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Ecologia del desiderio è un libro scritto dal più importante giornalista ambientale italiano: Antonio Cianciullo. Già autore, tra gli altri, di “Soft Economy” e “Dark Economy” collabora con La Repubblica per cui gestisce anche un blog personale su temi ambientali. Personaggio di spicco all’interno del panorama ambientalista del nostro paese porta avanti le sue battaglie da almeno 30 anni. Questo è il suo libro più recente, scritto con l’intento di cambiare la percezione dell’ecologismo da parte dell’opinione pubblica. Compito che viene svolto partendo da una domanda: “Perché l’ambientalismo viene proposto come una tavola biblica di divieti?”

Case più confortevoli, meno traffico e smog, cibi più sicuri, crescita dell’occupazione: si può vivere meglio senza sacrifici


I paradossi dello sviluppo

Sono tanti gli spunti di riflessione offerti dal libro. Soprattutto per quanto riguarda l’assurda e tacita accettazione da parte della collettività di logiche quanto meno discutibili. Uno dei dati che più salta all’occhio durante la lettura è sicuramente quello delle morti causate dall’inquinamento dell’aria: 7 milioni ogni anno. Più di quelle causate da obesità, malnutrizione, abuso di alcol e droghe. Solo in Europa questo dato ci parla di 400.000 morti premature all’anno. Per farla breve “è come se due jumbo venissero abbattuti tutti i giorni nell’indifferenza generale.” – questa la metafora utilizzata dall’autore per esprimere la sua incredulità.

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“Nel corso del Novecento la popolazione si è moltiplicata per 4, l’economia per 14, la produzione industriale per 40, il consumo energetico per 16, le emissioni di CO2 per 17, il consumo di acqua per 9, la pesca marina per 35, l’area irrigua per 5. Mentre le foreste si sono ridotte del 20% e siamo finiti sull’orlo della sesta estinzione di massa nella storia del pianeta


La metafora della diga

In Ecologia del desiderio si prova a rispondere anche ad un’altra domanda che tortura le menti degli ambientalisti. Perché il problema non è percepito con la gravità che merita? E perché, nonostante tutti gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica, continuiamo a sostenere un sistema che porterà il pianeta al collasso?

Per farlo ricorre ad un concetto già elaborato da Jared Diamond nel suo libro “Collasso”, ovvero la metafora della diga: “Una comunità vive in una valle ai piedi di un’alta diga, che in caso di cedimento provocherebbe una catastrofe. Quando gli esperti di sondaggi d’opinione chiedono agli abitanti della valle se sono preoccupati per una tale eventualità, scoprono che, com’è ovvio, la paura cresce con l’aumentare della vicinanza con la diga, ma anche che, raggiunta una punta massima, il timore decresce a pochi chilometri dal pericolo fino a sparire del tutto: le persone che abitano proprio sotto la diga, quelle che con maggiore certezza morirebbero se la struttura cedesse, si dichiarano tranquille. Ciò avviene per un meccanismo di rifiuto psicologico: l’unico modo di mantenersi mentalmente sani, pur avendo ogni giorno di fronte agli occhi la diga che incombe, è negare l’eventualità che possa rompersi”.

“Solo un alcolizzato, di fronte ad un medico che diagnostica una probabilità di morte del 90% a causa di un eccesso di superalcolici, continuerebbe ad attaccarsi alla bottiglia”

A chi è davvero convenuto saccheggiare la natura?

In Ecologia del desiderio vengono definiti banditi e li colpevolizza per aver deturpato la natura di ciò che era suo con il solo scopo riuscire a portare a casa il proprio bottino personale. Durante questo processo hanno distribuito alla collettività una parte minima di questi benefici, sedando così l’opinione pubblica. Qualche riga del libro basterà per spiegare meglio cosa intenda l’autore: “Oxfam ha calcolato che nel 2010 erano 388 le persone che detenevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. Nel gennaio 2016 questi super ricchi si erano già ridotti a 62. Se nulla cambierà nel 2020 saranno solo in 11 a possedere il 50% della ricchezza mondiale. Ogni paperone avrà lo stesso peso economico di 680 milioni di persone”.

“Insomma per due secoli buoni ci siamo spartiti il bottino della rapina alla natura pensando che fosse moralmente ingiusto nei confronti delle altre specie, ma conveniente dal nostro punto di vista: abbiamo chiuso gli occhi sull’etica e sull’ecologia convinti di ottenere in cambio benefici. Ora abbiamo scoperto che è stato un pessimo affare: abbiamo accumulato un debito insostenibile nei confronti degli ecosistemi da cui dipende la nostra sopravvivenza”

Una svolta ecologica a basso prezzo

Tra i tanti spezzoni in cui viene ribaltata la percezione dell’ambientalismo va sicuramente menzionato quello in cui viene ripreso uno studio di Nicholas Stern, ex chief economist della World Bank. I danni che i cambiamenti climatici potrebbero causare su scala globale nei prossimi 30 anni coinvolgeranno una cifra che potrà variare tra il 5 ed il 20% del Pil globale. Ragion per cui, secondo l’economista, vale decisamente la pena investire massicciamente già da ora per accelerare una transizione ecologica ancora troppo lenta in modo da limitare le perdite. Per farlo, basterebbe dedicarvi una cifra tra l’1 e il 2% del Pil mondiale.

“Con questi fondi si metterebbe in moto una spinta innovativa potente, capace di spaziare dagli edifici a impatto zero alla mobilità a basse emissioni, dall’efficienza energetica alla trasformazione dell’anidride carbonica in materiali da utilizzare nell’edilizia e nella pavimentazione stradale”

Se ci fosse un referendum su scala mondiale la vittoria della scelta green sarebbe probabilmente fuori discussione.

La bioeconomia: un potenziale immenso

Tra le tante note positive del mondo green di cui ci parla Cianciullo in Ecologia del desiderio, vogliamo citare la bioeconomia. Questa, solo in Europa, ad oggi vale 2.000 miliardi di euro e dà impiego a oltre 22 milioni di persone. E non è tutto. Secondo le stime dell’UE a un euro investito in ricerca ed innovazione in questo settore entro il 2025, si potranno ottenere 10 euro di fatturato.

All’interno di questo ragionamento rientra anche un più efficiente utilizzo delle risorse. Alcune delle quali non sfruttate a pieno e quindi in grado di creare ulteriore valore. Secondo Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi, autori di “Vita e Natura. Una visione sistemica”, usiamo solo l’8% dei nutrienti di orzo e riso coltivati per produrre birra, e solo il 4% della palma da cui si estrae l’olio. Allo stresso modo per i beni di consumo mobili il valore totale dell’opportunità di risparmio nei materiali offerti dall’economia circolare potrebbe arrivare fino a 700 miliardi di dollari all’anno, ovvero l’1,1% del Pil 2010.

Le vie infinite dell’economia circolare

Opportunità e non restrizioni. Questo il filo conduttore in Ecologia del desiderio. Non poteva quindi mancare qualche esempio del potenziale dell’economia circolare. Ad esempio le possibilità derivanti dagli scarti delle piantagioni di caffè. Basti dire che solo lo 0,2% del caffè che viene faticosamente coltivato, cioè i chicchi, viene commercializzato.

“Se si sviluppasse un sistema di riconversione in funghi o in proteine degli scarti prodotti dalle piantagioni in 45 paesi, si creerebbero 50 milioni di posto lavoro. Lo stesso processo può essere ripetuto anche per altre materie prime come ad esempio lo zucchero di canna, utilizzato al 17% del suo potenziale, e per gli alberi trasformati in carta soggetti ad uno spreco di circa il 70% del materiale rubato a madre natura”. Opportunità su opportunità. Questo è il messaggio del libro. Per “dare una direzione al desiderio invece di rincorrere le paure”.

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