Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere

La deforestazione lascia fauna e batteri senza più una casa

Il Covid-19 è la notizia del momento. Tutti conosciamo perfettamente questo nome che indica il coronavirus esploso in Cina e poi diffusosi in tutto il mondo. In Italia abbiamo avuto un focolaio in Lombardia, come ben sappiamo, che poi si è allargato a macchia d’olio nel resto della penisola. Come solitamente accade per questo tipo di patogeni, il virus si sta ora diffondendo, in maniera instancabile seppure difforme, in tutto il mondo. Senza dilungarci troppo in una descrizione della patologia virale, dal momento che non ci sono le competenze per farlo su questo blog e che, comunque, la rete e i giornali non fanno altro che parlarne, in questi giorni, concentriamoci sull’aspetto più pertinente del virus con le tematiche affrontate dall’Ecopost.

Rielaborazione di un coronavirus. Il nome si deve al fatto che tale virale, esaminato a microscopio, ricordi la sagoma di una corona, Foto: Shutterstock

I danni all’ambiente e la proliferazione dei virus

Partiamo da un imprescindibile antefatto, un concetto che non è legato al Covid-19, bensì ad ogni virus, in quanto assioma sempre valido: per prenderci cura della nostra salute dobbiamo difendere il nostro pianeta. In questi giorni di emergenza, di misure severe per evitare la diffusione incontrollata del coronavirus e di disagi diffusi in tutto il Paese, non vogliamo certo ragionare sul nesso tra la patologia e la scriteriata tutela del nostro habitat. Eppure dobbiamo farlo. Difficilmente qualcuno di noi si sarà fermato a considerare quale legame possa esserci tra i danni che quotidianamente apportiamo all’ambiente e le epidemie di Ebola, Sars, Zika, Mers e H1N1. Tutti questi ceppi virali si sono diffusi prima del Covid-19. Tutti questi ceppi virali presentano un minimo comun multiplo con il virus che ormai è compagno della nostra quotidianità.

Cosa sappiamo del coronavirus

In base a cosa possiamo fare queste considerazioni? Su cosa basiamo l’assunzione che la diffusione di virus di questo tipo vada a braccetto con i mala tempora ambientali cui noi umani costringiamo il nostro ecosistema? Ragioniamo assieme, basandoci su un ottimo articolo uscito qualche giorno fa sulla Stampa, a firma Mario Tozzi.

Punto di partenza è la riconduzione al primo tratto in comune dei virus citati e del coronavirus esploso nella provincia cinese dello Hubei: la trasmissione animale. Circa il 70% delle malattie infettive emergenti (EID secondo l’acronimo inglese), deriva dall’interazione tra animali selvatici, addomesticati ed esseri umani. In determinate situazioni ed in determinati ambienti, si riscontrano fattori aggravanti e/o scatenanti, dovuti ai contatti tra questi attori. Nelle aree urbane che presentano un’alta densità di popolazione, tali rischi sono più elevati. Molti uomini in uno spazio piccolo significa anche molti animali domestici in uno spazio piccolo, dal momento che oramai, com’è risaputo, circa una persona su 2 possiede (almeno) un cane; sempre più persone sostituiscono l’animale da compagnia ad un figlio vero, magari senza neppure ammetterlo a sé stessi o agli altri.

https://www.youtube.com/watch?v=eup3_i_5uaw
Una semplice spiegazione video del virus. Audio in inglese.

L’importanza della qualità dell’aria

Prima della proliferazione dei sapiens, le tribù antiche di cacciatori-raccoglitori correvano molto meno il rischio di contrarre virus. Sicuramente, tali popolazioni – spesso nomadi – non sviluppavano e diffondevano epidemie virali. Qualora qualcuno di essi avesse contratto una simile patologia, era ben più probabile che il virus morisse dopo averlo ucciso, piuttosto che si diffondesse ad altre persone. I principali due focolai del Covid-19, la città di Wuhan con la sua provincia e la pianura padana hanno un tratto che le accomuna: sono zone piuttosto degradate dal punto di vista della qualità ambientale. In particolare, la qualità dell’aria che si respira a tali latitudini non è certo delle migliori. Per quanto non inquadrabile scientificamente con stime esatte e precise, tale considerazione può estendersi anche alla ultraurbanizzata Corea del Sud e al nucleo abitato di Teheran, in Iran; altri due importanti focolai, nel momento in cui scrivo, del coronavirus.

In Europa non sono molte le aree che possono vantare un’aria inquinata come quella della pianura padana. Tale aspetto è stato forse troppo trascurato, nell’analisi di questa patologia.

In pianura padana, l’aria è tra le più inquinate in Europa, foto: Pixabay

Eccessivo sfruttamento

Un contributo importante, diciamo pure importantissimo, all’intensificazione dei rapporti tra uomo e fauna, selvatica e domestica, si deve allo sfruttamento eccessivo del terreno. Cambiamenti di uso del suolo e aumento incontrollato dell’allevamento intensivo, specialmente in regioni cruciali per la tutela della biodiversità, sono attori protagonisti in tale fenomeno. La deforestazione, poi, è la madre di tutti i problemi, in un simile contesto. Nel 1998, in Malesia, comparve per la prima volta il virus Nipah. Tale patologia fu causata dall’intensificazione dell’allevamento di suini al limite delle foreste. In sostanza, per crear spazio all’allevamento intensivo di maiali, si disboscavano ampi settori forestali; devastando l’habitat del pipistrello della frutta, l’originario portatore del virus.

Anche l’origine di Sars ed Ebola è dovuta a comportamenti simili. Nelle aree metropolitane asiatiche è piuttosto comune trovare pipistrelli e scimmie, specie portatori dei due virus. I primi convivono con i sapiens, mentre le seconde sono prede abituali di bracconaggio e vendita illegale.

Il salto di specie dei virus

Ogni sindrome virale presenta la possibilità di spillover, ovvero il salto di specie. Tale passaggio, però, sarebbe ampiamente favorito laddove le attività umane impongono grandi modifiche ambientali. Impiantare improvvisamente monocolture e allevamenti intensivi ove la natura ha posto una foresta tropicale, non è certo un comportamento foriero di benessere e salute. Nelle foreste vergini, infatti, la fauna selvatica è molto più importante che in altre zone, tanto per numero di specie quanto per numero di individui. Conseguentemente a ciò, naturalmente, anche i patogeni sono maggiormente diffusi. Ogni animale porta con sé un corredo di microrganismi che potrebbe essere dannoso per l’uomo e non sempre ci è conosciuto. La caccia, i disboscamenti selvaggi, la desertificazione agricola e la crescita, spesso terribilmente sproporzionata, delle aree urbane, non possono che causare imponenti migrazioni della fauna che abitava quei luoghi. Tutto questo si deve ad una sola causa: la sconsideratezza umana.

Una volpe volante, noto anche come pipistrello della frutta (nome scientifico: Pteropus Giganteus), questi grandi chirotteri sono ritenuti responsabili della diffusione del Covid-19, foto: Wikipedia

L’illegalità che favorisce i virus

Il contrabbando e lo smercio illegale di alcuni esemplari di animali rari giocano un ruolo di primo piano nella diffusione di batteri. In questo preciso momento, la specie più contrabbandata al mondo è il pangolino cinese. La circolazione illegale di questo animale è stata una delle cause che ha agevolato la diffusione del Covid-19. La corazza del pangolino è in cheratina, come le unghie umane, ed è abitualmente utilizzata nella medicina orientale. Numerose superstizioni asiatiche, infatti, parlano della corazza di questo tenero mammifero come una sorta di panacea ad ogni male, alla stregua delle ossa di tigre o del corno di rinoceronte. A ciò va aggiunto che la carne di pangolino è considerata una prelibatezza, in numerose zone della Cina. Negli ultimi sessant’anni, il numero di esemplari della specie è diminuito del 90%.

Il genoma del virus 2019 nCoV (tale è il nome utilizzato in laboratorio) rinvenuto nelle persone infette è pressoché identico a quello rinvenuto nei pangolini. Si suppone che l’animale sia stato contagiato da esemplari di pipistrello. Il commercio incontrollato di animali, o di loro parti del corpo, può essere veicolo di zoonosi, ovvero patologie della fauna. Nel 2003, forse qualcuno ricorderà, la SARS apparve per la prima volta in un mercato cinese dove si vendevano, senza alcun tipo di controllo, esemplari di civetta delle palme.

Una mamma di pangolino con il suo cucciolo, Foto: Repubblica

La prevenzione parte dal rispetto degli ecosistemi

Il capitalismo contemporaneo più sfacciato e disumano – sovente sostenuto, finanziato ed incoraggiato da potentissime multinazionali di cui conosciamo bene i nomi – comprende tutta una serie di pratiche, assolutamente contro natura, tese solo ed esclusivamente alla massima resa del terreno nel minor tempo possibile. Questo modus operandi, naturalmente, non tiene minimamente conto dell’impoverimento dell’habitat e, dunque, della vita di chiunque lo abiti, che va a creare. Le difese naturali di un ecosistema sfruttato allo stremo si indeboliscono, ciò è comprensibile persino da un bimbo. Se questi sfruttamenti, se questi beceri crimini contro l’ambiente avvengono dentro un incubatore come quello del terzo mondo, povero e minacciato in prima persona dal riscaldamento globale, come possiamo ostacolare la proliferazione virale?

Deforestazione e sfruttamento dei suoli agevolano la diffusione di batteri, stravolgendo l’habitat delle specie viventi in quei luoghi e costringendole a migrare altrove, assieme al loro corredo di microrganismi, Foto: Pixabay

Il legame tra virus e surriscaldamento globale

In clima caldo ed umido le zanzare anofeli, portatrici della malaria, trovano un habitat perfetto per lo sviluppo di cui la larva necessita. Infatti si stanno riproducendo a ritmi che appaiono quasi inarrestabili, colonizzando regioni che non avevano mai conosciuto tale patologia. Teniamolo ben presente, poiché corriamo il rischio di trovarci tra i prossimi della lista. Similmente. la specie di zanzara denominata Aedes aegypti si è già spostata dalle calde temperature egiziane, ove storicamente proliferava, per spingersi fino ad alture oltre i 1300 metri in Costa Rica e vicine ai 2000 in Colombia, Kenya, Uganda, Etiopia e Ruanda. In tutti questi luoghi, nei quali si è stabilita, la specie non ha mancato di portare i suoi omaggi di dengue e febbre gialla. Le recenti invasioni di locuste in Africa sono riconducibili a questi stravolgimenti.

Se qualcuno ha ancora bisogno di stimoli per convincersi di quanto sia necessario ed urgente rivedere il nostro modello di sviluppo economico, e fermare la distruzione degli habitat naturali, ci auguriamo di aver portato qualche stimolo, in questo articolo, su cui riflettere, in queste giornate nelle quali i luoghi di aggregazione sono chiusi. C’è un legame concausale tra epidemie ed ambiente e la strada giusta per giungere alla limitazione, quando non alla sconfitta vera e proprio di queste patologie, passa da qui. Come ci ricorda Tozzi, chiudendo il suo articolo: “Stavolta a indicare la via non sono i soliti ambientalisti ma i medici.”

Perché il cambiamento climatico colpisce di più le donne?

donne

Siamo in un’ epoca nella quale uno degli uomini più potenti dell’industria del cinema è stato incarcerato per molestie contro le donne avvenute molte anni prima, grazie al movimento MeToo. Ma siamo anche in un’epoca in cui il salario medio maschile resta il 21% maggiore rispetto rispetto a quello femminile. Nel nuovo millennio, una ragazzina di 17 anni è diventata la rappresentante di una nuova rivoluzione mondiale. Nello stesso tempo, però, un’azienda simbolo dell’economia globale si è permessa di denigrarla impunemente con una vignetta intimante lo stupro. Ed è proprio per questi molti passi indietro, a fronte dei pochi avanti, che i cambiamenti climatici rappresentano sia una causa sia una conseguenza delle condizioni di vita innegabilmente peggiori delle donne rispetto a quelle degli uomini.

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Le donne e le catastrofi naturali

Come dice il titolo stesso del rapporto UNEP “Le donne nella prima linea del cambiamento climatico”, le persone di sesso femminile corrono maggiori rischi nell’affrontare i cambiamenti climatici rispetto agli uomini. Questo è stato riscontrato soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove le donne hanno ben pochi diritti. Ma non solo.

Secondo il rapporto Oxfam sullo Tsunami del 2004, si legge che in Asia meridionale alle donne e alle ragazze viene impedito di imparare a nuotare per rispetto delle norme sociali che regolano i codici di abbigliamento. Questo ha ridotto notevolmente le loro possibilità di sopravvivenza in caso di inondazioni. Infatti, sempre secondo il rapporto, in Sri Lanka, India e Indonesia le donne sopravvissute allo Tsunami del 2004 sono state soltanto un terzo degli uomini.

L’economista Miriama Williams ha affermato poi come le donne, avendo solitamente un ruolo di maggiore responsabilità sui bambini e gli anziani, rischiano di rimanere indietro per badare, appunto, a loro. Per le donne incinte, poi, aumentano i disagi a causa della loro scarsa mobilità e della scivolosità dei terreni. Vi è di conseguenza una maggiore possibilità che le donne rimangano ferite o uccise, non tanto per una loro “debolezza” intrinseca, spesso vista erroneamente come causa principale della sofferenza femminile.

La vera causa è invece da ricercare a monte, ovvero in una mancanza di potere decisionale che può impedire loro di uscire di casa nonostante, per esempio, il sorgere livelli d’acqua, in attesa di un’autorità maschile che conceda loro il permesso. Oltre che la mancanza di una dovuta educazione nell’affrontare disagi di questo tipo.

Dopo la catastrofe, la catastrofe non finisce

Il pericolo per le donne non termina però con la fine di un disastro ambientale. Secondo l’ONU, l’80% degli sfollati delle catastrofi naturali sono donne. Anche qui vi sono varie cause. Innanzi tutto, le donne che vivono in una condizione sociale ed economica precaria hanno più difficoltà a risollevarsi dopo una catastrofe. Molto banalmente, se si ritrovano sole, non hanno soldi per ricostruire una casa o comprare un nuovo terreno. Spesso, quindi, sono costrette a prostituirsi, oppure ad affrettare matrimoni non voluti.

Per trovare degli esempi non serve allontanarsi dalla società occidentale. Dopo l’uragano Katrina che ha colpito l’America nel 2005, le donne afro-americane della Louisiana sono state le più colpite. Jacquelyn Litt, professore di studi sulle donne e sul genere alla Rutgers University, ha dichiarato alla BBC che “più della metà delle famiglie povere della città erano formate da madri single. Queste facevano affidamento a comunità interdipendenti per le risorse quotidiane. I dislocamenti provocati dall’uragano hanno eroso quelle reti, mettendo a grande rischio le donne e i loro bambini.

Ruolo primario, considerazione secondaria

Meno acqua, più violenze

Il paradosso per il quale le donne sono emarginate e sottovalutate nonostante ricoprano un ruolo di indiscussa importanza nella gestione delle risorse familiari, diventa un grave problema nei Paesi in via di sviluppo.

Nell’Africa rurale sono solitamente le donne a procurare acqua e legname. Il lago Ciad, che forniva questi beni primari ad almeno quattro nazioni, si è ormai quasi del tutto prosciugato. Le donne sono quindi costrette a cercare l’acqua in luoghi molto lontani dai villaggi. Questo le espone al rischio di violenze e uccisioni molto più frequentemente del solito. Per non parlare del problema delle latrine. La loro mancanza o precarietà per mancanza di acqua o perché distrutte continuamente da disastri naturali, porta le donne a preferire luoghi aperti, appartati e, quindi, lontano dalle abitazioni, il che preclude la loro sicurezza.

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Inquinamento di aria e acqua

La mancanza di latrine causano anche una contaminazione dell’aria e delle falde acquifere notevole. Le donne, che rimangono più spesso tra le mura domestiche e all’interno dei villaggi, sono molto più esposte a questo tipo di inquinamento. Ma non solo. Come si legge sul report “Gender, climate change and health” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Bangladesh, nella regione orientale dell’India, la contaminazione da arsenico delle falde acquifere è molto alta. Le inondazioni intensificano il tasso di esposizione a questa sostanza da parte delle persone svantaggiate dal punto di vista socio economico, le quali sono spesso rappresentate dalle donne.

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Sempre nello stesso documento è riportato il problema delle acque stagnanti in conseguenza delle inondazioni. Il ristagno idrico incide gravemente sulla salute delle donne che sono costrette a bere l’acqua antigienica dei villaggi colpiti. Gli operatori sanitari locali hanno riferito che stanno aumentando anche i problemi ginecologici delle donne a causa di un uso non igienico dell’acqua.

Gli stessi problemi, sia chiaro, possono colpire anche gli uomini. Anche qui può giocare un ruolo funesto la retrograda mentalità per cui essi si sentono in dovere di dimostrare un eroismo e una mascolinità superiore rispetto alla controparte femminile. Bisogna dire, però, che gli uomini, però, si trovano spesso lontano dal nucleo familiare per cause lavorative e riescono quindi ad evitare questi disagi.

Piccole proprietarie terriere

Katharine Wilkinson è una delle autrici di Project Drawndown, un progetto che è stato definito “la risorsa leader mondiale per le soluzioni climatiche”. Durante un TED Talk, Katherine ha sollevato la questione delle donne quali principali coltivatrici del mondo. Esse, infatti, producono dal 60 all’80% della totalità del cibo prodotto nei Paesi a basso reddito. E molte volte lavorano terreni molto piccoli, di neanche cinque acri.

Il problema, però, è che le donne hanno minor accesso alle risorse, come ad esempio ai diritti sulla terra, ai capitali e crediti, a una formazione adeguata e, ovviamente, agli strumenti e alle tecnologie necessarie alla coltivazione. Di conseguenza, producono meno cibo rispetto agli uomini a fronte di una stessa quantità di terreno.

“Se colmiamo queste lacune – dice Katherine – potremmo ricavare il 20-30% in più di cibo dalle coltivazioni”. Ci sarebbe così meno deforestazione, e quindi un risparmio di almeno 2 miliardi di tonnellate di CO2 in 30 anni.

Educazione è emancipazione

Un altro punto importante toccato da Katherine è l’educazione femminile. Nel mondo, 130 milioni di ragazze non hanno accesso al sistema scolastico. Questo comporta enormi conseguenze negative. Si può dire, anzi, che è probabilmente una delle cause principali per cui l’emancipazione femminile è ancora un problema molto diffuso a livello globale.

In primo luogo, come abbiamo visto, le donne hanno spesso un ruolo importante nel nucleo familiare. Dovrebbero quindi essere le prime a ricevere le nozioni di base su, per esempio, cosa sia un tifone e come comportarsi in casi simili.

L’educazione, poi, aumenta le probabilità che una donna raggiunga una stabilità finanziaria e che quindi sia in grado di affrontare i cambiamenti climatici con più resilienza. Sarebbero in grado di sostentarsi anche in caso di perdita della casa o del terreno, senza dipendere dagli uomini o essere condannate alla miseria.

Potrebbero, poi, aumentare le fila di esperti e scienziati che ogni giorno lavorano per trovare soluzioni al problema del cambiamento climatico. Tendenzialmente, inoltre, le donne che intraprendono un percorso scolastico tendono a sposarsi più tardi e, quindi, ad avere meno figli.

Conseguenza, questa, anche di un’ educazione sessuale approfondita, che dovrebbe informare sulla contraccezione e la profilassi dalle possibili malattie veneree. Se vi fosse un maggiore controllo delle nascite, infatti, in 30 anni vi sarebbero un miliardo di persone in meno. Di conseguenza, sarebbero emesse 120 miliardi di tonnellate di CO2 in meno, altrimenti generate per soddisfare i bisogni di una popolazione in aumento.

Non è, però, soltanto una questione demografica. Una donna educata (scolasticamente) è più consapevole delle sue possibilità, del suo valore e della sua dignità. Si sente quindi libera di scegliere e di gestire il proprio corpo e le proprie risorse come meglio crede. Una donna può e deve generare figli esclusivamente per una scelta personale e non perché “capita”, o peggio, perché è ciò che la società si aspetta da lei. Anche qui, non serve arrivare all’Africa sub-sahariana. Negli Stati Uniti, il 45% delle nascite sono indesiderate.

Non vittime, ma risorse

Questo articolo non vuole però far passare le donne come vittime. Anzi. Spesso, proprio a causa del ruolo che ricoprono all’interno del nucleo familiare, hanno una maggiore conoscenza del loro ambiente e delle risorse rispetto alla controparte maschile. Se queste nozioni venissero unite a quelle degli uomini, non potrebbe che giovare alla resilienza dell’umanità ai cambiamenti climatici. Per questo e per il fatto che ad oggi la rappresentanza media delle donne negli organismi internazionali sul clima è inferiore al 30%, sono stati presi alcuni provvedimenti.

Per esempio, è stato inserito un Gender Focal Point che chiede a tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite di dichiarare i loro progressi sul gender gap all’interno dei loro confini.

Inoltre, nel 2017 la Commissione Europea ha pubblicato una call for proposals che ha messo a disposizione 20 milioni di euro per progetti di imprenditorialità femminile nel settore dell’energia sostenibile nei paesi in via di sviluppo.

Non è certo abbastanza, e molto di più può essere fatto in nome delle donne. Quello che non smetteremo mai di ripetere e che è anche il motivo che ci ha spinto a creare il nostro sito, è di attuare nel nostro piccolo il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, rispettando le donne, i loro diritti e la loro dignità nella nostra vita di tutti i giorni.

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Il Super-Tuesday in America. La corsa a due e l’alternativa Trump

I risultati del Super-Tuesday non sono ancora completi ma già si conoscono i nomi dei due grandi vincitori: Joe Biden e Bernie Sanders. Fuori gioco Mike Bloomberg, che si aggiudica solamente il territorio delle Samoa, nonostante l’immenso capitale investito in campagna elettorale nelle ultime settimane. Altrettanto negativi i risultati di Elizabeth Warren, che ha perso nel suo stesso stato, il Massachusetts. Pete Buttigieg, dopo il sorprendente risultato in Iowa, si è ritirato pochi giorni fa per gli scarsi risultati ottenuti negli altri stati. A prescindere da chi sarà il vincitore, il fronte democratico sembra essere unito nella lotta al cambiamento climatico, mentre l’alternativa Trump non arresta le politiche anti-ambientali. I prossimi mesi e i prossimi quattro anni saranno decisivi per il clima.

I risultati del Super-Tuesday

Le stime sono ancora parziali, mancano ancora i risultati del Maine, ma sembrerebbe che il Super-Tuesday ha ridotto la corsa per la Casa Bianca sul fronte democratico a soli due contendenti. Joe Biden ha incassato il miglior risultato, soprattutto rispetto alle previsioni. L’ex vice di Obama si è aggiudicato Alabama, Arkansas, Carolina del Nord, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Tennessee, Texas e Virginia. Bernie Sanders ha vinto nel suo Vermont, in Colorado, in Utah e soprattutto in California. Ricordiamo infatti che non contano il numero di stati vinti, poiché ogni stato ha un numero di delegati in proporzione alle proprie dimensioni.

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La crisi climatica in California

La California, per esempio, è uno stato chiave per il più alto numero di delegati in palio (415). È uno stato chiave anche per la crisi climatica: i sondaggi degli scorsi mesi hanno constatato che la questione climatica fosse la priorità assoluta nel voto alle primarie democratiche. I cittadini californiani dunque, hanno orientato la loro scelta verso il candidato che ha maggiormente posto l’attenzione su questa tematica, Bernie Sanders. In California non si può più parlare degli effetti che il riscaldamento globale porterà fra venti o trent’anni, poiché nell’attualità avvengono fenomeni eccezionali che testimoniano come il cambiamento climatico sia già una realtà innegabile. Soprattutto gli incendi, sempre più prolungati e sempre più potenti a causa dell’estrema siccità, hanno messo a dura prova lo stato della West Coast: dal 2017, le fiamme inarrestabili hanno ucciso 150 persone e distrutto più di 35000 strutture.

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I piani di Biden e Sanders per l’ambiente

Per questo, i candidati democratici hanno dato grande attenzione allo stato della California. Tutti loro hanno promesso di fermare le operazioni di ricerca di energie fossili sul territorio californiano per abbattere drasticamente le emissioni. Nel concreto, Joe Biden ha focalizzato la sua attenzione sul sovrappopolamento urbano. Il suo piano prevede delle modifiche per rallentare l’espansione urbana e favorire la collaborazione con le agenzie assicurative, al fine di tutelare quelle famiglie che vivono nelle aree a rischio incendi. Il piano specifico di Sanders per la California prevede invece la rinazionalizzazione dei gestori di acqua ed energia, forti incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici e 18 miliardi di investimento per rafforzare il corpo antincendio.

Come già segnalato dal nostro blog, in linea generale il piano climatico di Joe Biden è molto meno ambizioso di quello del suo competitor, con un investimento di 5 trillioni di dollari a fronte dei 16.3 previsti da Bernie Sanders. Biden prevede una transizione pluridecennale, con il raggiungimento del target zero-emissioni nel 2050. Egli ritiene irrealistico poter fermare le attività di fracking nell’immediato. Sanders invece punta alla piena decarbonizzazione degli Stati Uniti entro il 2030, con il 100% delle energie provenienti dalle fonti rinnovabili.

Il Super-Tuesday è solo l’inizio. La vera sfida sarà a novembre

D’altra parte, bisogna tenere a mente che la competizione in corso, di cui il Super-Tuesday rappresenta l’evento cardine, è solo la prima fase di quella che sarà la vera corsa alla Casa Bianca a novembre 2020. Per quanto si possano sottolineare le differenze dei piani promossi dai candidati, il fronte democratico sembra perlomeno unanime sul fatto che esista una crisi climatica e che sia necessario implementare coraggiose riforme di transizione ed adattamento. Ricordiamo che Joe Biden, assieme al presidente Barack Obama, promosse nel 2009 il Recovery Act, che conteneva il più grande investimento nelle energie pulite mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti.

La controparte repubblicana, invece, continua a ignorare la crisi climatica. Anzi, ad aumentarla. A dicembre, l’amministrazione Trump ha approvato nuove esplorazioni per le trivellazioni petrolifere in California. Una mossa che si inserisce in un piano ormai consolidato, dove le compagnie di estrazione vengono favorite enormemente, con affitti a tassi agevolati ed incentivi per nuove estrazioni. Lo stesso stato della California è passato alle vie legali contro l’amministrazione centrale. Allo stesso modo, Trump ha favorito nuove estrazioni in Utah, nei parchi protetti di Grand Staircase-Escalante e Bear Ears.

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L’importanza dei prossimi quattro anni

I prossimi mesi saranno quindi molto importanti, perché sveleranno il nome ufficiale della candidatura democratica. Altrettanto cruciali sono i prossimi quattro anni, dato che gli scienziati hanno ridotto ad otto anni l’arco temporale in cui finirebbe il bugdet di carbonio per rimanere sotto un innalzamento di 1.5 gradi. Con un rinnovo dell’amministrazione Trump, questo limite non potrebbe che essere anticipato ulteriormente. Con un’amministrazione democratica, specialmente se fortemente ambiziosa sul fronte ambientale, si potrebbe arginare la crisi climatica e trasformare la società in chiave ecologica. Per l’ennesima volta, ricordiamo che gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per emissioni storiche e pro-capite. A ragion veduta, gli occhi del mondo sono puntati sull’America.

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L’adesivo con lo stupro di Greta e i valori dell’industria fossile

Una notizia che si fa fatica a commentare e di cui, francamente, si poteva fare tranquillamente a meno. La compagnia petrolifera canadese X-Site Energy ha distribuito ai propri dipendenti un adesivo da attaccare ai propri caschetti. Il contenuto? Una schiena nuda, delle treccine ed una scritta che raffigurava il nome di Greta.

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La reazione di Fridays For Future

In pieno stile “fossile”

Non è la prima volta che Greta Thunberg subisce attacchi frontali simili a questo. Ricordiamo tutti con disdegno l’immagine del manichino con le treccine che penzola da un cavalcavia di Roma, con su scritto: “Greta is your god”. Ed ancora i vari attacchi che ha subito da politici e rappresentanti dell’industria fossile. Il tutto completamente in linea con uno stile inconfondibile, quello di chi sta distruggendo il pianeta ed il futuro delle generazioni a venire per riempire il proprio portafogli.

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D’altronde, cos’altro ci si poteva aspettare da persone di questo tipo? Le stesse che conoscono da decenni le conseguenze di ciò che fanno e che non accennano a voler cambiare. Quelle che non hanno timore di commettere reati, di corrompere, di distruggere, di promuovere politiche sociali che lucrano, tra le altre cose, sul sessismo e sull’ineguaglianza. Quelle che hanno così tanti soldi da non sapere cosa farci e che si girano dall’altra parte quando intere aree del Medio Oriente, e non solo, vengono bombardate per accaparrarsi gli ultimi giacimenti petroliferi. Questa ulteriore caduta di stile non è altro che l’ennesima riprova del loro totale disgusto verso qual si voglia forma di umanità.

Greta e l’adesivo: un attacco frontale a chi lotta per giustizia climatica e sociale

Torniamo per un momento ai fatti di cronaca. A segnalare l’accaduto è stato un dipendente della “X-Site Energy Services”, un’azienda canadese che opera nel settore dei combustibili fossili. “L’adesivo con l’immagine di Greta è stato distribuito come materiale promozionale da attaccare sugli elmetti”. Già solo questo basterebbe per suscitare indignazione e sconcerto. Ma non è finita qui. Doug Sparrow, General Manager della X-Site, una volta interpellato, ha così commentato l’accaduto: “a 17 anni, Greta Thunberg non è più una bambina”. Come se il fatto che una ragazza abbia 17 anni possa giustificarne lo stupro. Un tipo di ragionamento che la dice lunga sui valori che governano chi è a capo dei colossi dei combustibili fossili. Un’immagine che non solo manca di rispetto a Greta, ma anche a tutti coloro che stanno lottando per due concetti sempre più interconnessi tra loro: la giustizia climatica e la giustizia sociale.

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L’immagine incensurata dell’adesivo

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Dopo ben 4 giorni dalla messa in circolazione degli adesivi sono arrivate le scuse da parte dell’azienda che ha colto l’occasione per demonizzare l’accaduto affermando che quell’immagine “non riflette i valori di questa azienda e dei suoi dipendenti”. I dirigenti hanno ovviamente colto l’occasione per fare anche un po’ di greenwashing, che non guasta mai: “L’azienda è anche impegnata nel ridurre il proprio impatto ambientale”. Sì, un’azienda che estrae petrolio e gas. Certo, come no.

La reazione di Greta e delle associazioni all’episodio dell’adesivo

Sono diverse, ovviamente, le associazioni che hanno condannato l’accaduto. La prima a farlo è stata Change.org che ha voluto ricordare come, in Canada, la diffusione di immagini esplicite di minori è considerato un reato pedo-pornografico, per il quale si rischiano fino a 14 anni di carcere. Dura, ovviamente, anche la reazione di Fridays For Future Canada che ha così commentato: “Misoginia, pedofilia e violenza usate come arma. Sì, sono disperati. Il silenzio non creerà cambiamento. Chiedete che i responsabili perdano il loro lavoro e che X-Site rimuova tutti gli esemplari dell’adesivo distribuiti e chieda scusa a Greta”.

Ma, come al solito, a darci la lezione più grande è proprio Greta. In una situazione in cui tantissime persone – compresa una lunga lista di individui più che influenti nel nostro paese, e non solo – avrebbero colto al volo l’occasione per fomentare un clima di odio e creare un nuovo nemico contro cui scagliarsi, la giovane Thunberg ha dimostrato ancora una volta la sua maturità e, a nostro modo di vedere, anche una certa superiorità intellettuale. “Stanno iniziando ad essere sempre più disperati. Ciò significa che stiamo vincendo”. Disperati e, aggiungiamo noi, impauriti. Una schiera di potenti, per lo più maschi, che detiene la maggior parte della ricchezza e del potere decisionale a livello mondiale, impaurita da un movimento creato da una ragazzina di 17 anni. Se non è vigliaccheria questa, difficile immaginare cosa possa esserlo.

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È verosimile ipotizzare che quanto accaduto non avrà grosse conseguenze per la X-Site Energy. Sebbene infatti al parlamento canadese sia stata presentata una mozione di condanna, nella migliore delle ipotesi questa scaturirà in una sanzione economica che finirà per farle il solletico.

Un déjà vu?

Ciò che resta è l’immagine di due mondi tra loro contrapposti. Da una parte quello di un settore che, dopo anni di dominio incontrastato del pianeta tanto a livello economico quanto decisionale, ha perso ogni qualsivoglia forma di buon senso e che allo stesso tempo vede il proprio potere minacciato da un esercito di ragazzi meritevoli, a dir loro, delle più spregevoli sorti, stupri inclusi. Dall’altra proprio questa generazione che, in maniera del tutto spontanea e volontaria, si è aggregata in uno dei movimenti più grandi della recente storia dell’umanità, fondando la propria unione su valori come la giustizia sociale ed ecologica.

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Questa è la battaglia che si sta andando a creare, riassumibile nel più classico scontro che siamo abituati a vedere nei maxi schermi cinematografici ma che, di fatto, è più comune di quanto si pensi anche nella realtà, quello tra il bene ed il male. E mentre le aziende del fossile continueranno ad inquinare, a sfruttare lavoratori e a distruggere la natura che ci circonda, Greta, che settimana scorsa era a Bristol alla manifestazione per il clima locale, si sta spostando a Bruxelles dove venerdì prossimo sciopererà con i giovani belgi. Siete proprio sicuri che quelli da demonizzare siamo noi?

Bocciato ampliamento aeroporti di Heathrow e Firenze: progetto illegale

Aerei della British Airways a Heathrow

Heathrow il gigante

L’Aeroporto di Londra Heathrow, noto più o meno a tutti essendo il principale approdo ad una delle città più visitate del pianeta, è il settimo aeroporto mondiale e il primo per volume di traffico in Europa. Una rapida visita al sito ufficiale dell’aeroporto ci restituisce i dati relativi ai suoi passeggeri annuali. Ogni 12 mesi, da quelle parti, passano tra i 70 e gli 80 milioni di persone. Non ci sono aeroporti al mondo che registrano un maggior numero di visitatori internazionali. Heathrow è il principale landing spot della capitale britannica ed è hub di due compagnie aeree importanti come British Airways e Virgin Atlantic. Il sistema aeroportuale londinese è il più trafficato a livello mondiale e ciò rende l’Inghilterra, e di riflesso l’intero Regno Unito, sempre che unito rimanga davvero, una sorta di hub mondiale del trasporto aereo, con status ufficialmente riconosciuto dalle compagnie aeree del globo.

L’aeroporto di Heathrow è situato circa 30 km ad ovest del centro di Londra, occupa una superficie di oltre 12 km quadrati e si compone di due piste parallele, in direzione est – ovest, sviluppate accanto ai terminal. Ciò è particolarmente rilevante per la community dell’Ecopost in quanto, proprio in queste settimane, si discuteva di un ulteriore ampliamento aeroportuale. Tale ipotesi, ad ogni modo, sembra esser decaduta ora che il progetto di ampliamento è stato dichiarato illegale.

Mappa dell’aeroporto di Heathrow; Foto: Pinterest

La longa manus della Brexit

Come sanno anche i muri, in Gran Bretagna si stanno oliando gli ingranaggi che porteranno il Regno Unito, al termine del 2020, fuori dall’Unione Europea. Il fautore della Brexit, nonché primo ministro, Boris Johnson, ha indicato la via della prosperità britannica in uno sviluppo senza precedenti dell’economia e della finanza. Una sorta di Britain First che sta generando più ombre che luci, agli occhi di tutti tranne che di quei britannici che l’hanno votata nel 2016.

Oltre a rappresentare la principale negazione ad un avveniristico ed incoraggiante progetto di democrazia e cooperazione sovrannazionale, com’è la UE – nonostante i suoi non pochi problemi – la Brexit potrebbe infatti finire con il rivelarsi un clamoroso autogol, per alcuni analisti addirittura il peggiore errore dai tempi della repressione indiana. C’è molta divisione sul futuro del Regno Unito, e forse interpretare la Brexit come una sorta di controparte economica del massacro di Amritsar è forse eccessivo, comunque, di fronte a Johnson e ai suoi connazionali, non sembrano esserci mesi semplici.

A detta di alcuni, un ruolo importante nella nuova strategia britannica, avrebbe dovuto rivestirlo l’espansione dello scalo di Heathrow. Se n’è detto più che convinto il ceo dell’aeroporto, John Holland – Kaye, in un recente intervento. A suo dire: “La Gran Bretagna non può portare a termine i progetti del governo a meno che non vengano accelerati i piani per costruire una terza pista. Heathrow è fondamentale per il futuro dell’economia. Ampliare i rapporti economici con Asia, Cina, India e Sud America è vitale. Dobbiamo essere chiari mentre pianifichiamo la visione di un Regno Unito globale tramite la Brexit. Nessuna espansione di Heathrow, nessuna Gran Bretagna globale.” Holland – Kaye, ad ogni modo, ha tutto l’interesse a tirar proverbialmente acqua al proprio mulino.

John Holland – Kaye, Foto: The Guardian

La questione third runway

Fu il dimissionario governo guidato da Theresa May ad autorizzare inizialmente l’espansione dello scalo di Heathrow. In seguito alle note vicissitudini politiche britanniche, l’autorizzazione fu messa in stallo e, nella giornata di giovedì 27 febbraio, abbiamo avuto l’atteso pronunciamento della corte suprema a riguardo. Nel 2018, ai tempi del semaforo verde del governo May, numerose associazioni ambientaliste si mossero, per vie legali, nei confronti di una decisione che apparì da subito criminale, in termini ambientali.

La motivazione della sentenza emessa dal giudice Lindblom, membro dell’alta corte del Regno Unito recita, nel suo passaggio più significativo: “E’ necessario che la segreteria di Stato tenga in considerazione gli accordi di Parigi. La pianificazione statale non ha tenuto conto della sottoscrizione di tali accordi”. La realizzazione della terza pista, infatti – intervento da 40 milioni di sterline – avrebbe consentito il transito di 700 voli giornalieri aggiuntivi dal 2028, con tutto quel che ne consegue in termini di emissioni inquinanti.

Holland – Kaye e la sua idea di espansione di Heathrow, in una intervista di qualche anno fa

Boris Johnson e Heathrow

Nonostante i proclami di Holland – Kaye e dei suoi colleghi, non è affatto vero che la Gran Bretagna abbia bisogno di un’espansione di Heathrow. Più che avere uno scalo titanico e molti altri medio – piccoli, avrebbe più senso potenziare l’intera rete regionale del Regno Unito. In tal modo, si riuscirebbe ad avere un sistema aeroportuale più potente sull’intera isola. Quando era sindaci di Londra, Boris Johnson si era apertamente schierato contro la third runway. Aveva personalmente portato avanti una campagna di lotta all’idea della terza corsia, assieme al suo vassallo di mille battaglie, ora Ministro per l’Ambiente, Zac Goldsmith. Se il cognome del Ministro accende qualche lampadina al lettore interessato di finanza, ricordo volentieri allo stesso che sua moglie (la seconda) si chiama Alice Rothschild, giusto per dare una prova del 9 di quale sia il background di Goldsmith.

Nell’anno 2015, da sindaco di Londra in chiusura di mandato, BoJo era stato cristallino nell’esprimere la sua opinione in merito all’ampliamento dell’aeroporto. Con la sua caratteristica dialettica, affermò che si sarebbe steso di fronte ai bulldozer, al fine di impedire l’inizio dei lavori.

Boris Johnson, spesso chiamato semplicemente BoJo, primo ministro britannico, Foto: Wired

Il Primo Ministro e l’ambiente

Diversamente da quanto si possa pensare, soprattutto se si segue poco la politica britannica, Johnson è stato un buon sindaco. Londra era naturalmente già Londra prima di lui ma BoJo è riuscito a svilupparla sotto ogni aspetto. Economia, turismo, urbanistica, viabilità, sicurezza… lo staff di Johnson mise mano ad ogni dossier. Una narrazione europeista e superficiale vuole farci passare Boris come il Trump di Londra, enfatizzandone gli aspetti negativi. Tale analisi non è interamente corretta. L’ex giornalista ha una visione economica molto simile a quella dell’inquilino della Casa Bianca, ciò è indubbio. Vi sono però anche sensibili differenze. Ambientalmente parlando, seppur BoJo sia sempre stato abbastanza ambiguo, occorre ricordarlo come quello che andava al lavoro in bicicletta ogni giorno, quando era mayor. Egli ha affermato più volte di voler portare la Gran Bretagna ad emissioni zero entro il 2050. Teniamo presente il quadro completo, non soffermiamoci alla sua pregevole cornice.

In questa ottica, una espansione di Heathrow avrebbe poco senso. Johnson e Goldsmith ora hanno in mano le redini del Paese, dovranno dar seguito alla loro battaglia e dimostrare che le loro belle parole non fossero soltanto tali. E’ lecito dubitare di un figlio del capitalismo più becero e forsennato come Ministro per l’Ambiente e di un conservatore protezionista come Primo Ministro. Come già accennato però, Johnson ha sovente tirato in ballo l’ambiente e ha lasciato trasparire una certa sensibilità al tema.

Nonostante la sentenza, non è detto che questa storia sia chiusa. Una spokeswoman di Heathrow, infatti, ha subito dichiarato che i suoi datori di lavoro faranno ricorso. Dallo scalo sottolineano come la corte si sia appellata solo alla questione del cambiamento climatico, non dipendente dal solo traffico aeroportuale londinese, senza far cenno alcuno ai problemi di inquinamento atmosferico e acustico.

Da sindaco di Londra, Johnson era solito recarsi al lavoro in bicicletta, Foto: Politico

I risvolti ambientali di una espansione di Heathrow

Una sezione intera, sul sito dell’aeroporto di Heathrow, è interamente dedicata alla tematica ambientale. Lo staff dello scalo ammette le proprie responsabilità, come importante attore dell’industria dell’aviazione, riguardo al surriscaldamento globale. Accanto a ciò si dice anche consapevole del fatto che la sua impronta di carbonio sia parte integrante della questione. D’altra parte, comunque, afferma di avere una carbon strategy seriamente avviata per supportare i viaggiatori di oggi e domani, dall’utilizzo di energie rinnovabili alla scelta di combustibili sostenibili. Sfortunatamente, però, nessuna di queste misure cambia il fatto che l’industria dell’aviazione è il principale inquinante mondiale. E buona parte dell’industria dell’aviazione passa da Heathrow.

A Londra la questione Heathrow scotta da tempo. L’aeroporto è già la principale fonte di inquinamento per la comunità, trovandosi in una posizione piuttosto desueta per un hub così vasto. Heathrow è infatti circondato da case, autostrade e infrastrutture viarie di capitale importanza, nella zona più densamente abitata dell’intero Paese. Naturalmente è difficile non essere circondato da infrastrutture, in un’area urbana che conta oltre 8 milioni e mezzo di abitanti come Londra, ma gli altri aeroporti londinesi non presentano lo stesso problema, trovandosi in zone meno popolate. Lo scalo genera inquinamento dell’aria e inquinamento sonoro, oltre al chiaro rischio sicurezza dovuto a voli intercontinentali che atterrano e decollano da una simile metropoli. La terza pista, comunque, non è solo affar di Londra.

Extinction Rebellion ha protestato per mesi contro l’ampliamento di Heathrow

L’ampliamento dell’aeroporto come questione nazionale

L’accentramento di investimenti su Londra e il suo vicinato e il monopolio economico del Sud del Paese, sono storia vecchia nel Regno Unito. Madre di tutti i problemi britannici è, probabilmente, l’aura della City, il distretto finanziario di Londra sede di banche, fondi di investimento e società di brokeraggio che operano sull’intero scacchiere mondiale. Il fior fiore degli economisti britannici è convinto che lo sviluppo economico e la prosperità britannica, nel prossimo futuro, passino da qui. Johnson e i suoi ministri sono d’accordo, per cui, un ulteriore potenziamento delle infrastrutture londinesi è, sostanzialmente, auspicato da chiunque.

La costruzione della terza pista porterebbe però strascichi deleteri all’aviazione britannica. Aeroscali come quello di Manchester, di Birmingham e delle East Midlands, di Newcastle e di Leeds Bradford, vedrebbero una brusca riduzione del loro traffico. Oltre alla chiara ricaduta economica sugli aeroporti stessi, ciò comporterebbe anche delle difficoltà per ogni compagnia e azienda che non operi su Londra. Persino passeggeri privati e turisti avrebbero delle complicazioni; chiunque non fosse diretto a Londra si vedrebbe costretto ad arrivare a Heathrow e poi sobbarcarsi chilometri di strada su un altro mezzo per giungere a destinazione. Accade già abitualmente così oggi, figurarsi con 700 ulteriori voli sulla capitale.

Le conseguenze della sentenza

Il Regno Unito non può certo onorare il proprio impegno nella lotta al cambiamento climatico, costruendo una terza pista in uno degli aeroporti più trafficati al mondo. Fatte le dovute proporzioni, questa affermazione resta valida ovunque, atteniamoci però al Regno Unito in queste righe. Nel render nota la propria decisione, la corte non ha comunque vietato ogni ampliamento dello scalo. Essa si è limitata a decretare come il progetto varato nel 2018, non sia in alcun modo compatibile con il contenimento dell’aumento della temperatura mondiale al di sotto degli 1.5 gradi centigradi. La corte non esclude la possibilità di riproporre un’espansione ambientalmente meno invasiva. Naturalmente, lo stesso consesso ha chiarificato di non sapere se ciò sia possibile.

Ad oggi, come ci ricordano gli attivisti britannici, si vedono solo tre possibili strade qualora si procedesse con l’apertura della terza pista. La prima sarebbe la sconfitta nella battaglia al surriscaldamento globale; la seconda sarebbe la limitazione delle emissioni da qualche altra parte, ovvero la chiusura di qualcuno degli altri scali dello UK citati prima; la terza sarebbe l’impossibilità dell’utilizzo della terza pista, in quanto troppo inquinante, dopo la sua realizzazione. L’ultima possibilità rappresenterebbe un incredibile capitolazione della società al capitalismo estremo, la costruzione di un elefante bianco, di una incredibile ed inspiegabile cattedrale nel deserto innalzata tramite un assurdo spreco di suolo e risorse. Ne uscirebbe, sostanzialmente, un’opera senza alcun senso come quelle che, ahinoi, ben conosciamo in Italia; dove ne contiamo oltre 60.

Una vittoria per gli ambientalisti, lo stop al progetto della terza pista

Il caso Heathrow come apripista

Il sistema giudiziario britannico è molto influente nel resto del mondo; si pensi a quanti sistemi sono modellati a sua immagine e somiglianza, nel Commonwealth e non solo. La decisione sulla terza pista presa in questi giorni, dunque, potrebbe rappresentare un importante precedente. Questa sentenza può potenzialmente influenzare decisioni future in molti dei 195 Paesi che sugli accordi di Parigi hanno apposto la propria firma.

Una buona notizia che si somma a quella della bocciatura dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze da parte del Consiglio di Stato che si è pronunciato a sfavore della richiesta di Toscana Aeroporti. Il ricorso che era stato presentato non ha consentito al Ministero dell?Ambiente di fare “una corretta valutazione di compatibilità ambientale”. Il progetto presentato era infatti molto vago ed il rischio di penalizzare ulteriormente l’area circostante l’aeroporto era più che concreto. Il sindaco di Sesto Fiorentino ha così commentato la decisione: “Finalmente aboliamo un progetto del tutto incompatibile con il nostro territorio”. Due casi che, quindi, potrebbero fare da apripista per il contenimento di un settore che risulta tra i più inquinanti al mondo, ovvero quello del trasporto aereo.

In definitiva, è lecito ritenere che le istituzioni del Regno Unito stiano cominciando a prendere più seriamente in considerazione la tematica ambientale, diversamente da quanto stanno facendo a Bruxelles. Ora va richiesto anche ai cittadini uno sforzo ulteriore, in particolare ai turisti. Occorre smettere di fingere che la richiesta di voli sempre più economici, verso quella spiaggia o quella capitale, possa essere compatibile con l’abbassamento delle emissioni verso lo 0. Il vuoto nella tassazione internazionale delle rotte aeree che rende possibili viaggi a bassissimo costo deve essere interrotto, per scoraggiare voli sulle piccole distanze. La sempre maggiore richiesta di vacanze esotiche, in location distanti, come si sposa con la necessità di regolamentare le emissioni inquinanti? Quando siamo al computer o in agenzia viaggi, intenti a scegliere dove passare il Capodanno o quale isola tropicale visitare per prenderci una pausa dall’inverno, pensiamo mai a queste implicazioni?

Da “Green New Deal” a “Gas New Deal”: l’UE ci ricasca

Mentre nelle prime pagine dei giornali, italiani e non solo, impazzano da ogni dove notizie sul Coronavirus, l’UE ha preso una decisione di gran lunga più pericolosa. Vi ricordate del Green New Deal sbandierato ai 4 venti dall’attuale Parlamento Europeo? Beh, ora possiamo anche chiamarlo “Gas New Deal”.

gas

117 miliardi di fondi per il gas fossile. 29 vengono dall’UE

A rivelare questa cifra è il Global Energy Monitor. Si tratta di una rete di ricercatori che fornisce informazioni di vario tipo riguardanti progetti legati all’energia fossile a realtà di primo livello come la Banca Mondiale, l’UNEP, Bloomberg e tante altre. Una cifra enorme che mette a rischio gli obiettivi intermedi di tagli delle emissioni lungo la strada per un’ Unione Europea “carbon neutral” nel 2050. Se da un lato buona parte di questa cifra verrà finanziata da banche e fondi privati, ben 29 miliardi arriveranno proprio dall’Unione Europea.

Sottolineiamo nuovamente che il gas è una fonte di energia fossile. Quindi un potenziamento delle infrastrutture ad esso legate non è affatto di aiuto nell’ottica di una transizione ecologica. La “giustificazione” di questa decisione è legata alla volontà di abbandonare la dipendenza dal carbone. Peccato che, qualora venisse rimpiazzato con il gas, anche solo parlare di benefici ambientali sarebbe a dir poco eccessivo.

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Il veto dei Verdi

Immediata la presa di posizione da parte degli Eruopean Greens che hanno proposto un veto sull’approvazione del programma Connecting European Facilities (CEF). Al suo interno sono stati approvati i finanziamenti a 151 nuove infrastrutture. Ben 32 di queste riguardano progetti relativi al gas.

Durante la discussione della proposta di veto, Marie Touissant, deputato dei Verdi Europei, si è così rivolta al Parlamento: “Il Pianeta sta morendo. Rapporto dopo rapporto, gli esperti ci ripetono che bisogna rinunciare ai fossili per arginare la crisi climatica. Ma in totale contraddizione con le buone intenzione proclamate, l’Europa sta per dichiarare “prioritari” dei progetti energetici di cui più di un terzo è basato sui combustibili fossili. Siamo in 103, oggi, a chiedervi di rivedere questo elenco. Questi progetti non hanno senso per la scienza, sono un errore economico e soprattutto politico. La scienza ci diche che l’84% delle risorse fossili oggi conosciute non deve essere utilizzato. Continuare ad investire in progetti fossili molto costosi ostacola la possibilità di investire dove serve davvero. C’è qualcosa che non va se l’Unione Europea vuole investire 29 miliardi di euro in progetti che uccidono il clima”.

I progetti sostenuti

A godere di questi finanziamenti c’è, neanche a dirlo, anche l’Italia. Un fatto in totale contraddizione con la scienza e, soprattutto, le parole di una classe politica sempre più ipocrita che mira solo a guadagnare i voti di qualche ambientalista male informato. Tra queste opere, oltre alla già criticata TAP, troviamo il gasdotto EastMed Cipro-Salento e il Malta-Gela, oltre agli impianti elettrici di Andrea Palladio, Brindisi Sud, Marghera Levante, Presenzano Edison e Torrevaldaliga Nord che verranno utilizzati per convertire il gas in energia elettrica. Queste infrastrutture, oltre ad essere molto costose, sono progettate per durare decenni e il rischio di diventarne dipendenti per questo lasso di tempo è più che concreto.

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C’è dunque una forte contraddizione tra ciò che viene detto e ciò che, invece, viene concretamente sostenuto con quello che realmente conta: i finanziamenti. Sono diverse inoltre le associazione che hanno definito “inutile” un così ingente potenziamento delle infrastrutture legate al gas fossile. La capacità di trasporto di gas delle strutture attuali all’interno dell’Unione Europea è infatti già 1,8 volte superiore al combustibile che viene effettivamente trasportato. Inoltre, proprio le stesse proiezioni della Commissione UE, ci dicono che per centrare gli obiettivi climatici del 2030 è richiesto un taglio dell’utilizzo del gas fossile del 29% rispetto ai numeri attuali. Un taglio, non un aumento.

Tra i paesi che investiranno maggiormente in questo scempio troviamo anche Regno Unito, Germania e Grecia, oltre ad alcune nazioni dell’Europa orientale come Romania e Polonia che, non paghe della progettazione di nuove centrali a carbone, stanno ben pensando di inserire nel proprio mix energetico anche una bella fetta di gas fossile. Così, per non farsi mancare niente.

Da Green New Deal a Gas New Deal in meno di un mese

Ed ecco che, nel giro di poco meno di un mese, siamo passati dall’esultare per l’approvazione di un Green New Deal che sembrava serio e credibile, al dover fare i conti con la cruda realtà. Una classe politica ancora troppo influenzata dalle lobby dei combustibili fossili che, ancora una volta, sono riuscite a distribuire i “favori” giusti per ottenere ciò che desideravano. Una posticipazione dell’attuazione di politiche credibili in ambito climatico. L’ennesima montagna di soldi che viene, è proprio il caso di dirlo, bruciata.

Mark Z. Jacobson, docente di ingegneria civile e ambientale alla Stanford University, ha voluto sottolineare come “per l’Europa esista un’alternativa. Il continente può funzionare interamente e in tutti i settori energetici con energie pulite e rinnovabili: energia elettrica e termica da vento, acqua e sole. Una tale transizione ridurrà il fabbisogno energetico e i costi, così come l’inquinamento atmosferico, i problemi di salute e le emissioni”.

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Insomma, rischiando di ripeterci, è ormai evidente come a mancare non siano i soldi, ma la volontà da parte dei politici di prendere una posizione decisa. Ne è ulteriore dimostrazione l’attuale emergenza del Coronavirus. In un brevissimo lasso di tempo le istituzioni, sia a livello nazionale che internazionale, sono riuscite a fare gruppo per far fronte a quella che può essere considerata a tutti gli effetti una crisi, investendo denaro ed impegno per arginare i problemi e trovare soluzioni di lungo termine. Se la stessa prontezza e la stessa lungimiranza venissero incanalate nella lotta alla crisi climatica, molti dei problemi che la compongono potrebbero essere risolti con relativa facilità. E allora, cosa stiamo aspettando?

Luci e ombre sul fondo per l’ambiente di Amazon

Amazon-BezosEarthFund

Il modus operandi di Amazon

L’antefatto è il cronico scarso interesse della multinazionale dell’e-commerce, Amazon, verso l’ambiente. L’azienda più grande del mondo, guidata dall’uomo – nettamente – più ricco del mondo, Jeff Bezos, riempie ogni giorno ogni angolo del pianeta con i suoi pacchi che sorridono. La maglietta che non trovavi; la PlayStation per tuo figlio; il set di tazzine che troverei tranquillamente nel negozio sotto casa, ma su Amazon costa meno; il cellulare di ultimissima generazione, perché il mio ha già 6 mesi e va chiaramente cambiato; Amazon consegna tutto a tutti. Un’inchiesta risalente al 2018, firmata da Milena Gabanelli per il Corriere, calcolò che nel corso del 2017 in Italia furono consegnati 150 milioni di pacchi. Cosa comporta questa cifra in termini ambientali?

Le consegne di Amazon sul territorio nazionale avvengono solo ed esclusivamente su gomma. Naturalmente questo non dipende solo dall’azienda, ma anche da una pianificazione infrastrutturale carente che, nel nostro Paese, non ha mai fatto nulla per incrementare altri tipi di trasporto. Torniamo però ad Amazon. I luoghi di partenza di Amazon sparsi lungo il territorio italiano si suddividono in centri di distribuzione e depositi di smistamento. Ad ordine ricevuto e pagamento effettuato, l’azienda mette in moto il pacco, premurandosi di consegnarlo nel più breve tempo possibile. Il tempo è denaro, naturalmente. Per riuscirvi, ogni deposito ha degli stock di merci pronte a partire con brevissimo preavviso.

Il logo di Amazon, con il sorriso inconfondibile che popola i pacchi consegnati giornalmente in giro per il mondo. Foto: Amazon.it

La flotta aziendale

I camion e i furgoncini utilizzati dalla multinazionale non sono certo mezzi che guardano all’ambiente. Secondo un rapporto ISPRA legato all’inchiesta segnalata da cui sto traendo i dati, oltre l’80% dei veicoli commerciali leggeri che transitano giornalmente nelle nostre città appartengono ad una classe inferiore alla Euro 5. Uno studio firmato Bloomberg e McKinsey afferma come i veicoli commerciali, da soli, siano responsabili di oltre il 30% delle emissioni di Co2 e ossido di azoto nella sola città di Londra. A livello europeo incidono per quasi il 50% delle emissioni totali di Nox. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima in circa 3 milioni le morti annuali premature dovute a questo tipo di inquinamento. Dell’incidenza delle morti premature dovute a polveri sottili, anche in Italia, abbiamo parlato a gennaio, come qualcuno ricorderà.

Oltre il 90% dei consumatori si fa recapitare il pacco a casa, oppure in ufficio, nonostante Amazon metta a disposizione dei delivery point in aree e attività commerciali particolarmente frequentati. Le consegne mensili, nel nostro Paese, ammontavano a circa 6 milioni nel 2012, sono poi diventate oltre 15 milioni nel 2017 e sono già aumentate secondo i dati del 2018, secondo un trend che apparirebbe confermato anche per il 2019, seppure i dati non siano stati ancora interamente elaborati. Il traffico su strada e in città di corrieri e fattorini è, dunque, in continuo aumento. Per tal motivo, come diretta conseguenza dell’acquisto online, il numero dei veicoli commerciali impiegati nel mondo è già cresciuto di oltre il 30% negli ultimi 15 anni, ci dicono Bloomberg e McKinsey. Gli stessi ricercatori stimano che tra oggi e il 2050 questo tipo di traffico veicolare aumenterà di oltre il 40%, nelle grandi città.

Il costo del packaging

Mentre nei negozi tradizionali, solitamente, il fornitore consegna uno stock di prodotti, l’imballaggio dell’acquisto online è sempre unitario. Se acquisto un bel maglione in un negozio di abbigliamento, la commessa lo piegherà e me lo infilerà in una busta, di plastica o carta, tramite la quale me lo porterò a casa. Se faccio lo stesso acquisto su Amazon, tutto cambia. Innanzitutto si riempirà la busta di plastica, poi questa finirà dentro un imballaggio di cartone. Per sigillare il tutto, magari, saranno usate fascette di plastica. Corepla, il consorzio per il riciclo di imballaggi in plastica, stima che dal 2016 l’e-commerce ha rappresentato il 15% del totale della plastica immessa al consumo. Parliamo di circa 300mila tonnellate. Il volume di questo rifiuto è aumentato del 200% in dieci anni.

La domanda di cartone aumenta costantemente e, se è vero che tale elemento è fortemente riciclabile ( l’88% di esso viene riutilizzato), l’aumento della richiesta resta comunque costante e sensibile. Tutti i dati utilizzati sono verificabili sulla citata inchiesta di Gabanelli per il Corriere.

Dipendenti contro

L’ondata di sensibilità e attenzione al tema ambientale, che attualmente si sta, finalmente, respirando un pò ovunque, ha investito anche i compound di Amazon. Una ventina di giorni fa, al termine di gennaio, 300 dipendenti del gigante del commercio hanno apertamente criticato la politica aziendale sull’ambiente. Gli aderenti all’AECJ (Amazon Employees for Climate Justice) hanno richiesta maggiori sforzi al colosso dello shopping in rete. Le critiche si rivolgono al piano ambientale presentato il 19 settembre dallo stesso Bezos. Il mogul si è impegnato a raggiungere le emissioni zero nel 2040. L’AECJ chiede che lo stesso risultato di neutralità carbonica sia raggiunto ben 10 anni prima, non più tardi del 2030.

L’azienda è ben consapevole di come il suo successo si debba principalmente all’enorme rete logistica di trasporti stradali costruita per garantire consegne sempre più veloci. Per mettere in piedi una simile piramide funzionale, Amazon si è resa attore principale nella produzione di gas serra. Tali gas rappresentano i principali responsabili dell’emissione in atmosfera di anidride carbonica. Secondo Climate Watch la C02 prodotta annualmente da Amazon (44,4 milioni di tonnellate) equivale al 10% delle emissioni annuali totali della Francia.

Amazon e il fondo per la Terra

Pungolato dai suoi dipendenti e continuamente attaccato dagli attivisti per il clima, Jeff Bezos ha dichiarato che scenderà in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Il CEO dei CEO ha postato, sul proprio account di Instagram, l’intenzione di lanciare il Bezos Earth Fund. Obiettivo del fondo è il contrasto attivo ai disastrosi effetti del surriscaldamento globale. Bezos doterà personalmente il fondo di 10 miliardi di dollari, somma stanziata per iniziare, ha tenuto a specificare il miliardario, la quale sarà sovvenzionata a ricercatori, attivisti e ong in estate.

Il post su Instagram mostra una foto del nostro Pianeta visto dallo spazio, e in esso Bezos ha usato parole incoraggianti e ricche di speranza. “Possiamo salvare la Terra” ha esordito, “ciò richiede un’azione collettiva. Di grandi e piccole aziende, Stati, organizzazioni globali ed individui.” Ha poi concluso scrivendo “La Terra è la cosa che tutti noi abbiamo in comune. Proteggiamola insieme.”

Jeff Bezos, Foto: Repubblica

L’impegno di Amazon: sensibilità o ipocrisia?

Non possiamo che condividere le parole di Bezos; l’intento di una simile azienda ad impegnarsi in prima linea per l’ambiente è encomiabile. In questi giorni abbiamo segnalato l’impegno di BlackRock, altra azienda gigantesca, sul fronte ambientale, e riportare che non sia la sola in questa battaglia è rincuorante, quantomeno. Secondo la nota rivista di scienza e tecnologia, The Verge, l’iniziativa di Bezos non finanzierà progetti privati ma soltanto donazioni benefiche, lo farà prevalentemente sotto forma di borse studio. Questa è una buona notizia, in quanto è atto dovuto premiare e sostenere il merito di studiosi e scienziati da tempo in prima linea in questa lotta, per consentir loro di continuare il prezioso lavoro che portano avanti. L’esternazione di Jeff Bezos, però, si è portata dietro anche un buon treno di critiche e polemiche.

Non tutti i dipendenti di Amazon vedono di buon occhio il Bezos Earth Fund

Pericolo greenwashing

Molte voci hanno affermato che il post del CEO di Amazon non sia che una strategia di comunicazione bagnata di falsa ecologia, greenwashing e poco altro. I primi a fidarsi poco sono proprio i membri della AECJ, i quali hanno scritto in una nota: “Apprezziamo la filantropia di Jeff Bezos ma una mano non può dare quel che l’altra porta via.” Il riferimento velato è ai – redditizi – accordi siglati negli ultimi mesi dello scorso anno da Amazon con alcune società che sfruttano combustili fossili. Tra esse ricordiamo la celeberrima British Petroleum, tristemente nota per il disastro ambientale causato dalla sua piattaforma Deepwater, Shell e Haliburton. Amazon fornirà loro la tecnologia per una migliore automazione ed esportazione dei giacimenti petroliferi.

Il petrolio disperso nel Golfo del Messico dalla piattaforma Deepwater. Foto: The Economist

In aggiunta a ciò, Bezos ha fornito solo dei dettagli rudimentali su quel che farà il suo fondo. Non ha neppure lontanamente indicato o segnalato quali siano le priorità del suo piano o come intenda affrontarle. Annunciare di portare avanti “qualsiasi sforzo che offra una reale possibilità di preservare e proteggere il mondo naturale” significa ben poco. Sono parole che possono suonare vaghe quando provengono dal titolare di un’azienda che ricava miliardi consegnando prodotti imballati in carta e plastica e consegnati sfruttando combustibili fossili.

Cosa aspettarsi da Amazon?

Le controversie aziendali di Amazon sono ben note. La consegna in un giorno garantita a chi utilizza il servizio a pagamento Prime significa furgoncini, spesso semivuoti, che partono immediatamente dopo la conferma d’ordine per evitare disservizi. Per ridurre i costi e soddisfare le esigenze di una vendita al dettaglio così minuziosa i lavoratori sopportano spesso condizioni lavorative degradanti, pressoché disumane. Ci piacerebbe che Bezos contribuisse in maniera seria e decisa alla lotta al cambiamento climatico, dati i suoi mezzi economici. L’esperienza ci insegna però che, troppo spesso, i mogul del capitalismo come lui chiudono un occhio, quando non entrambi, di fronte alla questione. Tristemente, e lo sappiamo, per loro è più importante il guadagno del bene comune.

Il costo ambientale di Amazon Prime

Trump permette l’estrazione di carbone in due parchi protetti

trump

Sembra che Trump abbia cominciato il suo rush finale. A ormai pochi mesi dalle elezioni americane, l’attuale presidente si è infatti assicurato che più terra possibile fosse disponibile per lo sfruttamento delle sue risorse. Nella giornata di giovedì, lui e la sua amministrazione hanno finalizzato i piani per la perforazione del terreno e l’estrazione di fonti fossili in una vasta area nel sud dello Utah.

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Un’importanza naturale e culturale

Si tratta dei monumenti nazionali Grand Staircase-Escalante e Bear Ears. Il primo, caratterizzato da scogliere, canyon e cascate, è stato creato nel 1996, grazie a un provvedimento dell’ex presidente Bill Clinton. Il secondo è un terreno considerato sacro dalle tribù native ed ospita anch’esso vasti altipiani rocciosi, scogliere e canyon. Per la sua importanza naturalistica e culturale, il presidente Barack Obama l’ha reso un parco protetto nel 2016.

A proposito del parco Bear Ears le nazioni tribali e i gruppi di conservazione dei nativi americani hanno rilasciato una dichiarazione congiunta. Questa afferma che i monumenti sono focolai di ricerca paleontologica, nonché di risorse archeologiche, culturali e naturali.

Vista del monumento nazionale Bear Ears. Fonte: www.barechange.org

Sarah Bauman, direttore esecutivo della Grand Staircase Escalante Partners, ha affermato che il monumento è un sito essenziale per la ricerca sulla crisi climatica. “Grazie al suo isolamento fisico, del minimo impatto umano, nonché della sua enorme diversità ecologica, il parco ci offre rare opportunità per studiare in modo unico i cambiamenti climatici”.

Trump il distruttore

Doveva arrivare Trump, per distruggere ciò che di buono era stato faticosamente raggiunto. Già dal 2017 la nuova amministrazione aveva ridimensionato l’area protetta del Grand Staircase Escalante dell’85% e del 50% quella del Bear Ears. Questi tagli costituiscono insieme il più grande passo indietro nella protezione delle terre pubbliche nella storia degli Stati Uniti.

Le parole di Bauman sono in questo senso esaustive: “Senza protezioni, queste opportunità andranno perse e con esse la nostra capacità di costruire conoscenze e risorse essenziali per mitigare i cambiamenti climatici”.

Per togliere totalmente la protezione a queste terre, mancava soltanto il rilascio di un documento formale che permette lo sfruttamento di ben 861.974 acri. In pratica, questo documento permetterà alle compagnie petrolifere di estrarre ovunque in quell’aerea senza troppi problemi. Anche gli allevatori beneficeranno di questa liberalizzazione, in quanto avranno più spazio per promulgare la loro attività.

Macchina estrattrice di petrolio

Secondo il New York Times, se un’azienda o un individuo scelgono di estrarre minerali o combustibili fossili da quella terra, potrebbero acquistare dal governo un contratto di locazione entro un anno.

Un barlume di speranza

Kimberly Finch, un portavoce del dipartimento interno del governo, ha dichiarato che “non c’è stato quasi alcun interesse per l’estrazione e la perforazione delle terre escluse dalla Grand Staircase”. Fortunatamente, quindi, sembra che nessuna compagnia abbia ancora approfittato di questi permessi.

Il Guardian ci infonde una speranza in più. Nel loro articolo si legge di Casey Hammond, assistente segretario per la gestione dei terreni e dei minerali. Egli ha affermato che le terre escluse dalla protezione restano comunque sotto il controllo federale e sono governate da “leggi collaudate nel tempo” e soggette alle normative ambientali. Ha poi respinto l’affermazione ripetuta spesso dai gruppi di conservazione e ambientalisti per i quali ci sarebbe un “via libera per tutti” per lo sfruttamento del terreno.

“Le insinuazioni sul fatto che queste terre e risorse saranno influenzate negativamente dal semplice atto di essere esclusi dai monumenti è semplicemente non vero”, ha detto Hammond. 

Un profitto milionario

L’amministrazione Trump, però, continua a fare pressioni per favorire lo sfruttamento di quella terra. A detta loro, questo andrebbe fatto per il “bene” dell’economia dello Utah, oltre che degli Stati Uniti. Secondo un’analisi economica del governo, infatti, si stima che la produzione di carbone potrebbe portare a 208 milioni di dollari di entrate annuali e 16,6 milioni di royalties sui terreni che non sono più all’interno dei confini dei parchi. Sempre secondo l’analisi, i pozzi di petrolio e gas in quell’area potrebbero produrre 4,1 milioni di dollari di entrate annuali.

Come sempre, quindi, il fine ultimo è quello del profitto, mentre gli interessi del Pianeta passano in secondo piano.

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BlackRock: quando la finanza diventa green

Il messaggio di BlackRock

Qualche settimana fa, avevamo già parlato dell’annuncio del fondo di investimento BlackRock di concentrarsi sulla sostenibilità finanziaria. Come ricorderete, il magnate Larry Fink, CEO di BlackRock nonché fondamentale pedina nella scacchiera finanziaria mondiale, ha scritto ai – numerosi – suoi clienti una lettera nella quale affermava come la sua società si sarebbe concentrata, nel prossimo futuro, solo su investimenti ambientalmente sostenibili. Di questa esternazione ha colpito molto la radicalità del messaggio, più che il tema trattato in sé, dal momento che, come ben sa chi legge più sovente L’Ecopost, ormai sono svariati i settori che mettono al centro delle loro attività ambiente ed ecologia.

Fink, uomo schivo seppur potentissimo, è stato chiaro. La sua BlackRock è pronta a votare contro, nei consigli delle società di cui è azionista, qualora non vedesse sufficienti progressi in materia di sostenibilità. In sostanza, viene espressamente richiesta la predisposizione di piani industriali che collochino al centro della propria azione il rispetto per l’ambiente. Considerando che gli asset gestiti da BlackRock ammontano a 7430 miliardi di dollari (dati aziendali di fine 2019), l’importanza di questa decisione è tangibile anche a chi non è un addetto ai lavori di Wall Street.

Il logo di BlackRock

L’incontro con il manager BlackRock

A seguito delle dichiarazioni societarie, Economia & Finanza, la sezione tematica di Repubblica, ha incontrato Stephen Cohen. Cohen è il responsabile EMEA di iShares, la piattaforma del gruppo BlackRock attiva nel settore dei fondi indicizzati ed ETF. Per chi facesse fatica ad orientarsi tra questi acronimi facciamo rapidamente chiarezza, affinché non si smarrisca la bussola nel prosieguo della lettura.

I responsabili EMEA sono top manager che si occupano dell’area geografica compresa tra Europa, Medio Oriente e Africa, una macro – area consuetamente unita dalle grandi corporation economiche – industriali.

I fondi indicizzati sono fondi di investimento comuni, non quotati in Borsa. Si caratterizzano per una gestione passiva del portafoglio; rappresentano un modo poco costoso di replicare la tendenza degli indici di mercato.

ETF è acronimo di Exchange Traded Fund. Con tale termine si indica una particolare tipologia di fondo d’investimento; esso viene negoziato in Borsa, esattamente come fosse un’azione e mira a replicare il benchmark (indice di riferimento) attraverso una gestione totalmente passiva. L’ETF riassume ed unisce in sé caratteristiche proprie e definite del fondo e dell’azione ed è dunque in grado di sfruttare punti di forza di entrambi gli strumenti.

Stephen Cohen, Foto: ETFWorld.it

La fase 2 del piano

Alle parole di Fink segue una strategia che si sta definendo in questo periodo ma appare già piuttosto chiara ascoltando Cohen. Il manager si è detto infatti certo del fatto che, grazie al piano ambientale aziendale, nei prossimi anni BlackRock raddoppierà l’offerta di fondi conformi a principi ESG. Il quadro ESG, stabilito dalle Nazioni Unite, incorpora parametri ambientali, sociali e di governance nelle analisi finanziarie e nei processi decisionali riguardanti gli investimenti.

Cohen ha dichiarato: “Punteremo su tre gamme di offerta per incontrare le esigenze della domanda. Una consentirà ai clienti di eliminare dall’universo di investimento settori e società non gradite; una permetterà di ottimizzare lo ESG Score del proprio indice, contribuendo ad abbattere le emissioni di carbonio; l’ultima favorirà investimenti nelle società con i migliori punteggi ESG e sarà caratterizzata da un numero elevato di filtri, fra cui uno escluderà l’esposizione ai combustibili fossili.”

Per favorire l’orientamento all’interno del mare degli investimenti finanziari, spesso in burrasca, occorrerebbe “promuovere una maggiore uniformità e trasparenza della metodologia di definizione dei benchmark di sostenibilità. Gli indici di riferimento ESG dovrebbero escludere società ad elevato rischio, ad esempio chi produce carbone termico.” Ha aggiunto Stephen Cohen. A sua detta, inoltre: “La mancanza di uno standard condiviso da tutto il mercato è un ostacolo. Ci auguriamo possa essere presto superato.” Tendenzialmente, comunque, si è detto ottimista: “L’attenzione crescente degli investitori verso la sostenibilità porterà inevitabilmente a maggiore trasparenza. Chi mette il proprio denaro in un portafoglio è sempre più attento alla sua destinazione.”

Il pensiero di Cohen sugli investimenti che mirano alla sostenibilità

La sostenibilità paga

Ha davvero senso per un colosso finanziario delle dimensioni di BlackRock questo impegno verso il clima? Oppure parliamo di due ambiti così distanti ed incompatibili che non ha senso tentare di farli comunicare? La campagna di Fink e dei suoi è puro marketing? Secondo quanto ci dicono i primi dati, parrebbe di no. Il fondo ETF dal complicato nome iShares ESG MSCI EM Leaders ETF ha debuttato a Wall Street ad inizio mese, venerdì 7 febbraio, attirando ben 600 milioni di dollari (dati aggiornati a giovedì 13 Febbraio da Wall Street Italia.) Naturalmente, si tratta del miglior debutto di un ETF statunitense nel corso del giovane 2020.

Che sia questo un segno del fatto che BlackRock non è l’unico attore a considerare il cambiamento climatico determinante nelle prospettive aziendali a lungo termine? Forse gli investimenti in realtà sensibili alla questione ambientale stanno finalmente prendendo piede, dopo anni di lentissima (seppur costante) crescita. La differenza potrebbe averla fatta la discesa in campo di un colosso come l’azienda di Larry Fink.

https://www.youtube.com/watch?v=IV_P0xGPgj8
I principi di BlackRock sulla sostenibilità

BlackRock: finanza e filantropia

E’ notizia recente un investimento, a nome BlackRock Foundation, per 589 milioni di dollari, sul fronte dell’economia sostenibile. Come riporta Citywire, BlackRock avrebbe utilizzato circa 15 milioni e mezzo di azioni PennyMac Financial Services per ottenere il capitale necessario. Il Social Impact Team aziendale ha identificato alcuni partner per testare soluzioni innovative ed ecologiche in vari settori, con un impatto sul lungo periodo misurabile. Nella prossima fase dei lavori della Foundation si provvederà a finanziare i suddetti partner, ponendo BlackRock in prima linea nell’impegno ambientale. “BlackRock Foundation supporterà la convinzione che la transizione verso un’economia più sostenibile debba essere inclusiva, leale e giusta.” Ha affermato Larry Fink dopo aver reso noti i dettagli dell’operazione.

Fink e i suoi sottoposti parlano molto bene e c’è da augurarsi che credano davvero in quel che affermano. Non dimentichiamo però che si tratta di squali, di pescecani metaforicamente pronti ad azzannare la preda non appena sentano l’odore del sangue. La tematica ambientale, al momento, è un’emorragia che non si riesce a tamponare. C’è da guadagnare cavalcando quest’onda, probabilmente tanto, e BlackRock non vuole lasciarsi scappare questa occasione. L’amara verità è che non esistono precedenti in cui capitalismo e sostenibilità abbiano parlato la stessa lingua. Auspichiamo che questa possa davvero essere la volta buona.

L’importanza di BlackRock nel mondo finanziario e non solo

Primarie Democratici USA: Sanders vince in New Hampshire

L’11 Febbraio, 8 giorni dopo le votazioni dell’Iowa che hanno inaugurato le primarie dei Democratici negli USA. in cui Sanders ha ottenuto il 26,1 % dei voti, si è votato anche in New Hampshire. I risultati, pubblicati nella giornata di ieri, hanno sostanzialmente confermato il trend della settimana precedente in Iowa, con Sanders e Buttigieg a contendersi il primato e, più dietro, tutti gli altri, compreso quel Joe Biden che alla vigilia tutti davano come favorito.

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I risultati delle primarie dei Democratici USA in New Hampshire

Bernie Sanders è stato il candidato più votato con il 25,8% dei voti, tallonato da Pete Buttigieg con il 24,5%. A seguire, con il 19,9%, Amy Klobuchar mentre tutti gli altri candidati si sono attestati sotto il 10%. Per il momento, considerando anche i risultati dell’Iowa, le primarie del partito Democratico americano sembrano ridursi ad una lotta a 2 tra Sanders e, un po’ a sorpresa, Buttigieg. Due dei candidati che ai nastri di partenza sembravano poter dare filo da torcere a Sanders, ovvero l’ex vice-presidente di Barack Obama Joe Biden ed Elizabeth Warren, non stanno infatti rispettando le aspettative e potrebbero essere ben presto tagliati fuori dai giochi.

A questi primi caucus non ha partecipato però un altro candidato che inizierà la sua corsa solo a partire dal 3 marzo: Michael Bloomberg. Il multimiliardario, ex-sindaco di New York, non prenderà parte alle prima quattro votazioni. Una scelta singolare, le cui conseguenze negative potranno essere compensate dal suo strapotere economico e mediatico. Insomma, quella che ad oggi potrebbe sembrare la più classica delle corse a due potrebbe presto avere un ulteriore contendente da non sottovalutare.

I giovani sono con Sanders

C’è un minimo comune denominatore nei risultati di Sanders in questi primi due caucus: il voto dei giovani. Secondo un exit-poll condotto da Edison Media Research, Bernie avrebbe ottenuto il 51% dei voti dei giovani dell’Iowa. Per intenderci Buttigieg è il secondo di questa nicchia con il 20%. Una vittoria schiacciante, quindi, nella fascia di età che va dai 18 ai 29 anni. In Iowa la percentuale è stata lievemente minore ma ha comunque sfiorato il 50%.

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Il motivo? Sanders è il candidato con il più ambizioso Green New Deal del partito Democratico. Bernie è riuscito a mobilitare quella fascia di età che, negli USA, è storicamente più restia a votare, ovvero quella dei giovani. Parte del merito va dato anche all’esplicito appoggio della sua candidatura da parte di Alexandria Ocasio-Cortez. Insieme, i due rappresentanti della fascia più “estremista”, se così si può definire, del partito si sono apertamente schierati soprattutto sulle tematiche ambientali che, ci auguriamo, potrebbero essere l’arma vincente di queste elezioni.

La svolta che aspettiamo

È inutile nascondersi. Le elezioni americane che si terranno alla fine del 2020 potrebbero segnare il futuro dell’umanità. Gli Stati Uniti sono storicamente il paese che ha emesso più CO2 in atmosfera e sono quindi il più diretto responsabile dell’avanzare dei cambiamenti climatici. Qualora Donald Trump, il più celebre negazionista climatico su scala mondiale, si ritrovasse a governare per un altro mandato, le speranze di mantenere la temperatura media globale al di sotto della soglia di 1,5/2 °C rispetto all’era pre-industriale, come auspicato dagli scienziati dell’IPCC, si assottiglierebbe non di poco.

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In un momento in cui l’Unione Europea ha già preso una chiara posizione in termini di politiche ambientali ed in cui anche la Cina sta iniziando ad investire pesantemente nel settore dell’energia rinnovabile, un’ulteriore inversione di rotta da parte degli Stati Uniti, che negli ultimi anni di presidenza Trump hanno spalancato le porte dei palazzi di potere ai lobbisti del settore fossile, potrebbe davvero essere una svolta epocale. Se anche gli USA riprenderanno la strada battuta da Barack Obama, momentaneamente bloccata dall’amministrazione trumpiana, riuscendo inoltre ad alzare l’asticella delle ambizioni sui temi ambientali, come sta facendo proprio Bernie Sanders, la battaglia contro i cambiamenti climatici potrebbe davvero essere vinta. A 8 mesi dalle elezioni è presto per sapere come andrà a finire. Ma, di certo, gli ambientalisti sanno per chi fare il tifo.