieni di spazzatura.

Proteste e provvedimenti

Tutto questo ha preso il via da alcune proteste avvenute nei mesi scorsi in tutto il Sud Est Asiatico. Forse sono da ringraziare i nuovi media come internet e i social che hanno reso noto a tutti il problema di quelle che oramai sono le “discariche dell’Occidente”. Forse è stato anche lo scambio proficuo di informazioni tra abitanti e viaggiatori, che sempre più spesso giungono in questi Paesi. Oppure semplicemente era diventato impossibile per gli abitanti chiudere gli occhi di fronte all’enorme quantità di rifiuti che vengono costantemente riversati nei mari e nei fiumi del sud est asiatico.

La massa di spazzatura spedita in questi paesi da quelli più ricchi è infatti drasticamente aumentata dopo che la Cina ha bloccato l’importazione di rifiuti da Paesi quali Australia, America ed Europa. La Cina nel 2016 ha raccolto 600 mila tonnellate di plastica al mese rendendola uno dei maggiori Paesi per il riciclo di plastica. Senza la Cina, l’Indonesia, la Malesia e le Filippine sono state quindi scelte come nuove “discariche”. Fortunatamente però, come i fatti degli scorsi giorni hanno dimostrato, i Paesi in via di sviluppo non si stanno del tutto piegando in maniera remissiva ai loro ricchi carcerieri.

Discarica di Surabaja, Indonesia (afp)

Come risolvere il problema?

L’Australia sta pensando a come risolvere rapidamente il problema dell’Indonesia e degli altri Paesi che rifiutano la loro spazzatura. Peter Shmigel, il capo dell’Australian Council of Recycling, si è esposto dicendo che il governo dovrebbe investire più soldi nel riciclaggio, utilizzando questi vecchi-nuovi materiali per progetti pubblici. Riciclare, però, non è sempre facile poiché il rischio di contaminazione è alto. Per questo anche il nostro ruolo da civili è importantissimo. Un’attenzione maggiore a come differenziamo la nostra spazzatura, giorno per giorno, nelle nostre case è vitale per il bene del Pianeta. E, ancora meglio. è seguire il primo comandamento dell’ecologia: comprare meno, comprare meglio, riducendo al minimo la produzione dei rifiuti. (Leggi qui alcuni consigli per la raccolta differenziata)

Leonardo DiCaprio e la vedova di Jobs insieme per l’ambiente

Leonardo DiCaprio

Ormai è una garanzia. Quando sentiamo parlare di Leonardo DiCaprio sappiamo che si tratta di qualcosa in favore dell’ambiente. Questa volta però non sarà solo. L’attore hollywoodiano infatti si è associato alla vedova del fondatore di Apple Steve Jobs, Laurene Powell Jobs ed a Brian Sheth, presidente del fondo Vista Equity Partners. Insieme hanno fondato Earth Alliance, una nuova organizzazione che ha lo scopo di aiutare il pianeta ad affrontare le urgenti minacce del riscaldamento globale.

Molti problemi, molte soluzioni

I problemi legati al cambiamento climatico, come sappiamo, sono molti e vari. Disastri naturali, estinzioni rapide delle specie, aumento degli sfollati, acidificazione degli oceani, mancanza di cibo per milioni di persone. L’obiettivo di Earth Alliance è quello di combatterli, proteggendo gli ecosistemi, assicurando la giustizia climatica, sostenendo l’energia rinnovabile e difendendo i diritti delle popolazioni indigene.

Per fare tutto questo, l’Associazione supporterà finanziariamente altre organizzazioni e iniziative a favore dell’ambiente. Come si legge nel comunicato stampa, Earth Alliance collaborerà con altre organizzazioni non profit, comunità, agenzie governative e finanziatori impegnati in diverse missioni per salvare il pianeta. Inoltre, Earth Alliance si impegnerà in iniziative educative e culturali fornendo borse di studio e opportunità educative. Coinvolgerà in questo anche le comunità indigene e aiuterà organizzazioni e individui nei luoghi più colpiti dai cambiamenti climatici.

La Leonardo DiCaprio Foundation è stata creata nel 1998. Da allora ha erogato oltre 100 milioni di dollari per sovvenzionare progetti in tutti e cinque i mari e in tutti e sette i continenti.

L’importanza di comunicare

Earth Alliance sfrutterà anche le ormai consolidate capacità comunicative della Leonardo DiCaprio Foundation. Come questa ha già fatto in passato, la nuova Associazione finanzierà campagne su vasta scala, con conferenze e convegni a tema ambientale. Non può poi mancare la realizzazione di film e documentari. Sul comunicato si legge che questi progetti potranno ispirare e mobilitare le persone in tutto il mondo a preoccuparsi e ad agire per il futuro del pianeta.

E Lauren Jobs aggiunge: – Leo è uno dei comunicatori più dotati di talento del nostro tempo e con Earth Alliance, sfrutteremo questi doni per ispirare tutte le persone, indipendentemente dall’età, dalla razza o dal paese d’origine, affinché si ergano come leader a favore del nostro pianeta, che è gravemente in pericolo. –

Programmi più dettagliati, comunque, saranno svelati dall’Associazione nei prossimi mesi. Per adesso, non resta che apprezzare e supportare questa iniziativa e le persone che ne fanno parte. Mettere a disposizione le loro risorse e la loro energia per il nostro futuro non è infatti qualcosa di usuale, nonostante il mondo ne abbia un estremo bisogno.

L’Iran esce dall’accordo sul nucleare. Ora ha più uranio arricchito

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L’Iran sta mettendo in pratica quella che sessanta giorni fa era soltanto una minaccia, ovvero uscire definitivamente dall’accordo sul nucleare e aumentare le riserve di uranio.

Il tentativo diplomatico di Obama

Nel 2015 Barack Obama aveva portato a termine una trattativa diplomatica per cui la nazione mediorientale avrebbe dovuto interrompere quasi totalmente il processo di arricchimento dell’uranio. In cambio gli Stati Uniti e gli altri Paesi firmatari avrebbero sospeso le sanzioni commerciali imposte in precedenza all’Iran.

Quando si parla del mercato iraniano, è bene ricordare che si tratta principalmente del commercio petrolifero il quale, come sappiamo, porta con sé effetti ambientali molto dannosi. Per anni però l’economia dell’Iran, e quindi il relativo benessere della Nazione, è dipesa dall’esportazione di petrolio verso le nazioni occidentali che da sempre sfruttano in modo insostenibile questa risorsa.

La svolta di Trump

Nel 2018 Donald Trump ha ritirato l’accordo e ha reimposto le sanzioni all’Iran. Il motivo non era ben chiaro se non che, secondo Trump, l’Iran non avrebbe rispettato gli accordi sul nucleare. Per l’Europa, però, questo fatto non sussisteva. Come poi molti giornali hanno supposto, le sanzioni avevano l’obiettivo di indebolire il ruolo dell’Iran nel panorama geopolitico. Il Paese infatti dopo l’accordo sul nucleare si stava riorganizzando economicamente per esercitare la propria egemonia regionale a discapito di quella americana. Imporre le sanzioni quindi voleva dire favorirne l’instabilità.

Come ha affermato Majid Takht Ravanchi, rappresentante dell’Iran presso le Nazioni Unite a New York, “le sanzioni americane sono state progettate per danneggiare la popolazione civile, in particolare le persone vulnerabili come donne, bambini, anziani e pazienti”. D’altra parte Donald Trump non aveva nascosto le sue intenzioni: “il costo di avere un arsenale nucleare per l’Iran sarà di vivere in un’economia a pezzi per tanto tempo a venire”, ha detto il presidente americano.

Il ruolo dell’Europa

Francia, Gran Bretagna e Germania stavano invece escogitando un modo per aggirare le sanzioni imposte dall’America sul mercato iraniano e quindi salvare l’accordo sul nucleare. Questi tentativi, però, non hanno avuto seguito. “Da loro solo parole“, ha detto il portavoce della commissione Energia del Parlamento iraniano Gharenkhani all’Ansa. Poi l’annuncio definitivo: l’Iran ha aumentato le scorte di uranio arricchito passando dal 3,67% al 5%.

Centrale nucleare

L’uranio è un metallo tossico e altamente radioattivo che, quando arricchito, diventa un elemento fondamentale per alimentare le centrali nucleari. Un eventuale guasto può causare danni irreparabili, come è già successo a Chernobyl nel 1986. Inoltre l’uranio arricchito può anche essere impiegato per costruire armi chimiche e, se in quantità molto elevate, anche la bomba atomica. Si parla però in questo caso del 90%, quindi fortunatamente ancora molto lontano dalla quantità di uranio ufficialmente presente in Iran.

Nel 2021 arriva la prima automobile solare

automobile solare

Un futuro fatto di mobilità elettrica è sempre più possibile. E’ stata infatti da poco presentata la prima macchina elettrica con pannello solare incorporato, così da aumentarne l’autonomia. La startup che ha firmato il progetto dell’automobile solare è l’Olandese Lightyear la quale, in una cerimonia tenutasi nel TheaterHangaar a Katwijk, ha mostrato la sua ultima invenzione.

Problema autonomia risolto

Il motivo per cui le automobili elettriche non riescono a prendere piede e, quindi, a diventare economicamente abbordabili, è la mancanza di autonomia. Come dice Lex Hoefsloot, CEO e co-fondatore della società “la mancanza di opzioni di ricarica sono ancora le principali preoccupazioni che le persone hanno quando prendono in considerazione le e-car”.

Lightyear ha quindi pensato a come risolvere il problema con un veicolo full electric. Ma con una funzionalità in più: una “pelle” fotovoltaica sul tetto e sul cofano. Questi cinque metri quadrati di celle solari sono integrate in un vetro di sicurezza, tanto resistente che un uomo adulto può camminarci sopra senza creare ammaccature. L’energia solare viene poi immagazzinata in una batteria aggiuntiva.

Non solo sole

Grazie a questa tecnologia, Lightyear One (questo il nome della macchina), è in grado di compiere dai 600 agli 800 chilometri in totale autonomia. Il mezzo ha inoltre quattro motori elettrici che gli consentono di accelerare da 0 a 100 kmh in 10 secondi. Infine, la macchina è ricaricabile come un tradizionale veicolo plug-in tramite colonne fastcharge o normali prese da 230V. Anche questo metodo di ricarica è più efficiente per Lightyear One in quanto la macchina è molto leggera e, quindi, consuma meno energia durante il movimento.

Quanto costa?

Nonostante l’obiettivo di Lex Hoefsloot sia quello di rendere la mobilità sostenibile accessibile a tutti, il prezzo è ancora molto alto. Il costo di prenotazione è di 119.000 euro, quello totale ammonta a 123.000 euro. Come spiega il CEO, però, i prossimi modelli “avranno un prezzo di acquisto significativamente inferiore”. Questo perché vi saranno molte più vetture autonome e condivise e il prezzo di acquisto potrà essere diviso tra un ampio gruppo di utenti”. Per adesso, però, ne sono state ordinate circa un centinaio e arriveranno ai destinatari nel 2021.

“Solo i ricchi si salveranno”. Allarme ONU sul climate change

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I ricchi potranno pagarsi la salvezza, scappando dal caldo e dalla fame. Gli altri soffriranno a causa del cambiamento climatico. Questo è quello che Philip Alston, relatore speciale dell’ONU, ha scritto nel suo ultimo rapporto sulla povertà e i diritti umani.

I diritti umani sono a rischio

Secondo Alston infatti i diritti umani più semplici quali il diritto alla vita, al cibo, all’acqua e alla casa saranno fortemente minacciati dal riscaldamento globale. “A rischio ci sono gli ultimi 50 anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà” dice Alston. Tutto questo, comunque, avverrà soprattutto nei paesi in via di sviluppo, i quali subiranno ingiustamente il 75% dei costi totali del riscaldamento globale. Peccato però che questi stessi Paesi siano responsabili solo del 10% delle emissioni totali del Pianeta.

Una nuova Apartheid

Ma non finisce qui. Proprio come è avvenuto in Siria nel 2012 il disagio dovuto alla mancanza di risorse idriche porterà scontento tra i popoli, proteste e favoritismi. Aumenteranno le ineguaglianze e le ingiustizie e con loro le piaghe già molto diffuse del nazionalismo, xenofobia e razzismo. “Proprio come è accaduto durante l’Apartheid – afferma Alston – le divisioni tra i gruppi sociali aumenteranno, e la democrazia vacillerà. Sarà molto difficile allora mantenere un approccio bilanciato ai diritti civili e politici delle persone”.

Il riscaldamento globale, concretamente parlando, “potrebbe condurre oltre 120 milioni di persone in povertà entro il 2030” ha aggiunto Alston. Il dato è coerente con quello rivelato dalla Banca Mondiale nel 2018, secondo cui entro il 2050 vi saranno oltre 140 milioni di profughi interni, che si muovono per cercare un clima più favorevole.

Philip Alston, relatore speciale ONU su povertà estrema e diritti umani

I politici non fanno abbastanza

Alston infine accusa duramente i leader mondiali ma anche le stesse Nazioni Unite di non fare abbastanza e di aver sottovalutato il potenziale distruttivo del cambiamento climatico. Il neo-presidente del Brasile Bolsonaro, per esempio, ha promesso di trasformare grandi parti di Foresta Amazzonica in miniere. Il che significa, ovviamente, un aumento affatto necessario della deforestazione. Il report condanna anche il presidente americano Donald Trump per aver attivamente azzittito qualunque notizia o dato sul riscaldamento globale.

Ma Alston conclude con una nota positiva e di incoraggiamento verso le azioni in favore dell’ambiente come i casi legali contro stati e compagnie di combustibili fossili, l’attivismo di Greta Thunberg e gli scioperi in tutto il mondo organizzati da Extintion Rebellion.

Caccia alle balene, partite 8 navi dal Giappone. Islanda rinuncia

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Per la prima volta dopo 17 anni quest‘estate i cacciatori di balene islandesi interrompono la loro attività. Dall’altra parte del mondo, invece, dopo 31 anni la caccia alle balene a scopi commerciali ricomincia. Con questa decisione il ministro della Pesca giapponese Takamori Yoshikawa ha voluto puntare a un ritorno dell’attività e, quindi, a quello del commercio di carne di balena.

Una pratica di lunga data

In realtà la caccia alla balena è sempre stata praticata in Giappone, anche dopo la moratoria del 1986 dell‘ International Whaling Commission. Questo è un organo internazionale che si occupa, appunto, di proteggere le balene e limitarne la caccia. Sia il Giappone che l’Islanda ne facevano parte, anche se entrambe le nazioni sono sempre riuscite ad evitare penali. I due paesi, infatti, hanno continuato a cacciare balene con la scusa di farlo per scopi scientifici. Tali fini pero‘ si sono rivelati tutt’altro che reali. Il Giappone uccideva ogni anno dalle 200 alle 1200 balene e l’Islanda 700, un po’ troppe per delle semplici analisi scientifiche.

I richiami e lotte da parte degli ambientalisti crescevano sempre di più, soprattutto da parte di Greenpeace. L’associazione già nel 1975 lanciò la sua campagna contro la caccia alle balene, affrontando le baleniere in mare aperto, fermando gli arpioni con i gommoni e portando per la prima volta le immagini di questa terribile e inaccettabile caccia. Le balene sono infatti in cima alla catena alimentare degli oceani e la loro scomparsa ne comprometterebbe l’equilibrio e la biodiversità. Inoltre, sono animali già a rischio estinzione, che non andrebbero cacciati in grandi quantità bensì tutelati. Il Giappone, di tutta risposta, tentava di convincere la Commissione che la caccia alle balene per scopi commerciali potesse essere regolata e, quindi, sostenibile.

Una decisione drastica

Le richieste dello Stato nipponico non sono però state ascoltate. Di conseguenza, alla fine dell’anno scorso il Giappone ha deciso di togliersi definitivamente dalla Commissione annunciando che dal 1 luglio avrebbe ripreso la caccia alle balene a scopi commerciali. E così è stato. Proprio ieri, lunedì 1 luglio, sono salpate cinque navi con gli arpioni nascosti sotto i teloni dal porto di Kushiro nel nord del Giappone. Altre tre, invece, sono partite da Shimonoseki nel sud-ovest dell’arcipelago.

Il vero motivo di questa decisione resta pero ancora oscuro, visto che la domanda di carne di balena e drasticamente diminuita negli ultimi anni. Infatti, negli anni Sessanta in Giappone si consumavano 200 mila tonnellate di carne di balena all’anno, mentre in anni recenti si è arrivati a 5 mila tonnellate. L‘unica spiegazione plausibile potrebbe essere quella del mercato nero, che in questo modo verrebbe supportato dallo Stato.

Quando le nostre scelte contano

L‘Islanda dal canto suo, dopo aver registrato lo stesso trend negativo, la settimana scorsa ha rinunciato alla caccia in questa stagione, per la prima volta dal 2003. Gunnar Bergmann Jónsson, CEO della compagnia di whaling IP Útgerð, ha affermato che la sua compagnia preferirebbe evitare la caccia alle balene per concentrarsi invece sui cetrioli di mare. La compagnia, tuttavia, importerà carne di balena minke dalla Norvegia per soddisfare la poca richiesta in Islanda e, probabilmente, inizierà a cacciare nuovamente le balene minke nella primavera del 2020.

Questi episodi sono l’ennesima prova del fatto che noi in quanto consumatori possiamo realmente cambiare le cose. I cacciatori e commercianti certo non guardano in faccia alle persone e men che meno agli animali e al pianeta. Sono i nostri soldi e il modo in cui scegliamo di spenderli a darci un potere che nemmeno i più grandi leader possono ignorare.

Coppetta mestruale per le donne e per l’ambiente

coppetta mestruale

Per ogni ciclo una donna usa dai dieci ai venti assorbenti. In Italia le donne sono circa 30 milioni e gli assorbenti usati e gettati ogni mese sono quindi dai 300 ai 600 milioni in un solo piccolo Paese del mondo. No, non è una stima calcolata nei decenni da una qualche associazione no profit. È una semplice intuizione che tutte le donne possono fare, meglio di qualunque scienziato. Perché allora la coppetta mestruale è arrivata così tardi? Perché è passato così tanto tempo perché le lamentele nostre e dell’ambiente fossero ascoltate?

Risolvibile, ma evitabile

Alcune diranno che non si sono mai lamentate, che a loro gli assorbenti tradizionali vanno più che bene. Ma io non ci credo affatto. Il dover andare in bagno ogni due-tre ore (nei primi giorni anche ogni ora) magari in un luogo pubblico per cambiarsi non è infattibile, ma sicuramente non è comodo. Comprare assorbenti più resistenti e anche più costosi per la notte non fa un’enorme differenza, ma non è il massimo, soprattutto quando l’80% delle volte ci si sporca lo stesso. Sentirsi dire di avere una macchia sui pantaloni e legarsi in vita qualunque indumento possibile per coprirla mentre si fa il conto di quante persone possono potenzialmente averla vista non è la fine del mondo, ma non è una sensazione che augurerei a nessuno. Rinunciare al bagno in mare o in piscina, oppure farlo ma con l’assorbente interno, dovendo poi trovare un luogo dove cambiarsi con quella spiacevolissima sensazione di bagnato mista a un leggero dolore durante il cambio è un problema risolvibile, ma evitabile.

Un tabù molto conveniente

Forse era conveniente per le aziende produttrici di assorbenti il tenerci legate a questi oggetti usa e getta e quindi per forza riacquistabili? Forse le donne hanno imparato a sopportare in silenzio poiché gli uomini non volevano sentire e vedere un problema naturale e che per anni è stato, e in alcuni paesi del mondo lo è ancora, un tabù? O magari è la solita assenza di solidarietà femminile che ci ha impedito di collaborare per creare qualcosa di nuovo, aiutandoci a vicenda?

Se ci avessero ascoltato e se ci fossimo ascoltate un po’ di più, la soluzione era molto semplice: la coppetta mestruale. La coppetta è niente più che un piccolo contenitore in silicone medico, ovvero compatibile con il corpo umano. Il meccanismo consiste nell’inserire la coppetta mestruale nella cavità vaginale la mattina o la sera, dimenticarsene per otto ore e toglierla alla sera o alla mattina

Come si usa? Alcuni consigli

Per quanto riguarda l’introduzione della coppetta mestruale, su YouTube si trovano migliaia di video che illustrano il modo migliore per piegarla, inserirla e poi toglierla. In alternativa, nel libretto delle istruzioni si trovano sempre alcuni disegni esplicativi, molto più utili di qualunque frase scritta. Vi suggerirei soltanto, per inserirla la prima volta, di inumidirla e lubrificarla con un po’ di sapone intimo. Una volta inserita, sempre aiutandovi con del sapone, verificate col dito che la coppetta si sia “aperta” e che quindi possa raccogliere il sangue senza perdite. Mettete comunque un assorbente o un salvaslip per i primissimi utilizzi.

I problemi maggiori si riscontrano durante la rimozione della coppetta mestruale. Innanzi tutto è importante rilassarsi e sedersi, magari in una posizione che aiuti nell’estrazione. Se pensate di “non trovare” la coppetta, non disperate. Non è possibile che si sia dispersa nel corpo in quanto la vagina è una cavità chiusa. Semplicemente dovete spostare le pareti vaginali finché non la trovate.

A questo proposito, non tagliate subito il “codino” all’estremità della coppetta, nonostante le istruzioni consiglino di farlo. Vi servirà per trovarla e capire meglio dove e come prenderla durante l’estrazione, soprattutto le prime volte.

È anche possibile riscontrare qualche difficoltà nell’afferrare la coppetta con le dita, poiché salita troppo in alto durante la giornata. In questo caso, aiutatevi spingendo un pochino verso il basso con i muscoli vaginali (come se steste urinando). La coppetta scenderà, rendendo più facile afferrarla.

Personalmente consiglierei di iniziare con una coppetta mestruale più morbida, così che si apra più facilmente. Inoltre questo sarà utile durante l’estrazione, in quanto sarà più facile schiacciarla, togliere il sottovuoto e afferrarla con le dita per toglierla.

Milioni di donne, una coppetta mestruale, zero assorbenti

Lo so, sembra un processo lungo e complesso, ma fidatevi, dopo qualche giorno di pratica sarà molto semplice. Per non parlare dei benefici per noi e per l’ambiente, riscontrabili subito dopo il primo utilizzo. Niente assorbenti nel cestino, il ciclo durante tutta la giornata sarà solo un lontano ricordo, niente macchie sui pantaloni e sulle lenzuola e anche il portafogli ringrazierà, visto che una sola coppetta mestruale può durare anche molti anni. Rimane soltanto la bellissima consapevolezza di essere donne e in salute, per la quale non dovremmo soffrire né danneggiare la natura, bensì esserne grate.

Leggi qui come ridurre la plastica nell’igiene personale