C’è un saggio dello psicologo ed economista norvegese Per Espen Stoknes che ha un titolo che sembra uno scioglilingua. Si chiama What We Think About When We Try Not to Think About Global Warming. È interessante (non per lo scioglilingua), perché contiene numerose ricerche sulle barriere cognitive che offuscano la nostra mente quando dobbiamo considerare la pericolosità del riscaldamento globale.
La prima barriera menzionata è la distanza. Il cambiamento climatico è spesso percepito come qualcosa di ancora lontano; lontano in senso spaziale (succede altrove, non dove vivo io), temporale (avrà effetti significativi solo in futuro) e sociale (riguarda persone diverse, più povere). Ecco, questa distanza non esiste, è un meccanismo erroneo del nostro cervello. Una di quelle barriere che non ci permettono di percepire la minaccia a cui siamo sottoposti.
Questo vale anche per noi, che viviamo in Italia, e che pensiamo che la crisi climatica sia avvertita solamente in remoti atolli del Pacifico. Ce lo dimostra il nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente.
Escalation di eventi metereologici estremi
Sta crescendo, di anno in anno, il numero degli eventi metereologici estremi e dei comuni colpiti in Italia. Dal 2010 al 1 novembre 2021 sono stati registrati 1.118 eventi estremi sulla mappa de rischio climatico, 133 solo nell’ultimo anno, con un 17,2% in più rispetto alla passata edizione del rapporto. Per eventi estremi si intende fenomeni come allagamenti da piogge intense, stop alle infrastrutture, trombe d’aria, esondazioni fluviali, prolungati periodi di siccità, temperature estreme, grandinate, frane e danni al patrimonio storico.
I comuni colpiti sono stati 602 (95 in più rispetto allo scorso anno, quasi +18%), e le vittime 261. La città più colpita è Roma dove si sono verificati 56 eventi, di cui ben oltre la metà hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Subito dopo Bari con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Infine Milano con 30 eventi totali.
Le aree più colpite da alluvioni, trombe d’aria e ondate di calore sono 14. Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri: a città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, vanno aggiunti la costa romagnola e a Nord delle Marche (42 casi), la Sicilia orientale e la costa agrigentina (38 e 37 eventi estremi), l’area metropolitana di Napoli (31 eventi estremi), il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi, la costa Nord Toscana (17), il Nord della Sardegna (12) e il Sud dell’isola con 9 casi.
Mancata prevenzione
Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione di queste emergenze. Ma, cosa più allarmante, il rapporto tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni è di 1 a 5. Legambiente rileva che “si tratta di un quadro complesso, quello del nostro Paese, di rischi e impatti in corso, in cui da decenni si continua a spendere un’enorme quantità di risorse economiche per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, a fronte di poche risorse spese per la prevenzione”.
I motivi
Perché gli eventi estremi stanno aumentando anche da noi? Non è una domanda semplice, ma iniziamo col dire che, a causa del riscaldamento globale, il clima mediterraneo si sta estremizzando sempre più.
Lo spiega il climatologo Antonello Pasini su Linkiesta: «Il riscaldamento globale di origine antropica sta facendo estendere verso nord la circolazione equatoriale e tropicale. In questo modo siamo sempre più colpiti dai caldissimi anticicloni africani, invece di essere sotto la protezione del più mite anticiclone delle Azzorre. Quando poi gli anticicloni africani si ritirano sul Sahara lasciano un territorio e soprattutto un mare molto caldo che, quando scendono correnti da nord o nord-ovest più fredde o anche solo più fresche, creano un contrasto termico molto forte e forniscono vapore acqueo ed energia dal basso ai sistemi atmosferici, rendendoli più violenti ed estremi».
Al cambiamento climatico, poi, vanno aggiunte le caratteristiche del nostro territorio. «Per calcolare il rischio da eventi estremi e dunque i danni vanno considerate anche la vulnerabilità del territorio e l’esposizione dei nostri beni e delle nostre persone – continua Pasini – Anche in questo caso in Italia non siamo messi bene, perché i territori, spesso a causa di un’antropizzazione esagerata, sono molto fragili, soprattutto all’arrivo di piogge violente che non hanno la possibilità di essere assorbite ma defluiscono in superficie, facendo diventare le strade dei fiumi in piena. Spesso, inoltre, ci esponiamo in zone dove non dovremmo, magari impegnandoci in abusi che ci si ritorcono contro».
Cosa fare?
Il rapporto di Legambiente si chiude con quattro priorità che il nostro paese dovrebbe tenere in conto per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità del territorio ai cambiamenti climatici. In primis, l’approvazione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. Il nostro paese ancora non ne dispone uno, è fermo in attesa di approvazione dal 2018. A differenza di altri 23 paesi europei, l’Italia è l’unico a non disporre di un Piano nazionale di adattamento.
Tale mancanza può avere un notevole impattato nella programmazione delle risorse di Next Generation UE. Si tratta infatti di un documento necessario, secondo l’associazione ambientalista, per arrivare preparati alla fine del 2022, quando sarà possibile rivedere gli interventi previsti dal Recovery Plan, pianificando specifici progetti nelle aree urbane e territoriali più a rischio.
Altra priorità è la necessità di prevedere un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite. Il “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano” del Ministero della transizione ecologica è un primo passo, ma occorre farne altri. Come, ad esempio, individuare le aree urbane più critiche e introdurre un fondo pluriennale che permetta alle città la programmazione degli interventi più urgenti.
Inoltre, è importante rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico. E infine bisogna mettere la sicurezza delle persone al primo posto, rivedendo le norme urbanistiche: nonostante l’aumento degli eventi estremi, si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, ad intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore.
Sabato scorso si è conclusa la Conferenza delle parti di Glasgow (Cop26), la ventiseiesima negoziazione internazionale sul clima, che ha riunito quasi duecento paesi al mondo. La più partecipata di sempre, con quasi 40 mila registrati tra negoziatori, osservatori della società civile e stampa.
Le aspettative erano alte. Sia perché la presidenza britannica aveva annunciato di voler dare un colpo finale alla dipendenza mondiale dal carbone, il peggiore tra i combustibili fossili; sia perché sono passati sei anni dall’accordo di Parigi e le parti erano tenute ad aggiornarsi sullo stato dell’arte; sia per rendere finalmente operativo il fondo sociale di 100 miliardi di dollari l’anno che i paesi ricchi, i maggiori responsabili del riscaldamento globale, avevano promesso nel 2009 ai paesi più poveri per finanziare la loro transizione ecologica.
Purtroppo però, senza girarci troppo intorno, si può affermare senza paura di essere smentiti che la COP 26 è andata male. C’è però ancora un barlume di speranza. Scopriamo perché.
L’accordo di Glasgow
Il documento finale redatto e approvato da tutti i delegati presenti prenderà il nome di “Glasgow Climate Pact”.
I termini più utilizzati nei vari commenti usciti su siti web e canali social di testate, ong e attivisti sono stati “un accordo annacquato”, “fallimento” e “delusione”.
Ed è vero, ci sono brecce da tutte le parti. In effetti, nonostante le parole soddisfatte di molti portavoce, non si tratta in alcun modo di un accordo che cambierà le cose. Molti dei personaggi giunti più motivati alla Conferenza hanno sottolineato come occorrerà alzare ulteriormente l’asticella nei prossimi anni.
Con le basi del documento attuale, limitare l’aumento della temperatura media globale a +1,5°C è di fatto impossibile. Proviamo ad analizzare i contenuti del testo approvato e firmato da tutti i paesi partecipanti con anche le reazioni di alcuni dei protagonisti.
Le fonti fossili
Partiamo dal finale, cioè dal discorso conclusivo del presidente della Conferenza. Che nel tono e nelle parole ricorda molto quello della ministra cilena che ha chiuso la Cop25 di Madrid. Al termine delle negoziazioni, il parlamentare inglese Alok Sharma, visibilmente commosso, ha detto di essere «profondamente frustrato per il modo in cui le negoziazioni si sono svolte», e che la Cina e l’India dovranno «spiegare ai paesi sottoposti al cambiamento climatico perché hanno fatto quello che hanno fatto». Sharma si riferisce al colpo di coda di questi due paesi per cui dalla terza bozza dell’accordo, la quale prevedeva “l’eliminazione” del carbone (eccetto per le centrali con sistemi di riduzione delle emissioni), si è passato ad una più morbida “riduzione”. Sul tema, quindi, le negoziazioni sono concluse con un accordo al ribasso.
Anche il riferimento all’eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili ne esce ammorbidito, con l’inserimento della dicitura “eliminazione dei sussidi inefficienti”. Formula alquanto controversa e suscettibile di multiple interpretazioni. Considerando l’astuzia politica e comunicativa di chi da decenni genera profitti distruggendo il pianeta, non ci vorrà molto tempo prima che venga individuato un modo per aggirare questa restrizione.
Per quanto riguarda questo punto vale la pena sottolineare come la delegazione numericamente più nutrita fosse proprio quella della lobby del fossile con oltre 500 rappresentanti. Più di qualsiasi altro paese rappresentato. Per capire l’importanza di questa tematica vale la pena ricordate qualche dato.
Nel 2020 il 6,8% del PIL mondiale è stato destinato ai sussidi alle fonti fossili. Stiamo parlando di 5.900 miliardi di dollari, ogni anno. Solamente in Italia questa somma, per il 2020, ha raggiunto i 41 miliardi.
Sul fronte fossili, però, ci sono anche notizie positive. Potrebbe sembrare scontato, ma per la prima volta in un accordo climatico sono stati menzionati i combustibili fossili (carbone, gas naturale e petrolio), cioè i maggiori responsabili del riscaldamento globale. Inoltre, è stato finalmente approvato il mercato del carbonio, un complesso sistema per commercializzare e calmierare le emissioni di CO2, previsto dall’accordo di Parigi e mai finora reso esecutivo per davvero.
Altro passo avanti è quello sull’impegno intermedio rispetto a fine secolo (anche questo è un unicum). Le parti si sono infatti impegnate a tagliare del 45% le proprie emissioni di CO2 entro il 2030. Per farlo, dovranno sottoporre i propri target climatici già nel 2022. Per la prima volta, inoltre, gli stati vengono invitati a ridurre le emissioni di metano entro il 2030, altro gas climalterante insieme alla CO2.
Insomma, nessun risultato concreto, ma piccoli progressi incrementali.
Giustizia climatica e “Loss and Damage”
Probabilmente, la Cop che si è appena conclusa è stata quella più politica, nel senso stretto del termine. Temi come la giustizia climatica e la “giusta transizione” sono entrati seriamente a far parte dei negoziati. A Glasgow, il tema della finanza climatica è stato uno de più spinosi.
Hanno fatto il giro del mondo le immagini del ministro di Tuvalu, un atollo del Pacifico, che invia un messaggio agli altri delegati riprendendosi con le gambe immerse nell’acqua fino al ginocchio. Lo stato insulare di Tuvalu è tra quelli che rischia maggiormente per l’aumento della temperatura globale. A causa dell’innalzamento del livello degli oceani le sue isole sono seriamente minacciate di essere sommerse da qui a qualche decennio.
D’altra parte, Tuvalu è anche tra i paesi meno responsabili dell’emissione di gas climalteranti nell’atmosfera. Come a dire che rischia di scomparire, ma per responsabilità esclusivamente altrui.
Che le conseguenze del riscaldamento globale sono disuguali lo si sapeva da tempo. Alcuni paesi sono esposti a conseguenze maggiori, sia per ragioni geografiche (come il caso di Tuvalu), che socio-economiche o politico-istituzionali. Certo, la tutela del clima è un obiettivo comune, ma vi è una diversità in quanto ai diversi contributi storici al suo deterioramento. E quindi anche ai diversi oneri. Il paradosso è che gli individui (o gli stati) che hanno causato il riscaldamento globale non coincidono con quelli che ne soffrono maggiormente le conseguenze.
Per questa ragione, nella Cop di Copenaghen del 2009 si decise di istituire un fondo sociale di 100 miliardi di dollari annuali, il c.d. Green Climate Fund, con cui i paesi ricchi avrebbero dovuto finanziare la transizione dei paesi più poveri.
Nella Cop di Glasgow, oltre a questo fondo, un gruppo di 77 paesi (insieme alla Cina), quelli che subiscono una crisi che non hanno causato, hanno chiesto ai paesi ricchi di finanziare un ulteriore fondo (c.d. Loss and Damage), quantificandolo tra i 290 e i 580 miliardi di dollari l’anno, con cui pagare i disastri naturali già prodotti dal riscaldamento globale.
Le negoziazioni sono state difficili e, a differenza del carbone, in nessuna bozza sono state strappate diciture concrete. Risultato finale dell’accordo: su entrambe le questioni, gli Stati Uniti e l’Unione europea si sono fortemente opposte, facendo così naufragare le proposte. Quindi tutto rinviato alle prossime negoziazioni.
Su questo tema la nota più positiva riguarda l’inserimento nel testo finale della frase “recognizing the need for support towards a just transition”, ovvero “riconoscendo la necessità di supportare il percorso verso una transizione equa”. Tuttavia, di fatto, di fronte a quella che era a tutti gli effetti una richiesta d’aiuto quasi disperata, i paesi economicamente più sviluppati si sono girati dall’altra parte.
Stop alla deforestazione. Sì, ma dal 2030
Sbandierata ai quattro venti come un risultato storico, anche la sezione dedicata alla deforestazione lascia qualche dubbio.
Da un lato c’è soddisfazione per la sottoscrizione di un accordo che inizialmente vincolava un centinaio di paesi, ospitanti circa l’85% della superficie forestale mondiale tra cui anche Brasile, Canada e Congo, a porre fine ai processi di deforestazione entro il 2030.
E a prima vista si tratta di una buona notizia. Ma resta tutto da vedere. Anche perché il documento firmato non è in alcun modo vincolante. Inoltre, a pochi giorni dalla ratifica, l’Indonesia, paese che ospita la terza foresta pluviale più estesa al mondo, si è già tirata fuori.
La storia recente ci dice inoltre che rispettare questi accordi non è l’attività preferita dei governi, specialmente quando questi vanno ad intaccare i profitti di multinazionali e lobby dei più vari settori.
Inoltre è probabile che di fronte ad un accordo di questo tipo il fenomeno della deforestazione da qui al 2030 sarà accelerato, come intuibile dalla vicina ratifica dell’accordo Mercosur che sancirà di fatto una partnership economica tra Unione Europea e Brasile nello sfruttamento della Foresta Amazzonica, foraggiandone di fatto la distruzione.
Sul tema dell’Amazzonia vale la pena sottolineare come le richieste dei vari enti rappresentanti gli interessi delle popolazioni indigene che la abitano, siano state ignorate.
Il BOGA – Beyond Oil and Gas Alliance
Una delle note più positive della COP è stata la ratifica del BOGA – Beyond Oil and Gas Alliance, un’alleanza per l’uscita dagli idrocarburi. Un documento proposto da Danimarca e Costa Rica che impegna i paesi firmatari come “Core Members”, membri principali, a non concedere più licenze, concessioni o leasing per la produzione ed esplorazione di petrolio e gas. Anche in questo caso però, purtroppo, l’accordo non è vincolante e non sono previste sanzioni per i paesi che non rispetteranno i termini. Si tratta per lo più di dichiarazioni politiche.
Inoltre i paesi firmatari sono stati solo 11 e alcuni di questi abbiano scelto due dei tre livelli di adesione che comportano un impegno minore. Tra questi c’è anche l’Italia che, senza tanti giri di parole, non ha fatto proprio bella figura durante questa Conferenza.
Il (non) ruolo dell’Italia
Dopo aver ospitato il G20 che ha preceduto la COP26, i più ottimisti si aspettavano delle prese di posizione decise da parte dell’Italia che, come sappiamo, è uno dei Paesi del mondo sviluppato che subirà maggiormente le conseguenze della crisi climatica. Anzi, le sta già subendo a tutti gli effetti.
Bene, chiunque nutrisse speranze in questo senso, noi compresi, rimane con un pugno di mosche in mano. Riprendendo brevemente il discorso sul BOGA, l’Italia ha scelto il ruolo di “Friend”, ovvero quello di “chi si impegna a sostenere una transizione globale socialmente giusta ed equa per allineare la produzione di petrolio e gas con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.
Insomma, una bella pacca sulla spalla.
Tra gli altri elementi da sottolineare sulla partecipazione dell’Italia alla COP, con il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani a fare da alfiere, c’è la mancata sottoscrizione del documento interno all’Unione Europea per lasciare il nucleare al di fuori della tassonomia di “Energia Verde” utile alla transizione.
C’è poi un ultimo documento che l’Italia ha deciso di non sottoscrivere: quello per lo stop all’immatricolazione di automobili a motore termico entro il 2035. L’ennesima occasione persa per mostrare un minimo di buone intenzioni.
Processi lenti, e pochi risultati
“Questa non è una corsa, ma una maratona” ha detto Barack Obama davanti alla sala plenaria di Glasgow stracolma di gente. Il punto per dare un giudizio lucido su cosa è successo a Glasgow sta forse tutto qui. Volendo tirare le somme, come ha scritto Ferdinando Cotugno, questi negoziati portano con sé più progressi che risultati veri e propri. E, retrospettivamente, progressi nel corso degli ultimi ventisei anni di conferenze ce ne sono stati, eccome.
Ad oggi, però, di problemi ce ne sono due. Da un lato, questa lentezza non fa che alimentare la sfiducia di attivisti e società civile riguardo alla buona riuscita di queste conferenze; tutto ciò, in una congiuntura dove la fiducia nei confronti di politici, e istituzioni in generale, è ai minimi storici, non fa che alimentare rabbia e frustrazione. Dall’altro lato, anno dopo anno si allarga la crepa che si è formata tra l’urgenza, con cui il mondo scientifico esorta ad agire, e la tempestività con cui la politica adotta decisioni.
Probabilmente il risultato più significativo di Glasgow è che, da queste conferenze, più di questo non possiamo aspettarci. Nel frattempo i combustibili fossili continuano a essere bruciati, la temperatura media del pianeta continua ad aumentare, e paesi come lo stato insulare di Tuvalu rischiano seriamente di scomparire.
Le (poche) note positive
A mantenere viva la speranza c’è per fortuna la società civile, che ha partecipato in massa a manifestazioni e proteste per chiedere un’azione più decisa, che vada nella direzione di un sistema economico più giusto ed inclusivo e, naturalemte, a zero emissioni.
Un vero e proprio fiume di persone unite per una causa indiscutibilmente giusta e su cui occorre intervenire in modo massiccio quanto prima.
Dietro allo scontento per i risultati della COP c’è infatti anche un’importante movimentazione popolare che continuerà a crescere. Molto esplicativo in questo senso l’ultimo Tweet di Greta Thunberg:
The #COP26 is over. Here’s a brief summary: Blah, blah, blah.
But the real work continues outside these halls. And we will never give up, ever. https://t.co/EOne9OogiR
Una delle frasi più ripetute da rappresentanti politici e istituzionali è stata la seguente: “La speranza di rispettare il limite di +1,5°C è ancora viva”.
Una magra, magrissima consolazione, che si fonda su un ottimismo al momento ingiustificato. La possibilità di riuscirci, con questo accordo, effettivamente ancora c’è, ma definirla “viva” è esagerato. Di questo passo infatti, la speranza di non superare quella soglia è più che altro un malato terminale.
In ultimo, per la serie “chi si accontenta gode”, vale la pena sottolineare l’imposizione “di organizzare un meeting ministeriale annuale di alto livello sulle azioni da intraprendere prima del 2030”. Questa iniziativa, lascia la porta aperta ad una svolta che avrebbe dovuto sicuramente arrivare durante questi negoziati, ma che comunque potrebbe arrivare in futuro. Difficile che accada, viste le premesse, ma la possibilità esiste.
In questo senso è stata anche uniformata la “griglia” del documento da presentare ogni anno a questi incontri, che dovrà esporre i dati relativi all’abbattimento delle emissioni di anno in anno. Ma anche su questo è stata data la possibilità di “non riempire alcune caselle”, dando il via libera a chi vorrà nascondere le proprie mancanze.
Una delle notizie migliori riguarda poi l’istituzione di un’enorme area marina protetta, denominata “Eastern Tropical Pacific Marine Corridor” che si estenderà su una superficie di oltre 500.000 chilometri quadrati, dalla Costa Rica alla Colombia. Al suo interno sarà infatti vietata la pesca, favorendo le rotte migratorie di tantissime specie. Visto il ruolo centrale del benessere dell’ecosistema marino e oceanico nell’assorbire le emissioni, questo provvedimento potrebbe fungere da apripista nella difesa dei mari e degli oceani.
Quindi, com’è andata la COP26?
Inutile girarci intorno. Le poche persone che si sono dichiarate “contente” degli esiti della COP sono i rappresentati di qualche stato che è riuscito a difendere i propri interessi. Per il resto, di soddisfazione in giro ce n’è poca. A partire dallo stesso Alok Sharma, presidente della Conferenza, che, come visto sopra, si è limitato a commentare l’accordo “come il migliore possibile”, senza nascondere la propria delusione.
Il panorama ambientalista internazionale è uscito indignato dalla Conferenza, definendola “un’illusione costruita per salvare il capitalismo”, “un festival del Greenwashing” e commentando l’accordo come un documento “timido e debole”.
Un ultimo commento che vogliamo riportare è quello di Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, in quanto a dir poco esplicativo dell’esito delle trattative: “Rimaniamo sempre sull’orlo di una catastrofe climatica. La conferenza ha portato dei passi in avanti, ma che ancora non bastano”.
Spoiler: la situazione delle nostre spiagge non è tra le migliori, e questo è dovuto a una serie di fattori. Alcune cose sono fatte bene e altre sono fatte molto molto male. Ma non partiamo dal finale. Iniziamo, invece, con alcuni dati.
Erosione costiera: di cosa si tratta
Quando parliamo di erosione costiera ci riferiamo a un processo che, in un dato intervallo di tempo e per cause sia naturali che antropiche, modifica la morfologia di un litorale, arretrandone la linea di costa. È un fenomeno che in Italia si conosce molto bene, perché riguarda il 46% delle coste sabbiose della nostra penisola. Le coste basse sabbiose (cioè quelle erodibili) coprono 3.770 chilometri (su circa 8.000 chilometri di litorale complessivo), e quelle attualmente in erosione ammontano a 1.750 chilometri.
A differenza di come potrebbe sembrare a prima vista, l’innalzamento del livello del mare ha contribuito in modo marginale a questo fenomeno. Le due cause principali sono di origine antropica, e sono: l’uso insostenibile del territorio costiero che ha fatto scomparire più del 90% dei sistemi dunari; e (sua diretta conseguenza) la riduzione dell’apporto solido dai fiumi, cioè di tutto quel materiale che concorre alla formazione e al mantenimento delle spiagge.
Tutto ciò dovrebbe preoccuparci ulteriormente, considerando che le previsioni sugli scenari futuri ci dicono che l’innalzamento del livello del mare diventerà la causa principale dell’erosione costiera. Lo è già in alcuni paesi dove questo processo e l’abbassamento del suolo costringono intere popolazioni a migrare all’interno e, talvolta, in altri Paesi.
Il Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) non menziona il problema delle coste. Sebbene in futuro esso potrà essere ricompreso nella strategia che riguarda il rischio idrogeologico, è significativo che l’erosione costiera non venga menzionata nemmeno una volta. D’altro canto, l’Italia non dispone nemmeno di un piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Secondo Legambiente, è necessario che un piano venga approvato al più presto, e che ci sia una specifica attenzione per le aree costiere come hanno fatto gli altri grandi Paesi europei.
La spesa annuale per contrastare l’arretramento del livello di costa messa sul tavolo dallo Stato e, in parte, da Regioni e Comuni, è di circa 100 milioni di euro. La maggior parte degli interventi eseguiti fino ad ora sono opere rigide, come pennelli e barriere frangiflutti. Tali opere interessano almeno 1.300 km di costa. Negli ultimi decenni, però, le opinioni contrarie a questi tipi di opere stanno aumentando. Il progetto Eurosion della Commissione europea ha mostrato come un’approccio integrato e più attento alle caratteristiche del litorale sia migliore di sistemi di difesa rigidi. Probabilmente bisognerebbe aprire una riflessione seria sulla loro reale efficacia anche qui da noi.
Inoltre, la cifra erogata dagli enti pubblici per contrastare l’erosione costiera è maggiore rispetto a quanto lo Stato effettivamente incassa dalle concessioni balneari (100 milioni contro gli 83 di incassi effettivi nel 2019, unici dati disponibili). Ecco, le concessioni balneari sono un altro nodo problematico da considerare.
Troppe concessioni balneari
Nel nostro paese trovare una spiaggia libera è sempre più difficile. Secondo l’ultimo report di Legambiente, in Italia «oltre il 50% delle aree costiere sabbiose è sottratto alla libera e gratuita fruizione». La prima causa di tutto questo è l’aumento esponenziale delle concessioni balneari che nel 2021 sono arrivate a quota 12.166, registrando un incremento del +12,5% rispetto al 2018.
Tra le regioni record ci sono Liguria, Emilia-Romagna e Campania, con quasi il 70% dei lidi occupati da stabilimenti balneari. Altri decisi incrementi si registrano in Abruzzo, con un salto degli stabilimenti da 647 nel 2018 a 891 nel 2021, e nelle regioni del sud, a partire dalla Sicilia dove le concessioni sono passate da 438 nel 2018 a 620 nel 2021, con un aumento del +41,5%.
«Tra i comuni costieri, il record spetta a Gatteo (FC) che ha tutte le spiagge in concessione. Ma si toccano numeri incredibili anche a Pietrasanta (LU) con il 98,8% dei lidi in concessione, Camaiore (LU) 98,4%, Montignoso (MS) 97%, Laigueglia (SV) 92,5%, Rimini 90% e Cattolica 87%, Pescara 84%, Diano Marina (IM) con il 92,2% dove disponibili sono rimasti solo pochi metri in aree spesso degradate».
«Per non parlare dei canoni che si pagano per le concessioni – continua il report di Legambiente – Ovunque bassi e che in alcune località di turismo di lusso risultano vergognosi a fronte di guadagni milionari. Ad esempio per le 59 concessioni del Comune di Arzachena, in Sardegna, lo Stato nel 2020 ha incassato di 19mila euro l’anno. Una media di circa 322 euro ciascuna l’anno».
Buone pratiche per limitare l’erosione costiera
Non mancano però aspetti positivi sottolineati dal report. Negli ultimi anni si sono diffuse anche buone pratiche per la corretta gestione dei litorali grazie ad un approccio integrato, in particolare con una visione che consideri le continue interazioni tra le coste e le aree dell’entroterra. È il caso del comune di Bergeggi (SV), dove la spiaggia delle Sirene è rinata dopo l’intervento di ripascimento del 1992. O di quello di Vallecrosia (IM) che ha utilizzati 300 mila metri cubi di materiale preso dall’alveo del torrente Verbone, con l’ottimo risultato di rendere inutili i pennelli e creare una nuova spiaggia di 60-70 metri.
In Sardegna, invece, il comune di Posada (NU) ha intrapreso una scelta di pianificazione e gestione delle trasformazioni del territorio, in particolare a Monte Orvile, che si è dimostrata all’avanguardia per la messa in sicurezza del territorio dalla speculazione edilizia e da fenomeni di dissesto idrogeologico.
Altra buona pratica di gestione arriva da Gallipoli (LE), dove sono state utilizzate palizzate in castagno come struttura di difesa dall’erosione marina e accumulo del trasposto eolico per il ripascimento spontaneo del piede dunale. È previsto anche un imponente ripristino vegetazionale all’interno dei campi dunali.
Domenica pomeriggio, l’uragano Ida ha toccato terra negli Stati Uniti. Nel momento in cui scrivo, il suo passaggio ha lasciato in Louisiana quasi un milione di persone senza elettricità e ha provocato almeno sei morti. Il National Hurricane Center (NHC) lo ha classificato di categoria 4, definendolo “estremamente pericoloso”. “Possiamo dire che questo sarà uno degli uragani più forti a colpire la Louisiana, almeno dal 1850”, ha detto pochi giorni fa il governatore John Bel Edwards.
La quantità di danni che eventi meteorologici estremi come questo potrebbero causare, insieme ai vari record raggiunti nella stagione degli uragani dell’anno passato, hanno portato molte persone a chiedersi se esista un legame tra uragani e riscaldamento globale. Bisogna fare una premessa: non è una questione facile, sul tema ci sono opinioni contrastanti.
Prima di proseguire, però, bisogna fare alcune precisazioni.
Un paio di cose da sapere sugli uragani
Per prima cosa, che cos’è un uragano? Un uragano è una grande tempesta che si forma al di sopra delle acque tropicali o subtropicali dell’Atlantico. Spesso abbiamo sentito parlare anche di tifoni, ma sono la stessa cosa? Non esattamente. Gli uragani si differenziano dai tifoni per una semplice ragione: il luogo in cui avvengono. Nell’Atlantico si usa il termine uragano, mentre nel Pacifico si usa quello di tifone.
Le condizioni ideali per la loro formazione sono tre:
bassa pressione
acqua calda
umidità atmosderica
Con questi ingredienti durante la stagione estiva (solitamente tra giugno e novembre) possono crearsi delle tempeste simili a torri di vento che ruotano ad alta velocità su se stesse. Se queste torri non sono rallentate da venti laterali o dalla terraferma continuano a crescere indisturbate.
L’intensità di una tempesta si misura in base alla cosiddetta scala di velocità del vento Saffir-Simpson, che va da uno a cinque. Quando una tempesta arriva al terzo punto della scala è classificato come uragano grave, con venti di almeno 178 chilometri all’ora e una forza sufficiente a danneggiare abitazioni e sradicare degli alberi. Le tempeste di categoria quattro con velocità fino a 252 chilometri orari, come l’uragano Ida che sta colpendo la Louisiana, possono radere al suolo degli abitati, provocare una diffusa mancanza di elettricità e determinare molte morti.
Il riscaldamento globale influenza gli uragani?
Gli uragani sono fenomeni complessi. Il dibattito tra gli scienziati sull’ipotesi che il riscaldamento globale possa giocare un ruolo importante nella formazione degli uragani prosegue ormai da anni. Sono stati prodotti numerosi studi scientifici, alcuni anche in contrasto tra di loro.
Ora, benché non è ancora arrivata una risposta definitiva, esiste però un ampio consenso su una cosa: il riscaldamento globale sta cambiando le tempeste.
Sulla base dei dati raccolti fino ad ora, i ricercatori concordano che, a causa del riscaldamento globale, gli uragani stanno aumentando la loro intensità, ma non necessariamente la loro frequenza (il numero complessivo è rimasto più o meno lo stesso negli ultimi decenni). Tutto ciò significa che in futuro le tempeste avranno determinate caratteristiche. Vediamo quali sono.
1 Venti più forti
Come abbiamo visto, uno dei fattori per la formazione di uragani è la temperatura dell’acqua. Acqua più calda significa più energia per alimentare le tempeste. In un report del 2013, gli esperti dello Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sostenevano di essere “virtualmente certi” che ci sia stato un “aumento di frequenza e intensità dei cicloni tropicali più forti, nell’Atlantico settentrionale, a partire dagli anni Settanta”.
È stato calcolato che a ogni grado di aumento della temperatura media dovuto al riscaldamento globale i venti si rafforzano di circa 8 chilometri orari. E con venti più forti si avranno anche danni maggiori, tra cui linee elettriche abbattute, tetti danneggiati e peggiori inondazioni costiere.
2 Più pioggia
Dal punto di vista fisico, esiste un legame tra aumento della temperatura e aumento delle precipitazioni. Per semplificare, con l’aumento delle temperature, aumenta anche la quantità di acqua che evapora dagli oceani, che a sua volta porta a una maggiore formazione di nubi e quindi a un aumento delle precipitazioni.
Ciò significa che possiamo aspettarci che le future tempeste generino maggiori quantità di pioggia. Si calcola che per ogni grado Celsius di riscaldamento atmosferico, l’aria potrà trattenere circa il 7% in più di acqua. Se a ciò si aggiunge l’innalzamento del livello del mare, uragani che scaricano più acqua renderanno più probabili inondazioni nelle aree costiere.
I ricercatori non sanno ancora bene il motivo, ma negli ultimi anni hanno osservato che le tempeste si muovono più lentamente. Alcuni dicono che potrebbe essere in parte responsabile un rallentamento della circolazione atmosferica globale, o dei venti globali.
Il passaggio lento delle tempeste fa sì che le piogge restino intense e battenti per lunghi periodi a livello locale. E questo non fa che peggiorare le cose. Per spiegarlo bene gli scienziati hanno usato una metafora: cioè che succede con tempeste più lente è come quando si cammina in un cortile e si spruzza con un tubo acqua sul terreno. Se si cammina velocemente, l’acqua non avrà la possibilità di formare una pozza. Ma se si cammina lentamente, si creeranno delle grosse pozzanghere.
4 Tempeste più estese
L’aumento del calore intorno ai tropici implica anche l’estendersi dell’area in cui gli uragani potranno svilupparsi, il che produrrà gravi tempeste in territori più settentrionali rispetto al passato.
Nel Pacifico questa mutazione fa sì che il punto focale dei tifoni si stia spostando dalle Filippine verso il Giappone. Nell’Atlantico, i ricercatori stanno cercando di appurare se i cambiamenti climatici contribuiranno a modificare l’itinerario degli uragani al punto da spingere in futuro alcuni di essi verso il RegnoUnito.
5 Tempeste più volatili
Le tempeste, inoltre, si intensificano in modo sempre più veloce. Ad esempio, l’uragano Delta dell’ottobre 2020 è stata la tempesta che più rapidamente è passata da depressione tropicale a uragano di categoria 4. Ha effettuato questatransizione in sole 36 ore. Secondo una recente ricerca pubblicata su Nature, la proporzione di tempeste tropicali che si sono rapidamente trasformate in potenti uragani è triplicata negli ultimi trent’anni.
Infine, le conclusioni riportate sono un buon punto di partenza per dire che il riscaldamento globale produce conseguenze anche sugli uragani. Nei prossimi anni, grazie allo sviluppo delle attrezzature tecnologiche, potremo sicuramente conoscere molte più cose su questi fenomeni meteorologici così complessi.
Il bilancio dei gravi incendi che nel fine settimana sono divampati in Sardegna è altissimo. Più di 20mila ettari di terreno sono stati bruciati. Per dare un’idea, è un’area equivalente a circa 32 mila campi da calcio. Quasi 1.500 sono le persone sfollate, a farne le spese i tredici comuni vicini alla zona boscosa del massiccio del Montiferru, nella provincia di Oristano.
In tutto, almeno un miliardo di euro di danni, secondo Ettore Crobu, presidente dell’Ordine dei dottori agronomi e forestali della Provincia di Cagliari. Aziende, animali, vegetazione, le fiamme hannodivorato un patrimonio ambientale di «70 anni». Ma, oltre ai danni più immediati, i roghi distruggono la sostanza organica dei terreni e la flora spontanea, alterano i naturali equilibri della fauna selvatica e aumentano i rischi di alluvione. Christian Solinas, presidente della regione Sardegna, ha descritto gli incendi “un disastro senza precedenti”.
Un nuovo fronte, ora tra le case di Porto Alabe, a ridosso della costa. La #Sardegna oggi oggi è un inferno enorme. Chilometri e chilometri di territorio devastato. Danni incalcolabili. E il vento continua a spingere le fiamme. L’emergenza #incendi non finisce pic.twitter.com/p9aShj80IW
Ogni anno che passa incendi estremi come questo avvenuto in Sardegna stanno diventando sempre più frequenti. Lo dimostra il report “Mediterraneo in fiamme” del Wwf. Dal 2000, «a fronte di una diminuzione numerica degli incendi – si legge nel report – aumenta purtroppo l’estensione delle superfici percorse dal fuoco». «A partire dal 2017 nell’Europa mediterranea è apparsa una nuova generazione di incendi. Si tratta dei “mega-incendi”, che generano vere e proprie tempeste di fuoco». In Italia, dal 1° gennaio e fino al 14 luglio di quest’anno, l’EFFIS (European Forest Fire Information System) ha registrato in totale 157 incendi con superfice bruciata maggiore di 30 ettari, mentre la media annuale tra il 2008 e il 2020 si attestava a 66.
Come scrive su Domani il giornalista ambientale Ferdinando Cotugno, le cose che possiamo fare per fermare questi mega incendi sono due: «inseguirli, e trovarsi così sempre in svantaggio, oppure adattarsi e anticiparli». Affrontare la questione solo in chiave di emergenza non ci aiuterà, bisogna comprendere che siamo di fronte a seri problemi ecologici e climatici.
Cosa c’entrano gli incendi con la crisi climatica?
I fattori che facilitano la propagazione degli incendi possono essere raggruppati in tre gruppi: meteorologia, orografia e caratteristiche della vegetazione. Negli ultimi decenni, l’orografia delle zone boschive italiane, cioè la conformazione fisica di montagne, coste e valli, è rimasta pressoché la stessa. Ciò che sono cambiati solo quindi gli altri due fattori.
In tutti i paesi attorno al Mediterraneo, infatti, è aumentata la frequenza di condizioni meteorologiche che favoriscono gli incendi. In particolare, il riscaldamento globale prodotto dalla crisi climatica ha aumentato le temperature medie, allungando sia i periodi di piogge durante gli inverni che quelli di siccità durante le estati. Quest’anno si sta rivelando particolarmente duro per siccità e penuria idrica; e tutto ciò riduce l’umidità della vegetazione e facilita la diffusione delle fiamme.
I grandi incendi forestali sono favoriti anche da un certo tipo di vegetazione. Se nelle zone boschive si accumulano a terra piante e rami secchi si aumenta le probabilità di scatenare incendi di grosse dimensioni. È per questo motivo che i boschi non devono essere lasciati a loro stessi, ma vanno gestiti con tecniche di selvicoltura, come disboscamenti studiati, pulizia del sottobosco e incendi controllati.
«La foresta di Santu Lussurgiu (una delle zone colpite dagli incendi in provincia di Oristano) è bruciata del 50%, lì non si fanno diradamenti da decenni. Il fuoco lo si previene riducendo la continuità verticale e orizzontale, distanziando le piante, potando i rami bassi, costruendo superfici a mosaico, sottraendo spazio verticale». A parlare al quotidiano Domani è Giuseppe Delogu, ex comandante del corpo forestale della Sardegna.
In Sardegna gli incendi ci sono da sempre. Purtroppo durante gli anni si è fatto poco a livello territoriale per ostacolarli. Negli ultimi decenni l’isola ha vissuto un lungo processo di svuotamento delle campagne e dunque di conseguente abbandono delle zone rurali. I boschi incolti, insieme a strade prive di manutenzione e la mancata cura degli alberi, facilitano il propagarsi degli incendi.
Se si confronta la mappa dell’incendio che colpì la provincia di Oristano nel ’94 con quella attuale si nota quasi lo stesso itinerario e gli stessi corridoi di fuoco. Come a dire che si sapeva come si sarebbe potuto comportare un nuovo incendio, ma non si è fatto nulla per prevenirlo.
Una delle armi migliori per prevenire il rischio di incendio è la pianificazione, che non è altro che una parte di quell’ambito di interventi più grande che va sotto il nome di adattamento ai cambiamenti climatici. Il punto centrale è che i boschi e la vegetazione non devono essere abbandonati a se stessi. È importante che e a livello istituzionale vadano portati avanti piani di prevenzione e politiche serie di forestazione.
Finalmente i ministri dell’economia e i governatori delle Banche Centrali più influenti al mondo hanno rilanciato l’idea di una carbon tax, e di “un ampio insieme di strumenti per far fronte all’emergenza climatica”. È la prima volta che avviene in maniera così decisa. La sede di questo rilancio è una di quelle d’eccezione: il vertice di economia e finanza del G20 tenutosi a Venezia dal 9 all’ 11 luglio scorso.
Però cominciamo col dire che, sebbene sia stata messa sul tavolo, la strada per introdurre una tassa globale sulle emissioni di CO2 sembra ancora lunga. Soprattutto perché, al di là dei proclami, ad ora sono arrivate solo semplici dichiarazioni.
Cos’è la carbon tax?
Per prima cosa capiamo cosa si vuol dire quando parliamo di carbon tax. La carbon tax è una tassa che viene applicata ai prodotti il cui consumo comporta emissioni di Co2, il principale responsabile dell’emergenza climatica che stiamo vivendo. A pagarla, solitamente, sono le aziende che nella loro attività produttiva emettono tale gas a effetto serra.
Il ragionamento alla base della carbon tax è semplice. La produzione di un bene può generare un costo negativo per l’ambiente, in questi casi si parla di esternalità negative. Questo costo verrà pagato dalla collettività, ad esempio attraverso i danni alla salute e il danneggiamento degli ecosistemi. Per fare in modo che siano le aziende – e non la collettività – a pagare per i danni causati, è dunque possibile tassare le produzioni inquinanti.
Il summit del G20 di Venezia
Il G20 è nato nel 1999 come forum di consultazione tra le maggiori economie del mondo. In seguito alla crisi del 2008 è stato implementato anche di una dimensione politica, per favorire il coordinamento delle politiche dei singoli Stati sulle principali tematiche internazionali. Attualmente i Paesi coinvolti rappresentano il 60 per cento della popolazione globale, l’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio estero.
Quest’anno i vertici del G20 si stanno svolgendo in Italia. Sabato scorso a Venezia, a margine del vertice su economia e finanza, si è tenuta la Conferenza internazionale sul cambiamento climatico, a cui hanno partecipato i ministri dell’economia e i governatori delle banche centrali più influenti al mondo.
Durante il vertice, il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, ha esortato i colleghi ad assumere un impegno comune: far pagare un prezzo equo a tutti coloro che inquinano. «C’è bisogno – ha spiegato Le Maire – di introdurre un prezzo equo ed efficiente delle emissioni di anidride carbonica. In un mondo ideale, il prezzo dovrebbe essere uguale per tutti, ma ci sono differenze politiche su questo obiettivo. Stabilire una soglia minima va in questa direzione».
La fissazione di una base globale del prezzo del carbonio (cosiddetta global floor) è anche uno dei cardini della strategia climatica della Unione Europea. La Commissione presenterà domani ‘Fit for 55‘, un maxi pacchetto sul clima che poggerà su tre elementi:
l’estensione a nuovi settori del sistema del trading di emissioni di Co2;
la revisione della direttiva sulla tassazione energetica;
un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (carbon border adjustment mechanism).
Gli Stati Uniti
Un po’ più generico è stato il punto di vista degli Stati Uniti. La segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen, si è mostrata consapevole che la lotta al cambiamento climatico “richiederà grandi investimenti e scelte politiche difficili” da prendere “immediatamente”. Ma non c’è stato nessun accenno specifico su una carbon tax globale, bensì più in generale su «incentivi alla decarbonizzazione e altre tipologie di sussidi».
Friday was a productive day at the G20 — we made progress towards tackling critical global challenges like the climate crisis and ending the pandemic. I look forward to continuing the conversation this weekend. pic.twitter.com/jEtaxM7oZ1
— Secretary Janet Yellen (Archived) (@SecYellen) July 10, 2021
La posizione del FMI
Uno degli attori più favorevoli all’introduzione della carbon tax è il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). A Venezia la direttrice generale, Kristalina Georgieva, ha ribadito che serve «un segnale forte» per spingere all’adozione di una soglia di prezzo minima globale per le emissioni di anidride carbonica.
Ad oggi, secondo la direttrice del Fmi, il prezzo medio globale della Co2 è insufficiente: appena 3 dollari la tonnellata, e oltretutto copre solo il 23% delle emissioni globali complessive. Georgieva ha indicato la necessità di fissare un prezzo di almeno 75 dollari per ogni tonnellata di Co2 emessa.
Come farlo? «La prima priorità è liberare il mondo da ogni forma di sussidi ai combustibili fossili, che oggi sono equivalenti a più di 5 trilioni di dollari all’anno», risponde Georgieva. Poi si dovrebbe arrivare a un accordo internazionale che introduca un prezzo minimo del carbonio (global floor), o meglio diversi prezzi minimi a seconda dei contesti locali di sviluppo.
La strada è ancora lunga
Certo, stiamo parlando di semplici dichiarazioni. Ad esempio, nulla di comparabile con l’accordo sulla tassazione delle multinazionali raggiunto durante il summit. Un accordo vero e proprio anche in tema di carbon tax non sarà semplice da raggiungere. In primis bisognerà prevedere le ricadute economiche e sociali legati all’introduzione della tassa sul carbonio, evitando ciò che è avvenuto in Francia in occasione delle proteste dei gillet gialli.
Qui da noi, in Italia, una recente analisi fornita dall’Osservatorio dei conti pubblici calcola che, con la carbon tax, «il prezzo di carbone aumenterebbe del 134%, quello dell’elettricità del 18%. Per la benzina, l’aumento di prezzo sarebbe di circa il 10%». Sicuramente un cambiamento necessario se vogliamo affrontare l’emergenza climatica, ma da adottare insieme ad altre riforme indispensabili.
Insomma, la strada è ancora lunga. Ma la nota positiva è che, per la prima volta, nel comunicato finale del G20 potrebbe esserci il riconoscimento del ruolo del carbon pricing nella lotta la cambiamento climatico.
Dopo vari anni di discussione finalmente ieri, martedì 22 giugno, è arrivata una definizione giuridica del crimine internazionale di ecocidio.
“Ai fini del presente Statuto, per ecocidio si intende qualsiasi atto illegale o arbitrario perpetrato nella consapevolezza che vi sono grandi probabilità che provochi danni gravi, estesi o durevoli all’ambiente“.
La definizione è stata formulata da una giuria internazionale di 12 giuristi, promossa dalla campagna Stop Ecocide. L’obiettivo è cercare di incorporare questo nuovo crimine contro il pianeta nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI).
Proud to and grateful for having served on the panel of international legal experts to provide a definition of «ecocide». Here it is: pic.twitter.com/X0MAAH2aDu
Uno dei punti più spinosi per la giuria di esperti è stato quello di individuare il soggetto imputabile. La soluzione prospettata va nella chiara direzione di non voler perseguire né gli Stati, né le grandi multinazionali. Ad essere incriminate saranno solamente determinate persone che ricoprono un ruolo all’interno di imprese, organizzazioni o singoli Stati.
Gli esperti hanno dovuto misurare attentamente ogni parola, contemperando particolarmente due esigenze. Da un lato, scegliere una definizione del reato troppo ampia avrebbe reso più difficile per i paesi firmatari sostenerla. Dall’altro, adottare una definizione troppo ristretta, invece, avrebbe complicato la configurazione di un disastro ambientale come crimine di ecocidio.
Per questo motivo, la definizione contiene alcune formule aperte: “atto illecito o arbitrario”, “consapevolmente perpetrato”; “danno grave”, “esteso”, “durevole”. Il testo integrale della definizione chiarisce alcuni di questi termini.
‘Arbitrario‘ si intende l’atto di negligenza temeraria rispetto a danni manifestamente eccessivi in relazione al vantaggio sociale o economico previsto.
‘Grave‘ si intende il danno che cagiona alterazioni, perturbazioni o danni notoriamente molto negativi a qualsiasi elemento dell’ambiente, compresi gli effetti gravi sulla vita umana o sulle risorse naturali, culturali o economiche.
‘Esteso‘ si intende un danno che travalica un’area geografica limitata, oltrepassa i confini di Stato, o colpisce l’insieme di un ecosistema o di una specie o di un gran numero di esseri umani.
‘Durevole‘ indica un danno irreversibile o che non può essere riparato mediante rigenerazione naturale entro un ragionevole periodo di tempo.
‘Ambiente‘ deve essere inteso come la Terra, la sua biosfera, criosfera, litosfera, idrosfera e atmosfera, così come lo spazio ultraterreste.
Si, ok la definizione, ma ora?
Lo statuto della Corte penale internazionale è stato ratificato da 123 paesi. Comprende finora quattro crimini: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione. Quest’ultimo crimine, quello di aggressione, è stato definito nel 2010 e introdotto nello Statuto nel 2018. In totale dalla definizione all’effettiva introduzione sono passati otto anni. Secondo l’opinione di molti, il reato di ecocidio potrebbe seguire un percorso simile.
Da ora comincerà la fase di discussione pubblica per giungere ad un testo definitivo, che sarà presentato agli Stati firmatari dello Statuto. L’idea è che i paesi, oltre ad includere il reato nello Statuto di Roma, lo incorporino anche nella propria legislazione nazionale.
Ma quanto tempo dovrà trascorrere per incorporare il reato nello Statuto? Il presidente della fondazione Stop Ecocide, Jojo Mehta, non ha voluto dare una scadenza precisa, specificando che saranno necessari due terzi dei firmatari della CPI. Un po’ più chiaro è stato Dior Fall Sow, avvocato delle Nazioni Unite e membro del panel di esperti, che ha dichiarato: “Personalmente, spero che accada più rapidamente rispetto al crimine di aggressione. Oggi la formulazione del reato di ecocidio sta diventando sempre più urgente e importante”.
Ad ogni modo, il vicepresidente della giuria Philippe Sands ha spiegato: “Nella giustizia internazionale ci sono dei momenti in cui avvengono grandi cambiamenti. Mi chiedo se stiamo vivendo uno di quei momenti, la combinazione della pandemia, che ci mostra che non possiamo controllare tutto, così come la sensazione che stia arrivando una grande catastrofe ambientale. Viviamo in un momento in cui si impone la sensazione che dobbiamo fare qualcosa”.
Il 18 maggio scorso, gli attivisti della sezione locale del Wwf che si sono presentati nella diga di Sciaguana, ad Agira, nel cuore della provincia di Enna, sono rimasti attoniti. Il bacino, che una volta era l’habitat di una rigogliosa fauna, era completamente prosciugato. Al suo posto una distesa di fango e limo, con centinaia di esemplari ormai agonizzanti.
Il Wwf ha denunciato il “disastro ambientale“, e al momento ancora è in corso un procedimento per verificare le responsabilità. Ma la crisi idrica sembrerebbe un problema strutturale della nostra penisola.
Disastro Ambientale
Il lago Sciaguana è un invaso artificiale di modeste dimensioni, che può contenere un volume totale di 11,3 milioni di metri cubi di acqua. La diga è abbastanza giovane, fu ultimata solo nel 1992. Nel progetto iniziale, la sua costruzione era destinata a rendere irrigua una porzione di territorio pari a circa 1665 ettari. Ma, ad oggi, gli appezzamenti serviti sono circa 830, dei quali solo 35 ettari effettivamente in consumo produttivo.
“Si tratta di un vero e proprio disastro ambientale” hanno affermato gli attivisti della sezione locale del Wwf. Infatti, prima di essere totalmente prosciugato, l’invaso ospitava una diversificata fauna ittica, una numerosissima popolazioni di anfibi e uccelli acquatici, alcuni dei quali protetti a livello internazionale. Il 18 maggio scorso il Wwf ha notificato a ben 10 enti diversi un lungo e articolato esposto in cui ha denunciato il disastro ambientale avvenuto alla diga. Oltre la perdita della flora e fauna locali, un’altra conseguenza negativa sarà la mancata erogazione delle acque irrigue ai 35 ettari in consumo produttivo. Un danno che potrebbe ammontare intorno ai 250.000 euro.
Nessuno sa il perché
Ciò che è avvenuto a Sciaguana non è una novità: la maggior parte delle dighe siciliane soffre da tempo. Le linee dei grafici della Regione Sicilia sui volumi negli invasi sono per la maggior parte in discesa. E Sciaguana non fa eccezione: dal 2018 al maggio del 2021 si sono persi oltre sette milioni di metri cubi d’acqua. La struttura quindi presentava già gravi défaillance dovute alla mancata manutenzione: paratoie in parte bloccate dal fango, torre di presa malfunzionante, difficoltà nella gestione dei flussi.
Ma nel mese di maggio c’è stata un’inspiegabile accelerazione. Infatti i grafici della Regione indicavano la presenza, all’inizio del mese, di ancora oltre due milioni di metri cubi di acqua. Il 18 maggio sono spariti anche questi, lasciando il posto a un fondo diga secco e calpestabile.
Il Wwf considera il Consorzio di Bonifica di Enna l’ente gestore della diga e per far luce sulle responsabilità del disastro ha chiesto all’ente di accedere agli atti. Però Franco Nicodemo, il commissario straordinario del Consorzio, ha affermato: “Lo svuotamento dell’invaso, contrariamente a quanto scritto dai media non è imputabile in alcun modo al Consorzio di Bonifica, che non può intervenire nelle operazioni gestionali del lago che sono a cura del Dipartimento Regionale Acque e rifiuti”.
“Stiamo valutando – annuncia Nicodemo – di adire per vie legali al fine di tutelare il nostro operato. Ormai da diversi anni il Dipartimento Regionale Acque e rifiuti è il gestore dell’invaso, mentre il Consorzio di Bonifica di Enna è un mero utilizzatore delle acque Sciaguana”.
Pochi giorni dopo la scoperta del prosciugamento, l’assessore all’Energia della Regione Siciliana, Daniela Baglieri, ha avviato un procedimento per verificare le responsabilità dello svuotamento dell’invaso della diga. La sensazione, secondo alcuni media, è che perfino i vertici politici regionali non abbiano idea di cosa sia accaduto.
Crisi idrica
Ma ciò che è successo a Sciaguana potrebbe inserirsi in un quadro ben più ampio. Gli scienziati del CNR sostengono che nella nostra penisola è in atto un processo di desertificazione: questo fenomeno coinvolge circa il 20% del territorio nazionale, con un picco del 70%per quanto riguarda la Sicilia.
La gestione idrica al Sud è in grave difficoltà. Secondo l’Astrid, l’85% delle procedure di infrazione emesse dalla Comunità europea nei confronti dell’Italia in tema di acqua riguardano proprio le regioni del Sud. Le problematiche più frequenti sono: carenza di depuratori, inefficienza dei sistemi fognari, difficoltà nello smaltimento dei fanghi e inadeguatezza delle dighe. Ogni anno le perdite delle reti idriche nazionali portano a uno spreco di 4,5 miliardi di metri cubi di acqua potabile. La sola Sicilia disperde il 50,5% dell’acqua immessa in rete. Nonostante gli sforzi, le società private di gestione idrica, così come le utilities regionali e comunali, non bastano da sole per assicurare l’efficienza delle infrastrutture idriche; le quali avrebbero bisogno, oltre alla naturale manutenzione, di interventi massicci e di profondo rinnovamento.
A questo punto risulta evidente come l’acqua stia diventando sempre più un bene a rischio, soprattutto al Sud. Il mese scorso il governo Draghi ha confermato di voler destinare al Sud il 40% delle risorse del Recovery, con una attenzione speciale proprio al tema idrico. Tra queste risorse 2,8 miliardi saranno destinati alle infrastrutture idriche, e di questi 501 milioni di euro a opere che ricadono al Sud. Ma, nonostante le somme stanziate, l’impegno del governo sembrerebbe ancora parziale rispetto alle esigenze reali della popolazione, soprattutto nel Sud Italia.
Inserire la tutela dell’ambiente e degli animali tra i principi fondamentali della Repubblica. Questo è l’obiettivo della proposta di riforma costituzionale approvato il 19 maggio scorso in commissione Affari costituzionali del Senato. Il percorso, però, sembra essere ancora lungo.
La proposta
Un messaggio chiaro è arrivato verso fine aprile. Il 91% degli italianiera d’accordo con l’inserimento nella Costituzione della tutela dell’ambiente, degli ecosistemi, della biodiversità e degli animali. È quanto è emerso da un’indagine demoscopica di Ipsos per conto della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente. Così, il 19 maggio la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato una proposta di modifica presentata dal Movimento 5 stelle. Le modifiche costituzionali sono due:
Il secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione prescrive che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ad esso la proposta aggiunge un nuovo comma: “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme della tutela degli animali”.
L’articolo 41, che stabilisce come l’iniziativa economica non possa “svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, verrà modificato aggiungendo la dicitura “alla salute, all’ambiente” alla fine della frase precedente. Infine al terzo comma dello stesso articolo, dov’è stabilito che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” viene aggiunto “e ambientali”.
Larga maggioranza
La senatrice di Liberi e Uguali Loredana De Petris, prima firmataria del Ddl insieme a Gianluca Perilli del M5S, ha annunciato: “Chiederemo l’immediata calendarizzazione in Aula, perché l’iter di modifica costituzionale è lungo e complesso. È un risultato storico, che introduce la protezione dell’ambiente e degli animali tra i principi fondamentali del nostro ordinamento. Sino ad oggi era stata principalmente la Corte Costituzionale, attraverso un’interpretazione estensiva di alcuni articoli: per i nostri padri costituenti era impossibile prevedere la centralità che la questione ambientale avrebbe assunto negli ultimi decenni”.
“I numerosi i tentativi delle precedenti legislature sono tutti naufragati -continua la senatrice De Petris-. Nonostante molti ordinamenti europei abbiano da tempo concluso processi di revisione in tal senso. È del tutto evidente come tale adeguamento non sia più rinviabile”.
La riforma costituzionale era uno dei paletti posti dal M5S e dallo stesso Beppe Grillo per il sostegno al governo Draghi.
“Si tratta di un passo decisivo per allineare la nostra Carta costituzionale a quella di quasi tutti gli Stati europei”, hanno affermato i senatori M5S in commissione. “Soprattutto si tratta di un tassello fondamentale nel grande puzzle che compone la transizione ecologica e solidale”, aggiungono, auspicando che presto arrivi la calendarizzazione del provvedimento in Aula.
Consensi arrivano anche dalle altre forze politiche. Simona Malpezzi, presidente dei senatori del Partito Democratico, spiega che il risultato raggiunto è importante soprattutto “per le future generazioni”. Anche il segretario Enrico Letta parla di “grande risultato” e spera che l’iter per l’approvazione definitiva prosegua “più rapidamente possibile”. Dichiarazioni positive sono arrivate anche da Lega, Forza Italia e Liberi e Uguali.
Non è tutto oro quel che luccica
Non sono però mancate alcune critiche. Il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri ha dichiarato: “È un grande passo in avanti per l’importanza del nostro enorme capitale naturale. Il biologo che è in me però non comprende una cosa. La modifica dell’articolo 9 sancisce che la legge dello stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali. E le piante, componente indispensabile della biodiversità? Dei funghi? Del suolo e delle rocce, componenti fondamentali e basilari degli ecosistemi? Io, tra tutte le cose che ho fatto e che sono, mi ritengo fondamentalmente uno zoologo e potrei essere felice che in Costituzione ci sia un posto speciale per gli animali, ma mi sembra che il secondo comma sminuisca un po’ l’enorme valore complessivo del primo”.
Inoltre, uno dei contenuti della tutela ambientale è il diritto dei cittadini ad un ambiente salubre e pulito. Nonostante la protezione giuridica, in alcuni casi, la tutela dei livelli occupazionali ha compresso -più precisamente, «ragionevolmente bilanciato»- tale diritto. Come è avvenuto in una discussa sentenza della Corte costituzionale sull’Ilva di Taranto.
Va detto poi che la proposta non tiene conto della necessità di prevedere uno specifico «dovere costituzionale» di agire nel senso della tutela ambientale. E non è presente nemmeno un richiamo, magari nello stesso articolo 41, allo «sviluppo sostenibile».
Il 29 aprile, la Corte costituzionale tedesca ha deciso con una sentenza storica che il governo dovrà cambiare, entro la fine dell’anno, la legge sul cambiamento climatico del 2019. I giudici costituzionali hanno stabilito che la protezione del clima rientra tra i diritti fondamentali dei cittadini.
The German Constitutional Court declares the Climate Protection Act unconstitutional, requiring the legislator to be more precise about emission strategies post-2030 and more stringent about measures before that. A massive, important judicial intervention in climate politics. https://t.co/zzBmm7wHSe
Il ricorso è stato presentato da nove giovani attivisti, sostenuti da Greenpeace e dal movimento Fridays for Future. I giovani sostengono che la legge tedesca sul cambiamento climatico trasferisce un’onere eccessivo al periodo post-2030, per mantenere le temperature globali medie sotto 1,5 o 2 °C, l’obiettivo fissato dall’accordo di Parigi del 2015.
La legge federale tedesca sul clima non è una singola legge, ma rientra in un pacchetto legislativo emanato nel 2019 e composto da leggi ordinarie, programmi governativi, normative Ue e accordi internazionali. In essa sono indicati due obiettivi principali.
Il primo è uguale a quello approvato di recente dall’Unione Europea: ridurre del 55 per cento le emissioni di gas serra rispetto al livello del 1990 entro il 2030. Il secondo obiettivo è arrivare alla condizione di neutralità carbonica – quella in cui per ogni tonnellata di gas serra che si diffonde nell’atmosfera se ne rimuove altrettanta – entro il 2050.
Secondo i giudici, la legge non contiene indicazioni adeguate e stringenti su come ridurre le emissioni dal 2031 in poi. Inoltre, è previsto che una parte consistente della riduzione delle emissioni venga fatta dopo il 2030. Questo significa che ci sarà meno tempo per introdurre i grandi cambiamenti, e che il peso sarà maggiore per le generazioni future.
«Affinché questo obiettivo venga centrato le riduzioni ancora necessarie dopo il 2030 dovranno essere raggiunte con sempre maggiore rapidità e urgenza», si legge nel dispositivo della Corte. La Corte ha così accolto il ricorso e ha giudicato la legge parzialmente incostituzionale e insufficiente.
Intl Case Update: German Constitutional Court struck down parts of 2019 climate law as insufficient to protect fundamental rights and ordered the government to set provisions for post-2030 emissions cuts.
La legge viola le libertà delle persone che hanno fatto ricorso contro il provvedimento. Secondi i giudici, le emissioni di gas serra hanno virtualmente un impatto su «tutti gli aspetti della vita umana». La protezione del clima, quindi, rientra tra i diritti fondamentali dei cittadini. Ed è la Costituzione tedesca stessa a sancire il dovere dello Stato di «proteggere la vita e la salute». Con questa storica sentenza, la Corte ha esteso la protezione costituzionale anche ai rischi posti dai cambiamenti climatici e da eventi estremi che la crisi climatica sta rendendo più gravi e frequenti.
Questo precedente rappresenta un valido punto di riferimento per le altre cause legali sul clima in corso nel resto del mondo. A questo punto, è molto probabile che in futuro le riduzioni nelle emissioni di gas serra diventeranno target obbligatori anche dal punto di vista giuridico. La lotta globale per la giustizia climatica diventa quindi una questione di difesa dei diritti umani e, in particolare, di tutela dei diritti delle generazioni future.
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