La Polonia soffoca nello smog

Emissioni da una fabbrica

Clima polacco

In Polonia l’aria è incredibilmente inquinata. Come ben sa chi è stato a Varsavia, specialmente durante l’estate, entrando nella capitale polacca da una delle sue numerose autostrade, non occorre far altro che alzare gli occhi verso il cielo per notare una densa foschia. Per il 60% dei polacchi, coloro i quali vivono nelle aree urbane e più densamente popolate, la bella stagione non porta con sé solamente il caldo. Bensì anche la consapevolezza di come le loro case si trovino sotto una tangibile coltre di smog.

Per quanto la situazione possa apparire grave in estate, è in realtà durante l’inverno che il problema raggiunge il suo punto apicale. In alcune zone della Polonia, come ad esempio a Cracovia, nel sud, la gente dice che l’aria è tanto spessa che si può mordere. Lo dicono scherzando ma con la tipica amarezza di chi sa che proprio scherzando si afferma una parte di verità. Lo stato polacco è casa soltanto al 5% della popolazione del nostro continente, eppure la Polonia conta ben 33 delle 50 città più inquinate d’Europa. Non si tratta certo di un record invidiabile.

Smog a Varsavia. Foto: Tech Media

Il movimento ecologista in Polonia

Lo stato ha sempre avuto un movimento ecologista, sin da quando ha spezzato le opprimenti catene del dominio sovietico, entrando a far parte della CSI prima e della UE poi. Tale corrente è però stata fisiologicamente composta da gruppi piccoli e sfortunatamente ben poco influenti. Seguendo i movimenti mondiali, ad ogni modo, l’attivismo ecologista polacco si è evoluto, si è trasformato, nel corso degli ultimi anni. Sulla scena politica del Paese si sono diffusi gruppi come Youth Climate Strike, il movimento di origine studentesca che sciopera per il clima, ed Extinction Rebellion Poland. Entrambi i gruppi hanno stupito l’opinione pubblica, riuscendo ad organizzare grandi manifestazioni popolari nel paese, le quali hanno coinvolto tanto i veterani dell’attivismo ambientalista quanto la classe dirigente.

Il logo del gruppo Extinction Rebellion. Foto: Facebook Extinction Rebellion Polska

Una politica sorda

Sebbene gli attivisti polacchi, coadiuvati dalle ong e dagli scienziati che operano nel paese diano instancabilmente voce alle preoccupazioni, sempre più serie qui come in tutto il pianeta, dei cittadini per l’ambiente, il governo conservatore continua strenuamente ad opporsi ad ogni iniziativa volta a ridurre lo sfruttamento del carbone. In Polonia detiene il potere il partito Diritto e Giustizia (PIS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, noto per le sue posizioni fortemente destrorse e conservatrici. Il Presidente della Repubblica è Andrzej Duda, contro il quale la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione, nel 2017, a seguito di un tentativo di accentramento dei poteri di nomina e selezione dei magistrati sulla figura del Presidente.

A causa di questa ottusità governativa, è in corso in Polonia un duro scontro sulla tematica ambientale. Per utilizzare le parole del partito dei verdi polacco, entrato in Parlamento a seguito delle elezioni dell’ottobre 2019: “Il governo non sta facendo nulla. E’ come se si limitasse a spostare le sedie sul Titanic mentre il transatlantico affonda.”

Jaroslaw Kaczinsky (sinistra) e Andrzej Duda (destra). Foto: Tok FM

I problemi ambientali in Polonia

L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che, nel corso del solo anno 2015, siano morti prematuramente, a causa di disturbi riconducibili all’inquinamento atmosferico, circa 45mila polacchi. La scarsa attenzione ambientale ha fatto in modo che si creasse un’area denominata deserto di Bledow. La deforestazione e la forsennata raccolta del legname, in questa zona, associate allo svuotamento della sottostante falda acquifera ha causato la scomparsa pressoché totale della vegetazione. Lo sfruttamento della zona di Bledow non è storia recente. Si può infatti ricondurre ad attività minerarie iniziate nel medioevo. Ora il cambiamento climatico ha aggravato la situazione, portando a periodi di siccità estremi e sempre più frequenti.

Secondo gli ecologisti nessun governo, oggi come nel passato, ha mai fatto abbastanza per fronteggiare l’emergenza ambientale. A detta di molti poi, le politiche del governo a guida PIS starebbero complicando ancor di più la lotta al cambiamento climatico che incombe.

Lo smog a Cracovia

Scelte anacronistiche

Il PIS è primo partito in Polonia dal 2005. Nel corso del suo governo ha dapprima varato l’apertura di nuove miniere carbonifere in Slesia; in seguito ha consentito lo sfruttamento del legname della foresta di Bialowieza, una delle ultime foreste vergini europee e infine, evidentemente non pago, ha deliberato una severissima normativa sui parchi eolici, considerata da alcuni analisti ed esperti delle rinnovabili come il maggior ostacolo possibile allo sviluppo di forme di energia pulita nel paese.

Non contento di ciò, il partito ha anche proposto grandi piani infrastrutturali, quali cementificazioni e nuove costruzioni per milioni di metri cubi, inevitabilmente destinati a danneggiare gravemente, probabilmente in maniera persino strutturale, l’ambiente. Spicca, se così vogliam dire, il canale che dovrebbe attraversare lo stretto promontorio della Vistola. Lo sciagurato progetto, lungo oltre un chilometro, potrebbe seriamente compromettere l’habitat della fauna selvatica residente in loco. A cosa si devono queste francamente inspiegabili scelte? Ovviamente vi è dietro un cinico e preciso disegno politico.

La strategia di Diritto e Giustizia in Polonia

Il principale obiettivo politico di PIS è quello di non perdere il sostegno elettorale dei minatori e dell’industria dei combustibili fossili. Questa categoria è una potente lobby in Polonia, serbatoio di voti che fanno molta gola al partito, al fine di prolungare la propria egemonia. Nonostante sia cristallino a chiunque come la strategia ambientale del governo sia destinata ad avere un impatto enormemente negativo sul Paese, per il PIS contano di più le preferenze elettorali che il futuro dei propri figli. Una volta in più, appare evidente come il potere sia il principale avversario nella lotta al global warming.

Il logo del partito Diritto e Giustizia. Foto: Devdiscourse

Le mobilitazioni danno speranza

Di fronte alle prove, sempre più innegabili, dell’avanzamento pressoché indisturbato del cambiamento climatico, c’è una nuova generazione di ambientalisti in Polonia davvero determinata a farsi ascoltare. I nuclei vitali di Extinction Rebellion e Youth Climate Strike nel paese sono composti di ragazzi. Questi attivisti sono spesso alle prime esperienze in campo politico e sociale. Molte di queste persone confessano di essersi attivate in maniera tardiva, pur avendo nutrito da tempo preoccupazioni verso il clima.

Un esauriente articolo pubblicato sull’Internazionale 1343 ha riportato la voce di alcuni esponenti polacchi dei due gruppi ora citati: “C’è una bella differenza tra capire qualcosa con la testa e farlo con il cuore. Se ti fermi a pensare agli effetti della crisi climatica ti viene davvero da piangere.” Sono le parole di Przemek Siewior, 29 anni, militante da circa un paio di mesi di Extinction Rebellion Poland. A lui fa eco la giovane Ania Pawlowska, 16 anni, di Youth Climate Strike: “Non ero del tutto consapevole della portata del problema. Dopo il grande sciopero studentesco del 15 marzo 2019 ho capito davvero cosa c’è in gioco. Quel giorno sono rimasta terrorizzata. Mi sentivo davvero frustrata per non aver capito prima i rischi connessi al cambiamento climatico.”

Alla conclusione dell’intervista di Pawlowska è il caso di prestare attenzione: “Se è una cosa così importante, perché nessuno fa niente? Perché non me ne hanno parlato a scuola?”

Sciopero studentesco a Varsavia

Un cambiamento dal basso

In Polonia i nuovi attivisti parlano spesso dello shock provato quando si son resi conto della gravità della questione. Di come si sentano delusi, diciamo pure traditi dal loro governo. Per tal motivo, come molti loro colleghi in giro per il mondo, tendono a considerare il conflitto uno strumento utile per forzare il cambiamento. Per conflitto non s’intende certo una guerra, bensì le numerose forme di protesta pacifica organizzata, come ad esempio la disobbedienza civile, molto più efficaci degli scontri armati.

Il cambiamento climatico sembrerebbe essere diventato preoccupazione prioritaria in Polonia, anche per chi non fa parte di gruppi ecologisti. Durante la campagna elettorale dell’autunno 2019 oltre il 60% dei polacchi ha dichiarato che il cambiamento climatico va posto al centro del dibattito pubblico. Tale accresciuta consapevolezza si deve in primo luogo agli evidenti effetti del riscaldamento globale nel paese. La siccità ha infatti portato ad un sensibile aumento del prezzo dei generi alimentari (si parla di rincari fino al 6%, contro il fisiologico 2% della UE). Oltre a ciò, va considerato l’importante ruolo giocato dalle proteste giovanili di cui abbiamo scritto.

Quale futuro per la Polonia?

Le campagne dei gruppi ambientalisti, dunque, sembrerebbero aver già portato ad effetti concreti sulla società. I dibattiti sul clima in Polonia sono diventati frequenti e, di conseguenza, anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica a riguardo è cambiato. Gli ecologisti non appaiono più come strani, estremisti di sinistra, verdi lontani dalla politica vera e frichettoni che parlano solo di problemi astratti. Molte persone si dicono consapevoli, preoccupate e, soprattutto, ed è qui che va riposta la speranza, vogliono fare qualcosa di concreto.

Ciononostante, in Polonia e non solo, il divario tra le azioni governative e le misure auspicate da ambientalisti e scienziati, continua a crescere giorno dopo giorno. Riprendendo le parole del partito dei verdi polacco: “Dobbiamo cominciare subito a ridurre drasticamente le emissioni, cambiando il nostro sistema economico. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico dice che ci sono il 70% di possibilità di rispettare le soglie imposte dalla comunità scientifica se seguiamo le raccomandazioni fatte. Per il momento, però, non sembra che lo stiamo facendo.”

Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima

*Aggiornamento 24/02/2020: Sanders è arrivato primo a pari merito con Buttigeg in Iowa, conquistando il 26,2% dei voti. Ha vinto in New Hampshire con il 25,7% e ha stravinto in Nevada con il 47, 1% (88% dei voti scrutinati). Il 29 febbraio si voterà in South Carolina e il 3 marzo in ben 14 stati, in occasione del Super Tuesday.

Ieri, lunedì 23 febbraio, si è svolta la prima tornata delle primarie negli Stati Uniti. È infatti iniziata la fase dei caucus, le assemblee dei cittadini che esprimono la propria preferenza per i candidati dei due rispettivi partiti. Si è votato nel piccolo stato dell’Iowa, a cui seguiranno gli altri stati fino alle convention nazionali di luglio. Solo allora si sapranno i nomi ufficiali dei due sfidanti per la Casa Bianca. Per il partito repubblicano la vittoria di Trump in Iowa era scontata. Il risultato del voto del partito democratico invece non è ancora stato ufficializzato, ma il favorito risulterebbe il senatore Bernie Sanders. Si tratta solo del primo caucus, è vero, ma se Sanders diventasse presidente degli Stati Uniti sarebbe una grande notizia per il clima.

Bernie Sanders on Instagram. Photo Credit: Eric Kelly

L’ambiente al centro delle primarie democratiche

Le elezioni americane sono un processo lungo e complesso. Per capire cosa sono i caucus, può tornarvi utile il recente Dataroom di Milena Gabanelli. Nella scorsa notte è avvenuta la prima votazione nello stato dello Iowa e già ci sono state parecchie polemiche per il ritardo dei risultati. Gli unici dati finora disponibili corrispondono al 40% dei voti e provengono dallo staff di Sanders: il senatore del Vermont sarebbe in testa con il 29,66% dei voti, seguito da Buttigieg col 24,59%, Elizabeth Warren al 21,24% e Biden al 12,37%.

Ciò che interessa al nostro blog è capire quali di questi candidati abbiano dato priorità alla tematica ambientale. Infatti, aldilà di chi sarà il vincitore, è fondamentale sottolineare che la crisi climatica è diventata una questione fondamentale nei programmi del partito democratico. Tutti i favoriti hanno incluso nei loro programmi ingenti somme da investire in questa direzione. Buttigieg ha proposto un piano da 550 miliardi di dollari per tre fondi di conversione energetica. Il piano di Biden prevede 1.7 trilioni di dollari con l’obiettivo di rendere l’America a zero emissioni entro il 2050.

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Sanders e il clima: una battaglia decennale

Sanders e Warren si sono spinti oltre, aderendo all’idea di un “Green New Deal” che trasformi l’America in chiave ambientale. A onor di cronaca però, è bene sottolineare che Sanders ha intenzione di investire 16,3 trillioni di dollari, a fronte dei 3 trillioni annunciati dalla Warren. Inoltre, Sanders è l’unico candidato che parlava di crisi ambientale quando ancora nessuno sapeva cosa fosse. Già negli anni Ottanta, quando correva per diventare sindaco della sua città, Sanders reclamava la necessità per un “ambiente pulito e sicuro”. Fra le altre cose, è bene ricordare che Sanders nelle elezioni 2016 ha avuto anche il coraggio di parlare apertamente della crisi idrica di Flint, uno scandalo che ha macchiato la presidenza Obama e che è stato documentato nell’ultimo film di Michael Moore Fahrenheit 11/9. Moore sta attivamente facendo campagna elettorale a fianco di Sanders, assieme ad altri eminenti attivisti ambientali come Naomi Klein.

Il movimento Sunrise Movement appoggia ufficialmente Bernie Sanders

Sanders ha anche ricevuto l’appoggio ufficiale del Sunrise Movement, il corrispettivo di Fridays For Future in America. Il Sunrise Movement, in maniera simile a quanto fatto da GreenPeace, ha attentamente vagliato i piani dei tre principali candidati alle primarie democratiche – Sanders, Warren e Biden – e ha assegnato un punteggio per l’impegno di ognuno riguardo la tematica ambientale. I candidati sono stati comparati analizzando i seguenti criteri: il modo in cui parlano della crisi climatica, quanto ne parlano, il piano logistico con cui intendono portare avanti l’agenda climatica e le singole sezioni del Green New Deal abbracciate da ognuno di loro.

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Clima, istruzione, sanità: Sanders conquista le giovani generazioni

Nella classifica del Sunrise Movement, Bernie Sanders ha vinto la sfida, seguito da Elizabeth Warren. Joe Biden è nettamente distaccato dagli altri due: fra le altre cose, l’ex vice di Obama ritiene irrealistico fermare l’estrazione di gas e petrolio tramite il fracking. Anche la Warren è stata cauta su questo tema, mentre Sanders ritiene che sia indispensabile fermare qualsiasi nuova infrastruttura legata alle fonti fossili. Il Washington Post sottolinea che l’appoggio del popolare movimento ambientalista americano è rilevante. Sanders è considerato il candidato che con maggior tenacia rivendica l’urgenza di affrontare la crisi climatica. Molti elettori democratici considerano la battaglia climatica una vera e propria sfida intergenerazionale.

Infatti, Bernie Sanders, più di tutti gli altri, è riuscito a mobilizzare la fascia dei giovani sotto i 30 anni, da sempre restii al voto nella politica americana. Il messaggio di Sanders è chiaro e semplice, perché cerca di trasmettere una visione complessiva verso una società più giusta: nel suo piano sono infatti compresi anche il “Medicare For All”, il piano sanitario universale, e la cancellazione dei debiti universitari, che costringe molti giovani del paese ad essere indebitati prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Nel suo piano, condiviso costantemente con la giovane Alexandria Ocasio-Cortez, il clima viene visto come una tematica intersezionale: che interessa cioè, ambiente, educazione, salute e società nel suo insieme.

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L’appoggio degli scienziati

Il piano di Sanders è sicuramente ambizioso, poiché prevede un’America a zero emissioni entro il 2030. Biden lo ha spesso deriso dichiarando che “neppur un singolo scienziato pensa che questo piano possa funzionare”. In tutta risposta, Sanders ha riunito attorno a sé eminenti scienziati da tutto il paese, che hanno firmato e supportato il suo piano con queste parole: “non solo il tuo Green New Deal rispetta i limiti temporali dell’IPCC, ma le soluzioni che stai proponendo per risolvere la crisi climatica sono realistiche, necessarie e supportate dalla scienza. Dobbiamo proteggere l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il pianeta che chiamiamo casa”.

Molti scienziati hanno voluto supportare Sanders anche singolarmente, tramite i loro account social. Ad esempio, Peter Kalmus della NASA ha dichiarato: “Il piano climatico di Bernie è ambizioso? Si. È costoso? Si. Ma l’alternativa è perdere…bè, tutto. Dal mio punto di vista, la cosa che non è fattibile è non fare niente”.

Dall’America una speranza per tutto il mondo

In definitiva, quello di ieri è stato solo il primo round. La partita è ancora aperta e soprattutto, non è detta che chi vincerà le primarie democratiche sarà altrettanto capace di vincere la Casa Bianca nelle elezioni del 3 novembre prossimo. Eppure, osservando queste evoluzioni da un’ottica ambientalista, possiamo affermare che le elezioni americane stanno finalmente alzando il tiro sulla crisi climatica e sulla necessità di affrontarla il più velocemente possibile.

Non sappiamo se sarà Bernie Sanders a vincere, ma sicuramente gli va riconosciuto il merito di aver portato la questione ambientale al centro della programmazione democratica del paese più responsabile al mondo in termini di emissioni storiche e pro-capite. Di fronte alla realtà che abbiamo oggi, con un presidente americano che ritiene il cambiamento climatico una “bufala” e che ha sottratto l’America dagli impegni dell’Accordo di Parigi, possiamo aspettare speranzosi i risultati dell’Iowa, augurandoci che sia solo l’inizio di una rivoluzione climatica. Per l’America e per tutto il mondo.

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Giulio Regeni e l’ENI: il filo nero della mancata verità

Sono passati quattro anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo fra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Da allora, il percorso per trovare la verità sulla sua vicenda non si è mai fermato, soprattutto grazie alla tenacia dei familiari, della loro avvocata Ballerini e di Amnesty International. Il silenzio più pesante resta però quello della politica italiana. La ricerca della verità sul caso Regeni è infatti ostacolata dagli ottimi rapporti economici e commerciali che l’Italia ha con l’Egitto. In particolare, la posizione di ENI nel paese e la nostra dipendenza dal gas e dal petrolio egiziano precludono una netta presa di posizione che rispecchi i principi dello stato di diritto e il rispetto dei diritti umani.

4 anni senza Giulio Regeni

I genitori di Giulio, Paola e Claudio, hanno appena pubblicato un libro dal titolo Giulio fa cose. Nel testo ricordano il figlio nei suoi momenti più riservati, ma allo stesso tempo ribadiscono che la loro battaglia per la verità è “per tutte le Giulie e i Giuli del mondo”. Infatti, Giulio era un ragazzo brillante, conosceva 6 lingue e aveva alle spalle un passato di viaggi; come tanti altri coetanei era stato costretto a lasciare l’Italia per cercare lavoro altrove. La sua morte è legata alle ricerche che stava svolgendo sui sindacati indipendenti egiziani. Il governo di Al Sisi ha ammesso di aver tenuto Regeni sotto sorveglianza, ma ha sempre negato il proprio coinvolgimento nell’uccisione del ragazzo italiano. Perché la sua storia riguarda tutti noi?

Per trovare la risposta possiamo partire dalle interessanti riflessioni di alcuni ricercatori italiani e britannici, raccolte nel libro Minnena. L’Egitto, l’Europa e la ricerca dopo l’assassinio di Giulio Regeni. In uno dei capitoli, Elisabetta Brighi sostiene che “la giustizia per Giulio è stata sacrificata sull’altare dell’interesse nazionale”. Pochi mesi prima dell’uccisione di Regeni, L’ENI aveva scoperto il giacimento Zhor: l’azienda stessa l’ha definito “la più grande scoperta di gas mai effettuata nel Mediterraneo”. Il 21 febbraio 2016, esattamente 18 giorni dopo il ritrovamento del corpo di Giulio, il Ministero del Petrolio egiziano ufficializzò l’assegnazione del giacimento a favore dell’azienda italiana.

L’ENI e gli interessi italiani in Egitto

Il giacimento di Zhor ha svolto da allora un ruolo fondamentale nel rapporto fra l’Egitto e l’Italia. Nella conferenza stampa di inaugurazione, l’amministratore delegato di ENI Descalzi ha dichiarato che il nuovo contratto è frutto di “un matrimonio di lunghissima data”: “l’Egitto vede l’Italia come una nazione amica e vede l’Eni come il primo partner”. I dati del 2019 confermano questo connubio con un incremento in tutti i settori, dall’energia all’importazione di armi. Un articolo de Il Manifesto riporta una crescita del 31% nel 2019 per quanto riguarda le importazioni di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio e del +200% nelle importazioni di gas naturale.

Campagna di Fridays For Future Italia: #EniKiller

Fridays For Future Italia ha di recente denunciato le politiche dell’azienda petrolifera italiana con il lancio dello slogan #EniKiller. ENI era già stata presa di mira dal movimento per la giustizia climatica a causa della campagna Eni+1, che è costata all’azienda 5 milioni di multa per pubblicità ingannevole. Gli attivisti di Fridays For Future non si sono però fermati qui: hanno denunciato l’irresponsabilità degli investimenti presenti e futuri. Stando alle loro stime (riassunte in foto), ENI prevede 140 nuovi pozzi nel 2022 e 6,5 miliardi di investimenti nello sviluppo di riserve di idrocarburi, a fronte di soli 143 milioni per nuovi progetti di energia rinnovabile.

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La campagna di Fridays For Future: #EniKiller

I ragazzi che scioperano per il clima hanno anche rischiato di essere a loro volta denunciati; nella notte del 24 gennaio hanno imbrattato di volantini i vari distributori ENI di 25 città italiane. Il cartello recitava: “Chiuso per crisi climatica”. Inoltre, hanno dedicato lo sciopero dello scorso venerdì interamente alla questione ENI, perché non accettano più la sottomissione della politica italiana agli interessi economici che distruggono il pianeta. La loro protesta è diventata virale dopo l’uscita della notizia sull’educazione ambientale nelle scuole: la formazione sul cambiamento climatico, inizialmente promossa dall’ex ministro dell’istruzione Fioramonti, sarebbe di recente stata affidata ad ENI.

La vicenda di Giulio Regeni si inserisce in questo quadro politico, ancora fortemente legato agli interessi economici e sottoposto ad una logica di profitto a breve termine. Ciò che è successo al giovane ricercatore riguarda tutti noi: non è ammissibile trascurare la morte di un cittadino italiano in nome di un “interesse nazionale” che, nel 2020, risponda ancora a dei principi di mero profitto e totale insostenibilità ambientale. Le varie campagne che promuovono la ricerca della verità per Giulio sono finora state promosse da organismi della società civile, come Amnesty International. Anche Banca Etica ha di recente dedicato la sala riunioni della sua sede principale a Giulio, augurandosi che il 2020 sia l’anno in cui la verità venga finalmente alla luce.

La politica e l’ “interesse nazionale”

L’unico segnale di speranza da parte della politica è arrivato ad aprile 2019, con l’istituzione di una Commissione d’Inchiesta sul caso Regeni, fortemente voluta dal Presidente della Camera Fico. Alla Commissione della Camera sono stati dati 12 mesi di tempo per indagare “fatti, atti, condotte omissive che abbiano costituito ostacolo, ritardo o difficoltà all’accertamento giurisdizionale”. È ormai certo che le autorità egiziane abbiano avuto un ruolo principale in questa vicenda. Non si capisce come il lavoro della Commissione possa arrivare a certificare ciò e allo stesso tempo mantenere i solidi rapporti economici-commerciali sopra descritti.

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Il ritiro dell’ambasciatore italiano in Egitto sarebbe il minimo per rispettare il dolore dei familiari e dare un senso di credibilità a questa inchiesta. Dal canto loro, i cittadini possono aderire alla campagna per la verità e denunciare le politiche scellerate del nostro paese in materia ambientale. Non si può più giustificare l’operato dell’ENI con la semplice retorica “dà lavoro a molti italiani”; quei 6 miliardi e mezzo investiti per nuove esplorazioni potrebbero aggiungersi ai miseri 143 milioni dedicati alle energie rinnovabili. Inoltre, il caso Regeni presenta un chiaro esempio di violazione dei diritti umani. Come scrisse il direttore di Limes Lucio Caracciolo: “nessun paese può accettare che un suo cittadino sia rapito e massacrato dalla polizia di un altro Stato fermandosi alle proteste verbali. Se lo facesse, perderebbe ogni credibilità come partner politico ed economico”.

“Verità per Giulio Regeni”

Il nostro blog aderisce quindi alla campagna “Verità per Giulio Regeni” perchè si tratta di una vicenda dagli evidenti risvolti etici e ambientali. Chiedere verità per Giulio significa domandare un nuovo paradigma economico, energetico e sociale, che metta al centro le persone e l’ambiente, prima di ogni calcolo economico. Per Giulio, e per tutte le Giulie e i Giuli che abitano e abiteranno questo mondo.

Pif riporta a casa la bicicletta di Giulio Regeni. Video da La Repubblica

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UE stanzia mille miliardi per un’Europa carbon-free

europa

Durante una delle manifestazioni di Fridays For Future, una ragazza mostrava un cartello con scritto: “Dove metterai i tuoi soldi quando la tua banca sarà sott’acqua?” Dietro questo slogan d’impatto vi è un fondo, anzi un oceano di verità che l’Unione Europea non vuole più ignorare. Quindi, invece di lasciare i soldi bloccate nelle banche, che presto potranno essere vittima delle catastrofi naturali, decide di tentare il tutto per tutto e investirne una buona parte, (100 mila miliardi di euro), nella transizione sostenibile dell’Europa.

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Europa primo continente carbon neutral

La decisione è stata annunciata il 14 gennaio dalla Commissione Europea, la cui presidente Ursula von der Leyen aveva promesso che avrebbe guidato l’Europa verso un “Green New Deal“. Questo piano ha l’obiettivo di ridurre le emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030, e di azzerarle entro il 2050. Questo renderebbe l’Europa il primo continente al mondo con un’economia totalmente carbon neutral.

I 100 mila miliardi di euro però non arriveranno solamente dalle casse dell’Unione. Dal bilancio UE ne sarà presa solo la metà, che ammonta a 503 miliardi, da usare tra il 2021 e il 2027.

Un contributo importante verrà dai governi nazionali, ognuno dei quali metterà a disposizione 104 miliardi di euro.

Altri 279 miliardi arriveranno dal programma InvestEU, il cui scopo è quello di garantire un appoggio economico a chiunque voglia intraprendere iniziative sostenibili. In questo modo la Banca Europea per gli Investimenti, così come altri investitori privati, saranno più portarti a impegnare i loro soldi per iniziative green, che invece prima costituivano un alto fattore di rischio. Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha fieramente affermato che “quando si fanno investimenti occorre pensare verde”. :

Infine, 50 miliardi derivano dai fondi per l’innovazione e la modernizzazione, che sono finanziati con una parte dei proventi del sistema di scambio delle emissioni.

Il Green New Deal spiegato in un’immagine
@Commissione Europea

Un occhio di riguardo ai lavoratori

Una tale transizione, però, non può avvenire senza un occhio di riguardo verso i lavoratori. Le aziende che basano il loro funzionamento sul carbon fossile dovranno infatti apportare radicali cambiamenti, investendo molti soldi nella ricerca e nelle nuove tecnologie. Questi soldi spesso vengono tolti dalla busta paga dei dipendenti, che nei casi più estremi potranno anche perdere il lavoro.

Per supportare le aziende e i loro dipendenti in questa fase, quindi, l’Unione Europea ha stanziato 100 miliardi di euro dal 2021 al 2027, da destinare sia agli stati che ai privati. In dieci anni, si spera che possano ammontare a 147 miliardi. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha dichiarato che “Al centro del green deal europeo, che racchiude la nostra visione per un’Europa climate neutral entro il 2050, ci sono le persone. La trasformazione che ci si prospetta è senza precedenti e avrà successo solo se è giusta e va a beneficio di tutti”.

La Polonia e le nazioni carbonifere

Questo problema riguarderà in modo particolare nazioni che, come la Polonia, basano la loro economia interamente sui combustibili fossili. “Vogliamo consentire alle regioni carbonifere di abbracciare senza esitazione il Green Deal europeo”, ha affermato un alto funzionario della Commissione. “I lavoratori che perdono il lavoro dovrebbero essere aiutati per la riqualificazione. Ci sarà supporto per nuove infrastrutture, assistenza per la ricerca di lavoro, investimenti in nuove attività produttive. E anche le regioni in cui cesseranno le attività esistenti dovranno essere rigenerate” ha aggiunto.

La Polonia riceverà infatti ben 2 miliardi di euro dei 7,5 previsti dal Fondo per la Transizione Giusta. Secondo l’Ansa, entrata in possesso delle tabelle che sono state inviate agli ambasciatori, l’Italia riceverà 360 milioni di euro, ma dovrà versarne circa 900 per alimentare il fondo stesso.

Il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte si è complimentato con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e assicurandole che “l’Italia coglierà questa storica opportunità di crescita e lavoro, soprattutto per i giovani“.

Anche Paolo Gentiloni, attuale commissario all’Economia, ha dichiarato che l’Italia utilizzerà queste risorse per lo stabilimento dell‘ex Ilva di Taranto. Il commissario ha fatto presente come la Puglia e in particolare la zona di Taranto sia un’area in cui è necessaria la transizione verso l’utilizzo di energie carbon-free. Il che non vuol dire naturalmente che i problemi dell’Ilva saranno risolti dal Just Transition Fund, ma può essere sicuramente un grande aiuto.

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Per aiutare le piccole realtà nella transizione, entrano ancora in gioco l’InvestEU e la Banca Europea per gli Investimenti, che puntano a mobilitare rispettivamente 45 miliardi e 25-30 miliardi di capitali privati. Un’altra quota andrà poi a Stati e regioni con l’obiettivo di migliorare i trasporti, le infrastrutture, il sistema energetico, le reti digitali e così via.

Non è mai abbastanza

Questi soldi, per quanto sembrino una grande quantità, non bastano per raggiungere gli attuali obiettivi per il 2030 in materia di clima ed energia. Saranno infatti necessari investimenti aggiuntivi pari a 260 miliardi di euro l’anno fino a quella data.

Paolo Gentiloni ha mostrato di essere consapevole dei rischi che questi investimenti possano portare e infondendo la speranza che si possano tenere sotto controllo. “Vedremo il dibattito dopo la comunicazione su come trattare gli investimenti sostenibili all’interno delle regole di bilancio Ue, preservando naturalmente le salvaguardie contro i rischi per la sostenibilità del debito”.

Anche dal punto di vista legislativo non sarà una passeggiata. “Il Green Deal è la scommessa di un nuovo modello di sviluppo europeo. Per realizzarlo ci saranno 50 provvedimenti legislativi nei prossimi due anni. Il primo verrà presentato oggi, molto importante, e riguarda il Fondo di transizione giusta, che ha l’obiettivo di accompagnare la trasformazione, aumentare i posti di lavoro e non chiudere le aziende”, ha commentato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

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Il riassunto della prima giornata del World Economic Forum

Non capita spesso di vedere Greta Thunberg e Donald Trump nello stesso posto. Ieri, durante la prima giornata del meeting annuale del World Economic Forum, i due volti della crisi climatica hanno parlato di fronte ad una platea colma di personalità eccellenti. Inutile precisare che i due discorsi fatti dai rispettivi leader non avessero proprio lo stesso messaggio.

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Cos’è il World Economic Forum?

“Il Forum impegna i più importanti leader politici, culturali ed economici a dare forma all’agenda globale, regionale e industriale”. Questa è la definizione che dà di sé la fondazione no profit con sede a Ginevra, Svizzera. In altre parole si tratta di un’organizzazione che ha l’ambizione di riunire sotto di sé le personalità più influenti del mondo affinché queste possano stabilire strategie di sviluppo che rispettino i principi di giustizia sociale, economica e ambientale. Fondato nel 1971 il World Economic Forum organizza ogni anno un incontro nella città di Davos (Svizzera) in cui i rappresentanti delle realtà coinvolte possono incontrarsi per parlare, faccia a faccia, dei problemi da risolvere.

Negli ultimi due anni questo “annual meeting” ha avuto come tema centrale quello dei cambiamenti climatici. Si è discusso quindi delle possibili soluzioni che le imprese e i governi possono adottare per implementare la tanto necessaria svolta ecologica dell’economia su scala globale. Se gli esiti dell’evento dello scorso anno hanno lasciato interdetto il mondo ambientalista – il Forum si è infatti concluso con un nulla di fatto – quest’anno siamo di nuovo lì, ad aspettare che arrivi qualche buona notizia dal piccolo borgo situato nelle Alpi Svizzere. Difficile sapere già da ora se arriveranno o meno.

Il ritorno di Greta, un anno dopo la prima volta

Uno dei primi ospiti che ha preso parola durante la prima giornata del Forum è stata proprio Greta Thunberg. Un anno fa, sempre a Davos, Greta ha tenuto uno dei suoi primi discorsi. Da quel leggio ha pronunciato per la prima volta la celebre frase: “Our house is on fire”. Quest’anno, in un discorso di 8 minuti circa, la giovane attivista svedese ha ribadito, di fronte alle più influenti personalità dell’economia mondiale, la stringente necessità di iniziare ad agire ora se si vuole limitare l’innalzamento della temperatura media globale a 1,5/2 °C, come specificato nel Paris Agreement.

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La Thunberg ha poi ricordato come il nostro budget di carbonio, al ritmo di immissione di CO2 in atmosfera odierno e senza una svolta incisiva, verrà esaurito entro 8 anni. Questo dato è semplicemente uno dei tanti specificati nel report dell’IPCC pubblicato nel 2018 che, ad oggi, rappresenta “la migliore scienza disponibile”.

La traduzione del discorso di Greta Thunberg: “Cosa direte ai vostri figli?”

“La transizione non sarà affatto semplice. Se non iniziamo ad affrontarla ora, insieme e con tutte le carte scoperte in tavola, non saremo in grado di risolverla in tempo. Sono giunta qui con un gruppo di attivisti e la nostra richiesta è piuttosto semplice. Vogliamo che voi, i più potenti ed influenti leader economici e politici, iniziate ad attuare le misure necessarie. Chiediamo che i partecipanti del WEF – investitori, banche, aziende e istituzioni – blocchino immediatamente ogni tipo di investimento rivolto al settore dell’estrazione e dello sfruttamento dei combustibili fossili con un parallelo spostamento degli sforzi economici verso settori non inquinanti. Non vi chiediamo di farlo entro il 2050 o entro il 2040. E neanche entro il 2021. Vi chiediamo di farlo ora“.

“Ciò che stiamo chiedendo è solamente una minima parte dello sforzo necessario affinché questa battaglia possa essere vinta. Se non lo farete dovrete spiegare ai vostri figli perché vi siete arresi di fronte agli obiettivi degli Accordi di Parigi. Oltretutto senza neanche provare a raggiungerli. Sono qua per dirvi che, a differenza della vostra generazione, la mia non è disposta ad arrendersi senza lottare. Voi cercate di schivare il problema, pensando che le persone si stancheranno di parlarne perché è troppo deprimente. Ma non lo faranno. Siete voi che vi state arrendendo”.

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Mi chiedo quale sarà la giustificazione che darete ai vostri figli per il vostro fallimento che li avrà lasciati soli nell’affrontare il caos climatico che avrete consapevolmente portato sopra di loro. Gli direte che sembrava essere una cosa troppo negativa per l’economia? E che è questo il motivo per cui avete abbandonato l’idea di assicurare condizioni vivibili sulla terra alle future generazioni? Oltretutto senza neanche provarci? La nostra casa è ancora in fiamme e la vostra inazione le sta alimentando di ora in ora. Ciò che vi chiediamo è semplicemente di agire come se amaste i vostri figli sopra ogni cosa”.

La risposta di Trump

Poche ore dopo il discorso di Greta Thunberg ha preso parola, di fronte al Forum, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il volto più celebre su scala mondiale del negazionismo climatico ha subito puntato il dito contro il pessimismo dei giovani attivisti aggiungendo che “vogliono vederci fare brutte figure ma non glielo permetteremo”. Dopo queste prime corrotte parole Trump ha lasciato spazio ad una serie di affermazioni palesemente ipocrite: “Io sono un grande sostenitore dell’ambiente. É molto importante per me. Quello che desidero sono aria e acqua pulita”. Delle dichiarazioni che sono decisamente in controtendenza rispetto alle politiche attuate dal tycoon americano.

L’ attuale inquilino della Casa Bianca ha poi portato all’attenzione dei presenti i dati sullo sviluppo dell’economia americana, affermando che l’American Dream, sotto la sua amministrazione, sta rinascendo “più forte e più grande di prima”. Peccato che, poco dopo, abbia preso la parola Joseph Stiglitz, professore di economia alla Columbia University, che ha di fatto smentito quanto sostenuto da Trump: “Una ricerca dimostra che il Presidente Trump dice in media 5/6 bugie al giorno. Ma oggi ha decisamente sforato. I dati ci dicono che la crescita economica degli Stati Uniti è stata ben maggiore sotto l’amministrazione Obama ed allo stesso tempo l’aspettativa di vita media dei cittadini americani è calata”.

Il programma “1 Trillion trees” del World Economic Forum

Una delle novità del meeting di quest’anno riguarda l’iniziativa “1 Trillion Trees”. Con questo programma il World Economic Forum ed i suoi sostenitori puntano a piantare 1.000 miliardi di alberi in tutto il mondo. E ben vengano iniziative di questo tipo. Peccato che permettano a chiunque ne faccia parte di portare avanti azioni comunicative di greenwashing, come fatto proprio da Trump che ha annunciato la volontà da parte della sua amministrazione di piantare 1 miliardo di alberi su suolo statunitense, come se bastasse questo a fermare la crisi climatica. I progetti di riforestazione sono volti a compensare le emissioni di anidride carbonica e in tal senso vanno sicuramente sostenuti.

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Greta Thunberg ha però voluto precisare come questi progetti, da soli, siano molto lontani dal risolvere il problema senza una parallela drastica riduzione delle emissioni di gas serra in atmosfera. Se inoltre si considera come contrappeso la quantità di alberi che ancora oggi vengono abbattuti ogni anno, si nota subito come questa misura sia totalmente insufficiente. Piantare alberi, insomma, aiuta ma non sarà mai abbastanza. Così come non lo sarà il meeting annuale del World Economic Forum se, a far da padrone, saranno gli ennesimi slogan pieni di buone intenzioni senza che questi si tramutino poi in fatti. Mancano ancora 3 giorni alla conclusione dell’incontro di Davos. Chissà se, questa volta, sarà servito a qualcosa.

La California si oppone a Trump e al fracking forsennato

Una causa contro lo Stato

Lo Stato della California non ne può più. Per fare in modo di tenere il governo federale statunitense fuori dai propri giacimenti di olio e gas, a Sacramento hanno deciso di passare alle vie legali. L’amministrazione Trump, notoriamente sorda alla tematica ambientale e prima sostenitrice mondiale della a dir poco dannosa tecnica del fracking, vorrebbe consentire la perforazione su oltre un milione di ettari pubblici. Nessuno dell’amministrazione californiana è d’accordo con questa scelta di Washington e allora ecco la decisione: una causa contro lo U.S. Bureau of Land Management.

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Il governo Trump intende aumentare la produzione energetica da fonti fossili su suolo pubblico (spesso addirittura in riserve protette e parchi), in barba alle direttive di molte amministrazioni locali. Diversamente dalla Casa Bianca, c’è chi ha programmi di tutela ambientale. La California ha recentemente promulgato una legge ad hoc per contrastare il piano di Washington e, immediatamente dopo, ha deciso di contattare un avvocato.

fracking
Donald Trump

I dettagli dell’azione legale

La causa federale porta la firma di Xavier Becerra, General Attorney per lo Stato della California. Becerra, democratico, ha intentato l’azione legale su mandato del suo ufficio e del governatore Gavin Newsom. Lo scorso venerdì, nel corso di una conferenza stampa tenuta presso il suo ufficio di Sacramento, Becerra aveva precisato come la causa fosse stata aperta in quanto l’amministrazione Trump si stava comportando come se fosse al di sopra della legge. La maggior parte delle attività estrattive federali in California si svolge vicino agli insediamenti delle comunità più vulnerabili. Tali comunità, ha tenuto a sottolineare Becerra, sono già sovraesposte all’inquinamento e la salute dei residenti ne risente. Aggiungere a questa già delicata situazione nuove operazioni di fracking peggiorerebbe ulteriormente le cose. La decisione di Washington, a detta di Becerra, è “insensata e palesemente pericolosa”.

Xavier Becerra

Fracking: favorevoli e contrari

Le posizioni del Bureau per la gestione del suolo e dell’amministrazione californiana sulla fratturazione idraulica, più comunemente chiamata fracking, sono distanti quanto i due Poli terrestri. Secondo Becerra e Newsom “i rischi connessi al fracking per l’ambiente e le persone sono semplicemente troppo grandi per essere ignorati.” La posizione dell’ufficio federale, diametralmente opposta, attesta invece come i rischi siano pressoché nulli. Ogni sito estrattivo riceverà una dedicata analisi ambientale e non si procederà con le operazioni laddove venga evidenziato un tasso di criticità non accettabile.

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Ma che cos’è il fracking e perché è da sempre un’operazione così controversa? Il termine deriva dalla contrazione dell’inglese hydraulic fracturing, sviluppata agli inizi del Novecento per estrarre petrolio e gas naturale dalle rocce di scisto. Tali conformazioni rocciose, presenti nel sottosuolo, sono le più facili da sfaldare. Per raggiungerle si perfora il terreno fino allo strato di sottosuolo che contiene gli agglomerati di scisto. In seguito si inietta, tramite un getto ad altissima pressione, acqua mista a sabbia ed elementi chimici. Tale operazione provoca l’emersione in superficie del gas.

I rischi del fracking

La fratturazione idraulica ha rivoluzionato il mondo dell’approvvigionamento energetico, soprattutto negli Stati Uniti. Accanto a ciò, però, ha anche sollevato una questione ambientale che ultimamente è diventata un polverone, ora che ci stiamo rendendo conto di quel che stiamo facendo al nostro Pianeta.

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L’esplorazione dei siti e l’estrazione del gas richiede quantitativi ingenti di acqua, causando sprechi e costi ambientali da impallidire. Inoltre, le sostanze chimiche iniettate nel sottosuolo, potenzialmente dannose per la salute, possono finire con il contaminare le falde acquifere attorno al sito dell’estrazione; si calcola infatti che solo l’80% circa delle acque iniettate nel sottosuolo per il fracking risalga in superficie come riflusso, mentre la percentuale restante rimanga sepolta. Se ciò non bastasse, bisogna pure prendere in considerazione la teoria (che in quanto tale, resta tutta da dimostrare) secondo la quale la fratturazione idraulica sia correlata, forse addirittura in una relazione di causa ed effetto, con il verificarsi di scosse sismiche di lieve entità.

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Nel novembre del 2011, in Oklahoma, si verificò un terremoto di magnitudo 5,7. Un impianto vicino aveva appena iniettato acqua ad altissima pressione nel sottosuolo. Non ci sono prove che il fracking abbia causato la scossa, sebbene tale possibilità non sia mai stata smentita.

La tecnica del fracking: cos’è e come funziona

La fratturazione delle speranze

Secondo le organizzazioni ambientaliste, nessuna delle principali esclusa, la tecnica del fracking sarebbe l’ultima trovata delle compagnie petrolifere per ritardare l’adozione di politiche energetiche basate sulle fonti rinnovabili. La fratturazione idraulica è il più avanzato sistema di sfruttamento delle risorse fossili. Per quanto meno sporco del carbone, il fracking rappresenta un sistema antiquato di produrre energia. Esso è la quintessenza dello sfruttamento di combustibili dai quali dovremmo liberarci, per proiettarci finalmente in un futuro energetico rinnovabile.

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La California è uno degli Stati americani più ricchi di petrolio e presenta già una regolamentazione piuttosto severa in termini di estrazione di questa risorsa. La decisione di questa causa contro il governo americano rappresenta un positivo precedente all’interno della lotta mondiale contro il cambiamento climatico. “I californiani non consentiranno all’industria petrolifera di inquinare ancora acqua ed aria”, è stato il commento del Centro per la Diversità Biologica. Il Centro, che ha sede in Arizona, è stato fiero sostenitore dell’azione legale.

E’ importante fare nostro tale messaggio. In fondo, alla parola californiani, si può sostituire l’aggettivo relativo ad una qualsiasi comunità.

Polveri sottili il killer silenzioso: è record di morti

Come spesso accade in pieno inverno, nel nostro Paese, le percentuali di polveri sottili PM 10 e PM 2.5 sono alle stelle. La concentrazione del famigerato biossido di azoto (NO2) è altissima nelle aree più urbanizzate, a causa soprattutto di mezzi di trasporto e impianti di riscaldamento. L’istituto ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale) si occupa di inquinamento e, in un recente comunicato ,punta il dito contro il traffico veicolare. Il ruolo delle automobili e dei mezzi di trasporto è diretto ed indiretto, relativamente alle polveri; poiché le sostanze organiche volatili emesse si trasformano in particelle nocive.

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polveri-sottili

I blocchi del traffico

La cronaca di questi giorni ci informa che sono in corso, o arriveranno presto, blocchi del traffico nelle principali città. Milano, Como, Lodi, Cremona; Torino, Padova e Mantova sono solo alcuni dei nuclei urbani coinvolti. Le misure intraprese in queste città sono mirate naturalmente ad abbassare la liberazione aerea delle microparticelle. Blocchi parziali o totali della circolazione, però, sono davvero la soluzione alla ormai annosa questione dello sprigionamento delle polveri?

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Non ne sembrano troppo convinti all’ISPRA, dove c’è concordia nel dichiarare che occorra far di più per combattere le polveri sottili ed il biossido di azoto nell’atmosfera. Questi due agenti sono responsabili, come a breve vedremo, di danni alla salute, che sovente portano alla morte, per centinaia di migliaia di persone.

Come ridurre l’inquinamento

Giorgio Cattani è un esperto di ISPRA e ha detto la sua su come sarebbe opportuno attrezzarsi per ridurre efficacemente l’inquinamento da polveri sottili. Secondo lui, è necessario mettere in campo azioni integrate su più fronti: occorre partire da “misure strutturali che consistano, innanzitutto, nell’accelerazione della conversione del parco veicolare in modo che sia sempre meno inquinante. Poi bisognerà dare alternative credibili all’uso dell’auto, incentivando l’uso del mezzo pubblico che però, in molti casi, è ancora insufficiente.”

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Il vero obiettivo da raggiungere è quello di ridurre l’impatto delle PM e del biossido sulla salute, e lo si può fare solo diminuendo le concentrazioni. L’Unione Europea si è impegnata a diminuire le emissioni di un tasso tra il 40 e il 50% entro il 2030, obiettivo audace seppure, in realtà, troppo conservativo. Infatti già tenendo fede alla rinuncia allo sfruttamento del carbone, impegno preso da numerosi Stati membri, il vecchio continente dovrebbe riuscire a raggiungere quella percentuale tra 10 anni. Riguardo a ciò, l’Organizzazione Mondiale della Sanità gradirebbe soglie più stringenti, dal momento che, come ormai è sotto gli occhi di tutti, di inquinamento si muore sempre più spesso. L’OMS sta spingendo perché si abbassi il numero dei giorni in cui è consentito sforare il limite. Ora sono 35, vorrebbero portarlo a 3.

Tratto dalla fonte: Qualenergia

Polveri sottili come emergenza sanitaria

“Le PM 10 o le PM 2,5 non hanno una soglia reale al di sotto della quale ci si possa sentire al riparo” prosegue Cattani. L’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ci conferma come il particolato fine sia uno spregiudicato assassino. Circa 412mila decessi prematuri avvenuti nel 2016 in territorio europeo si devono alle polveri sottili. Nel corso dell’anno 2017, nel 69% delle stazioni di rilevamento europee si sono attestate concentrazioni di PM troppo elevate. Stando agli ultimi dati disponibili, relativi appunto a 2 anni fa, in ben 7 Paesi europei si sono rilevate concentrazioni di polveri sottili troppo alte.

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Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Slovacchia e Italia sono gli Stati troppo inquinanti. Stando alla analisi della EEA, il nostro Paese ha il primato dei decessi legati al biossido d’azoto. Solo questo dato dovrebbe chiarirci bene le idee su quale sia la principale tematica da affrontare in quest’epoca. Di fronte a questo bollettino di guerra, com’è possibile fare polemica riguardo all’opportunità di portare avanti i blocchi del traffico? “Come si può non farlo? L’azione serve sempre, anche a sensibilizzare i cittadini e le comunità” afferma Cattani. Difficile dargli torto. Anche se i blocchi non rappresentino la panacea, la soluzione decisiva al problema delle polveri sottili, sono un doveroso primo passo, un’operazione indispensabile per coinvolgerci in prima persona nella lotta per il clima.

Tratto dalla fonte: Il Salvagente

La crisi climatica è la nostra guerra. L’unica per cui dobbiamo mobilitarci

Il clima belligerante di questi giorni ci ricorda una cosa fondamentale: in tempi di guerra, gli stati sono in grado di mobilitare delle risorse che prima non c’erano. Risorse monetarie, temporali, emotive. Quando si alza la tensione e scoppia un conflitto, i governi tirano fuori miracolosamente i soldi, riescono a mobilitare la popolazione e a convertire l’intero sistema statale in un arco di tempo molto breve. La storia ce l’ha dimostrato con le due guerre mondiali del Novecento e durante la Guerra Fredda. Come mai, allora, nessuno sta considerando la crisi climatica come una guerra mondiale che necessita di una celere mobilitazione su larga scala?

Otto anni per salvare il pianeta: troppi o troppo poco?

Abbiamo otto anni per salvare il pianeta. Sembrano pochi, per altri sono troppi. Il dibattito sul cambiamento climatico viene polarizzato da queste voci contrastanti: da una parte ci sono i rassegnati, quelli che dicono che non c’è più tempo. Dicono che, se anche cambiassimo tutto e smettessimo di emettere oggi stesso, sarebbe già troppo tardi. Il loro pessimismo si basa sul fatto che, effettivamente, la catastrofe è già davanti ai nostri occhi. Dalle fiamme dell’Amazzonia all’acqua alle caviglie di Venezia, dall’Australia in fiamme all’Indonesia inondata. Il mondo sembra ormai ribellarsi e dimostrare che non c’è più spazio di manovra.

Ricordiamo per esempio, che la maggior parte del calore sprigionato negli ultimi 150 anni è stato intrappolato dagli oceani, che fungono da enorme serbatoio a lento rilascio. Ce lo ricorda anche l’ONU nell’obbiettivo 14 dell’Agenda 2030: “gli oceani assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica prodotta dagli umani, mitigando così l’impatto del riscaldamento globale sulla Terra”. Usando la parola “mitigazione”, sembra quasi un effetto positivo. Bisogna però tener conto che un aumento della temperatura oceanica provoca conseguenze irreparabili anche sulla terra ferma, perché aumenta l’umidità e quindi l’intensità e la frequenza degli uragani.

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Zero emissioni entro il 2030: una guerra già persa in partenza?

Dall’altra parte del dibattito sul cambiamento climatico ci sono i conservatori dello status quo; coloro cioè, che ritengono sia impossibile modificare l’intero sistema mondiale nel giro di un decennio. Queste le motivazioni principali addotte: l’industria fossile sfama migliaia di famiglie, sarebbe contro la crescita economica, solo i pazzi della “decrescita felice” sono in grado di immaginarsi un mondo a zero emissioni nel 2030. E difatti tutti i piani di transizione verde fin’ora elaborati fissano i loro obiettivi ad un minimo di venti anni; ad esempio, il piano appena varato dalla Commissione Europea prevede la “neutralità climatica dell’UE entro il 2050”. Solo il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez ambisce a una società zero-emissioni entro il 2030. La giovane deputata americana si pone così fuori dai due spettri, per lei non è né troppo tardi né troppo presto: bisogna agire ora.

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I paragoni con le guerre precedenti

La potenza del messaggio di Alexandria Ocasio-Cortez sta nella dimostrazione che in passato è stato fatto. La mobilitazione della Grande Guerra, così come il New Deal di Roosevelt, la conversione bellica della Seconda Guerra Mondiale e il Piano Marshall, ci offrono esempi tangibili della possibilità di cambiare tutto e in fretta. Durante la Seconda Guerra Mondiale, tutte le industrie vennero rapidamente convertite e il personale si adattò al cambiamento, passando dalla produzione di saponi a quella di armi, dalla produzione di vestaglie da notte a quella di divise militari. I modelli di consumo vennero totalmente reindirizzati perché servivano combustili e cibo per le truppe schierate.

Nel frattempo, tramite l’utilizzo di radio e televisioni, i personaggi famosi e la Walt Disney ripetevano giorno e notte degli slogan per sostenere lo sforzo bellico. Come scrive Foer nel suo ultimo libro (recensito di recente sul nostro blog), durante la seconda guerra mondiale ogni singolo americano contribuì alla vittoria grazie a dei piccoli gesti: fu chiesto loro, per esempio, di spegnere le luci dopo le 19 di sera, così da risparmiare energia e indirizzarla ai bisogni della guerra. Sempre per risparmiare, un altro messaggio diffuso dai media spronava gli americani a viaggiare in gruppo, anticipando quello che oggi viene chiamato “car-pooling”: “se viaggi da solo, viaggi con Hitler!”, recitava lo slogan.

Una mobilitazione di massa

Naomi Klein riporta i seguenti dati: “tra il 1938 e il 1944 l’utilizzo dei trasporti pubblici salì dell’87 per cento negli Stati Uniti e del 95 per cento in Canada. Nel 1943 negli Stati Uniti venti milioni di famiglie, tre quinti della popolazione, avevano in giardino un ‘orto della vittoria’ in cui crescere ortaggi freschi, che ammontarono al 42 per cento del totale consumato quell’anno”.

Allo stesso tempo, la giornalista canadese ci mette in guardia dal pericolo di fare comparazioni con il passato: “Le mobilitazioni in tempo di guerra e gli enormi sforzi postbellici per la ricostruzione furono sicuramente ambiziosi, ma furono anche trasformazioni fortemente centralizzate, imposte dall’alto. Se deleghiamo in questo modo ai governi centrali la lotta alla crisi climatica, possiamo solo aspettarci misure fortemente inficiate dalla corruzione, che concentrerebbero ancora di più il potere e la ricchezza nelle mani di pochi grandi protagonisti, per non parlare delle aggressioni sistematiche ai diritti umani”.

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Le giovani generazioni ci stanno guardando

Quindi, le guerre del passato non sono certamente da prendere da esempio. Non abbiamo bisogno di una guerra ed è bene ribadirlo, in questi giorni belligeranti. La guerra ci serve come metro di paragone per rispondere a tutti coloro che dicono che è troppo presto, o troppo tardi. La crisi climatica “è la nostra guerra, la nostra Seconda Guerra Mondiale”, dice la Ocasio-Cortez. “Le giovani generazioni ci stanno guardando e urlano a gran voce: il mondo finirà in 20 anni e la vostra più grande questione è dove troveremo i soldi?”.

L’unica guerra che ha il diritto di esistere

Come detto pochi giorni fa, se si compisse la transizione verde di cui stiamo parlando, molti dei conflitti oggi presenti sulla Terra non avrebbero più ragione di esistere. Perciò vogliamo sottolineare ancora una volta che le uniche truppe che hanno diritto di marciare sono quelle che scendono in piazza il venerdì: se solo prendessimo sul serio i loro slogan, se le televisioni e i social fossero invasi ogni minuto in ogni nazione, con la stessa capillarità usata durante la Seconda Guerra Mondiale, forse le persone farebbero lo sforzo di consumare meno, usare i trasporti pubblici, avere un orto dentro il giardino. Si convincerebbero che l’unica guerra da combattere è quella contro la crisi climatica. Smetterebbero di parlare di terza guerra mondiale perchè sarebbero finalmente consapevoli che nessuna altra guerra sarebbe possibile senza un pianeta su cui combattere.

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La questione ambientale negli anni ’20

Buoni propositi

Un nuovo anno è appena iniziato. Da tradizione si apre un nuovo ciclo di 12 mesi con i cosiddetti buoni propositi; una sorta di impegni presi, spesso tra il serio ed il faceto, tramite i quali ci si propone di cambiare abitudini o comportamenti sbagliati o negativi tenuti in precedenza. Spesso capita che i buoni propositi di gennaio vengano spediti, nel giro di qualche settimana, nello stesso posto dove sono finiti i dinosauri e, dunque, questa sorta di usanza di proporre cambiamenti, più o meno radicali, per modificare la propria routine all’alba del nuovo anno lascia spesso il tempo che trova.

Ad ogni modo, se anche il fatto di dedicare del tempo, tra il termine e l’inizio di un nuovo anno, ad esprimere dei buoni propositi non sia nulla più che un giochino, perché non prestarsi ad esso ora che siamo alle soglie non solo di un nuovo anno, ma di un nuovo decennio.

La situazione attuale

Il 2020 sembra aver portato una ventata di positività: sarà perché il nuovo attira inevitabilmente più del vecchio, perché l’inizio di un nuovo decennio rappresenta una pietra miliare raggiunta e superata, o magari perché il numero 2020 piace, a causa della sua semplicità e del fascino delle sinuosità espresse dalle cifre che lo compongono.

Nonostante ciò, però, la situazione attuale non è certo delle più rosee, se pensiamo alla situazione climatica. I dati ci confermano come il 2019 sia stato uno degli anni più caldi della storia, a livello glocale (in Italia così come sull’intero pianeta, ove più ove meno), esattamente come il 2018 e il 2017. La conferenza mondiale Cop25 di Madrid si è chiusa con un risultato che potremmo definire evanescente, giusto per non calcar troppo la mano. Diversi fenomeni, localizzati ma con una ben nota causa in comune, stanno martoriando la Terra a varie latitudini, nel preciso momento in cui leggete queste righe.

Clima ostile

In Italia abbiamo una buona dose di disagi ogni qualvolta le precipitazioni piovose, o nevose, si prolunghino per qualche giorno. I notiziari puntualmente ci informano di frane, crolli, allagamenti e bombe d’acqua in periodi di maltempo. Ciò si deve sicuramente alla palese incuria umana nei confronti del proprio habitat; non avremmo certo un simile dissesto idrogeologico se avessimo urbanizzato meno la nostra penisola, con un briciolo di attenzione alla salvaguardia ambientale. D’altra parte però, le precipitazioni che viviamo in questi tempi sono diverse da quelle cui ci eravamo abituati nei precedenti decenni.

Piogge torrenziali, venti forti ed improvvisi e rovesci tropicali non sono mai stati la norma, nel nostro Paese. Eppure sembrano esserla diventati. Fenomeni così desueti ed inconsueti per l’Italia sono un chiaro segnale di come il clima stia cambiando, di come il pianeta si stia surriscaldando. I negazionisti sono ancora numerosi, quasi sempre provengono da lobby o schieramenti politico – economici ben noti per non essere esattamente virtuosi, però le loro cartucce sono sempre più scarse. Per rendersene conto basta alzare lo sguardo su un mappamondo.

Emergenza in Australia

Prendiamo dapprima in esame la scottante, è proprio il caso di dirlo, attualità australiana. I giornali stanno usando in questi giorni l’espressione inferno di fuoco per raccontare l’ecatombe dei roghi e non si tratta di un eufemismo per vendere più copie. Nel sudest australiano sono state evacuate decine di migliaia di persone. Il premier Scott Morrison, criticatissimo in queste ore per come stia fronteggiando l’emergenza, ha richiamato 3000 riservisti. Intanto il vento continua a soffiare in coda alle fiamme e il caldo secco non concede tregue. Le navi hanno serie difficoltà a soccorrere i rifugiati che si radunano sulle spiagge e le fiamme rappresentano una minaccia alla fornitura elettrica tale che Sydney rischia di restare al buio. La capitale morale del Paese è stata finora risparmiata dagli incendi; non ci è dato però sapere cosa accadrà nel prossimo futuro.

Fenomeni estremi nel mondo

Attraversiamo il Pacifico e andiamo in Brasile. Nel nordest del vasto Paese sudamericano, nel bacino del fiume Piranhas, non si è registrata una grande pioggia per ben 6 anni. Finalmente un rovescio torrenziale, fondamentale per la sopravvivenza di un ecosistema così a ridosso dell’Equatore, si è registrato nella primavera del 2018. Dopo di esso però è tornata la siccità e ora l’intero habitat fatica a sopravvivere.

La situazione non è troppo diversa in Sudafrica. Città del Capo, la perla più luminosa della tanto preziosa quanto opaca collana africana, sta attraversando mesi di grave siccità. Alcuni climatologi denunciavano durante i mesi di settembre ed ottobre di non aver mai registrato precipitazioni così scarse a Capetown. Nello scorso autunno europeo il prefetto ha deciso di chiudere la fornitura idrica, non avendo altro modo di rimandare il più possibile il drastico giorno zero: la data in cui nella città non ci sarà più acqua potabile.

Altri Stati africani versano nelle stesse condizioni, a cominciare dalla Mauritania, dove i pastori sempre più spesso non hanno di che dissetare il proprio bestiame.

Sull’Atlantico occorre segnalare le pessime condizioni in cui si trova Puerto Rico, un purgatorio tra i paradisi caraibici, isola che corre il serio rischio di non potersi riprendere da un nuovo uragano. Tra qualche mese si aprirà una nuova stagione di cicloni e Porto Rico potrebbe dover fare nuovamente i conti con migliaia di morti e miliardi di danni, come avvenne nel 2017. Questa volta però si contano già da ora circa 160mila famiglie a rischio inondazione e 100 comunità che abitano in zone esposte a frane. I geomorfologi sottolineano come, pur essendo l’uragano da sempre un fenomeno peculiare della regione; sia innegabile leggere nei recenti forti cicloni, i quali segnano sovente un repentino passaggio dalla siccità estrema alla precipitazione incontenibile, un difficilmente equivocabile segno del cambiamento climatico.

Una trama drammatica

A quel che si è appena scritto andrebbe aggiunto che gli indigeni sull’isola di Panama stanno perdendo la battaglia contro l’innalzamento del livello del mare, che toglie loro sempre più terra sulla quale poter vivere. Però poi bisognerebbe anche parlare di come i ghiacciai peruviani della Cordillera Blanca si ritirino sempre più, anno dopo anno, a causa del global warming e di come ciò impenni il rischio di alluvioni nella regione.

In definitiva, si potrebbe fare un lungo elenco di fenomeni come questi. Purtroppo i segni del surriscaldamento sono ormai sotto gli occhi di tutti, non si tratta più di una preoccupazione per scienziati. Anno dopo anno, decennio dopo decennio, le estati sono sempre più lunghe e le spiagge sempre più corte.

A corto di scuse

Fortunatamente ora se ne parla. Fino a qualche anno fa attivismo ambientale significava arrampicarsi su una centrale elettrica a o sabotare la linea di produzione della Land Rover, e riguardava soprattutto qualche esibizionista in cerca di fama. Oggi abbiamo gli studenti nelle piazze e i governanti che ne parlano quotidianamente.

Certo, parlarne non serve a nulla ed è tempo di agire. Vanno prese decisioni che devono essere rispettate in fretta, seppur nessun governo lo stia effettivamente facendo.

Si apre un nuovo anno e si apre un nuovo decennio; le questioni nell’agenda politica e sociale del pianeta sono molte, ve n’è però una più importante delle altre: la questione ambientale. Oramai siamo a corto di scuse.

L’Australia brucia ma il mondo pensa ad altro

l'Australia brucia

L’Australia brucia e il fuoco non accenna a fermarsi. La situazione è talmente allarmante che è stata definita “una bomba atomica”. Nonostante i tentativi di chi prova a isolare gli incendi australiani come se fossero un fenomeno eccezionale, è ormai certo che la causa principale sia il cambiamento climatico. Tutto questo accade mentre in Occidente si discute di un’ipotetica terza guerra mondiale; non di bombe metaforiche, ma di veri e propri arsenali: “nuove e bellissime attrezzature” pronte ad essere usate “senza esitazione”, ha twittato ieri Trump. Questa concomitanza di eventi ci dimostra che nel 2020 non abbiamo ancora imparato niente, ci mette di fronte alla vulnerabilità dell’uomo e ci ricorda tristemente che siamo una società dipendente dalle fonti non rinnovabili.

L’Australia brucia per il cambiamento climatico?

Le stime degli incendi in Australia sono per ora approssimative, ma le maggiori testate riportano dati allarmanti. “Brucia un’area grande come il Belgio”, recitava il Corriere Della Sera ancora prima di Natale. E ancora, per Il Post si tratterebbe di “un’area grande come Piemonte e Lombardia insieme”. Trasformando questi paragoni in numeri, l’area interessata dagli incendi corrisponde a 50mila chilometri quadrati. 500 milioni di animali sono rimasti uccisi, 24 il numero delle vittime per ora accertate; numerosissimi i dispersi e migliaia le famiglie sfollate perché le loro case sono state spazzate via dalle fiamme. Uno dei video più impressionanti ritrae gli scaffali dei supermercati completamente vuoti, dato che anche i beni primari stanno iniziando a scarseggiare.

Il fenomeno degli incendi in Australia non è nuovo, l’Australia brucia ogni anno, ma mai con questa intensità. Infatti, la stagione della siccità, e quindi del rischio incendi, inizia abitualmente ad ottobre, ovvero a fine primavera nell’emisfero australe. Nel 2019 i roghi sono invece apparsi già a luglio, a causa di una siccità estrema che persiste da ben tre anni. Le temperature hanno raggiunto picchi mai registrati in precedenza: 48,9 gradi a Sidney e 44 a Camberra. Esattamente come per l’Amazzonia ad agosto, le immagini rosse di fuoco stanno facendo il giro del web e l’hashtag #PrayforAustralia è fra i primi su Twitter.

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Gli incendi e il negazionismo climatico

Non mancano però i negazionisti, quelli che provano ad isolare il fenomeno dicendo che il cambiamento climatico non ha nulla a che fare con questi roghi. E potremmo finirla qua, dato che i negazionisti rappresentano solo l’1% della popolazione mondiale. Purtroppo però in quell’1% risulta anche il primo ministro australiano Scott Morrison, il quale ha aspettato settimane e mesi prima di dichiarare lo stato di emergenza e mobilitare l’esercito. Da sempre difensore dell’industria del carbone (che in Australia alimenta quasi due terzi dell’elettricità e rappresenta il secondo prodotto esportato), Morrison tre anni fa aveva addirittura portato un pezzo di carbone in Parlamento: “non abbiate paura” disse in modo provocatorio verso gli australiani progressisti che da tempo si battono per una transizione energetica verso fonti rinnovabili.

A novembre 2019 il primo ministro australiano ha inoltre dichiarato che non esiste evidenza scientifica che leghi le emissioni del carbone con l’aumento degli incendi in Australia. Le critiche hanno raggiunto l’apice quando, in piena crisi di incendi, Morrison ha lasciato il paese per festeggiare il Natale con la famiglia alle Hawaii. Numerosi connazionali hanno espresso il proprio disappunto, anche tramite forme artistiche come quella qui riportata.

L’Australia brucia ma i leader mondiali guardano altrove

Noi occidentali non possiamo permetterci di deriderlo, perché più o meno implicitamente i politici che abbiamo in casa stanno facendo lo stesso gioco. Difatti altri due hashtag molto popolari su Twitter in queste ore sono #WWIII (World War III) e #IranUsa. L’uccisione del generale iraniano Soleimani per mano dell’esercito americano ha inaugurato l’anno con un clima di alta tensione che molti paragonano agli esordi dei due conflitti mondiali del ventesimo secolo. Queste due escalation di eventi, gli inarrestabili incendi in Australia e il fumo dei raid aerei in Medio Oriente, sono così distanti sulla carta geografica ma così vicini concettualmente se si guarda all’azione politica che sta dietro a queste scellerate decisioni. Il carbone nelle mani del premier australiano e la guerra per il petrolio ci riconducono alla stessa amara verità: siamo una società fondata sulle energie non rinnovabili.

Il Medio Oriente rappresenta il cardine di una civiltà mondiale che da 150 anni basa il proprio modello di sviluppo sull’estrazione di petrolio. Un terzo della produzione mondiale di petrolio al mondo proviene da quella zona; anche gli Stati Uniti, sebbene ora risultino primi produttori di greggio al mondo grazie alle politiche favorevoli di Trump, sono dipendenti dalle importazioni del Golfo Persico (nel 2018, hanno importato 1,4 milioni di barili al giorno). Per quanto riguarda l’Italia, nel 2019 ha importato il 29% del petrolio da Iraq e Arabia Saudita. Il nostro paese ha forti interessi anche nella sponda meridionale del Mediterraneo: le nuove instabilità in Libia hanno infatti creato un forte dibattito fra i leader italiani.

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Il cambiamento climatico richiede una transizione rapida e coraggiosa

Il cambiamento climatico è il prodotto di queste interazioni, della corsa all’oro nero, unito a gas e carbone, che nessuno ha il coraggio di fermare. Una parte della Terra brucia per le troppe emissioni e il resto del pianeta continua a farsi guerra per accaparrarsi nuove materie prime che rendano questo mondo ancora più invivibile. Non basta pregare sui social se continuiamo a scegliere di essere rappresentati da politici che fissano le proprie strategie nel breve termine e dentro i propri confini, per poi andare a derubare chi sta di là dal muro.

Non possiamo più permetterci di avere leader che si vantano di spendere trillioni nella difesa nazionale e che allo stesso tempo presiedono il paese con il più alto tasso di emissioni storiche e pro-capite al mondo. Già a settembre un articolo del Guardian intitolava così le tensioni in Medio Oriente: “Se il mondo corresse dietro al sole, non dovrebbe combattere per il petrolio”. Quei trillioni potrebbero essere indirizzati verso la transizione verde che tutti noi stiamo aspettando, mettendo finalmente fine alla dipendenza dalle fonti non rinnovabili.

“Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”. È appena iniziato il nuovo decennio, l’ultimo in cui sarà possibile fermare l’orologio del cambiamento climatico prima della completa catastrofe, dicono gli scienziati. L’Australia ci sta dando l’ennesima prova che non possiamo più continuare come abbiamo sempre fatto. Gli unici eserciti che hanno ancora ragione di esistere nel 2020 sono quelli che provano a fermare il cambiamento climatico.

https://twitter.com/blkahn/status/1213870775754616833

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