Bei: dal 2021 stop ai finanziamenti dei combustibili fossili

Una notizia da leccarsi i baffi. Il 14 novembre scorso la BEI – Banca Europea per gli Investimenti – ha annunciato che dal 2021 non elargirà più finanziamenti per i progetti legati ai combustibili fossili. Una decisione storica che si aggiunge a quella già presa da diverso di tempo di escludere dalle proprie sovvenzione qualsivoglia progetto connesso al carbone.

I dettagli della decisione della BEI sui combustibili fossili

Dopo le ultime elezione del maggio 2018 il Parlamento Europeo si è tinto di verde. Già vi avevamo raccontato dell’exploit storico dei Verdi che hanno raggiunto il 10% dei consensi, con un picco del 20% in Germania. Anche la nuova composizione dell’organigramma, con l’elezione di Ursula Von der Leyen come Presidente della Commissione, faceva presagire qualcosa di buono. Tuttavia, analizzando i fatti, fino ad oggi non si era mosso granché, lasciando l’amaro in bocca a chi sperava in una svolta epocale nelle politiche dell’Unione Europea. Pochi giorni prima di questa importante notizia proprio la BEI, su pressione di diversi Paesi tra cui, purtroppo, anche l’Italia, aveva bocciato la stessa proposta che voleva implementare lo stop ai finanziamenti nel settore fossile a partire dal 2020, lasciando interdetto chi, invece, auspicava in una sua approvazione.

Ed invece, anche se con colpevole ritardo, poco tempo dopo, la stessa proposta, i cui effetti sono stati ritardati di un anno, è stata approvata. Un avvenimento che sottolinea come anche le istituzioni, a livello europeo, abbiano compreso a pieno tanto la volontà dei cittadini quanto la necessità di iniziare a prendere una posizione decisa e irreprensibile sul tema dei cambiamenti climatici. Unica nota negativa riguarda il mancato ritiro dei finanziamenti già concessi per opere che sono già state approvate come la TAP e Poseidon. Una piccola macchia su cui, per una volta, ci sentiamo di chiudere un occhio.

Chi ha votato a favore e chi contro

Ed ecco giunto il momento di fare nomi e cognomi. Se da una parte c’è chi ha lottato per l’approvazione di tale decisione già a partire dal 2020 – come Francia, Olanda e Regno Unito – c’è anche chi invece ha votato a sfavore sempre e comunque. Si tratta di Polonia, schiava e prigioniera del carbone, Romania e Ungheria. La cosa più buffa è che chi beneficerà maggiormente dei finanziamenti che verranno dirottati verso investimenti utili alla transizione energetica sono proprio paesi come la Polonia che oggi faticano a mettere in atto politiche efficaci per attuare una transizione energetica.

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Parliamo di 1.000 miiardi di euro che la BEI investirà dal 2021 al 2030 in 10 paesi dell’UE. Non proprio spiccioli. Ad ognuno le sue conclusioni. Noi un’idea su chi, verosimilmente, finanzia il partito del premier polacco Mateusz Morawiecki ce la siamo fatta. Hanno invece cambiato idea sul provvedimento, una volta che la data è posticipata di un anno, Germania ed Italia.

Cosa può comportare il disinvestimento della BEI dai combustibili fossili

Per ben comprendere l’impatto che una decisione di questo tipo potrà avere sulla sopravvivenza delle aziende operanti nel settore del fossile vi invitiamo, come già fatto via social la scorsa settimana, a leggere l’articolo di Bill McKibben, giornalista del NewYorker, pubblicata, oltre che sul giornale statunitense, nel numero 1333 dell’Internazionale oppure consultabile in lingua inglese sul sito della testata. In questo lavoro McKibben va ad analizzare il ruolo, fondamentale, che banche, assicurazioni e gestori di patrimoni potrebbero avere nella lotta ai cambiamenti climatici. Uno degli esempi che vengono riportati riguarda il fallimento della Peabody Energy. La più grande compagnia carbonifera statunitense è stata costretta a dichiarare fallimento nel 2016 anche a causa del disinvestimento da parte di diversi fondi monetari.

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Anche le istituzioni religiose, sotto la pressione di Papa Francesco, hanno disinvestito dal settore petrolifero e da quello del gas. Stesso discorso per diversi istituti bancari europei ed asiatici anche se c’è ancora qualche pecora nera come la Barclays, Unicredit ed altre. Al contrario buona parte dei più grandi colossi del settore finanziario americano, come Morgan Chase o Blackrock, e canadese non vogliono mollare l’osso. Ma lo faranno. I rischi legati ai cambiamenti climatici, anche e soprattutto in termini di costi che andranno sostenuti per far fronte ai disastri ambientali cui potremmo andare incontro, rendono di fatto la transizione energetica verso un sistema basato sulle energie rinnovabili l’unico futuro possibile. Anche per il sistema finanziario.   

Il “Decreto Clima” passa anche al Senato. Vittoria? No, grazie

Già avevamo espresso il nostro disappunto verso il testo del Decreto Clima che, dopo essere stato approvato alla Camera, ieri ha superato anche la votazione in Senato. Tutta la maggioranza ha espresso grande gioia. Il Movimento 5 Stelle ha addirittura indetto una conferenza stampa per presentare i punti del documento, sventolandolo come “una svolta epocale”. Noi ce la siamo guardata tutta e, francamente, ne siamo rimasti un po’ interdetti.

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I punti del Decreto Clima

Hanno partecipato alla conferenza il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e la Presidente della Commissione Ambiente al Senato Vilma Moronese. Tutti lì, belli felici ad esporre i punti del decreto che più volte è stato definito come qualcosa di “storico”. Andiamo ad analizzarne il contenuto.

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  • Stanziamento di 255 milioni di euro in 6 anni per la mobilità sostenibile
  • Bonus di 1500 euro per la rottamazione di auto inquinanti e di 500 euro per i ciclomotori, utilizzabili per l’acquista di una bici elettrica, per la mobilità condivisa o abbonamenti per il trasporto pubblico
  • Fondo di 40 milioni in 2 anni per la realizzazione e l’ammodernamento delle corsie preferenziali
  • 20 milioni di euro per l’ammodernamento del parco bus dei trasporti scolastici
  • 30 milioni in 3 anni per la piantumazione di alberi e la creazione di foreste urbane e periurbane
  • 40 milioni in 2 anni come fondo da destinare agli imprenditori che vogliono creare un’attività di vendita di prodotti alla spina o creare dei green corner all’interno di attività già esistenti
  • 6 milioni di euro in 3 anni per informazione e formazione sui temi ambientali

Pregi (pochi) e difetti (tanti) del Decreto Clima

Partiamo subito dalle cose positive, anche perché sono molte di meno. Vero è che si tratta del primo decreto legge della storia italiana sul tema dei cambiamenti climatici. Così come va appresa con gioia l’istituzione di fondi adeguati per la piantumazione di alberi e la formazione nelle scuole. Gli si dia anche dato atto che i punti in sé per sé non sono completamente sbagliati. Ma la quantità di fondi inseriti nel decreto, diciamolo, è ridicola.

  • 255 milioni in 6 anni per la mobilità sostenibile: sono 42 milioni all’anno. Definirle briciole per un problema di tale portata è già fargli un complimento
  • 1.500 euro per comprarsi una macchina elettrica nuova: è qualcosa ma, francamente, non abbastanza. Forse qualcuno si può anche convincere ma non fanno la differenza
  • 40 milioni di euro per la realizzazione di corsie preferenziali: lo ribadiamo. Sono pochi, troppo pochi. Impossibile attuare un intervento efficace e capillare
  • 20 milioni per l’ammodernamento del parco bus dei trasporti scolastici: ci copri Roma e Milano se va bene
  • 40 milioni per i green corner per un massimale di 5.000 ad imprenditore: saranno 8.000 gli imprenditori che potranno beneficiarne. Solo la Coop ha 1.284 punti vendita in tutta Italia. A questi vanno aggiunti Conad, Esselunga, Lidl, Eurospin, Sigma, Auchan, Carrefour, Crai, Pam più tutti i negozietti di generi alimentari senza insegna che forse sono anche di più. Così, a prima vista, sembrano lievemente insufficienti

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Non una parola sui combustibili fossili che, a detta del Ministro Costa, riceveranno “provvedimenti adeguati nella legge di stabilità”. Niente ulteriori incentivi per la transizione energetica. Nessuna menzione per gli allevamenti intensivi. Nessun provvedimento per l’agricoltura sostenibile. Un decreto povero, striminzito che vuole solo provare a tappare la bocca a chi ha, giustamente, ha accusato il Movimento di aver tradito la propria stella sull’ambiente. Incommentabile l’attegiamento della destra che, nonostante la pochezza del provvedimento, si è comunque sentita in dovere di votare contro.

Il Greenwashing del Decreto Clima

Per chi non sapesse cos’è il Greenwashing, si tratta di un neologismo indicante la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Praticamente la pratica preferita di tante realtà che vogliono cavalcare l’onda ambientalista che sta travolgendo il mondo. La conferenza stampa di ieri dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle ha fatto proprio questo. Riportiamo alcune delle citazioni degli intervenuti, distaccandoci totalmente da esse.

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Partiamo da Vilma Moronese. La Presidente della Commissione Ambiente al Senato ha principalmente preso parola per elencare i punti del decreto ma è riuscita comunque a fare la sua figura. Dopo aver espresso la grande soddisfazione per il testo del documento ha voluto sottolinearne una parte in cui si specificava che il CIPE, il Comitato Interministeriale per la programmazione economica, cambierà il proprio nome in CIPES, con l’aggiunta della parola “sostenibile” alla fine. Questo sì che cambia le cose! Ha avuto anche il coraggio aggiungere: “Più di così, cosa potevamo fare”. Beh, qualcos’altro, forse, avreste potuto farlo.

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Passiamo ora al Ministro Costa che ha voluto sottolineare come questo sia il primo tassello di una lunga serie che vuole “abbassare il meccanismo dell’inquinamento tendendo ad azzerarlo”. Di questo passo prima di azzerarlo ce ne vorrà un po’ troppo di tempo che, a detta degli scienziati, è proprio quello che ci manca.

La gaffe di Di Maio: “Il cambiamento climatico è una cosa lontana che avrà effetti sui nostri figli e sui nostri nipoti”

Passiamo ora a Luigi Di Maio che ha messo in fila una serie di castronerie ai limiti del tragicomico. Ha esordito dicendo che questa è una norma che “va oltre la nostra generazione, che guarda al futuro”. Peccato che lo faccia in modo palesemente miope. Ha poi parlato del cambiamento climatico come di “una cosa lontana, una cosa che avrà effetti sui nostri figli e sui nostri nipoti. E va bene! Cominciamo con questi provvedimenti”. Questa è forse la frase più grave. Vuol dire che di cambiamenti climatici non ne sa proprio niente e forse dovrebbe evitare di parlarne. Così si fanno danni grossi. Poi la gente ci crede.

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Concludiamo con una sua dichiarazione piuttosto scenica: “Qualsiasi riforma faremo l’anno prossimo, dal salario minimo alla riforma della sanità, avrà una matrice comune che è la tutela dell’ambiente”. Staremo a vedere. Speriamo che sia veramente così. Ma se l’impatto che avranno sarà lo stesso del Decreto Clima si tratterà solo dell’ennesima presa in giro che vuole accaparrarsi qualche voto. Questo provvedimento fa acqua da tutte le parti. Che rimanga un errore isolato. O le conseguenze le pagheremo noi tutti.

Il Cile non ospiterà più la COP25

Ciò che sta succedendo in questi giorni in Cile è sulle pagine dei notiziari di tutto il mondo. Le proteste che stanno invadendo il paese sudamericano hanno, purtroppo, indotto il Presidente Sebastiàn Pinera ad annunciare, nella giornata del 30 ottobre, che il suo paese non potrà ospitare la COP25; una conferenza organizzata dall’ONU con cadenza annuale per discutere delle possibili soluzioni attuabili contro i cambiamenti climatici, in quanto il suo governo al momento ha la priorità di “ristabilire l’ordine pubblico”. Una decisione ragionevole che però finisce per spaventare chi questo evento lo attende con ansia da quasi un anno.

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La COP25 si farà o non si farà?

La paura più grande che sorge tra tutti gli ambientalisti riguarda proprio questa domanda. L’annullamento di un evento del genere potrebbe infatti peggiorare drasticamente la situazione. Per affrontare i cambiamenti climatici è necessario un simultaneo impegno da parte di tutti i governi del mondo. Eventi di questo tipo contribuiscono in questo senso a rafforzare i rapporti e la collaborazione tra essi, o quanto meno tra quelli di maggior buonsenso.

Il video dell’annuncio

Risulta tuttavia difficile capire, a solo pochi giorni dall’annuncio, se la Conference of Parties, giunta alla sua 25esima edizione, sarà definitivamente annullata o se invece cambierà semplicemente la sua cornice. Giovedi’ si e’ aperta una piccola speranza in quanto il Primo Ministro spagnolo Pedro Sanchez ha proposto Madrid come sede sostitutiva dell’evento. La Segretaria Esecutivo sul Cambiamento Climatico dell’Onu, Patricia Espinosa ha affermato che l’offerta della Spagna è un segno “incoraggiante” del multilateralismo e consentirebbe agli organizzatori di attenersi ai tempi originali del vertice.

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Mai nella storia della COP un paese aveva rinunciato ad ospitare l’evento con così breve preavviso. La conferenza si sarebbe dovuta tenere tra il 2 ed il 13 dicembre. Riuscire a riorganizzare l’evento in un solo mese è quanto meno un compito arduo. L’UNFCCC e’ infatti ancora in attesa di una lettera ufficiale dalla Spagna ed e’ atteso per venerdi’ a Bonn un incontro tra i funzionari spagnoli e le Nazioni Unite.

La maledizione della COP25

La 25esima edizione sembra essere maledetta. Proprio nell’anno in cui il problema dei cambiamenti climatici ha iniziato a scalare le gerarchie dei media, grazie soprattutto alle proteste dei giovani di Fridays For Future e non solo, l’evento più importante dell’anno rischia di saltare.

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Il paese inizialmente designato per ospitarla era infatti il Brasile. Purtroppo però, nel Novembre scorso, una delle prime decisioni prese dal neopresidente Bolsonaro, è stata proprio quella di cancellare la propria disponibilità a farsi carico dell’organizzazione della conferenza. Un fatto che non sorprende ma che, per dovere di cronaca, riportiamo affinchè il ritratto di Jair Bolsonaro, definitiivamente ascrivibile nella lista degli amici del cambiamento climatico, possa essere arricchito da questa brutta figura.

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Tra i candidati per ospitare la COP25 c’era in principio anche la Costa Rica che ha poi ritirato la propria candidatura per paura delle spese che avrebbe dovuto affrontare.

E adesso?

Trovare una location alternativa prevede costi organizzativi molto alti, oltre che non pochi problemi logistici. Suggestiva, ma senza ancora nessun riscontro dai piani alti, l’idea lanciata via social da Fridays for Future. Onde evitare l’emissione di tonnellate di CO2 generate dagli innumerevoli jet privati dei vari politici che avrebbero dovuto recarsi in Sud America, perché non trovare un modo per far sì che la conferenza possa tenersi virtualmente?

Cosa di meglio, piuttosto che l’ennesima conferenza localizzata – con i soliti infiniti voli transcontinentali e annesse tonnellate di emissioni, e che il più delle volte finisce nelle solite belle parole, con tanta aria fritta e zero impegni – di un bel “conference-change”: che la COP25 sia la prima COP a zero emissioni, ma col pieno di contenuti e impegni veri! #CaroAntonioGuterres: per essere il primo vero summit del futuro, che la COP25 si tenga “virtualmente”, e carbon-free

Fridays For Future

Leggi il nostro articolo: “Greta rifiuta premio da 47 mila euro. “Al pianeta non serve”

Gli attivisti del movimento targato Greta Thunberg, che proprio in questi giorni era in viaggio per recarsi in Cile dove avrebbe dovuto partecipare alla conferenza, hanno colto l’occasione per sottolineare come questa sia un’opportunità più unica che rara per iniziare a razzolare bene, oltre che predicare e basta. Una delle più costanti critiche mosse dai movimenti ambientalisti ad eventi di questo tipo riguarda infatti proprio la loro mancanza di concretezza. Troppo spesso abbiamo assistito a discorsi pieni di enfasi e di belle promesse infrangersi di fronte alla realtà dei fatti. Di bei propositi ne abbiamo sentiti fin troppi. Ora è giunto il momento della coerenza.

Parlamento Europeo per l’ambiente: voto a favore delle api

Senza le api, il mondo come noi lo conosciamo non esisterebbe. Un fatto che non ha impedito alla Commissione Europea e agli Stati Membri di proporre l’indebolimento di una legge che tutelava le api. Fortunatamente a fermarli ci ha pensato il nostro Parlamento Europeo. Con 533 voti a favore, 67 contro e 100 astensioni ha bloccato la proposta.

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Le linee guida per i pesticidi

Nella mozione di protesta viene chiamata in causa l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha sede a Parma) che nel 2013 aveva elaborato alcune linee guida riguardo all’utilizzo di pesticidi sulle piante. L’Autorità sottolineava l’importanza di testare tutti i prodotti fitosanitari, al fine di proteggere le api dall’esposizione a sostanze per loro dannose. Se queste sostanze fossero state trovate nei prodotti testati, sarebbe subito scattato il divieto di commercializzazione. Secondo la Commissione Europea e alcuni Stati membri però questa regolamentazione era troppo rigida e andava modificata.

È inaccettabile che gli Stati Membri si oppongano alla piena attuazione delle linee guida delle api dell’EFSA del 2013“, si legge nella risoluzione parlamentare adottata mercoledì. Il progetto “non introduce modifiche per quanto riguarda la tossicità acuta per le api mellifere, ma rimane in silenzio sulla tossicità cronica, nonché sulla tossicità per bombi e api solitarie“. Inoltre, il testo della Commissione “non considera gli sviluppi più recenti delle conoscenze scientifiche e tecniche”, afferma il testo. 

Un problema mondiale

Nella mozione dei parlamentari si fa anche riferimento al problema del declino delle api in tutto il mondo. Come ben sappiamo, numerose specie di impollinatori sono infatti a rischio estinzione e purtroppo alcune sono già estinte. Durante lo scorso inverno, gli apicoltori statunitensi hanno perso il 37% delle colonie di api, registrando il maggior declino in tredici anni di monitoraggio. Il nuovo sistema di localizzazione potrebbe mostrare come i pesticidi danneggiano le colonie di api

Oltre a cause naturali come i parassiti, l’uomo ha contribuito in grande parte a questa enorme perdita. Il riscaldamento globale e la perdita degli habitat, ma anche e soprattutto l’utilizzo di prodotti chimici su fiori e piante hanno rappresentato una potente minaccia, non solo per le api, ma per l’intero ecosistema. 

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Nella sola UE, circa l‘84% di frutta e verdura coltivate e il 78% delle specie di fiori selvatici dipendono, almeno in parte, dall’impollinazione. Gli insetti impollinatori quindi rappresentano un introito annuale di quasi 15 miliardi di euro, parte del quale è già stato ampiamente perduto. Non svanisce, però, la speranza, specialmente quando una forza politica di tale importanza quale il Parlamento Europeo fa sentire la propria voce in difesa delle api e, quindi, del nostro intero pianeta. 

Articolo scritto in collaborazione con Make You Greener

Greta rifiuta premio da 47mila euro: “Al clima non serve”

“Al clima non servono premi”, ha scritto Greta Thunberg su Instagram dopo aver vinto il premio ambientale di Stoccolma. L’attivista svedese era stata infatti nominata per questo riconoscimento sia dalla Svezia che dalla Norvegia. Martedi 29 ottobre il Nordic Council, ente regionale per la cooperazione interparlamentare, ha annunciato la sua vittoria.

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L’importanza di ascoltare la scienza

Un rappresentante della sedicenne fondatrice del movimento Fridays for Future ha pero’ riferito al consiglio che la giovane Greta avrebbe rifiutato il premio. L’ingente somma di 46.800 euro non ha influenzato la sua decisione. Secondo Greta, infatti, l’ambiente non ha bisogno di premi. “L’unica cosa di cui ha bisogno – si legge nel suo post di Instagram – è che i nostri politici e le persone al potere inizino ad ascoltare la migliore e piu’ recente scienza disponibile.” Rimanendo fedele al suo stile ribelle, ai limiti del rivoluzionario, dopo aver ringraziato il Nordic Council per il premio, Greta ha criticato gli stessi Paesi Nordici per non essere all’altezza della loro grande reputazione sulle questioni climatiche

Nello stesso post di Instagram ha affermato, appunto, che questi paesi “non lesinano su vanti e belle parole . Ma quando si considerano le emissioni e l’impronta ecologica per capita, inclusi i nosti consumi, le nostre importazioni, i voli e le spedizioni, allora e’ tutta un’altra storia.” In Norvegia, ad esempio, il governo ha recentemente rilasciato un numero record di permessi per la ricerca di petrolio e gas. Secondo il WWF, in Svezia le persone conducono uno stile di vita che richiederebbe quattro interi pianeti Terra e lo stesso vale per gli altri Paesi del Nord Europa.

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Continuiamo a non fare nulla

“L’accordo di Parigi, che tutti i Paesi nordici hanno firmato – continua Greta – si basa pero’ sull’equità, il che significa che i paesi più ricchi dovrebbero aprire la strada a tutti gli altri. Apparteniamo ai paesi che hanno la possibilità di fare di più, eppure continuiamo a non fare praticamente nulla. Quindi, fino a quando non inizieremo ad agire in conformità con ciò che la scienza dice, il che è necessario per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi o addirittura 2 gradi centigradi, I Fridays for Future svedesi scelgono di non accettare il premio ambientale del Nordic Council.“

Approvata alla Camera la legge “salvamare” per la lotta alla plastica

Nella giornata del 24 ottobre il Parlamento si è riunito per deliberare in merito ad una proposta di legge molto importante per combattere il problema della plastica in mare. La legge “salvamare” ha ottenuto l’approvazione della Camera dei Deputati con 242 voti favorevoli e 139 astenuti. Dopo la discussione in Senato, per cui il Ministro Costa si è dichiarato ottimista, i pescatori potranno riportare a terra i rifiuti raccolti in mare durante le battute di pesca.

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Chi ha voluto la legge “salvamare”

La proposta di legge salvamare era da tempo sul tavolo dei parlamentari. Il Ministro Costa è stato uno dei suoi primi promotori e non ha esitato a comunicare via social la propria gioia per l’approvazione del decreto che ora passerà alle votazioni del Senato per essere definitivamente approvata. Fa sorridere vedere la composizione dei 139 astenuti. Inutile forse dover specificare chi siano ma lo facciamo per dovere di cronaca. Si tratta di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

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La coalizione che da pochi mesi siede all’opposizione ha perso una buona occasione per dimostrare di giudicare in maniera obiettiva le proposte che gli si parano davanti e prendere seriamente il proprio lavoro. Non votare a favore di una legge del genere dimostra per l’ennesima volta come alla coalizione del centro destra dell’ambiente, e più in generale del buon senso, importi poco o niente. A poco serve andare in televisione a dire “io ci tengo all’ambiente”, come ha fatto Salvini durante il testa a testa con Matteo Renzi a Porta a Porta, se poi quando si vanno ad analizzare i fatti la coerenza diventa un optional di cui poter fare a meno. Hanno votato a favore tutte le altre forze presenti in parlamento.

Cosa dice il DDL salvamare

L’obiettivo dichiarato del provvedimento è quello di andare a coprire un buco normativo piuttosto singolare. Ai pescatori era vietato riportare a terra i rifiuti, plastici e non solo, che venivano accidentalmente portati a bordo. Genera sgomento apprendere che questi, fino ad oggi, dovevano essere rigettati in mare, pena delle multe molto salate. Il testo, lievemente modificato prima della discussione alla Camera, comprende anche una parte relativa alle biomasse vegetali. Anche queste potranno essere infatti riportate a terra in modo che possano essere valorizzate e, tra le altre cose, produrre energia.

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Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha così commentato il risultato ottenuto: “L’approvazione della legge Salvamare alla Camera ci rende particolarmente felici perché rappresenta un tassello fondamentale per il nostro progetto di liberare il mare dai rifiuti e dalla plastica […] la Commissione Ambiente della Camera ha sostanzialmente migliorato l’impianto normativo e adesso riponiamo le nostre speranze nel Senato per un’approvazione rapida di questa legge importantissima per la salute del mare”.

Bene la lotta alla plastica, ma come la mettiamo col resto?

La lotta alla plastica è sicuramente uno dei temi ambientali che più ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. L’approvazione di questa legge è probabilmente volta anche ad intercettare questa dimostrazione di interesse da parte della popolazione. Il passaggio di questo decreto è tuttavia una vittoria del buon senso, vista l’assurdità delle restrizioni precedentemente in vigore. E ben vengano provvedimenti di questo tipo.

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Resta tuttavia un grosso vuoto da colmare affinché le politiche ambientali siano congrue alla crisi climatica in atto. La lotta alla plastica e quella al cambiamento climatico vengono spesso messe sullo stesso piano, quando in realtà una è un piccolo sottoinsieme dell’altra. Risolvere il primo avrà un impatto non particolarmente incisivo sul secondo. La plastica in sé per sé, sebbene sia un derivato del petrolio e rechi effettivamente dei danni all’ambiente sotto diversi punti di vista, ha un contributo molto basso in termini di immissione di CO2 in atmosfera a livello assoluto. Per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, dunque, sarebbero ben altre le misure da prendere in considerazione.

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Una strategia di mitigazione degli effetti del riscaldamento globale passa inevitabilmente, oltre che da un forte miglioramento dei processi di economia circolare, anche dalla decarbonizzazione del settore energetico e della mobilità, da normative più stringenti nel settore agricolo e da massicci progetti di riforestazione. Dare la possibilità ai pescatori di riportare la plastica a terra è sicuramente un fatto positivo e da festeggiare. Tuttavia non va dimenticato che solo qualche giorno fa è stato approvato un Decreto Clima che assomiglia tanto ad una presa in giro atta ad accaparrarsi i voti di qualche ambientalista male informato. Viva la lotta alla plastica, ma non usiamola per pulirci la coscienza su tutto il resto.

Boom dei Verdi alle elezioni in Svizzera

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La nuova sensibilità ecologica mossa dai movimenti ambientalisti sta iniziando ad ottenere i risultati sperati. Dopo il boom dei Verdi alle elezioni europee arriva un’altra vittoria in campo politico. Il risultato delle elezioni che si sono tenute in Svizzera nello scorso weekend ha visto infatti il partito ecologista, guidato da Regula Rytz, ottenere il miglior risultato della sua storia guadagnando il 13% dei consensi e rivelandosi la quarta forza in Parlamento.

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Regula Rytz, capo politico dei Verdi in Svizzera

I Verdi riscrivono la storia della politica Svizzera

I Verdi hanno di fatto riscritto la storia delle elezioni in Svizzera. Da quando, nel 2019, è stato istituito il modello proporzionale mai nessun partito era riuscito ad incrementare così tanto il numero dei seggi in parlamento nell’arco di una sola tornata elettorale. Il partito ecologista ha visto incrementare il numero dei propri seggi dai 9 della precedente legislatura ai 26 di questa, migliorando il proprio bottino di 16 punti.

Ma le buone notizie non finiscono qua. C’era un’altra lista ecologista, quella dei Verdi Liberali. Anche in questo caso i risultati hanno dato ragione a chi sta puntando forte sull’ecologia anche in ambito politico. Dopo il deludente 4,6% delle elezioni politiche del 2015, il partito guidato da Jurg Grossen è riuscito ad incrementare il proprio consenso di più di 3 punti percentuali (7,99%). Risultato che gli consentirà di entrare in parlamento con 15 seggi rispetto ai 7 del precedente governo. Sommando i risultati dei due partiti si ottiene una percentuale del 21%. Ciò significa che 1 persona su 5 in Svizzera reputa la lotta ai cambiamenti climatici come prioritaria rispetto alle altre.

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Parallelamente all’ascesa dei partiti filoecologisti si è verificato un calo dei consensi per tutti gli altri. L’UDC, nonostante una perdita del 4% dei consensi rispetto alle elezioni 2015, si è confermato come primo partito con il 25,8% dei voti. A seguire PS con 16,6%, in calo del 2%, e PLR con 15,3% (-1%).

Dopo le Europee i Verdi esultano anche in Svizzera

Già abbiamo assistito ad un risultato sorprendente degli European Greens in sede di elezioni europee. Il Partito ecologista era infatti risultato essere il secondo più votato in Germania, il terzo in Francia ed aveva sforato il tetto del 10% in tanti altri paesi come Finlandia (16%), Lussemburgo (19%), Regno Unito (11%), Svezia (11%), Olanda (10%), Irlanda (13%), Danimarca (13%), Repubblica Ceca (11%) e Austria (14%).

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Quella che arriva dalla Svizzera è dunque un’ulteriore conferma dell’impatto che i movimenti ambientalisti stanno avendo sulla società. Nella maggior parte dei paesi Europei sta nascendo una sensibilità ecologica senza precedenti. L’urgenza del problema dei cambiamenti climatici sta iniziando ad essere compreso anche dall’elettorato.

E i Verdi italiani?

La nota negativa di questa ondata Verde Europea giace proprio nel nostro paese. I Verdi italiani faticano infatti ad attirare elettori, come confermato dal 2,7% ottenuto alle scorse Europee. Un dato poco rassicurante e che, verosimilmente, è frutto di qualche errore visto il crescente consenso che gli Euopean Greens stanno ottenendo in tutto il continente. Nota positiva di questi ultimi tempi è tuttavia un sondaggio commissionato dall’ONG Hope not Hate che ha rivelato come il cambiamento climatico sia tra le principali dell’80% degli italiani.

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Una tendenza che, però, non si è ancora tradotta in una vera e propria rivoluzione elettorale ma che ha quanto meno spinto i nostri politici di primo livello ad iniziare a mettere mano al problema. Resta da vedere se questa attenzione sia davvero risultato di una nuova coscienza ambientalista o se, invece, sia atta solo ad attirare i consensi degli elettori più attenti al tema dei cambiamenti climatici. L’inizio non è stato granché, con l’approvazione di un Decreto Clima che non è in alcun modo adatto ad affrontare la crisi climatica in atto.

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Restano comunque ancora grandi speranze per quanto riguarda l’operato dei prossimi 5 anni in Consiglio Europeo, dove i sorprendenti risultati delle scorse elezioni potrebbero davvero iniziare a fare la differenza. In attesa della proposta del nuovo “Green New Deal” europeo non ci resta che gioire per l’ennesimo risultato sorprendente dell’ambientalismo in campo politico. Se a un solo anno dalla nascita di Fridays For Future ed Extinction Rebellion i risultati sono questi, è più che lecito sperare. I risultati in campo politico stanno iniziando a darci ragione. Speriamo di poterne vedere gli effetti nel più breve tempo possibile. D’altronde se è proprio il verde il colore della speranza, forse un motivo ci sarà.

Aggiornamento su Extinction Rebellion: 1.400 arresti a Londra

Continuano le proteste e le azioni di disturbo del movimento ambientalista Extinction Rebellion. Dopo 11 giorni dall’inizio delle manifestazioni le istituzioni stanno iniziando a dare le prime risposte. Purtroppo, però, non sono quelle che si aspettavano gli attivisti. Nel Regno Unito sono già più di 1.400 gli arresti. Ma XR non ha alcuna intenzione di fermarsi.

Leggi il nostro articolo: “Google finanzia compagnie negazioniste. La rivelazione del Guardian”

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Non solo arresti. Sgomberato anche un climate camp di Extinction Rebellion

Le forze dell’ordine inglesi sono state incaricate dal governo di iniziare ad usare il pugno duro contro i manifestanti. Così, nella notte tra il 14 ed il 15 ottobre, la polizia ha iniziato a sgomberare il climate camp di Trafalgar Square. Alcuni attivisti hanno deciso di incatenarsi per non essere portati via. Altri hanno invece raccolto le proprie cose per spostarsi in altre zone della città occupate da XR.

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Il tutto, come sempre, in maniera totalmente pacifica e non violenta. Immediate le critiche dei portavoce dell’organizzazione: “Le persone hanno il diritto di protestare e ciò che stanno facendo è potenzialmente illegittimo”. Molti protestanti si sono trasferiti al campo base di Vauxhall ma non è da escludere che ben presto anche quell’area venga sgomberata.

Anche George Monbiot in manette

Il celebre giornalista George Mobiot, collaboratore del Guardian e non solo, si è già da tempo apertamente schierato a favore delle proteste.

Solamente qualche settimana fa ha iniziato a circolare in rete un video di sensibilizzazione sul tema del climate change in cui compare proprio Monbiot insieme a Greta Thunberg. Nella giornata del 16 ottobre il giornalista inglese ha deciso deliberatamente di farsi arrestare, come confermato anche da un suo articolo pubblicato sul Guardian lo stesso giorno: “Da nessuna parte sulla faccia della Terra le azioni dei governi sono proporzionali alla catastrofe che dovremo affrontare. Uno dei problemi principali è proprio l’assenza di dibattito sul tema e la necessità di informare l’opinione pubblica riguardo questa crisi”.

Più di 1.000 arresti anche tra gli attivisti di Extinction Rebellion a Bruxelles

Le proteste proseguono, non solo nella capitale inglese, ma anche in altre 60 città sparse in tutto il globo. Le peggiori immagini provengono però da Bruxelles, città simbolo dell’Unione Europea. Proprio lì dove andrebbero prese le più radicali decisioni su come affrontare il problema dei cambiamenti climatici la polizia ha provato ad allontanare i protestanti dalle aree occupate utilizzando dei cannoni ad acqua.

Come se non fosse abbastanza, e visto il perdurare delle proteste, i manifestanti sono stati colpiti anche da spray urticanti. Gli arresti di attivisti di Extinction Rebellion, anche nella capitale belga, sono più di 1.000. Una serie di contromisure a dir poco esagerate se si pensa che si tratta di una protesta totalmente pacifica e non-violenta che ha il solo scopo di reclamare a gran voce un diritto al futuro che, fino a quando non cambierà nessun atteggiamento da parte delle istituzioni, ad oggi viene calpestato ogni giorno che passa.

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La resistenza di Extinction Rebellion. Non basteranno un migliao di arresti

Nonostante si trovino di fronte ad una situazione che potrebbe degenerare da un momento all’altro, gli attivisti di Extinction Rebellion stanno dando un grande esempio di coerenza e fermezza a tutto il mondo. Non ci sono arresti o cannoni ad acqua che tengano. I protestanti proseguono imperterriti con le loro attività di disturbo. Hanno infatti più volte dichiarato che non si fermeranno fino a quando non saranno accolte le loro richieste. Poco importa se il prezzo da pagare darà alto.

Il movimento, nato meno di un anno fa, si aggrappa a dei forti ideali e ad una organizzazione di ferro. Tutti gli attivisti vengono costantemente formati, soprattutto per quanto riguarda il concetto della non-violenza. Sui canali social dell’organizzazione è anche spuntato un video in cui due manifestanti sono saliti sul tetto di un treno della Metropolitana londinese con diversi cittadini intenti a lanciargli oggetti per farli desistere. Le proteste continuano e noi continueremo ad aggiornarvi. Se lo scopo è quello di far cambiare marcia alle istituzioni riguardo la crisi climatica, non resta che continuare a manifestare. Prima o poi dovranno ascoltare.

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Giornata mondiale del cibo. 10 anni dopo la riforma della FAO

Oggi è il “World Food Day”, la giornata internazionale dedicata a cibo e alimentazione. Come ogni anno in questa occasione, la sede centrale della FAO a Roma ospita una settimana di eventi su questa tematica. In particolare, è in corso il Summit annuale del CFS (Committee on World Food Security), l’organismo esecutivo che si occupa di sicurezza alimentare a livello globale. In Italia pochi sanno che, fra i tanti organismi di cui è composta l’ONU, la FAO è stata l’unica a intraprendere un percorso di riforma dopo la grande crisi del 2008-2009. Infatti, il suo organismo interno, denominato CFS, è stato interamente ripensato per rispondere alle seguenti domande: perché è avvenuta la crisi? Quali mancanze ci sono state in termini di sicurezza alimentare? Che cosa possiamo fare per evitarne un’altra? Il punto focale della riforma risiede nell’inclusione della società civile, fino ad allora esclusa da qualsiasi decisione presa in materia di cibo.

Sovranità alimentare: accesso e controllo del cibo

Il CFS è stato fondato nel 1974 come organismo intergovernativo interno alla FAO con lo scopo di monitorare le politiche sulla sicurezza alimentare nel mondo. È poi diventato un ente autonomo nel 2009 a seguito della crisi, che ha avuto tragici risvolti dal punto di vista della sicurezza alimentare. Si calcola infatti che nel solo 2008 il numero di persone che soffrono per la fame crebbe da 800 milioni a 1 miliardo. In quegli anni si era già diffusa la necessità di un cambio di rotta, soprattutto spinto dal movimento internazionale La Via Campesina. È in quel periodo che si inizia sostituire il termine “sicurezza alimentare” con “sovranità alimentare”: con il primo si intendeva il diritto all’accesso fisico, sociale ed economico al cibo; introducendo la parola “sovranità” si è invece voluto porre l’accento sul diritto ad accedere e controllare le risorse alimentari, mettendo quindi in discussione dove, come e da chi viene prodotto il cibo.

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Questo movimento ha spinto l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cibo, la FAO appunto, a prendere importanti decisioni per fronteggiare la crisi allora in atto ed evitarne altre in futuro. Il CFS è stato riorganizzato in modo tale che le persone della società civile – agricoltori, pescatori, allevatori, consumatori, accademici – potessero partecipare alle decisioni che vengono prese sulla sicurezza alimentare. Perché gli accordi e i trattati definiti all’interno della FAO si ripercuotono sulla vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo. Per non dire miliardi, dato che ognuno di noi è in qualche modo parte della filiera del cibo, anche solo come consumatore finale.

Cibo e clima. Il ruolo chiave della società civile

Per questo motivo la riforma del CFS ha previsto un organismo interno, il Civil Society Mechanism (CSM) grazie al quale i membri della società civile possono avere voce in capitolo al pari degli altri apparati: gli Stati Membri, i soggetti privati e le organizzazioni filantropiche come la Bill and Melinda Gates Foundation. Il CSM sta svolgendo un ruolo chiave perché ha portato in primo piano l’esigenza di collegare la sovranità alimentare con il cambiamento climatico. Come precedentemente attestato dal nostro blog, il sistema alimentare è una delle maggiori cause dell’attuale crisi climatica, con un impatto stimabile fra il 14 e il 50%, se si tengono conto di tutti gli aspetti coinvolti in filiera (fertilizzanti chimici nei campi, stoccaggio, trasporto, distribuzione e gestione rifiuti). Viceversa, la crisi climatica sta enormemente incidendo sulla produzione di cibo per eventi estremi come cicloni, siccità e inondazioni.

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L’Obiettivo numero 2 dell’Agenda 2030 prevede di “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”. Il CSM ha avanzato con grande forza la necessità di indirizzare il sistema del cibo verso metodi biologici che siano allo stesso tempo rispettosi per l’ambiente e per le comunità in cui gli alimenti vengono prodotti. Ad esempio, il tema del Forum di quest’anno è l’agroecologia, un approccio “socialmente giusto verso un’agricoltura sostenibile”. L’agroecologia cerca di imitare i cicli naturali della Terra invece che introdurre input esterni come i pesticidi chimici. Inoltre, mette in primo piano le conoscenze detenute dagli agricoltori invece che imporre teorie “scientifiche” costruite in modo artificiale dentro laboratori o università.

Una conoscenza “dal basso”

Un altro punto fondamentale della riforma del CFS è stato infatti il riconoscimento che la crisi è stata fomentata da diverse teorie cosiddette “scientifiche”, che si sono rivelate parziali o totalmente scorrette. Per questo, oltre all’inclusione della società civile, il nuovo CFS ha visto un’importante innovazione nel modo in cui raccoglie i dati. I Report che vengono presentati ed approvati nelle sessioni annuali di ottobre sono redatti da un comitato di esperti, HLPE (High Level Panel of Experts), il quale basa le proprie analisi su conoscenze provenienti sia dal mondo accademico “scientifico”, sia dalla diretta esperienza di agricoltori e membri della società civile. Il suo scopo è quindi fornire delle linee guida che siano quanto più comprensive e diversificate possibili, con il coinvolgimento diretto di chi contribuisce al sistema alimentare nella vita quotidiana.

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Ovviamente la riforma appena descritta non ha eradicato la fame del mondo nel giro di un decennio. Anzi, se guardiamo gli ultimi dati rilasciati, si attesta un preoccupante aumento delle persone che non hanno accesso al cibo o muoiono per malattie legate all’alimentazione. Più di 820 milioni di individui che non hanno da mangiare, un numero in crescita per il terzo anno consecutivo. A tal punto che l’ONU ha dichiarato che l’obiettivo di azzerare la fame (#ZeroHunger) entro il 2030 è una “sfida immensa”. Alcuni infatti hanno criticato le celebrazioni di oggi e hanno suggerito di rinominare la giornata sostituendo la parola cibo con fame: “World Hunger Day”.

Il cibo come diritto di tutti

D’altra parte però, la riforma ha sicuramente portato una nuova visione e le decisioni vengono prese tramite modalità innovative, con il diretto coinvolgimento di gente comune. In questo modo vengono trattate tematiche che prima erano semplicemente ignorate. I diritti e la sovranità alimentare sono in primo piano, la crisi climatica è costantemente nominata e si propongono soluzioni dieci anni fa inimmaginabili, come ad esempio l’agroecologia. In quanto cittadini e consumatori, è importante essere a conoscenza di questa riforma e di monitorare eventuali evoluzioni. Nel frattempo, nella giornata mondiale dedicata al cibo e alla nutrizione, ricordiamo che le nostre scelte quotidiane in materia di cibo incidono enormemente sul cambiamento climatico. Scegliere dove e come riempire il carrello della spesa è il primo passo per dare un vero significato a questa giornata.

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Approvato il Decreto Clima. Ma è un’ennesima delusione

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Il decreto Clima, che dovrebbe dare il via al Green New Deal annunciato allo stanziarsi del nuovo governo, è appena stato approvato dal ministro dell’ambiente Sergio Costa. Si tratta niente più che un fondo monetario stanziato dall’Unione Europea e che l’Italia può sfruttare per iniziative a favore dell’ambiente.

Quanti soldi?

L’ammontare del fondo è di 450 milioni di euro che, di primo impatto, sembrano moltissimi. Bisogna però da notare che i fondi richiesti da Angela Merkel per il decreto clima in Germania sono 50 miliardi di euro entro il 2021 e 100 miliardi entro il 2030. I nostri, quindi, sono meno di un centesimo di quelli tedeschi. Infatti, le proposte a favore dell’ambiente presenti nel decreto sono altrettanto esigui.

Il più chiacchierato è sicuramente la possibilità, per chi vuole rottamare la propria auto da Euro 0 a Euro 3 e i motorini (Euro 2 e Euro 3), di beneficiare di un bonus mobilità per acquistare biciclette o abbonamenti per mezzi pubblici. Il bonus avrà un valore dai 500 euro ai 1500 euro, che devono essere utilizzati entro i successivi tre anni da qualunque componente della famiglia dell’intestatario del veicolo rottamato. Il nuovo mezzo inoltre non entrerà a far parte del reddito disponibile, quindi non sarà tassato

Il lato oscuro del bonus mobilità

Il lato oscuro di questo bonus consiste nel fatto che, innanzi tutto, è destinato solo ai cittadini che risiedono in comuni che superano i limiti di emissioni inquinanti indicati dalla normativa europea sulla qualità dell’aria. Quindi, invece di agire sulla prevenzione e sulla riduzione dell’inquinamento, il bonus è finalizzato a limitare (di poco) i danni già presenti.

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In secondo luogo, il bonus può essere riscattato solo se il mezzo non viene sostituito con un altro mezzo di trasporto a motore. Come si legge su vaielettrico.it, il bonus potrà essere riscattato da un numero limitatissimo di cittadini in possesso di un veicolo di valore zero e senza necessità di rimpiazzarlo. Non avrà nessun effetto di stimolo per il mercato auto e moto elettrici, quindi non stimolerà investimenti e sviluppi delle case automobilistiche. Una buona idea, a nostro parere, sarebbe stata quella di inserire incentivi alla conversione in elettrico di vecchi veicoli termici inquinanti.

Città: trasporto pubblico e commercianti

40 milioni di euro saranno poi destinati ai Comuni per la realizzazione, prolungamento, l’ammodernamento delle corsie preferenziali per il trasporto pubblico locale. Le corsie preferenziali sono sì utili per un più efficiente trasporto pubblico, ma sarebbe forse stato più giusto investire soldi per la sostituzione dei mezzi a motore con quelli elettrici. Per il trasporto scolastico, invece, saranno stanziati alcuni finanziamenti per mezzi ibridi, elettrici o non inferiori a Euro 6.

Trenta milioni di euro, inoltre, saranno destinati alla piantumazione di alberi e alla creazione di foreste, orizzontali e verticali, nelle città. Verranno anche aumentati i poteri e le risorse dei commissari che si occupano delle bonifiche delle discariche abusive e della depurazione delle acque. Un problema, questo, piuttosto grave nella nostra nazione. L’Unione Europea aveva infatti ripreso l’Italia poiché 237 agglomerati urbani non disponevano di adeguati sistemi di raccolta e trattamento delle acque di scarico.

I commercianti che decideranno di allestire un “green corner”, ovvero un reparto con prodotti sfusi, potranno ricevere fino a 5mila euro (venti milioni in totale).

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Infine, un milione e mezzo di euro saranno destinati allIspra (l’istituto superiore per la ricerca ambientale di cui si avvale il ministero dell’Ambiente). Con questi soldi realizzerà un database pubblico, liberamente consultabile, contenente i dati ambientali di tutto il Paese.

Le polemiche degli ambientalisti

Come già abbiamo accennato, questo decreto ha sollevato non poche polemiche, in primis dal direttore esecutivo di Greenpeace Giuseppe Onufrio: “non è un decreto sul clima, dato che inciderà davvero molto poco sulla lotta all’emergenza climatica in corso, per cui occorrerebbero provvedimenti ben più radicali”. La politica energetica italiana infatti vede ancora il gas naturale al centro del sistema. Come conferma il recente rapporto dell’Asvis, nell’ultimo quinquennio le emissioni di CO2 da parte delle imprese italiane sono tornate a crescere.

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Anche il movimento italiano Fridays For Future ha fatto sentire la sua voce, protestando contro il fatto che inizialmente il decreto sul clima avrebbe dovuto tagliare i fondi ai combustibili fossili, oltre che aver imposto l’obiettivo di emissioni zero entro il 2030. Questi provvedimenti però sono stati cancellati. Così come è sparita dalla decreto l’intenzione di creare un Comitato interministeriale sui cambiamenti climatici e di un Cipe, (il comitato interministeriale per la programmazione economica) “verde” per ingenti investimenti pubblici. Secondo FFF, quindi, questo è sostanzialmente un non-piano, una falsa partenza da parte del nuovo governo.

Costa, dal canto suo, ha affermato che questo è solo l’inizio, tanto che all’interno del decreto vi è un l’intenzione di creare un piano strategico nazionale entro 60 giorni per il contrasto ai cambiamenti climatici. “Una vergogna“, secondo Angelo Bonelli dei Verdi. Se è “un primo passo”, come ha detto il ministro per l’Ambiente Sergio Costa, è davvero timido.