Frutta e verdura di stagione: cosa comprare a novembre

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale. A novembre giunge il tempo delle spremute d’arancia. Tornano di moda anche le vellutate di cavoli. É anche il periodo di cachi, castagne e mandarini. La lista completa.

Verdura di novembre: le novità

  • Carciofi: contengono vitamina C, vitamine del gruppo B e vitamina K, utile nella prevenzione dell’osteoporosi. Sono fonte di ferro e di rame, importanti per la produzione delle cellule del sangue.
  • Cardo: noto per le sue virtù depurative e tonificanti per il fegato grazie alla silibina, che aiuta a smaltire le tossine. Ha anche proprietà lassative, essendo ricco di fibre. Contiene vitamine e sali minerali e ha proprietà antiossidanti che contribuiscono a mantenere giovane l’organismo.
  • Radicchio: il radicchio rosso contiene soprattutto potassio, ma anche magnesio, fosforo, calcio, zinco, sodio, ferro rame e manganese; contiene, inoltre, vitamine del gruppo B, vitamina C, vitamina E, vitamina K. Contiene una grande quantità di acqua e per questo è depurativo, oltre ad essere di grande aiuto per chi soffre di stitichezza e difficoltà nella digestione.

Verdura di novembre, di fine ottobre e di tutto l’anno

  • Aglio: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Bietola:
  • Broccolo e broccolo romanesco: ricco di sali minerali come calcio, ferro, fosforo e potassio. Contiene vitamina C, B1 e B2. Indicato in caso di stitichezza per la presenza di fibre. Ha proprietà antitumorali grazie al sulforafano, una sostanza che previene la crescita di cellule cancerogene.
  • Carota: ricca in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Ha una buona presenza di sali minerali, vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Cavoletti di Bruxelles
  • Cavolo cappuccio: presenta vitamine (C, B-carotene, pro-vitamina A) e per questo ha proprietà antiossidanti e anti-tumorali. L’elevato contenuto di fibre contribuisce al corretto funzionamento intestinale.
  • Cavolo verza: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Cime di rapa: ricche di ferro, sali minerali e vitamina A.
  • Cipolla: l’alta componente di acqua la rende diuretica, la piccola parte di fruttosio la rende un alimento energetico. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.
  • Finocchio: ha proprietà digestive ed è benefico per l’apparato intestinale grazie all’anetolo. Ha proprietà depurative e antinfiammatorie. Contiene vitamina A, C e alcune del gruppo B
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Lattuga: ha un elevato contenuto di fibre e di vitamine (C, B2 ed E). Contiene potassio, il che rende la lattuga una buona alleata per gli sportivi.
  • Patate: ricche di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Ravanelli: Contengono potassio, ottimo per l’equilibrio della pressione sanguigna. Hanno proprietà disintossicanti grazie alle fibre, che aiutano in caso di stipsi, ma anche alla grande quantità di acqua. Lo zolfo in essi presente equilibra il PH della pelle.
  • Scalogno: possiede alcune molecole utili per la regolazione della pressione sanguigna, la diuresi, la riduzione del colesterolo e degli stati infiammatori.
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E) e minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Ha proprietà antiossidanti e ha un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Topinambur: Grazie al suo contenuto di glucidi e quindi per il minore carico glicemico rispetto ad altri tuberi, nei regimi ipocalorici degli obesi e dei diabetici. L’inulina rafforza le difese immunitarie e ha un’azione lassativa. Riduce il colesterolo e favorisce l’attività intestinale.
  • Valeriana: Ricca di minerali come il potassio, il ferro e fosforo, clorofilla e vitamine A, B, C, ha un apporto calorico basso. Inoltre è diuretica e rinfrescante e depura il fegato e l’intestino.
  • Zucca: Ricca di caroteni, sostanze importanti per la produzione di vitamina A, che ha proprietà antiossidanti. Ricca di minerali come calcio, potassio e sodio. I semi proteggono l’apparato urinario e sono ricchi di vitamine.
  • Tartufo: aiuta la digestione e grazie al contenuto di olii aromatici ha effetti antiossidanti ed elasticizzanti dei tessuti. E’ un’ottima fonte di calcio e magnesio, con un basso contenuto grassi e uno altissimo di proteine.

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Frutta di novembre: le novità

  • Clementine: Contengono moltissime vitamine, specialmente quelle del gruppo C, ma anche sali minerali come ferro, magnesio e potassio. Favoriscono l’attività intestinale, aiutano a contrastare l’anemia e hanno proprietà antinfiammatorie.
  • Carrube: frutto molto saziante grazie all’elevata quantità di fibre e zuccheri. Sono ricchi di minerali come potassio, calcio, sodio, fosforo, magnesio, zinco, selenio e ferro. Sono presenti, inoltre, le vitamine del gruppo B e la vitamina C. Ha proprietà antiemorragiche e astringenti.
  • Pompelmo: Ha proprietà antiossidanti ed ipocolesterolemiche. Contiene elevate quantità di Vitamina C e di potassio.

Frutta di novembre, ma anche di fine ottobre e di tutto l’anno

  • Arance: fonte di vitamine, in particolare C, A e quelle del gruppo B. Sono ricche di bioflavonoidi, importanti per ricostruire il tessuto connettivo. Migliorano anche il flusso sanguigno e contengono un’elevata quantità di fibre. Contrastano i radicali liberi e svolgono quindi un’azione preventiva per lo sviluppo di tumori.
  • Cachi: Apportano molti zuccheri, pertanto sono consigliati per chi pratica sport. Il potassio li rende diuretici e depurativi. Hanno virtù astringenti ed emostatiche, oltre che aiutare l’equilibrio della flora intestinale.
  • Castagne: Hanno un altissimo valore nutrizionale (paragonabile a quello del pane integrale) con un forte potere saziante ed energetico. Contengono sali minerali come fosforo e potassio, vitamine B2 e PP fondamentali per la salute dei tessuti. I principi attivi contenuti nelle foglie e nella corteccia di castagno alleviano i sintomi delle malattie collegate alle vie respiratorie.
  • Fichi: Sono ricchissimi di fibre e quindi indicati per problemi intestinali. Sono una buona fonte di energia per l’alto contenuto di zuccheri naturali. Il calcio in essi contenuto li rende un buon alleato per il benessere di ossa e denti. Gli antiossidanti rafforzano il sistema immunitario, prevengono i tumori e favoriscono il benessere della pelle.
  • Kiwi: apporta acqua e fibre ed è un’ottima fonte di Vitamina C. Aiuta le funzioni intestinali prevenendo la stipsi.
  • Melagrana
  • Mela: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Pera: contiene vitamine e sali minerali (potassio) e ha un alto contenuto di fibre, per questo è molto saziante. Modula l’assorbimento intestinale dei lipidi e previene i disturbi dell’intestino crasso.
  • Uva: la presenza di potassio la rende diuretica e depurativa. La presenza di ferro e rame aiuta a migliorare il disturbo dell’anemia. e aiutano ad assorbire la Vitamina C. Ha moltissime fibre e quindi ha un effetto stimolante delle funzioni intestinali. Ha potere antivirale grazie all’azione dell’acido tannico e del fenolo

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Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

Il Cile non ospiterà più la COP25

Ciò che sta succedendo in questi giorni in Cile è sulle pagine dei notiziari di tutto il mondo. Le proteste che stanno invadendo il paese sudamericano hanno, purtroppo, indotto il Presidente Sebastiàn Pinera ad annunciare, nella giornata del 30 ottobre, che il suo paese non potrà ospitare la COP25; una conferenza organizzata dall’ONU con cadenza annuale per discutere delle possibili soluzioni attuabili contro i cambiamenti climatici, in quanto il suo governo al momento ha la priorità di “ristabilire l’ordine pubblico”. Una decisione ragionevole che però finisce per spaventare chi questo evento lo attende con ansia da quasi un anno.

cop25

La COP25 si farà o non si farà?

La paura più grande che sorge tra tutti gli ambientalisti riguarda proprio questa domanda. L’annullamento di un evento del genere potrebbe infatti peggiorare drasticamente la situazione. Per affrontare i cambiamenti climatici è necessario un simultaneo impegno da parte di tutti i governi del mondo. Eventi di questo tipo contribuiscono in questo senso a rafforzare i rapporti e la collaborazione tra essi, o quanto meno tra quelli di maggior buonsenso.

Il video dell’annuncio

Risulta tuttavia difficile capire, a solo pochi giorni dall’annuncio, se la Conference of Parties, giunta alla sua 25esima edizione, sarà definitivamente annullata o se invece cambierà semplicemente la sua cornice. Giovedi’ si e’ aperta una piccola speranza in quanto il Primo Ministro spagnolo Pedro Sanchez ha proposto Madrid come sede sostitutiva dell’evento. La Segretaria Esecutivo sul Cambiamento Climatico dell’Onu, Patricia Espinosa ha affermato che l’offerta della Spagna è un segno “incoraggiante” del multilateralismo e consentirebbe agli organizzatori di attenersi ai tempi originali del vertice.

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Mai nella storia della COP un paese aveva rinunciato ad ospitare l’evento con così breve preavviso. La conferenza si sarebbe dovuta tenere tra il 2 ed il 13 dicembre. Riuscire a riorganizzare l’evento in un solo mese è quanto meno un compito arduo. L’UNFCCC e’ infatti ancora in attesa di una lettera ufficiale dalla Spagna ed e’ atteso per venerdi’ a Bonn un incontro tra i funzionari spagnoli e le Nazioni Unite.

La maledizione della COP25

La 25esima edizione sembra essere maledetta. Proprio nell’anno in cui il problema dei cambiamenti climatici ha iniziato a scalare le gerarchie dei media, grazie soprattutto alle proteste dei giovani di Fridays For Future e non solo, l’evento più importante dell’anno rischia di saltare.

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Il paese inizialmente designato per ospitarla era infatti il Brasile. Purtroppo però, nel Novembre scorso, una delle prime decisioni prese dal neopresidente Bolsonaro, è stata proprio quella di cancellare la propria disponibilità a farsi carico dell’organizzazione della conferenza. Un fatto che non sorprende ma che, per dovere di cronaca, riportiamo affinchè il ritratto di Jair Bolsonaro, definitiivamente ascrivibile nella lista degli amici del cambiamento climatico, possa essere arricchito da questa brutta figura.

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Tra i candidati per ospitare la COP25 c’era in principio anche la Costa Rica che ha poi ritirato la propria candidatura per paura delle spese che avrebbe dovuto affrontare.

E adesso?

Trovare una location alternativa prevede costi organizzativi molto alti, oltre che non pochi problemi logistici. Suggestiva, ma senza ancora nessun riscontro dai piani alti, l’idea lanciata via social da Fridays for Future. Onde evitare l’emissione di tonnellate di CO2 generate dagli innumerevoli jet privati dei vari politici che avrebbero dovuto recarsi in Sud America, perché non trovare un modo per far sì che la conferenza possa tenersi virtualmente?

Cosa di meglio, piuttosto che l’ennesima conferenza localizzata – con i soliti infiniti voli transcontinentali e annesse tonnellate di emissioni, e che il più delle volte finisce nelle solite belle parole, con tanta aria fritta e zero impegni – di un bel “conference-change”: che la COP25 sia la prima COP a zero emissioni, ma col pieno di contenuti e impegni veri! #CaroAntonioGuterres: per essere il primo vero summit del futuro, che la COP25 si tenga “virtualmente”, e carbon-free

Fridays For Future

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Gli attivisti del movimento targato Greta Thunberg, che proprio in questi giorni era in viaggio per recarsi in Cile dove avrebbe dovuto partecipare alla conferenza, hanno colto l’occasione per sottolineare come questa sia un’opportunità più unica che rara per iniziare a razzolare bene, oltre che predicare e basta. Una delle più costanti critiche mosse dai movimenti ambientalisti ad eventi di questo tipo riguarda infatti proprio la loro mancanza di concretezza. Troppo spesso abbiamo assistito a discorsi pieni di enfasi e di belle promesse infrangersi di fronte alla realtà dei fatti. Di bei propositi ne abbiamo sentiti fin troppi. Ora è giunto il momento della coerenza.

Approvata alla Camera la legge “salvamare” per la lotta alla plastica

Nella giornata del 24 ottobre il Parlamento si è riunito per deliberare in merito ad una proposta di legge molto importante per combattere il problema della plastica in mare. La legge “salvamare” ha ottenuto l’approvazione della Camera dei Deputati con 242 voti favorevoli e 139 astenuti. Dopo la discussione in Senato, per cui il Ministro Costa si è dichiarato ottimista, i pescatori potranno riportare a terra i rifiuti raccolti in mare durante le battute di pesca.

salvamare

Chi ha voluto la legge “salvamare”

La proposta di legge salvamare era da tempo sul tavolo dei parlamentari. Il Ministro Costa è stato uno dei suoi primi promotori e non ha esitato a comunicare via social la propria gioia per l’approvazione del decreto che ora passerà alle votazioni del Senato per essere definitivamente approvata. Fa sorridere vedere la composizione dei 139 astenuti. Inutile forse dover specificare chi siano ma lo facciamo per dovere di cronaca. Si tratta di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

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La coalizione che da pochi mesi siede all’opposizione ha perso una buona occasione per dimostrare di giudicare in maniera obiettiva le proposte che gli si parano davanti e prendere seriamente il proprio lavoro. Non votare a favore di una legge del genere dimostra per l’ennesima volta come alla coalizione del centro destra dell’ambiente, e più in generale del buon senso, importi poco o niente. A poco serve andare in televisione a dire “io ci tengo all’ambiente”, come ha fatto Salvini durante il testa a testa con Matteo Renzi a Porta a Porta, se poi quando si vanno ad analizzare i fatti la coerenza diventa un optional di cui poter fare a meno. Hanno votato a favore tutte le altre forze presenti in parlamento.

Cosa dice il DDL salvamare

L’obiettivo dichiarato del provvedimento è quello di andare a coprire un buco normativo piuttosto singolare. Ai pescatori era vietato riportare a terra i rifiuti, plastici e non solo, che venivano accidentalmente portati a bordo. Genera sgomento apprendere che questi, fino ad oggi, dovevano essere rigettati in mare, pena delle multe molto salate. Il testo, lievemente modificato prima della discussione alla Camera, comprende anche una parte relativa alle biomasse vegetali. Anche queste potranno essere infatti riportate a terra in modo che possano essere valorizzate e, tra le altre cose, produrre energia.

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Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha così commentato il risultato ottenuto: “L’approvazione della legge Salvamare alla Camera ci rende particolarmente felici perché rappresenta un tassello fondamentale per il nostro progetto di liberare il mare dai rifiuti e dalla plastica […] la Commissione Ambiente della Camera ha sostanzialmente migliorato l’impianto normativo e adesso riponiamo le nostre speranze nel Senato per un’approvazione rapida di questa legge importantissima per la salute del mare”.

Bene la lotta alla plastica, ma come la mettiamo col resto?

La lotta alla plastica è sicuramente uno dei temi ambientali che più ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. L’approvazione di questa legge è probabilmente volta anche ad intercettare questa dimostrazione di interesse da parte della popolazione. Il passaggio di questo decreto è tuttavia una vittoria del buon senso, vista l’assurdità delle restrizioni precedentemente in vigore. E ben vengano provvedimenti di questo tipo.

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Resta tuttavia un grosso vuoto da colmare affinché le politiche ambientali siano congrue alla crisi climatica in atto. La lotta alla plastica e quella al cambiamento climatico vengono spesso messe sullo stesso piano, quando in realtà una è un piccolo sottoinsieme dell’altra. Risolvere il primo avrà un impatto non particolarmente incisivo sul secondo. La plastica in sé per sé, sebbene sia un derivato del petrolio e rechi effettivamente dei danni all’ambiente sotto diversi punti di vista, ha un contributo molto basso in termini di immissione di CO2 in atmosfera a livello assoluto. Per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, dunque, sarebbero ben altre le misure da prendere in considerazione.

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Una strategia di mitigazione degli effetti del riscaldamento globale passa inevitabilmente, oltre che da un forte miglioramento dei processi di economia circolare, anche dalla decarbonizzazione del settore energetico e della mobilità, da normative più stringenti nel settore agricolo e da massicci progetti di riforestazione. Dare la possibilità ai pescatori di riportare la plastica a terra è sicuramente un fatto positivo e da festeggiare. Tuttavia non va dimenticato che solo qualche giorno fa è stato approvato un Decreto Clima che assomiglia tanto ad una presa in giro atta ad accaparrarsi i voti di qualche ambientalista male informato. Viva la lotta alla plastica, ma non usiamola per pulirci la coscienza su tutto il resto.

Disastro ambientale Brasile: 2.100 km di coste invase dal petrolio

Sud America, costa nordorientale brasiliana. Nella giornata del 2 settembre 535 tonnellate di petrolio hanno invaso le spiagge di 9 stati. Si tratta del peggiore disastro ambientale mai accaduto in Brasile. Le spiagge coinvolte sono più di 200 per un totale di 2.000 chilometri di costa.

disastro ambientale brasile

La nave “fantasma” che ha ricoperto il Brasile di petrolio

Dopo alcuni rilevamenti non è ancora chiaro chi sia il responsabile del disastro ambientale che ha devastato il Brasile. Da una parta abbiamo Petrobras, l’azienda petrolifera statale che si occupa del petrolio in Brasile, che ha colpevolizzato una “nave fantasma” venezuelana accusandola di trasportare del greggio clandestinamente per via delle sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto proprio sul greggio del Venezuela. Dall’altra abbiamo il governo di Maduro che nega un suo coinvolgimento. Non è stato tuttavia possibile risalire all’origine vera e propria di questo disastro ambientale che ha colpito il Brasile, ragion per cui questo crimine ambientale rimarrà verosimilmente impunito con buona pace degli ambientalisti e di chi in quelle zone ci vive.

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Il problema più grande di questa fuoriuscita di petrolio, stando a quanto dichiarato da Reuters Bim, giace proprio nelle caratteristiche del greggio. Il petrolio disperso in mare è solito venire a galla, rendendo relativamente facile una sua individuazione e, conseguentemente, la sua asportazione dalle zone interessate. In questo caso invece la particolare densità del liquido ne compromette il galleggiamento, rendendolo dunque visibile solo una volta che si deposita sulla riva.

Disastro ambientale Brasile: il peggiore della storia

A fare i conti con questo disastro ambientale nel nord del Brasile, vista la già citata assenza delle istituzioni, sono stati volontari ed indigeni che per giorni si sono ritrovati a ripulire le coste dal catrame depositatosi. Tra le aree interessate troviamo anche diverse spiagge, fiore all’occhiello del turismo brasiliano come Ilheus, Pedro do Sal e Praia Do Futuro ma il numero di lidi colpiti sarebbe di almeno 201.

Diversi gli animali trovati morti a causa della fuoriuscita: tartarughe, gabbiani e una quantità indefinibile di pesci. Non quantificabile il danno ambientale. Lo Stato più colpito è quello di Alagoas dove alcuni volontari, intervistati da Al Jazeera, hanno dichiarato di “non sapere quanto ci vorrà per ripulire il tutto”. Potrebbero volerci mesi, forse anni. L’Agenzia di Protezione Ambientale del Brasile, IBAMI, ha inoltre aggiunto che “non esiste una soluzione rapida per risolvere il problema”.

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Il timore più grande è quello di non riuscire ad identificare la fonte da cui fuoriesce il greggio. Se questo mistero non verrà risolto è verosimile ipotizzare che il petrolio continuerà ad invadere le spiagge del Brasile senza sapere quando e come si fermerà. Se questa situazione si verificasse risulta difficile immaginare come tutto ciò possa essere contenuto semplicemente grazie all’impegno dei volontari. Sono già partiti diversi appelli che invitano Bolsonaro a prendere contromisure adeguate, senza tuttavia che questi abbia ancora fornito risposte congrue all’emergenza in atto.

Non solo Brasile. Le altre vittime del petrolio

Quello che vi stiamo raccontando è il quarto incidente di questo tipo degli ultimi 2 mesi. Il disastro ambientale che ha colpito il Brasile non era particolarmente inaspettato. Alle Bahamas, dopo il passaggio dell’uragano Dorian, sono state scoperchiate 6 cisterne di petrolio appartenenti ad una compagnia norvegese con successiva fuoriuscita del greggio. In Louisiana, verso la fine di Agosto, hanno preso fuoco decine di pozzi di gas naturale. Le fiamme sono durate per più di un mese. A Sannazzaro de’ Burgondi, in provincia di Pavia, il 17 settembre scorso si è alzata un’enorme colonna di fuoco da una raffineria Eni. Questo solo per citare i disastri ambientali legati ai combustibili fossili di cui si ha notizia negli ultimi 60 giorni. È giunto il momento di dire basta. Il nostro modello di società basato sui combustibili fossili sta fallendo. Abbiamo commesso un errore, tutti quanti. C’è però il tempo di redimersi. Lasciamoli dove sono e non ci recheranno più danno.

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Boom dei Verdi alle elezioni in Svizzera

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La nuova sensibilità ecologica mossa dai movimenti ambientalisti sta iniziando ad ottenere i risultati sperati. Dopo il boom dei Verdi alle elezioni europee arriva un’altra vittoria in campo politico. Il risultato delle elezioni che si sono tenute in Svizzera nello scorso weekend ha visto infatti il partito ecologista, guidato da Regula Rytz, ottenere il miglior risultato della sua storia guadagnando il 13% dei consensi e rivelandosi la quarta forza in Parlamento.

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Regula Rytz, capo politico dei Verdi in Svizzera

I Verdi riscrivono la storia della politica Svizzera

I Verdi hanno di fatto riscritto la storia delle elezioni in Svizzera. Da quando, nel 2019, è stato istituito il modello proporzionale mai nessun partito era riuscito ad incrementare così tanto il numero dei seggi in parlamento nell’arco di una sola tornata elettorale. Il partito ecologista ha visto incrementare il numero dei propri seggi dai 9 della precedente legislatura ai 26 di questa, migliorando il proprio bottino di 16 punti.

Ma le buone notizie non finiscono qua. C’era un’altra lista ecologista, quella dei Verdi Liberali. Anche in questo caso i risultati hanno dato ragione a chi sta puntando forte sull’ecologia anche in ambito politico. Dopo il deludente 4,6% delle elezioni politiche del 2015, il partito guidato da Jurg Grossen è riuscito ad incrementare il proprio consenso di più di 3 punti percentuali (7,99%). Risultato che gli consentirà di entrare in parlamento con 15 seggi rispetto ai 7 del precedente governo. Sommando i risultati dei due partiti si ottiene una percentuale del 21%. Ciò significa che 1 persona su 5 in Svizzera reputa la lotta ai cambiamenti climatici come prioritaria rispetto alle altre.

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Parallelamente all’ascesa dei partiti filoecologisti si è verificato un calo dei consensi per tutti gli altri. L’UDC, nonostante una perdita del 4% dei consensi rispetto alle elezioni 2015, si è confermato come primo partito con il 25,8% dei voti. A seguire PS con 16,6%, in calo del 2%, e PLR con 15,3% (-1%).

Dopo le Europee i Verdi esultano anche in Svizzera

Già abbiamo assistito ad un risultato sorprendente degli European Greens in sede di elezioni europee. Il Partito ecologista era infatti risultato essere il secondo più votato in Germania, il terzo in Francia ed aveva sforato il tetto del 10% in tanti altri paesi come Finlandia (16%), Lussemburgo (19%), Regno Unito (11%), Svezia (11%), Olanda (10%), Irlanda (13%), Danimarca (13%), Repubblica Ceca (11%) e Austria (14%).

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Quella che arriva dalla Svizzera è dunque un’ulteriore conferma dell’impatto che i movimenti ambientalisti stanno avendo sulla società. Nella maggior parte dei paesi Europei sta nascendo una sensibilità ecologica senza precedenti. L’urgenza del problema dei cambiamenti climatici sta iniziando ad essere compreso anche dall’elettorato.

E i Verdi italiani?

La nota negativa di questa ondata Verde Europea giace proprio nel nostro paese. I Verdi italiani faticano infatti ad attirare elettori, come confermato dal 2,7% ottenuto alle scorse Europee. Un dato poco rassicurante e che, verosimilmente, è frutto di qualche errore visto il crescente consenso che gli Euopean Greens stanno ottenendo in tutto il continente. Nota positiva di questi ultimi tempi è tuttavia un sondaggio commissionato dall’ONG Hope not Hate che ha rivelato come il cambiamento climatico sia tra le principali dell’80% degli italiani.

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Una tendenza che, però, non si è ancora tradotta in una vera e propria rivoluzione elettorale ma che ha quanto meno spinto i nostri politici di primo livello ad iniziare a mettere mano al problema. Resta da vedere se questa attenzione sia davvero risultato di una nuova coscienza ambientalista o se, invece, sia atta solo ad attirare i consensi degli elettori più attenti al tema dei cambiamenti climatici. L’inizio non è stato granché, con l’approvazione di un Decreto Clima che non è in alcun modo adatto ad affrontare la crisi climatica in atto.

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Restano comunque ancora grandi speranze per quanto riguarda l’operato dei prossimi 5 anni in Consiglio Europeo, dove i sorprendenti risultati delle scorse elezioni potrebbero davvero iniziare a fare la differenza. In attesa della proposta del nuovo “Green New Deal” europeo non ci resta che gioire per l’ennesimo risultato sorprendente dell’ambientalismo in campo politico. Se a un solo anno dalla nascita di Fridays For Future ed Extinction Rebellion i risultati sono questi, è più che lecito sperare. I risultati in campo politico stanno iniziando a darci ragione. Speriamo di poterne vedere gli effetti nel più breve tempo possibile. D’altronde se è proprio il verde il colore della speranza, forse un motivo ci sarà.

Barcolana eco-insostenibile. Un’occasione sprecata

In occasione della cinquantunesima edizione della Barcolana 2019, tenutasi in questo mese, Trieste ha organizzato una grande festa lungo le strade limitrofe a Piazza Unità d’Italia. Un nostro lettore, appassionato di barche a vela, era sul posto per l’occasione e ha voluto segnalarci una serie di incoerenze tra ciò che dovrebbe essere un evento incentrato totalmente sulla sostenibilità e che invece, come troppo spesso accade per iniziative con un così alto numero di visitatori, è rientrato nella triste categoria dei più classici esempi di Greenwashing che poco hanno a che vedere con il rispetto dell’ambiente.

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CHE COS’È LA BARCOLANA?

Fondata nel 1969, si tratta di una storica regata velica internazionale che si tiene ogni anno nel Golfo di Trieste nella seconda domenica di Ottobre. Quella di quest’anno è stata la cinquantunesima edizione dell’evento che, con annessi tutti i suoi festeggiamenti, ha avuto luogo dal 02 ottobre al 13 ottobre. Quest’anno ha visto la partecipazione di più di 2.000 barche.

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Il “plastic party” della Barcolana

Per l’occasione è stata allestita una grande festa il giorno precedente alla grande regata del 13 ottobre. Sono stati collocati, lungo le strade che costeggiano la città dal Golfo, diversi stand con cibo e bevande, negozi specifici per velisti e info point, tra i quali quello della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia dove veniva sottolineata l’importanza di mantenere gli obbiettivi dell’Agenda 2030. La chiamano la Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile.

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All’interno dello stand venivano proiettati alcuni video fatti dai ragazzi delle superiori della regione; oggetto principale dei corti era il tema della plastica e della scarsa educazione civile riguardo lo smaltimento dei rifiuti. Lo scopo era quello o di sensibilizzare i fruitori dell’evento riguardo il problema, in modo che non venissero gettati rifiuti in strada.

La statua di plastica riciclata a forma di pesce, simbolo di Greenwashing

Nella piazza si ergeva fiera un’enorme scultura a forma di pesce fatta con la plastica raccolta in mare. Ad animare il tutto, c’erano le migliaia di persone in giro per la città e stand di ogni genere che, per loro natura, attirano e invogliano la folla a comprare. Insomma si prospettava una festa ben organizzata e sensibilmente ecologica, eppure, afferma il nostro lettore: “Ho visto una situazione un po’ degradante e del tutto diversa dalle mie aspettative”.

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La statua composta da rifiuti plastici trovati in mare

Durante le ore successive sono venute a galla le pecche organizzative dell’evento. Ovunque si scorgevano bicchieri di plastica a terra o a saturare bidoni dell’indifferenziato: “Camminando si poteva sentire lo scrocchiare dei bicchieri abbandonati a terra – continua il nostro lettore – o la sensazione di scivolamento dovuta alle migliaia di volantini pubblicitari svolazzati ovunque. Il danno è che la festa si è svolta a veramente pochi centimetri dall’acqua. Immaginatevi quanti bicchieri possono essere caduti in mare accidentalmente! Scommetto si sarebbe potuto creare un altro pesce di plastica”.

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Gli stand, la regione e gli organizzatori della Barcolana, se avessero davvero voluto dare uno spirito ambientalista all’iniziativa, avrebbero dovuto impegnarsi a non utilizzare plastica perché, oltre ad essere poco conforme con i movimenti giovanili a favore dell’ambiente – quanti poveri ambientalisti hanno dovuto “sopportare” questo scricchiolare sotto i loro piedi?) – è incoerente con i messaggi ecologici che si è puntato a diffondere.

I problemi organizzativi della Barcolana

“Pochissimi bidoni specifici per differenziare e poca sensibilizzazione al tema ambientale. Sarebbe servita un’organizzazione urbanistica per la locazione di bidoni specifici e la limitazione di accumulo di rifiuti sulle strade. Ma, come al solito, si è puntato solo al guadagno e non alla sostenibilità. Questa enorme svista regionale è proprio l’opposto del grande pesce di plastica simbolo di una sensibilità ecologica mancante.”

Video della spettacolare regata

Eppure le soluzioni alternative esistono eccome. Dai bicchieri compostabili con appositi bidoni per il corretto smaltimento ai bicchieri di plastica dura acquistabili con una caparra di pochi euro, magari con il bel logo della Barcolana a strizzare l’occhio al merchandising dell’evento; sarebbe stata un’ottima strategia di marketing che però è mancata. E che non si dica che gli stand erano indipendenti e potevano fare ciò che ritenevano migliore per le loro tasche perché altrimenti non sarebbero dovuti essere li a vendere per la festa della Barcolana.

Sarebbe bastato poco e invece..

“Una festa che poteva, potenzialmente, essere bella e di buon impatto ecologico ma che, di fatto, non ha tenuto conto delle vere aspettative delle persone a cui il tema ambientale interessa davvero”. Queste le ultime parole della testimonianza del nostro lettore, gonfie di rammarico per un’iniziativa che avrebbe potuto rappresentare un inno alla sostenibilità ambientale e che, invece, si è rovinata con le proprie mani.

Non sarà l’ultima volta che assisteremo a racconti di questo tipo ma la speranza è che ci siano sempre più persone pronte a denunciarlo. Soprattutto quando ad essere responsabili di queste mancanze sono le istituzioni ovvero coloro che per prime dovrebbero attuare vere e proprie politiche di sensibilizzazione ambientale. Troppo spesso abbiamo visto politici riempirsi la bocca con parole di amore verso l’ambiente. Ora è giunto il momento di trasformarle in fatti. Il cambiamento passa, inevitabilmente, anche da questo.

Aggiornamento su Extinction Rebellion: 1.400 arresti a Londra

Continuano le proteste e le azioni di disturbo del movimento ambientalista Extinction Rebellion. Dopo 11 giorni dall’inizio delle manifestazioni le istituzioni stanno iniziando a dare le prime risposte. Purtroppo, però, non sono quelle che si aspettavano gli attivisti. Nel Regno Unito sono già più di 1.400 gli arresti. Ma XR non ha alcuna intenzione di fermarsi.

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Non solo arresti. Sgomberato anche un climate camp di Extinction Rebellion

Le forze dell’ordine inglesi sono state incaricate dal governo di iniziare ad usare il pugno duro contro i manifestanti. Così, nella notte tra il 14 ed il 15 ottobre, la polizia ha iniziato a sgomberare il climate camp di Trafalgar Square. Alcuni attivisti hanno deciso di incatenarsi per non essere portati via. Altri hanno invece raccolto le proprie cose per spostarsi in altre zone della città occupate da XR.

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Il tutto, come sempre, in maniera totalmente pacifica e non violenta. Immediate le critiche dei portavoce dell’organizzazione: “Le persone hanno il diritto di protestare e ciò che stanno facendo è potenzialmente illegittimo”. Molti protestanti si sono trasferiti al campo base di Vauxhall ma non è da escludere che ben presto anche quell’area venga sgomberata.

Anche George Monbiot in manette

Il celebre giornalista George Mobiot, collaboratore del Guardian e non solo, si è già da tempo apertamente schierato a favore delle proteste.

Solamente qualche settimana fa ha iniziato a circolare in rete un video di sensibilizzazione sul tema del climate change in cui compare proprio Monbiot insieme a Greta Thunberg. Nella giornata del 16 ottobre il giornalista inglese ha deciso deliberatamente di farsi arrestare, come confermato anche da un suo articolo pubblicato sul Guardian lo stesso giorno: “Da nessuna parte sulla faccia della Terra le azioni dei governi sono proporzionali alla catastrofe che dovremo affrontare. Uno dei problemi principali è proprio l’assenza di dibattito sul tema e la necessità di informare l’opinione pubblica riguardo questa crisi”.

Più di 1.000 arresti anche tra gli attivisti di Extinction Rebellion a Bruxelles

Le proteste proseguono, non solo nella capitale inglese, ma anche in altre 60 città sparse in tutto il globo. Le peggiori immagini provengono però da Bruxelles, città simbolo dell’Unione Europea. Proprio lì dove andrebbero prese le più radicali decisioni su come affrontare il problema dei cambiamenti climatici la polizia ha provato ad allontanare i protestanti dalle aree occupate utilizzando dei cannoni ad acqua.

Come se non fosse abbastanza, e visto il perdurare delle proteste, i manifestanti sono stati colpiti anche da spray urticanti. Gli arresti di attivisti di Extinction Rebellion, anche nella capitale belga, sono più di 1.000. Una serie di contromisure a dir poco esagerate se si pensa che si tratta di una protesta totalmente pacifica e non-violenta che ha il solo scopo di reclamare a gran voce un diritto al futuro che, fino a quando non cambierà nessun atteggiamento da parte delle istituzioni, ad oggi viene calpestato ogni giorno che passa.

Leggi il nostro articolo: “Extinction Rebellion: continuano le proteste”

La resistenza di Extinction Rebellion. Non basteranno un migliao di arresti

Nonostante si trovino di fronte ad una situazione che potrebbe degenerare da un momento all’altro, gli attivisti di Extinction Rebellion stanno dando un grande esempio di coerenza e fermezza a tutto il mondo. Non ci sono arresti o cannoni ad acqua che tengano. I protestanti proseguono imperterriti con le loro attività di disturbo. Hanno infatti più volte dichiarato che non si fermeranno fino a quando non saranno accolte le loro richieste. Poco importa se il prezzo da pagare darà alto.

Il movimento, nato meno di un anno fa, si aggrappa a dei forti ideali e ad una organizzazione di ferro. Tutti gli attivisti vengono costantemente formati, soprattutto per quanto riguarda il concetto della non-violenza. Sui canali social dell’organizzazione è anche spuntato un video in cui due manifestanti sono saliti sul tetto di un treno della Metropolitana londinese con diversi cittadini intenti a lanciargli oggetti per farli desistere. Le proteste continuano e noi continueremo ad aggiornarvi. Se lo scopo è quello di far cambiare marcia alle istituzioni riguardo la crisi climatica, non resta che continuare a manifestare. Prima o poi dovranno ascoltare.

Leggi il nostro articolo: “Chi è il vincitore del Nobel per la Pace Abiy Ahmed”

Chi è il vincitore del Nobel per la Pace Abiy Ahmed

In tanti si aspettavano l’assegnazione di uno dei premi più nobili del panorama mondiale a Greta Thunberg. Ed invece il Premio Nobel per la Pace del 2019 è stato assegnato al primo ministro Etiope Abiy Ahmed, uno dei più importanti capi politici africani che, grazie ad una serie di riforme, sta rilanciando il proprio paese. Sicuramente ci sarà chi avrà gioito della mancata vittoria della giovane attivista svedese. Tuttavia questa scelta non fa altro che rinforzare l’importanza della battaglia che Greta sta combattendo.

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Abiy Ahmed e la piantumazione di 350 milioni di alberi in un solo giorno

Il primo ministro etiope è considerato un visionario da buona parte degli addetti ai lavori. Un uomo deciso e di polso che vuole cambiare radicalmente l’Etiopia rendendola un esempio virtuoso all’interno del continente africano. A pochi mesi dal suo insediamento Abiy Ahmed è stato in grado di porre fine alla guerra con l’Eritrea che durava da più di 20 anni, ha assegnato metà dei posti di lavoro disponibili nei Ministeri a delle donne e ha messo in atto un vero e proprio restyling della capitale Addis Abeba che, oggi, è una delle città più all’avanguardia dell’intero continente.

Tra le varie iniziative che hanno caratterizzato la sua attività politica ne troviamo una in particolare che ha riscosso l’interesse del mondo ambientalista. Come già riportato qualche mese fa, lo scorso 29 luglio in Etiopia sono stati piantati 353 milioni di alberi in meno di un giorno con lo scopo di far fronte all’avanzamento dello stato di desertificazione dei terreni che sta colpendo l’Africa a causa, neanche a dirlo, dei cambiamenti climatici. Un’ulteriore riprova di come sia cruciale al giorno d’oggi abbinare delle politiche ambientaliste di rilievo a qualsivoglia provvedimento possa venir preso in ambito economico o sociale.

L’esempio di Abiy Ahmed che scuote l’Africa

Come sostenuto da decenni da parte degli scienziati del clima, le aree che prima sono state colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici sono proprio quelle in prossimità dell’equatore. L’Africa è infatti uno dei continenti in cui l’avanzare della desertificazione sta più mettendo a rischio i terreni agricoli e la loro produttività. Proprio per questo motivo sono diversi i paesi che stanno prendendo contromisure simili a quanto fatto da Abiy Ahmed in Etiopia. In questi giorni la Tanzania ha deciso di voler riforestare tutta l’area del Kilimangiaro con 50 milioni di alberi.

É già in atto un piano per erigere un “muro verde” che si estenderà per tutto il continente, da est a ovest, denominato “The great green wall”. Non è un caso che tutta queste serie di iniziative stiano prendendo forma proprio lì dove gli effetti del riscaldamento globale sono ben visibili. Il fatto che tutto ciò stia accadendo a migliaia di chilometri di distanza non significa che possiamo ignorare questi problemi. Qualora infatti non si riuscisse ad arginare il processo di desertificazione che sta aggredendo il continente i flussi migratori saranno sempre di maggiore. Allo stesso modo non va affatto escluso che un giorno non troppo lontano anche i terreni dei paesi che si affacciano nel Mediterraneo possano essere colpiti dall’avanzamento dello stato di desertificazione dei terreni.

Leggi il nostro articolo: “Abbiamo bisogno del vostro aiuto”. L’appello di Fridays For Future Rojava

E in Italia?

Anche l’Italia va ovviamente inclusa nella lista di paesi che si affacciano nel Mediterraneo. Motivo per cui iniziative di questo genere sono indispensabili per mitigare l’effetto che i cambiamenti climatici potrebbero avere in un paese in cui il settore primario è uno dei più importanti dal punto di vista economico. Una buona notizia in questo senso è lo stanziamento di 30 milioni di euro per la messa a dimori di nuovi alberi in tutto il territorio, una misura inserita nel nuovo “Decreto Clima”. Questo provvedimento è sicuramente uno dei più positivi del documento. Gli alberi sono la migliore tecnologia che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici. Per fortuna stiamo, lentamente, iniziando a capirlo. Meglio portarsi avanti, prima che sia troppo tardi.

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Extinction Rebellion: continuano le proteste

Sit-in pacifici, climate camps, cortei, die-in, bike parades. Extinction Rebellion sta portando avanti le sue proteste ormai da quasi una settimana, a tratti mettendo in ginocchio la viabilità di diverse capitali europee. Le città in cui si stanno creando i maggiori disagi, se così si possono definire, sono New York, Londra e Berlino. Sono proprio questi infatti i luoghi in cui c’è stata la maggiora partecipazione per le azioni di Extinction Rebellion.

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Gli arresti durante le proteste di Extinction Rebellion

Durante le proteste portate avanti da Extinction Rebellion accade spesso che alcuni dei manifestanti vengano arrestati dalle forze dell’ordine. D’altronde è proprio questa una delle caratteristiche che differenzia XR – questo l’acronimo dell’organizzazione – dagli altri movimenti ambientalisti: la disponibilità da parte dei manifestanti di essere presi in custodia dalla polizia.

Solamente nella giornata del 10 ottobre sono stati 83 gli attivisti arrestati all’aeroporto di Londra. I numeri sono tuttavia ancora inferiori rispetto al picco di 1.000 arresti toccato durante la International Rebellion Week di Aprile ma è verosimile immaginare che quanto meno quella cifra verrà avvicinata.

Leggi il nostro articolo: “Extinction Rebellion: al via le manifestazioni in tutto il mondo”

Le immagini delle proteste di Extinction Rebellion a Londra e Berlino

A Londra e Berlino le proteste degli attivisti stanno andando a gonfie vele. Le azioni pacifiche dei protestanti hanno creato diversi disagi alla viabilità in diverse aree centrali della città. Diversi ponti sono stati bloccati, così come un alto numero di strade che fungono da snodo principale delle capitali. Ecco alcune immagini dei giorni scorsi.

Oltre che a Londra e Berlino gli attivisti di XR hanno organizzato diverse manifestazioni in tante altre capitali del mondo. Sono arrivate testimonianze via social da 60 città situate ad ogni angolo del pianeta, inclusa, ovviamente, Roma dove il gruppo di XR Italia ha organizzato, tra le altre cose, uno sciopero della fame che va ormai avanti da qualche giorno oltre ad una bike parade. L’obiettivo delle iniziative è, neanche a dirlo, quello di a scuotere le istituzioni su un tema che, dopo la beffa del “Decreto clima” che tanto a favore del clima non è, non viene trattato con l’urgenza che merita nonostante si stia assistendo ad una mobilitazione popolare altamente partecipata.

Leggi il nostro articolo:”Abbiamo bisogno del vostro aiuto”. L’appello dei giovani curdi di Fridays For Future.

“I protestanti creano disagio”

Puntuali come un orologio svizzero sono subito arrivate diverse critiche verso i protestanti, rei di creare disagio nelle infrastrutture di uso pubblico. Qualora non ci se ne fosse accorti quelle che gli attivisti di Extinction Rebellion stanno portando avanti sono delle proteste contro il sistema. Viene da sé che creare disagi, tra l’altro in modo totalmente pacifico, sia completamente in linea con ciò che stanno cercando di comunicare. Per dirla come ha fatto il Guardian in uno dei suoi editoriali: “of course they are an inconvenience” che, tradotto, significa “è chiaro che siano un’inconvenienza”.

Leggi il nostro articolo: “Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima”

Alcuni portavoce del movimento hanno già dichiarato che questa volte non si fermeranno fino a quando le istituzioni non accetteranno le loro richieste. Dopo la crescita verticale di Fridays For Future, anche l’espansione di XR non può far altro che alimentare la speranza e dare forza per conitnuare a lottare. Siamo sempre di più e continueremo a crescere. A solo un anno di distanza dalla nascita di entrambi i movimenti il cambiamento climatico ha guadagnato grande spazio all’interno dei media. La strada intrapresa è indubbiamente quella giusta, ma è ancora lunga. Ormai non si può far altro che provare a percorrerla fino in fondo.

Birra dagli scarti del pane: l’idea di ToastAle

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Si chiama ToastAle ed è stata fondata nel 2016 da Rob Wilson, a Londra. Un esempio lampante di come, quando ci sia la volontà di abbinare sensibilità ambientale e imprenditoria, si possa facilmente raggiungere un equilibrio che porta benefici tanto all’azienda quanto al mondo in cui viviamo. L’idea di partenza è piuttosto semplice. Reperire da fornai e panifici il pane che, alla fine della giornata, verrebbe buttato nella spazzatura per riutilizzarlo in una particolare ricetta che darà come prodotto finito della birra.

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ToastAle e la lotta allo spreco alimentare

Il problema dello spreco alimentare è uno di quelli che ha il maggiore impatto ambientale su scala globale. Il settore agroalimentare contribuisce a circa il 20% delle emissioni di gas serra antropogenici per tutta una serie di motivi: deforestazione, colture intensive, sovrasfruttamento dei mari, utilizzo di antibiotici e fertilizzanti e via dicendo. Con una popolazione mondiale in crescita verticale ed il parallelo peggioramento dello stato di salute del pianeta risulta piuttosto difficile da comprendere come una così alta quantità di cibo possa essere sprecato. Solo nel Regno Unito il 44% del pane prodotto non viene consumato.

Leggi il nostro articolo: “Le date di scadenza causano spreco di cibo. Meglio il buonsenso”

I dati FAO ci dicono che globalmente un terzo del cibo prodotto finisce nella spazzatura. Se lo spreco alimentare fosse una nazione sarebbe la terza in graduatoria per emissioni di gas serra, dopo Stati Uniti e Cina. Stiamo parlando di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti commestibili che vengono gettati ogni anno, per i motivi più svariati. Sebbene buona parte di questi vengano scartati durante le varie fasi del loro ciclo produttivo, dalla produzione alla vendita, è altrettanto vero che circa il 40% dello spreco alimentare avviene tra le mura domestiche.

Il procedimento di produzione della ToastAle

Il procedimento è piuttosto semplice. Una volta ritirato il pane dai vari panifici convenzionati, questo viene inserito nella miscela di grani che vengono utilizzati per fare la birra. La proporzione all’interno del composto è di circa 1/3 del totale. Le varietà di birra prodotte da ToastAle sono 4 ed il prezzo si aggira intorno alle 2 sterline a bottiglia. L’ammontare di fette di pane riciclate dalla sua nascita si aggira invece intorno al milione.

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L’azienda ha anche effettuato un conteggio sull’ammontare di emissioni di CO2 non immesse in atmosfera grazie alla loro attività; una cifra che raggiunge le 32 tonnellate di CO2. Utilizza solo vetro e alluminio riciclato per il proprio packaging e devolve il 100% dei propri profitti in beneficienza, principalmente per finanziare progetti che combattono proprio lo spreco alimentare. L’azienda ha inoltre una lunga lista di certificazioni sia per meriti ambientali ma anche sociali come la certificazione B Corp. L’ “impact report” di ToastAle è consultabile sul loro sito web.

Imprenditoria ed ambiente possono convivere

Come se tutto ciò non bastasse ToastAle ha in serbo per i suoi fan un’ultima chicca. Iscrivendosi alla loro newsletter si riceverà via mail la ricetta di una delle loro birre con una scheda in cui vengono illustrati tutti i passaggi necessari per il confezionamento. ToastAle ha infatti già condiviso i propri segreti con altri 43 birrifici con lo scopo di espandere la lotta allo spreco del pane. La loro birra è acquistabile online o, ancora meglio, gustabile in una miriade di pub del Regno Unito. La lista dei pub in cui viene servita è consultabile sul loro sito web.

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Un esempio virtuoso di imprenditoria green che dimostra ulteriormente, e come se ce ne fosse ulteriormente bisogno, che profitto e sostenibilità ambientale sono due lati della stessa medaglia. É ancora presto per dire se ToastAle rivoluzionerà o meno il mondo della produzione della birra. Ciò che possiamo fare è brindare alla loro idea ed augurargli di riuscirci.