Roma: al via Atlante Fest

Un festival sulla sostenibilità

Atlante, nella antica mitologia greca, era figlio del titano Giapeto e di Climene. Considerato il primo studioso di quella che viene conosciuta come scienza dell’astronomia fu anche il primo a rappresentare il mondo per mezzo di una sfera e, perciò, si diceva che portasse il cielo sulle spalle, alludendo alla sua invenzione. Leggenda vuole che Atlante fu condannato da Zeus a tenere sulle sue spalle quella stessa volta celeste che rappresentava il globo terrestre. Tutto questo perchè, secondo il mito, il figlio di Giapeto e Climene si era alleato con il padre dello stesso Zeus, Crono, che guidò la rivolta dei titani contro gli dèi dell’Olimpo. A questa figura verrà dedicato il festival intitolato “Atlante fest- Mappe, saperi e strumenti per le ecologie di domani” organizzato dall’associazione ambientalista A Sud e dal CDCA (Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali).

Quando e dove

L’evento si terrà a Roma, l’8, il 9 e il 10 marzo 2019, tra i quartieri Casilino e del Pigneto. Di seguito riportiamo ciò che è stato scritto dalla stessa associazione ambientalista per presentare il festival: “Si è imposto il predominio di una specie che non ha saputo sostenere il Pianeta, che ha curvato le spalle e piegato le ginocchia; resta poco tempo per risollevare la volta celeste e non servono Titani né eroi, ma donne e uomini coraggiosi che insieme ne condividano il peso. Abbiamo deciso di dedicare il nostro festival ad Atlante: atlanti sono gli strumenti con cui portiamo avanti il nostro lavoro, dall’Atlante italiano dei conflitti ambientali a quello dell’economia circolare, a quello fotografico dell’Italia dei veleni; il disegno del mondo intero si chiama Atlante, come la prima vertebra, quella che regge le nostre teste. Lo abbiamo fatto perché siamo convinte che questo sia il tempo delle responsabilità, quello in cui porre i problemi e imporre le soluzioni. Chi governa il Pianeta è affannato nella difesa di interessi e valori che, lungi dal sollevarlo, lo hanno portato sull’orlo del collasso, ma ovunque esistono persone e comunità che hanno in testa un altro mondo possibile, che offrono soluzioni grandi e piccole cui occorre dare voce e spazio, che hanno idee da raccontare e obiettivi da perseguire. Non abbiamo la presunzione di averle raccolte tutte ma, negli ultimi quindici anni, ne abbiamo incontrate tantissime, che proviamo a sostenere con i nostri strumenti, nel nostro piccolo, ogni giorno”.

Qui il programma completo

Nat Geo Experience: a Milano una mostra sul cambiamento climatico

Siete alla ricerca di qualcosa da fare questo weekend? Magari passate per Milano? Abbiamo buone notizie. Al via domani, venerdì 8 marzo, un’esibizione del National Geographic intitolata “Capire il cambiamento climatico – Experience exhibition”. La mostra, aperta al pubblico dal 7 marzo al 26 maggio 2019, è promossa dal Museo di Storia Naturale di Milano e prodotta dal Museo di Storia Naturale di Milano, Comune di Milano – Cultura, Otm Company e Studeo Group in collaborazione con National Geographic Society con la curatela scientifica di Luca Mercalli, Presidente Società Meteorologica Italiana.

Non solo immagini

Le fotografie del National Geographic e dei suoi artisti sono da tempo un punto di riferimento a livello mondiale, specialmente quando si parla di natura. Oltre alle immagini, che comunque avranno il loro spazio all’interno della mostra, si vorrà coinvolgere l’ospite anche attraverso altre esperienze. “Installazioni digitali, olfattive e sonore, postazioni e pareti interattive si susseguono nel percorso espositivo sviluppato su un’area di 400 metri quadrati e suddiviso in tre momenti distinti: esperienza, consapevolezza e invito all’azione. ” Questo quello che si può leggere sul sito dell’iniziativa.

Lo scopo della mostra

L’obiettivo dichiarato di questa esibizione è quello di ” allargare le frontiere dell’esplorazione, in modo da aumentare la conoscenza del pianeta e dare a tutti la possibilità di trovare soluzioni per costruire un futuro più sano e sostenibile”. Dipendiamo imprescindibilmente dallo stato di salute del pianeta ma lo stiamo sottoponendo ad uno stress che non può sopportare ancora a lungo. “Siamo giunti a una svolta globale, e questo determina necessità e bisogno di agire immediatamente in maniera decisa” – si legge ancora sul sito. E National Geographic Society vuole essere capofila di questo cambiamento. Forse vale la pena andare ad ascoltare quello che hanno da dire.

Gli oceani si sono ammalati

gli oceani

Sembrava impossibile ma ci siamo riusciti

Gli oceani stanno soffocando e si stanno riscaldando molto più velocemente di quanto previsto; e c’è di che preoccuparsi. A lanciare l’allarme la rivista “Science”. Il 2018 è stato l’anno più caldo mai registrato. Ad oggi si stima che siano stati loro ad assorbire il 93% del calore che abbiamo prodotto dal 1860, con le nostre emissioni di gas serra. L’acqua infatti ha una capacità termica 3500 volte superiore a quella dell’aria e si stima che, prima di vedere gli effetti causati da un determinato evento come il riscaldamento globale, possano passare 50 anni. Se a questo sommiamo lo stress causato dalla pesca intensiva e dall’immensa quantità di sostanze tossiche che raggiungono i mari ogni giorno tramite i nostri fiumi inquinati, non risulta difficile capire quanto la loro salute sia compromessa.

Gli oceani: i polmoni del pianeta

L’acqua ricopre il 73% della superficie terrestre. Un dato che già da solo mostra l’importanza che il loro benessere ha su quella del pianeta. Sono loro infatti ad assorbire la maggior parte della CO2 presente in atmosfera, rilasciando allo stesso tempo ossigeno. Insieme alle grandi foreste pluviali gli oceani sono infatti il grande polmone del pianeta, e non possiamo permetterci di ignorare la loro salute. I mari stanno lanciando segnali di allarme, e non possiamo ignorarli. Comparsa di zone morte, perdita dei coralli e calo verticale della popolazione degli ecosistemi sono solo alcuni dei sintomi di una malattia che potrebbe avere conseguenze di proporzioni mai sperimentate dall’essere umano. L’inerzia termica degli oceani prevale infatti sul comportamento dell’atmosfera.

gli oceani

Cos’è una Dead Zone?

Le “Dead Zone”, sono delle porzioni di mare in cui si verifica il fenomeno di “ipossia”, ovvero una riduzione dell’ ossigeno presente nell’acqua. La creazione di una “zona morta” è la peggiore delle malattie che può colpire un’area marina, in quanto l’intero ecosistema che supporta non riesce a sopravvivere ed è quindi costretto a migrare o morire, lasciando vaste aree deserte. Oltre al riscaldamento globale la causa principale sono gli scarichi inquinanti che riversiamo continuamente in mare. In questo modo si avvia un fenomeno di “eutrofizzazione”: un aumento di nutrienti chimici nell’acqua che causa un’eccessiva formazione di alghe, costrette ad accaparrarsi tutto l’ossigeno presente nell’area per sopravvivere. Una delle più vaste si trova, infatti, nel Golfo del Messico, dove sfociano i fiumi inquinatissimi degli Stati Uniti. Ad oggi si possono contare almeno 146 “Dead Zone” nel pianeta, alcune permanenti ed altre stagionali. Nel 1960 ancora non ne esisteva nemmeno una.

Quali soluzioni per gli oceani

Oltre a una diminuzione delle emissioni di gas serra e della quantità di rifiuti scaricati in mare, una delle principali soluzioni per salvaguardare la sopravvivenza degli ecosistemi marini è stata individuata già da diversi anni da Sylvia Earle, la più importante biologa marina ancora in vita. In un documentario del 2008, Mission Blue, Sylvia individua gli “hope spots”, o luoghi di speranza, come la più credibile delle soluzioni. Ai tempi del documentario le aree marine protette erano infatti solo l’1.84% della superficie dei mari. Ad oggi la situazione è lievemente migliorata, con la percentuale che è salita al 7.44%. (Dati ONU). Un dato che sicuramente fa ben sperare ma che non sembra abbastanza buono. La percentuale di aree protette su terra ferma, che a sua volta costituisce solo un quarto della superficie del pianeta, è infatti del 14.5 %. Quasi il doppio. E’ giunta l’ora di iniziare a fare i conti anche con la salute dei mari, per troppo tempo utilizzati e sfruttati senza freno come se niente potesse indebolirli. Anche gli Oceani si possono ammalare, ora lo sappiamo. E il nostro benessere dipende dal loro.

Macchine elettriche: perché convengono

macchine elettriche

Il 2019 potrebbe essere l’anno del boom delle macchine elettriche. I modelli a disposizione dei potenziali acquirenti stanno aumentando di giorno in giorno ed entro la fine dell’anno tutte le principali case automobilistiche ne avranno immesso almeno uno sul mercato. I prezzi stanno diventando sempre più accessibili. Ed inoltre esistono ottimi incentivi messi a disposizione dei consumatori che decidono di fare questa scelta green. I vantaggi ambientali della mobilità elettrica sono talmente evidenti che non è necessario scendere troppo nel dettaglio. Basti dire che le emissioni generate dal settore dei trasporti sono più del 15% del totale a livello mondiale. Ciò che questo articolo si propone di fare è invece scoprire se esiste anche una convenienza economica.

Leggi anche: “Perché le auto elettriche non si diffondono?”

Quanto risparmia chi compra una macchina elettrica

Secondo il blog specializzato VaiElettrico, il primo in Italia a raccogliere le opinioni dei consumatori in questo settore, l’utilizzo di un’auto elettrica permette di risparmiare intorno ai 2.000 euro annui. Se si proietta questo risparmio in un arco di temporale di 10 anni, una durata di vita plausibile per una macchina, arriviamo a toccare un risparmio di circa 20.000 euro. Una cifra decisamente maggiore rispetto alla differenza di prezzo che troviamo oggi tra le macchine elettriche e quelle alimentate con carburanti tradizionali. Differenza di prezzo di listino che, va ammesso, ad oggi esiste ma che, sul lungo termine, è più che giustificata e che verrà comunque ridotta col tempo.

Come si genera questo risparmio

Il risultante risparmio di almeno 2.000 euro all’anno è calcolato su una percorrenza di 15.000 km. Ecco come si genera:

  • Incentivo statale di almeno 4.000 euro, estendibile fino a 6.000 in caso di rottamazione di un vecchio veicolo, sul prezzo di listino.
  • Esonero dal pagamento del bollo per i primi 5 anni
  • Riduzione del costo del tagliando che può arrivare fino a 200 euro
  • Riduzione del costo RCA fino al 50%
  • Minor costo del carburante, specialmente se si ricarica l’auto in casa

Gli scooter elettrici: amici degli spostamenti in città

Un altro modo per ridurre il proprio impatto ambientale legato alla mobilità è l’acquisto di uno scooter elettrico. Allo stesso modo sono disponibili sul mercato anche biciclette elettriche, più che adatte a percorrere distanze anche discretamente lunghe. Queste due alternative sono sicuramente più economiche dell’auto e allo stesso modo convenienti da un punto di vista ambientale, oltre che ideali per l’utilizzo in città.

Un Lifan e3 ad esempio parte da un prezzo di 1.990 euro, a cui può essere applicato uno sconto di 600 euro per chi rottama il suo vecchio scooter, arrivando quindi a costare 1.390 euro. L’autonomia è di circa 60 km. Prezzi e durata della batteria sono simili anche per i modelli più economici di bici elettrica. Esistono, per chi se lo può permettere, anche alternative più costose e performanti.

Leggi anche: “Bonus Bici: l’Italia su due ruote?”

Quali critiche per le macchine elettriche

La prima domanda che viene fatta quando si parla di macchine elettriche è: “Ma poi come si ricarica?”. Se possiedi un garage o un vialetto in cui parcheggiare la macchina il problema è abbastanza relativo. È possibile, infatti, installare a prezzi contenuti un’apposita cassetta, e, stando alle dichiarazioni del Ministro Toninelli, dovrebbero presto essere disponibili incentivi anche per questo. Inutile dire che scegliere un fornitore di energia green abbassa ulteriormente l’impatto ambientale del veicolo. In alternativa, più diffuse nelle grandi città ma non solo, iniziano già a vedersi le prime colonnine pubbliche.

Altra critica che viene mossa è quella dello smaltimento delle batterie. Inoltre per produrle sono necessari processi e prodotti non propriamente eco-friendly. Considerando che lo stesso discorso, però, può essere fatto anche per i veicoli ad alimentazione “tradizionale” sembra un po’ di essere davanti alla storia del “bue che dice cornuto all’asino”. Inoltre in Italia è operativa “Cobat”, un’azienda specializzata nello smaltimento di rifiuti speciali e quindi anche di batterie.

Qualche problema in più potrebbe essere riscontrato per i viaggi lunghi, in quanto l’autonomia delle macchine elettriche difficilmente supera i 350/400 km. Sono tuttavia disponibili apposite App per il cellulare in cui vengono segnalati i punti di ricarica. Va inoltre precisato che per le tratte ad alto chilometraggio l’alternativa più ecologica sono sicuramente i trasporti pubblici su rotaia. Se inoltre si considera che in Italia circa l’80% degli spostamenti in macchina avvengono su distanze inferiori a 25 km, anche questa critica poggia su basi non proprio solide.

I principali modelli di macchine elettriche sul mercato

Le alternative più economiche sono sicuramente le “city car”. Tra queste la Smart ForTwo con un prezzo di listino di 24.748 euro a cui vanno tolti almeno 4.000 di incentivo, così come per tutti gli altri prezzi sotto elencati. Una ForFour costa appena 700 euro in più. A salire troviamo la Volkswagen E-up, il cui prezzo pieno è di 27.000 euro. Per chi avesse esigenza di avere macchine più spaziose ci sono la Peugeot 208 a a 32.000 euro o la Renault Zoe a 34.000.

Per una Mini elettrica occorre invece spendere 40.000 euro. Sulla stessa fascia di prezzo anche la Golf, la BMW i3 e la Kia Niro. Uno dei modelli elettrici più venduti su scala mondiale è, però, la Nissan Leaf, che parte da 36.700 euro. Più costosa la pioniera Tesla, da 59.600 euro. Un investimento in proporzione più alto rispetto alle sorelle a benzina ma che viene ammortizzato in pochi anni e che sul lungo termine, come già detto, genera addirittura risparmio. Per chi invece ha necessità di trovare prezzi più abbordabili sono già disponibili alcuni modelli usati.

Metano e GPL: quanto sono sostenibili?

Non è necessario soffermarsi troppo sull’insalubrità dell’utilizzo di macchine a Diesel e Benzina, che hanno sicuramente i giorni contati. Vogliamo tuttavia esporre i problemi relativi alle macchine a GPL e Metano, alternative percepite come sostenibili ma che, in realtà, non possono più essere considerati come tali. Se infatti è vero che questi veicoli inquinano meno, lo è altrettanto dire che lo fanno di più di quelli elettrici. Come si evince dal nome il GPL, o Gas Petrolifero Liquefatto, è un derivato del petrolio e, di conseguenza, crea problemi ambientali simili a quelli della benzina o del Diesel.

Il metano invece, spesso percepito come sostenibile, è un gas climalterante 25 volte più potente della CO2. Si dovrebbe aprire una parentesi sul BioMetano, generato dagli scarti delle filiere agricole e dai nostri rifiuti organici, ma la sua produzione difficilmente sarà finalizzata al mercato dei carburanti. O comunque non sarà in grado di coprirne tutta la domanda. Va inoltre fatto notare come anche il costo iniziale delle macchine con questo tipo di alimentazione sia più alto dei modelli a benzina: la differenza di prezzo coi modelli elettrici è quindi minore. Inoltre l’elettricità, in proporzione, costa meno di entrambi questi carburanti, fattore sicuramente da considerare quando si valuta quale sia l’opzione più economica.

Il futuro è fatto di macchine elettriche

Mentre in Italia lo sviluppo di questo mercato sta andando un po’ a rilento, in altri paesi si è già intrapresa la strada giusta. In Cina, ad esempio, si possono contare già più di 200 modelli di auto elettriche sul mercato con conseguente calo dei prezzi. Promettente anche la situazione tedesca, dove la Volkswagen ha dovuto chiudere le prenotazioni per la sua E-up a causa delle troppe richieste.

Risulta inoltre verosimile ipotizzare che il trend di diminuzione del prezzo che le batterie hanno subito negli ultimi anni continuerà a verificarsi, risultando quindi anche in un calo del costo dei veicoli. Sempre in Cina stiamo assistendo anche ad un’invasione di autobus elettrici. Stesso discorso per Santiago del Chile. Questo a conferma che a mancare non sono tanto i soldi, quanto il desiderio da parte delle istituzioni di attuare una transizione ecologica sempre più urgente e, sul lungo termine, inevitabile. Forse è il caso di iniziare sin da subito, per non ritrovarsi, come al solito, a dover rincorrere gli altri.

Frutta e verdura per il mese di marzo: cosa comprare

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale.

Si rivedono i primi carciofi e gli asparagi. Iniziano invece ad avere i giorni contati cavoli, broccoli, cime di rapa e zucche. Così come gli agrumi. Ecco la lista completa.

Verdura:

  • Ravanello
  • Asparago
  • Zucca
  • Topinambur
  • Sedano
  • Radicchio
  • Patata
  • Lenticchia fresca
  • Erba cipollina
  • Cece
  • Verza
  • Carota
  • Carciofo
  • Cavolfiore
  • Broccolo romanesco
  • Cavoletti di Bruxelles
  • Broccolo
  • Sedano rapa
  • Cima di rapa
  • Indivia
  • Cicoria
  • Bietola
  • Finocchio
  • Spinaci
  • Aglio
  • Porro
  • Sedano
  • Lattuga
  • Cavolo cappuccio
  • Cipolla
  • Patate
  • Scalogno

Frutta:

  • Arancia
  • Cedri
  • Clementina
  • Frutta in guscio
  • Kiwi
  • Limone
  • Mandarino
  • Mele
  • Pere
  • Pompelmo

 

Potrebbero esserci delle variazioni in base alle regioni di coltivazione. Per ogni dubbio si può sempre chiedere al contadino di fiducia.

Ambiente e giovani: la chiamata di Mattarella

Meglio tardi che mai

In un panorama politico italiano in cui le questioni ambientali vengono completamente ignorate da qualsivoglia ordine del giorno, se non per farne saltuariamente oggetto di propaganda, è comparso oggi un primo bagliore di luce. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un discorso tenuto all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università della Tuscia (VT), ha infatti parlato ai presenti della centralità dei temi ambientali nello sviluppo del nostro paese.

Una richiesta per i giovani: alzare la voce

Sul finale del suo discorso il Presidente della Repubblica chiama i giovani all’azione. Le sue parole non lasciano altra interpretazione. Il Presidente parla infatti anche di Greta Thunberg, la giovane paladina dell’ambiente fonte di ispirazione per decine di migliaia di ragazzi che ogni venerdì scendono in piazza in tutto il mondo per contestare l’indifferenza della politica verso questo tema “fondamentale”. In particolare il suo discorso mette sotto i riflettori uno dei problemi ambientali che riguarda più da vicino il nostro paese: la cura del territorio, vero patrimonio dello stivale. Un problema che, se verrà ulteriormente ignorato, creerà grossi danni anche dal punto di vista economico, tanto da mettere a rischio lo sviluppo del paese.

L’equità intergenerazionale

Nel suo discorso viene anche ripreso un principio che sta alla base di ogni civiltà e di ogni periodo storico. Lasciare ai posteri un mondo migliore di quello che si è trovato. Se entro i prossimi 11 anni non assisteremo ad una decisiva inversione di rotta, tutte le generazioni che vivranno a cavallo dei prossimi 50 anni saranno le prime a poter lamentare una mancata applicazione di questo principio. Specialmente nel nostro paese. L’area del Mediterraneo è infatti una delle zone più esposte agli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Un aumento del livello dei mari, delle alluvioni o dei periodi di siccità avrebbe conseguenze devastanti a livello economico nel belpaese, che al momento, nonostante i primi campanelli di allarme, risulta completamente impreparato ad affrontare gli effetti che i cambiamenti climatici potrebbero scatenare nel medio-lungo termine, complice una totale assenza di politiche di adattamento ad un clima che sicuramente muterà.

Il discorso di Mattarella

“La tematica ambientale è davvero fondamentale. Qualche mese fa ho firmato insieme ad altri capi di Stato, su iniziativa del Presidente della Repubblica austriaca, un documento comune per sottolineare come i mutamenti climatici rappresentino la sfida cruciale di questo periodo, di questo nostro momento storico. Abbiamo molte sfide davanti, ma quello specifico di questo tempo è davvero il mutamento climatico e la difesa dell’ambiente. All’interno di questo ve n’è uno specifico del nostro paese che rientra nel tema ambientale: è quello della cura del territorio. Cura del territorio che riguarda e idealizza un interesse prioritario per l’Italia. Non soltanto perché salvaguarda la bellezza del nostro paese, un patrimonio riconosciuto in ogni parte del mondo, ma anche sul profilo economico la cura del territorio è decisiva per il nostro sviluppo. Nel nostro paese molte delle emergenze e delle calamità naturali son dovute alla scarsa cura del territorio e al suo impoverimento ed è quindi sotto ogni profilo, anche quello economico, un tema centrale e prioritario. Si è già parlato in questa sede della centralità degli studenti, ed anche su questo tema devono avere centralità. É a loro affidata una forte responsabilità di sollecitazione e di spinta, per sospingere anche le istituzioni in questa direzione. In questo periodo una giovane studentessa svedese, di nome Greta, sta sottoponendo le istituzioni europee ad una forte sollecitazione sul tema ambientale. Vi è un’equità intergenerazionale che siamo chiamati a rispettare per non depauperare le successive generazioni di quel che noi abbiamo potuto utilizzare.”

L’impatto ambientale degli allevamenti intensivi

Produrre carne e latticini ai ritmi di oggi non è sostenibile. Questo il risultato di diverse ricerche condotte in ogni parte del mondo e rilanciate da alcune delle testate più autoritarie a livello internazionale. Nell’occhio del ciclone ci sono ovviamente gli allevamenti intensivi. Tuttavia non è scorretto affermare che anche i modelli estensivi presentano delle criticità.

Dalle riviste scientifiche Science e The Lancet, fino a testate più generaliste come il Guardian e l’Economist: sono tutti d’accordo. Se vogliamo preservare la salute del pianeta e al tempo stesso riuscire a nutrire una popolazione mondiale proiettata verso i 10 miliardi di persone nel 2050, dobbiamo ridurre il consumo e la produzione di alimenti di origine animale.

allevamenti intensivi

Le emissioni degli allevamenti intensivi

La quantità di prodotti di origine animale che consumiamo oggi inquina, parecchio. Secondo la FAO il settore alimentare è responsabile almeno del 15/18% delle emissioni di gas serra a livello mondiale, tanto quanto il ben più demonizzato settore dei trasporti

La maggioranza delle emissioni generate da questo settore provengono proprio dall’industria della carne e da quella casearia, nonostante i loro prodotti forniscano solo il 18% delle calorie e il 33% delle proteine di cui si nutre la popolazione mondiale. E le ragioni sono facilmente deducibili, oltre che comprovate.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

Prendiamo come esempio i più comuni animali da allevamento e calcoliamo il loro Feed Conversion Ratio, ovvero il rapporto tra la quantità di risorse necessarie per nutrire un determinato capo da allevamento per tutta la sua vita e la quantità di cibo che ne viene ricavato per il consumo umano.

Feed Conversion Ratio o Indice di conversione alimentare per specie allevate

La specie meno sostenibile è senza ombra di dubbio il manzo. Il suo Feed Conversion Ratio è di 1 a 8. Ciò significa che ogni 8 kg di mangime, si ricava 1 kg di cibo destinato al consumo umano. Un rapporto parecchio inefficiente. Quello della carne di maiale, come si può vedere dalla tabella sottostante, è lievemente migliore, senza tuttavia strabiliare: 1 a 5. Per i prodotti caseari il rapporto è invece di 1 a 2,5. L’alternativa migliore è il pollo, con un rapporto di 1 a 2.

I dati non lasciano scampo: in termini di sostenibilità la carne è la peggiore delle alternative.

Oggi produciamo già abbastanza cibo per sfamare 10 miliardi di persone, ma ne stiamo dando una grossa fetta agli animali. Tutto ciò per assecondare il nostro eccessivo desiderio di carne e formaggi e mentre in diverse zone del pianeta sono ancora presenti grossi problemi di malnutrizione, soprattutto nelle popolazioni che abitano in paesi a basso reddito.

Con una popolazione mondiale in crescita verticale, risulta evidente come le scelte che faremo a tavola saranno direttamente responsabili della sicurezza alimentare di tantissime persone, oltre che delle conseguenze relative alle emissioni di gas serra generate da questo settore.

Va fatto notare come questo ragionamento riguardante l’ “inefficienza” dell’allevamento di animali per la produzione di cibo destinato al consumo umano, non valga solo per i capi provenienti da allevamenti intensivi.

allevamenti intensivi conseguenze
allevaConsumo di acqua giornaliero e Feed Conversion Ratio per specie. Fonte: Food Choice and Sustainability, Dr. Richard Oppelander. 2013

Perché gli allevamenti intensivi inquinano

I fattori che vanno a incidere sull’impatto ambientale degli animali da allevamento sono diversi:

  • il consumo di acqua e suolo
  • il metano emesso dai loro escrementi ed eruttazioni. Sì, anche il metano è un gas ad effetto serra
  • L’’inquinamento derivato dall’utilizzo dei fertilizzanti necessari per produrre il loro cibo nelle monocolture sparse per il mondo

Un altro dato che può far riflettere riguarda la percentuale di animali che passano la loro vita negli allevamenti intensivi, ovveroil 95% del totale a livello mondiale. In Italia questa percentuale scende all’80%, come riportato nel libro “TritaCarne” di Giulia Innocenzi.  Un rapporto migliore rispetto al resto del mondo che tuttavia non corrisponde affatto al valore percepito dall’opinione pubblica. Chiedete a qualcuno che non conosca questo dato qual’è la percentuale di animali allevati in maniera intensiva. Chiunque affermerà che è molto inferiore.

Altre conseguenze indirette degli allevamenti intensivi

In questo tipo di allevamenti gli animali sono nutriti principalmente con mais e soia. La coltivazione di entrambi questi mangimi risulta essere tra i principali responsabili di una grandissima fetta del fenomeno di deforestazione a cui stiamo assistendo.

Se volete vedere coi vostri occhi quello che sta accadendo in Brasile e U.S.A., dove i campi di mais e soia imbevuti di pesticidi si perdono a vista d’occhio dietro l’orizzonte, vi basterà guardare uno dei tanti documentari che trattano l’argomento (e.g. Soyalism o Cowspiracy).

Leggi anche: “L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici”

Inoltre, per garantire la sopravvivenza degli animali nelle indecenti condizioni in cui vengono allevati, è necessario imbottirli di antibiotici, una parte dei quali finirà nei loro escrementi e da lì nelle falde acquifere che li trasporteranno in mare, dove vivono i pesci che mangiamo.

Altro dato significativo: un capo di manzo beve almeno 40 litri di acqua al giorno, una mucca da latte può arrivare fino a 150.

Vanno inoltre aggiunte all’equazione le emissioni generate dai processi di lavorazione del capo dopo la sua uccisione, dal trasporto del prodotto fino al luogo di vendita e dallo smaltimento delle carcasse.

La carne a impatto (quasi) zero

L’alto costo ambientale degli alimenti di origine animale non è sfuggito agli occhi degli imprenditori più lungimiranti. Tra questi c’è anche Bill Gates che, insieme ad altri giganti del panorama imprenditoriale mondiale, ha investito in una soluzione che potrebbe eliminare quasi totalmente il problema dell’insostenibilità della carne.

Stiamo parlando della “carne in provetta” o “lab-grown meat”, prodotta da Memphis Meat. Questo tipo di carne, identica per sapore, consistenza e valori nutrizionali a quella “vera”, ha un impatto ambientale bassissimo rispetto ai metodi di produzione tradizionale ed è “cruelty-free”.

Il giorno in cui questo prodotto comparirà negli scaffali dei supermercati non è troppo lontano e, in termini di sostenibilità, rappresenta senza dubbio una soluzione credibile.

Insetti e proteine vegetali: le alternative sostenibili alla carne degli allevamenti intensivi

Altri esperimenti interessanti riguardano la produzione di hamburger vegetali, uguali, per consistenza e anche per sapore, alla carne tradizionale. Tra questi i burger di Beyond Meat, già gustabili in Italia presso la catena Well Done Burger e davvero sorprendenti per somiglianza a quelli tradizionali e dal maggior apporto proteico.

Un recente studio ha evidenziato come negli Stati Uniti questo mercato sia cresciuto del 300% negli ultimi mesi. Stesso apporto di proteine con l’aggiunta di altri nutrienti derivanti dall’utilizzo di materia prima vegetale, minor impatto ambientale e coscienza pulita per il consumatore sono i punti di forza di questo mercato destinato a decollare nei prossimi anni.

Un’altra alternativa più sostenibile e già soggetta di studi ed investimenti sono gli allevamenti di insetti. Questi infatti risultano avere un ottimo indice di conversione alimentare – di cui vi abbiamo parlato sopra – rispetto agli animali da allevamento tradizionali. Costituiscono quindi un’alternativa molto più sostenibile e in grado di offrire proteine di qualità.

Gli insetti oggi fanno già parte delle diete di più di 150 paesi al mondo e si potrebbero diffondere presto anche in Europa. Le specie più consumate come grilli o vermi non sono mai stati un veicolo delle “zoonosi”, ovvero di quelle malattie che l’uomo ha contratto dagli animali.

Consumare carne in modo sostenibile

La carne e i latticini fanno parte della nostra cultura e di quella di tanti paesi nel mondo. Risulta quindi impossibile ipotizzare una sua totale assenza dalle nostre diete, almeno su vastissima scala.

Sembra invece più plausibile ipotizzare una progressiva diminuzione della sua produzione e del suo consumo, senza che tuttavia si arrivi a toccare lo zero. Complice la necessità di ridurre le emissioni a livello globale salvaguardando allo stesso tempo un importante settore dell’economia.

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Secondo uno dei più recenti studi sul tema, pubblicato da The Lancet a Gennaio 2019, la quantità ideale di carne rossa da assumere per la propria salute e quella del pianeta è di 7g al giorno. Una bistecca ogni due settimane circa. Viene concessa un po’ più di tolleranza per la carne di pollo, il pesce e i derivati. Precisiamo per pignoleria che comprare carni e latticini locali provenienti da aziende agricole che utilizzano metodi di allevamento estensivi è, in questo senso, largamente preferibile. Stesso discorso anche per il consumo di pesce.

La parola d’ordine in questo è una soltanto: moderazione!  E magari dare una chance alle alternative più sostenibili come gli esempi sopra riportati. Anche i legumi costituiscono un’ottima alternativa. Insomma rispettare l’ambiente a tavola senza privarsi di nulla è possibile. Basta solo farci un po’ di attenzione.


Cibo sostenibile: una guida per riconoscerlo

cibo sostenibile

Sostenibilità e rispetto dell’ambiente significano anche mangiare cibo sostenibile. Le nostre scelte alimentari devono considerare anche il luogo in cui facciamo la spesa e l’impatto che i prodotti che acquistiamo hanno sull’ambiente. Spesso non se ne è consapevoli, oppure non vi si presta abbastanza attenzione. Ogni azione che compiamo ha un impatto ambientale ed è giunto il momento di essere consci delle conseguenze delle nostre scelte, almeno per poterle prendere con consapevolezza. Oggi lo stile di vita occidentale non è sostenibile e, per preservare il benessere delle future generazioni, occorre cambiare. E il cambiamento passa anche dalla tavola. Mangiamo almeno tre volte al giorno, tutti i giorni. Tutti quanti. Motivo per cui le scelte alimentari sono determinanti nel calcolo dell’impatto ambientale di ognuno di noi.

Meno carne è meglio

Partiamo dalla verità più impopolare di tutte. I livelli attuali di produzione e consumo di alimenti di origine animale, specialmente di carne rossa, non possono essere considerati sostenibili. L’evidenza scientifica e la quantità di studi che giungono a questa conclusione aumenta di mese in mese, come approfondito in un altro articolo del blog.  Ultimo in ordine temporale, uno studio pubblicato da “The Lancet” e ripreso da diverse testate di tutto il mondo, in cui si dimostra come sia necessaria una netta riduzione del consumo di prodotti di origine animale e zuccheri per salvaguardare l’ambiente e la sicurezza alimentare della crescente popolazione mondiale. Allo stesso tempo occorre aumentare il consumo di frutta, verdura, frutta secca e semi. Una diminuzione, significativa ma non necessariamente totale, del consumo di prodotti di origine animale è quindi il primo step necessario per ridurre la propria impronta ecologica. Ma non è l’unico fattore su cui si può lavorare, ci sono altri accorgimenti che ci possono aiutare.

Un cibo è sostenibile se ha la filiera corta

Prima cosa da tenere sempre in considerazione per mangiare cibo sostenibile: meno soggetti sono presenti nella filiera che va dal produttore al consumatore, più la scelta è sostenibile. Comprare quindi carne non proveniente da allevamenti intensivi e direttamente da chi la produce, ad esempio nei mercati a km 0 che si stanno espandendo a macchia d’olio in Italia, è sicuramente più sostenibile oltre che di supporto ai piccoli produttori. Da tenere a mente anche la stagionalità e il tipo di coltivazione da cui provengono frutta e verdura. Ragionando secondo una logica di spesa sostenibile vanno privilegiati prodotti di stagione, provenienti se possibile da colture organiche/biologiche, e possibilmente con pochi chilometri sulle spalle. Così come in generale si può dire che meno un prodotto sarà lavorato, minore sarà il suo impatto ambientale.

Cibo sostenibile e salute: si può

“Ma le proteine dove le prendo?” La risposta è: ovunque! I legumi ed i cereali in generale ne sono più ricchi, in percentuale, anche della carne, ma le possiamo trovare anche in tutti gli altri cibi di origine vegetale. Secondo un recente report pubblicato dalla RISE Foundation, un istituto indipendente finanziato dall’Unione Europea, in Europa assumiamo 104 g di proteine al giorno quando la quantità consigliata è di 50. Più del doppio. E assumerne in eccesso non ha particolari vantaggi sulla salute, al contrario di fibre e vitamine che sono particolarmente presenti in grani integrali, frutta e verdura. Stesso discorso per ferro, calcio e tutto il resto, facilmente assumibili anche in diete vegetariane o vegane equilibrate. L’unico elemento che non si trova negli alimenti di origine vegetale è la vitamina B12, facilmente integrabile all’interno di diete latto-ovo-vegetariane e “flexitariane”.

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Porzioni raccomandate per avere una dieta salutare e sostenibile. Fonte: The Lancet

Dieta Sostenibile o “Flexitariana”: le regole da seguire

Per chi non vede di buon occhio l’adozione di una scelta vegetariana o vegana, in generale considerabili più sostenibili, l’alternativa migliore è sicuramente quella dell’adozione di una dieta flexitariana”. Il termine è di recente invenzione, ma la teoria che sta alla sua base è stata già individuata dalla riviste scientifiche “Nature” e “The Lancet” come una misura che, se adottata in massa, potrebbe ridurre in poco tempo una discreta fetta delle emissioni di gas serra. Grazie ad una riduzione della quantità dei pasti a base di prodotti di origine animale e delle loro porzioni, si può infatti ridurre la propria impronta ecologica a tavola, senza eliminarli completamente dalla propria dieta. Tra le carni la più sostenibile è sicuramente quella di pollo, quella meno sostenibile il manzo. Tra i latticini i formaggi di capra e pecora hanno un impatto ambientale sicuramente minore di quelli di vacca. In generale, il cibo sostenibile è a km 0 e stagionale. Va anche precisato che, se si parla di sostenibilità, i vari imballaggi che troviamo sui prodotti al supermercato diventano un nemico da combattere. La spesa dal contadino è più buona, più salutare e più green. E spesso anche più economica!

Un consumo consapevole

Cambiare la propria dieta secondo un criterio basato sulla sostenibilità è possibile. Senza la necessità di privarsi di niente, né il bisogno di compiere scelte drastiche. Grazie ad un consumo che nasce da una consapevolezza di ciò che compro, delle risorse necessarie per produrlo e dei km che hanno sulle spalle. A tavola, il binomio salute – ecologia può esistere e senza rinunce.


Sostenibilità ambientale: è boom di movimenti dal basso

Le associazioni ambientaliste sono sempre meno sole

La crisi climatica è iniziata e il tema della sostenibilità ambientale guadagna sempre più consensi. I campanelli di allarme arrivano da ogni dove e i governi faticano a dare una risposta immediata e credibile. La più grande delusione viene dall’ultima conferenza sui cambiamenti climatici dell’ONU, tenutasi a Katowice lo scorso dicembre.

Gli stati partecipanti, anche a causa di un grande ostruzionismo di paesi come gli Stati Uniti, la Russia, il Kuwait e l’Arabia Saudita non sono riusciti a definire un piano per tradurre in azioni concrete quanto sottoscritto nell’Accordo di Parigi.

Troppi gli interessi economici in ballo per queste nazioni, che hanno deciso di continuare sulla linea del profitto economico e dell’inquinamento, in barba al benessere delle future generazioni e alla sostenibilità ambientale.

Fortunatamente sono già nati diversi movimenti di protesta verso i rispettivi governi per velocizzare una transizione che, data la non infinita disponibilità dei combustibili fossili, è inevitabile.  

Leggi anche: “Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare”

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Greta Thunberg: la giovane paladina della sostenibilità ambientale

Durante la conferenza dell’ONU uno degli interventi a maggior impatto è stato quello di Greta Thunberg. Una giovane svedese di 16 anni che da settembre porta avanti uno “sciopero per il clima”.

Ogni venerdì Greta si reca di fronte al Parlamento svedese, saltando la scuola, per protestare contro l’inazione del proprio governo contro i cambiamenti climatici e sono in tanti ad aver deciso di aderire al suo movimento “FridaysForFuture”.

Si sono creati gruppi di giovani studenti, e non solo, in ogni parte del mondo. Se infatti non ci sarà, nei prossimi anni, una netta inversione di rotta in termini di sostenibilità ambientale, coloro che pagheranno dazio maggiormente saranno sicuramente i giovani che, oltre a non essere in alcun modo colpevoli della cecità mostrata dalla classe politica, passata e attuale, dovranno pagare un conto che, se si continua a non trattare il problema con l’urgenza che merita, si prospetta molto salato.

Il discorso di Greta alle Nazioni Unite

Durante il suo discorso di fronte ai delegati delle Nazioni Unite la giovane svedese non ha avuto peli sulla lingua: “Sostenete di amare i vostri figli sopra ogni cosa, eppure gli state rubando il futuro da sotto gli occhi. Voi parlate solo di andare avanti e proponete le solite idee inutili che ci hanno fatto finire in questo casino, anche se l’unica cosa da fare è tirare il freno di emergenza. Non siete abbastanza maturi per dire come stanno le cose, e state lasciando questo fardello a noi bambini. Stiamo sacrificando la nostra civiltà e la nostra biosfera, per dare la possibilità a un piccolo numero di persone di continuare a fare un sacco di soldi. Sono le sofferenze di molti che pagano il lusso di pochi. Nel 2078 festeggerò 75 anni. Se avrò dei figli probabilmente passeranno quel giorno con me. Forse mi chiederanno di voi. Forse mi chiederanno perché non avete fatto niente, quando c’era ancora tempo per agire. Dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e concentrarci sulla giustizia. E se il nostro sistema non ci permette di trovare soluzioni, allora forse dovremmo cambiare il sistema stesso. Non siamo venuti qui a implorare i leader mondiali di prendersi cura di noi. Ci avete ignorato in passato e ci ignorerete ancora. Il tempo delle scuse è finito, così come sta finendo il tempo per agire. Siamo venuti qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno. Il vero potere appartiene al popolo.”

Il giovane esercito di Greta che lotta per la sostenibilità ambientale

Dopo la Cop24 Greta non si è più fermata. In poco tempo è stata invitata al World Economic Forum di Davos e alla Commissione Europea, solo per citare alcune delle sue apparizioni in pubblico, dove non le ha mandate a dire. l discorsi di Greta sono diventati virali in pochissimo tempo, così come le foto dei suoi sit-in di fronte al Parlamento svedese. E i ragazzi di tutta Europa non l’hanno lasciata sola.

Il movimento “Fridays For Future” è così cresciuto giorno dopo giorno, e come tutti i venerdì anche oggi decine di migliaia di giovani in tutta Europa stanno protestando di fronte ai palazzi delle istituzioni per la loro inazione contro i cambiamenti climatici. Il movimento sta acquisendo sempre più adepti e le proteste continueranno ogni settimana “finchè non avremo finito”, afferma Greta di fronte alla Commissione Europea.

I giovani attivisti hanno indetto lo sciopero globale per il 15 marzo. Si sono tenuti cortei in tutte le principali capitale europee, con tante altre associazioni, esperti e scienziati che hanno aderito al “climate strike”.

Leggi il resoconto della giornata nell’articolo: “Climate strike, la nuova alba dell’ambientalismo”

La sostenibilità ambientale al centro delle proteste in Europa

Non solo Fridays For Future. Diversi sono i movimenti ecologisti che si stanno diffondendo nel mondo. In Europa uno dei più interessanti è “Extinction Rebellion”. Nato in Gran Bretagna da appena qualche mese, conta già diversi eventi sparsi per tutto il paese, ogni weekend.

Proteste pacifiche che inneggiano alla giustizia climatica e ad un’immediata inversione di rotta secondo criteri dettati dalla sostenibilità ambientale. Il movimento è in grande espansione ed è già presente in altri 35 paesi, tra cui anche l’Italia. Lanciata il 31 ottobre 2018, la loro pagina Facebook conta già più di 50.000 followers e la quantità di proteste organizzate sta aumentando di settimana in settimana in vista dell’International Rebellion Week di Aprile, in cui verranno portati avanti movimenti di protesta da tutti i gruppi

Trump e i cambiamenti climatici: chi vincerà?

Anche i cittadini americani non stanno a guardare. La lista di movimenti ambientalisti oltreoceano è lunghissima. Noi vogliamo segnalare “The Sunrise Movement” e 350.org, entrambi già presenti su tutto il territorio. Specialmente dopo le politiche oscurantiste di Trump.

Ma ora che stiamo iniziando a fare i conti con le conseguenze delle nostre azioni passate non sarà più molto facile per il “tycoon” continuare su questa linea. Soprattutto ora che un “Green New Deal” è chiamato a gran voce dai suoi avversari alle prossime elezioni, che pensano di poterne fare un’arma vincente.

Le persone si stanno organizzando per combattere quella che molti personaggi illustri hanno già individuato come la sfida più importante dei prossimi anni: la lotta al cambiamento climatico. La speranza viene dal basso.

Leggi anche: “La causa è il capitalismo. Gli USA e l’assenza dal Climate Strike”

I video dei discorsi di Greta

Il discorso al World Economic Forum

Il discorso alla Commissione Europea

Il discorso alla Cop24

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