OMM: “Nel 2018 la concentrazione di gas serra è aumentata ”

L’ONU ha lanciato l’ennesimo campanello d’allarme. Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, un ente delle Nazioni Unite, la quantità di gas ad effetto serra presenti in atmosfera nel 2018 è nuovamente aumentata rispetto al dato dell’anno precedente. L’ultima volta che il nostro pianeta ha visto una tale concentrazione di gas climalteranti è stato 3-5 milioni di anni fa.

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I dati sull’aumento della concentrazione di gas ad effetto serra

Le rilevazioni pubblicate dall’OMM ci dicono che la concentrazione globale media di CO2 ha raggiunto le 407,8 parti per milione nel 2018. Un dato in aumenti di 2,3 punti rispetto al 2017, anno in cui questo dato si attestava alle 405,5 parti per milione. Una situazione che va in netta controtendenza rispetto a quelle che dovrebbero essere le ambizioni dell’Accordo di Parigi, in cui tutti i paesi aderenti si sono impegnati a ridurre le emissioni per mantenere l’innalzamento della temperatura mondiale al di sotto di 1,5 C°.

Responsabile di tutto ciò è, neanche a dirlo, un aumento nella combustione di petrolio, carbone e gas. Rispetto ai confronti con gli anni precedenti quello appena trascorso segna un aumento ancora più rapido delle emissioni. Non si tratta solo di CO2 ma anche altri gas ad effetto serra come, ad esempio, il metano (CH4) e l’ossido di diazoto (N2O).

Un trend che va invertito

Quando, tra 3 e 5 milioni di anni fa, la quantità di gas ad effetto serra aveva la stessa concentrazione di oggi il livello del mare era più alto di 15 metri circa e la temperatura media globale era di 2/3 C° più alta rispetto a quella odierna. Vi lasciamo immaginare cosa potrebbe accadere oggi se uno scenario del genere si verificasse.

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Il segretario generale dell’OMM Petteri Taalas, durante la conferenza stampa per la presentazione dei risultati del report, non ha lasciato spazio ad equivoci: “Non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo, nella concentrazione di gas serra nell’atmosfera nonostante tutti gli impegni previsti dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Dobbiamo tradurre gli impegni in azioni e aumentare il livello di ambizione per il bene del futuro benessere dell’umanità”.

L’aumento della concentrazione di gas ad effetto serra ci porterà a +3,3 C°

Le stime fatte da diversi istituti scientifici ci dicono che con il trend attuale il pianeta si sarà scaldato di 3,3°C nel 2100. Allo stesso modo svariati report dell’IPCC, e quindi dell’ONU, hanno più volte specificato che, affinché il cambiamento climatico non abbia conseguenze devastanti sulla nostra società, l’aumento della temperatura va arrestato a 1,5 o massimo 2°C. A questo ritmo aumenterebbe di circa il doppio.

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Le conseguenze? Sempre le stesse con la variabile della loro intensità e della frequenza in rapporto a quanto aumenterà il dato sopra citato. Aumento delle temperature, della desertificazione e degli eventi estremi, tanto in frequenza quanto in intensità. Tutto ciò si tradurrà in un calo della produttività dell’agricoltura, una diminuzione nella disponibilità di acqua potabile, un aumento delle migrazioni da paesi che, di fatto, diventeranno inabitabili, ingenti danne alle infrastrutture – quelli a cui stiamo assistendo oggi sono una barzelletta rispetto a ciò che potrebbe accadere in futuro – o, più in generale, in una crisi di una portata tale da mettere in ginocchio il pianeta intero.

Come evitare la catastrofe

Secondo l’UNEP, un altro ente dell’ONU, per rispettare gli accordi di Parigi le emissioni a livello globale dovrebbero calare del 7,2% ogni anno per i prossimi 10 anni. Un obiettivo che al momento è pura utopia considerando proprio che l’anno scorso sono aumentate. Eppure le tecnologie ci sono. E miglioreranno ulteriormente col passare del tempo.

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Il cambiamento netto di cui necessitiamo deve avvenire, oltre che nelle nostre scelte di tutti i giorni, anche nella volontà delle istituzioni. Per aiutarle ad effettuare questa svolta epocale dobbiamo continuare a scendere in piazza. La recente notizia dello stop, a partire dal 2021, di ogni finanziamento a progetti legati al fossile da parte della BEI dimostra che il modo più efficace che abbiamo per orientare questo tipo di decisioni è manifestare la volontà collettiva di cambiamento come sta accadendo da circa un anno a questa parte. Ma non è concesso fermarsi.

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Polveri sottili: Italia prima in Europa per morti premature

Forse troppo spesso ci siamo concentrati sul raccontarvi quelle che sono le conseguenze che le nostre azioni stanno avendo sull’ambiente, tralasciando quelli che sono i danni che il nostro modo di vivere e di produrre reca alla nostra salute. Un ultimo, terrificante, report pubblicato dalla rivista The Lancet inchioda l’Italia. Siamo il primo paese in Europa per morti premature da polveri sottili. Undicesimi nel mondo. In poche parole sempre più persone in Italia stanno morendo per colpa dell’inquinamento dell’aria.

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Il report di The Lancet sulle polveri sottili

Lo studio pubblicato dalla rivista anglofona, che si occupa di divulgazione scientifica dalla metà del XIX secolo, è stato condotto da 35 università e 120 ricercatori sparsi per il mondo. Alla sua stesura ha partecipato anche l’OMS – Organizzazione Mondiale per la Salute. Intitolato “The Lancet, Countdown on Health and Climate Change” viene pubblicato una volta all’anno, al fine di monitorare l’andamento della presenza di PM 10 e PM 2,5 nell’aria su scala globale.

Il video di The Lancet che riassume il report

La connessione tra i rischi legati alla salute delle persone e le cause del cambiamento climatico è sempre più chiara. Più inquiniamo, più si surriscalda il pianeta e più la nostra salute è a rischio. Questa è, in sintesi, la conclusione generale che si può trarre da questo documento. Il report approfondisce anche quelle che saranno le conseguenze, sempre in termini di salute umana, dell’aumento in intensità e frequenza di eventi atmosferici estremi come ondate di calore, alluvioni, siccità, aumento del livello dei mari e via dicendo. Chiunque voglia approfondire anche questi temi, e noi vi invitiamo a farlo, può scaricare gratuitamente l’intero documento registrandosi sul sito della rivista.

Cosa sono le polveri sottili PM 10 e PM 2,5

Questi due tipi di particolato rientrano nella macro-categoria delle polveri sottili, ovvero di quelle particelle inquinanti e nocive per il nostro corpo presenti nell’aria che respiriamo. Queste sono in grado di assorbire sulla loro superficie diverse sostanze tossiche come solfati, nitrati, metalli e composti volatili. Le principali fonti antropogeniche sono individuabili nell’attività industriale, nella circolazione di veicoli non elettrici, nei residui del manto stradale e, più generalmente, nell’utilizzo dei combustibili fossili.

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La differenza tra PM10 e PM2,5 giace nelle loro dimensioni. Le prime, così denominate per il loro diametro inferiore a 10 micrometri (µm), possono essere inalate dall’essere umano ma la maggior parte non riusciranno a penetrare oltre il tratto superiore dell’apparato respiratorio ovvero in quella zona che va dal naso alla laringe. Ciò di cui veramente dobbiamo preoccuparci sono le PM2,5. Anche in questo caso la denominazione è data dalla lunghezza del loro diametro che non supera i 2,5 µm. Questa loro inferiore dimensione fa sì che queste particelle possano spingersi fino alle parti più profonde dell’apparato respiratorio come ad esempio i bronchi, con tutte le complicazioni del caso. Va precisato come i bambini siano i soggetti più vulnerabili alla contrazione di malattie respiratorie causate, appunto, dall’inquinamento da PM.

La situazione in Italia e nel mondo

Le regioni del mondo che hanno il più alto numero di morti a causa dell’inquinamento dell’aria sono Cina, con 912.000 persone, e India, con 530.000. La situazione rimane critica, anche se non ai livelli dei due colossi asiatici, anche in Indonesia (89.000), Russia (93.000), Stati Uniti (65.000), Nigeria (141.000), Germania (44.000) e, più in generale, in Europa Orientale. Abbiamo estromesso da questa lista l’Italia poichè la situazione è particolarmente preoccupante e va analizzata individualmente. Le morti premature da polveri sottili nel nostro paese per l’anno 2016 sono ben 45.595, il dato più alto di tutta Europa. A livello globale siamo undicesimi.

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Sebbene la presenza di queste particelle nell’aria sia più intensa in paesi come la Cina e l’India, se andiamo a dividere la popolazione per il dato sui numeri dei morti pubblicato nello studio di The Lancet, la situazione è davvero terrificante. In Italia muore, a causa dell’inquinamento da PM nell’aria, una persona ogni 1.315. Tra i paesi sopra elencati, che di fatto costituiscono la black list dei paesi con l’aria più tossica, è il dato peggiore. In Cina la proporzione è di una ogni 1.572, in India una ogni 2.578, in Germania una ogni 1.909, negli Stati Uniti addirittura una ogni 5.000. Ebbene sì, in qualcosa siamo primi. Peccato che sia un dato sulla mortalità legata alle particelle PM 2,5 e PM10.

Le cause

Per ben capire come sia stato possibile arrivare ad una situazione di tale drammaticità basta guardarsi intorno. L’Italia è uno dei paesi con il più alto tasso di urbanizzazione e cementificazione del suolo. Allo stesso tempo non primeggia nelle classifiche che riguardano la quantità di aree verdi all’interno delle proprie città. Va inoltre precisato come il settore industriale sia uno di quelli prevalenti nel nostro paese, soprattutto al nord. La mobilità a basse emissioni è ancora molto indietro. Al momento non ci sono neanche grossi progetti di riforestazione in corso. La Pianura Padana, per fare un esempio, è una delle aree con l’aria più inquinata a livello globale. Sì, globale. Veleno puro.

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Questo vuol dire solo una cosa. Questo dato è destinato a peggiorare. La probabilità che i nostri figli inizieranno a contrarre patologie all’apparato respiratorio saranno sempre più alte, soprattutto per chi abita nelle aree con più alta concentrazione di PM2,5. Se a tutto ciò aggiungiamo la vulnerabilità del paese nei confronti di eventi meteorologici estremi, che a più riprese stanno causando ingenti danni alle nostre infrastrutture e non solo, risulta evidente la necessità di una netta inversione di rotta da parte del nostro paese sui temi ambientali. Il tempo c’è. Poco, ma c’è. Ed anche le soluzioni. Convertire l’economia verso un impatto zero, riforestare e costruire infrastrutture che siano in grado di difenderci dai fenomeni meteorologici. Impossibile? No. Ma bisogna darsi una mossa.

Bei: dal 2021 stop ai finanziamenti dei combustibili fossili

Una notizia da leccarsi i baffi. Il 14 novembre scorso la BEI – Banca Europea per gli Investimenti – ha annunciato che dal 2021 non elargirà più finanziamenti per i progetti legati ai combustibili fossili. Una decisione storica che si aggiunge a quella già presa da diverso di tempo di escludere dalle proprie sovvenzione qualsivoglia progetto connesso al carbone.

I dettagli della decisione della BEI sui combustibili fossili

Dopo le ultime elezione del maggio 2018 il Parlamento Europeo si è tinto di verde. Già vi avevamo raccontato dell’exploit storico dei Verdi che hanno raggiunto il 10% dei consensi, con un picco del 20% in Germania. Anche la nuova composizione dell’organigramma, con l’elezione di Ursula Von der Leyen come Presidente della Commissione, faceva presagire qualcosa di buono. Tuttavia, analizzando i fatti, fino ad oggi non si era mosso granché, lasciando l’amaro in bocca a chi sperava in una svolta epocale nelle politiche dell’Unione Europea. Pochi giorni prima di questa importante notizia proprio la BEI, su pressione di diversi Paesi tra cui, purtroppo, anche l’Italia, aveva bocciato la stessa proposta che voleva implementare lo stop ai finanziamenti nel settore fossile a partire dal 2020, lasciando interdetto chi, invece, auspicava in una sua approvazione.

Ed invece, anche se con colpevole ritardo, poco tempo dopo, la stessa proposta, i cui effetti sono stati ritardati di un anno, è stata approvata. Un avvenimento che sottolinea come anche le istituzioni, a livello europeo, abbiano compreso a pieno tanto la volontà dei cittadini quanto la necessità di iniziare a prendere una posizione decisa e irreprensibile sul tema dei cambiamenti climatici. Unica nota negativa riguarda il mancato ritiro dei finanziamenti già concessi per opere che sono già state approvate come la TAP e Poseidon. Una piccola macchia su cui, per una volta, ci sentiamo di chiudere un occhio.

Chi ha votato a favore e chi contro

Ed ecco giunto il momento di fare nomi e cognomi. Se da una parte c’è chi ha lottato per l’approvazione di tale decisione già a partire dal 2020 – come Francia, Olanda e Regno Unito – c’è anche chi invece ha votato a sfavore sempre e comunque. Si tratta di Polonia, schiava e prigioniera del carbone, Romania e Ungheria. La cosa più buffa è che chi beneficerà maggiormente dei finanziamenti che verranno dirottati verso investimenti utili alla transizione energetica sono proprio paesi come la Polonia che oggi faticano a mettere in atto politiche efficaci per attuare una transizione energetica.

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Parliamo di 1.000 miiardi di euro che la BEI investirà dal 2021 al 2030 in 10 paesi dell’UE. Non proprio spiccioli. Ad ognuno le sue conclusioni. Noi un’idea su chi, verosimilmente, finanzia il partito del premier polacco Mateusz Morawiecki ce la siamo fatta. Hanno invece cambiato idea sul provvedimento, una volta che la data è posticipata di un anno, Germania ed Italia.

Cosa può comportare il disinvestimento della BEI dai combustibili fossili

Per ben comprendere l’impatto che una decisione di questo tipo potrà avere sulla sopravvivenza delle aziende operanti nel settore del fossile vi invitiamo, come già fatto via social la scorsa settimana, a leggere l’articolo di Bill McKibben, giornalista del NewYorker, pubblicata, oltre che sul giornale statunitense, nel numero 1333 dell’Internazionale oppure consultabile in lingua inglese sul sito della testata. In questo lavoro McKibben va ad analizzare il ruolo, fondamentale, che banche, assicurazioni e gestori di patrimoni potrebbero avere nella lotta ai cambiamenti climatici. Uno degli esempi che vengono riportati riguarda il fallimento della Peabody Energy. La più grande compagnia carbonifera statunitense è stata costretta a dichiarare fallimento nel 2016 anche a causa del disinvestimento da parte di diversi fondi monetari.

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Anche le istituzioni religiose, sotto la pressione di Papa Francesco, hanno disinvestito dal settore petrolifero e da quello del gas. Stesso discorso per diversi istituti bancari europei ed asiatici anche se c’è ancora qualche pecora nera come la Barclays, Unicredit ed altre. Al contrario buona parte dei più grandi colossi del settore finanziario americano, come Morgan Chase o Blackrock, e canadese non vogliono mollare l’osso. Ma lo faranno. I rischi legati ai cambiamenti climatici, anche e soprattutto in termini di costi che andranno sostenuti per far fronte ai disastri ambientali cui potremmo andare incontro, rendono di fatto la transizione energetica verso un sistema basato sulle energie rinnovabili l’unico futuro possibile. Anche per il sistema finanziario.   

Il “Decreto Clima” passa anche al Senato. Vittoria? No, grazie

Già avevamo espresso il nostro disappunto verso il testo del Decreto Clima che, dopo essere stato approvato alla Camera, ieri ha superato anche la votazione in Senato. Tutta la maggioranza ha espresso grande gioia. Il Movimento 5 Stelle ha addirittura indetto una conferenza stampa per presentare i punti del documento, sventolandolo come “una svolta epocale”. Noi ce la siamo guardata tutta e, francamente, ne siamo rimasti un po’ interdetti.

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I punti del Decreto Clima

Hanno partecipato alla conferenza il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e la Presidente della Commissione Ambiente al Senato Vilma Moronese. Tutti lì, belli felici ad esporre i punti del decreto che più volte è stato definito come qualcosa di “storico”. Andiamo ad analizzarne il contenuto.

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  • Stanziamento di 255 milioni di euro in 6 anni per la mobilità sostenibile
  • Bonus di 1500 euro per la rottamazione di auto inquinanti e di 500 euro per i ciclomotori, utilizzabili per l’acquista di una bici elettrica, per la mobilità condivisa o abbonamenti per il trasporto pubblico
  • Fondo di 40 milioni in 2 anni per la realizzazione e l’ammodernamento delle corsie preferenziali
  • 20 milioni di euro per l’ammodernamento del parco bus dei trasporti scolastici
  • 30 milioni in 3 anni per la piantumazione di alberi e la creazione di foreste urbane e periurbane
  • 40 milioni in 2 anni come fondo da destinare agli imprenditori che vogliono creare un’attività di vendita di prodotti alla spina o creare dei green corner all’interno di attività già esistenti
  • 6 milioni di euro in 3 anni per informazione e formazione sui temi ambientali

Pregi (pochi) e difetti (tanti) del Decreto Clima

Partiamo subito dalle cose positive, anche perché sono molte di meno. Vero è che si tratta del primo decreto legge della storia italiana sul tema dei cambiamenti climatici. Così come va appresa con gioia l’istituzione di fondi adeguati per la piantumazione di alberi e la formazione nelle scuole. Gli si dia anche dato atto che i punti in sé per sé non sono completamente sbagliati. Ma la quantità di fondi inseriti nel decreto, diciamolo, è ridicola.

  • 255 milioni in 6 anni per la mobilità sostenibile: sono 42 milioni all’anno. Definirle briciole per un problema di tale portata è già fargli un complimento
  • 1.500 euro per comprarsi una macchina elettrica nuova: è qualcosa ma, francamente, non abbastanza. Forse qualcuno si può anche convincere ma non fanno la differenza
  • 40 milioni di euro per la realizzazione di corsie preferenziali: lo ribadiamo. Sono pochi, troppo pochi. Impossibile attuare un intervento efficace e capillare
  • 20 milioni per l’ammodernamento del parco bus dei trasporti scolastici: ci copri Roma e Milano se va bene
  • 40 milioni per i green corner per un massimale di 5.000 ad imprenditore: saranno 8.000 gli imprenditori che potranno beneficiarne. Solo la Coop ha 1.284 punti vendita in tutta Italia. A questi vanno aggiunti Conad, Esselunga, Lidl, Eurospin, Sigma, Auchan, Carrefour, Crai, Pam più tutti i negozietti di generi alimentari senza insegna che forse sono anche di più. Così, a prima vista, sembrano lievemente insufficienti

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Non una parola sui combustibili fossili che, a detta del Ministro Costa, riceveranno “provvedimenti adeguati nella legge di stabilità”. Niente ulteriori incentivi per la transizione energetica. Nessuna menzione per gli allevamenti intensivi. Nessun provvedimento per l’agricoltura sostenibile. Un decreto povero, striminzito che vuole solo provare a tappare la bocca a chi ha, giustamente, ha accusato il Movimento di aver tradito la propria stella sull’ambiente. Incommentabile l’attegiamento della destra che, nonostante la pochezza del provvedimento, si è comunque sentita in dovere di votare contro.

Il Greenwashing del Decreto Clima

Per chi non sapesse cos’è il Greenwashing, si tratta di un neologismo indicante la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Praticamente la pratica preferita di tante realtà che vogliono cavalcare l’onda ambientalista che sta travolgendo il mondo. La conferenza stampa di ieri dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle ha fatto proprio questo. Riportiamo alcune delle citazioni degli intervenuti, distaccandoci totalmente da esse.

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Partiamo da Vilma Moronese. La Presidente della Commissione Ambiente al Senato ha principalmente preso parola per elencare i punti del decreto ma è riuscita comunque a fare la sua figura. Dopo aver espresso la grande soddisfazione per il testo del documento ha voluto sottolinearne una parte in cui si specificava che il CIPE, il Comitato Interministeriale per la programmazione economica, cambierà il proprio nome in CIPES, con l’aggiunta della parola “sostenibile” alla fine. Questo sì che cambia le cose! Ha avuto anche il coraggio aggiungere: “Più di così, cosa potevamo fare”. Beh, qualcos’altro, forse, avreste potuto farlo.

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Passiamo ora al Ministro Costa che ha voluto sottolineare come questo sia il primo tassello di una lunga serie che vuole “abbassare il meccanismo dell’inquinamento tendendo ad azzerarlo”. Di questo passo prima di azzerarlo ce ne vorrà un po’ troppo di tempo che, a detta degli scienziati, è proprio quello che ci manca.

La gaffe di Di Maio: “Il cambiamento climatico è una cosa lontana che avrà effetti sui nostri figli e sui nostri nipoti”

Passiamo ora a Luigi Di Maio che ha messo in fila una serie di castronerie ai limiti del tragicomico. Ha esordito dicendo che questa è una norma che “va oltre la nostra generazione, che guarda al futuro”. Peccato che lo faccia in modo palesemente miope. Ha poi parlato del cambiamento climatico come di “una cosa lontana, una cosa che avrà effetti sui nostri figli e sui nostri nipoti. E va bene! Cominciamo con questi provvedimenti”. Questa è forse la frase più grave. Vuol dire che di cambiamenti climatici non ne sa proprio niente e forse dovrebbe evitare di parlarne. Così si fanno danni grossi. Poi la gente ci crede.

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Concludiamo con una sua dichiarazione piuttosto scenica: “Qualsiasi riforma faremo l’anno prossimo, dal salario minimo alla riforma della sanità, avrà una matrice comune che è la tutela dell’ambiente”. Staremo a vedere. Speriamo che sia veramente così. Ma se l’impatto che avranno sarà lo stesso del Decreto Clima si tratterà solo dell’ennesima presa in giro che vuole accaparrarsi qualche voto. Questo provvedimento fa acqua da tutte le parti. Che rimanga un errore isolato. O le conseguenze le pagheremo noi tutti.

Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia

L’Australia sta bruciando ormai da diversi giorni. Le regioni del Queensland e del New South Wales, quelle dell’area di Sidney e Brisbane, stanno assistendo inermi agli incendi più catastrofici della loro storia. I morti sono già 4, centinaia le case distrutte e pare che sia solo l’inizio. Le fiamme al momento non sono contenibili da un intervento umano e i danni saranno incalcolabili.

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“Sembra un’enorme palla di fuoco. Le fiamme più grandi che io abbia mai visto”

A pronunciare queste parole è stato Kieron Gatehouse, un giovane pompiere del villaggio di Marlee nel New South Wales: “Di solito da quella parte puoi scorgere una grande montagna. Ora è invisibile per via del fumo, ma l’altra notte le fiamme si alzavano fino a 60-70 metri sopra la sua cima”.

Una versione sottoscritta anche dal Capitano del Rural Fire Service della regione Mick Munns: “Si tratta sicuramente del peggiore incendio che mi si sia mai parato di fronte in 20 anni di lavoro. Siamo esausti. La stagione degli incendi in Australia è iniziata già da qualche tempo e i miei uomini sono già stanchissimi”. Il Premier della regione ha dichiarato lo stato di emergenza. Sono arrivati rinforzi da Canberra, Adelaide, Obart e Port Macquarie. Anche l’esercito è stato chiamato ad intervenire ma la situazione stenta a migliorare.

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L’impotenza dell’Australia di fronte agli incendi

I pompieri hanno invitato i cittadini residenti nelle zone limitrofe agli incendi ad abbandonare le proprie case con un messaggio che non necessita di ulteriori spiegazioni: “Non ci sono abbastanza camion per ogni casa. Se chiamate per chiedere aiuto non aspettatevi che arrivi il camion. Non aspettatevi che qualcuno bussi alla porta. Non aspettatevi una chiamata. La vostra opzione più sicura è quella di lasciare in anticipo l’abitazione”. Parole che hanno il sapore dell’impotenza dell’uomo di fronte alle conseguenze più nefaste dei cambiamenti climatici.

L’Australia sarà infatti una delle zone del mondo in cui sarà più difficile vivere. E gli incendi che la stanno devastando non sono altro che un’anticipazione di ciò che potrebbe diventare la normalità. Il paese stava affrontando già dalla scorsa estate un periodo di siccità record che ha rinsecchito la vegetazione facendola diventare terreno fertile per eventi di questo tipo. La scarsa umidità, i 37 C° e le raffiche di vento che hanno toccato i 90 km/h hanno fatto il resto. Gli incendi al momento attivi nelle regioni del New South Wales e del Queensland sono più di 60. Gli ettari a fuoco più di 1 milione.

Le immagini apocalittiche degli incendi in Australia

Le immagini che giungono dal web sono molto simili a quelle che si potrebbero vedere in un film “fantascientifico” sull’apocalisse. Il colore del cielo oscilla tra il rosso fuoco, per via delle fiamme, ed il nero, per via del fumo e della polvere. Ma in uno scenario di questo tipo c’è ancora chi pensa – o finge di farlo solo per difendere i propri errori passati e i propri interessi presenti/futuri – che i cambiamenti climatici non abbiano nulla a che fare con tutto ciò.

Leggi il nostro articolo: Venezia e i politici con l’acqua alle caviglia. L’immagine di un fallimento

In Australia si è insediato al governo, a partire dal 24 agosto 2018, Scott Morrison, leader del partito Liberale. Morrison, tanto per cambiare, non è noto al pubblico per le sua idee filoambientaliste. Sotto il suo governo è infatti stato dato il via libera per lo sfruttamento a tappeto di tutte le miniere di carbone del paese. Circa 3 anni fa il neo Primo Ministro australiano aveva portato in Parlamento proprio un pezzetto di carbone dicendo ai suoi colleghi di non esserne spaventati. Uno dei suoi più fidati consiglieri, McCormack, ha dichiarato, in piena emergenza incendi, che gli ambientalisti “hanno peggiorato la situazione di proposito” mettendo i bastoni tra le ruote alle operazioni di spegnimento degli incendi. John Barilaro, governatore della regione di Sidney, ha dichiarato in Senato, durante un dibattito sul tema, che parlare di cambiamento climatico “è una disgrazia”.

Gli interessi privati che si celano dietro tali prese di posizione sono abbastanza chiari in un paese dove il settore estrattivo è uno di quelli più redditizi, specialmente per quanto riguarda carbone, gas e uranio.

Indovinate chi l’aveva previsto?

Di fronte ad affermazioni di tale assurdità l’opposizione non ha esitato a rispondere confermando più volte l’esistenza della connessione tra gli incendi e i cambiamenti climatici. L’Australia ha da sempre una “stagione degli incendi” ma sono stati innumerevoli gli esperti ad aver affermato che quest’anno sono iniziati molto prima e che la quantità e l’intensità delle fiamme saranno sicuramente maggiori rispetto al passato. Indovinate un po’ chi aveva previsto tutto questo? Gli scienziati del clima. Ebbene sì. Anche questa volta ci hanno preso. Che novità!

Leggi il nostro articolo: L’Italia sarà la prima nel mondo ad insegnare clima nelle scuole

In un articolo del Guardian Tom Beer, che ha lavorato più di 40 anni per il CSIRO – Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation – ha raccontato di come gli sia stata commissionata una ricerca sugli effetti che i cambiamenti climatici avrebbero avuto proprio sulla stagione degli incendi in Australia. I risultati e le previsioni che ne scaturirono erano ovviamente azzeccatissime. Noi continuiamo a ripeterlo e non ci stancheremo di farlo. Tutto quello a cui stiamo assistendo è stato ampiamente previsto da quasi 30 anni. Italia e Australia sono due facce della stessa medaglia, quella dei cambiamenti climatici. Per fortuna, le persone se ne stanno accorgendo. Chissà se lo faranno in tempo anche i politici e l’economia.

Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento

Se non fossimo sull’orlo di una crisi climatica farebbe quasi ridere. Ma purtroppo non è così. Venezia, 12 Novembre. Durante una seduta del Consiglio Regionale del Veneto, l’aula in cui si stava tenendo l’incontro ha iniziato ad allagarsi. I consiglieri hanno dovuto darsela a gambe in fretta e furia. A denunciare l’accaduto è Andrea Zanoni, rappresentante del PD che stava prendendo parte alla riunione. Un’immagine simbolo di una politica che ha commesso un’infinita serie di errori e che stenta tutt’ora a prendere decisioni sensate per affrontare la crisi climatica.

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Foto di Palazzo Ferri Fini dai profili Social di Andrea Zanoni

C’è chi lo definirebbe Karma

E pensare che i rappresentanti del centro-destra veneto avrebbero potuto tranquillamente risparmiarsi questa figuraccia. Secondo quanto riportato da Zanoni, infatti, le possibilità di allagamento dell’aula erano ampiamente previste: “I numerosi e precisi bollettini sull’acqua alta e soprattutto le sirene in azione ci dicevano solo una cosa: evacuare Palazzo Ferro Fini. E invece il Presidente del Consiglio e i rappresentanti della Lega hanno voluto proseguire ad oltranza creando una serie di disagi aggiuntivi comprese le gravi difficoltà degli addetti ai servizi di trasporto via acqua che hanno dovuto azzardare anche manovre pericolose. Intanto le acque invadevano tutto il piano terra di palazzo Ferro Fini defluendo come un torrente (il rumore era proprio quello) nelle zone piu’ basse come la sala mensa, la Sala del Leone, la sala Giunta, le cucine, la guardiola e purtroppo l’aula consigliare: l’aula dell’assemblea legislativa del Veneto”.

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La bocciatura degli emendamenti green per Venezia ed il Veneto

Fa ancora più rabbia sapere che pochi minuti prima dell’accaduto la maggioranza – composta da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia – aveva bocciato gli emendamenti proposti dal PD per contrastare i cambiamenti climatici. “Bocciati o respinti gli emendamenti che chiedevano finanziamenti per le fonti rinnovabili – continua Zanoni – per le colonnine elettriche, per la sostituzione degli autobus a gasolio con altri più efficienti e meno inquinanti, per la rottamazione delle inquinantissime stufe, per finanziare i Patti dei Sindaci per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), per ridurre l’impatto della plastica, ecc.. Tutti emendamenti presentati perché il bilancio di Zaia non contiene alcuna azione concreta per contrastare i cambiamenti climatici”.

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A Venezia la “sicurezza” del centro-destra non si vede

Sembra una barzelletta mal riuscita. Mentre Venezia affoga sotto quasi 2 metri d’acqua, i politici che dovrebbero fare di tutto per preservarne l’integrità si riuniscono in un aula che sapevano si sarebbe allagata. L’ordine del giorno? Bocciare una serie di proposte incentrate sulla green economy. Nel frattempo sono stati diversi i personaggi autorevoli, tra cui anche il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ed il Sindaco di Venezia Brugnoni, che hanno attribuito la colpa dell’inondazione ai cambiamenti climatici. Una serie di eventi raccapriccianti che lasciano poco spazio ad interpretazioni.

La vecchia classe politica veneta, quella che è stata investita tra le altre cose dallo scandalo MOSE con tanto di condanna per l’ex Presidente della Regione Gianfranco Galan (Forza Italia), sta tradendo i propri cittadini. Che Venezia fosse vulnerabile sotto questo punto di vista non è cosa nuova. Questi scenari sono stati ampiamente previsti dagli scienziati. La mancanza di infrastrutture adeguate per combattere queste emergenze è sicuramente attribuibile al centro destra, che governa la regione dal 1995. E non ci vorrà certo troppo tempo prima che il problema si espanda a macchia d’olio in altre parti della regione e non solo.

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Se infatti si vanno ad effettuare delle simulazioni sull’aumento del livello dei mari, in relazione a quanto si alzerà la temperatura media globale, salta subito all’occhio come una delle aree italiane che ne subirà i danni più ingenti sia proprio la Pianura Padana. In alcuni periodi dell’anno finirà completamente sott’acqua anche con aumento della temperatura media globale di soli 3C°. Va precisato come, ai ritmi attuali e senza una netta inversione di rotta, il pianeta si scalderà ben più di così. Lo scenario appena descritto potrebbe dunque addirittura essere considerato ottimistico, almeno per il momento. Serve a poco farsi paladini della “sicurezza”, parola troppo spesso usata a vanvera dalla destra italiana, se poi non si è nemmeno in grado di prendere decisioni coscienziose per salvaguardare l’incolumità delle proprie città. D’altronde, chissà quali interessi privati ci sono dietro la bocciatura di quegli emendamenti.

Basterebbe prendere esempio

Questa triste successione di eventi palesa un’evidente mancanza di volontà politica in materia di adattamento ai cambiamenti climatici. Allo stesso modo, ed è questo forse un fatto ancora più grave, questa lunga serie di errori è anche sintomo di inadeguatezze a livello tecnico e, diciamolo, mancanza di umiltà. Sono numerosi infatti gli esempi di aree del pianeta vulnerabili tanto quanto Venezia che, però, non sono finite sott’acqua per due anni di fila. Basterebbe prendere spunto da posti in cui le cose funzionano. Ed invece no, siamo qua a piangere una tragedia.

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L’Olanda, ad esempio, ha il 40% del proprio territorio sotto il livello del mare. Nonostante ciò i suoi sistemi di prevenzione la proteggono da eventi di questo tipo. Stesso discorso per quanto riguarda la Gran Bretagna, più che preparata ad eventuali inondazioni del Tamigi, o New Orleans, dove dopo gli ingenti danni causati dall’uragano del 2005 sono stati costruiti nuovi anelli di dighe e barriere. Basterebbe guardarsi intorno e mettersi ad ascoltare chi è più bravo di noi. Invece no. Meglio (non) fare da soli. Meglio raccogliere i cocci, aspettando che se ne rompano altri. Per poi raccoglierli nuovamente. Tanto, quello che conta, è vincere le elezioni. E chissene di tutto il resto.

Matera e Venezia in emergenza: il “nuovo normale”?

Stanno facendo il giro delle televisioni e del web le immagini apocalittiche di due fiori all’occhiello del nostro paese letteralmente sommersi dall’acqua. Matera e Venezia come Atlantide. Al pari di tante altre zone dell’Italia, un paese morfologicamente fragile dove eventi di questo tipo rischiano di diventare il “nuovo normale” man mano che gli effetti dei cambiamenti climatici inizieranno a manifestarsi più di frequente.

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Matera © Meteoweb.eu

La causa delle alluvioni di Matera e della Basilicata

L’Italia si è trovata nel bel mezzo della traiettoria di un Ciclone Mediterraneo che ha colpito principalmente il Sud. La Basilicata tutta, in particolare, è stata una delle regioni più devastate. Sono nell’ordine delle decine le località in cui sono cadute piogge al di sopra dei 55mm con picchi di 97 mm a Pisticci e di 82 mm a Matera. Diverse sono anche le località pugliesi vittime del maltempo. A Vieste sono stati toccati gli 86 mm. Danni ingenti saranno registrati anche nelle città di Francavilla Fontana, Martina Franca ed Ostuni solo per citarne una piccola parte. A peggiorare la situazione salentina è stato anche lo scirocco che sta soffiando a velocità che hanno raggiunto i 151 km/h, ampliando inevitabilmente gli effetti delle alluvioni.

Preoccupa l’allerta degli esperti che ci raccontano di un ciclone che continuerà a far danni in tutto il resto del Sud Italia: Calabria, Sicilia e Campania, oltre che la parte più meridionale del Lazio, rischiano di fare la stessa fine. Difficile, almeno per ora, quantificare i danni. Ciò che resta è una ferita profonda che difficilmente si rimarginerà in tempi brevi. Le scuole sono chiuse da giorni e vaste aree delle città sono inaccessibili. E non è finita qua.

A Venezia si contano anche le vittime

Anche la città di Venezia sta vivendo ore drammatiche. Quella che si sta verificando nel capoluogo veneto è infatti la seconda alluvione più dannosa della sua storia, dopo l’”acqua granda” del 1966 che ha visto la città andare sotto 194 centimetri d’acqua. Questa volta i centimetri sono “solo” 187. Piazza San Marco, simbolo della città, è stata sommersa da oltre un metro d’acqua con ingenti danni che sono stati arrecati proprio alla Cattedrale. La cripta del Presbiterio è finita sotto più di un metro d’acqua. A tratti struggente l’appello del Sindaco Brugnaro che ha subito richiesto lo stato di calamità chiedendo aiuto al Governo: “Questa volta bisognerà fare la conta dei danni. E saranno tanti. Non ce la potremo fare da soli. Ci servirà una mano per sostenere i costi”.

Ai danni strutturali della città vanno aggiunte anche due vittime degli allagamenti. “Venezia continua a essere angustiata dalle acque alte eccezionali. L’anno scorso, quest’anno uguale.” – prosegue Brugnoli – Qui si rischia di non farcela più. Preoccupanti anche le dichiarazioni di Claudio Scarpa, direttore dell’Associazione Veneziana Albergatori: “È una devastazione: i danni sono ingentissimi e non è finita qui. Stanno continuando le alte maree ed essendo saltato i quadri elettrici gli hotel non hanno nemmeno più le pompe disponibili per far uscire l’acqua”.

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Come si evince dalle parole degli sfortunati protagonisti di questa tragedia Venezia non è nuova ad eventi di questo tipo. La sua natura lagunare, combinata con la totale assenza di elevazione rispetto al livello del mare, rende la città una vittima preannunciata di calamità ambientali come quella che si sta verificando in questi giorni.

Solidarietà ai cittadini di Matera, Venezia e degli altri comuni colpiti

Il primo pensiero va ovviamente alle vittime delle catastrofi. Fa male vedere due bellezze del nostro paese del calibro di Matera e Venezia sopperire sotto gli schiaffi di eventi meteorologici sempre più estremi. Fa ancora più male sapere che i campanelli d’allarme suonano da tempo e, fino ad oggi, poco o nulla è stato fatto per quanto riguarda l’adattamento delle nostre città ad avvenimenti di questo tipo.

Gli scienziati ci stanno avvertendo da decenni e, sebbene non sia possibile associare un singolo fenomeno atmosferico ai cambiamenti climatici, le loro previsioni parlavano di un aumento nell’intensità e nella frequenza di eventi meteorologici estremi come siccità – vedi Zimbabwe, Australia e California – ed alluvioni, solo per citarne alcuni. Risulta ragionevole dedurre che, forse, ci avevano preso.

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In questo senso sarà necessario iniziare ad attuare politiche serie sotto diversi punti di vista. Se da un lato la situazione di Matera e della Basilicata potrebbe essere un’anteprima di ciò che ci aspetta da un punto di vista meteorologico, dall’altro, quella di Venezia, mette in luce le enormi pecche infrastrutturali del nostro paese, al momento non adatte a rispondere in maniera adeguata ad eventi di questo tipo. Ad un massiccio intervento nella riduzione delle emissioni e, quindi, alla fondamentale mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, vanno affiancate serie politiche di adattamento e resilienza all’interno delle città. L’Italia, al momento, non è affatto a buon punto in nessuno di questi aspetti. Se non si inizia da subito a correggere il tiro a pagarne le conseguenze saremo noi tutti. Meglio darsi una svegliata, prima che sia troppo tardi.

Ottobre da record: è stato il più caldo mai registrato

I dati non mentono, mai. Almeno in un mondo dove regna il buon senso. Nel nostro, invece, dove la disinformazione, anche volontaria, regna sulla ragione e su un’analisi onesta dei fatti non è così. Ottobre si aggiunge alla lunga lista dei mesi del 2019 che sono stati i più caldi mai registrati. Le temperature medie mondiali del mese appena trascorso sono state di 0,69°C sopra la media del periodo che va dal 1981 al 2010. Questo è quanto si evince da un comunicato del Copernicus Climate Change Service (C3S), gestito dal Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a medio termine.

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Com’ è stata condotta l’analisi

Il C3S è un ente dell’Unione Europea che conduce delle analisi meteorologiche costanti pubblicandone i risultati con cadenza mensile. Grazie al suo metodo è in grado di rilevare i cambiamenti delle temperature, e non solo, su scala globale comparandoli con i dati relativi agli anni trascorsi. Il risultato è dato dall’intreccio di miliardi di rilevazioni provenienti da satelliti, navi, aerei e stazioni meteo sparsi per tutto il mondo. Oltre a rilevare i cambi delle temperature a livello mondiale il Copernicus Climate Change Service riesce ad ottenere anche altri tipi di dati che permettono di individuare eventuali variazioni a livello locale. 

Nel comunicato sono state inserite anche una serie di altre informazioni più che rilevanti per capire le aree in cui la situazione è peggiore. Nella regione Artica, ad esempio, le temperature sono state molte più alto rispetto alla media. Nel continente Europeo è stato registrato un aumento molto più lieve ad eccezione delle parte nord-orientale dove sono state registrate temperature più o meno in linea con gli anni passati. Mentre nell’America settentrionale la media delle temperature per il mese di Ottobre è stata più bassa rispetto a quella degli anni scorsi.

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Ottobre è il quinto mese consecutivo da record del 2019

Il mese appena passato, come si poteva immaginare, non è un esempio isolato. Le rilevazioni fatte dal Copernicus Climate Change Service ci dicono infatti che Ottobre è il quinto mese consecutivo a battere il record di temperatura media su scala globale. Risulta verosimile anticipare che, più in generale, quello che sta trascorrendo sarà l’anno con la temperatura media più alta mai registrata. Va specificato che, sebbene non tutti gli altri mesi abbiano infranto questo record negativo, la maggior parte di essi c’è andata comunque vicino.

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Si suol dire che “due indizi fanno una prova”. Solamente in un comunicato da parte del C3S ne abbiamo ben 5, come i mesi appena trascorsi. Se a questi aggiungiamo la lunghissima serie di notizie che continuano a mostrare chiaramente come il nostro pianeta sia in palese difficoltà, risulta veramente difficile capire come ci sia ancora chi sminuisce il problema o, peggio, lo nega senza di fatto avere argomenti che possano essere considerati tali. La scienza ci dice altro. I campanelli d’allarme continuano a suonare, da ogni parte del mondo. Sarebbe meglio iniziare a darsi una mossa.

Gli incendi che stanno devastando la California

Per anni è stato definito il “Golden State”, un paradiso in terra. Oggi la California ha invece sembianze più simili all’inferno, tanto che il San Francisco Chronicle non ha avuto paura ad affermare che “parti della California sono diventate troppo pericolose per abitarci” o, ancora, che ormai “è diventato un deserto invivibile”. In questi giorni più di 200.000 persone sono state evacuate a causa degli incendi che stanno devastando lo stato. Uno scenario a cui i californiani dovranno abituarsi.

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Photo: U.S. Air Force photo/Tech. Sgt. Roy. A. Santana

Dichiarata l’emergenza per gli incendi in California

Gli accadimenti, che ormai sarebbe superficiale definire “sfortunati”, hanno spinto il governatore Gavin Newsom a dichiarare lo stato di emergenza il 27 Ottobre scorso. Migliaia di pompieri sono da giorni al lavoro per spegnere gli incendi sparsi per la California senza che se ne possano vedere risultati tangibili. I roghi più grandi sono quelli scatenatisi a Santa Clarita Valley ed il Kincade Fire nella contea di Sonomy. Sono centinaia di migliaia le persone che sono state costrette a lasciare le proprie case. Nell’ordine dei milioni, invece, il numero di quelle rimaste senza elettricità. I ripetuti blackout hanno infatti spinto la società energetica locale a sospendere i servizi per limitare i danni alle infrastrutture, già altamente danneggiate dagli eventi.

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Lo scopo di questa decisione è anche quello di scongiurare lo scatenarsi di nuovi roghi a causa delle scintille che i cavi elettrici in funzione potrebbero innescare. Nello scorso weekend i venti hanno toccato i 160 chilometri orari contribuendo ad alimentare ulteriormente il fuoco peggiorando drasticamente la situazione. Steve Anderson, meteorologo del National Weather Service assegnato alla zona di San Francisco, ha dichiarato di “non aver mai visto, in 30 anni di servizio, niente di simile”.

Gli incendi della California sono il nuovo normale?

La California non è nuova ad eventi di questo tipo, soprattutto nella stagione autunnale. Il dato più sorprendente riguarda infatti la ridotta portata degli incendi di quest’anno rispetto alle annate passate. La conta dei morti del biennio 2017/18 si attesta a 130. Quest’anno, per fortuna, il numero di vittime è ancora fermo a zero ma i problemi sussistono. Sono moltissime infatti le persone che avevano da poco finito di ricostruire la propria casa e che sono state costrette ad evacuarla di nuovo, nell’attesa di scoprire se questa volta resisterà o meno agli incendi.

Cosa c’entra col cambiamento climatico?

In un report della California Natural Resources Agency, datato 27 agosto 2018, gli esperti hanno confermato che l’inasprimento della stagione degli incendi in California è legata agli effetti del cambiamento climatico. La regione sarà infatti sempre più soggetta a periodi di lunga siccità che causano la morte degli alberi rendendone gli arbusti estremamente secchi. Queste condizioni rendono vaste aree verdi il nido ideale per il proliferare di incendi di questa portata. Se a tutto ciò aggiungiamo l’aumento nella forza dei venti che invadono la California nel periodo autunnale, viene da sé che i roghi diventano difficilmente arginabili proprio per la velocità e l’intensità con cui si espandono in un lasso di tempo relativamente breve.

La spiegazione del Guardian

Per non parlare di ciò che potrebbe accadere nella stagione invernale. Oltre ad essere vulnerabile agli incendi, la regione californiana è stata in passato anche colpita da diverse alluvioni. Questo potrebbe generare grossi problemi in termini di ricollocazione degli sfollati e di ricostruzione delle infrastrutture.

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I soldi non bastano per salvarsi dai cambiamenti climatici

Fino ad oggi il benessere del pianeta è stato di fatto sacrificato in favore del proliferare dell’economia di alcuni paesi. L’ironia della sorte ha voluto che proprio in quella che è la quinta regione al mondo per PIL si manifestassero prima che in altri posti gli effetti dei cambiamenti climatici. Va tuttavia specificato come proprio nel “Golden State” sia già da qualche anno nata una forte coscienza ecologica che ha spinto sia il settore pubblico sia quello privato ad investire ingenti somme di denaro nella green economy, senza che questo sia bastato a salvarli.

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Questa successione di eventi spinge a trarre un’unica conclusione. Con l’avanzare del riscaldamento globale le aree del pianeta più vulnerabili ad esso saranno di fatto inabitabili, poco importa se e quanto la comunità locale avrà agito per risolvere il problema. Siamo di fronte ad un circolo vizioso di ingiustizia sociale che non colpirà solo la California.

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In Zimbabwe, recentemente, sono stati toccati i 51 gradi centigradi ed alcune zone delle Cascate Vittoria, uno dei bacini idrici più importanti dell’Africa, sono quasi a secco. Si tratta della peggiore siccità che ha colpito l’area negli ulitmi 40 anni. Sono 7 milioni le persone che rischiano di pagarne le conseguenze ed alcune di esse lo faranno con la vita. Questo solo per citare due degli avvenimenti più recenti. Siccità, alluvioni, uragani, ondate di calore, gelate o, più in generale, fenomeni atmosferici più marcati. Che ne dicano i negazionisti questi sono tutti scenari ampiamente previsti dagli scienziati e sono legati ai cambiamenti climatici. Vedremo cos’altro dovrà accadere prima che se ne accorgano tutti.

Le province italiane più green del 2019

Il Sole24Ore ha pubblicato il 26esimo rapporto Ecosistema Urbano, redatto in collaborazione con Legambiente e Ambiente Italia. Una speciale classifica che raggruppa tutti i capoluoghi delle province del paese in base ad una serie di indicatori green raggruppati in 5 macroaree: aria, acqua, mobilità, rifiuti e ambiente.

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I parametri della classifica

Per stilare la classifica è stato creato un ipotetico sistema di punteggi che, sommati, possono arrivare ad un massimo di 100 punti. Come metro per l’attribuzione dei punti è stato utilizzato il rispetto delle leggi ambientali in vigore insieme ad una valutazione generale della qualità ambientale per ognuno degli indicatori presi in considerazione. Le 5 macrocategorie sono a loro volta composta da 18 voci che insieme vanno a creare una valutazione complessiva ma che, allo stesso tempo, mostrano anche quali siano i punti forti o di debolezza delle varie province.

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Entrando più nello specifico le sottocategorie includono Solare termico e fotovoltaico, Verde urbano, Alberi, Isole pedonali ed Uso efficiente del suolo (macro-categoria ambiente); Ozono, Pm10 e Biossido di Azoto (macro-categoria aria); Capacità di depurazione, Dispersione della rete idrica, Consumi idrici domestici (macro-categoria acqua); Piste ciclabili, Incidenti stradali, Tasso di motorizzazione, Offerta del trasporto pubblico, Passeggeri del trasporto pubblico (macro-categoria mobilità); Raccolta differenziata e Produzione di rifiuti urbani pericolosi (macro-categoria rifiuti)

La top 10 delle province green

Il primo dato che salta all’occhio riguarda il distacco che c’è tra Nord e Sud Italia. L’unica provincia meridionale a piazzarsi nella top 10 è quella di Oristano. Le restanti posizioni sono saldamente occupate da province situate nella parte settentrionale della penisola. Prima classificata è quella di Trento. A completare il podio troviamo Mantova e Bolzano. A seguire, tra le 10 province più green del paese, Pordenone, Parma, Pesaro-Urbino, Treviso, Belluno e Ferrara.

Alcuni focus sul report

Se allarghiamo il cerchio andando ad analizzare la top 50 troviamo un’ulteriore conferma del divario tra queste due zone d’Italia. Le uniche province meridionali a comparire tra i primi 50 nomi sono, oltra alla già citata Oristano, Cosenza (14esimo posto), Catanzaro (31esimo), Nuoro (35esimo), Cagliari (45esimo), Benevento (47esimo) e Potenza (50esimo). Un misero 14%. Viene da sé che le regioni più rappresentate nei primi 50 posti siano principalmente quelle settentrionali: Lombardia, Trentino, Friuli, Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna e Marche.

La flop 10 delle province green

Come sempre quando viene stilata una classifica oltre a dei vincitori ci saranno sempre anche degli sconfitti. A comporre la schiera delle 10 province meno green d’Italia troviamo Catania, Ragusa, Palermo, Isernia, Latina, Trapani, Massa, Alessandria, Crotone, Matera e Frosinone. Inutile dire che per le amministrazioni di queste province è giunto il momento di iniziare a prendere seriamente in considerazione l’attuazione di una serie di misure incisive atte a mitigare il problema.

Il commento del report da parte di uno dei redattori

Altalenante, invece, la situazione delle province più popolose. Roma e Torino si piazzano rispettivamente all’88esimo e 89esimo posto su 102, peggio di Bari, Foggia e Napoli che rientrano comunque nelle 20 province meno green del paese. Milano è 32esima, Firenze 24esima, Venezia 16esima mentre Bologna si piazza al 13esimo posto.

L’utilità del Rapporto Ecosistema Urbano

Il lavoro portato avanti, con costanza e giudizio, dai redattori del rapporto è di una preziosità unica. Con i dati raccolti dagli addetti ai lavori ogni amministrazione ha infatti la possibilità di analizzare in maniera dettagliata quali siano i propri punti di forza e quali quelli di debolezza in materia ambientale. Tutto ciò rende, potenzialmente, molto più facile il lavoro delle amministrazioni locali che possono quindi indirizzare gli investimenti green in maniera oculata e mirata. Senza considerare la allettante possibilità di esportare in altre province i modelli che si sono rivelati vincenti in determinate aree territoriali e per un preciso indicatore tra quelli presi in considerazione nella classifica.

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Il problema, però, spesso giace non tanto nella disponibilità di questi dati, che più pubblici di così non possono essere, quanto proprio nella rilevanza che le varie istituzioni danno ai temi ambientali. La molla che deve scattare all’interno dei palazzi istituzionali riguarda proprio il valore aggiunto che una rivoluzione green potrebbe dare al nostro paese sia dal punto di vista economico sia da quello della valorizzazione del territorio. Fino a quando non avverrà questa transizione, soprattutto in quelle zone del paese che sono rimaste più indietro, la strada resterà in salita.

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