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Google finanzia compagnie negazioniste. La rivelazione del Guardian

Il Guardian, si sa, non ha mai troppi peli sulla lingua. Nemmeno quando si tratta di smascherare e criticare una delle più importanti e potenti compagnie del mondo: Google.

Nomi e cognomi

Secondo il giornale inglese, infatti, Google avrebbe negli anni finanziato molte compagnie e associazioni negazioniste. Prima tra tutte la Competitive Enterprise Institute (CEI), un gruppo politico conservatore che ha svolto un ruolo cruciale nel convincere Trump ad uscire dall’accordo di Parigi. Google è anche uno degli sponsor dello State Policy Network (SPN), un’organizzazione che ha di recente aperto un sito “impegnato per il clima” dove negano apertamente l’esistenza di una crisi climatica. E ancora, Google finanzia l’American Conservative Union, il cui presidente, Matt Schlapp, ha lavorato per dieci anni nella multinazionale Koch Industries e anch’egli ha influenzato le politiche contro l’ambiente alla Casa Bianca.

Google ha anche donato soldi al Cato Institute, che si è opposto alla legislazione sul clima. Anche il Mercatus Center, un thinktank finanziato da Koch riceve denaro dalla compagnia regina di Internet, e così anche la Heritage Action, un gruppo che ha contribuito alla diffusione delle false informazioni sul clima.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

La difesa di Google

Google, comunque, non si è fatto troppi problemi a rendere pubblica la lista delle compagnie da esso finanziate. Complice è sicuramente il fatto che dal 2007 Google opera come società a emissioni zero. Inoltre, per il secondo anno consecutivo ha utilizzato 100% di energia rinnovabile per le operazioni globali. La società ha anche dichiarato di aver esplicitamente richiesto “un’azione forte” alla conferenza sul clima di Parigi nel 2015 e ha sponsorizzato il vertice Global Climate Action a San Francisco dell’anno scorso.

In risposta alle recenti accuse, poi, Google si difende dicendo che, se sponsorizza organizzazioni indiscriminatamente dalle loro posizioni politiche, purché sostengano una forte politica energetica. Inoltre, afferma un portavoce di Google, “siamo stati estremamente chiari sul fatto che, anche se sponsorizziamo un’azienda, non significa che concordiamo con le loro idee“.

Il vero motivo

Per Google, però, fornire sostegno finanziario a gruppi come il CEI e il Cato Institute, è soltanto un tentativo di ottenere il favore dei conservatori a Washington. Vi è infatti una sezione della legislazione degli Uniti che deve essere difesa, poiché vale miliardi di dollari per l’azienda. La legge – nota come sezione 230 del Communications Decency Act – è stata istituita negli anni ’90, quando Internet era appena agli inizi. La legge offriva l’immunità legale alla società per commenti di terze parti, considerandole a tutti gli effetti distributori di contenuti e non editori. In questo modo giganti come Google e Facebook sono potuti crescere smisuratamente senza intoppi e così continueranno a fare.

Attivisti ambientalisti e altri critici affermano però che, per un’azienda che dichiara di sostenere la lotta ai cambiamenti climatici, tali compromessi non sono accettabili. Sheldon Whitehouse è un senatore democratico del Rhode Island e uno dei fautori più entusiasti dell’azione climatica al Congresso. Egli ha affermato che “dovrebbe essere squalificante sostenere chi nega la crisi climatica”. Google dovrebbe imporsi e, alle organizzazioni commerciale alle lobby che interferiscono nella lotta ai cambiamenti climatici, dovrebbe dire “noi siamo fuori”. Punto.

Leggi il nostro articolo: “Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico”.

Il Guardian ha infine denunciato la contraddizione, da parte di Google, di vantare una politica di “trasparenza”, ma poi, alla domanda “quanti soldi date a queste aziende?” Google non ha voluto rispondere.

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