BlackRock pubblica l’elenco delle aziende poco attente al clima

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BlackRock è un colosso nel mondo degli asset management. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una società leader globale nella gestione del risparmio che si occupa principalmente di pianificazione finanziaria. L’obiettivo dichiarato della società è il raggiungimento del benessere finanziario dei propri clienti, siano essi privati o società. Specialmente queste ultime, rappresentano il core business aziendale. Di BlackRock abbiamo già parlato, qui su l’EcoPost, in seguito all’impegno aziendale di rilanciare gli investimenti che tutelino, o comunque non danneggino l’ambiente, strada intrapresa tra luci e ombre qualche mese fa.

In ottima forma

Sono stati dichiarati i conti di BlackRock per il secondo trimestre 2020. Gli utili sono stati migliori delle attese, con afflussi che ammontano a ben 100 miliardi di dollari anche durante il picco della volatilità del mercato dovuta alla pandemia. Tra aprile e giugno, la società ha evidenziato un EPS di 7,85 dollari per azione, in crescita di un sontuoso 22,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I soli ricavi del gruppo sono aumentati del 3,7% (dunque di 3,65 miliardi di dollari) mentre quelli dovuti alle attività gestite hanno registrato un aumento pari al 7%. Ammontano ora a 7,32 trilioni di dollari. Che cifra è? Lasciamo stare. Il consensus per l’azienda era fermo sotto i 7 dollari per azione. I risultati di BlackRock hanno ampiamente superato queste stime.

BlackRock Stocks

Rallentiamo un attimo per chi mastica meno la materia finanziaria. Gli indicatori appena utilizzati possono apparire complicati ma in realtà non è così. Per EPS (earnings per share, in italiano utile per azione) si intende la redditività, in un determinato momento, del titolo azionario della società. Il consensus, invece, rende in valore numerico quali siano le aspettative degli analisti finanziari sulle prospettive di un determinato titolo quotato in Borsa. Esso è la media matematica di tutte le previsioni realizzate dagli esperti del settore e relative ad un titolo o a una società. In definitiva, BlackRock appare in ottima forma. Che c’entri qualcosa il suo reiterato impegno per l’ambiente? Vediamo come stanno le cose, su quel fronte.

BlackRock fa sul serio per l’ambiente?

Larry Fink, CEO di BlackRock e autore della lettera con la quale, ad inizio 2020, l’azienda si impegnava a dedicarsi a investimenti favorevoli all’ambiente, sembrerebbe essere passato dalle parole ai fatti. Il gigantesco gruppo di risparmio ha individuato 244 aziende colpevoli di “compiere progressi insufficienti nell’integrare il rischio climatico nei rispettivi business model.” La società di asset management non si è limitata a stilare una lista nera di bambini cattivi; ne ha anche mandati 191 dietro la lavagna. A questi gruppi, infatti, l’azienda di Larry Fink ha “notificato lo stato di sorveglianza e il rischio di voto contrario nei confronti del management di tutte quelle aziende che non compieranno progressi sostanziali entro il 2021.” Nel caso delle altre 53 aziende, invece, BlackRock ha già votato contro, quest’anno. Insomma, un primo passo, da parte del gigante della finanza è stato compiuto.

Ricordiamo che BlackRock è presente, come principale partner finanziario, nei consigli di amministrazione di moltissime aziende. I tentacoli dell’azienda guidata da Fink sono robusti e potenti. Spesso BlackRock è un alleato di ferro del management delle aziende di cui fa parte, dal momento che nessuno ne mette in dubbio l’autorità. Uno strappo tra il CEO di una data società e il suo miglior consigliere finanziario, può tradursi in una sostituzione del CEO, quando non in un rimpasto profondo dell’intero consiglio di amministrazione. Per la prosperità e i guadagni di una compagnia, affinché gli investimenti siano quanto più redditizi possibile, è importante che BlackRock e la testa della ditta restino allineate.

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La lista dei bocciati di Fink

Numerosi brand, tra i 53 già bocciati da Blackrock, sono nomi noti. In alcuni casi, si tratta addirittura di aziende recidive, già celebri per non essersi impegnate a sufficienza per l’ambiente, anzi, spesso di averlo proprio trascurato volutamente. Per citare qualche nome, nell’elenco troviamo Exxon, Chevron, Daimler e Lufthansa. Exxon è una compagnia che porta avanti da tempo una condotta discutibile relativamente all’ambiente. BlackRock ha voluto bacchettare il colosso petrolifero per questo motivo. L’azienda ha affermato: “Ci stiamo confrontando con Exxon da parecchi anni sul tema della gestione del rischio climatico. Nel 2020 abbiamo manifestato all’azienda come continuiamo a vedere un gap nella trasparenza e nelle azioni del gruppo in relazione alle numerose componenti della gestione di questo rischio.” Così si legge nel report intitolato Il nostro approccio alla sostenibilità.

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Laurence “Larry” D. Fink, ceo di BlackRock. Foto: BlackRock.com

in sede del consiglio di amministrazione di Exxon, BlackRock ha auspicato un maggiore allineamento alle raccomandazioni della task force creata dal Financial Stability Board (FSB), un’organizzazione internazionale che monitora il sistema finanziario globale e dà linee guida alle imprese, e ai criteri di rendicontazione del Sustainability Accounting Standards Board (SASB), un board che identifica, gestisce e riporta quei criteri di sostenibilità che più interessano gli investitori. Gli standard SASB sono sviluppati a partire da feedback richiesti periodicamente a compagnie, investitori e a tutti gli altri attori dei mercati finanziari. Il processo è variabile di indagine in indagine, trasparente e tracciabile. La possibilità di verificare questi due parametri permetterebbe di capire al meglio se Exxon stia inserendo il rischio clima nella propria strategia a lungo termine. Il sospetto è che non lo stia facendo.

Business is business

L’operato di BlackRock appare netto e deciso. Il colosso finanziario è davvero diventato improvvisamente green? È più probabile che la svolta ambientale per il leader della gestione di asset sia una questione di affari. Torniamo a citare il documento aziendale che ritrae l’approccio di BlackRock alla sostenibilità. “Il nostro impegno nasce dalla convinzione che il rischio climatico sia parte del rischio investimento. Integrare fattori come sostenibilità e clima nei portafogli può fornire agli investitori rendimenti migliori rettificati per il rischio.” Si può crederci o no. Sicuramente, però, una società importante come BlackRock non resta sorda all’opinione pubblica. Negli ultimi tempi la questione climatica è salita alla ribalta, come ben sa chi legge abitualmente le nostre pagine, e molto di questo merito si deve a quell’adolescente svedese che si chiama Greta Thunberg e al movimento che è riuscita a creare. Fink e i suoi squali non possono certo non cavalcare un’onda simile.

La questione però potrebbe non essere limitata al tenere alta la reputazione di BlackRock e ad arricchire i suoi clienti nell’immediato, dietro le quinte di questo improvviso impegno a favore del clima, si potrebbe annidare una strategia a lungo termine. Dobbiamo infatti considerare che i fondi previdenziali sono tra i principali clienti dell’azienda di Manhattan. BlackRock gestisce pensioni in tutto il mondo. Per stimolare e tutelare investimenti di questo tipo, che giocoforza sono legati alla conservazione dell’attuale stile di vita e al mantenimento delle condizioni sociali odierne, mostrarsi attenti e impegnati verso la tutela del Pianeta è una buona mossa. Non impegnandosi con convinzione su tale tema, si potrebbe andare a minare la fiducia di grandissimi investitori – anche istituzionali – forse fino al punto di stimolare in essi il disinvestimento.

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BlackRock, la compagnia padrona del mondo. Disegno: Investigate Europe

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BlackRock, il report sulla sostenibilità

Ritorniamo al report sulla sostenibilità. “Tutte le nostre attività di gestione degli investimenti mirano a promuovere prassi di governance aziendale in grado di creare valore a lungo termine per i nostri clienti. Nella stragrande maggioranza dei casi, essi investono per raggiungere obiettivi di lungo termine come la pensione. Abbiamo la responsabilità di verificare che le aziende gestiscano correttamente i rischi legati alla sostenibilità e provvedano adeguata informazione in materia.” Più chiaro di così.

L’impegno di BlackRock

Ad ogni modo, indipendentemente dalle sue reali motivazioni, l’azienda sta dimostrando un impegno concreto. Sta tenendo fede alle parole e agli impegni presi qualche mese fa. Questo fatto è quello che conta maggiormente. Come ci ha insegnato Niccolò Machiavelli, il fine giustifica i mezzi, è proprio il caso di dirlo. L’impegno attivo di BlackRock per il clima si può declinare con due parole. La prima è engagement, termine inglese traducibile con la parola coinvolgimento. “Le nostre azioni di engagement relative al clima si concentrano su società operanti in settori ad alta intensità di carbonio. Nel loro insieme, esse rappresentano una quota significativa della capitalizzazione di mercato e delle emissioni di anidride carbonica nelle rispettive aree geografiche.” Si legge ancora sul Nostro approccio alla sostenibilità.

Anche il voto contrario in cda, tradizionale strumento della finanza, è una strada molto praticata dalla società, lo abbiamo visto in apertura. C’è chi sospetta che l’attivismo di BlackRock, però, si debba al fatto che, nel corso degli scorsi anni, l’azienda è stata spesso nell’occhio del ciclone. Il gruppo di Fink, infatti, è stato ripetutamente accusato di non aver mai applicato quei criteri di sostenibilità che ora pretende da altri.

In una intervista alla CNBC, Fink parla della posizione ambientale di BlackRock e di che cosa stia facendo la sua azienda per combattere il surriscaldamento globale. L’intervista è in lingua originale.

Giovanni Sandri, country head di BlackRock per l’Italia, ritiene che non sia così e plaude all’operazione. “Puntiamo sulla trasparenza e con questo report lo stiamo dimostrando. È un tema di educazione, anche per aiutare l’opinione pubblica a formarsi idee corrette e aiutare le aziende a fare meglio. Si tratta dell’unica maniera per progredire su questo versante.” Sandri ha ragione, ci auguriamo che sia solo questo l’obiettivo della sua azienda.

Continueremo a monitorare la situazione e a tenerci (e tenere voi lettori) al pari con i futuri sviluppi di questa vicenda. Come abbiamo già detto in passato, sarebbe un grande segnale se un gigante come BlackRock si impegnasse seriamente, in prima persona, nella lotta al cambiamento climatico.

Acqua, un bene comune a rischio

Acqua bene comune

Un prezioso tesoro chiamato acqua

È un bene primario necessario alla vita in tutte le sue forme conosciute. È il principale costituente di ogni singolo ecosistema esistente sul nostro pianeta. Si tratta dell’elemento da cui ha avuto origine la vita, ai tempi della cosiddetta abiogenesi, circa 4,4 miliardi di anni fa. Non sbagliamo se diciamo che nulla di quel che conosciamo esisterebbe se l’acqua, nel suo stato liquido, non fosse mai comparsa sulla Terra.

Il principale costituente del corpo umano è l’acqua ed essa ricopre circa il 71% della superficie terrestre. Una percentuale destinata ad aumentare, dato il ben avviato scioglimento delle calotte polari e del permafrost, questa però è una storia per un altro giorno.

In termini chimici, quando due atomi di idrogeno si legano tramite legame covalente polare ad uno di ossigeno creano un sistema bifase che, in normali condizioni di pressione e temperatura, si presenta come un liquido incolore e in odore. L’acqua può anche trovarsi allo stato gassoso, sotto forma di vapore acqueo, oppure solido, sotto forma di ghiaccio. Da qui ha avuto origine tutto ciò che conosciamo. L’acqua è uno dei beni più preziosi che possediamo come comunità vivente sul pianeta Terra.

La delicata situazione delle risorse idriche mondiali

Ciononostante, troppo spesso l’acqua viene considerata una merce, piuttosto che un indispensabile strumento di vita. Sul nostro pianeta, l’acqua potabile comincia a scarseggiare. Il sostentamento necessario alla vita di ogni organismo, all’agricoltura e alla produzione industriale, si fa sempre più raro. Dobbiamo tenere sempre presente, infatti, che l’acqua in natura non è quasi mai pura. Grazie alla sua capacità di solvente universale, infatti, contiene al suo interno numerose sostanze disciolte. La maggior parte di queste è di dimensioni microscopiche.

Si stima che sulla Terra siano presenti 1 miliardo e 360 milioni di chilometri cubi di acqua, circa un millesimo del volume complessivo del pianeta. La presenza di acqua potabile in questa cubatura è risibile. Oltre il 97% di questo totale è acqua marina, soprattutto quella che forma gli oceani; il 2% del totale è racchiusa nei ghiacciai e nelle calotte polari; l’1% si trova nelle falde acquifere del sottosuolo mentre appena lo 0,02% è quella presente negli oceani e nei fiumi. L’atmosfera imprigiona, sotto forma di vapore acqueo, circa 13mila chilometri cubi di acqua.

L’acqua dolce, quindi, riveste una percentuale che oscilla poco sopra il 2,5% di questo totale. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia, essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Va dunque da sé che, ogni metro cubo di ghiacciaio perduto, è un metro cubo di acqua che i viventi non possono più utilizzare, poiché essa si discioglie nel mare contaminandosi con le sostanze nocive contenute nell’acqua marina. La restante acqua potabile è contenuta in falde sotterranee o, per una percentuale vicina all’1% del totali di acqua dolce disponibile, in fiumi e laghi. Quest’ultima porzione è la più facilmente accessibile.

L’acqua dolce è sempre più rara

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Chi controlla l’acqua

Chiunque abbia ben presente questa situazione e disponga dei mezzi economici necessari ha già iniziato la partita per il controllo e la gestione delle fonti idriche. Il settore dell’acqua non è più terreno di pertinenza delle multinazionali dell’imbottigliamento; ultimamente, numerosi gruppi finanziari e fondi d’investimento hanno deciso di entrare con prepotenza in questo campo. È facile prevedere che chiunque controllerà le risorse idriche del nostro pianeta, le infrastrutture necessarie alla loro distribuzione o ancora gestirà le tecnologie di decontaminazione, si ritroverà un immenso tesoro tra le mani.

Partnership pubblico – privato: un bene o un male?

Il cosiddetto oro blu è materia in grado di alimentare business formidabili e conflitti drammatici. L’ONU, nel 2010, ha ufficialmente definito “l’acqua potabile e i sevizi igienico-sanitari un diritto umano essenziale per il pieno godimento del diritto alla vita e di tutti gli altri diritti umani.” Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente ultimamente piuttosto bistrattato, ritiene che il 55% delle strutture sanitarie dei paesi in via di sviluppo sia privo dei servizi idrici basilari. Spesso infatti, nel Sud del mondo, l’accesso all’acqua rimane al di fuori degli ospedali, rendendo difficile anche l’operazione del lavaggio delle mani.

Per favorire la distribuzione di acqua dolce a chi ne ha più bisogno occorrono però importanti investimenti, troppo esosi per i governi dei paesi in via di sviluppo. Il pubblico infatti non ha i fondi per rallentare una crisi idrica che viene continuamente accelerata dal cambiamento climatico che intensifica la siccità, ampliando le zone aride; per rimediare alla diffusa cattiva gestione di acquedotti e infrastrutture idriche, un problema noto anche nei Paesi sviluppati, figurarsi nel terzo mondo; per interrompere l’inquinamento delle falde e contenere l’inarrestabile aumento della popolazione mondiale. L’acqua è una perfetta sintesi di che cosa significhi la parola globalizzazione, ne rispecchia tutti i vantaggi e gli svantaggi. Qualora intervenissero investitori privati, si potrebbe ottimizzare considerevolmente la gestione dell’acqua. Come si possono però garantire criteri etici, almeno parzialmente, in queste finalità?

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Timori per il futuro

Mentre i ghiacciai continuano a dissolversi come ghiaccioli al sole di Ferragosto e le proiezioni demografiche ci dicono che nel 2050 saremo 9 miliardi di abitanti, è facile nutrire pessimismo per il futuro. Nella complessità di questo scenario è verosimile attendersi che nei prossimi anni svariati Paesi raggiungeranno il fatidico day zero. Il giorno in cui le risorse idriche si esauriranno prima del tempo e dai rubinetti non uscirà più una goccia d’acqua. Negli ultimi anni questa crisi è già stata sfiorata in alcuni centri densamente popolati: Città del Capo (Sudafrica), San Paolo (Brasile) e Chennai (India). Nel 2017, come qualcuno ricorderà, la città di Roma corse lo stesso rischio. Il livello del lago di Bracciano, la riserva idrica della capitale, scese drasticamente, tanto da far temere un parziale prosciugamento dello specchio d’acqua.

Un rapporto, datato 2019, redatto dall’OMS e da UNICEF certifica come nel mondo una persona su tre abbia un accesso limitato all’acqua e ai servizi igienico – sanitari di base. Nelle aree rurali e meno sviluppate, il problema è più grave. Sebbene negli ultimi 20 anni 1,8 miliardi di persone abbia ottenuto accesso all’acqua potabile, “persistono gravi disuguaglianze nell’accessibilità e nella qualità di questi servizi.”

Preservare e tutelare acqua dolce per il prossimo futuro richiederà ingenti risorse economiche. Sappiamo però bene che ogni grande crisi non fa nascere soltanto grandi bisogni, bensì anche grandi opportunità per chiunque sappia leggere la situazione e abbia i capitali per guadagnarci sopra.

Acqua in vendita

Nel sistema economico in cui viviamo, come sappiamo, tutto è business. Stanno dunque spuntando, nelle sale Borsa mondiali, i cosiddetti mercati idrici. Questi rappresentano forme di investimento che cedono i diritti di utilizzi dell’acqua per poterli poi rivendere. In altre parole, un investitore o un fondo può giocare con le forniture idriche di una città o una regione, cedendole al miglior offerente. Ancor peggio, potrà decidere di dissetare una provincia o uno Stato per preservare il proprio investimento. È accettabile che qualcuno abbia la facoltà di aprire e chiudere i rubinetti a piacimento? Non saremmo più sicuri se la fornitura idrica restasse in mano agli Stati piuttosto che essere gestita da attori che si chiamano Barclays, Credit Suisse, Goldman Sachs e Blackstone? Tutti questi facoltosi player della finanza stanno già allungando le proprie mani sulle riserve idriche.

La proprietà e la gestione delle fonti, nella maggior parte dei Paesi, appartiene allo Stato, come nel caso dell’Italia che ha tenuto un referendum dedicato nel 2011. Qualora un governo decidesse di affidare a privati la gestione delle sue fonti, quei privati sarebbero chiaramente obbligati a pagare un canone ma avrebbero poi il diritto di rivendere l’acqua ai loro prezzi. I potenziali guadagni derivanti da questa compravendita sono enormi. Per tal motivo, in alcune zone particolarmente aride e povere, come ad esempio regioni africane o asiatiche, è già cominciata, nel consueto disinteresse occidentale, l’odiosa pratica del land grabbing e quella associata del water grabbing. Chiunque acquisisca un terreno, infatti, è contrattualmente proprietario anche delle eventuali falde acquifere sottostanti.

La politica dei ricchi

Lo Swaziland è un piccolo Stato africano. Il Paese ha una fiorente cultura di canna da zucchero, un ingrediente fondamentale nella produzione della bibita più amata al mondo: la Coca Cola. Non a caso la multinazionale di Atlanta ha una presenza massiccia a quelle latitudini e ha acquistato i diritti di utilizzo di tutte le fonti idriche del territorio. Poiché la canna da zucchero, nella sua maturazione, necessita di ingenti quantità di acqua, gran parte delle risorse idriche vengono sottratte alla popolazione civile, la quale soffre di una cronica scarsità d’acqua per utilizzo domestico.

In questo processo non vi è assolutamente nulla di illegale. La Coca Cola ha stipulato un contratto chiaro e preciso con il Re dello Swaziland, che non ha potuto tirarsi indietro di fronte al massiccio investimento dell’azienda, la quale rappresenta ora il principale datore di lavoro del Paese. Il governo ha privilegiato l’occupazione e il benessere economico dei suoi cittadini, così facendo, però, ha di fatto reso Coca Cola padrona della sua acqua. Naturalmente, l’azienda privilegia le colture alle esigenze della quotidianità della vita degli swazi, non è dal loro benessere che dipendono i dividendi degli azionisti.

C’è il concreto rischio che questa situazione si replichi ovunque, qualora l’acqua fosse privatizzata. Gran parte dell’opinione pubblica italiana, forse pure mondiale, resta favorevole all’acqua pubblica, alla gestione statale di questo bene. Sappiamo però bene come le multinazionali riescano molto spesso ad ottenere ciò che desiderano per incrementare sempre più il giro dei loro affari. Le mire sull’acqua, dunque, non possono che destare sospetto poiché una cosa è certa: la corsa all’acqua è già cominciata.

Realismo capitalista, un libro per capire la complessità della nostra lotta

Mark Fisher

Qui su L’EcoPost abbiamo ormai recensito vari libri, tutti accomunati dalla tematica ambientale. Realismo Capitalista fa eccezione, in quanto non parla di ambiente; non primariamente per lo meno. Perché parlarne allora? Perché l’ambiente, l’ecologia, la “crisi ambientale”, non sono argomenti indipendenti che possono essere trattati tralasciando il contesto e in particolar modo il sistema che regola quello stesso contesto che chiamiamo realtà.

Mark Fisher, l’autore, definisce infatti il realismo capitalista come un’atmosfera che «pervade e condiziona non solo la produzione culturale ma anche il modo in cui vengono regolati il lavoro e l’educazione, e che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione». Con la sua disamina tenta perciò di fornire un metodo su come agire raggirando il sistema, che per sua natura incorpora rendendo sterile ogni iniziativa.

Né il mercato né l’autoregolamentazione dei consumatori con le loro scelte d’acquisto, saranno in grado di prevenire la catastrofe ambientale che ci attende. Fisher lo esplicita e qui sotto noi accenniamo al perché. Ma per capire la complessità con la quale ci confrontiamo e scoprire come fare per far sì che i propri sforzi contino, non possiamo che rimandarvi alla lettura di Realismo Capitalista.

La catastrofe ambientale in Realismo Capitalista

Nella sua chiara analisi, Fisher sfiora soltanto la questione ambientale, com’era inevitabile che fosse in uno scritto di queste dimensioni (l’opera consiste di sole 127 pagine). Vi accenna solamente in un paio di passaggi in tutto il libro, eppure, i suoi spunti di riflessione rimangono d’indiscutibile valore per chiunque abbia a cuore il nostro ecosistema. Riportandoli speriamo di trasmettere in minima parte la forza scomoda della sua visione.

La questione ecologica come spiraglio di luce

La prima volta che il lettore s’imbatte nella catastrofe ambientale è mentre l’autore descrive il concetto stesso di realismo capitalista. La catastrofe ambientale viene presentata come uno dei reali attraverso la cui repressione la realtà capitalista si afferma e riesce a imporsi. È in quest’ottica che Fisher riconosce la catastrofe ambientale come una possibile prima strategia contro il realismo capitalista, anche in virtù del fatto che proprio le questioni ecologiche sono uno di quei pochissimi terreni sui quali oggi si combatte politicamente.

Ciononostante non bisogna lasciarsi ingannare, in quanto, per sua stessa natura, il realismo capitalista cerca di appropriarsi della questione ambientale – così come di altre delicate questioni – tentando addirittura di trarne vantaggio. Questo modo di fare è emblematico del funzionamento del capitalismo e testimonia di fatto l’inconciliabilità del capitalismo con qualsiasi nozione di sostenibilità. Infatti il capitalismo stesso si basa sulla concezione che le risorse sono infinite e che il mercato risolverà i suoi stessi problemi. In quanto appena descritto ci si può (e deve) leggere in parte anche una critica ai prodotti “ecosostenibili”, esempio lampante dell’assenza di scrupoli del sistema e dei suoi attori.

Leggi il nostro articolo sulla speranza del fondatore di Patagonia che i consumatori possano cambiare le cose.

La struttura impersonale e la catastrofe ambientale

Il perché Fisher ce lo spiega nel secondo riferimento alla crisi ambientale che troviamo in Realismo Capitalista. Parlando dell’assenza di centro nel Capitale, o quantomeno della sua incapacità di prendersi responsabilità, Fisher riporta l’esempio della raccolta del riciclo dei rifiuti. Affermando infatti che proprio l’assegnazione della responsabilità al singolo individuo, giusta in linea di principio, non ha altro effetto se non quello di deresponsabilizzare l’intero sistema. Utilizzando la proprietà transitiva, diventa così evidente che lo stesso vale per la catastrofe ambientale, di cui ognuno è responsabile e allo stesso tempo nessuno lo è.

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