Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il Coronavirus

Mentre migliaia di persone continuano a morire ogni giorno in ogni angolo del pianeta a causa della pandemia Coronavirus, c’è chi, invece, non ha esitato a sfruttare questa situazione di emergenza per fare i propri interessi. Ma chi saranno mai questi campioni di buon senso e solidarietà? Se doveste dire un nome a caso probabilmente ci azzecchereste. Si tratta di Donald Trump e delle lobby del fossile americane.

Credit: thefreethoughtproject.com

L’Enviromental Protection Agency al servizio delle lobby del fossile

Appena insediatosi alla Casa Bianca una delle prime decisioni prese da Trump ha riguardato la United States Environmental Protection Agency, anche nota come EPA, ovvero l’ente che dovrebbe vigilare sul rispetto delle leggi ambientali nello Stato. Il primo amministratore da lui scelto per dirigere l’agenzia è stato Scott Pruitt, celebre avvocato delle lobby del petrolio e, ancora peggio, noto negazionista del clima. Il servizio di Pruitt è durato però poco più di un anno. Dopo di ché, al suo posto, il tycoon americano ha scelto Andrew R. Wheeler, un altro avvocato già conosciuto in quanto difensore degli interessi dell’industria del carbone che, durante l’amministrazione Obama, ha più volte provato ad andare contro le decisioni del governo in merito alle regolamentazioni ambientali.

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Non risulta difficile immaginare la quantità di polvere che, durante l’amministrazione Trump, l’EPA abbia nascosto sotto al tappeto. Ma ora che la situazione lo permette, complice anche il fantasma di una possibile crisi economica che rischierebbe di far perdere le elezioni di Novembre al Partito Repubblicano, Trump ha deciso di non farsi più troppi problemi annullando, fino a data da destinarsi, le restrizioni ambientali in vigore per le aziende americane.

Trump e la sospensione delle leggi sull’inquinamento

La decisione di sospendere le restrizioni sullì’inquinamento per le aziende americane è stata resa pubblica tramite un comunicato dell’EPA in data 26 marzo: “Come tutti stanno facendo la U.S. Environmental Protection Agency si adegua all’evoluzione della pandemia COVID-19. Siamo innanzitutto preoccupati per la salute pubblica […]. L’agenzia deve tenere conto di queste importanti considerazioni nel momento in cui continua il proprio lavoro per proteggere la salute dei cittadini e dell’ambiente”. In altre parole l’agenzia ha giustificato questa scelta in virtù della salvaguardia della salute pubblica. Un ragionamento che sfugge a qualsiasi considerazione scientifica. Permettere alle aziende di inquinare ancora di più mentre circola un virus che attacca il sistema respiratorio è una cosa che non può avere senso. Eppure nell’America di Trump e delle lobby del fossile si può. Senza neanche doversi nascondere.

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Immediate le reazioni, colme di sconcerto, di diversi rappresentanti del movimento ambientalista statunitense. Su tutte quella di Cynthia Giles, ex-amministratrice dell’EPA durante la seconda presidenza di Obama: “L’EPA non dovrebbe mai rinunciare al suo diritto e al suo obbligo di agire immediatamente e con forza quando c’è una minaccia alla salute pubblica, a prescindere dal motivo. Non ho ricordi di altri provvedimenti simili, con il quale, di fatto, l’EPA rinuncia alla sua autorità. Questo comunicato rappresenta un’abdicazione alle responsabilità dell’Agenzia nei confronti del paese”.

L’aria inquinata come vettore del Virus

Già in un articolo della scorsa settimana vi abbiamo parlato di come l’aria inquinata favorisca il virus in maniera incontrollata. Questo è infatti in grado di attaccarsi alle polveri sottili, riuscendo in questo modo a percorrere distanze decisamente maggiori. Per non parlare delle conseguenze che la contrazione del virus ha su chi si ritrova con un sistema respiratorio in parte compromesso dall’aria, sporca, che respira. E chi ci rimetterà maggiormente? Tutti coloro che in queste aziende, che ora possono inquinare come non mai, ci lavorano. Per lo più persone con un reddito basso e afro-americane.

L’esempio delle raffinerie

Il Guardian, in un recente articolo, porta come esempio di aziende che trarranno un enorme vantaggio da questa situazione proprio quelle petrolifere. In questa fase gli sarà infatti permesso di smettere di monitorare le proprie emissioni, tra le quali spicca la presenza di un elemento altamente cancerogeno come il benzene. Dieci raffinerie del Texas hanno ampiamente superato i limiti, già non particolarmente restrittivi, che erano in vigore prima di questa presa di posizione da parte di Trump. Va inoltre sottolineato come il provvedimento, che come già detto è entrato in vigore in data 26 marzo, sia retroattivo e debba quindi considerarsi in vigore dal 13 marzo.

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Un dettaglio quanto meno curioso che, tuttavia, è facilmente spiegabile. Il provvedimento è stato richiesto ufficialmente dall’American Petroleum Institute. E cosa è successo in questo ultimo mese? Le big del settore del petrolio hanno perso circa 500 miliardi di dollari in una settimana. Risulta quanto meno sospettabile, dunque, che, per continuare la propria attività, le aziende americane non abbiano avuto scrupoli nell’abbattere i costi legati al proprio processo di estrazione, immettendo alte quantità di inquinanti in atmosfera. Una tesi che, al momento, non è stata dimostrata e che probabilmente non lo sarà mai proprio perché, grazie alla decisione dell’EPA, i dati legati a queste attività non saranno mai trasparenti.

Trump e lobby del fossile: un legame indissolubile

Questa non è altro che un’ulteriore dimostrazione di come Trump sia poco più di un burattino nelle mani delle lobby del fossile americane. In un periodo in cui tanto il settore Oil&Gas quanto quello del carbone hanno subito perdite importanti – si legga in questo senso un interessante articolo di Re:common – quello di Trump non è altro che un timido tentativo di aiutare i propri amici che rischiano di perdere enormi somme di denaro. Tutto ciò nonostante l’Agenzia Internazionale dell’Energia, un ente non proprio noto per le sue ideologie progressiste, abbia chiesto ai leader mondiali e alle istituzioni finanziarie di non far piovere aiuti, durante e dopo il CoronaVirus, verso i settori che non possono più essere considerati sostenibili.

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Per onor di cronaca va inoltre detto che un provvedimento simile a quello americano è stato chiesto anche in Europa dall’ACEA, ovvero l’Associazione Europea dei produttori di automobili. La Commissione di Ursula Von der Leyen, che sta provando a fare del proprio Green New Deal la bandiera del suo mandato, ha però deciso di respingerla al mittente. Gli sciacalli del clima sono in agguato, soprattutto in un momento in cui l’attenzione sulle questioni ambientali è inevitabilmente surclassata dal CoronaVirus. Ora più che mai occorre continuare ad informarsi. Altrimenti, quando tutto questo sarà finito, potrebbe essere troppo tardi.

Junker app: e la raccolta differenziata non è più un problema

Quante volte ci siamo chiesti come andasse correttamente smaltito un determinato prodotto? Spesso, forse troppo, complice anche l’utilizzo dei materiali più svariati nei vari sistemi di packaging. Fare confusione è troppo semplice, soprattutto quando nella confezione non appare alcuna dicitura che specifichi il modo adeguato di differenziare la confezione. Giunko Srl, una startup tutta italiana, ha creato per voi l’app Junker, che renderà i vostri dubbi solo degli spiacevoli ricordi.

 

 

Inquadra il codice a barre con l’app Junker e la raccolta differenziata non sarà più un problema

 

Il meccanismo è di una semplicità disarmante. Una volta scaricata l’app dai portali dedicati, vi basterà inserire il vostro indirizzo di residenza. Junker è infatti integrato con la maggior parte degli operatori nel settore della raccolta differenziata attivi su suolo italiano. Una condizione necessaria viste le differenti regole per il riciclaggio presenti nei vari territori. Alcuni attori della filiera, a seconda dei comuni, tendono a raggruppare determinati rifiuti in maniera diversa. Alcuni, ad esempio, hanno cassonetti condivisi per vetro e lattine, altri invece ne hanno due separati. Grazie a queste integrazioni l’app mette anche a disposizione, nei comuni in cui è attiva, il “calendario” per la raccolta porta a porta.

 

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Ma la vera comodità, che ci ha fatto balzare sulla sedia, è un’altra. Pensiamo a tutte quelle confezioni che non capiamo bene come smaltire. La maggior parte di esse avrà un codice a barre. Aprendo l’app ed inquadrandolo, Junker app riconoscerà il codice e, quindi il prodotto. Successivamente incrocierà questi dati con le regole per la raccolta differenziata del tuo comune arrivando, infine, a dirti come smaltirlo correttamente. Questa mattina, ad esempio, abbiamo scannerizzato il codice a barre di una bottiglia di vino. Junker l’ha riconosciuta correttamente indicandoci dove smaltire la bottiglia, che ovviamente andava buttata con il vetro, ed il tappo. Nella maggior parte dei casi questo è composto di sughero, un materiale assolutamente riciclabile a seconda delle regole dei vari operatori del settore. Per quel determinato prodotto, invece, il tappo era composto da plastica.

Riconoscimento tramite immagini

Come se non bastasse, una delle novità più recentemente introdotte, riguarda il riconoscimento per immagini. Ora basterà inquadrare l’oggetto per far sì che l’app lo riconosca nel proprio database e sia così in grado di indicare come smaltire correttamente il rifiuto.

Differenziare i propri rifiuti non è mai stato così facile, ve lo assicuriamo!

 

Junker app l’ha riconosciuto immediatamente ed ha evitato che lo buttassimo nel contenitore inadatto. Viene da sé che lo stesso procedimento è attuabile per qualsiasi prodotto che sia marcato con un codice a barre. Nei rari casi in cui il prodotto non venisse riconosciuto, vi basterà inviare una foto tramite il support dell’app e il team di Junker vi risponderà personalmente con tanto di istruzioni sul corretto smaltimento dell’oggetto nell’immagine.

 

L’importanza della raccolta differenziata

 

Quello dell’economia circolare è un tema da sempre caro agli ambientalisti. I rifiuti contribuiscono infatti a circa il 4% delle emissioni globali. Un dato sicuramente non altissimo, soprattutto se si pensa che altri fattori arrivano a raggiungere percentuali anche superiori al 20%, come nel caso della produzione di energia. Tuttavia quella di differenziare correttamente è una di quelle abitudini che richiedono il minimo sforzo e che hanno un effetto assicurato.

 

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L’attenzione al dettaglio, anche per questa pratica, risulta però fondamentale. Una confezione di materiale plastico particolarmente sporca o non riciclabile, inserito nel cassonetto della plastica, rischia di vanificare quanto fatto invece da chi si è preso la briga di fare tutto correttamente. Inoltre, quello delle cosiddette “materie prime seconde”, ovvero quelle materie prime ricavate dai processi di riciclaggio, è un settore che va supportato, non solo dalle decisioni politiche ma anche dalla cittadinanza che, in questo senso, deve fare la sua parte e attenersi alle regole del proprio comune. A maggior ragione ora che, grazie a Junker, fare tutto nel modo giusto è di una facilità disarmante.

 

Come ottenere Junker

 

“Junker” è ormai disponibile da diversi anni e le cose stanno andando a gonfie vele. L’app, sul Play Store per Android, ha una valutazione media di 4,3 stelle su 5 ed ha più di 1.500.000 download.

Così come i comuni che hanno deciso di aderire al progetto sono ormai più di 1.000 e continuano a crescere di mese in mese.

Dati che ci comunicano una piena soddisfazione degli utenti come risultato di un’app efficiente che riesce, quindi, a portare a termine la mission per cui è nata: aiutare il cittadino, in modo semplice e intuitivo, a fare la raccolta differenziata in modo corretto.

 

Lo smog aiuta la diffusione del Coronavirus?

Noi questa domanda ce la portavamo dietro da ormai qualche tempo, senza che però ci potessimo sbilanciare. Ma ora possiamo farlo, grazie ad un “Position Paper” redatto da SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), Università di Bologna e Università di Bari ed intitolato: “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”. La risposta alla nostra domanda? Sembrerebbe un “sì”. Lo smog e l’inquinamento da PM10 e PM2,5 favorisce tanto la diffusione quanto la mortalità del CoronaVirus. L’unico nodo da sciogliere non riguarda “se” ma “quanto” sia forte questa correlazione.

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Smog e CoronaVirus, il caso della Pianura Padana

Come sempre, per ben capire il contesto della notizia, partiamo dai dati. Come ben sappiamo la regione che più sta accusando il colpo dell’offensiva del CoronaVirus è la Lombardia. Senza elencare il bollettino di guerra, che già troppo spesso intristisce le nostre giornate, è comunque utile soffermarsi su alcune rilevazioni. Nella regione lombarda la percentuale di contagiati, in rapporto al dato nazionale, è del 49,5%. Il tasso di mortalità da CoronaVirus si attesta invece all’11%, contro il 5,6% del resto del paese. Un lombardo ogni 568 è risultato positivo al virus, mentre nel resto delle regioni è stato riscontrato un caso ogni 2.794 abitanti (dati aggiornati al 20 marzo).

Risulta evidente come ci sia una forte disparità di diffusione e di letalità del virus tra la Lombardia e le altre zone d’Italia. Le altre regioni più colpite da questa epidemia risultano essere Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. Cos’hanno in comune queste 4 regioni? Respirano l’aria più inquinata d’Europa, ovvero quella della Pianura Padana.

Le province lombarde campionesse d’inquinamento

Sono ormai innumerevoli le statistiche che condannano questa regione dal punto di vista ambientale. Legambiente pubblica ogni anno il rapporto “Mal’Aria” che, analizzando i dati delle ARPA e delle Regioni, stila una classifica delle province con l’aria più inquinata. In particolare ciò che viene rilevato è la presenza di polveri sottili nell’aria. Più nello specifico si parla di PM2,5 e PM10. 7 delle prime 10 città capoluogo in classifica sono, indovinate un po’, lombarde.

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La presenza di queste particelle nell’aria è soggetta a diversi tipi di restrizioni, tanto nazionali quanto globali. Anche l’OMS ha stabilito un limite oltre il quale la presenza di queste particelle è nociva per la salute. Secondo la legge italiana questo limite non può essere sforato per più di 35 giorni all’anno. La provincia di Brescia lo ha sforato per 135 giorni nel 2018, ovvero più di uno su 3. Quella di Lodi per 149. Monza 140, Milano 135, Pavia 115, Bergamo e Cremona 127.

La tesi del Position Paper sulla relazione tra smog e diffusione del CoronaVirus

Il Position Paper citato all’inizio dell’articolo, che ora andremo ad analizzare, porta la firma di 12 docenti e ricercatori specializzati negli studi di diffusione dei virus. Partiamo dalla sua conclusione dove viene affermato, in maniera piuttosto chiara, che: “Si evidenzia come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico che ha esercitato un’azione di carrier (trasportatore) e di boost (amplificatore)”.

Uno spezzone del Paper

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Questo studio, che verosimilmente sarà il primo di tanti sull’argomento, è stato condotto sulla base di una bibliografia già presente sul tema, a cui si sono andati ad aggiungere i dati sulla diffusione del COVID-19 in Italia e sull’inquinamento dell’aria nelle zone più colpite. “Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento di PM10 dei territori – si legge nel paper – coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali”.

Smog e particolato come veicolo ideale per la trasmissione del CoronaVirus

Tutto ciò è possibile per via di un semplice meccanismo. Le polveri sottili fungerebbero da carrier, ovvero da trasportatore del virus che, a sua volta, è in grado di “attaccarsi” al particolato atmosferico. Queste particelle possono rimanere in atmosfera per giorni o settimane, aumentando così la probabilità di contrazione del virus anche da parte di chi non vi è entrato direttamente in contatto. In altre parole, come ha spiegato a Repubblica uno dei firmatari del paper, Leonardo Setti: “Le alte concentrazioni di smog e polveri sottili registrate nel mese di Febbraio in Pianura Padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del CoronaVirus”.

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Insomma, che i virus si “attacchino” al particolato è un fatto consolidato. Che in questo particolare caso queste particelle siano state uno dei vettori che ha contribuito maggiormente alla diffusione del CoronaVirus in Lombardia non è ancora da affermare con assoluta certezza, data la scarsità di ricerche effettuate su questo caso particolare, ma è altamente probabile. Questa è in sintesi la conclusione che si può trarre dal Paper qui preso in esame.

Smog e mortalità del CoronaVirus

Anche su questo tema, al momento, non si può essere certi della relazione tra inquinamento e letalità del virus. Tuttavia le opinioni delle varie testate e dei loro illustri intervistati che hanno valutato questa ipotesi, vanno tutte nella stessa direzione. L’Espresso, in un articolo di questi giorni, ha riportato il risultato di una ricerca effettuata sulla Sars, ovvero un virus “antenato” del CoronaVirus: “Successivi esperimenti confermano che il particolato atmosferico Pm 2.5 incrementa l’infiammazione polmonare e uno studio ecologico del 2003 sulla prima Sars da coronavirus in Cina mostra una mortalità maggiore dell’84% nelle aree con peggiore indice di qualità dell’aria.”.

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Anche l’Huffington Post è dello stesso avviso: “L’esposizione prolungata all’aria inquinata, in particolare da particolato, causa effetti noti, studiati da decenni, che comprendono anche rilevanti aumenti della vulnerabilità delle vie respiratorie nei confronti di virus patogeni. Persone che da più anni sono esposte a livelli elevati di inquinamento dell’aria – quindi anche più anziane – hanno una più alta probabilità di essere colpite da effetti irritanti, infiammatori e da una riduzione della funzione polmonare. Più alta e prolungata è l’esposizione a PM10, più elevata quindi è la probabilità che il sistema respiratorio sia indebolito e sia più vulnerabile per le gravi complicazioni polmonari generate dal CoronaVirus.”

Insomma, per farla breve, chi vive in aree con l’aria più inquinata è più incline a contrarre infezioni alle vie respiratorie che, a loro volta, risulterebbero essere già in parte defezionate proprio a causa dello smog, aumentando così la percentuale di casi di pazienti infetti e, successivamente, deceduti.

Non “se” ma “quanto”

La conclusione che si può trarre dai documenti analizzati è questa. L’alta concentrazione atmosferica di polveri sottili ha quasi certamente contribuito alla diffusione del virus nelle aree più colpite. Discorso simile per quanto riguarda l’effetto dello smog sulla mortalità del virus. Affermare quanto sopra con certezza potrebbe, al momento, essere azzardato, principalmente per la mancanza di studi di medio-lungo termine sul caso specifico Coronavirus. Tuttavia gli indizi fino ad ora raccolti dagli studiosi sembrano puntare proprio in quella direzione. Insomma non si tratta di chiedersi “se” COVID-19 ed inquinamento abbiano una qualche correlazione, ma in che misura la compromessa salubrità dell’aria Padana abbia influito sull’aggravarsi della situazione.

La politica se ne accorgerà?

Il fatto che questa probabile correlazione non sia mai stata citata dalla politica, che di fatto non ha in alcun modo preso posizione sull’argomento, suscita qualche preoccupazione. Un’ammissione di questo tipo significherebbe dover fare i conti con un grosso problema. Il modello rappresentato dalle regioni italiane che, a livello economico, sono considerate il motore d’Italia, è incompatibile, oltre che con il più ampio problema della riduzione delle emissioni necessaria a contrastare gli effetti del cambiamento climatico, anche con i rischi legati alla diffusione dei virus.

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Ed è proprio qui che scatta un ulteriore campanello d’allarme. In un’intervista rilasciata a Europa Today, Sascha Marschang, segretario generale della European Public Health Alliance, ha dichiarato che: “la scienza ci dice che epidemie come COVID-19 si verificheranno con frequenza crescente”. Di fronte a questo problema c’è una soluzione piuttosto chiara: ridurre l’inquinamento dell’aria. Come? Riducendo le emissioni e iniziando, in maniera seria e credibile, una transizione ecologica in grado di salvare vite. Una strada non facile da percorrere ma che sarà sempre più problematica con il passare del tempo. Prima si inizia ad agire e meglio è. Sperare di poter evitare di farlo o di potere attendere ancora un po’ di tempo, avendo allo stesso tempo l’ambizione di preservare la salute dei cittadini, è una presa di posizione altamente irresponsabile.

“Lettera dal virus”: l’avvertimento di Madre Natura (VIDEO)

Alcuni di voi lo avranno già visto in giro per i social, altri ancora no. Noi, per capirne a pieno il messaggio, abbiamo voluto vederlo diverse volte e, soprattutto, trascriverne le parole. L’autrice del video “Lettera dal Virus”, che conta già quasi 1 milione di visualizzazioni su Youtube e molte altre a mezzo social, è Darinka Montico, una travel blogger che possiamo definire “a impatto zero”. Una clip  con un messaggio profondo che merita sicuramente di essere vista.

Il video ed il testo di “Lettera dal Virus”

Fermatevi. Semplicemente. Alt. Stop. Non muovetevi. Non è più una richiesta, è un obbligo. Sono qui per aiutarvi. Questa montagna russa supersonica ha esaurito le rotaie. Basta. Aerei, treni, scuole, centri commerciali, incontri. Abbiamo rotto il frenetico vortice di illusioni e obblighi che vi hanno impedito di alzare gli occhi al cielo, guardare le stelle, ascoltare il mare, farvi cullare dai cinguettii degli uccelli, rotolarvi nei prati, cogliere una mela dall’albero, sorridere a un animale nel bosco, respirare la montagna, ascoltare il buon senso.

https://www.youtube.com/watch?v=EJll-54MR-4
Lettera dal Virus: un video per fermarsi a riflettere

Abbiamo dovuto romperlo. Non potete mettervi a fare Dio. Il nostro obbligo è reciproco, come è sempre stato. Anche se ve lo siete dimenticati. Interromperemo questa trasmissione: l’infinita trasmissione cacofonica di divisioni e distrazioni per portarvi questa notizia. Non stiamo bene. Nessuno di noi. Tutti noi stiamo soffrendo. L’anno scorso le tempeste di fuoco che hanno bruciato i polmoni della terra non vi hanno fermato. Né i ghiacciai che si disintegrano. Né le vostre città che sprofondano. Né la consapevolezza di essere i soli responsabili della sesta estinzione di massa. Non mi avete ascoltato.

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È difficile ascoltare essendo così impegnati lottando per arrampicarsi sempre più in alto sull’impalcatura delle comodità che vi siete costruiti. Le fondamenta stanno cedendo. Si stanno inarcando sotto il peso dei vostri desideri fittizi. Io vi aiuterò. Porterò le tempeste di fuoco nel vostro corpo. Inonderò i vostri polmoni. Vi isolerò come un orso polare su un iceberg alla deriva. Mi ascoltate adesso? Non stiamo bene. Non sono un nemico. Sono un mero messaggero. Sono un alleato. Sono la forza che riporterà l’equilibrio. Ora mi dovete ascoltare. Sto urlando di fermarvi.

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Fermatevi. Tacete. Ascoltate. Ora, alzate gli occhi al cielo. Come sta? Non ci sono più aerei. Quanto vi serve che stia bene per godere dell’ossigeno che respirate? Guardate l’oceano. Come sta? Guardate i fiumi. Come stanno? Guardate la terra. Come sta? Guardate voi stessi. Come state? Non puoi essere sano in un ecosistema malato. Fermati. Molti hanno paura adesso. Non demonizzate la vostra paura. Non lasciatevi dominare. Lasciate che vi parli. Ascoltate la sua saggezza. Imparate a sorridere con gli occhi. Vi aiuterò. Se mi ascoltate.”

Il virus siamo noi

In queste ultime settimane tutti i redattori del blog si sono soffermati, a turno, su una riflessione in particolare. Perché un virus è stato in grado di scatenare una reazione così unita da parte della società intera mentre la crisi climatica, i cui rischi su scala globale sono ben maggiori rispetto a quelli implicati da qualsiasi virus, non riesce a generare lo stesso sentimento di solidarietà e di disponibilità a cambiare le proprie abitudini? Sono tanti gli esperti che hanno provato a dare risposta a questa domanda e in tal senso siete invitati, per chi non lo avesse già fatto, a leggere il nostro articolo di ieri. Ciò che si vuole sottolineare, commentando questo video, riguarda un possibile ribaltamento della prospettiva.

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Sì, in questi due mesi il nostro paese, e non solo, è stato messo in ginocchio da un virus. Ma, dati alla mano, la vera malattia del mondo che viviamo siamo noi e noi soltanto. Ad oggi le conseguenze di ciò che abbiamo fatto negli ultimi 160 anni sono molto limitate rispetto a ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni. Incendi vasti come nazioni, alluvioni che mettono in ginocchio città intere, ghiacciai che continuano a ritirarsi a velocità mai viste prima, siccità, invasioni di insetti ed epidemie che dilagano. Per ognuna di queste voci ci sono state delle vittime e si tratta solo di un piccolo antipasto di ciò che ci aspetta, specialmente nel caso in cui non verranno implementate delle politiche di adattamento e di mitigazione su larga scala in tempi ragionevoli. Tra 20 o 30 anni, se non verrà fatto quanto necessario, il ricordo della sofferenza causata virus sarà poca cosa.

Saremo disposti a darci la colpa?

C’è, tuttavia, una grande differenza nella natura di queste due catastrofi. Da una parte abbiamo un virus, un qualcosa che ci è stato trasmesso da un “nemico” esterno e di cui siamo, fondamentalmente, vittime. Dall’altra abbiamo invece i cambiamenti climatici. Una minaccia molto più grande che però ha un solo ed unico responsabile: la nostra società.

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Ciò che più manca, in questo momento in cui la crisi climatica ha guadagnato un minimo di attenzione da parte dei media, non è tanto la consapevolezza del problema – seppur anche questo costituisca un aspetto ancora ampiamente insufficiente – quanto il coraggio da parte della nostra società di ammettere di aver sbagliato e di essere gli unici responsabili della più grande minaccia che la razza umana abbia mai trovato di fronte a sé.

Prendersela con un virus è facile. Farlo con noi stessi, guardando alle sofferenze che già oggi i nostri stili di vita stanno generando e che sono destinate ad aumentare esponenzialmente, lo è molto meno. Fino a quando non riusciremo a fare questo passo, la lotta alla crisi climatica sarà in salita. E, forse, ciò che faremo non sarà comunque bastato.

ONU: “Il CoronaVirus non distragga dalla lotta per il clima”

Si è da pochi giorni concluso l’incontro dell’ONU in cui è stato presentato il report sullo stato del clima nel 2019, a cura della World Meteorological Organization. Un documento redatto per fare il punto sull’anno appena passato in tema, neanche a dirlo, di cambiamenti climatici. Il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha colto l’occasione per ricordare che, oltre al CoronaVirus, c’è anche un’altra battaglia da combattere, altrettanto pericolosa, e che non va assolutamente messa in secondo piano: quella legata al clima.

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Il contenuto del report

Partiamo, come sempre, dai dati e dal contenuto del report in modo da capire bene ciò di cui si sta parlando.

  • Nel 2019 gli oceani hanno avuto la temperatura media più alta di sempre, con almeno l’84% dei mari che hanno sperimentato ondate di calore sopra la media.
  • Le temperature registrate in giro per il mondo sono state le più alte di sempre, dopo quelle del 2016.
  • Per il 32esimo anno di fila è stata maggiore la quantità di ghiaccio che è stato perso rispetto a quello guadagnato. Questo fenomeno ha fatto sì che il livello dei mari fosse il più alto di sempre da quando sono iniziate le rilevazioni.
  • Il declino del Circolo Polare Artico ha continuato la sua marcia. Lo scorso Settembre – il periodo in cui raggiunge la sua estensione minima – è stato registrato il terzo dato peggiore di sempre.

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  • La scorsa estate, solo in Francia, le ondate di calore hanno causato 20.000 ammissioni extra negli ospedali e 1.462 morti premature.
  • L’Australia ha appena trascorso il suo anno più “asciutto”, prolungato in maniera ulteriore da una stagione degli incendi apocalittica.
  • Alluvioni e tornado hanno costretto, nel 2019, 22 milioni di persone a lasciare le proprie case, un dato ben più alto rispetto all’anno precedente. Più in particolare ci si riferisce al ciclone Idai che ha colpito il Mozambico, il ciclone Fani che si è scatenato nell’Asia meridionale cui vanno ad aggiungersi l’uragano Dorian nei Caraibi ed altre alluvioni che hanno colpito Iran, Filippine ed Etiopia.
  • L’imprevedibilità del clima e gli eventi meteorologici estremi sono stati un fattore rilevante in 26 delle 33 nazioni che sono state colpite da una crisi alimentare nel 2019. In 12 di queste 26 ne sono stati la causa principale.
  • “Dopo dieci anni di declino costante, la fame nel mondo ha iniziato a crescere nuovamente.” – si legge nel report – “Più di 820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2018”. I dati, come al solito, non lasciano scampo. La fotografia che esce da questo report è davvero raccapricciante.

Il commento di Guterres sullo stato del clima nel 2019

La reazione più forte, che in parte vi abbiamo già anticipato, è stata proprio quella di Antonio Guterres. Il Segretario Generale dell’ONU non ha fatto nulla per nascondere la sua enorme preoccupazione. “Il cambiamento climatico è la sfida che definirà le sorti della nostra epoca. Al momento siamo ben lontani dal percorso che dovrebbe portarci ad un aumento della temperatura di 1,5/2°C, il target specificato nel Paris Agreement. Il tempo sta scorrendo velocemente e, con lui, le nostre chances di evitare le conseguenze più gravi causate dalla rottura dell’equilibrio terrestre. Dobbiamo proteggere la nostra società. Servono maggiori ambizioni in termini di taglio delle emissioni, di politiche di adattamento e anche nell’individuare soluzioni finanziarie. Occorre arrivare più che preparati a Novembre, quando si terrà la Cop 26 di Glasgow. È l’unico modo che abbiamo per assicurare un futuro più sicuro, prosperoso e sostenibile a tutte le persone che abitano questo pianeta”.

Hoskins: “Il clima è una minaccia ben più grande del CoronaVirus”

Anche il Professor Brian Hoskins, dell’Imperial College di Londra, non ha esitato nell’esprimere la sua preoccupazione: “Questo report è un catalogo dello stato del clima del 2019 e della miseria umanitaria che ha portato con sé; ci indica una minaccia che, per la nostra specie, è ben più grave di ogni virus che conosciamo. Non dobbiamo distrarci dalla necessità di combatterlo, riducendo le nostre emissioni a zero nel più breve tempo possibile”. L’ennesima voce che si aggiunge al coro degli scienziati che, ormai da 30 anni, stanno lanciando campanelli d’allarme da ogni dove.

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Va comunque specificato come, nei giorni scorsi, lo stesso Guterres abbia espresso, eccome, la sua preoccupazione per l’attuale situazione generata dal Corona Virus. Il messaggio che qui ha voluto mandare non riguarda, quindi, una sottovalutazione della problematica. Non si tratta di una gara per definire quale sia il problema peggiore tra clima e CoronaVirus. Entrambe le situazioni vanno affrontate con la massima cautela e con il maggiore impegno possibile.

Guterres: “Il Coronavirus sarà temporaneo. I problemi legati al clima no”

Ciò che, però, voleva sottolineare il Segretario Generale dell’ONU è la differente natura delle due problematiche: “Una cosa è una malattia che tutti prevediamo essere temporanea, come il CoronaVirus, un’altra sono i problemi legati al clima che ci sono da molti anni e rimarranno con noi per decenni. Non sopravvalutiamo la momentanea riduzione delle emissioni. Non combatteremo i cambiamenti climatici con un virus. L’attenzione che deve essere prestata per combattere questa malattia non deve distrarci dalla necessità di sconfiggere il cambiamento climatico e di affrontare tutti gli altri problemi che il mondo sta affrontando. La mia speranza – conclude Guterres – è che le persone saranno in grado di impegnarsi per entrambi gli obiettivi (CoronaVirus e clima) con la stessa forte volontà politica”.

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Parole, queste ultime, che vogliamo sottoscrivere pienamente. Il mondo, Italia su tutti, sta dimostrando che, quando si tratta di affrontare una crisi, cambiare le proprie abitudini, trovare soldi che non sembravano esserci o prendere decisioni impopolari è non solo possibile ma, anzi, ben visto dalla società tutta. La sfida che ci ritroveremo ad affrontare una volta sconfitto il virus sarà ancora più grande e, per certi aspetti, richiederà altrettanto impegno e senso civico da parte di tutti. Non solo dalle istituzioni, troppo spesso ritenute uniche responsabili della crisi climatica in atto. Una buona parte della differenza la facciamo, e la faremo, tutti noi, con le nostre scelte individuali. A poco servirebbero i decreti emanati dalla Presidenza del Consiglio se poi il nostro senso civico non ci spingesse a rispettarli.

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In questi giorni stiamo dimostrando di essere più che in grado di mettere l’interesse collettivo davanti al nostro. Che ci serva da allenamento per quando, tra qualche mese, il nemico da combattere sarà, per certi versi, ben più preoccupante.

Follia ad alta quota: voli vuoti per preservare le rotte

Voli “fantasma” che sorvolano i cieli, completamente vuoti. Litri e litri di carburante che vengono sprecati. Emissioni che vengono generate gratuitamente, senza che ce ne sia un vero motivo.

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Il Coronavirus e i voli vuoti

Con l’avanzare del temuto Co-vid19 è inevitabile che siano innumerevoli i voli ad essere rimasti vuoti. Su tutti, e a ragion veduta, quelli che transitano lungo le rotte dei paesi più colpiti quali, ad esempio, Italia, Cina, Hong Kong, Corea del Sud e via dicendo. La soluzione naturale sarebbe un calo nella frequenza di volo su determinate tratte ma per via di una regola, diciamo così, rivedibile dell’Unione Europea le compagnie sono costrette ad operare almeno l’80% dei voli già “prenotati” su quella rotta con il rischio, altrimenti, di vedere cancellata la propria priorità su determinate destinazioni.

Una regolamentazione che vale, per fortuna, solo per i voli intercontinentali. Ed ecco che, per far sì che la propria tratta non sia ceduta ad un concorrente, le compagnie sono costrette a far partire voli completamente vuoti generando un alto quantitativo di emissioni che, almeno in questa situazione, potremmo tranquillamente risparmiarci.

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Quali soluzioni

Una situazione che non porta vantaggi praticamente a nessuno e che preoccupa gli operatori del settore. Il Segretario dei Trasporti del Regno Unito, Grant Shapps, ha dichiarato di essere “particolarmente preoccupato. Per soddisfare questa la regola 80/20 le linee aree sono costrette a far decollare voli con pochissimi passeggeri. A volte sono addirittura vuoti. Il tutto solo per conservare i propri vantaggi. Uno scenario del genere non è accettabile. Non è negli interessi del settore, dei passeggeri né tanto meno dell’ambiente. Tutto ciò deve essere fermato”.

Delle preoccupazioni più che fondate soprattutto nel momento in cui la regola che sta costringendo le compagnie a percorrere queste tratte è stata momentaneamente sospesa per i voli che riguardano le zone asiatiche più colpite dal virus. La speranza è che sia solo questione di tempo prima che venga preso lo stesso provvedimento anche per le altre tratte.

Il “flight shaming” e le emissioni dei voli vuoti

È ormai risaputo che il trasporto aereo è quello che genera il maggior numero di emissioni per passeggero. Si stima che una cifra tra il 2 ed il 4 percento dei gas serra che immettiamo in atmosfera ogni anno è generata proprio da questo settore. Un dato che, oltre a sottolineare l’eccessivo utilizzo che facciamo di questo mezzo di trasporto, ha generato negli ambientalisti più coerenti una “vergogna di volare” nota, a livello internazionale, con la sua definizione inglese di “flight shaming”.

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Se dunque, da un lato, abbiamo delle persone che percorrono diverse centinaia di chilometri in treno o in autobus per evitare di prendere un volo, dall’altro, in questa situazione di emergenza tanto sanitaria quanto economica, abbiamo invece delle compagnie aeree che sono “costrette” a far percorrere tratte intercontinentali ai propri voli che sono, per lo più, vuoti. Due opposti che confermano la follia di un mondo i cui estremi si stanno allontanando sempre di più. Resta tuttavia una situazione ai limiti dell’assurdo, resa possibile dall’ennesimo vizio burocratico che, se corretto, permetterebbe alle compagnie aeree di lasciare alcuni dei propri aerei a terra, almeno per un po’, risparmiando denaro, emissioni e, perché no, un aumento del rischio di contagio da Co-vid19.

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In una fase del genere il buon senso non può essere messo da parte. Soprattutto da parte di chi, con una semplice decisione, può generare un effetto domino che creerebbe benefici a tutti gli interessati. E se per una volta ci guadagna anche l’ambiente, va bene lo stesso.

Che fine hanno fatto le locuste del Corno d’Africa?

Vi ricordate degli sciami di locuste che stavano mettendo a rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone nel Corno d’Africa? Beh, se ne sono andate. Purtroppo, però, solo dalle pagine dei giornali. In un interessante articolo del Mail & Guardian (Sudafrica), ripreso dall’Internazionale di questa settimana, invece se ne parla, eccome. Il punto della situazione.

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Fonte: Internazionale nr. 1348

Dal Corno d’Africa all’Asia: le locuste non si fermano più

Già avevamo denunciato l’accaduto in un articolo del 30 gennaio scorso, quando la notizia, che era fresca e succulenta, aveva attirato l’attenzione di una lunghissima lista di testate. Ora, dopo più di un mese e nonostante non se ne parli più, la situazione non è affatto migliorata. Vi avevamo lasciato con la presenza di chilometrici sciami di locuste che avevano colpito alcune regioni del Corno d’Africa come Etiopia, Kenya ed Uganda. Ora le locuste hanno conquistato ben più terreno arrivando ad occupare anche alcuni territori del Sud Sudan e della Tanzania. Presto raggiungeranno anche la Repubblica Democratica del Congo.

Ma non è finita qui. Le particolari condizioni climatiche, che si sono rivelate estremamente favorevoli per la riproduzione di questo tipo di insetto, biologicamente creato per essere un highlander della sopravvivenza, hanno spinto gruppi di esemplari anche verso Oriente. Dallo Yemen, dove le colonie hanno inizialmente preso piede, le famiglie di locuste sono arrivate fino al Pakistan e all’India passando per Arabia Saudita, Qatar, Bahrain ed Iran.

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Genesi di una piaga e come arginarla

Le dimensioni quasi inimmaginabili di questa disgrazia portano con loro una lunga lista di problematiche. Sebbene infatti sia stato possibile risalire all’origine del problema, ampiamente favorito da una serie di cicloni riconducibili al cambiamento climatico, si fatica ancora ad individuare una soluzione credibile. Quella più immediata sembra essere l’utilizzo di pesticidi su larga scala ma l’ampiezza e la quantità degli sciami rende questa opzione quasi impercorribile. Più probabile che venga utilizzata in aree ridotte, ovvero quelle in cui gli esemplari adulti hanno deposto le uova. Una locusta può vivere, all’incirca, dai 3 ai 5 mesi. Riuscire ad isolare e contenere le nuove generazioni potrebbe quindi risolvere la situazione.

Ma si stanno vagliando anche altre opzioni. La Cina, ad esempio, si sente minacciata e, in misura preventiva, avrebbe spedito circa 100.000 anatre verso il Pakistan sperando che riescano, appunto, a contenere l’invasione. Una soluzione che ha suscitato pareri discordanti tra gli esperti. Se da un lato c’è chi reputa la trovata inefficace, dall’altra c’è invece chi sostiene che potrebbe funzionare. Un’anatra sarebbe in grado di mangiare circa 70 locuste in un solo giorno. Qualora si rivelassero efficaci le anatre sarebbero poi dispiegate anche in altre aree particolarmente colpite.

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Sicurezza alimentare a rischio per decine di milioni di persone

Già di per sé alcune delle aree interessate non sono famose per avere condizioni climatiche particolarmente favorevoli allo sviluppo del settore primario. La povertà d’acqua e la presenza di suoli quasi desertificati rendono già difficile la coltivazione di alimenti di prima necessità e una buona parte dei paesi coinvolti ha già grossi problemi di povertà e denutrizione. Se aggiungiamo a tutto ciò degli sciami lunghi decine di chilometri i cui esemplari sono in grado di mangiare ogni giorno l’equivalente del proprio peso corporeo, il risultato dell’equazione è di quelli che fanno tremare le ginocchia.

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In paesi così densamente popolati e così poveri di risorse, in cui il problema da affrontare tutti i giorni è quello di reperire del cibo per sé e per la propria famiglia, un avvenimento di questo tipo mette a forte rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone. Un’invasione che non guarda ai confini e che, di certo, non si fa impietosire dalle condizioni già precarie di paesi che, anno dopo anno, vedranno i colpi del cambiamento climatico infierire su di loro, in maniera sempre più violenta. Chissà se, e quando, qualcuno inizierà davvero a parlarne seriamente. Non potremo girarci dall’altra parte per sempre.

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L’adesivo con lo stupro di Greta e i valori dell’industria fossile

Una notizia che si fa fatica a commentare e di cui, francamente, si poteva fare tranquillamente a meno. La compagnia petrolifera canadese X-Site Energy ha distribuito ai propri dipendenti un adesivo da attaccare ai propri caschetti. Il contenuto? Una schiena nuda, delle treccine ed una scritta che raffigurava il nome di Greta.

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La reazione di Fridays For Future

In pieno stile “fossile”

Non è la prima volta che Greta Thunberg subisce attacchi frontali simili a questo. Ricordiamo tutti con disdegno l’immagine del manichino con le treccine che penzola da un cavalcavia di Roma, con su scritto: “Greta is your god”. Ed ancora i vari attacchi che ha subito da politici e rappresentanti dell’industria fossile. Il tutto completamente in linea con uno stile inconfondibile, quello di chi sta distruggendo il pianeta ed il futuro delle generazioni a venire per riempire il proprio portafogli.

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D’altronde, cos’altro ci si poteva aspettare da persone di questo tipo? Le stesse che conoscono da decenni le conseguenze di ciò che fanno e che non accennano a voler cambiare. Quelle che non hanno timore di commettere reati, di corrompere, di distruggere, di promuovere politiche sociali che lucrano, tra le altre cose, sul sessismo e sull’ineguaglianza. Quelle che hanno così tanti soldi da non sapere cosa farci e che si girano dall’altra parte quando intere aree del Medio Oriente, e non solo, vengono bombardate per accaparrarsi gli ultimi giacimenti petroliferi. Questa ulteriore caduta di stile non è altro che l’ennesima riprova del loro totale disgusto verso qual si voglia forma di umanità.

Greta e l’adesivo: un attacco frontale a chi lotta per giustizia climatica e sociale

Torniamo per un momento ai fatti di cronaca. A segnalare l’accaduto è stato un dipendente della “X-Site Energy Services”, un’azienda canadese che opera nel settore dei combustibili fossili. “L’adesivo con l’immagine di Greta è stato distribuito come materiale promozionale da attaccare sugli elmetti”. Già solo questo basterebbe per suscitare indignazione e sconcerto. Ma non è finita qui. Doug Sparrow, General Manager della X-Site, una volta interpellato, ha così commentato l’accaduto: “a 17 anni, Greta Thunberg non è più una bambina”. Come se il fatto che una ragazza abbia 17 anni possa giustificarne lo stupro. Un tipo di ragionamento che la dice lunga sui valori che governano chi è a capo dei colossi dei combustibili fossili. Un’immagine che non solo manca di rispetto a Greta, ma anche a tutti coloro che stanno lottando per due concetti sempre più interconnessi tra loro: la giustizia climatica e la giustizia sociale.

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L’immagine incensurata dell’adesivo

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Dopo ben 4 giorni dalla messa in circolazione degli adesivi sono arrivate le scuse da parte dell’azienda che ha colto l’occasione per demonizzare l’accaduto affermando che quell’immagine “non riflette i valori di questa azienda e dei suoi dipendenti”. I dirigenti hanno ovviamente colto l’occasione per fare anche un po’ di greenwashing, che non guasta mai: “L’azienda è anche impegnata nel ridurre il proprio impatto ambientale”. Sì, un’azienda che estrae petrolio e gas. Certo, come no.

La reazione di Greta e delle associazioni all’episodio dell’adesivo

Sono diverse, ovviamente, le associazioni che hanno condannato l’accaduto. La prima a farlo è stata Change.org che ha voluto ricordare come, in Canada, la diffusione di immagini esplicite di minori è considerato un reato pedo-pornografico, per il quale si rischiano fino a 14 anni di carcere. Dura, ovviamente, anche la reazione di Fridays For Future Canada che ha così commentato: “Misoginia, pedofilia e violenza usate come arma. Sì, sono disperati. Il silenzio non creerà cambiamento. Chiedete che i responsabili perdano il loro lavoro e che X-Site rimuova tutti gli esemplari dell’adesivo distribuiti e chieda scusa a Greta”.

Ma, come al solito, a darci la lezione più grande è proprio Greta. In una situazione in cui tantissime persone – compresa una lunga lista di individui più che influenti nel nostro paese, e non solo – avrebbero colto al volo l’occasione per fomentare un clima di odio e creare un nuovo nemico contro cui scagliarsi, la giovane Thunberg ha dimostrato ancora una volta la sua maturità e, a nostro modo di vedere, anche una certa superiorità intellettuale. “Stanno iniziando ad essere sempre più disperati. Ciò significa che stiamo vincendo”. Disperati e, aggiungiamo noi, impauriti. Una schiera di potenti, per lo più maschi, che detiene la maggior parte della ricchezza e del potere decisionale a livello mondiale, impaurita da un movimento creato da una ragazzina di 17 anni. Se non è vigliaccheria questa, difficile immaginare cosa possa esserlo.

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È verosimile ipotizzare che quanto accaduto non avrà grosse conseguenze per la X-Site Energy. Sebbene infatti al parlamento canadese sia stata presentata una mozione di condanna, nella migliore delle ipotesi questa scaturirà in una sanzione economica che finirà per farle il solletico.

Un déjà vu?

Ciò che resta è l’immagine di due mondi tra loro contrapposti. Da una parte quello di un settore che, dopo anni di dominio incontrastato del pianeta tanto a livello economico quanto decisionale, ha perso ogni qualsivoglia forma di buon senso e che allo stesso tempo vede il proprio potere minacciato da un esercito di ragazzi meritevoli, a dir loro, delle più spregevoli sorti, stupri inclusi. Dall’altra proprio questa generazione che, in maniera del tutto spontanea e volontaria, si è aggregata in uno dei movimenti più grandi della recente storia dell’umanità, fondando la propria unione su valori come la giustizia sociale ed ecologica.

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Questa è la battaglia che si sta andando a creare, riassumibile nel più classico scontro che siamo abituati a vedere nei maxi schermi cinematografici ma che, di fatto, è più comune di quanto si pensi anche nella realtà, quello tra il bene ed il male. E mentre le aziende del fossile continueranno ad inquinare, a sfruttare lavoratori e a distruggere la natura che ci circonda, Greta, che settimana scorsa era a Bristol alla manifestazione per il clima locale, si sta spostando a Bruxelles dove venerdì prossimo sciopererà con i giovani belgi. Siete proprio sicuri che quelli da demonizzare siamo noi?

Da “Green New Deal” a “Gas New Deal”: l’UE ci ricasca

Mentre nelle prime pagine dei giornali, italiani e non solo, impazzano da ogni dove notizie sul Coronavirus, l’UE ha preso una decisione di gran lunga più pericolosa. Vi ricordate del Green New Deal sbandierato ai 4 venti dall’attuale Parlamento Europeo? Beh, ora possiamo anche chiamarlo “Gas New Deal”.

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117 miliardi di fondi per il gas fossile. 29 vengono dall’UE

A rivelare questa cifra è il Global Energy Monitor. Si tratta di una rete di ricercatori che fornisce informazioni di vario tipo riguardanti progetti legati all’energia fossile a realtà di primo livello come la Banca Mondiale, l’UNEP, Bloomberg e tante altre. Una cifra enorme che mette a rischio gli obiettivi intermedi di tagli delle emissioni lungo la strada per un’ Unione Europea “carbon neutral” nel 2050. Se da un lato buona parte di questa cifra verrà finanziata da banche e fondi privati, ben 29 miliardi arriveranno proprio dall’Unione Europea.

Sottolineiamo nuovamente che il gas è una fonte di energia fossile. Quindi un potenziamento delle infrastrutture ad esso legate non è affatto di aiuto nell’ottica di una transizione ecologica. La “giustificazione” di questa decisione è legata alla volontà di abbandonare la dipendenza dal carbone. Peccato che, qualora venisse rimpiazzato con il gas, anche solo parlare di benefici ambientali sarebbe a dir poco eccessivo.

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Il veto dei Verdi

Immediata la presa di posizione da parte degli Eruopean Greens che hanno proposto un veto sull’approvazione del programma Connecting European Facilities (CEF). Al suo interno sono stati approvati i finanziamenti a 151 nuove infrastrutture. Ben 32 di queste riguardano progetti relativi al gas.

Durante la discussione della proposta di veto, Marie Touissant, deputato dei Verdi Europei, si è così rivolta al Parlamento: “Il Pianeta sta morendo. Rapporto dopo rapporto, gli esperti ci ripetono che bisogna rinunciare ai fossili per arginare la crisi climatica. Ma in totale contraddizione con le buone intenzione proclamate, l’Europa sta per dichiarare “prioritari” dei progetti energetici di cui più di un terzo è basato sui combustibili fossili. Siamo in 103, oggi, a chiedervi di rivedere questo elenco. Questi progetti non hanno senso per la scienza, sono un errore economico e soprattutto politico. La scienza ci diche che l’84% delle risorse fossili oggi conosciute non deve essere utilizzato. Continuare ad investire in progetti fossili molto costosi ostacola la possibilità di investire dove serve davvero. C’è qualcosa che non va se l’Unione Europea vuole investire 29 miliardi di euro in progetti che uccidono il clima”.

I progetti sostenuti

A godere di questi finanziamenti c’è, neanche a dirlo, anche l’Italia. Un fatto in totale contraddizione con la scienza e, soprattutto, le parole di una classe politica sempre più ipocrita che mira solo a guadagnare i voti di qualche ambientalista male informato. Tra queste opere, oltre alla già criticata TAP, troviamo il gasdotto EastMed Cipro-Salento e il Malta-Gela, oltre agli impianti elettrici di Andrea Palladio, Brindisi Sud, Marghera Levante, Presenzano Edison e Torrevaldaliga Nord che verranno utilizzati per convertire il gas in energia elettrica. Queste infrastrutture, oltre ad essere molto costose, sono progettate per durare decenni e il rischio di diventarne dipendenti per questo lasso di tempo è più che concreto.

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C’è dunque una forte contraddizione tra ciò che viene detto e ciò che, invece, viene concretamente sostenuto con quello che realmente conta: i finanziamenti. Sono diverse inoltre le associazione che hanno definito “inutile” un così ingente potenziamento delle infrastrutture legate al gas fossile. La capacità di trasporto di gas delle strutture attuali all’interno dell’Unione Europea è infatti già 1,8 volte superiore al combustibile che viene effettivamente trasportato. Inoltre, proprio le stesse proiezioni della Commissione UE, ci dicono che per centrare gli obiettivi climatici del 2030 è richiesto un taglio dell’utilizzo del gas fossile del 29% rispetto ai numeri attuali. Un taglio, non un aumento.

Tra i paesi che investiranno maggiormente in questo scempio troviamo anche Regno Unito, Germania e Grecia, oltre ad alcune nazioni dell’Europa orientale come Romania e Polonia che, non paghe della progettazione di nuove centrali a carbone, stanno ben pensando di inserire nel proprio mix energetico anche una bella fetta di gas fossile. Così, per non farsi mancare niente.

Da Green New Deal a Gas New Deal in meno di un mese

Ed ecco che, nel giro di poco meno di un mese, siamo passati dall’esultare per l’approvazione di un Green New Deal che sembrava serio e credibile, al dover fare i conti con la cruda realtà. Una classe politica ancora troppo influenzata dalle lobby dei combustibili fossili che, ancora una volta, sono riuscite a distribuire i “favori” giusti per ottenere ciò che desideravano. Una posticipazione dell’attuazione di politiche credibili in ambito climatico. L’ennesima montagna di soldi che viene, è proprio il caso di dirlo, bruciata.

Mark Z. Jacobson, docente di ingegneria civile e ambientale alla Stanford University, ha voluto sottolineare come “per l’Europa esista un’alternativa. Il continente può funzionare interamente e in tutti i settori energetici con energie pulite e rinnovabili: energia elettrica e termica da vento, acqua e sole. Una tale transizione ridurrà il fabbisogno energetico e i costi, così come l’inquinamento atmosferico, i problemi di salute e le emissioni”.

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Insomma, rischiando di ripeterci, è ormai evidente come a mancare non siano i soldi, ma la volontà da parte dei politici di prendere una posizione decisa. Ne è ulteriore dimostrazione l’attuale emergenza del Coronavirus. In un brevissimo lasso di tempo le istituzioni, sia a livello nazionale che internazionale, sono riuscite a fare gruppo per far fronte a quella che può essere considerata a tutti gli effetti una crisi, investendo denaro ed impegno per arginare i problemi e trovare soluzioni di lungo termine. Se la stessa prontezza e la stessa lungimiranza venissero incanalate nella lotta alla crisi climatica, molti dei problemi che la compongono potrebbero essere risolti con relativa facilità. E allora, cosa stiamo aspettando?

Antartide da…record: registrati per la prima volta 20°C

“Incredibile e anormale”. Questa è la definizione fornita da un gruppo di scienziati brasiliani per descrivere quanto accaduto lo scorso 9 Febbraio in Antartide. Nell’isola di Seymour sono stati infatti toccati per la prima volta, da quando sono disponibili i dati, i 20,75 °C. Un record allarmante che non va in alcun modo sottovalutato.

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Il record che non serviva in un’Antartide già sotto stress

L’Antartide è il più grande deposito di ghiaccio esistente nel pianeta e si sta sciogliendo, è proprio il caso di dirlo, come neve al sole. Carlos Schaefer, a capo della delegazione di scienziati che lavora per l’organizzazione brasiliana Terrantar, in un’intervista rilasciata al Guardian, ha descritto uno scenario a dir poco preoccupante: “Stiamo assistendo ad un trend di aumento della temperatura nella maggior parti dei siti che stiamo monitorando ma non abbiamo mai visto una cosa del genere”.

Terrantar monitora l’impatto che il cambiamento climatico sta avendo in 23 diverse parti del continente. L’area che si sta scaldando più velocemente è quella occidentale dove l’aumento della temperatura oceanica sta mettendo a rischio la sopravvivenza degli enormi ghiacciai di Thwaites e Pine Island. Ad oggi questo non ha ancora effetti catastrofici in termini di aumento del livello dei mari ma, in caso di un ulteriore aumento della temperatura, potrebbe averne eccome.

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Le cause del triste record dell’Antartide

Le ragioni di queste anomalie sono individuabili in un cambiamento delle correnti oceaniche. Tra queste c’è anche il fenomeno climatico periodico meglio noto come El Niño. Schaefer ha infatti aggiunto che “stiamo assistendo a delle grosse oscillazioni in atmosfera, causate principalmente da delle grosse anomalie termiche che stanno subendo il permafrost, ovvero lo strato di ghiaccio sottostante la superficie, e gli oceani. Tutto ciò è strettamente intercollegato e riconducibile ai cambiamenti climatici”.

La regione più interessata è sicuramente quella della Penisola Antartica. Su un recente articolo del Guardian si legge infatti che “in un recente viaggio con Greenpeace, il Guardian ha visto ghiacciai che si sono ritirati per più di 100 metri nella Discovery Bay,oltre a larghi tratti di roccia nuda nella King George Island dove abbiamo assistito ad un massiccio scioglimento di neve in meno di una settimana”. Le colonie di Pigoscelidi Antartici, i pinguini che abitano la zona, si sono dimezzate nell’arco di pochissimo tempo.

Perché ci interessa

L’aumento del livello dei mari è forse una delle questioni più sottovalutate dall’opinione pubblica, soprattutto in un paese vulnerabile ad un simile scenario come lo è il nostro. La regione Antartica custodisce circa il 70% dell’acqua dolce dell’intero pianeta, sotto forma di neve e ghiaccio. Per intendersi, qualora si sciogliesse completamente, il livello dei mari si alzerebbe di circa 50 metri.

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Le previsioni fatte dagli scienziati ci dicono che entro la fine del secolo i mari si alzeranno di almeno 30 cm con la possibilità di arrivare fino a 1 metro e 10 rispetto al livello odierno, a seconda della velocità con cui la nostra società ridurrà le emissioni di CO2 in atmosfera. Anche nella sua versione più ottimistica un avvenimento di questo genere porterà enormi danni infrastrutturali al nostro paese. Intere città finirebbero sommerse, ed usare il condizionale è molto ottimistico, con tutte le terribili conseguenze del caso. Viene da sé che il record appena registrato in Antartide è ben più di un campanello d’allarme.

Non solo mitigazione, servono anche politiche di adattamento

Proprio in questo senso è urgente attuare delle politiche di prevenzione verso gli effetti dei cambiamenti climatici. Un’attività di cui nel nostro paese, al momento, non c’è neanche l’ombra. Per fare un esempio in Olanda, dove un’ampia fetta del territorio è sotto il livello del mare, hanno già da anni dei sistemi che sono in grado di salvare le città da eventi di questo tipo. Una chiara dimostrazione di come, con un minimo di pianificazione, alcuni effetti del cambiamento climatico possano essere contenuti.

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Se alle più che necessarie iniziative legate alla mitigazione dei cambiamenti climatici, in termini di riduzione delle emissioni, non verranno associate delle altrettanto importanti politiche di adattamento alle conseguenze che il riscaldamento globale avrà sulle nostre infrastrutture i risultati saranno catastrofici. Occorre agire, in fretta, in entrambe le direzioni, oppure, il rischio, è di fare l’ennesimo buco nell’acqua.