Greenpeace ha definito la nave Akademik Lomonosov “la Chernobyl dei ghiacci“. L’evidente volontà dell’associazione ambientalista è quella di metterci in guardia sulla pericolosità di questo progetto firmato Russia. La nazione di Putin, infatti, ha di recente inviato una nave nucleare verso la cittadina artica di Pevek.
Leggi il nostro articolo “L’Iran esce dall’accordo sul nucleare. Ora ha più uranio arricchito”
Gli intenti positivi
Secondo la dichiarazione di intenti della Società Nucleare russa Rosatom, gli effetti di questa missione saranno molto positivi. In primo luogo questa centrale nucleare galleggiante fornirà elettricità a 50.000 persone. In secondo luogo sostituirà la vecchia centrale elettrica a carbone, riducendo le emissioni e quindi l’effetto serra. Sostituirà anche la centrale nucleare già esistente sul suolo artico, riducendo il pericolo di un incidente nucleare su larga scala, quali sono stati quelli di Chernobyl del 1986 e di Fukushima del 2011. La nave potrebbe infine alimentare gli impianti di dissalazione per paesi con carenza di acqua dolce, come le nazioni insulari o quelle con un clima e un ambiente particolarmente secco, come quelle africane.

Thomas Nilsen, direttore del giornale norvegese Barents Observer, ha commentato il tutto con un’osservazione semplice ma esauriente: “se questo fosse stato un ottimo modo per fornire elettricità alla costa settentrionale della Siberia, sarebbe molto più diffuso“. Come si legge sul Guardian, l’idea di creare impianti nucleari in mezzo al mare esistono da generazioni, tanto che negli anni ’60 e ’70 gli Stati Uniti avevano costruito un piccolo reattore nucleare a bordo di una nave nella zona del Canale di Panama. Questi, però, non sono mai stati prodotti in massa, sia per i costi molto alti, sia, molto probabilmente, a causa dei terribili incidenti nucleari avvenuti negli anni a seguire.
Alcuni dubbi
Rosatom continua a ribadire che i materiali e le tecnologie utilizzate per la costruzione della nave sono ora molto più sicuri e sviluppati che in passato. Vladimir Irminku, uno dei principali ingegneri dell’Akademik Lomonosov, ha affermato che la nave è a prova di tsunami, di iceberg e, in caso di incidente, il freddo dell’acqua artica aiuterebbe di molto il processo di raffreddamento del reattore in attesa degli aiuti. Leggendo poi che Rosatom sta pensando di vendere la tecnologia a Paesi quali il Sudan, in Africa, mi sorge un grosso dubbio. L’acqua del mare in questa zona non sarà più tanto fredda e uno dei vantaggi del sistema di raffreddamento millantato da Rosatom verrà sicuramente meno.
Anna Kireeva fa parte della Bellona Foundation, la quale si occupa dei problemi ambientali nella regione dell’artico. Kireeva ha confessato al Guardian di essere preoccupata nel caso tali tecnologie nucleari vengano utilizzate in paesi in cui i livelli di sicurezza, e regolamentazione delle radiazioni nucleari non sono elevati come in Russia. Cosa ne faranno del combustibile nucleare esaurito? Come reagiranno in caso di emergenza?
Riguardo ai materiali, Kireeva aggiunge che, per quanto la nave sia resistente, l’impatto con uno tsunami o l’avvento di una forte tempesta potrebbe spostarla verso terra, contaminando l’ambiente circostante e i suoi abitanti. Inoltre, come ha dichiarato Adam Minter del Bloomberg Opinion, anche se un disastro nucleare avvenisse in mezzo al mare senza colpire la terraferma, contaminerebbe l’acqua e i suoi abitanti, oltre che l’industria ittica e, ovviamente, tutte le comunità costiere.
Lo sviluppo non vale vite umane
I critici hanno anche fatto notare gli incidenti passati che coinvolgono le navi marittime nucleari. La più tragica è stata l’esplosione sul sottomarino Kursk nel 2000 che ha ucciso tutti i 118 membri dell’equipaggio. Da non dimenticare anche il misterioso incidente sul sottomarino a propulsione nucleare Losharik avvenuto a luglio 2019 e che ha ucciso 14 persone che erano a bordo. Nel 2011, vi è stata una preoccupante fuoriuscita di radiazioni da parte di un rompighiaccio russo al largo delle coste della Siberia. Forse questi incidenti “aiutano” a rendere la tecnologia più sicura, ma è necessario rischiare di immolare vite umane per il bene della scienza o, peggio, per interessi economici?

Interessi economici e greenwashing
Resta infatti un ultimo punto da non sottovalutare: gli interessi della Russia nell’inviare una nave nucleare verso l’artico. Come sappiamo quest’area del pianeta sta subendo in modo ingente gli effetti del cambiamento climatico. Questi, però, non sono visti negativamente dalle grandi potenze mondiali, bensì rappresentano una risorsa. Con lo scioglimento dei ghiacci, infatti, si sono liberate nuove rotte commerciali oltre che strategiche in caso di conflitto per il loro dominio. Inoltre, sempre per il fatto che il clima è meno ostile e i ghiacci meno spessi, l’estrazione delle risorse naturali sta diventando sempre più facile. E, come dice Marzio G. Mian nel suo libro Artico, la battaglia per il grande nord, la corsa all’oro nero nel nord del mondo è ormai iniziata.
Leggi il nostro articolo “Artico – la battaglia per il grande nord”
Stati Uniti e Russia, infatti, stanno considerando ogni possibile modo per approcciarsi a questa terra ormai non più desolata. Trump ha addirittura espresso la volontà di comprare l’intera nazione della Groenlandia pur di impossessarsi delle sue risorse. La nave nucleare Akademik Lomonosov fornirà quindi sì energia alle case di Perek, ma anche alle macchine estrattrici di risorse naturali, diventando un altro triste esempio del sempre più diffuso “greenwashing“.
Leggi il nostro articolo “Greenland is not for sale – e per fortuna!”

