Le città italiane più inquinate

L’inquinamento atmosferico è un problema complesso che dipende da molteplici fattori: in primis traffico, riscaldamento domestico, agricoltura e industria. Tutte queste attività umane emettono nell’atmosfera una certa quantità di composti inquinanti, come le polveri sottili (il Pm10 e Pm2.5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2) e l’ozono troposferico (O3), i quali influiscono negativamente sulla salute delle persone, provocando l’insorgenza di patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche e neurologiche. Oltre ai problemi legati alla salute ci sono inoltre delle enormi complicazioni dal punto di vista ambientale.

Ma quali sono le città italiane più inquinate in cui vivere?

Leggi anche: Polveri sottili il killer silenzioso: è record di morti

Città che superano i limiti giornalieri di PM10

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Europa circa il 90 % degli abitanti delle città europee è esposto a concentrazioni di inquinanti superiori ai livelli di qualità dell’aria ritenuti dannosi per la salute. Per esempio, si stima che il particolato sottile (Pm2.5) riduca l’aspettativa di vita nell’UE di più di 8 mesi.

Se guardiamo la situazione del nostro paese, i dati sono ancora più preoccupanti. Ogni anno in Italia sono oltre 50 mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici. Un impatto che dal punto di vista economico arriva a diverse decine di miliardi all’anno tra spese sanitarie e giornate di lavoro perse, per la precisione tra i 47 e i 142 miliardi di euro/anno.

Secondo l’ultimo report di Legambiente sull’inquinamento atmosferico, nel 2020 più di un terzo delle città italiane analizzate (35 su 96) hanno superato i limiti giornalieri di legge per il Pm10 (stabilito in 35 giorni in un anno solare con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi di polveri sottili per metro cubo). Addirittura sono undici le città nelle quali si sono avuti più del doppio dei giorni di superamento dei limiti.

A Torino il valore peggiore in assoluto: 98 giorni di superamenti, quasi tre volte sopra il limite dei 35 giorni. Quindi Venezia con 88 giorni, Padova 84, Rovigo 83, Treviso 80, Milano 79, Avellino e Cremona 78, Frosinone 77, poi Modena e Vicenza che con 75 giorni di superamento dei limiti, chiudono le 10 peggiori città italiane.

Città che superano le medie annuali di PM10

I superamenti giornalieri rappresentano però solo un “campanello d’allarme” che rileva i periodi più critici dello smog durante l’anno. Le medie annuali di polveri sottili, invece, danno un’idea migliore sulla cronicità dell’inquinamento e sono il parametro di riferimento per la tutela della salute, come indicato dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che stabilisce in 20 microgrammi per metro cubo la media annuale per il Pm10 da non superare.

Secondo il report, sono 60 le città italiane (il 62% del campione analizzato) che hanno fatto registrare una media annuale superiore a quanto indicato dall’OMS. Anche in questo caso le città del nord Italia sono quelle con le rilevazioni più preoccupanti. Sempre in testa Torino con 35 microgrammi/mc come media annuale, seguita da Milano, Padova e Rovigo (34µg/mc), Venezia e Treviso (33 µg/mc), Cremona, Lodi, Vicenza, Modena e Verona (32 µg/mc).

Oltre alle città del nord però hanno superato il limite suggerito dall’OMS anche città come Avellino (31µg/mc), Frosinone (30 µg/mc), Terni (29 µg/mc), Napoli (28 µg/mc), Roma (26 µg/mc), Genova e Ancona (24 µg/mc), Bari (23 µg/mc), Catania (23 µg/mc) solo per citarne alcune.

Nel complesso, si può notare che le città del nord Italia e del bacino padano hanno i dati più allarmanti. Al sud invece i dati sono migliori, ma preoccupano Roma e la Campania, quest’ultima con alcune città in lista rossa.

Cosa è cambiato con il Covid?

In assoluto, i valori di inquinamento atmosferico dell’anno appena trascorso non sono diminuiti rispetto alle rilevazioni precedenti. Considerando le restrizioni applicate a causa dell’emergenza da Covid19, chi legge si starà chiedendo: come mai?

Durante il periodo del lockdown del marzo/aprile/maggio scorso, la diminuzione della concentrazione di polveri sottili (Pm10) e biossido di azoto (No2) è stata rispettivamente di circa il 20%, e tra il 40% e 60%. Quindi un lieve beneficio dal blocco del traffico c’è stato. Ma i valori di inquinamento complessivi non sono diminuiti principalmente per due motivi:

  • La prima spiegazione è che le misure hanno avuto il loro effetto benefico, ma che il danno era stato sostanzialmente già fatto. Infatti il periodo critico dell’inquinamento è quello compreso tra i mesi gennaio/febbraio e novembre/dicembre, dove si registrano i picchi più alti di inquinamento, con marzo e ottobre che invece sono, da un punto di vista delle concentrazioni e dei superamenti, mesi di transizione.
  • L’altro, e più importante, elemento di cui tener conto è che in realtà da tempo ormai, grazie ai parziali miglioramenti nei settori tradizionali (mobilità, industria e riscaldamento domestico), le concentrazioni di polveri sottili, in particolare in area Padana, sono sostenute in modo molto limitato da queste emissioni di fonte primaria, ovvero rilasciate al punto di scarico in atmosfera.

Ad essere sempre più prevalenti sono infatti le polveri di formazione secondaria, cioè quelle derivanti da reazioni chimiche che si verificano direttamente in atmosfera. Spesso le polveri di formazione secondaria sono formate da microcristalli di sali d’ammonio la cui fonte prioritaria è l’allevamento del bestiame, attività che non ha avuto alcuna limitazione con il lockdown. Questo spiega le ragioni dell’invariabilità del dato medio annuo, che ha visto una scarsa o nulla riduzione delle concentrazioni medie di polveri sospese, a fronte della sensibile riduzione dell’inquinamento da NO2 (la cui fonte prevalente è il traffico).

L’analisi

Per Legambiente i dati allarmanti sono il frutto di tre ragioni. In primis la “mancanza di pianificazione e di ambizione dei Piani nazionali e regionali”. Poi si è notato che i pochi accordi di programma raggiunti, nella realtà dei fatti, “sono stati puntualmente elusi e aggirati grazie al ricorso sistematico alla deroga”. Il riferimento più lampante è al blocco degli Euro4 nelle città che sarebbe dovuto entrare in vigore dal primo ottobre 2020 e che è stato prima posticipato al gennaio 2021 e poi all’aprile successivo.

Infine, la classe dirigente italiana non ha mai preso in considerazione l’opportunità di rinnovare profondamente settori cruciali come la mobilità, l’agricoltura, la zootecnia, le aree portuali, rendendo l’emergenza smog ormai cronica.

È chiaro che la classe politica del nostro paese non ha saputo affrontare in maniera strutturale il problema dell’inquinamento atmosferico. Lo testimoniano i dati in questione e le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti europei previsti per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di Pm2,5.

Alla luce di tutto ciò, e dei danni dei composti inquinanti alla salute dei cittadini, ci chiediamo quando la politica italiana cambierà rotta e agirà in maniera decisa e con obiettivi chiari per contrastare l’inquinamento atmosferico.

1 persona su 5 muore a causa dell’inquinamento

inquinamento

Viviamo in una società in cui chi non fuma ha una maggiore probabilità di morire per malattie respiratorie rispetto ai tabagisti stessi. Lo ha rivelato un recente studio sull’inquinamento atmosferico condotto da alcuni ricercatori di prestigiose università. Nel 2018 infatti sono morte 8,7 milioni di persone a causa del particolato atmosferico, ovvero il 18% di tutti i decessi del mondo. Queste cifre superano di gran lunga quelle rivelate precedentemente in altri studi. A cambiare è stato l’utilizzo, da parte dei ricercatori, di un metodo di rilevazione più preciso, oltre che alla considerazione di un più ampio ventaglio di fattori.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Leggi anche: Riscaldamento domestico: un nemico invisibile

Morti da inquinamento: le metodologie dello studio

Il numero di morti da inquinamento atmosferico dovuto alla combustione di fonti fossili nel 2018 ha superato quello dei decessi causati dal tabacco e dalla malaria messi insieme. Per arrivare a questa conclusione, gli studiosi dell’Università di Harvard, di Birmingham, di Leicester e dello University College di Londra hanno utilizzato la tecnologia GEOS-Chem. Quest’ultima permette, attraverso l’osservazione satellitare, di dividere il globo in una griglia di riquadri ad alta definizione e osservare i livelli di inquinamento in ogni singolo riquadro.

Questa tecnologia permette anche di distinguere esattamente da dove provengano le fonti inquinanti, e non ricorrere semplicemente al generico termine “particolato” (PM 2,5). Uno dei co-autori dello studio, Karn Vohra dell’Università di Birmingham, spiega: Piuttosto che fare affidamento su medie diffuse in grandi regioni, volevamo mappare dove si trova l’inquinamento e dove vivono le persone, in modo da poter sapere più esattamente cosa respirano.

I dati sono relativi agli anni 2012 e 2018. Quest’ultimo è stato scelto perché comprende i risultati della diminuzione delle emissioni da parte della Cina. La decisione di questa nazione di ridurre drasticamente il rilascio di gas serra in atmosfera è stata in grado di determinare l’andamento dei dati relativi alla mortalità globale. Eloise Marais, co-autrice dello studio, evidenzia che i cambiamenti della qualità dell’aria in Cina dal 2012 al 2018 sono i più drammatici perché sia la popolazione sia l’inquinamento sono ingenti. Tagli simili in altri Paesi durante quel periodo di tempo non avrebbero avuto un impatto così grande sui numeri della mortalità globale.

La colpa è sempre e solo una: i combustibili fossili

Comunque, la Cina rimane una delle aree del mondo con il più alto tasso di mortalità per l’inquinamento atmosferico. Il 62% dei decessi ha infatti luogo proprio nella nazione del sol levante (3,9 milioni). A seguire l’India dove nel 2018 sono morte 2,9 milioni di persone. Gli Stati Uniti e l’Europa coprono anch’esse una larga parte delle statistiche. In Europa il 16,8 percento dei decessi totali sono dovuti all’inquinamento. Gran parte di questi si trovano proprio in Italia, nella Pianura Padana, come approfondiamo in questo articolo. Negli Stati Uniti invece i decessi da smog costituiscono il 13,8% del totale. L’America latina e l’Africa hanno invece un tasso di mortalità da smog molto inferiore.

Inoltre,come sottolinea il Guardian, esiste una differenza di mortalità tra categorie diverse di persone, anche all’interno dello stesso Paese. I più fragili sono i bambini, tanto che lo studio prende in considerazione la mortalità dovuta a infezioni respiratorie negli individui di età inferiore ai 5 anni. Particolarmente colpiti sono poi gli anziani, le persone a basso reddito e quelle di colore. Di solito, infine, le persone che vivono nelle aree urbane con un’alta concentrazione demografica subiscono gli impatti peggiori dell’inquinamento.

Per inquinamento, ricordiamolo, si intende il particolato atmosferico derivante dal riscaldamento, dai motori delle macchine e sopratutto dalle combustioni industriali. Le particelle di particolato sono molto piccole, ma proprio per questo motivo hanno la capacità di penetrare nei tessuti polmonari e causare complicazioni, sopratutto a livello respiratorio. In questo articolo parliamo più nel dettaglio delle polveri sottili.

Inquinamento e pandemia: un triste confronto

Sebbene sia noto che le particelle sospese nell’aria sono un pericolo per la salute pubblica, sono stati effettuati pochi studi epidemiologici per quantificare gli impatti sulla salute a livelli di esposizione molto elevati come quelli riscontrati in Cina o in India. Così hanno affermato i ricercatori di Harvard. In particolare Eloise Marais sottolinea come la salute pubblica possa e debba costituire un campanello di allarme per i governi proprio come lo è stato la pandemia, nonostante quest’ultima abbia causato molti meno morti.

Questo, ovviamente, non significa che le misure per il contenimento del Covid-19 siano esagerate, anzi. Quello che si vuole dire è che le soluzioni prese per contrastare i morti da inquinamento atmosferico non sono abbastanza. Considerando poi che la mortalità della pandemia è imputabile all’indebolimento del sistema respiratorio, a sua volta dovuto all’inquinamento, non ci si spiega perché i governi si ostinino a finanziare le industrie del fossile.

Leggi anche: La pandemia è stata innescata dal clima più caldo

I dati sull’inquinamento dovrebbero risvegliare le coscienze dei politici

I combustibili fossili hanno un impatto molto grande sulla salute, il clima e l’ambiente e abbiamo bisogno di una risposta più immediata, ha affermato Marais. Alcuni governi hanno obiettivi carbon neutral, ma forse dobbiamo portarli più lontano visto l’enorme danno alla salute pubblica. Abbiamo bisogno di molta più urgenza.

Riportiamo le parole di Karn Vohra, dell’università di Birmingham. La nostra ricerca sottolinea l’importanza delle decisioni politiche. Per esempio, la decisione della Cina di ridurre le emissioni di combustibili fossili quasi della metà nel 2018 ha salvato 2,4 milioni di vite in tutto il mondo, di cui 1,5 milioni nella Cina stessa. E la Marais incalza: Il nostro studio si aggiunge alla crescente evidenza che l’inquinamento atmosferico derivante dalla dipendenza dai combustibili fossili sia dannoso per la salute globale. Non possiamo quindi continuare a fare affidamento sui combustibili fossili, quando conosciamo i gravi effetti sulla salute. Inoltre sappiamo anche che esistono alternative praticabili e più pulite.

Polveri sottili: cosa sono e quali effetti hanno

polveri sottili

Le polveri sottili sono l’insieme di micro particelle, sia solide che liquide, presenti nell’aria. Il termine tecnico è particolato atmosferico ed è costituito da pulviscoli di origine sia naturale che antropica, in grado di minare la nostra salute.

Composizione delle polveri sottili

Le polveri sottili possono essere costituite da diversi componenti chimici quali metalli pesanti, solfati, nitrati, ammonio, carbonio organico, idrocarburi aromatici policiclici, diossine/furani. In particolare, il particolato costituito da ossidi di azoto (NOx) e biossidi di zolfo (SO2) si formano tramite processi di combustione di materiali che contengono impurità. Le maggiori responsabili di questo tipo di particolato sono le industrie.

Il particolato costituito da ammonio, invece, deriva dall’ammoniaca la cui presenza in atmosfera è dovuta principalmente dalle attività agricole. Il carbonio organico (OC) è un composto di origine sia naturale che antropogenica ed è prodotto principalmente da traffico, riscaldamento, industrie, combustione di biomasse. I metalli possono essere sia di origine naturale come le polveri sahariane e la risospensione di materiale crostale, che antropogenica. In questo caso le polveri sottili derivano dalla combustione, dalle industrie, dal traffico, dall’usura dei freni e della strada).

Quanto sono grandi?

Le due categorie principali di polveri sottili sono il particolato grossolano, che è costituito da particelle con un diametro di più di 10 micron, e il particolato fine. Di quest’ultimo si divide in due tipi:

  • PM10 (PM = Particulate Matter): è anche detto particolato grossolano. Si tratta di particelle con un diametro di 10 micron o inferiore.
  • PM2.5 : è anche detto particolato fine. Si tratta di particelle con un diametro di 2.5 micron o inferiore.

Il diametro di un capello è di circa 70 micron. Queste particelle, quindi, sono molto fini e pertanto inalabili. Il particolato grossolano è in genere trattenuto dalla parte superiore dell’apparato respiratorio (naso e laringe). Il PM10 è in grado di penetrare nel tratto respiratorio superiore e oltre (naso, faringe e trachea). Il PM2.5 può penetrare profondamente nei polmoni, specialmente con la respirazione dalla bocca. Il particolato ultra fine penetra fino agli alveoli, mentre quello costituito da particelle con un diametro misurabile in nanometri (1 nanometro corrisponde a PM 0,001) può arrivare a raggiungere il nucleo delle cellule. Il particolato ultra-fine, misurabile in nanometri (fino a 600nm) rappresenta più dell’80% del numero totale nm) di particelle, mentre diminuisce notevolmente passando alle dimensioni maggiori.

Gli effetti negativi delle polveri sottili sulla salute

L’esposizione acuta al particolato può causare difficoltà respiratorie. Quella prolungata è associata a un aumento di malattie respiratorie quali bronchiti croniche, asma e riduzione delle funzionalità respiratorie. L’esposizione cronica, specialmente alle polveri più fini che penetrano in profondità nel sangue, è associata a un incremento del rischio di tumore delle attività respiratorie.

Secondo Legambiente, sono oltre 412 mila all’anno le morti premature in Europa dovute a un’eccessiva esposizione alle polveri sottili. L’Italia si trova al primo posto di questa classifica. Solo nel 2019 sono morte 60 mila persone per malattie respiratorie acute, patologie polmonari ostruttive, ischemia, tumore ai polmoni e infarto. Dei 3,9 milioni di persone che in Europa sono minacciate da Pm2,5 e 10, ben il 95% vive in Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, che è tra le aree più inquinate d’Europa. La legge prevede che per il PM10 non si superino i 50 microgrammi per metro cubo. A Gennaio 2019, però, è Milano sono stati registrati 90 microgrammi per metro cubo, a Torino 94 microgrammi per metro cubo.

Leggi anche: Milano vuole tenere basso l’inquinamento anche dopo il virus

E quelli sull’ambiente

Il particolato è dannoso anche per l’ambiente. Essendo infatti le particelle molto fini, vengono facilmente trasportate su lunghe distanze dal vento e posarsi su acque e terreni. A seconda della loro composizione chimica, gli effetti sull’ambiente possono includere:

  • Acidificazione dei corsi d’acqua
  • Alterazione dell’equilibrio nutrizionale delle acque costiere e dei grandi bacini fluviali
  • Esaurimento dei nutrienti del suolo
  • Danneggiamento delle foreste e delle colture
  • Compromissione della varietà ecosistemica
  • Acidificazione delle piogge

I possibili rimedi per l’inquinamento da polveri sottili

La principale causa della presenza di particolato nell’aria è il riscaldamento domestico. Non a caso la concentrazione di polveri sottili nell’aria nella zona di Miano, per fare un esempio, è molto più alta nel periodo invernale. Anche i veicoli a motore giocano la loro parte. Tutti i combustibili fossili utilizzati per far funzionare le automobili sono additabili come colpevoli. Il peggiore, in questo senso, è la benzina. Ma anche il Diesel che, oltretutto, è la peggiore alternativa in termini di emissioni di CO2. Un ruolo primario è anche giocato, più in generale, dall’inquinamento derivante dalle fabbriche.

I possibili rimedi sono dunque individuabili in tutte quelle alternative a basse emissioni: riscaldamento alimentato da pompe di calore, veicoli elettrici o, più in generale, mobilità sostenibile ed una conversione olistica del sistema economico. Tutte alternative già esistenti, la cui implementazione deve essere stimolata tanto dallo Stato quanto dalla volontà dei cittadini. Le polveri sottili causano, solo in Italia, 80.000 morti premature all’anno. È ora di correre ai ripari.

Fonti:

United States Environmental Protectiion Agency

Ministero della salute

Report Mal’Aria di città 2020 di Legambiente

Il Post

Api, una strage silenziosa: siamo al punto di non ritorno?

Sembra ormai segnato il destino delle api, meravigliosi animali essenziali per la sopravvivenza del genere umano e dell’ecosistema. Sempre più stremate dall’impatto antropico e dal clima che cambia, si rischia di raggiungere il punto di non ritorno nel giro di pochi anni, con conseguenze drammatiche per l’intero Pianeta.

api
L’incessante sterminio (consapevole) delle api potrebbe portare al declino della specie umana.
Immagine: Beatrice Martini

Le api, un tesoro inestimabile (anche per le nostre tavole)

Grazie alla loro operosità, questi insetti permettono l’impollinazione di molti fiori e piante, spesso distanti tra loro, facilitandone anche il rimescolamento dei semi.

api
Un’ape intenta nel riempire le sacche polliniche situate sulle zampe posteriori le quali, quando piene, si stima rappresentino circa il 30% del peso complessivo dell’animale.
Immagine: Beatrice Martini

Si calcola che siano responsabili del 70 % circa delle impollinazioni di tutte le specie vegetali presenti sul pianeta, dando un contributo incredibile alla biodiversità.

Solo in Europa si stima che l’84% delle 264 specie coltivate dipendano dall’impollinazione degli insetti e che ben 4000 diverse varietà vegetali sopravvivano grazie alle api. Senza queste ultime molta frutta e verdura sparirebbe dalle nostre tavole per sempre.

Leggi anche: “Riscaldamento globale e criminalità: aumentano i ladri di api”

Le api, bioindicatori per il monitoraggio dell’inquinamento

Dal 1962, l’ape è stata sempre più impiegata nel monitoraggio dell’inquinamento ambientale, provocato dai metalli pesanti in ambito urbano e dai pesticidi nelle zone rurali. Due sono gli indicatori che attestano la malasanità di un ambiente: l’elevata mortalità dell’insetto o la presenza di metalli pesanti nel miele, nel polline e nelle sue larve.

api
Le cause principali da associare alla drammatica moria delle api sono da ricercare in fattori quali l’inquinamento, malattie, pesticidi e perdita di porzioni del proprio habitat.

Tra i fattori che spingono questi insetti verso il punto di non ritorno: il cambiamento climatico, pesticidi e malattie. L’uomo, con le sue pratiche agricole ad alto impatto ambientale rappresenta la prima minaccia per la sopravvivenza degli impollinatori ed il conseguente equilibro dell’ambiente.

Che siano allevate o selvatiche, le popolazioni di api stanno subendo gravi perdite in Europa e negli Stati Uniti, ma anche in Brasile, Giappone e in Africa, preannunciando l’imminente punto di non ritorno. Insieme alle api, per le stesse cause, si registra un declino drammatico anche di altri insetti impollinatori: bombi, farfalle e falene.

Grazie alla ricerca siamo in grado di affermare che la responsabilità di tale massacro è da imputare esclusivamente alle azioni dell’uomo; possiamo dunque parlare di un vero e proprio genocidio. Come scrivono Alessandro dal Lago, Antonio Volpe, Massimo Filippi nel loro libro Genocidio animale:

“Se gli animali vivono, sentono e desiderano, come può essere inquadrata la loro incessante messa a morte se non nei termini di un genocidio legalizzato?”

Leggi anche: “Parlamento europeo per l’ambiente: voto a favore delle api”

E’ possibile un mondo senza api?

Senza il processo dell’impollinazione cesserebbero gli incroci di polline tra piante lontane, con gravissime conseguenza per gli organismi che direttamente o indirettamente dipendono da esse, uomo compreso. Le api dunque non sono solo mere produttrici di miele ma, bensì, regolatrici dell’ecosistema e dei raccolti su cui basiamo la nostra dieta.

Da tempo la comunità scientifica denuncia questa strage silenziosa ed i suoi carnefici: il timore è il raggiungimento del punto di non ritorno con il quale si dovrà fare presto i conti. Qualche passo nella giusta direzione, però, è stato fatto dall’Europa negli ultimi due anni.

Nel 2018 la Commissione europea ha presentato “l’iniziativa per gli impollinatori dell’UE“, la prima proposta sugli insetti impollinatori che coinvolge l’intera Comunità Europea. L’obiettivo è quello di sensibilizzare sul tema, informare sul declino degli impollinatori e verificarne le cause.

Il 18 dicembre 2019 il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione per chiedere alla Commissione delle azioni più mirate alla tutela degli impollinatori selvatici, assegnando maggiori fondi per la ricerca e un’ulteriore riduzione nell’uso di pesticidi.

Soluzioni alternative ai pesticidi?

Il ripristino degli habitat naturali degli insetti impollinatori, insieme alla ripianificazione agricola, è probabilmente il modo più efficace per evitare l’ulteriore diminuzione o scomparsa delle loro popolazioni.

Preservare delle porzioni di prato accanto ai campi coltivati può incrementare l’abbondanza e la diversità di molte specie di impollinatori, che a loro volta migliorano la resa delle colture e la rimuneratività dell’azienda. Pratiche simili permettono la conservazione anche dei nemici naturali di quei parassiti che l’uomo solitamente contrasta con insetticidi e fungicidi.

Bee my Future: il progetto di Lifegate per salvare le api

Lifegate ha attivato il progetto “Bee my Future” che sostiene l’allevamento di 14 alveari, grazie al lavoro di un apicoltore esperto, nella provincia di Milano. Il miele in questione viene prodotto esclusivamente seguendo i principi del biologico ed il suo acquisto permette il finanziamento e l’aumento delle arnie.

L’idea nasce con l’intento di donare alle api il riparo necessario dai fattori che ne limitano la sopravvivenza soprattutto durante la sciamatura.

Il 20 maggio si celebra la Giornata Mondiale delle api

Concepita dall’ONU nel 2017, questa giornata punta alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica circa l’affascinante mondo delle api e sulle problematiche ambientali che le stanno mettendo in ginocchio.

Leggi anche: “L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine”

L’informazione del singolo è essenziale per evitare il raggiungimento del punto di non ritorno. Per prepararvi a questa giornata, e ad una migliore comprensione del loro mondo, vi consigliamo alcune interessanti letture. Potete trovare i link all’acquisto sotto ogni immagine!

api

Acquista “Il tempo delle api”

api

Acquista “L’intelligenza delle api” cliccando qui!

api
Acquista “La storia delle api” cliccando qui!

 

La Polonia soffoca nello smog

Emissioni da una fabbrica

Clima polacco

In Polonia l’aria è incredibilmente inquinata. Come ben sa chi è stato a Varsavia, specialmente durante l’estate, entrando nella capitale polacca da una delle sue numerose autostrade, non occorre far altro che alzare gli occhi verso il cielo per notare una densa foschia. Per il 60% dei polacchi, coloro i quali vivono nelle aree urbane e più densamente popolate, la bella stagione non porta con sé solamente il caldo. Bensì anche la consapevolezza di come le loro case si trovino sotto una tangibile coltre di smog.

Per quanto la situazione possa apparire grave in estate, è in realtà durante l’inverno che il problema raggiunge il suo punto apicale. In alcune zone della Polonia, come ad esempio a Cracovia, nel sud, la gente dice che l’aria è tanto spessa che si può mordere. Lo dicono scherzando ma con la tipica amarezza di chi sa che proprio scherzando si afferma una parte di verità. Lo stato polacco è casa soltanto al 5% della popolazione del nostro continente, eppure la Polonia conta ben 33 delle 50 città più inquinate d’Europa. Non si tratta certo di un record invidiabile.

Smog a Varsavia. Foto: Tech Media

Il movimento ecologista in Polonia

Lo stato ha sempre avuto un movimento ecologista, sin da quando ha spezzato le opprimenti catene del dominio sovietico, entrando a far parte della CSI prima e della UE poi. Tale corrente è però stata fisiologicamente composta da gruppi piccoli e sfortunatamente ben poco influenti. Seguendo i movimenti mondiali, ad ogni modo, l’attivismo ecologista polacco si è evoluto, si è trasformato, nel corso degli ultimi anni. Sulla scena politica del Paese si sono diffusi gruppi come Youth Climate Strike, il movimento di origine studentesca che sciopera per il clima, ed Extinction Rebellion Poland. Entrambi i gruppi hanno stupito l’opinione pubblica, riuscendo ad organizzare grandi manifestazioni popolari nel paese, le quali hanno coinvolto tanto i veterani dell’attivismo ambientalista quanto la classe dirigente.

Il logo del gruppo Extinction Rebellion. Foto: Facebook Extinction Rebellion Polska

Una politica sorda

Sebbene gli attivisti polacchi, coadiuvati dalle ong e dagli scienziati che operano nel paese diano instancabilmente voce alle preoccupazioni, sempre più serie qui come in tutto il pianeta, dei cittadini per l’ambiente, il governo conservatore continua strenuamente ad opporsi ad ogni iniziativa volta a ridurre lo sfruttamento del carbone. In Polonia detiene il potere il partito Diritto e Giustizia (PIS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, noto per le sue posizioni fortemente destrorse e conservatrici. Il Presidente della Repubblica è Andrzej Duda, contro il quale la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione, nel 2017, a seguito di un tentativo di accentramento dei poteri di nomina e selezione dei magistrati sulla figura del Presidente.

A causa di questa ottusità governativa, è in corso in Polonia un duro scontro sulla tematica ambientale. Per utilizzare le parole del partito dei verdi polacco, entrato in Parlamento a seguito delle elezioni dell’ottobre 2019: “Il governo non sta facendo nulla. E’ come se si limitasse a spostare le sedie sul Titanic mentre il transatlantico affonda.”

Jaroslaw Kaczinsky (sinistra) e Andrzej Duda (destra). Foto: Tok FM

I problemi ambientali in Polonia

L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che, nel corso del solo anno 2015, siano morti prematuramente, a causa di disturbi riconducibili all’inquinamento atmosferico, circa 45mila polacchi. La scarsa attenzione ambientale ha fatto in modo che si creasse un’area denominata deserto di Bledow. La deforestazione e la forsennata raccolta del legname, in questa zona, associate allo svuotamento della sottostante falda acquifera ha causato la scomparsa pressoché totale della vegetazione. Lo sfruttamento della zona di Bledow non è storia recente. Si può infatti ricondurre ad attività minerarie iniziate nel medioevo. Ora il cambiamento climatico ha aggravato la situazione, portando a periodi di siccità estremi e sempre più frequenti.

Secondo gli ecologisti nessun governo, oggi come nel passato, ha mai fatto abbastanza per fronteggiare l’emergenza ambientale. A detta di molti poi, le politiche del governo a guida PIS starebbero complicando ancor di più la lotta al cambiamento climatico che incombe.

Lo smog a Cracovia

Scelte anacronistiche

Il PIS è primo partito in Polonia dal 2005. Nel corso del suo governo ha dapprima varato l’apertura di nuove miniere carbonifere in Slesia; in seguito ha consentito lo sfruttamento del legname della foresta di Bialowieza, una delle ultime foreste vergini europee e infine, evidentemente non pago, ha deliberato una severissima normativa sui parchi eolici, considerata da alcuni analisti ed esperti delle rinnovabili come il maggior ostacolo possibile allo sviluppo di forme di energia pulita nel paese.

Non contento di ciò, il partito ha anche proposto grandi piani infrastrutturali, quali cementificazioni e nuove costruzioni per milioni di metri cubi, inevitabilmente destinati a danneggiare gravemente, probabilmente in maniera persino strutturale, l’ambiente. Spicca, se così vogliam dire, il canale che dovrebbe attraversare lo stretto promontorio della Vistola. Lo sciagurato progetto, lungo oltre un chilometro, potrebbe seriamente compromettere l’habitat della fauna selvatica residente in loco. A cosa si devono queste francamente inspiegabili scelte? Ovviamente vi è dietro un cinico e preciso disegno politico.

La strategia di Diritto e Giustizia in Polonia

Il principale obiettivo politico di PIS è quello di non perdere il sostegno elettorale dei minatori e dell’industria dei combustibili fossili. Questa categoria è una potente lobby in Polonia, serbatoio di voti che fanno molta gola al partito, al fine di prolungare la propria egemonia. Nonostante sia cristallino a chiunque come la strategia ambientale del governo sia destinata ad avere un impatto enormemente negativo sul Paese, per il PIS contano di più le preferenze elettorali che il futuro dei propri figli. Una volta in più, appare evidente come il potere sia il principale avversario nella lotta al global warming.

Il logo del partito Diritto e Giustizia. Foto: Devdiscourse

Le mobilitazioni danno speranza

Di fronte alle prove, sempre più innegabili, dell’avanzamento pressoché indisturbato del cambiamento climatico, c’è una nuova generazione di ambientalisti in Polonia davvero determinata a farsi ascoltare. I nuclei vitali di Extinction Rebellion e Youth Climate Strike nel paese sono composti di ragazzi. Questi attivisti sono spesso alle prime esperienze in campo politico e sociale. Molte di queste persone confessano di essersi attivate in maniera tardiva, pur avendo nutrito da tempo preoccupazioni verso il clima.

Un esauriente articolo pubblicato sull’Internazionale 1343 ha riportato la voce di alcuni esponenti polacchi dei due gruppi ora citati: “C’è una bella differenza tra capire qualcosa con la testa e farlo con il cuore. Se ti fermi a pensare agli effetti della crisi climatica ti viene davvero da piangere.” Sono le parole di Przemek Siewior, 29 anni, militante da circa un paio di mesi di Extinction Rebellion Poland. A lui fa eco la giovane Ania Pawlowska, 16 anni, di Youth Climate Strike: “Non ero del tutto consapevole della portata del problema. Dopo il grande sciopero studentesco del 15 marzo 2019 ho capito davvero cosa c’è in gioco. Quel giorno sono rimasta terrorizzata. Mi sentivo davvero frustrata per non aver capito prima i rischi connessi al cambiamento climatico.”

Alla conclusione dell’intervista di Pawlowska è il caso di prestare attenzione: “Se è una cosa così importante, perché nessuno fa niente? Perché non me ne hanno parlato a scuola?”

Sciopero studentesco a Varsavia

Un cambiamento dal basso

In Polonia i nuovi attivisti parlano spesso dello shock provato quando si son resi conto della gravità della questione. Di come si sentano delusi, diciamo pure traditi dal loro governo. Per tal motivo, come molti loro colleghi in giro per il mondo, tendono a considerare il conflitto uno strumento utile per forzare il cambiamento. Per conflitto non s’intende certo una guerra, bensì le numerose forme di protesta pacifica organizzata, come ad esempio la disobbedienza civile, molto più efficaci degli scontri armati.

Il cambiamento climatico sembrerebbe essere diventato preoccupazione prioritaria in Polonia, anche per chi non fa parte di gruppi ecologisti. Durante la campagna elettorale dell’autunno 2019 oltre il 60% dei polacchi ha dichiarato che il cambiamento climatico va posto al centro del dibattito pubblico. Tale accresciuta consapevolezza si deve in primo luogo agli evidenti effetti del riscaldamento globale nel paese. La siccità ha infatti portato ad un sensibile aumento del prezzo dei generi alimentari (si parla di rincari fino al 6%, contro il fisiologico 2% della UE). Oltre a ciò, va considerato l’importante ruolo giocato dalle proteste giovanili di cui abbiamo scritto.

Quale futuro per la Polonia?

Le campagne dei gruppi ambientalisti, dunque, sembrerebbero aver già portato ad effetti concreti sulla società. I dibattiti sul clima in Polonia sono diventati frequenti e, di conseguenza, anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica a riguardo è cambiato. Gli ecologisti non appaiono più come strani, estremisti di sinistra, verdi lontani dalla politica vera e frichettoni che parlano solo di problemi astratti. Molte persone si dicono consapevoli, preoccupate e, soprattutto, ed è qui che va riposta la speranza, vogliono fare qualcosa di concreto.

Ciononostante, in Polonia e non solo, il divario tra le azioni governative e le misure auspicate da ambientalisti e scienziati, continua a crescere giorno dopo giorno. Riprendendo le parole del partito dei verdi polacco: “Dobbiamo cominciare subito a ridurre drasticamente le emissioni, cambiando il nostro sistema economico. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico dice che ci sono il 70% di possibilità di rispettare le soglie imposte dalla comunità scientifica se seguiamo le raccomandazioni fatte. Per il momento, però, non sembra che lo stiamo facendo.”

Polveri sottili il killer silenzioso: è record di morti

Come spesso accade in pieno inverno, nel nostro Paese, le percentuali di polveri sottili PM 10 e PM 2.5 sono alle stelle. La concentrazione del famigerato biossido di azoto (NO2) è altissima nelle aree più urbanizzate, a causa soprattutto di mezzi di trasporto e impianti di riscaldamento. L’istituto ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale) si occupa di inquinamento e, in un recente comunicato ,punta il dito contro il traffico veicolare. Il ruolo delle automobili e dei mezzi di trasporto è diretto ed indiretto, relativamente alle polveri; poiché le sostanze organiche volatili emesse si trasformano in particelle nocive.

Leggi anche: “L’Australia brucia ma il mondo pensa ad altro”

polveri-sottili

I blocchi del traffico

La cronaca di questi giorni ci informa che sono in corso, o arriveranno presto, blocchi del traffico nelle principali città. Milano, Como, Lodi, Cremona; Torino, Padova e Mantova sono solo alcuni dei nuclei urbani coinvolti. Le misure intraprese in queste città sono mirate naturalmente ad abbassare la liberazione aerea delle microparticelle. Blocchi parziali o totali della circolazione, però, sono davvero la soluzione alla ormai annosa questione dello sprigionamento delle polveri?

Leggi anche: “Polveri sottili: Italia prima in Europa per morti premature”

Non ne sembrano troppo convinti all’ISPRA, dove c’è concordia nel dichiarare che occorra far di più per combattere le polveri sottili ed il biossido di azoto nell’atmosfera. Questi due agenti sono responsabili, come a breve vedremo, di danni alla salute, che sovente portano alla morte, per centinaia di migliaia di persone.

Come ridurre l’inquinamento

Giorgio Cattani è un esperto di ISPRA e ha detto la sua su come sarebbe opportuno attrezzarsi per ridurre efficacemente l’inquinamento da polveri sottili. Secondo lui, è necessario mettere in campo azioni integrate su più fronti: occorre partire da “misure strutturali che consistano, innanzitutto, nell’accelerazione della conversione del parco veicolare in modo che sia sempre meno inquinante. Poi bisognerà dare alternative credibili all’uso dell’auto, incentivando l’uso del mezzo pubblico che però, in molti casi, è ancora insufficiente.”

Leggi anche: “La crisi climatica è la nostra guerra. L’unica per cui dobbiamo mobilitarci”

Il vero obiettivo da raggiungere è quello di ridurre l’impatto delle PM e del biossido sulla salute, e lo si può fare solo diminuendo le concentrazioni. L’Unione Europea si è impegnata a diminuire le emissioni di un tasso tra il 40 e il 50% entro il 2030, obiettivo audace seppure, in realtà, troppo conservativo. Infatti già tenendo fede alla rinuncia allo sfruttamento del carbone, impegno preso da numerosi Stati membri, il vecchio continente dovrebbe riuscire a raggiungere quella percentuale tra 10 anni. Riguardo a ciò, l’Organizzazione Mondiale della Sanità gradirebbe soglie più stringenti, dal momento che, come ormai è sotto gli occhi di tutti, di inquinamento si muore sempre più spesso. L’OMS sta spingendo perché si abbassi il numero dei giorni in cui è consentito sforare il limite. Ora sono 35, vorrebbero portarlo a 3.

Tratto dalla fonte: Qualenergia

Polveri sottili come emergenza sanitaria

“Le PM 10 o le PM 2,5 non hanno una soglia reale al di sotto della quale ci si possa sentire al riparo” prosegue Cattani. L’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ci conferma come il particolato fine sia uno spregiudicato assassino. Circa 412mila decessi prematuri avvenuti nel 2016 in territorio europeo si devono alle polveri sottili. Nel corso dell’anno 2017, nel 69% delle stazioni di rilevamento europee si sono attestate concentrazioni di PM troppo elevate. Stando agli ultimi dati disponibili, relativi appunto a 2 anni fa, in ben 7 Paesi europei si sono rilevate concentrazioni di polveri sottili troppo alte.

Leggi anche: “Perchè la COP25 è fallita”

Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Slovacchia e Italia sono gli Stati troppo inquinanti. Stando alla analisi della EEA, il nostro Paese ha il primato dei decessi legati al biossido d’azoto. Solo questo dato dovrebbe chiarirci bene le idee su quale sia la principale tematica da affrontare in quest’epoca. Di fronte a questo bollettino di guerra, com’è possibile fare polemica riguardo all’opportunità di portare avanti i blocchi del traffico? “Come si può non farlo? L’azione serve sempre, anche a sensibilizzare i cittadini e le comunità” afferma Cattani. Difficile dargli torto. Anche se i blocchi non rappresentino la panacea, la soluzione decisiva al problema delle polveri sottili, sono un doveroso primo passo, un’operazione indispensabile per coinvolgerci in prima persona nella lotta per il clima.

Tratto dalla fonte: Il Salvagente

Polveri sottili: Italia prima in Europa per morti premature

Forse troppo spesso ci siamo concentrati sul raccontarvi quelle che sono le conseguenze che le nostre azioni stanno avendo sull’ambiente, tralasciando quelli che sono i danni che il nostro modo di vivere e di produrre reca alla nostra salute. Un ultimo, terrificante, report pubblicato dalla rivista The Lancet inchioda l’Italia. Siamo il primo paese in Europa per morti premature da polveri sottili. Undicesimi nel mondo. In poche parole sempre più persone in Italia stanno morendo per colpa dell’inquinamento dell’aria.

polveri-sottili

Il report di The Lancet sulle polveri sottili

Lo studio pubblicato dalla rivista anglofona, che si occupa di divulgazione scientifica dalla metà del XIX secolo, è stato condotto da 35 università e 120 ricercatori sparsi per il mondo. Alla sua stesura ha partecipato anche l’OMS – Organizzazione Mondiale per la Salute. Intitolato “The Lancet, Countdown on Health and Climate Change” viene pubblicato una volta all’anno, al fine di monitorare l’andamento della presenza di PM 10 e PM 2,5 nell’aria su scala globale.

Il video di The Lancet che riassume il report

La connessione tra i rischi legati alla salute delle persone e le cause del cambiamento climatico è sempre più chiara. Più inquiniamo, più si surriscalda il pianeta e più la nostra salute è a rischio. Questa è, in sintesi, la conclusione generale che si può trarre da questo documento. Il report approfondisce anche quelle che saranno le conseguenze, sempre in termini di salute umana, dell’aumento in intensità e frequenza di eventi atmosferici estremi come ondate di calore, alluvioni, siccità, aumento del livello dei mari e via dicendo. Chiunque voglia approfondire anche questi temi, e noi vi invitiamo a farlo, può scaricare gratuitamente l’intero documento registrandosi sul sito della rivista.

Cosa sono le polveri sottili PM 10 e PM 2,5

Questi due tipi di particolato rientrano nella macro-categoria delle polveri sottili, ovvero di quelle particelle inquinanti e nocive per il nostro corpo presenti nell’aria che respiriamo. Queste sono in grado di assorbire sulla loro superficie diverse sostanze tossiche come solfati, nitrati, metalli e composti volatili. Le principali fonti antropogeniche sono individuabili nell’attività industriale, nella circolazione di veicoli non elettrici, nei residui del manto stradale e, più generalmente, nell’utilizzo dei combustibili fossili.

Leggi il nostro articolo: “La Germania torna indietro. Aprirà un’altra centrale a carbone”

La differenza tra PM10 e PM2,5 giace nelle loro dimensioni. Le prime, così denominate per il loro diametro inferiore a 10 micrometri (µm), possono essere inalate dall’essere umano ma la maggior parte non riusciranno a penetrare oltre il tratto superiore dell’apparato respiratorio ovvero in quella zona che va dal naso alla laringe. Ciò di cui veramente dobbiamo preoccuparci sono le PM2,5. Anche in questo caso la denominazione è data dalla lunghezza del loro diametro che non supera i 2,5 µm. Questa loro inferiore dimensione fa sì che queste particelle possano spingersi fino alle parti più profonde dell’apparato respiratorio come ad esempio i bronchi, con tutte le complicazioni del caso. Va precisato come i bambini siano i soggetti più vulnerabili alla contrazione di malattie respiratorie causate, appunto, dall’inquinamento da PM.

La situazione in Italia e nel mondo

Le regioni del mondo che hanno il più alto numero di morti a causa dell’inquinamento dell’aria sono Cina, con 912.000 persone, e India, con 530.000. La situazione rimane critica, anche se non ai livelli dei due colossi asiatici, anche in Indonesia (89.000), Russia (93.000), Stati Uniti (65.000), Nigeria (141.000), Germania (44.000) e, più in generale, in Europa Orientale. Abbiamo estromesso da questa lista l’Italia poichè la situazione è particolarmente preoccupante e va analizzata individualmente. Le morti premature da polveri sottili nel nostro paese per l’anno 2016 sono ben 45.595, il dato più alto di tutta Europa. A livello globale siamo undicesimi.

Leggi il nostro articolo: “Possiamo salvare il mondo prima di cena, perchè il clima siamo noi. Il caso letterario dell’anno”

Sebbene la presenza di queste particelle nell’aria sia più intensa in paesi come la Cina e l’India, se andiamo a dividere la popolazione per il dato sui numeri dei morti pubblicato nello studio di The Lancet, la situazione è davvero terrificante. In Italia muore, a causa dell’inquinamento da PM nell’aria, una persona ogni 1.315. Tra i paesi sopra elencati, che di fatto costituiscono la black list dei paesi con l’aria più tossica, è il dato peggiore. In Cina la proporzione è di una ogni 1.572, in India una ogni 2.578, in Germania una ogni 1.909, negli Stati Uniti addirittura una ogni 5.000. Ebbene sì, in qualcosa siamo primi. Peccato che sia un dato sulla mortalità legata alle particelle PM 2,5 e PM10.

Le cause

Per ben capire come sia stato possibile arrivare ad una situazione di tale drammaticità basta guardarsi intorno. L’Italia è uno dei paesi con il più alto tasso di urbanizzazione e cementificazione del suolo. Allo stesso tempo non primeggia nelle classifiche che riguardano la quantità di aree verdi all’interno delle proprie città. Va inoltre precisato come il settore industriale sia uno di quelli prevalenti nel nostro paese, soprattutto al nord. La mobilità a basse emissioni è ancora molto indietro. Al momento non ci sono neanche grossi progetti di riforestazione in corso. La Pianura Padana, per fare un esempio, è una delle aree con l’aria più inquinata a livello globale. Sì, globale. Veleno puro.

Leggi il nostro articolo: “Matera e Venezia sott’acqua. Il nuovo normale?”

Questo vuol dire solo una cosa. Questo dato è destinato a peggiorare. La probabilità che i nostri figli inizieranno a contrarre patologie all’apparato respiratorio saranno sempre più alte, soprattutto per chi abita nelle aree con più alta concentrazione di PM2,5. Se a tutto ciò aggiungiamo la vulnerabilità del paese nei confronti di eventi meteorologici estremi, che a più riprese stanno causando ingenti danni alle nostre infrastrutture e non solo, risulta evidente la necessità di una netta inversione di rotta da parte del nostro paese sui temi ambientali. Il tempo c’è. Poco, ma c’è. Ed anche le soluzioni. Convertire l’economia verso un impatto zero, riforestare e costruire infrastrutture che siano in grado di difenderci dai fenomeni meteorologici. Impossibile? No. Ma bisogna darsi una mossa.