Due anni dal primo sciopero di Greta. L’ambientalismo è passato di moda?

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Il 20 agosto 2018, Greta Thunberg, una ragazza allora quindicenne, si sedette per la prima volta davanti al parlamento svedese con un cartello che recitava: “Sciopero per il clima”. È stato l’inizio di un’enorme ondata di mobilitazione ecologista. Per un anno e mezzo i ragazzi di tutto il mondo hanno riempito le piazze con cartelli, canti, flash-mob, costringendo la politica a fare i conti con le nuove istanze delle giovani generazioni. Anche le aziende hanno captato il cambiamento e da qualche tempo non c’è pubblicità che non abbia al suo interno qualche riferimento ambientale. Eppure, la pandemia ha radicalmente rallentato l’onda verde e ha drasticamente rivolto altrove l’attenzione del pubblico. Che cosa rimane dunque delle battaglie di questi due anni? È già ora di relegare questo capitolo di ambientalismo in uno dei cassetti della storia? O ci sono speranze che qualcosa sia davvero cambiato?

Il fenomeno Greta. L’ambientalismo e le giovani generazioni

Ricordo ancora il mio primo sciopero a Torino. Era il 1° febbraio 2019 e avevo sentito che alcuni studenti si ritrovavano per protestare per il clima. La cosa che mi stupì di più arrivando in Piazza Castello fu l’età media dei ragazzi, 16-18 anni, e il loro profondo livello di informazione riguardo la crisi climatica. Eravamo in 15 quel giorno, ma mi raccontarono che cinque di loro facevano la stessa cosa già da dicembre, imitando la ragazza svedese fino ad allora poco conosciuta. Greta Thunberg aveva infatti già rilasciato qualche discorso ma solo gli esperti di ambientalismo le avevano prestato davvero attenzione.

A mio parere, sarebbe certamente riduzionistico credere che i milioni di studenti scesi in piazza nei mesi successivi siano riconducibili in toto al cosiddetto “effetto Greta”. Certamente la giovane attivista svedese ha il merito di aver creato una tattica nuova e vincente. Saltare la scuola è una scelta radicale, che suscita dubbi e costringe dunque a chiedersi le motivazioni di tanta determinazione. Allo stesso tempo però, è bene riconoscere che gli scioperi per il clima hanno avuto successo perché la popolazione giovanile era pronta a esprimere una sensibilità ambientale che non si vedeva dai movimenti ecologisti degli anni ‘70.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Due anni di attivismo ambientale e l’arrivo della pandemia

Nei mesi successivi Torino è diventata una delle più attive città italiane in campo ambientale, grazie anche al coinvolgimento di importanti esperti quale Luca Mercalli e ai contatti instaurati fra i giovani attivisti e i loro colleghi europei. Roma, Milano, Napoli, Firenze, fino ad arrivare alle città più piccole, sono state travolte dal passaparola mediatico di Fridays For Future. Il 15 marzo 2019, durante il primo sciopero globale per il clima, un milione di giovani italiani ha invaso le piazze per reclamare il diritto al futuro. Sono seguiti altri tre scioperi globali e gli slogan sono diventati veri e propri sit-in; ogni venerdì è stato dedicato ad un aspetto specifico della crisi climatica, come il ruolo delle multinazionali o della fast fashion, la scarsità idrica o la solidarietà per gli incendi in Amazzonia. L’ambientalismo in Italia non era stato così attivo da decenni.

Il quinto sciopero globale per il clima era previsto per il 24 aprile 2020, ma a causa del lockdown è stato modificato in versione online. È innegabile che le piazze piene, così come erano state fino a gennaio, abbiano sortito tutt’altro effetto rispetto a un hashtag condiviso sui social. Così come è innegabile che la pandemia nel suo insieme abbia radicalmente ridotto l’attenzione mediatica rivolta alla crisi ecologica. Ciò è avvenuto nonostante tantissimi studi abbiano nel frattempo confermato che l’espansione di nuovi virus, quale appunto il Covid-19, sia strettamente legata al peggioramento delle condizioni climatiche. A poco sembrano essere servite tutte le riflessioni positive e propositive nate in quarantena, quando gli animali hanno invaso le città silenziose e la natura trionfava di fronte a una società “messa in pausa”.

I risultati ottenuti. Una moda o un cambiamento tangibile?

Il virus, con la sua imprevedibilità e il carico di novità senza precedenti che ha portato con sé, ha conquistato il primo posto di tutti i TG e delle discussioni interpersonali. Di fatto, dalla fine del lockdown l’ambientalismo sembra essere stato relegato in un cassetto, come se fosse finita ormai una moda, una tendenza, spazzata via dalla prioritaria emergenza sanitaria, con buona pace delle multinazionali che ora non dovranno più sforzarsi di attuare strategie di greenwashing per ingannare i clienti. Resta quindi da chiedersi: questi due anni hanno fatto davvero la differenza? O la pandemia ha solamente aiutato a spazzare via tutto? L’ambientalismo è già passato di moda?

Guardando la panoramica generale e i dati delle maggiori statistiche a riguardo, si può affermare che l’onda verde abbia senza dubbio contribuito a modificare l’agenda politica del mondo e le abitudini della popolazione. Un gruppo di ricerca del UK Centre for Ecology and Hydrology ha analizzato le parole chiave delle ricerche online. Ne è emerso che le espressioni “azioni climatica” e “emergenza climatica” sono cresciute di 20 volte nel 2019, soprattutto grazie agli scioperi per il clima e alle proteste di Exctinction Rebellion. Il Dr. Thackeray ha voluto sottolineare che ad un aumento delle ricerche ha corrisposto l’evoluzione del linguaggio: i termini “emergenza” o “crisi climatica” hanno sostituito le espressioni standard come “cambiamento climatico” e “riscaldamento globale”. Più in generale, la copertura dei media nei confronti dell’ambientalismo e delle proteste ad esso correlate sono duplicate dalla metà del 2018.

Leggi il nostro articolo: “Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza”

La pandemia potrebbe aver favorito l’ambientalismo

Un altro studio rilasciato dalla BBC ritiene che la pandemia potrebbe nel suo insieme aver aiutato la causa dell’ambientalismo. Infatti, durante il periodo di costrizione in casa, molte persone hanno attuato dei cambiamento radicali nel proprio stile di vita, fra cui per esempio la necessità di rinunciare ai viaggi di lunga distanza e la possibilità di lavorare in smartworking. Questa riduzione globale del movimento ha portato al più grande crash di consumo di combustibili mai registrato nella storia. Ma non solo. La professoressa Elise Amel dell’ Università di St Thomas ha fatto notare che molti atteggiamenti sostenibili intrapresi durante il lockdown, sebbene adottati a causa del virus e non per un diretto amore per l’ambiente, potrebbero perdurare anche in futuro.

Si attuerebbero quindi degli effetti “spillover”, per cui grazie a un’attenzione nata da un obbligo ne deriverebbe un’abitudine permanente e un cambiamento più radicale. Lo smartworking è solo l’esempio più lampante, ma lo studio si riferisce anche al ritorno al turismo locale e al bisogno individuale di riconnettersi con la natura. Lo studio sottolinea però che questi cambiamenti individuali avranno senso solo se la politica e le industrie faranno la loro parte. In questo senso, la ricerca chiarisce che l’opinione pubblica è fortemente schierata per una ripresa economica che sia anche sostenibile dal punto di vista ambientale. Dai dati Ipsos di maggio 2020 si evince che il 75% delle persone analizzate in 16 paesi si aspetta che i propri governi considerino l’ambiente una priorità nei recovery plans post-Coronavirus.

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Intervista Ispos Mori che chiedeva ai partecipanti se il proprio governo dovesse considerare l’ambiente una priorità nei piani di ripresa post-Covid. Fonte: Ipsos 2020

Il bilancio di Greta: “Il mondo oggi nega ancora”

Nonostante questi dati positivi, Greta Thunberg ha dichiarato di essere parecchio delusa. Il divario fra quello che si sta facendo e ciò che sarebbe necessario è ancora molto ampio. Ecco infatti che cosa ha dichiarato al Guardian, in una lettera scritta con tre colleghe attiviste alla vigilia dell’incontro con la consigliera Angela Merkel:

Guardando indietro, sono successe molte cose. Milioni di persone sono scese in strada per unirsi alla lotta decennale per la giustizia climatica e ambientale. E, il 28 novembre 2019, il Parlamento Europeo ha dichiarato l’emergenza climatica. Ma in questi stessi due anni, il mondo ha anche emesso più di 80 gigatonnellate di CO2. Abbiamo visto continui disastri naturali prendere piede in tutto il mondo: incendi, ondata di caldo estremo, uragani, alluvioni, tempeste, lo scioglimento del permafrost e il collasso di ghiacciai e interi ecosistemi. Molte vite e mezzi di sussistenza sono andati persi. E questo è solo l’inizio.

Oggi, i leader di tutto il mondo parlano di “crisi esistenziale”. L’emergenza climatica è discussa in innumerevoli commissioni e Summit. Sono stati posti obiettivi, sono stati fatti grandi discorsi. Eppure, quando si tratta di agire, siamo ancora in uno stato di negazione. La crisi climatica non è mai stata trattata come una crisi. Il divario fra quello che dobbiamo fare e quello che si sta effettivamente facendo continua ad ampliarsi. Concretamente, abbiamo perso altri due anni cruciali di inazione politica”.

Cultura: la chiave dell’ambientalismo. Le nuove mobilitazioni in programma

Forse è ancora troppo presto per redigere bilanci. Cambiamenti di questo genere necessitano anni per essere metabolizzati. Inoltre, la chiusura delle scuole e di tutti i progetti legati al mondo dell’associazionismo ha sicuramente inciso negativamente in questi mesi. Ricordiamo infatti che è la cultura, in tutti i luoghi in cui essa viene declinata, a fare davvero la differenza. Intanto, possiamo prendere con positività i dati sopra riportati e sperare che siano i semi di un cambiamento che deve ancora del tutto iniziare.

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Vogliamo inoltre segnalare che i ragazzi di Fridays For Future non sono per nulla spariti: per il prossimo weekend c’è in programma una manifestazione in alta montagna per alzare l’attenzione sulla crisi climatica e sullo scioglimento dei ghiacciai. Invitiamo tutti i lettori a riprendere nuovamente la via della mobilitazione e dell’informazione, sottolineando che la pandemia non è stata una parentesi o la fine di un capitolo, bensì la più ampia manifestazione che la crisi climatica è qui e ora.

Leggi il nostro articolo: “Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano”

Oggi è Global Digital Strike con Fridays For Future

Il lockdown imposto dalle istituzioni ha costretto gli attivisti di Fridays For Future a mettere un freno alle proprie manifestazioni su strada. Ma serve molto di più per fermare il desiderio di giustizia climatica. Ne è una dimostrazione l’iniziativa di oggi: il Global Digital Strike. Una manifestazione “digitale” il cui annuncio è stato accompagnato dalla pubblicazione di una lettera rivolta ai cittadini italiani, intitolata “Ritorno al futuro”.

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Credit: Fridays For Future Italia

I numeri del Global Digital Strike e le modalità di partecipazione

161 paesi nel mondo. 15 città in Italia e un unico messaggio: giustizia climatica. Sono questi i numeri con cui Fridays For Future si affaccia ad un appuntamento tanto insolito quanto necessario. Le modalità di partecipazione sono, ovviamente, molto semplici.

Basterà scattare una foto con uno degli iconici cartelloni che caratterizzano le loro iniziative, condividerla utilizzando gli hashtag ufficiali #DigitalStrike e #RitornoalFuturo e geolocalizzarsi a Palazzo Chigi. Inoltre, per l’occasione, saranno fruibili sui loro canali social e sul sito web di Ritorno al Futuro tutta una serie di dirette con le personalità più disparate. Attori, scienziati e cantanti che si uniscono dietro un’unica richiesta: quella di affrontare come si deve la crisi climatica. Per chi volesse è anche possibile firmare una petizione.

La lettera “Ritorno al Futuro”

Cara Italia,

La nostra normalità è stata stravolta e ci siamo svegliati in un incubo. Ci ritroviamo chiusi nelle nostre case, isolati e angosciati, ad aspettare la fine di questa pandemia. Non sappiamo quando potremo tornare alla nostra vita, dai nostri cari, in aula o al lavoro. Peggio, non sappiamo se ci sarà ancora un lavoro ad attenderci, se le aziende sapranno rialzarsi, schiacciate dalla peggiore crisi economica dal dopoguerra.

Forse avremmo potuto evitare questo disastro?

Molti studi sostengono che questa crisi sia connessa all’emergenza ecologica. La continua distruzione degli spazi naturali costringe infatti molti animali selvatici, portatori di malattie pericolose per l’uomo, a trovarsi a convivere a stretto contatto con noi. Sappiamo con certezza che questa sarà solo la prima di tante altre crisi – sanitarie, economiche o umanitarie – dovute al cambiamento climatico e ai suoi frutti avvelenati. Estati sempre più torride e inverni sempre più caldi, inondazioni e siccità distruggono già da anni i nostri raccolti, causano danni incalcolabili e vittime sempre più numerose. L’inesorabile aumento delle temperature ci porterà malattie infettive tipiche dei climi più caldi o ancora del tutto sconosciute, rischiando di farci ripiombare in una nuova epidemia.

Siamo destinati a questo? E se invece avessimo una via d’uscita? Un’idea in grado di risolvere sia la crisi climatica sia la crisi economica? 

Cara Italia, per questo ti scriviamo: la soluzione esiste già.

L’uscita dalla crisi sanitaria dovrà essere il momento per ripartire, e la transizione ecologica sarà il cuore e il cervello di questa rinascita: il punto di partenza per una rivoluzione del nostro intero sistema. La sfida è ambiziosa, lo sappiamo, ma la posta in gioco è troppo alta per tirarsi indietro. Dobbiamo dare il via a un colossale, storico, piano di investimenti pubblici sostenibili che porterà benessere e lavoro per tutte e tutti e che ci restituirà finalmente un Futuro a cui ritornare, dopo il viaggio nell’oscurità di questa pandemia

Un futuro nel quale produrremo tutta la nostra energia da fonti rinnovabili e non avremo più bisogno di comprare petrolio, carbone e metano dall’estero. Nel quale smettendo di bruciare combustibili fossili, riconvertendo le aziende inquinanti e bonificando i nostri territori devastati potremo salvare le oltre 80.000 persone uccise ogni anno dall’inquinamento atmosferico.

Immagina, cara Italia, le tue città saranno verdi e libere dal traffico. Non perché saremo ancora costretti in casa, ma perché ci muoveremo grazie a un trasporto pubblico efficiente e accessibile a tutte e tutti. Con un grande piano nazionale rinnoveremo edifici pubblici e privati, abbattendo emissioni e bollette. Restituiremo dignità alle tue infinite bellezze, ai tuoi parchi e alle tue montagne. Potremo fare affidamento sull’aria, sull’acqua, e sui beni essenziali che i tuoi ecosistemi naturali, sani e integri, ci regalano. Produrremo il cibo per cui siamo famosi in tutto il mondo in maniera sostenibile. 

In questo modo creeremo centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro ben retribuiti, in tutti i settori.

Questo Futuro è davvero possibile, cara Italia, ne siamo convinti. Per affrontare questa emergenza sanitaria stiamo finalmente ascoltando la scienza. Ed è proprio la scienza ad indicarci chiaramente la rotta da percorrere per sconfiggere la crisi climatica. Stavolta sappiamo quanto tempo ci rimane per agire: siamo già entrati nel decennio cruciale. Il momento del collasso dell’unico ecosistema in cui possiamo vivere, il superamento di 1,5°C di riscaldamento globale, già si staglia all’orizzonte. La folle curva di emissioni va capovolta già da quest’anno, e per sempre. Solo se ci riusciremo costruiremo un paese e un mondo più giusto, più equo per tutte e tutti, non a spese dei più deboli, ma di quei pochi che sulla crisi climatica hanno costruito i loro profitti.

Cara Italia, sei di fronte ad un bivio della tua storia, e non dovranno esserci miopi vincoli di bilancio o inique politiche di austerity che ti impediscano di realizzare questa svolta. 

Cara Italia, tu puoi essere d’esempio. Puoi guidare l’Europa e il mondo sulla strada della riconversione ecologica.

Non a tutte le generazioni viene data la possibilità di cambiare davvero la storia e creare un mondo migliore – l’unico in cui la vita sia possibile.

Questa è la nostra ultima occasione. Non possiamo permetterci di tornare al passato. Dobbiamo guardare avanti e preparare il nostro Ritorno al Futuro!

PS: questo è solo l’inizio. Oggi comincia una grande campagna per la rinascita del nostro paese, che ci porterà fino al lancio di una serie di proposte concrete, in occasione del global #DigitalStrike, il 24 aprile. E non saremo soli.

La crisi CoronaVirus come occasione per ripartire da zero

Più volte in questo ultimo periodo abbiamo sostenuto tra le righe di questo blog la necessità di un ritorno alla “normalità” nel segno di una conversione ecologica. Abbiamo i mezzi e le risorse per farlo. E non siamo noi a dirlo.

Abbiamo un’occasione per guadagnare un’indipendenza energetica che al momento ci sfugge a causa della nostra necessità di reperire energia sporca dall’estero quando il sole che tanto amiamo ed il vento che soffia nei nostri mari e nelle nostre montagne potrebbe renderci autosufficienti. Un’occasione anche per rivedere i nostri stili di vita e riorganizzare le nostre città affinché le strade siano percorribili con mezzi sostenibili quali la bicicletta, i servizi di car sharing elettrico e il potenziamento del trasporto pubblico.

Questa volta abbiamo davvero la possibilità di cambiare noi stessi e la nostra società, divenendo un esempio per chi ci guarda dall’estero che a noi potrà ispirarsi. Dimostriamo che si può. Dimostriamo che l’Italia si rialzerà e che saprà farlo meglio degli altri, cambiando davvero le cose e rendendo il nostro paese un posto migliore.

Abbiamo due scenari davanti a noi. Quello del ritorno al business as usual fatto di mari, fiumi ed aria inquinata, di sviluppo insostenibile caratterizzato da visioni di breve termine, di coste sommerse, di alluvioni e lunghi periodi di siccità. E poi c’è quello della rivoluzione ecologica, fatto di energia a zero emissioni, aria e acqua pulita, città a misura di bicicletta, sviluppo sostenibile e, con ogni probabilità, più giustizia sociale.

La vita è una questione di scelte e oggi, più di ieri, ognuno di noi può fare la sua. Se verrà fatta con senso etico l’esito è a dir poco scontato.


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Block friday: in piazza contro la giornata dei consumi

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L’aumento di popolarità del Black Friday, l’ennesima invenzione consumistica statunitense, è la dimostrazione di come la nuova “onda verde” in molti casi sia soltanto una moda. Ecco perché oggi i Fridays For Future si sono riuniti nelle piazze di tutto il mondo per il cosiddetto Block Friday, una protesta contro la giornata più consumistica dell’anno.

Leggi il nostro articolo: “Scienziati: emergenza clima. Ci aspettano sofferenze indicibili”

Uno degli organizzatori dello sciopero di Milano, Alessandro Silvello ha spigato a Repubblica il loro intento: “Abbiamo deciso di chiamare la giornata “Block Friday” proprio per questo, per sottolineare la nostra protesta. E portare all’attenzione di tutti gli effetti del consumismo portato alle estreme conseguenze di cui il Black Friday è un simbolo: penso alla diminuzione dei diritti e degli stipendi di tanti lavoratori che sono impiegati in questo sistema” .

Meno affluenza, più motivazione

Solamente in Italia gli scioperi sono stati 138 in altrettante città diverse. Gli eventi nel mondo sono stati 3.406 sparsi per 157 paesi e 2432 città. A Milano i giovani si sono ritrovati alle 9 di mattina mostrando i pacchi simbolo dell’ e-commerce che, con il successo di Amazon, è ormai fuori controllo. A Roma l’affluenza è stata alta, anche se decisamente inferiore allo sciopero del 24 maggio.

Sciopero a Roma

“Lo sapevamo – ha dichiarato Marianna Panzarino di FFF Roma al Messaggero -. È passato troppo poco tempo dall’ultimo sciopero. Ma anche portare poche migliaia di ragazzi in piazza è comunque un successo”. A Torino e provincia sono scese in piazza circa 10mila persone, tra cui anche le “Sardine”, che hanno paralizzato via Roma, la via dello shopping. L’atto di bloccare le vie del centro oggi è forse ancora più simbolico.

La nascita del Black Friday

Il fenomeno del Black Friday ha origine nell’America degli anni ’50, anticamera del boom economico e della nascita della società dei consumi. In quegli anni sempre più persone iniziavano a potersi permettere piccoli beni di lusso. Si diffondeva così anche la moda dello scambio di regali durante le festività natalizie. Il venerdì successivo al Thanksgiving veniva considerato come l’inizio del periodo dedicato agli acquisti natalizi. I negozianti hanno così cavalcato l’onda. Sconti, aperture straordinarie, offerte speciali che avrebbero incentivato le persone ad acquistare i regali di natale velocemente, a prezzi bassi, senza pensarci troppo.

Sembra, insomma, l’embrione di quella che oggi viene chiamata fast fashion. Anche se fashion in questo caso non rappresenta soltanto l’industria dei vestiti, ma le mode più in generale, di qualunque tipo esse siano. Potremmo chiamarla la moda dell’acquistare, nata appunto durante il boom economico e mai passata. E durante giornate come il Black Friday molti sono spinti ad acquistare oggetti di cui non hanno bisogno soltanto perché scontati.

Consumismo autodistruttivo

E’ anche a causa di questa fame di consumi che gli esseri umani hanno innescato il riscaldamento globale. Il processo di produzione, imballaggio, distribuzione, consumo e smaltimento dei miliardi di prodotti venduti richiede lo sfruttamento non sostenibile delle risorse del pianeta. Secondo le stime del World Wildlife Fund (WWF), se ognuno adottasse lo stile di vita e i consumi del cittadino medio abitante del Regno Unito, sarebbero necessari tre pianeti terra. Cinque pianeti, invece, per vivere come lo statunitense medio. E questo solo nel 2019.

Sempre secondo il WWF, l’impronta ecologica dell’umanità (la misura sulla Terra dal consumo umano delle risorse naturali), è aumentata del 125% e potrebbe aumentare del 170% entro il 2040. Gran parte dell‘impronta ecologica è infine data dai rifiuti che la mentalità consumistica genera. Secondo la Banca Mondiale attualmente 1,3 miliardi di rifiuti solidi sono generati nel mondo ogni anno e questo numero è destinato ad aumentare, arrivando a 2.2 miliardi di tonnellate entro il 2025.

Chiediamo soluzioni immediate

Per questo e molto altro oggi i Fridays for Future hanno chiesto ai politici delle soluzioni immediate. A Torino, per esempio, ci sono stati presidi davanti a tante sede istituzionali. Al rettore dell’Università hanno chiesto di cancellare la collaborazione con Eni, mentre alla sindaca Chiara Appendino di migliorare il servizio di trasporto pubblico rendendolo gratuito.

In Inghilterra gli scioperanti si stanno concentrando sui sondaggi del prossimo mese. In Australia il focus è stato sull’impatto dei devastanti incendi boschivi in cui sei persone sono morte e oltre 600 case sono state distrutte. Hanno anche chiesto che non vengano realizzati nuovi impianti di carbone, petrolio o gas in Australia, una transizione al 100% di energia rinnovabile entro il 2030 e finanziamenti per una transizione equa per i lavoratori.

Greta Thunberg non ha potuto prendere parte a nessuna delle manifestazioni a causa della concomitanza con il suo viaggio di ritorno dagli Stati Uniti in catamarano. La giovane attivista svedese deve infatti partecipare alla COP25 che si svolgerà a Madrid a partire dal 4 dicembre. E’ in questo incontro che i Fridays For Future di tutto il mondo ripongono la speranza. Un piccolo passo nella giusta direzione è già stato fatto, in quanto proprio ieri il Parlamento Europeo ha dichiarato l’emergenza climatica e ambientale in Europa e nel mondo.

Leggi il nostro articolo: Il Cile non ospiterà più la Cop25″

Il Cile non ospiterà più la COP25

Ciò che sta succedendo in questi giorni in Cile è sulle pagine dei notiziari di tutto il mondo. Le proteste che stanno invadendo il paese sudamericano hanno, purtroppo, indotto il Presidente Sebastiàn Pinera ad annunciare, nella giornata del 30 ottobre, che il suo paese non potrà ospitare la COP25; una conferenza organizzata dall’ONU con cadenza annuale per discutere delle possibili soluzioni attuabili contro i cambiamenti climatici, in quanto il suo governo al momento ha la priorità di “ristabilire l’ordine pubblico”. Una decisione ragionevole che però finisce per spaventare chi questo evento lo attende con ansia da quasi un anno.

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La COP25 si farà o non si farà?

La paura più grande che sorge tra tutti gli ambientalisti riguarda proprio questa domanda. L’annullamento di un evento del genere potrebbe infatti peggiorare drasticamente la situazione. Per affrontare i cambiamenti climatici è necessario un simultaneo impegno da parte di tutti i governi del mondo. Eventi di questo tipo contribuiscono in questo senso a rafforzare i rapporti e la collaborazione tra essi, o quanto meno tra quelli di maggior buonsenso.

Il video dell’annuncio

Risulta tuttavia difficile capire, a solo pochi giorni dall’annuncio, se la Conference of Parties, giunta alla sua 25esima edizione, sarà definitivamente annullata o se invece cambierà semplicemente la sua cornice. Giovedi’ si e’ aperta una piccola speranza in quanto il Primo Ministro spagnolo Pedro Sanchez ha proposto Madrid come sede sostitutiva dell’evento. La Segretaria Esecutivo sul Cambiamento Climatico dell’Onu, Patricia Espinosa ha affermato che l’offerta della Spagna è un segno “incoraggiante” del multilateralismo e consentirebbe agli organizzatori di attenersi ai tempi originali del vertice.

Leggi il nostro articolo: “Parlamento Europeo per l’ambiente: voto a favore delle api”

Mai nella storia della COP un paese aveva rinunciato ad ospitare l’evento con così breve preavviso. La conferenza si sarebbe dovuta tenere tra il 2 ed il 13 dicembre. Riuscire a riorganizzare l’evento in un solo mese è quanto meno un compito arduo. L’UNFCCC e’ infatti ancora in attesa di una lettera ufficiale dalla Spagna ed e’ atteso per venerdi’ a Bonn un incontro tra i funzionari spagnoli e le Nazioni Unite.

La maledizione della COP25

La 25esima edizione sembra essere maledetta. Proprio nell’anno in cui il problema dei cambiamenti climatici ha iniziato a scalare le gerarchie dei media, grazie soprattutto alle proteste dei giovani di Fridays For Future e non solo, l’evento più importante dell’anno rischia di saltare.

Leggi il nostro articolo: “Disastro ambientale in Brasile. 2.100 km di coste invase dal petrolio”

Il paese inizialmente designato per ospitarla era infatti il Brasile. Purtroppo però, nel Novembre scorso, una delle prime decisioni prese dal neopresidente Bolsonaro, è stata proprio quella di cancellare la propria disponibilità a farsi carico dell’organizzazione della conferenza. Un fatto che non sorprende ma che, per dovere di cronaca, riportiamo affinchè il ritratto di Jair Bolsonaro, definitiivamente ascrivibile nella lista degli amici del cambiamento climatico, possa essere arricchito da questa brutta figura.

Leggi il nostro articolo: “Boom dei Verdi alle elezioni in Svizzera”

Tra i candidati per ospitare la COP25 c’era in principio anche la Costa Rica che ha poi ritirato la propria candidatura per paura delle spese che avrebbe dovuto affrontare.

E adesso?

Trovare una location alternativa prevede costi organizzativi molto alti, oltre che non pochi problemi logistici. Suggestiva, ma senza ancora nessun riscontro dai piani alti, l’idea lanciata via social da Fridays for Future. Onde evitare l’emissione di tonnellate di CO2 generate dagli innumerevoli jet privati dei vari politici che avrebbero dovuto recarsi in Sud America, perché non trovare un modo per far sì che la conferenza possa tenersi virtualmente?

Cosa di meglio, piuttosto che l’ennesima conferenza localizzata – con i soliti infiniti voli transcontinentali e annesse tonnellate di emissioni, e che il più delle volte finisce nelle solite belle parole, con tanta aria fritta e zero impegni – di un bel “conference-change”: che la COP25 sia la prima COP a zero emissioni, ma col pieno di contenuti e impegni veri! #CaroAntonioGuterres: per essere il primo vero summit del futuro, che la COP25 si tenga “virtualmente”, e carbon-free

Fridays For Future

Leggi il nostro articolo: “Greta rifiuta premio da 47 mila euro. “Al pianeta non serve”

Gli attivisti del movimento targato Greta Thunberg, che proprio in questi giorni era in viaggio per recarsi in Cile dove avrebbe dovuto partecipare alla conferenza, hanno colto l’occasione per sottolineare come questa sia un’opportunità più unica che rara per iniziare a razzolare bene, oltre che predicare e basta. Una delle più costanti critiche mosse dai movimenti ambientalisti ad eventi di questo tipo riguarda infatti proprio la loro mancanza di concretezza. Troppo spesso abbiamo assistito a discorsi pieni di enfasi e di belle promesse infrangersi di fronte alla realtà dei fatti. Di bei propositi ne abbiamo sentiti fin troppi. Ora è giunto il momento della coerenza.

“Abbiamo bisogno urgente del vostro supporto!” L’appello dei giovani curdi di Fridays For Future

https://www.facebook.com/FridaysForFutureRojava/videos/468783930650450/
Il video originale di FFF Rojava

Cari studenti di Fridays for Future,

abbiamo seguito le proteste e gli scioperi mondiali per il clima con molto entusiasmo. E, dal momento che abbiamo fondato Fridays For Future Rojava a maggio di quest’anno, abbiamo scioperato e manifestato insieme a voi!

Fridays For Future ha riunito i giovani di tutto il mondo grazie alla consapevolezza che non possiamo continuare a vivere in un mondo in cui la natura viene distrutta!

La realta’ a Rojava, la regione curda nel nord della Siria, e’ molto diversa da quella di molti altri paesi, dove esistono associazioni locali di FFF. Dal 2012, quando e’ iniziata la rivoluzione a Rojava, abbiamo costruito un modello alternativo di societa’ basata sui tre fondamentali principi dell’emancipazione femminile, l‘ecologia e la democrazia radicale. Negli ultimi sette anni, sono stati creati ovunque progetti dal basso, autoamministrati ed ecologici. Riunioni di quartiere, centri per le donne, accademie educative, un sistema scolastico gratuito alternativo, cooperative agricole ed economiche, e molto altro. Tutte le aree della nostra vita sono state riorganizzate dal basso. In passato tutto era organizzato dalla capitale siriana Damasco. Ora governiamo noi stessi. In tutte queste nuove strutture, le donne si organizzano in modo autonomo cosi’ da poter controbilanciare le strutture del potere patriarcale.

Questo sistema democratico e’ stato un obiettivo per le forze reazionarie fin dall’inizio. Innanzi tutto, il Fronte Al-Nusra (un sussidiario di Al-Qaeda) e lo Stato Islamico hanno attaccato le nostre citta’ e occupato gran parte del Paese. Ma siamo stati in grado di liberarci dal loro regime crudele. Lo Stato Islamico e’ stato sconfitto. Ma lo Stato Islamico non e’ un fenomeno che e’ cresciuto soltanto qui nel Medio Oriente. Molti Jihaidisti sono arrivati qui dai Paesi occidentali passando per la Turchia.

Anche con la fine dello Stato Islamico, gli attacchi non si sono fermati. All’inizio del 2018, la Turchia ha condotto una guerra aggressiva e illegale occupando sin da allora Afrin, una regione che prima aveva un’amministrazione autonoma e che era considerata una delle aree piu sicure della Siria. Ora li’ la violenza regna ancora.

Molti giovani come noi hanno aiutato a difendeere Afrin. Quasi tutte le famiglie possono nominare qualcuno che e’ caduto per difendere il Paese dallo Stato Islamico e la Turchia. Qualcuno che e’ stato assassinato per difendere la pace e i valori democratici del mondo intero.

Oggi, 9 ottobre 2019, la Turchia ha iniziato l’attacco. Bombe e spari sono caduti ovunque dagli aerei di artiglieria sopra le nostre teste. Le forze turche hanno anche tentato, in alcuni punti, di attraversare il confine. Sono gia’ state registrate alcune vittime tra i civili. Le infrastrutture come le dighe e gli alimentatori di energia elettrica sono stati i primi obiettivi.

In queste ore difficili ci rivolgiamo a voi, cari amici di Fridays For Future. Noi crediamo che una soluzione alla crisi ecologica sia possibile attraverso l’autodeterminazione. La nostra economia deve essere strutturata in modo cooperativo e rispettando i bisogni delle persone. Questo e’ quello che rappresenta la rivoluzione a Rojava. Rimanete forti, parlate di questi argomenti, non lasciatevi ingannare dai media, conquistate le strade! finche questi attacchi continueranno, vi saranno azioni di solidarieta’ e resistenza. La campagna #Riseup4Rojava congiungera’ tutte queste azioni insieme.

Se volete contattarci direttamente, scriveteci a makerojavagreenagain@riseup.net! Siamo un gruppo formato da persone provenienti sia dalla regione curda, sia da persone che sono giunte a Rojava per supportare la rivoluzione. Quindi puoi scriverci in inglese o in qualunque altra lingua!

Maggiori informazioni:

www.makerojavagreenagain.org
www.internationalistcommune.com
www.riseup4rojava.orgSee less

I numeri delle manifestazioni di FridaysForFuture

Si è conclusa venerdì 27 la WeekForFuture, una settimana di manifestazioni in giro per il mondo organizzate dal movimento ambientalista FridaysForFuture. Se c’è una cosa che si può dire con certezza, è che il Terzo Sciopero Globale per il Clima costituisca un successo senza precedenti storici in materia di attivismo ambientale. Sulle orme di Greta Thunberg le strade di tutto il mondo hanno visto sfilare 6 milioni di giovani, e non solo, in tutti i continenti, Antartide inclusa, per un totale di 3287 manifestazioni in 173 paesi. I numeri registrati da FridaysForFuture in questa tornata di scioperi sono a dir poco impressionanti. E questo non è che l’inizio.

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Credits: Fridays For Future Milano

Leggi il nostro articolo: “Onda verde globale. Milioni di giovani in piazza”

I numeri di FridaysForFuture in giro per il mondo

Le manifestazioni si sono concentrare soprattutto in due giornate: venerdì 20 e 27 settembre. In questo modo i ragazzi di Fridays For Future sono riusciti a spalmare le manifestazioni in un arco temporale più ampio, in modo da “circondare” il Climate Action Summit che si è tenuto al palazzo di vetro dell’ONU nelle giornate del 19,20 e 21 settembre. Le immagini degli scioperi hanno invaso i social di tutto il mondo e hanno riempito di gioia chi, finalmente, dopo anni di lotte ambientaliste ignorate vede il mondo intero schierarsi apertamente contro i cambiamenti climatici.

In Nuova Zelanda più del 3,5% della popolazione è scesa in piazza. A Montreal, in Canada, più di 500.000 sono scese per strada a fronte di una popolazione totale di 1,7 milioni di persone. Per chi non fosse bravo in matematica questo significa che, nella città simbolo del Quebec, una persona su tre ha scioperato. Questi sono solo due esempi, lampanti, di quello che è successo. I numeri non mentono mai. I giovani chiedono un futuro diverso.

I numeri di FridaysForFuture in Italia

Se spostiamo la lente d’ingrandimento sul nostro paese possiamo sicuramente gonfiare il petto con orgoglio. La partecipazione, soprattutto nelle grandi città, è stata incredibile. Napoli, 100.000 persone. Milano, 200.000 persone. Torino, 50.000 persone. Bologna, 20.000 persone. Roma, 200.000 persone. Un totale di presenza che sfora il milione. E l’incredulità della stessa Greta Thunberg che via social ha espresso tutta la sua gratitudine verso i giovani del nostro paese.

Una dimostrazione che a mancare, in Italia, non sia tanto la volontà di cambiamento quanto le misure, da parte della politica, atte a renderlo possibile. La buona notizia, in questo senso, è lo schieramento da parte della quasi totalità delle forze politiche in Parlamento in favore dei giovani manifestanti.

Le critiche degli haters

Ovviamente non hanno tardato ad arrivare le più svariate critiche. Su tutte quelle riguardanti il gesto simbolico, da parte degli attivisti di Fridays For Future Milano, di bruciare un mappamondo di cartapesta in Piazza Duomo. “Gli attivisti hanno generato fumo e cenere, emettendo CO2”. Quando chi critica inizia ad attaccarsi a piccoli e, sul piano climatico, irrilevanti dettagli, vuol dire che la strada intrapresa è quella giusta. Reazioni di questo genere sono tuttavia comprensibili. Quando si sbaglia in modo così grave e per così tanto tempo, è difficile per chiunque ammetterlo. Così come lo è vedere un oceano di “ragazzini” mettere tutti di fronte ai propri errori ed alle proprie responsabilità.

Ciò che resterà di questa sterile polemica è l’immagine di un gesto simbolico. Il nostro pianeta è in fiamme. E se c’è ancora chi non ci crede, qualcosa bisognerà pur fare. Anche se, una tantum, viene emessa una quantità di CO2 in atmosfera pari a quella generata dalla produzione di un etto di prosciutto o da 0,01 secondi di volo di un aereo di linea.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per cambiare la scuola”

Non abbiamo bisogno di docenti di coerenza, abbiamo già Greta a farci da esempio. Abbiamo bisogno di persone che abbiano il coraggio di ammettere di aver sbagliato e che inizino ad ascoltare la scienza invece di puntare il dito contro chi, quanto meno, prova a far qualcosa per cambiare le cose. Oltretutto, con discreta partecipazione.

Un nuovo ’68?

Critiche a parte resta la portata di un movimento che in poco più di un anno ha portato al centro del dibattito politico internazionale il tema dei cambiamenti climatici. Un anno fa, di questi tempi, nessuno, o quasi, conosceva la giovane Greta. Così come nessuno si sarebbe mai sognato di andare in piazza a protestare per il riscaldamento globale. Per non parlare della quantità di persone a cui non importava nulla del problema e che a stento conosceva il significato delle parole “cambiamenti climatici”.

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Numeri alla mano il successo di questi FridaysForFuture è un avvenimento senza precedenti, quanto meno in tempi recenti, ed il paragone con il movimento del ’68 è d’obbligo. La potenza di queste manifestazioni è ormai riconosciuta a livello globale, così come le sue richieste, più che mai unanimi. La convinzione con cui le proteste vengono portate avanti – siamo già alla terza manifestazione di portata globale in poco più di 6 mesi – la sempre crescente partecipazione, ormai non solo da parte dei giovani, e l’inconfutabile solidità scientifica delle teorie sui cambiamenti climatici sono caratteristiche che pongono le basi per una crescita sempre più verticale del movimento che, a questo punto, sarà difficilmente arrestabile. Al pari di Greta.

Leggi il nostro articolo: “Climate Strike: la nuova alba dell’ambientalismo”

Lei, certamente, non si fermerà. Così come non lo faremo noi. Smettetela di criticare ed unitevi a noi. O, altrimenti, fatevene una ragione. Ma lasciateci lottare, in pace, per il nostro futuro. “Il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno”.

Greta Thunberg a Roma oggi: il video del discorso e la traduzione

“Con Greta salviamo il pianeta”. E’ lo slogan che urlavano a squarciagola le 25mila persone che si sono presentate stamattina in Piazza del Popolo a Roma. Una folla che ha accolto con entusiasmo e grandi aspettative Greta Thunberg, che con il suo viso calmo, sorridente e determinato alle 13:00 è salita sul palco, quest’ultimo alimentato per l’occasione solo da energia motrice.

Vi erano infatti 120 biciclette che animavano il generatore. Un’ idea di Andrea Satta dei Tetes de Bois, un gruppo musicale che prima dell’arrivo di Greta ha presentato la sua nuova canzone, ispirata proprio alle parole dell’attivista svedese. Il suo discorso è stato toccante e qui lo riportiamo integralmente tradotto:

Il discorso di Greta

Greta Thunberg sul palco di Piazza del Popolo a Roma

“L’umanità si trova a un bivio. ora dobbiamo decidere quale strada prendere. Dobbiamo decidere come vogliamo che siano le future condizioni di vita di tutte le specie. Noi siamo qui oggi perché abbiamo scelto il percorso da prendere, e ora dobbiamo aspettare che gli altri seguano il nostro esempio. Mentre viaggiavo per parlare nei diversi Paesi sono sempre stata disponibile a scrivere riguardo alle politiche climatiche specifiche per ogni Nazione. Ma questo non è del tutto necessario, perché il problema di fondo è lo stesso ovunque: non è stato fatto nulla per fermare o almeno rallentare la crisi climatica ed ecologica.

Negli ultimi sei mesi milioni di studenti hanno scioperato per il clima, ma nulla è cambiato. Le emissioni infatti stanno ancora aumentando e, onestamente, non vedo all’orizzonte nessun cambiamento politico. Questo è il motivo per cui dobbiamo prepararci, perché questo richiederà molto tempo. Non ci vorranno settimane, non ci vorranno mesi, ma ci vorranno anni.

Noi giovani non stiamo sacrificando la nostra educazione e la nostra adolescenza perché gli adulti e i politici ci dicano cosa loro considerano essere politicamente possibile in un società che loro hanno creato. Non siamo scesi in strada perché loro si facciano i selfies con noi e dirci che ammirano moltissimo quello che facciamo. Noi giovani lo facciamo per svegliare gli adulti, perché vogliamo che agiscano, perché vogliamo riavere le nostre speranze e i nostri sogni. Non siamo noi ad aver creato questa crisi. Noi siamo semplicemente nati in un mondo in cui vi era già una crisi che per anni è stata ignorata. E ora abbiamo deciso di agire contro di essa, perché ci hanno sempre nutriti con bugie e promesse infrante”.

Non siamo noi ad aver creato questa crisi. Noi siamo semplicemente nati in un mondo in cui vi era già una crisi che per anni è stata ignorata. E ora abbiamo deciso di agire contro di essa, perché siamo sempre stati nutriti con bugie e promesse infrante”.

Tante iniziative, un solo obiettivo

Durante tutta la mattina l’atmosfera in Piazza del popolo è stata gioviale, con musica, canti, balli ed esposizioni di arti visive nei quattro gazebo presenti nella piazza. Il tutto, ovviamente, a tema ambientale. Un filo conduttore non solo metaforico, ma realmente presente. Il cosiddetto “filo per il clima”, infatti, è una corda che collega i quattro gazebo e il palco, dove le persone possono attaccare con una molletta di legno dei foglietti con i loro pensieri, riflessioni e aspirazioni riguardo al clima.

Tutto molto bello, insomma, anche se, anche grazie al discorso di Greta, non si è perso di vista l’obiettivo principale: quello di chiedere alle istituzioni, ai politici, i governi di agire, per garantire ai giovani di tutto il mondo il futuro che desiderano .

EcoNews: le notizie del 15 marzo

ClimateStrike: il grande giorno è arrivato, e riaccende la speranza

Oggi si è svolta la manifestazione ambientalista più grande della storia del pianeta. Forse il motivo è che non riguarda più soltanto gli ambientalisti, ma tutti noi. Il movimento Fridays For Future guidato da Greta Thunberg ha coinvolto più di cento nazioni, migliaia di città e milioni di persone. La maggior parte di queste erano studenti, il cui futuro è in grave pericolo e per questo hanno pacificamente marciato per un cambiamento veloce e globale.

La notizia è presente in tutti i giornali italiani.

Costa: le prime dichiarazioni sull’assemblea ONU a Nairobi

“Finalmente si lascia l’economia lineare per approdare a quella circolare” ha detto Costa dopo l’assemblea di Nairobi avvenuta ieri, 14 marzo. A quanto dice il ministro dell’ambiente, però, non è abbastanza. Temi quali la deforestazione così come la pulizia dei mari non sono stati presi in seria considerazione. Intanto si dice vicino ai giovani per lo sciopero per il clima. Leggi qui l’articolo ANSA