Transizione ecologica, falsa partenza per il Ministero

Ci aspettavamo qualche cosa di meglio. La nascita del Ministero della Transizione Ecologica, avvenuta in contemporanea all’insediamento del governo Mario Draghi ci aveva fatto ben sperare. All’alba della sua presidenza, il premier incaricato Draghi aveva annunciato la creazione di un Ministero che doveva garantire una transizione ecologica al nostro Paese, verso le fonti rinnovabili. Anzi, lo aveva fatto annunciare a Donatella Bianchi, presidente del WWF, enfatizzando ancor più la nascita del dicastero. Il primo atto autorizzato però, non lascia affatto tranquilli gli ambientalisti.

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Il caso

Le grandi speranze che hanno seguito la nascita del Ministero – all’interno di un governo del tutti dentro che, come ben sappiamo, di dicasteri ne ha creati addirittura 23! – corrono il rischio di venire deluse a nemmeno 3 mesi dal giuramento della squadra di Draghi. Per transizione ecologica, infatti, nessuno intendeva certo nuove trivellazioni per sfruttare fonti fossili. Vediamo che cosa è successo.

Raccontiamo il caso con le parole del comunicato stampa inviato all’ANSA dal Forum H2O, associazione abruzzese che riunisce numerosi movimenti per l’acqua: “Il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani ingrana la marcia. Però all’indietro. Lo fa puntando sul passato, cioè sulle fossili. È stata infatti approvata la valutazione di impatto ambientale per ben 11 nuovi pozzi per idrocarburi, di cui anche uno esplorativo. Il tutto nel Mar Adriatico, tra Veneto e Abruzzo, nel canale di Sicilia e a terra, in provincia di Modena. Inoltre, sempre in Emilia ma questa volta in provincia di Bologna, ha approvato anche l’avvio della produzione di un pozzo già esistente a metano. Visti i primi atti ci verrebbe voglia di battezzarlo come Ministero della Finzione Ecologica.”

Ironia amara

La definizione “Ministero della Finzione Ecologica” fa certamente sorridere. Eppure esprime davvero bene la frustrazione che si prova di fronte a questa decisione. Ci verrà detto che queste misure non devono ricadere interamente sulle spalle di Cingolani, uno che è lì da qualche settimana e, data l’improvvisa fine del governo precedente, si sarà sicuramente ritrovato molte pratiche aperte da chi lo precedeva al Ministero dell’Ambiente. La storia vera, però, non è proprio questa.

Continua il Forum H2O: “Sono ben 7 gli interventi presentati negli anni scorsi dai petrolieri delle società ENI (3); Po Valley Operations PTY Ltd (2) e SIAM Srl (2). Questi progetti erano rimasti fermi al Ministero per anni, anche dal 2014. Il neoministro Cingolani li ha prontamente resuscitati invece di mettere fine, in generale, ai nuovi progetti fossili.” Che era poi quel che ci si aspettava da lui.

“Oltre ai rischi e alle criticità insiti in ogni singolo progetto, per incidenti (recentemente in Croazia una piattaforma si è inabissata per il maltempo), perdite e scarichi, la cosa grave è che ci si allontana sempre più dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul Clima. Quelli che a parole tutti dicono di voler rispettare.”

Le priorità del Ministero della Transizione Ecologica

Il comunicato del forum continua con una brutale conclusione e un augurio a cui ci uniamo: “Per Cingolani e il governo Draghi, evidentemente, l’emergenza non è quella climatica ma premiare i progetti dei petrolieri. Auspichiamo che questi progetti siano fermati nel prosieguo dell’iter di approvazione, anche se la strada si fa in salita.”

Le esplorazioni e le trivellazioni, infatti, non sono ancora operative, in atto. Esse hanno però ricevuto il via libera da parte del Ministero, che significa che ormai hanno avuto il nulla osta e, con ogni probabilità, diverranno effettive a breve. Il campanello d’allarme del Forum H2O ci serva da monito. Se il buongiorno si vede dal mattino, come recita un noto proverbio, ecco che dobbiamo tenere sotto stretto controllo l’operato del nuovo dicastero. Continuare ad appoggiare estrazione e sfruttamento del fossile non è transizione ecologica, semmai l’esatto contrario. È immobilismo ecologico, finzione come hanno detto dal forum. In altre parole, è tutto ciò di cui non abbiamo bisogno in questo momento. Il nostro pianeta ha già iniziato a farci intendere quanto disapprovi il nostro stile di vita totalmente irrispettoso nei suoi confronti.

Altro che transizione ecologica: ancora nuove trivellazioni

L’idea delle trivellazioni pare essere un chiodo fisso, un cruccio nel nostro Paese. Nonostante i giacimenti fossili italiani siano tutt’altro che ricchi e rigogliosi, tanto che dovrebbero essere di stimolo alla ricerca di fonti energetiche a loro alternative, numerosi sono i governi che continuano ad insistere su di essi. Prima di Draghi lo fece l’ex premier Matteo Renzi. Ricorderete come, 5 anni fa – il 17 aprile 2016 – fummo chiamati alle urne per un referendum abrogativo. Esso ci chiedeva se volessimo impedire esplorazioni e trivellazioni alla ricerca di idrocarburi nei nostri specchi d’acqua. Ebbene, in tale occasione, si recò a votare una percentuale di elettori esigua, ben inferiore al 40% e, come da normativa, il referendum non passò e il diritto di esplorare non venne tolto. Proprio come desiderava il governo di allora.

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Foto di Kanenori da Pixabay 

Perché è importante ricordare questo episodio? Perché dobbiamo evitare di incolpare i soli Draghi e Cingolani. Se come popolo italiano avessimo deciso, quando potevamo, di stoppare queste operazioni, probabilmente questo articolo non sarebbe neppure mai uscito poiché nuove trivellazioni in Italia sarebbero state impossibili. E invece eccoci qua.

La storia non si fa con i se e con i ma com’è risaputo ma ciò non deve scusarci. Se non ci responsabilizziamo noi per primi, se non facciamo partire dal basso la lotta per il clima, alzando le nostre voci finché non vengano sentite con chiarezza all’interno dei palazzi del potere, temo che ci ritroveremmo molte volte a dover scrivere pezzi come questo – da questa parte dello schermo – e a doverli leggere – dal vostro lato.

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Grandi banche o grandi inquinatori? Chi finanzia i nemici del clima

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La pandemia sta minando il mondo, lo sappiamo. Tra i tanti auspici per il post-coronavirus, numerose voci si alzarono per suggerire un cambiamento, dal momento che il pianeta sarebbe stato forzato a ripartire. L’economia green era vista da molti come la chiave forse più importante al fine di segnare un netto stacco tra il mondo pre e post COVID-19. Al solito però, sembrerebbe che si sia predicato bene per razzolare male. Le grandi banche, incuranti dei disagi pandemici, hanno continuato per tutto il 2020 a finanziare il settore dei combustibili fossili. Gli investimenti in questo ambito sarebbero addirittura superiori a quelli versati nel 2016.

La situazione tratteggiata nel corso della sedicesima edizione del Fossil Fuel Financing Report non arride agli ecologisti. Si tratta del più completo rapporto a nostra disposizione sul finanziamento delle grandi banche ai petrolieri e al settore del fossile. Già il titolo del report è abbastanza chiarificatore: Banking on Climate Chaos 2021.

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Elaborazione grafica di OpenClipart-Vectors da Pixabay 

Dopo tanti articoli, anche de L’EcoPost, che hanno esaminato i rapporti tra alte sfere finanziarie ed economia del petrolio, ormai questa situazione non dovrebbe neanche stupirci più di tanto. Eppure non dobbiamo distogliere la nostra attenzione da questa vicenda. È necessario mantenere ben chiaro chi siano davvero i nemici del clima. Occorre conoscere chiunque si schieri nel campo degli inquinatori seriali. Abbiamo bisogno di sapere a quale gioco stiano giocando le grandi banche.

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Chi punta il dito contro le grandi banche

Banking on Climate Chaos 2021 è stato pubblicato da un’alleanza di associazioni che si battono per l’ambiente. Tra queste troviamo Sierra Club, Rainforest Action Network, Indigenous Environmental Network, Reclaim Finance, BankTrack e Oil Change International. Alle spalle di questi aprifila, se così vogliam definirli, troviamo altre 300 organizzazioni provenienti da oltre 50 Paesi. La coalizione di queste ONG unite nella lotta al surriscaldamento globale spiega come il rapporto documenti “un allarmante scollamento tra il consenso scientifico globale sul cambiamento climatico e le pratiche delle più grandi banche del mondo.”

Nel servizio di Retesette una manifestazione, nell’estate 2019, dei ragazzi di Fridays For Future per chiedere alle grandi banche di smettere di investire in combustibili fossili.

I risultati della ricerca

Il rapporto 2021 ha allargato la sua inchiesta. Se fino allo scorso anno si prendevano in esame gli investimenti di 35 grandi banche, quest’anno si è passati a 60. Tutti i gruppi analizzati provengono dall’insieme dei più grandi poli bancari al mondo. I risultati di questa ricerca portata avanti sui dati 2020, si anticipava, non sono certamente entusiasmanti per quanto riguardi l’ambiente.

“Nei 5 anni dall’adozione degli accordi di Parigi, queste banche hanno pompato oltre 3,8 trilioni di dollari nell’industria dei combustibili fossili. Il finanziamento è stato più elevato nel 2020 rispetto al 2016. La tendenza è in diretta opposizione all’obiettivo dichiarato nell’Accordo di ridurre le emissioni di carbonio rapidamente. ” Il target, infatti, è quello di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius. Il rapporto ci dimostra come i detentori del potere economico-finanziario, stiano procedendo in direzione ostinata e contraria – per citare non in maniera casuale il più noto dei cantautori italiani.

Grandi banche e grande inquinamento

“Anche in mezzo a una recessione indotta da una pandemia, la quale ha portato a una riduzione generale del finanziamento dei combustibili fossili di circa il 9%, nel 2020 le 60 maggiori banche hanno comunque aumentato di oltre il 10% i loro finanziamenti alle 100 compagnie più responsabili dell’espansione dei combustibili fossili.” Il rapporto introduce oltre 20 casi di studio per supportare la propria tesi. Si tirano ad esempio in ballo progetti come l’oleodotto delle sabbie bituminose Line 3 oppure l’espansione delle operazioni di fracking sulle terre delle comunità indigene Mapuche nella Patagonia argentina.

Banking on Climate Chaos 2021 indica i maggiori finanziatori di combustibili fossili in tutto il mondo. Molti dei nomi che compaiono nel rapporto sono oltremodo noti. JPMorgan Chase sarebbe il principale investitore nel fossile a livello mondiale. RBC il maggiore in Canada; Barclays il suo omologo nel Regno Unito; Bank of China rappresenta il poco invidiabile leader di questa classifica in Cina e MUFG in Giappone. Nell’UE la maglia nera va a BNP Paribas mentre in Italia a Unicredit (trentacinquesima banca mondiale per investimenti neri), seguita a stretto giro da Intesa San Paolo (quarantacinquesima al mondo). Numerosi di questi sono leader assoluti nei loro settori di riferimento: finanza, gestione del risparmio e/o investimenti e trading.

In generale, gran parte delle banche con sede negli USA dimostra di essere tra le maggiori fomentatrici delle emissioni globali. Abbiamo puntato il dito contro JPMorgan in quanto si tratta della peggiore banca fossile al mondo; ma è in buona compagnia. Gli ambientalisti, si ricorda nel rapporto, sottolineano come “Chase si sia recentemente impegnata ad allineare il proprio investimento con il trattato di Parigi. Tuttavia continua a finanziare, sostanzialmente senza restrizioni, i combustibili fossili. Dal 2016 al 2020, le attività di prestito e sottoscrizione di Chase hanno fornito quasi 317 miliardi di dollari ai combustibili fossili. Il 33% in più di Citi, la seconda peggiore nel periodo.”

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Foto di Ana Gic da Pixabay 

Una cattiva politica

Quel che si può concludere dopo aver esaminato il report è come, indipendentemente da dove si trovino nel mondo, la gran parte delle banche tiene una cattiva politica nei confronti dell’ambiente. È scoraggiante dover rilevare come numerosi istituti creditizi continuino imperterriti nella loro opera di finanziamento al fossile.

Se un piccolo sorriso ci nasce in volto dopo aver letto come la banca Wells Fargo, una delle storicamente meno attente alla questione ambientale sia scivolata da quarta a nona peggior banca fossile; ecco che quello stesso sorriso si riassorbe prendendo in esame BNP Paribas, la quale l’ha subito sostituita sul podio di legno. È la prima volta in 5 anni che Wells non occupa una delle prime quattro posizioni, in questa classifica che potremmo definire vergognosa nel 2021. I suoi finanziamenti alle energie non rinnovabili si sarebbero ridotti di un 42%. Ci auguriamo che sia il primo passo di un percorso da istituto virtuoso e non un episodio dovuto, magari, ad un anno di crisi. Sul piatto opposto della bilancia c’è BNP, la quale è proprietaria dell’insegna statunitense Bank of the West, un istituto che ama presentarsi come molto attento al clima.

In realtà, leggiamo nel rapporto: “BNP Paribas ha fornito nel 2020 41 miliardi di dollari in finanziamenti fossili.” Si tratta del più grande aumento assoluto, in percentuale, per quanto riguarda il supporto economico a questa industria. Ciononostante, la banca è solita schierarsi apertamente contro i finanziamenti al petrolio e ai gas non convenzionali.

L’ambiente e le grandi banche

Dopo aver riportato con precisione certosina i dati relativi agli investimenti delle grandi banche contro il clima, il rapporto si conclude con un’analisi delle politiche ambientali degli istituti. Il giudizio complessivo è naturalmente tutt’altro che positivo. Ciò è inevitabile, alla luce di quanto abbiamo riportato fin qui.

Gli impegni esistenti delle banche nei confronti del clima sono definiti come “gravemente insufficienti e fuori asse con gli obiettivi degli accordi di Parigi. Su tutta la linea. Le politiche bancarie di alto profilo sull’obiettivo lontano e mal definito di raggiungere il net zero entro il 2050. Oppure sulla limitazione dei finanziamenti per i combustibili fossili non convenzionali. In generale, le politiche bancarie esistenti per quanto riguarda le restrizioni per il finanziamento diretto ai progetti. Eppure, questo aspetto rappresentava solo il 5% del finanziamento totale dei combustibili fossili analizzato in questo rapporto».

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Foto di marcinjozwiak da Pixabay 

La posizione dei nativi americani

Vittime privilegiate di questo modello d’investimento sono, inevitabilmente, le comunità più povere sul pianeta. Particolarmente colpite sono le tribù indigene, visto il loro speciale rapporto con la terra come suolo e la Terra come pianeta, esse parlano infatti di Madre Terra. Gran parte di questi investimenti rappresentano per queste comunità un diretto attacco ai loro valori e alle loro risorse. Lo ha spiegato bene Tom Goldtooth, il direttore esecutivo di Indigenous Environmental Network, una delle associazioni che ha partecipato alla stesura del report.

“Dobbiamo capire che finanziando l’espansione del petrolio e del gas le principali banche del mondo hanno le mani insanguinate. Nessun green-washing, carbon markets, techno-fixes non provato o net zero può assolverle dai loro crimini contro l’umanità e la Madre Terra. Le terre indigene, in tutto il mondo, vengono saccheggiate. I nostri diritti intrinsechi vengono violati e il valore delle nostre vite è stato ridotto a nulla di fronte all’espansione dei combustibili fossili. Queste banche devono essere ritenute responsabili della copertura del costo della distruzione che causano al nostro pianeta.”

Il monito di Goldtooth nasce come manifestazione del profondo disagio dei nativi americani, le cui terre sono violentate dagli oleodotti che trasportano petrolio tra USA e Canada. Le sue parole, però, possono tranquillamente diventare le nostre. Tutti ci troviamo di fronte a questa amara realtà, non soltanto le comunità indigene. L’economia non può avere il sopravvento sulla salute del nostro pianeta e , di conseguenza, su quella degli esseri umani. Banking on Climate Chaos 2021 ci indica come, però, stia avvenendo proprio questo. Finché la grande finanza e i poteri economici forte sosterranno il fossile, sarà davvero difficile portare a compimento quella transizione energetica di cui il pianeta ha bisogno.

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Svolta in Danimarca: Stop al petrolio dal Mare del Nord

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Stiamo mettendo fine all’era del fossile.” È stato lapidario – in perfetto stile scandinavo – Dan Jørgensen, ministro danese per il clima. In queste poche parole, però, ha esternato un’importante svolta verso il rinnovabile. La Danimarca smetterà di estrarre petrolio. Si tratta di “un nuovo corso verde per il Mare del Nord.”

Nel servizio di Euronews, la decisione della Danimarca di rinunciare al petrolio e puntare sulle energie rinnovabili.

La Danimarca e il petrolio, una lunga storia d’amore

La penisola scandinava è il principale produttore di idrocarburi nella Unione Europea. Quella tra la Danimarca e il petrolio è una storia d’amore che va avanti da decenni. Ciononostante, il Paese è il primo della UE che si prepara ad eliminare, gradualmente, i combustibili fossili. A quanto pare, il fidanzamento è giunto al termine.

Il Parlamento danese ha annunciato che ogni futura concessione di licenze per l’esplorazione e la produzione di gas e petrolio, nella porzione di Mar del Nord che lambisce la Danimarca, sarà cancellata. Entro il 2050, il Paese non produrrà più alcun barile di petrolio. La decisione rappresenta un passo avanti ulteriore rispetto a quella della Norvegia, ove si sta discutendo in Corte Suprema il ricorso di alcune associazioni ambientaliste contro l’estrazione petrolifera nell’Artico. Il fondo sovrano norvegese – uno tra i più ricchi al mondo, continuamente alimentato dai proventi dell’oro nero – ha già tolto il proprio sostegno ad ogni azienda che abbia a che fare con gli idrocarburi.

La regione scandinava è una di quelle più legate al fossile, all’interno della UE. Il Mare del Nord, infatti è ricco di giacimenti. Eppure, è proprio a queste latitudini che si stanno proponendo politiche più attivamente mirate a contrastare il surriscaldamento ambientale e il cambiamento climatico.

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Una transizione pianificata

Nel corso del 2019 la Danimarca aveva già mandato un segnale forte e chiaro relativamente alla sua intenzione di smettere di sfruttare il petrolio. Lo Stato si era dato l’obiettivo di tagliare del 70% le emissioni di CO2 entro il 2030, tra dieci anni. Sullo stesso periodo, Bruxelles sta ancora discutendo sul fatto di raggiungere, complessivamente, meno 55% di inquinamento da anidride carbonica. Tutto è stato pianificato accuratamente. Il Paese ha stabilito un ingente stanziamento di denaro per garantire una giusta transizione ad ogni lavoratore toccato dalla fine dell’industria degli idrocarburi. Similmente, anche le compagnie petrolifere saranno rimborsate di ogni investimento già eseguito e del quale non potranno più beneficiare a seguito di questa attesa svolta.

Sono ormai anni che estrazione e produzione di idrocarburi sono in calo, nel Nord Europa. In Olanda si è riscontrato il calo maggiore, a causa dello sviluppo di fonti rinnovabili, eolico e biomassa in testa. Quella della Danimarca resta comunque una svolta epocale. Dagli anni ’70 ad oggi, infatti, il Paese ha finanziato il suo welfare in gran parte con ricavi generati dal petrolio.

Breve storia del petrolio in Danimarca

Le attività di esplorazione ed estrazione petrolifera, in Danimarca, sono state avviate nel 1972. In breve tempo, il Paese è diventato uno dei principali attori energetici della regione. Il benessere nazionale è strettamente legato agli idrocarburi; l’industria del fossile ha trainato la penisola per decenni. Non sarà più così. Con una decisione storica, il Parlamento di Copenaghen, ha deciso di virare verso le rinnovabili – eolico in primis – lasciandosi alle spalle la liaison con il petrolio. È importante sottolineare come questo provvedimento sia stato approvato in maniera trasversale. Tanto la maggioranza di centrosinistra quanto l’opposizione di centrodestra hanno avallato la decisione. Non tutto il mondo è Paese; non accade dappertutto che maggioranza e opposizione si attacchino su ogni singola decisione, su ogni singola parola, come ci ha abituato questa pessima classe politica che abbiamo in Italia. Ci sono Paesi dov’è possibile decidere assieme per il bene comune. Meno male.

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Entusiasmo e soddisfazione

“È estremamente importante il fatto che abbiamo una solida maggioranza dietro questo accordo. Le condizioni ambientali del Mare del Nord, non sono ora più in dubbio.” ha affermato un raggiante Jørgensen nel suo commento all’approvazione del provvedimento per cui tanto si è battuto. Gli ha fatto eco Helene Hagel, portavoce di Greenpeace Denmark: “Questa è una grande vittoria del movimento ambientalista. Si tratta di una decisione epocale verso la necessaria fine dei carburanti fossili. Siamo di fronte ad una svolta per il clima e tutte quelle persone che hanno lottato molti anni per fare in modo che ciò avvenisse. La Danimarca fisserà ora una data di scadenza per la produzione di petrolio e gas, affermandosi come pioniere verde.”

“Vogliamo ispirare altri Paesi a porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili, i quali altrimenti distruggeranno il clima. Siamo un Paese piccolo ma con il potenziale per aprire la strada alla necessaria transizione verso l’energia verde e rinnovabile.” Ha concluso Hagel. Secondo Greenpeace, la Danimarca, in quanto principale produttore di petrolio nella UE e Paese tra i più ricchi al mondo, ha l’obbligo morale di porre fine allo sfruttamento degli idrocarburi. È infatti importante inviare un chiaro segnale che il mondo può – e deve – agire in fretta, rispettando gli accordi di Parigi e mitigando la crisi climatica.

Dalla Danimarca del petrolio alla Danimarca green

“I proventi del petrolio del Mare del Nord hanno finanziato in larga parte il nostro stato sociale per oltre quattro decenni. Non nascondiamo il fatto che la nostra decisione sia molto costosa ma la nostra speranza è che si guardi alla Danimarca e si veda che è possibile agire concretamente. Mancheremmo di credibilità a noi stessi e agli occhi del mondo qualora continuassimo a ricorrere all’estrazione e all’esportazione di petrolio.” Ha dichiarato Jørgensen, in una sorta di testimonianza della mission di questa decisione, rimarcandone l’importanza. Non possiamo che auspicare, come fa lui, che il caso Danimarca sia da esempio a tutti gli altri membri della UE e, perché no, anche agli altri Paesi del mondo.

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Copenhagen. La suggestiva capitale della Danimarca, Paese che si avvia a rinunciare totalmente alla energia da idrocarburi entro il 2050.

Ogni settimana testimoniamo, qui su L’EcoPost, come sia sempre più necessario fare qualcosa, scendere in campo, agire in prima persona per allontanare la catastrofe climatica. Dichiarazioni relative ai buoni propositi di questo o quel governo le sentiamo di continuo, sono all’ordine del giorno dal momento che la tematica è sentita e, dunque, di gran moda. Eppure, molto raramente riusciamo a riportare buone notizie, che ci facciano ben sperare per l’esito di una guerra che appare impari, destinata a sconfiggerci. La Danimarca si è mossa in controtendenza, ha preso un provvedimento concreto. Resta da vedere se riuscirà a raggiungere l’ambizioso obiettivo di azzerare la sua produzione di idrocarburi in 30 anni. Per come è stata stesa la legge e per il rigido meccanismo transitorio creato, siamo però portati ad essere ottimisti. Bruxelles – e il mondo intero – prendano esempio.

Autoconsumo: è l’alba di una nuova energia?

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Approvato-il-nuovo-decreto-sullautoconsumo-e-le-comunit-energetiche-ek1tu5

Il decreto

Qualche giorno fa – la giornata del 15 settembre 2020 – è stata una data potenzialmente fondamentale per l’usufrutto energetico in Italia. Stefano Patuanelli, Ministro dello Sviluppo Economico, ha firmato il decreto attuativo definendo con quale tariffa si incentivi l’autoconsumo collettivo. Nello stesso documento si promuovono anche le comunità energetiche da fonti rinnovabili, in modo da favorire una transizione energetica ed ecologica riguardante il sistema elettrico del nostro Paese. Esso è piuttosto impattante e la riconversione porterebbe benefici ambientali, economici e sociali per i cittadini,

Con questo atto, il MISE dà ufficialmente il via libera alle comunità energetiche e all’autoconsumo collettivo. Esse potranno impiegare anche i sistemi di accumulo. D’ora in avanti più soggetti potranno unirsi, omogenei od eterogenei che siano: enti pubblici, PMI, normali cittadini… Lo scopo è quello di creare comunità energetiche le quali condividano tra loro l’energia prodotta al loro interno. Questo modo di sfruttamento energetico si definisce, appunto, autoconsumo collettivo. L’energia non appartiene ad un soggetto ma alla sua comunità. Ogni membro della stessa ne può beneficiare.

I principali benefici della misura saranno quelli della massima resa ed efficienza energetica. Tramite l’autoconsumo eviteremo perdite di rete, evitando di incappare nello stress energetico cui la stessa rete è sottoposta durante i momenti di massimo utilizzo. Sarà anche un modo di incentivare la filiera italiana di stoccaggi e il demand – response energetico; servizi e prodotti in cui si contano numerose aziende italiane leader. I costi si abbasseranno per ogni attore coinvolto: singolo aderente, comunità e sistema Italia, poiché il costo dell’energia sarà strutturalmente ridotto.

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Foto: database Pixabay

Tariffe vantaggiose

Ogni comunità energetica creata potrà godere di un incentivo compatibile con il superbonus del 110% per i primi 20 kW di impianto e una detrazione pari al 50% per sistemi fino a 200 kW. La tariffa per l’energia autoconsumata si attesta attorno ai 100 € per MegaWatt/ora sulle configurazioni di autoconsumo collettivo e 110 €/ MWh per le comunità energetiche rinnovabili. C’è poi un altro considerevole vantaggio. La burocrazia connessa ad ogni comunità energetica è davvero bassissima. Non esistono bandi, né liste, né aste; questa attività non è ritenuta commerciale, speculativa o finanziaria ma soltanto improntata al risparmio. Le bollette saranno tagliate a privati e imprese. Lo scambio energetico è stato definito da Gianni Girotto (Movimento 5 Stelle), il promotore dell’iniziativa legislativa presentata e Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, come una vera e propria rivoluzione” e il “risultato di un grande lavoro di partecipazione e condivisione.”

Sono quasi 30 anni che in Italia si parla di autoconsumo e comunità energetiche, fin dalla legge 10/91, la quale sollecitava già in tempi meno sospetti la necessità di generazione distribuita dell’energia, in particolare quella elettrica. In occasione della più recente liberalizzazione del mercato dell’energia si è cominciato a pensare ad una applicazione della condivisione di energia tra le comunità presenti sul territorio ma non strutturate. Condomini, centri commerciali con più attività e operatori, attività con partecipazione di enti locali; tutti questi attori non erano tenuti in considerazione dalla legge abbastanza primitiva, in termini di innovazione energetica, del 1991.

https://www.youtube.com/watch?v=9_KwLbjELsk
Gianni Girotto espone i vantaggi dell’autoconsumo delle comunità energetiche in una intervista rilasciata ad Askanews

Quali possibilità apre l’autoconsumo

Il piano energetico che punta forte su autoconsumo e comunità energetiche è un intervento che rientra nella Direttiva Europea 2018/2021, la quale si impegna ad incentivare produzione e condivisione di energia pulita e rinnovabile, producendo ricadute che non riguardino solo aspetti economici, bensì anche sociali e, soprattutto, ambientali. Come sappiamo, infatti, l’UE si è impegnata a raggiungere obiettivi importanti entro il 2050, per tutelare e custodire meglio il nostro Pianeta, severamente minacciato dall’azione poco rispettosa dell’uomo.

Il quadro normativo che autorizza e incentiva la creazione di comunità energetiche finalizzate all’autoconsumo apre interessanti possibilità. Dal momento che si potrà scegliere di vendere l’energia prodotta ma non utilizzata, sarà possibile massimizzare l’istallazione di pannelli fotovoltaici negli spazi condominiali, in quanto essi non saranno più onere di un unico privato ma dell’intero condominio. Così facendo, si ridurrà la necessità di riconvertire campi agricoli a sede di centrali fotovoltaiche; operazione che porta a un considerevole consumo di suolo.

L’autoconsumo, poi, finirà per educare le comunità al mutuo servizio. Lo spiego con un esempio: nel caso di un edificio a utilizzo misto residenziale/produttivo, le attività sfrutteranno durante la settimana l’energia prodotta ma non utilizzata dai privati, perché fuori casa durante la giornata; mentre nel fine settimana saranno i cittadini a fare uso di quanto stoccato durante i cicli produttivi aziendali. Gli italiani diverranno prosumer, ovvero non soltanto cittadini che consumano, passivamente, il prodotto energia, bensì attivi partecipanti nella sua produzione, grazie ai loro impianti condominiali. Non si può trascurare, inoltre, l’importanza di produrre e consumare nello stesso luogo l’energia necessaria. In tal modo, si azzera ogni eventuale costo di trasporto, gestione e distribuzione.

Un luminoso futuro?

Ad oggi, tutto quel di cui si è scritto è in fase embrionale. Gran parte degli aspetti positivi, a livello economico, ambientale e sociale, del ricorso all’autoconsumo delle comunità energetiche sarà compreso appieno soltanto dopo che si saranno completate le istallazioni. Sarà infatti necessario eseguire test di sforzo, consumo e produzioni all’interno delle comunità prima di poter parlare di numeri concreti. Non abbiamo ancora neppure avuto modo di leggere e studiare le regole operative e di installazione che sottostanno ad una comunità energetica. È però sotto gli occhi di chiunque segua da vicino il settore l’entusiasmo profuso da tecnici, progettisti e installatori per questo cambiamento imminente che potrebbe anche rivoluzionare il concetto di energia come noi lo intendiamo oggi. Naturalmente, tutte le categorie ora citate hanno anche importanti interessi economici legati all’indotto del rinnovabile.

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Elaborazione di Unionearchitetti.it

Questo punto non va sottovalutato. L’EcoPost è una testata web che si occupa di sostenibilità e tutela ambientale, dunque quotidianamente porta all’attenzione di chi gentilmente ci legge tutte le principali problematiche – e le loro relative soluzioni quando ve ne sono – legate alla scottante questione climatica. Non vediamo però solo l’aspetto onirico della medaglia, non commettiamo l’errore di sottovalutare i contro, oltre ai numerosi pro del rinnovabile. Anche nelle notti di luna piena, il nostro satellite conserva una faccia scura e invisibile all’occhio.

Naturalmente, questi rischi non sono legati agli impianti rinnovabili di per sé, ma alle persone che costituiscono le aziende del settore. Come c’insegna la saggezza popolare, l’occasione fa l’uomo ladro, da che mondo è mondo.

Autoconsumo, bisognerà ridurre gli oneri di sistema

Quello che non ci viene mai detto da chi si occupa di energie rinnovabili – probabilmente perché troppo preso nel dar forza alle sue argomentazioni per far vedere l’intero quadro all’interlocutore meno ferrato – è che l’indotto dietro alla produzione di energia pulita ha costi di sistema elevati. Le stime di quanto costerebbe al contribuente la sovrastruttura delle comunità energetiche sono in conflitto, consideriamo però che ad oggi spendiamo per la rete nazionale già circa 12 miliardi di euro ogni anno. Quando consultate la vostra bolletta della luce, come si suol dire, trovate sempre una voce oneri di sistema – i quali vanno esplicitati per legge -incidente per una percentuale non troppo alta dell’ammontare dell’importo che dobbiamo pagare.

Consideriamo però le decine di milioni di consumatori nel nostro Paese e ci accorgeremo che non parliamo di noccioline. I cosiddetti conti energia sono delle convenzioni tra il governo e le aziende produttrici che stabiliscono a quanto debbano ammontare questi oneri. Gli ultimi accordi risalgono al 2014 e sono state rinnovati dall’ex premier Matteo Renzi, forse il peggior Primo Ministro della storia repubblicana per quanto concerne la tematica ambientale, fino al 2039. Sostanzialmente, la lobby dei produttori di energia, si è garantita il suo guadagno – indipendentemente da quale sia la strada che l’Italia intraprenderà nei prossimi due decenni per disporre dell’energia che le occorre.

Una sgradevole coesistenza

Oltre a ridurre gli oneri di sistema, o comunque a regolamentarli in maniera più trasparente, bisognerà inseguire una vera alternativa green. L’autoconsumo nelle comunità energetiche, non la garantisce ancora. Infatti, per evitare che gli oltre 600mila impianti rinnovabili i quali, da previsione, verranno istallati nel nostro Paese, finiscano per sbilanciare la rete – ad oggi il fotovoltaico è allacciato alle rete elettrica nazionale – occorrerà mantenerla costante, evitando cali di flusso o interruzioni capaci di dar luogo a blackout, con 49 GW di energia sempre disponibile.

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Foto: database Pixabay

Questo risultato sarà ottenuto tramite impianti convenzionali a gas in grado di produrre una quantità di energia così elevata. Per chi non riuscisse a dare un valore a 49 GW, gli basti pensare che corrispondono al 60% della potenza nazionale istallata. Attenzione dunque a riempirci la bocca di parole come rivoluzione o nuova era. L’autoconsumo e le comunità energetiche sono un piccolo passo, nella direzione giusta, la strada però resta lunga.

Un buon inizio

Da qualche parte bisogna pur cominciare. In fin dei conti, non possiamo attenderci da un giorno all’altro un balzo ad una produzione energetica totalmente pulita. Una fase di transizione tra un sistema e l’altro va messa in conto. Dobbiamo essere pronti ad accettarla, pur mantenendo la consapevolezza di tutti quegli aspetti che ho voluto mettere in luce poc’anzi. La riconversione energetica italiana ci riguarda tutti. Ora che il decreto è stato approvato, dobbiamo attendere la sua effettiva messa in pratica. A quel punto saremmo chiamati in causa noi.

Quel che possiamo fare noi è attivarci per ottenere quante più informazioni possibili relativamente all’autoconsumo e alle comunità energetiche, dopodiché valutare sul lungo periodo i cambiamenti che tale sistema potrebbe portare nel quotidiano utilizzo che facciamo dell’energia. E poi perché no, magari essere tra i primi ad entrare a farne parte, di una di queste comunità. Potrebbe veramente essere una nuova alba.

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Dakota Access Pipeline, un giudice ordina la chiusura

Dakota Access Pipeline pipe

Il Dakota Access Pipeline

Circa 3 mesi fa abbiamo già parlato di DAPL. L’acronimo sta per Dakota Access Pipeline e si tratta di uno degli oleodotti più importanti del mondo. Il progetto, controverso fin dalla sua prima progettazione, è stato oggetto di proteste da parte di ambientalisti e nativi americani per il suo impatto ambientale, oltre che per il fatto che il suo tracciato devasti luoghi sacri alle tribù indigene. Dopo diversi anni, dopo numerose manifestazioni e arresti, finalmente un giudice federale ha stabilito la sospensione della produzione.

Ma che cos’è il DAPL? Il serpente nero, come lo chiamano i Sioux di Standing Rock – fin dall’inizio in prima fila contro la realizzazione dell’oleodotto – è un progetto costato 3,7 miliardi di dollari. Completata nel 2017, la pipeline è lunga ben 1900 chilometri. Il tracciato parte dal North Dakota, nei pressi della città di Stanley, in una zona nella quale giace la riserva petrolifera Bakken, una delle più ricche del Nord America. Il progetto DAPL è nato per poter sfruttare questo copioso giacimento. Da Stanley, l’oleodotto scende verso sud sconfinando nel South Dakota, poi vira verso oriente per arrivare in Iowa e termina nello Stato dell’Illinois, nei pressi della località di Patoka. Da qui il greggio viene inviato in raffineria. La capienza record della Dakota Access Pipeline è di 570mila barili di petrolio al giorno.

Dakota Access Pipeline map
Nell’angolo a destra, la mappa della Dakota Access Pipeline. In grigio, la localizzazione della riserva Bakken. A sinistra, l’impatto dell’oleodotto sulla comunità di Standing Rock, nei pressi della città di Bismarck. Foto: The Washington Post su concessione di Energy Transfer

Posizioni contrapposte

Fin dal 2014, quando si è cominciato a progettare il DAPL, c’è stata una forte contrapposizione tra favorevoli e contrari all’opera. Chi si è schierato a favore della realizzazione dell’infrastruttura – una fazione guidata naturalmente dall’indotto legato a Energy Transfer, l’azienda petrolifera concessionaria dell’oleodotto Dakota Access Pipeline – è sceso in campo portando le proprie argomentazioni. La principale, indicata con chiarezza nel business plan, è la riduzione dei costi. Rispetto ad estrarre il greggio in North Dakota e spedirlo in Illinois su rotaia, tramite il DAPL si fa molto prima, se ne sposta di più nello stesso intervallo di tempo e si risparmia in termini economici. Dal punto di vista finanziario, non c’è gara. Tristemente, sappiamo bene quanta importanza abbia questo aspetto nella società di oggi.

Dakota Access Pipeline proteste
Una protesta contro la Dakota Access Pipeline; Foto: Flickr

Dall’altra parte della metaforica barricata troviamo i nativi americani e le associazioni ambientaliste. Nessuno di essi ragiona in termini economici. Il tracciato invade con prepotenza la regione settentrionale della riserva di Standing Rock, dove vivono gli ultimi Sioux, e questo ha devastato alcuni dei loro luoghi di sepoltura. Per gli indiani americani – che mi perdoneranno la non corretta definizione della loro etnia, ma è stato scritto così per intenderci al meglio – la terra ove si seppelliscono gli avi è sacra e non vi si può edificare. Tantomeno sotterrare un serpentone di acciaio per trasportare petrolio. Inoltre, la comunità è legittimamente preoccupata per i rischi connessi all’inquinamento della falda acquifera da cui attinge.

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Le preoccupazioni degli indigeni

Energy Transfer ha garantito l’inesistenza di qualsiasi rischio di perdite connesse al tracciato dell’oleodotto ma, in fin dei conti, le preoccupazioni della comunità sono comprensibili. L’acciaio, come ogni materiale, è sottoposto ad usura e gli incidenti, lo sappiamo bene, avvengono; persino il Titanic era stato definito inaffondabile. Nel sottosuolo, qualora del petrolio dovesse fuoriuscire dal condotto, esso impiegherebbe pochissimo tempo prima di raggiungere, per infiltrazione, la falda acquifera più vicina.

La decisione della corte federale

James E. Boasberg, giudice federale degli Stati Uniti d’America, operante alla corte distrettuale del District of Columbia, ha sancito che la costruzione della Dakota Access Pipeline non ha rispettato gli standard ambientali. È una tesi che i contrari all’opera sostenevano da tempo. La sentenza rappresenta una importante vittoria per la tribù Sioux. Il giudice ha stabilito che la produzione deve fermarsi entro un massimo di 30 giorni. Da qui al 6 agosto, dunque, il DAPL dovrà chiudere i rubinetti. Dopodiché andrà effettuata una nuova – e più severa della precedente – verifica ambientale, per accertare i rischi causati dall’oleodotto.

Boasberg e i giudici della corte federale, dunque, hanno legittimato la posizione degli oppositori alla costruzione dell’infrastruttura. Certo, sarebbe stato meglio se lo avessero fatto prima che essa venisse assemblata ed interrata ma occorrerà farsene una ragione. In fondo non era più tardi di aprile quando la Dakota Access Pipeline riceveva il semaforo verde presso altre sedi; questa sentenza ha ribaltato tutto.

Un condotto lunghissimo

DAPL è parte di un progetto più ampio, denominato Keystone XL Pipeline, un oleodotto pensato per tagliare in due il Nord America, partendo dalla provincia canadese dell’Alberta e giungendo fino al Texas, trasportando petrolio da Nord a Sud. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata a favore del progetto. La precedente, quella di Barack Obama, ha sempre parteggiato pubblicamente con i nativi americani ma, va aggiunto, non si è esattamente strappata le vesti per bloccare il cantiere.

Dakota Access Pipeline young protester
La protesta ha coinvolto anche le nuove generazioni; Foto: Flickr

Gli specialisti dello US Army Corps of Engineers, il nucleo di genieri dell’esercito, il quale ha il compito di svolgere queste pratiche di controllo, condussero la precedente verifica ambientale. Non si sa ancora chi dovrà effettuare la nuova – probabilmente saranno di nuovo loro, gli stessi esperti che hanno già sbagliato una volta – ad ogni modo, però, il Financial Times stima che occorreranno almeno 13 mesi per effettuarla.

La parola del giudice contro la Dakota Access Pipeline

Il pronunciamento che ha stabilito la necessità di una nuova verifica può dirsi storico. Non accade spesso che un giudice federale sfidi così apertamente l’operato di un corpo militare. Quando ha pronunciato la sua sentenza, il giudice Boasberg ha affermato: “Data la serietà del NEPA (National Environmental Policy Act, la legge federale sull’ambiente) che i genieri devono seguire, non è possibile aggiustare l’oleodotto senza prima chiuderlo. È un fatto che la Dakota Access Pipeline si sia assunta il proprio rischio economico conscia del possibile danno ambientale che l’oleodotto può causare, ogni singolo giorno. Per tal motivo, la Corte stabilisce che il flusso di petrolio deve cessare.” Come si diceva, la posizione della corte sposa appieno quella ambientalista.

Mike Faith, capotribù dei Sioux di Standing Rock, ha definito il 6 luglio come una giornata storica per chiunque abbia lottato contro la Dakota Access Pipeline. “L’oleodotto non avrebbe mai dovuto essere costruito qui. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. ” Ha affermato. Energy Transfer invece si è detta certa che la decisione non sia avallata dalla legge o da rischi concreti, lasciando pensare ad un possibile ricorso. Lisa Coleman, portavoce dell’azienda petrolifera, ha detto che la sua società crede che il giudice Boasberg abbia abusato del suo potere. Non ha alcun senso per loro chiudere la Dakota Access Pipeline, un’opera che funziona da oltre 3 anni e non ha mai causato alcun tipo di problema.

Un sogno che diventa realtà, come i Sioux hanno reagito alla decisione della corte federale

Non possiamo dirci certi che questa pratica sia chiusa. Gli interessi economici in ballo sono davvero alti, non solo per la società petrolifera e i suoi investitori ma anche per tutto l’indotto che vive di petrolio: chi lo trasporta, chi lo raffina, chi si occupa dello stoccaggio, chi della vendita… Insomma è lecito attendere una contromossa da parte di Energy Transfer e dei suoi legali.

Dakota Access Pipeline, l’analisi di Matt McGrath

Sulla vicenda si è voluto esprimere Matt McGrath, corrispondente della BBC per l’ambiente. McGrath, grande professionista, è un’autorità nel campo e ha analizzato la situazione DAPL per la sua testata. A suo modo di vedere, i proprietari dell’oleodotto devono ora fronteggiare l’esosa prospettiva di chiudere la loro pipeline per oltre un anno. Gli oleodotti sono opere molto controverse, in quanto potenzialmente pericolose. Perdite di petrolio o possibili incidenti, infatti, spaventano tutti. Nel caso della Dakota Access Pipeline, la corte ha stabilito che l’impatto sulla pesca, la caccia o la giustizia ambientale non sia stato preso adeguatamente in considerazione. In definitiva, la sentenza sottolinea come la verifica ambientale sia stata troppo superficiale.

Secondo il punto di vista di Matt McGrath, la decisione relativa al DAPL chiude una brutta settimana per gli affaristi americani del fossile. Non più di qualche giorno prima di questa sentenza, infatti, è stato cancellato il progetto dell’oleodotto atlantico. Un tubo che avrebbe dovuto spostare greggio dalla West Virginia al North Carolina, tagliando a metà lo Stato della Virginia. In quel caso, l’azienda proprietaria e i suoi partner hanno incolpato le lungaggini burocratiche e il polverone scatenato dalle puntuali proteste ambientaliste.

I problemi in cui sono incappate ambedue queste infrastrutture ci danno speranza. Si tratta di due casi che sottolineano come la lotta al fossile sia il nuovo e più recente fronte della battaglia tra economia ed ambiente. È il caso degli USA e di tutto il resto del mondo. La dicotomia ambiente/ economia è la madre dell’intera questione ambientale.

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L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?

Fase 2: nella ripartenza ricordiamoci dell'ambiente

Aspettavamo il 4 maggio con ansia, lo attendevamo da quando il premier lo segnalò come data per l’alleggerimento delle misure restrittive dovute alla pandemia, e finalmente è arrivato. Ora un primo livello dell’agognata normalità è tornato e ne siamo lieti. Naturalmente, l’emergenza non è passata e si corre il rischio di dover tornare indietro, nella sventurata ma realistica ipotesi di una risalita del contagio. Visti i dati comunque incoraggianti, relativamente alla curva del virus, riscontrati negli ultimi giorni, chissà che ora non si possa riprendere a parlare di ambiente, a recuperare il discorso da dove lo avevamo interrotto, a causa del nuovo coronavirus.

Comincia la Fase 2, l’economia spera di ripartire. Illustrazione: Vector

Ambiente e COVID

I due concetti sono legati e lo sono in maniera evidente, anche se in pochi ne parlano. L’EcoPost già ne ha scritto, come ricorderà chi legge con maggior frequenza. Se lo sfruttamento ambientale ha agevolato la diffusione dell’agente patogeno, è inevitabile pensare che l’ecosistema non possa essere trascurato nella fase di ripartenza, quella nella quale ci auspichiamo di lasciarci la pandemia alle spalle.

Un apprezzabile effetto della quarantena forzata è stata, come ben sappiamo, la riduzione pressoché omogenea, a livello globale, delle emissioni inquinanti. Prova tangibile di questo trend è stata, ovviamente, la picchiata dei prezzi del petrolio, giunto in territorio negativo per la prima volta nella storia. Ciò ci ha fatto subito sperare in una concreta riduzione della produzione dell’oro nero, per il futuro almeno più prossimo. Sfortunatamente non è affatto detto che le cose vadano così.

Petrolio: l’impatto sul futuro

Non è affatto semplice ridurre bruscamente la produzione petrolifera, o addirittura interromperla. Consideriamo che la gran parte dei depositi di petrolio sono contenuti all’interno di rocce porose. Per riuscire ad estrarre il greggio occorre forzarne, è il caso di dirlo, la fuoriuscita tramite una costante pressione. Più invecchia il pozzo, più diventa costoso estrarne petrolio. L’atto pratico della chiusura di un pozzo è molto caro. L’operazione poi rischia di diventare un vero e proprio salasso, anche per un signore del petrolio, qualora si dovesse chiudere un pozzo per poi magari doverlo riaprire poco dopo, causa nuovo aumento della domanda. Siamo tristemente a conoscenza del fatto che la nostra società, in nome di una crescita che non guardi in faccia niente e nessuno, è più che disposta a sacrificare l’ambiente sull’altare economico – finanziario.

Barili di petrolio. Foto: Key4biz

Almeno fino all’inizio dell’allarme COVID, lo status quo è dipeso dal petrolio. A sua volta, il settore petrolifero è dipeso da generose iniezioni di capitale, le quali hanno finanziato esplorazione e produzione. Auspichiamo almeno che questa fastidiosa pandemia ci serva da insegnamento, portandoci a riflettere sugli errori dovuti al voto che l’umanità ha fatto al petrolio.

Ipotesi e speranze ambientali

Circola una tesi che ci piace molto. Alcuni sociologi ritengono che i cambiamenti nel nostro comportamento, introdotti dal nuovo coronavirus, potrebbero restare con noi, donandoci nuova sensibilità e regalando al mondo una duratura riduzione dell’inquinamento. Per Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento mondiali, al calo della domanda di petrolio nel 2020 seguirà un brusco aumento del prezzo dell’oro nero nel 2021. L’industria petrolifera, secondo questo rapporto, potrebbe non essere in grado di tenerne il passo. Il vuoto causato dai petrolieri potrebbe essere presto riempito dalle rinnovabili, indirizzando il pianeta verso un futuro energetico più pulito e rispettoso dell’ambiente. C’è però anche chi pensa il contrario.

E’ credenza molto diffusa quella che le emissioni risaliranno non appena la domanda di viaggi aerei tornerà a crescere, specialmente nei paesi emergenti. Per LGIM – Legal & General Investment Management, una compagnia di investimenti londinese – l’attuale crollo del prezzo del petrolio sarà un doloroso boomerang, in quanto gli automobilisti saranno stimolati ad acquistare autovetture di cilindrate maggiori, esattamente come avvenne quando i SUV divennero più accessibili. Tali veicoli si diffusero a macchia d’olio, anche nelle città e altri luoghi nei quali, francamente, hanno davvero poca praticità ed utilità, se non quella di appagare un gusto estetico. Ancora una volta, un capriccio umano va a danneggiare l’ambiente. E, in questo caso particolare, il capriccio non è di una multinazionale, un imprenditore senza scrupoli o una corporate venture che deve proteggere ed incrementare un fatturato gigantesco, bensì del privato cittadino.

Lo studio di Goldman Sachs

E’ interessante approfondire lo studio riportato qualche riga fa. Goldman Sachs, nell’individuare uno spiraglio per le energie rinnovabili, ci porta anche a conoscenza di una verità poco piacevole ma della quale dobbiamo cominciare a prendere atto.

Gli analisti della banca d’investimenti affermano: “Il 2020 è fin qui testimone del più massiccio declino delle emissioni globali di anidride carbonica di sempre. C’è possibilità di un ulteriore calo a seconda della durata dell’impatto sul settore trasporti e sull’attività industriale.” Le crisi di ampia portata avute in precedenza, però, hanno sempre portato ad un rimbalzo di emissioni energetiche al loro termine. Gli esempi portati sono quelli del 2008 (fallimento della banca Lehman Brothers) e 1979 (crisi petrolifera). Diversamente dagli altri due casi, però, questa volta le emissioni sono in calo da più tempo. Nel 2019 avevamo già riscontrato una loro flessione, che ora è diventata più netta. Per proseguire la via virtuosa che abbiamo intrapreso, comunque, occorrerà mantenere il percorso nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Lo schema di Goldman Sachs illustra bene come le fonti rinnovabili siano state via via più utilizzate nel corso degli ultimi 20 anni

I governi dovranno evitare di incentivare le industrie operanti nel fossile, evitando di dar loro supporto se si vuole davvero tagliare questo cordone ombelicale che ci tiene legati a loro. Lo faranno o invece si appelleranno ai posti di lavoro che corrono il rischio di andar perduti? Governi ed investitori saranno finalmente pronti ad investire in maniera decisa e continuativa su forme di energia diverse dal fossile? Ci si presenta di fronte un’opportunità, al termine di questa crisi. Dobbiamo sfruttarla al meglio, per la tutela dell’ambiente ed il bene del nostro Pianeta.

Ambiente: siamo in forte ritardo

Il ritardo è tale che potremmo aver definitivamente perso il treno. Nel dicembre 2015, alla celeberrima conferenza di Parigi, ci eravamo dati un obiettivo ambizioso. L’accordo sottoscritto in quella sede da 195 Paesi si poneva l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale e mantenerlo al di sotto dei 2 gradi Celsius a lungo termine. Tale obiettivo, oggi, ci appare pressoché irraggiungibile. Il calo delle emissioni di cui abbiamo or ora parlato rende più agevole il cammino, senza dubbio, eppure l’obiettivo appare ancora decisamente fuori portata. Per concretizzare quello scenario dovremmo mantenere il calo delle emissioni costante tra il 3,5 e il 6,5% da qui al 2050. Le stime per il 2020 dicono che quest’anno ce la faremo, dato che si prevede una riduzione intorno al 5,4% sui dodici mesi. Per i prossimi 30 anni però?

Il grafico mostra chiaramente il calo delle emissioni dovuto al nuovo coronavirus. Gli altri rettangoli negativi rappresentano la crisi petrolifera e quella seguita al fallimento della banca Lehman Brothers

“Gli sforzi complessivi per ridurre le emissioni di anidride carbonica potrebbero non essere sufficienti per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi.” E’ la lapidaria affermazione degli esperti di Standard & Poor, autori di uno studio similare a quello analizzato e realizzato da Goldman Sachs. “Affinché si realizzi lo scenario ci vorrebbe una riduzione di emissioni equivalente a quella provocata dal COVID – 19 ogni anno, per i prossimi tre decenni.”

Le speranza nelle rinnovabili

In definitiva, il futuro prossimo energetico appare nebuloso, esattamente come quello sanitario. Eppure dovrebbe apparire abbagliante, ora più che mai, la necessità di impegnarsi seriamente sul fronte delle energie rinnovabili. Ci si presentano davanti mesi in cui occorreranno scelte importanti. Se l’assenza di liquidità resetterà il settore petrolifero, lasciando in salute solo le compagnie maggiori, quelle in grado di assorbire lo shock economico e finanziario, con chi si schiereranno società e politica? Con le aziende del fossile o con quelle del rinnovabile? Non è il momento giusto per stilare programmi di supporto e aiuto all’energia pulita?

Interessante approfondimento di Super Quark riguardante le energie rinnovabili

Numerosi istituti finanziari hanno già iniziato, prima della pandemia, a dirottare capitali sui settori della cattura di anidride carbonica o dello sfruttamento di green energy. I giovani ricchi, una categoria di cui poco si parla ma che rappresenta una fetta consistente di investitori, frequentemente desiderano impegnare il proprio denaro in sostenibilità e tecnologie verdi. La Banca d’Inghilterra e altri attori del mondo economico e finanziario hanno cominciato ad integrare, nelle loro stime di rischio, le conseguenze del cambiamento climatico. Di fatto, ciò significa gli investimenti legati alle rinnovabili saranno considerati meno rischiosi, e dunque agevolati, a dispetto di quelli ancora legati al settore petrolifero. Il sentiero è stato preparato e la strada è ora chiaramente indicata da questi enti. E’ un ottimo percorso da imboccare all’uscita del tunnel COVID – 19, resta solo da vedere se sarà seguito.

Prezzo del petrolio ai minimi storici: cos’è successo

Il prezzo del petrolio a Wall Street è crollato

Petrolio a picco

Quella del 20 aprile 2020 sarà ricordata come una data storica. In tale giornata, infatti, l’indice Nymex WTI di Wall Street, il principale indicatore del prezzo del petrolio negli Stati Uniti, ha perso il 305%. A fine serata, un barile di petrolio valeva – (meno) 37 dollari. Dove il meno sta per il segno che indica il dominio dei numeri negativi, quello che si mette davanti alle cifre. Sostanzialmente, il petrolio valeva meno dell’acqua. In termini finanziari ciò significa che l’offerta dei produttori non ha alcuna domanda; detto in parole ancor più povere, un petroliere potrebbe esser disposto a pagare pur di disfarsi delle scorte di petrolio che non riesce a vendere, non avendo più spazio per immagazzinare il prodotto.

Il crollo dei future WTI petroliferi in scadenza a maggio, grafico: CME Group

La situazione è rientrata, se così vogliamo dire, quando alla chiusura delle contrattazioni negli USA è seguita l’apertura di quelle in Asia. I future WTI – così sono denominati, in Borsa, i barili della partita il cui prezzo è precipitato – sono risaliti fino a 1,55 dollari al barile, qualche ora dopo lo shock quantificato perfettamente dal -37,63 a New York. Le azioni denominate future WTI, con scadenza a maggio, non erano mai andate in territorio negativo prima di lunedì.

Le cause del tonfo

In primis dobbiamo annoverare, tra le cause di questa picchiata, la quarantena imposta a gran parte del pianeta a causa del nuovo coronavirus.

L’intero mondo occidentale ha seriamente ridotto la circolazione di automobili, aeroplani e altri mezzi pubblici e privati. Ciò ha inevitabilmente portato ad un abbassamento senza precedenti della domanda, nonostante l’estrazione di greggio non sia stata interrotta, ma soltanto ridotta. Per tal motivo, numerosi proprietari di raffinerie hanno smesso di acquistarlo. Ciò ha dato origine alla paradossale situazione dei produttori, i quali si sono trovati in serie difficoltà. Oltre a non riuscire a vendere il loro prodotto, infatti, non sanno neanche più dove stoccarne le riserve.

La guerra per il petrolio

In secondo luogo, dobbiamo ricordare come Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti stiano combattendo, in questo preciso momento, una vera e propria guerra commerciale. I primi due Paesi, che devono gran parte delle loro economie all’oro nero sarebbero i primi responsabili dell’abbassamento della quotazione. Mosca e Riyad, infatti, si sono rifiutati di tagliare la produzione, in pieno disaccordo con le misure dell’OPEC, l’organizzazione che comprende i Paesi produttori di petrolio. Di riflesso, questa decisione ha messo in crisi il settore statunitense dello shale oil. Tale greggio è quello contenuto nelle rocce e sabbie bituminose, estratto tramite la tecnica, oltremodo inquinante, della fratturazione idraulica o fracking.

Petrolio estratto da sabbie bituminose, Foto: Bloomberg

Questa tecnica altamente ditruttiva ha dato modo agli USA di disporre, negli ultimi anni, di grandi quantità di greggio a prezzi tutto sommato convenienti. In fin dei conti, a Donald Trump importa poco se il prezzo più alto lo paghi l’ambiente. Lui capisce solo il linguaggio degli sciacalli dell’economia e della finanza. La sua amministrazione ha favorito e incoraggiato l’impiego della fratturazione idraulica come mai prima. Questa liberalizzazione ha ridotto l’importazione ai minimi, dando modo al settore di fare nuove assunzioni, come promesso in campagna elettorale dal presidente americano.

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Qualche giorno fa, anche la Russia ha deciso di ridurre le proprie operazioni estrattive del 10%, allineandosi alle direttive OPEC.

Gli effetti del crollo

Non è facile fare previsioni, non solo per quanto riguarda il settore estrattivo ma per l’economia mondiale. Se è vero che la morsa della pandemia si sta cominciando ad allentare, non ci è dato sapere quanto potremmo dirci fuori da essa. Quel che si profila, ad oggi, è un futuro di incertezza, difficoltà e possibili bancarotte per numerosi attori del settore petrolifero. Non è da escludere neppure che alcuni produttori possano davvero mettere in conto spese proprie per smaltire quei barili i cui contratti scadono a maggio, poiché liberare spazio in magazzino potrebbe essere la cosa più importante da fare. Nel momento in cui si scrive, infatti, i future WTI per giugno scambiano ancora in territorio positivo. Questo crollo del prezzo del petrolio senza precedenti potrebbe creare un lungo strascico ma la crisi era nell’aria anche prima del COVID.

Nero come il petrolio

Il mondo annega nel greggio. Nonostante lo storytelling che webzine come L’EcoPost, giornali, scienziati, attivisti, giovani e chiunque abbia un briciolo di sale in zucca portano avanti in ogni parte del mondo, assistiamo in questo tempo ad una corsa alla produzione senza precedenti. È come se i produttori non volessero far altro che inondare il Pianeta, saturarlo, renderlo nero come il petrolio. D’altra parte, la domanda sta rallentando. A maggior ragione ora che vige il lockdown, per quanto già da prima la sensibilizzazione al rinnovabile aveva abbassato la richiesta.

Già da mesi, circa 18, le quotazioni del petrolio viaggiano su livelli minimi. Il tema all’ordine del giorno nel corso delle più recenti riunioni dell’OPEC, infatti, è sempre stato il raggiungimento di un accordo per il taglio della produzione. Una riduzione che consentisse al prezzo del barile di rifiatare, risalire verso l’alto, in seguito ad una riduzione dell’offerta. In tal maniera sarebbe stato possibile ricondurre la forbice del prezzo verso un’area più accettabile per i punti di pareggio fiscali di numerosi Stati appartenenti all’organizzazione. Ciò posto, ci troviamo davvero di fronte agli squilli di tromba dei biblici Angeli dell’Apocalisse, per quanto riguarda il settore petrolifero?

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Una cortina fumogena

Difficilmente. Purtroppo, aggiungerei, per chiunque, come chi scrive e legge, si auguri una seria riduzione nell’impiego di questa fonte di energia. Quella di cui abbiamo parlato per molte righe, fino a questo punto, è una mera questione tecnica. Il lotto dei barili di petrolio di maggio, l’insieme dei future WTI registrati all’indice Nymex, si riferisce ad un contratto fisico. Tale accordo presuppone un punto di consegna del petrolio trattato e una data in cui tenere lo scambio di merce. Lo stock è allocato a Cushing, in Oklahoma, dove si trova la partita di oro nero e la sua data di consegna è quella di maggio. Per il mese di giugno ed i successivi, saranno messi in vendita, a Wall Street, altri barili.

Uno stock di barili di petrolio, Foto: InvestingCube

Il detentore del contratto, ovvero chiunque si sia aggiudicato la partita al termine delle contrattazioni, all’avvicinarsi della chiusura della finestra di trading, deve essere pronto a ricevere quanto acquistato. Nel mondo reale, però, ciò non accade così spesso.

Dove osano gli speculatori

Il mercato finanziario non è popolato da linee aeree e benzinai che necessitano di carburante. È popolato da lupi e squali, da speculatori che giocano con il petrolio per guadagnare sui differenziali di prezzo tra acquisto e rivendita. Queste persone non hanno alcun interesse reale a ricevere i barili, non se ne farebbero nulla. Dunque comprano, per poi rivendere il petrolio all’approssimarsi della data di scadenza del future, sperando di riuscire a guadagnare qualcosa sul roll, la rivendita. La data di scadenza del lotto il cui prezzo è precipitato lunedì 20, era martedì 21.

Petrolio e denaro speculativo, un’accoppiata che ben simboleggia il potere dell’alta finanza. Elaborazione: Trend-online

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Cos’è successo a questo petrolio

Se si è arrivati a questo punto, è perché gli stock di petrolio WTI a Cushing sono cresciuti del 48% da fine febbraio ad oggi. Ciò si deve, come scritto, al calo della domanda. Lo stock è arrivato a 55 milioni di barili, a fronte di una capienza totale dell’hub di circa 76 milioni. I traders, forse distratti dai venti della pandemia, hanno preso atto troppo tardi dell’impossibilità di prenotare ampio spazio di stoccaggio in Oklahoma. Fisicamente non c’era più volume per allocare altro petrolio, indipendentemente dal prezzo che si era disposti a pagare per garantirselo.

Al netto di una situazione tale, chi si sarebbe mai sobbarcato l’acquisto di barili vincolati alla consegna, dal momento che non c’è il posto per effettuarla quella stessa consegna? Nessuno, neppure con un fortissimo sconto. Per tal motivo, il produttore potrebbe vedersi costretto a pagare di tasca propria, affinché qualcuno gli liberi spazio.

La logistica nel deposito di Cushing, grafico: Bloomberg. La linea gialla indica il prezzo del barile, la bianca la quantità di petrolio stoccato presso il deposito. L’ascissa orizzontale segnala a quale mese si riferisce la punta nel grafico

La possibile via di fuga

Il prezzo del petrolio sembrerebbe aver subito rimbalzato, tanto che già ieri era risalito in territorio positivo. Se però nei prossimi giorni si dovesse verificare un netto calo anche relativamente ai future di giugno, come si dovrebbe reagire? I veterani del mercato si aspettano un deprezzamento significativo delle scadenze di giugno – intorno al 15% – ma danno i barili in trattativa per quel mese ancora in area positiva. Qualora si sbagliassero, allora potremmo davvero affermare con certezza l’esistenza di uno stress fisico (l’assenza di spazio) che si riverbera sulle quotazioni di mercato dell’oro nero.

A quel punto occorrerebbe ricorrere a blocchi, a divieti di produzione nel mese di maggio che incidano ben più del 10% stipulato dall’OPEC. Secondo Bloomberg, notoriamente ben informato in materia finanziaria, il governo americano starebbe pensando ad una opzione estrema. Pagare i produttori, con soldi del contribuente, affinché non trivellino, evitando di andare ad aumentare le riserve di greggio. Si tratterebbe, dunque, di un vero e proprio sussidio alla non produzione. Ecco, questa si che potrebbe essere una buona notizia per l’ambiente.

Bei: dal 2021 stop ai finanziamenti dei combustibili fossili

Una notizia da leccarsi i baffi. Il 14 novembre scorso la BEI – Banca Europea per gli Investimenti – ha annunciato che dal 2021 non elargirà più finanziamenti per i progetti legati ai combustibili fossili. Una decisione storica che si aggiunge a quella già presa da diverso di tempo di escludere dalle proprie sovvenzione qualsivoglia progetto connesso al carbone.

I dettagli della decisione della BEI sui combustibili fossili

Dopo le ultime elezione del maggio 2018 il Parlamento Europeo si è tinto di verde. Già vi avevamo raccontato dell’exploit storico dei Verdi che hanno raggiunto il 10% dei consensi, con un picco del 20% in Germania. Anche la nuova composizione dell’organigramma, con l’elezione di Ursula Von der Leyen come Presidente della Commissione, faceva presagire qualcosa di buono. Tuttavia, analizzando i fatti, fino ad oggi non si era mosso granché, lasciando l’amaro in bocca a chi sperava in una svolta epocale nelle politiche dell’Unione Europea. Pochi giorni prima di questa importante notizia proprio la BEI, su pressione di diversi Paesi tra cui, purtroppo, anche l’Italia, aveva bocciato la stessa proposta che voleva implementare lo stop ai finanziamenti nel settore fossile a partire dal 2020, lasciando interdetto chi, invece, auspicava in una sua approvazione.

Ed invece, anche se con colpevole ritardo, poco tempo dopo, la stessa proposta, i cui effetti sono stati ritardati di un anno, è stata approvata. Un avvenimento che sottolinea come anche le istituzioni, a livello europeo, abbiano compreso a pieno tanto la volontà dei cittadini quanto la necessità di iniziare a prendere una posizione decisa e irreprensibile sul tema dei cambiamenti climatici. Unica nota negativa riguarda il mancato ritiro dei finanziamenti già concessi per opere che sono già state approvate come la TAP e Poseidon. Una piccola macchia su cui, per una volta, ci sentiamo di chiudere un occhio.

Chi ha votato a favore e chi contro

Ed ecco giunto il momento di fare nomi e cognomi. Se da una parte c’è chi ha lottato per l’approvazione di tale decisione già a partire dal 2020 – come Francia, Olanda e Regno Unito – c’è anche chi invece ha votato a sfavore sempre e comunque. Si tratta di Polonia, schiava e prigioniera del carbone, Romania e Ungheria. La cosa più buffa è che chi beneficerà maggiormente dei finanziamenti che verranno dirottati verso investimenti utili alla transizione energetica sono proprio paesi come la Polonia che oggi faticano a mettere in atto politiche efficaci per attuare una transizione energetica.

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Parliamo di 1.000 miiardi di euro che la BEI investirà dal 2021 al 2030 in 10 paesi dell’UE. Non proprio spiccioli. Ad ognuno le sue conclusioni. Noi un’idea su chi, verosimilmente, finanzia il partito del premier polacco Mateusz Morawiecki ce la siamo fatta. Hanno invece cambiato idea sul provvedimento, una volta che la data è posticipata di un anno, Germania ed Italia.

Cosa può comportare il disinvestimento della BEI dai combustibili fossili

Per ben comprendere l’impatto che una decisione di questo tipo potrà avere sulla sopravvivenza delle aziende operanti nel settore del fossile vi invitiamo, come già fatto via social la scorsa settimana, a leggere l’articolo di Bill McKibben, giornalista del NewYorker, pubblicata, oltre che sul giornale statunitense, nel numero 1333 dell’Internazionale oppure consultabile in lingua inglese sul sito della testata. In questo lavoro McKibben va ad analizzare il ruolo, fondamentale, che banche, assicurazioni e gestori di patrimoni potrebbero avere nella lotta ai cambiamenti climatici. Uno degli esempi che vengono riportati riguarda il fallimento della Peabody Energy. La più grande compagnia carbonifera statunitense è stata costretta a dichiarare fallimento nel 2016 anche a causa del disinvestimento da parte di diversi fondi monetari.

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Anche le istituzioni religiose, sotto la pressione di Papa Francesco, hanno disinvestito dal settore petrolifero e da quello del gas. Stesso discorso per diversi istituti bancari europei ed asiatici anche se c’è ancora qualche pecora nera come la Barclays, Unicredit ed altre. Al contrario buona parte dei più grandi colossi del settore finanziario americano, come Morgan Chase o Blackrock, e canadese non vogliono mollare l’osso. Ma lo faranno. I rischi legati ai cambiamenti climatici, anche e soprattutto in termini di costi che andranno sostenuti per far fronte ai disastri ambientali cui potremmo andare incontro, rendono di fatto la transizione energetica verso un sistema basato sulle energie rinnovabili l’unico futuro possibile. Anche per il sistema finanziario.   

Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?

Riscaldamento globale

Il riscaldamento globale è un fenomeno naturale, cui la Terra è andata incontro numerose volte nel corso della sua storia. Solitamente il passaggio da periodi più caldi alle ere glaciali avviene molto lentamente. Quello da un’era glaciale a un periodo caldo, invece, avviene con un aumento medio di circa un grado ogni cinquecento o mille anni, un tempo molto veloce in relazione all’età della terra. È lo stesso fenomeno cui stiamo assistendo oggi, ma non senza una evidente anomalia: una velocità nel riscaldamento mai registrata prima. La temperatura media globale del pianeta è cresciuta di un grado tra la seconda parte dell’Ottocento e oggi, quindi in meno di duecento anni.

 

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Un equilibrio prezioso

 

La temperatura di un corpo è data dall’energia in esso contenuta. Se aumenta l’energia la temperatura si alza, se di diminuisce si abbassa. L’energia della Terra arriva al pianeta dalla sua fonte primaria, il Sole. Se però la Terra assorbisse tutta l’energia solare che colpisce la sua superficie, abbrustolirebbe.

 

Fortunatamente questo non avviene perché, anche se tutti i raggi solari superano l’atmosfera, non tutti vengono assorbiti da terra e oceani. Una buona parte infatti viene riflessa dalle superfici chiare, massimamente dai ghiacci, che permettono a una grande quantità di energia di uscire dal pianeta. Inoltre la Terra emette naturalmente una radiazione infrarossa, quindi energia, che non è paragonabile a quella solare ma che contribuisce alla creazione di un equilibrio tra energia in entrata ed energia in uscita.

 

L’effetto serra causa il riscaldamento globale

 

Qual è, quindi, la causa del grande e veloce aumento della temperatura e quindi la perdita dell’equilibrio originario riscontrato negli ultimi decenni? Sappiamo per certo che l’energia derivante dal Sole non è aumentata, perciò la causa può risiedere soltanto nella radiazione infrarossa terrestre. Alcuni gas contenuti nell’atmosfera come il vapore acqueo, l’anidride carbonica e il metano sono infatti in grado di assorbire una parte di questa radiazione, trattenendone quindi il calore. Questo fenomeno è chiamato effetto serra, che si intensifica con l’aumentare di questi gas presenti nell’aria.

 

Combustioni &co.

 

Questa quantità di gas, che è sempre stata più o meno fissa nel corso dei decenni, nell’ultimo secolo è aumentata enormemente. La concentrazione di CO2 è infatti sempre oscillata tra i 180 e 280 parti per milione (ppm), con il picco più basso durante le ere glaciali e quello più alto nei periodi più caldi. Oggi abbiamo superato in modo stabile i 400 ppm. Questi gas vengono prodotti in conseguenza a una combustione, soprattutto di certi combustibili fossili, il peggiore dei quali è il carbone. Ma i gas serra di origine umana provengono anche da altre attività come l’agricoltura o la deforestazione, che elimina i vegetali in grado di assorbire l’anidride carbonica.

 

riscaldamento globale

 

Un circolo vizioso che aumenta il riscaldamento globale

 

Le conseguenze più pericolose del riscaldamento globale sono in primo luogo lo scioglimento dei ghiacci, i quali giocavano un ruolo fondamentale nel riequilibrare l’energia terrestre. In più al di sotto del permafrost, ovvero le parti di terra rimaste congelate dall’ultima glaciazione, sono intrappolate enormi quantità di metano, un gas con potere riscaldante pari a venti volte quello dell’anidride carbonica. Se i ghiacci si sciolgono, questo gas potrebbe uscire dalla sua cella di sicurezza ed essere così rilasciato nell’atmosfera. Senza le superfici chiare che riflettono i raggi solari e senza il permafrost che intrappola il metano, la temperatura aumenta ancora di più, creando il cosiddetto feedback positivo, cioè un circolo vizioso per il quale la conseguenza dell’aumento della temperatura diventa a sua volta la causa di un suo aumento ancora maggiore.

 

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In poche parole, il riscaldamento globale degli ultimi decenni sta avvenendo a causa dell’uomo, in particolare per il rilascio sconsiderato di gas serra e per l’abuso delle risorse naturali.

 

 

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