Stati Generali 2020: le proteste dei movimenti ambientalisti

Le proteste ambientaliste di tutto il mondo che stavano caratterizzando l’ultimo periodo pre-CoronaVirus sono ripartite. Da Fridays For Future a Extinction Rebellion, fino ad arrivare agli Stati Generali della Green Economy organizzati dai Verdi italiani. Come sono ripartiti i movimenti ambientalisti? E cosa stanno facendo per stimolare una ripresa economica green? Scopriamolo insieme.

stati generali

Firdays For Future in protesta davanti agli Stati Generali

Sono finiti giusto ieri gli Stati Generali dell’Economia. Un’iniziativa del governo italiano atta a decidere come gestire i fondi europei del Recovery Fund. Sebbene l’Unione Europea sia stata abbastanza chiara sulle modalità di utilizzo di quel denaro, da intendersi come finanziamento utile a gestire la conversione ecologica del paese, non si sa ancora quali saranno le decisioni finali. Già vi abbiamo parlato del Piano Colao, un documento richiesto dal Governo Italiano per valutare le possibili modalità di ripresa economica del paese, ma le critiche dei movimenti ambientalisti sono già partite.

Al momento non è dato sapere se e quanto il Governo punterà sulla Green Economy. Ciò che è certo è che alla riunione di questi giorni ci sarà qualcuno che proverà il furbo, tentando di appropriarsi di una parte di quei soldi per sostenere le proprie attività economiche che poco hanno a che fare con la conversione ambientale necessaria. Così come sono state già troppe le volte in cui siamo rimasti delusi dai provvedimenti troppo deboli presi dalle varie maggioranze in questo ambito.

Dunque, per non sbagliare, i ragazzi di Fridays For Future Roma hanno organizzato una manifestazione di fronte a Villa Pamphili per chiedere a gran voce che venga difeso il loro Futuro. Lungi dal presentarsi a mani vuote, i giovani attivisti hanno redatto un vero e proprio programma per la decarbonizzazione del paese. I suoi punti e le richieste di Fridays For Future sono consultabili qui.

Il documento porta la firma di venticinque scienziati di primo livello che non hanno esitato a mettere a disposizione le proprie conoscenze per una causa di primaria importanza come quella climatica.

Extinction Rebellion torna in strada. Azione anche di fronte agli Stati Generali

Non che ci fosse bisogno di specificarlo, ma neanche Extinction Rebellion ha esitato a ripopolare strade per chiedere a gran voce che la ripresa post CoronaVirus abbia come priorità la tanto agognata transizione ecologica.

In Inghilterra, dove il movimento è nato, gli attivisti di XR hanno dato il via a tantissime proteste sparse per tutto il paese. La stessa cosa è accaduta la scorsa domenica a Berlino, dove un corteo ha popolato le strade della capitale tedesca.

Ma anche la sezione italiana, dove il movimento sta faticando un po’ di più rispetto ad altri paesi ad acquisire adepti, la risposta dei “ribelli” agli Stati Generali non si è fatta attendere. Il luogo è sempre lo stesso, Villa Pamphili, ma la performance è particolarmente creativa. 30 sagome coperte da un lenzuolo, con segnati i nomi di persone morte a causa del degrado ambientale cui stiamo assistendo, sono comparse nel giardino. Un’immagine forte che, però, comunica in maniera piuttosto chiara l’urgenza della crisi climatica. Già oggi delle persone stanno morendo a causa del riscaldamento globale che, se non verrà arginato, continuerà a mietere vittime anche nel futuro e con numeri che saranno sempre più preoccupanti.

Gli Stati Generali della Green Economy

L’ultima iniziativa che vogliamo segnalarvi è quella della Federazione dei Verdi italiani. Il movimento politico che a livello europeo sta vedendo crescere i suoi consensi a dismisura, ha accolto in maniera molto scettica le prime indiscrezioni sulla riunione in atto a Villa Pamphili ed ha deciso di organizzare, la scorsa domenica, un controvertice intitolato “Gli Stati Generali della Green Economy”. Un’iniziativa completamente digitale a cui hanno preso parte le più importanti personalità del panorama ambientalista italiano. L’obiettivo era quello di parlare delle enormi potenzialità di una ripresa post-Covid che mettesse al centro la riconversione verde. Non sono mancate proposte ed idee che, con i soldi del Recovery Fund, sarebbero facilmente attuabili ed in grado di dare risultati tangibili anche in un lasso di tempo abbastanza breve.

Il nostro consiglio

Sostenere la causa ambientalista partecipando a manifestazioni, riunioni e sostenendo i gruppi che stanno combattendo giorno dopo giorno in difesa del nostro futuro è un’attività fondamentale. Sono presenti moltissime delegazioni locali per tutte e tre le realtà sopra riportate. Informatevi su quali siano i più vicini a voi ed unitevi a loro. Oltre ad essere un’occasione per conoscere altre persone che come voi vogliono fare qualcosa di tangibile per combattere la battaglia climatica, potrete entrare in contatto con tante persone desiderose di condividere con voi i loro consigli e le loro conoscenze. In ultimo, che sia chiaro, questa battaglia non si vince dal divano.

Ecobonus: cos’è e come funziona il SuperBonus al 110% del Decreto Rilancio

ecobonus

Se ne parla troppo poco, ma la misura inserita dal governo nel Decreto Rilancio per l’efficientamento energetico delle abitazioni potrebbe ridurre drasticamente l’impatto ambientale delle nostre case e, quindi, le emissioni di CO2 che generiamo ogni anno. I gas serra che immettiamo ogni anno in atmosfera a causa della creazione di energia da fonti non rinnovabili sono più 40% del totale. Viene da sè che se questo fardello venisse in buona parte eliminato, grazie agli incentivi inseriti nell’Ecobonus, ne gioverebbero tanto i cittadini, che abbasserebbero drasticamente i costi in bolletta, quanto il settore dell’energia rinnovabile che, con una propulsione di queste proporzioni, compierebbe un sorpasso decisivo su quello dei combustibili fossili, destinato comunque a cadere nell’oblio al massimo entro qualche decennio.

In cosa consiste l’Ecobonus

Senza girarci troppo intorno con paroloni che potrebbero generare confusione, basti dire che la misura messa in campo dal governo per il post-pandemia prevede una detrazione fiscale del 110% delle spese sostenute da cittadini ed aziende per l’efficientamento energetico dei propri immobili. Un incentivo senza precedenti nella storia italiana, che va sicuramente sfruttato. Il provvedimento sarà presto operativo, e lo resterà fino alla fine del 2021. È stato anche presentato un emendamento per prolungarlo di un ulteriore anno, fino al 2022. Di tempo per studiare bene quale sia la combinazione migliore per la propria abitazione, dunque, ce n’è. Così come non manca un’ampia scelta, che rende l’Ecobonus accessibile anche a chi possiede un immobile che, per vari motivi, possa avere bisogno di interventi su vari livelli.

I vantaggi economici saranno acquisibili tramite detrazione fiscale, cessione di credito o sconto in fattura. Un raggio di possibilità che lo rende accessibile praticamente a chiunque.

Come accedere al Superbonus

Il meccanismo è piuttosto semplice. Per ottenere quanto sopra, bisognerà obbligatoriamente portare a termine almeno uno dei tre lavori sotto elencati, ai quali sarà possibile abbinare l’installazione di impianti per l’autoproduzione di energia e sistemi di accumulo. Il super ecobonus con detrazione del 110% della spesa sostenuta si applica a tre tipologie di interventi:

1) Isolamento termico delle superfici opache verticali e orizzontali che interessano l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25 per cento della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo;

2) Interventi sulle parti comuni degli edifici per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti centralizzati per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a condensazione, con efficienza almeno pari alla classe A;

3) Interventi sugli edifici unifamiliari per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a pompa di calore, ivi inclusi gli impianti ibridi o geotermici.

Come massimizzare benefici economici ed ambientali del Superecobonus

Non siamo un blog che parla di edilizia, per cui approfondiremo in questa sezione solamente la modalità in grado di apportare i maggiori benefici ambientali ed economici alla vostra abitazione.

L’installazione di un cappotto termico è. già da sè, un lavoro che può permettere di risparmiare quasi la metà dei costi di riscaldamento o raffreddamento in bolletta. La dispersione di calore è infatti una caratteristica comune alla maggior parte degli immobili del nostro paese, con un conseguente aumento della spesa relativa al riscaldamento che, a sua volta, comporta un aumento del consumo di gas fossile. Risultato: la bolletta si alza, si inquina di più e si finisce per arricchire tutte quelle aziende che continuano imperterrite ad investire in una fonte di energia altamente inquinante e non sostenibile sul lungo termine. Un metodo di approvvigionamento energetico che, con le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi, è di fatto obsoleto.

A questi lavori, grazie al decreto, è poi possibile abbinare una serie di altri miglioramenti che possono includere l’installazione di pannelli fotovoltaici e pompe di calore. Sebbene siano infatti disponibili altre opzioni tra i lavori collaterali inclusi nel provvedimento, la combinazione appena citata è senza ombra di dubbio la soluzione migliore per raggiungere l’indipendenza energetica, abbattere drasticamente i costi in bolletta ed azzerare le emissioni generate dai consumi della propria abitazione.

La pompa di calore è uno strumento che, di fatto, va a sostituirsi alla vecchia caldaia a gas; una tecnologia destinata a diventare solo un brutto ricordo. Si tratta di un serbatoio d’acqua che viene riscaldato grazie all’energia elettrica. O meglio, sono disponibili anche pompe di calore che funzionano con altri tipi di energia. Ma visto che, oltre ai benefici economici, ci teniamo a sottolinearne i benefici ambientali, va sicuramente evidenziato come, quelle che funzionano ad elettricità, siano di gran lunga preferibili da un punto di vista ecologico.

Se alla pompa di calore abbiniamo un sistema di approvvigionamento energetico che si appoggia su dei pannelli fotovoltaici, il gioco è fatto. Non dobbiamo più acquistare energia da nessuno, risparmiamo e non generiamo emissioni. A questo va aggiunto, oltretutto, il risparmio in termini di consumo energetico generato dal cappotto termico.

Tra le spese coperte dal SuperBonus c’è poi quella relativa ai sistemi di accumulo, o batterie. Un accessorio necessario all’immagazzinamento dell’energia proveniente dai pannelli, che permette alla casa di usufruire dell’elettricità creata anche quando i pannelli fotovoltaici non ricevono la luce solare. Risultato: avrete la vostra casa a emissioni zero, e senza aver speso un euro. Inoltre, il risparmio generato sul lungo termine è incalcolabile.

Per ottenere il beneficio economico sarà necessario aumentare la classe energetica della propria abitazione di almeno due livelli.

Leggi anche: “Transizione green: cosa prevede il piano Colao”

Il nostro consiglio

Non approfittare di un provvedimento tanto vantaggioso è da incoscienti. I vantaggi sono enormi tanto da un punto di vista economico, quanto da quello ambientale. Non va inoltre sottovalutata la spinta che le aziende operanti nel settore della green economy riceverebbero qualora queste soluzioni venissero adottate in massa, con buona pace di chi ha inquinato la nostra aria per decenni, arricchendosi sulla nostra salute e su quella delle generazioni future.

Noi vi abbiamo esposto solamente la soluzione che reputiamo migliore. Tuttavia, prima di prendere ogni decisione, è consigliabile rivolgersi ad aziende operanti nel settore, che sapranno trovare la combinazione ideale per la vostra abitazione e dare delucidazioni più precise in merito a tutte le possibili soluzioni.

Se c’è un momento per fare la propria parte stimolando la conversione ecologica del settore energetico, è questo. Una volta che avremo espulso i combustibili fossili dalle nostre case, tutto il resto verrà da sè. E allora, abbiate il coraggio di fare questo primo passo. Se non lo farete ora, potreste pentirvene amaramente.

Per approfondire il tema vi rimandiamo ad una diretta Facebook di pochi giorni fa, organizzata dal Kyoto Club con ospite il sottosegretario Riccardo Fraccaro, padre di questa manovra.

L’elefante ucciso dall’ananas e dai petardi: ipocrisia o disinformazione?

La notizia ha fatto il giro del mondo in men che non si dica. In uno stato meridionale dell’India, più precisamente nel Ketara, una femmina di elefante incinta è rimasta uccisa da un ananas imbottito di petardi. Un’immagine indubbiamente straziante, che però ha messo a nudo la mancanza di conoscenza dei più sulle questione ambientali o più prettamente sullo stato attuale delle cose per quanto riguarda ciò che stiamo facendo al mondo animale.

elefante petardi ananas

L’ananas riempito di petardi come metodo di difesa dagli elefanti: un’usanza consolidata

Ed ecco che, nel giro di poche ore, le testate di mezzo mondo riportano la tragica notizia, rilanciata poi da centinaia di milioni di utenti sui vari social. Una cassa di risonanza che, a prima vista, avrebbe potuto giovare alla questione del nostro delirio di onnipotenza verso il mondo animale e naturale. Artisti di fama internazionale hanno iniziato a riprodurre vignette. Persone che molto raramente si interessano di ambiente e dei problemi ad esso legati si sono alzate in piedi per gridare il proprio sdegno e la propria sofferenza, con i soliti slogan di chi, sicuramente mosso da un reale dispiacere momentaneo, il giorno dopo è tornato alla propria vita senza curarsi più della questione ambientale. Almeno fino a quando non ci sarà un’altra notizia con la quale fare una bella figura con i propri contatti Facebook o Instagram.

Ciò che pochissime testate hanno riportato è la dinamica dell’accaduto. Quella di mettere degli esplosivi all’interno di ananas o di altri frutti di cui gli animali selvatici sono ghiotti, è una pratica molto diffusa in India, atta per lo più a scacciare cinghiali o altre specie, ree di rovinare i raccolti. Tant’è che proprio un mese fa era accaduta la stessa cosa, con l’unica differenza che l’elefantessa rimasta uccisa non era incinta e che i giornali non hanno cavalcato la notizia. Una tecnica, quella dell’ananas riempito con petardi, decisamente discutibile, che però viene utilizzata da tantissimi anni e che, verosimilmente, ha già ucciso centinaia se non migliaia di animali, nel silenzio generale e senza che nessuno si indignasse per l’accaduto. Proprio come accade ogni giorno in ogni parte del mondo, dove l’uomo sta poco a poco spazzando via ecosistemi su ecosistemi nell’impunità generale.

Sia chiaro. L’EcoPost si schiera apertamente dalla parte dei diritti degli animali, specialmente per quelli in via d’estinzione come lo sono gli elefanti asiatici e la nostra attività lo dimostra con coerenza. Ciò che si vuole portare all’attenzione del lettore con questo pezzo riguarda il modo, a nostro modo di vedere di dubbia coerenza, con cui alcune persone di ogni età, sesso e provenienza hanno sfruttato la notizia per fare, di fatto, del greenwashing sulla propria immagine, diventando animaliste per un giorno prima di tornare ad ignorare la lunga lista di problemi che vengono più generalmente accorpati in termini più generali come antropocentrismo o riscaldamento globale.

Alcune notizie che dovrebbero fare più scalpore dell’elefante ucciso dall’ananas imbottito di petardi

Restando in tema di morti di animali, proprio mentre si faceva largo l’indignazione generale per quanto accaduto in India, in Etiopia i bracconieri uccidevano cinque elefanti per poter vendere l’avorio delle loro zanne. Qualche giorno prima il Guardian pubblicava un articolo in cui riportava uno studio pubblicato dal giornale del Proceedings of the National Academy of Sciences, in cui si afferma che la sesta estinzione di massa sta accelerando.

Per chi non fosse familiare con quest’ultima locuzione, la sesta estinzione di massa è un processo in corso, causato dall’uomo, per via del quale le popolazioni della maggioranza delle specie di animali selvatici sono in declino verticale. Eccovi qualche numero per contestualizzare il problema. Si stima che, al ritmo attuale di distruzione della natura, entro qualche decina di anni il 75% delle specie attualmente presenti in natura scomparirà, ma alcuni studi sono anche più pessimisti. Per meglio capire la strage di cui si parla, basti dire che al momento conosciamo, all’incirca, due milioni di specie animali e vegetali, a cui si aggiungono altri svariati milioni di specie che vivono nei fondali marini o nelle foreste tropicali con cui ancora non siamo entrati in contatto. Ognuna di queste specie può arrivare a contare, o almeno poteva farlo prima della nostra mania distruttiva, miliardi di esemplari. Dei numeri così alti che diventa anche difficile stabilire quanti altri animali sono morti per mano dell’uomo nel lasso di tempo necessario a condividere una vignetta commovente sulla morte di un animale, che altro non è che una goccia nell’oceano di atrocità a cui sottoponiamo la natura giorno dopo giorno.

La IUCN – International Union for Conservation of Nauture stila ciclicamente una “lista rossa delle specie a rischio”. Il 27% delle specie animali che ha analizzato sono state segnalate come “in pericolo”, per una cifra totale di 31.000. Sì, potete andare a controllare. 31.000 specie esistenti in natura sono a rischio estinzione. Tutti questi animali non muoiono di vecchiaia, ma sono uccisi per mano, diretta o indiretta, dell’uomo senza che lo sdegno generali monopolizzi i nostri social network.

Le cause sono ormai conclamate: deforestazione e perdita di habitat naturale, inquinamento da plastica, pesca intensiva, caccia ed utilizzo di pesticidi su vastissima scala solo per citarne alcune.

I giornali a caccia di click

Se il post di indignazione di una persona qualunque può essere parzialmente giustificabile da una colpevole mancanza di informazioni sulla questione, che tuttavia sono ormai facilmente reperibili in quell’oggetto che teniamo continuamente tra le nostre mani, il modo in cui la notizia è stata immediatamente cavalcata dai media senza che fosse stata sollevata la questione sopra riportata, è quanto meno discutibile. Titoli pieni di parole di cordoglio per l’accaduto hanno iniziato a riempire i siti web di ogni testata, con la notizia che ci perseguitava ovunque guardassimo. L’elefantessa uccisa dall’ananas riempito di petardi ha iniziato ad essere “di moda”, e i giornalisti hanno iniziato a corrergli dietro per dividersi qualche milione di click. Non è difficile immaginarsi la lotta interna tra professionisti della stessa testata, per accaparrarsi il titolo più in voga del giorno, mentre si preparano a far uscire prima del concorrente una notizia che pulisce le coscienze di chi ha urlato “al lupo, al lupo!”, mentre il nostro genocidio della natura continuava imperterrito da un’altra parte del mondo. Chissà quante scimmie cappuccine sono finite sotto a un bulldozer in Amazzonia per difendere la propria casa nello stesso giorno, senza che nessuno disegnerà mai una vignetta per loro. Chissà quanti pesci sono rimasti soffocati dalla plastica, o quanti rinoceronti sono stati uccisi per avere il loro corno, o quanti milioni di animali sono stati macellati negli allevamenti intensivi in quelle ventiquattro ore. Questi sono solo alcuni degli esempi che evidenziano la nostra totale parzialità di giudizio, corrotta da un’informazione superficiale e sempre più lavativa.

Il modo in cui i giornali ignorano deliberatamente la maggior parte delle notizie legate alla crisi climatica e alle sue cause, che sfociano anche nella distruzione più totale del mondo animale, per poi scrivere parole struggenti in difesa di un’elefantessa innocente, denota una profonda incoerenza di fondo. Chi si occupa di comunicazione conoscerà sicuramente il termine agenda setting: si tratta di una pratica che, di fatto, permette a chi detiene il potere di informare, di decidere quale sia l’argomento di cui tutti parleranno quel giorno. Nel nostro paese, e non solo, è ormai evidente come le gaffe televisive di Salvini o i battibecchi interni alla maggioranza per le questioni più svariate, siano considerate più importanti delle 80.000 morti premature causate ogni anno dall’inquinamento atmosferico in Italia, solo per fare un esempio.

La crisi climatica è alle porte e il modo in cui i media la stanno ignorando, potrebbe esserci fatale. La questione CoronaVirus può esserci d’esempio in questo senso. Da un giorno all’altro tutti i giornali hanno iniziato a parlarne, portando alla luce gli enormi rischi legati al dilagare del contagio. E così la maggioranza delle persone si è adeguata di conseguenza, rinunciando a tanti aspetti della propria vita in virtù del bene comune. Se la stessa dialettica fosse utilizzata per un problema altrettanto grave, come quello del cambiamento climatico, non ci vorrebbe molto prima che la società accetti come consolidata la necessità di cambiare radicalmente le proprie abitudini per preservare il pianeta ed il benessere delle future generazioni. Chi acquisterebbe una nuova macchina a benzina o a diesel verrebbe redarguito, al pari di chi oggi entra in un supermercato senza la mascherina. Ed il cambiamento epocale necessario alla risoluzione di questa crisi diventerebbe presto qualcosa di più vicino e tangibile.

La potenza dell’indignazione collettiva, se usata con coerenza

Con quest’articolo non si vuole puntare il dito contro chi ha compianto un animale innocente, ucciso ingiustamente dall’uomo. Ben vengano questi momenti di empatia con il mondo naturale. Ma che siano costanti, e non ad intermittenza. La lotta ambientalista non ha bisogno di chi si lava la coscienza con un post sui social, condiviso di tanto in tanto. Ciò che serve è una presa di posizione collettiva, capace di spingerci fino ai piani alti della nostra società in maniera unita, affinché un coro unico chieda una conversione ecologica nel più breve tempo possibile.

Il celebre “tifoso occasionale”, che salta fuori solo quando c’è da accaparrarsi qualche like, nuoce gravemente a questa battaglia che va combattuta con urgenza e con consapevolezza. Per cui informiamoci in maniera approfondita e coerente, scendiamo in piazza a manifestare, chiediamo a pieni polmoni un’inversione di rotta, agiamo in maniera coscienziosa e rispettiamo il mondo che ci circonda. Non solo tre, quattro volte all’anno, ma tutti i giorni. Di fronte a questi numeri di distruzione più totale, indignarsi per la morte di un elefante mentre il mondo naturale è al collasso denota una grande confusione generale sullo stato delle cose. La morte di milioni, miliardi di animali è sulle nostre coscienze. Su quelle di tutti coloro che guardano con indifferenza all’avanzare della deforestazione, della pesca intensiva, dell’utilizzo di pesticidi su miliardi di ettari di campi e delle trivellazioni continue. Magari foraggiando con i propri consumi i responsabili. Stimoliamo il cambiamento con le nostre azioni, le nostre parole e le nostre decisioni, ma facciamolo con coerenza e costanza. Solo così ci potremo salvarci dalla sesta estinzione di massa.

ASviS e 40 milioni di operatori sanitari si schierano a favore di una ripresa verde

Che la pandemia targata Covid-19 abbia tra le sue concause uno sfruttamento sfrenato dell’ambiente è, ormai, qualcosa di risaputo. Proprio per questo motivo oltre 350 organizzazioni mediche, rappresentanti oltre 40 milioni di professionisti tra medici, infermieri e personale sanitario di oltre 90 paesi, hanno deciso di inviare una lettera ai rappresentanti del G20 chiedendo ai leader mondiali che la ripresa post Coronavirus sia improntata in un’ottica di sostenibilità. Una richiesta a cui si aggiunge anche quella dell’ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile che ha presentato un piano di recupero da 200 miliardi.

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La lettera degli operatori sanitari al G20

Il messaggio della lettera è piuttosto chiaro e difficilmente fraintendibile. Il personale sanitario si è trovato di fronte a qualcosa di mai visto prima ed ha così deciso di mandare un chiaro segnale a coloro che sono tenuti a prendere decisioni in grado di condizionare la realtà che tutti viviamo. Ecco il testo tradotto della lettera:

Il personale sanitario si unisce in supporto di un approccio pragmatico e scientifico nella gestione della pandemia COVID-19. Nello stesso spirito ci uniamo anche in supporto di un “recupero salutare” da questa crisi.

Abbiamo assistito in prima persona alla fragilità che può colpire le comunità quando la loro salute, la loro sicurezza alimentare e la loro libertà di lavorare sono interrotte da una minaccia comune. I livelli su cui si è sviluppata la tragedia sono molteplici, e aggravati dall’ineguaglianza e dai disinvestimenti che hanno colpito i sistemi sanitari. Abbiamo assistito a morti, malattie e stress mentale a livelli che non vedevamo da anni.

Questi effetti avrebbero potuto essere limitati, se non prevenuti, da investimenti adeguati nella prevenzione della pandemia, nella salute pubblica e nella difesa dell’ambiente. Dobbiamo imparare da questi errori a tornare più forti, più in salute e più resiienti.

Prima del COVID-19, l’inquinamento dell’aria – derivante primariamente dal traffico, dall’inefficiente impiego dell’energia usata per cucinare e riscaldare, gli impianti alimentati a carbone, gli inceneritori e le pratiche agricole – stava già indebolendo i nostri corpi. Aumenta il rischio nello sviluppo e nella gravità di polmoniti, malattie polmonari croniche, cancro ai polmoni, malattie al cuore ed infarti, causando 7 milioni di morti premature ogni anno. L’inquinamento dell’aria causa anche problemi alle gravidanze sfociando in nascite sottopeso e nenonati affetti da asma, mettendo ulteriore peso sui nostri sistemi sanitari.

Una ripartenza davvero salutare non permetterà all’inquinamento di continuare ad invadere l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo. Non permetterà l’avanzamento senza sosta del cambiamento climatico e della deforestazione, rischiando così di liberare nuove minacce alla salute delle popolazioni più vulnerabili.

In un’economia in salute e in una società civile ci si preoccupa dei più vulnerabili. I lavoratori hanno accesso a lavori ben pagati che non inaspriscono l’inquinamento dell’aria e la degradazione della natura; le città danno priorità ai pedoni, ai ciclisti e al trasporto pubblico, e i nostri fiumi e i nostri cieli sono protetti e puliti. La natura trionfa, i nostri corpi sono più resilienti alle malattie infettive, e nessuno viene costretto alla povertà a causa delle spese sanitarie.

Per raggiungere un’economia salutare, dobbiamo usare incentivi e disincentivi in maniera intelligente, al servizio di una società più salutare e più resiliente. Se i governi riformassero il modo in cui dispensano i sussidi, spostandone la maggior parte verso la produzione di energia rinnovabile, la nostra aria sarebbe più pulita e le emissioni climalteranti verrebbero ridotte in maniera massiccia, potenziando una ripresa economica che spronerebbe un aumento del PIL globale di 100 triliardi di dollari da oggi fino al 2050.

Data la vostra attenzione alla risposta al COVID, vi chiediamo che i vostri esperti di medicina e di scienza siano direttamente inclusi nella produzione di tutti i pacchetti economici, che facciano dei report sulle ripercussioni di breve e lungo termine che questi avranno sulla salute pubblica, e che siano da essi approvati.

Gli enormi investimenti che i vostri governi faranno nei mesi a venire in settori chiave quali la salute pubblica, i trasporti, l’energia e l’agricoltura devono avere la protezione e la promozione della salute come asse portante.

Ciò di cui ha bisogno ora il mondo è una #HealthyRecovery. I vostri piani di stimolo devono essere una prescrizione che vanno in quella direzione.

Anche l’ASviS ha un piano: 200 miliardi in investimenti green

 

Il 28 maggio 2020 l’ASviS (L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) ha presentato un “Pacchetto di investimenti a favore dello sviluppo sostenibile delle città e dei territori”, perfettamente in linea con le proposte della Commissione UE. Si tratta di un vero e proprio intervento per la ricostruzione e l’accrescimento delle diverse forme di capitale (naturale, economico, umano e sociale) colpite dalla crisi post Covid.

L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile è nata il 3 febbraio del 2016, su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università di Roma “Tor Vergata”, per far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e indirizzarli verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals (SDGs).

Questi obiettivi di sviluppo sostenibile riconoscono lo stretto legame tra il benessere umano e la salute dei sistemi naturali. Attualmente il mondo intero è chiamato ad affrontare delle sfide comuni che toccano diversi ambiti, fondamentali per assicurare il benessere dell’umanità e del pianeta. Dalla lotta alla fame all’eliminazione delle disuguaglianze, dalla tutela delle risorse naturali all’affermazione di modelli di produzione e consumo sostenibili.

Leggi anche il nostro articolo: “L’Italia e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Serve un cambio di marcia”

ASviS: la proposta da 200 miliardi

L’Alleanza propone un programma di investimenti da oltre 201,7 miliardi in 10 anni su ambiente, mobilità, trasformazione digitale, sanità e lotta alla povertà, elaborato da un gruppo di esperti. Articolato in quattro macro aree:

  • transizione verde
  • trasformazione digitale
  • sanità
  • lotta alla povertà

La proposta approfondisce nel dettaglio i contenuti del Rapporto ASviS “Politiche per fronteggiare la crisi da Covid-19 e realizzare l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”, pubblicato il 5 maggio scorso.

Leggi anche il nostro articolo: “Turismo sostenibile: la chiave per l’estate 2020”

Enrico Giovannini, portavoce ASviS:

“La risposta alla crisi deve essere orientata a portare l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista. L’ottima proposta della Commissione europea apre per l’Italia una concreta possibilità di trasformarsi nella direzione dell’Agenda 2030. Ma anche il bilancio pubblico nazionale va orientato alla sostenibilità: per questo proponiamo di eliminare i 19 miliardi annui di sussidi dannosi per l’ambiente per ridurre il cuneo fiscale, sostenere le imprese nel passaggio alle energie rinnovabili e all’economia circolare, investire su giovani e donne. La sostenibilità accresce la produttività delle aziende e migliora la qualità della vita delle persone. Ecco perché il rilancio del Paese deve passare per un ripensamento dei modelli di business e delle politiche a favore dello sviluppo sostenibile”.

L’ASviS propugna la necessità di costruire un’Europa più resiliente, sostenibile ed equa. Anche l’Italia, fra i Paesi più colpiti dalla crisi, può superare gli impatti negativi della Pandemia soltanto con un robusto piano di investimenti a favore delle città e dei territori, per produrre un “rimbalzo in avanti”, stimolando la “resilienza trasformativa” del sistema socio-economico.

Vi raccomandiamo quindi la lettura di questo dossier

Da eroi a paladini del clima

In questi mesi sono state spese in ogni parte del mondo parole di encomio per il personale sanitario che si è trovato ad affrontare una sfida senza precedenti. Abbiamo visto striscioni penzolare dalle finestre, messaggi social di incoraggiamento e sostegno, oltre che una sincera gratitudine. Abbiamo ascoltato i pareri loro e quelli degli esperti, e seguito le loro indicazioni alla lettera, senza batter ciglio. Sarebbe ipocrita, oltre che rischioso, smettere di farlo ora. La loro è una richiesta che, oltre ad essere legittima, si fonda su basi scientificamente solide. Delle voci che si aggiungono a quelle di tantissimi personaggi illustri che, a loro volta, hanno invocato a gran voce una ripresa green. Ora non sono più solo gli scienziati del clima gli unici a richiedere espressamente un cambiamento. Ci sono medici, giovani attivisti e intellettuali da ogni angolo del pianeta. Se non sono avvisaglie queste. poco ci manca. Ciò che è certo è che, in caso di fallimento, non si potrà dire “non ci aveva avvertito nessuno”.

Locuste in India e Sardegna: la piaga climatica si abbatte sugli agricoltori

locuste

A due mesi di distanza dalla prima ondata che ha devastato il Corno d’Africa, torniamo a parlare di locuste. Una circostanza non piacevole che, però, merita di essere raccontata. Se l’invasione di questo animale è conosciuta da tutti come facente parte di una piaga biblica, un motivo c’è. E lo sanno bene tutte quelle popolazioni che ogni anno devono contare i danni provocati da questi insetti.

Le locuste possono infatti formare sciami composti da 50 milioni di esemplari, possono viaggiare per 90 miglia al giorno e depositare fino a 1.000 uova per metro quadrato. Non di meno, un esemplare può mangiare fino a 2 grammi al giorno di cibo. A subire le conseguenze di una tale devastazione sono stati poco tempo fa i paesi del Corno d’Africa, dove la crisi-locuste è ancora in atto. Successivamente anche l’India, il Pakistan e la Sardegna hanno visto i propri raccolti essere spazzati via.

Le locuste in India e Pakistan

Partiamo dai due paesi asiatici, dove gli sciami sono ben più grandi e ben più preoccupanti di quelli sardi. Già quando vi avevamo parlato dell’invasione delle locuste in Africa, avevamo menzionato che dallo Yemen, regione in cui gli insetti hanno inizialmente proliferato a causa delle condizioni rese ideali dall’avanzare del cambiamento climatico, si erano formati due sciami. Uno si è diretto, appunto, verso il Kenya. L’altro, invece, si stava spostando verso il Pakistan e da lì in India.

Ad onor del vero va detto che le invasioni di locuste in queste aree non sono un evento del tutto eccezionale. Ciò che rende questi accadimenti una notizia riguarda però le dimensioni di questi gruppi. Al pari di quanto già visto in Africa, quella in corso è stata dichiarata “la peggior invasione di locuste degli ultimi 30 anni“.

Il Pakistan, dove sono passate le locuste nei giorni scorsi, è al momento in ginocchio e ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale già nello scorso febbraio. In un paese in cui il 65% della popolazione lavora nel settore agricolo che contribuisce al 20% del PIL, un avvenimento di questo genere comporta inevitabilmente non solo una crisi economica, ma mette anche a repentaglio la sicurezza alimentare del paese. Le parole di Mir Gul Muhammad, un agricoltore della regione del Balochistan, non lasciano spazio ad interpretazioni: “Si tratta della peggiore [invasione] che abbia mai visto in tutta la mia vita”. Una frase che non ci è poi così nuova ma che vale la pena di ripetere.

La causa è il clima

Una volta lasciato dietro di loro ciò che resta del Pakistan, le locuste hanno attraversato il confine e sono così arrivate nel Nord dell’ India, dove gli sciami sono diventati sempre più grandi. Poi è arrivato il ciclone Amphan, che ha devastato le popolazioni locali e, inevitabilmente, cambiato le direzioni dei venti della regione. Ed ecco che le locuste hanno iniziato a prendere la direzione di Delhi. Fino ad oggi gli insetti hanno devastato oltre 50.000 ettari di raccolti. Secondo le parole di KL Jurgar della Locusts Warning Organization “tra gli otto e i dieci sciami, ognuno dei quali misura circa un km2, stanno colpendo parti degli stati di Rajasthan e Madhya Pradesh”.

Come già vi avevamo anticipato nell’articolo di un paio di mesi di fa, le condizioni climatiche eccezionali di quest’anno, caratterizzata da un mutamento nell’intensità e nelle frequenza di piogge e cicloni, ha favorito il proliferare di questa specie. Una catena di eventi che si può ricollegare solo ad unico problema: il cambiamento climatico.

La situazione in Sardegna

Non va meglio agli agricoltori sardi. La Coldiretti ha già da qualche giorno lanciato l’allarme. Nella provincia di Nuoro, sciami composti da milioni di esemplari stanno mangiando tutto ciò che incontrano. Già l’anno scorso, sempre nella stessa zona, era accaduto qualcosa di simile. Le uova delle cavallette depositate nella passata stagione in zone che sono rimaste incolte, non sono state in alcun modo contrastate ed oggi bisogna fare i conti con le conseguenze.

Il proliferare dell’insetto è stato inoltre favorito dalla stagione particolarmente secca appena trascorsa. Se infatti un’alta disponibilità di cibo, favorisce la crescita di questi insetti, per la deposizione delle uova e la loro schiusa il clima ideale è un caldo secco ed un clima arido. Possiamo dunque constatare come, anche in questo caso, le condizioni eccezionali di quest’anno, che in prospettiva potrebbero battere ogni record climatico, abbiano anche in questo caso influito in maniera decisamente negativa sulle attività umane. E di nuovo, a farne le spese, sono gli agricoltori e le popolazioni locali, costretti a subire le conseguenze di un problema che continua a non essere trattato con l’urgenza che merita.

Locuste: un’avvisaglia sul futuro?

Quello delle locuste è solo l’ennesimo esempio di come l’inazione climatica stia mettendo a rischio le popolazioni che abitano le zone più vulnerabili del pianeta. Secondo la Banca Mondiale l’invasione di quest’anno è la peggiore degli ultimi 70 anni su scala globale. Già ventitré diversi paesi sparsi tra Africa, Medio Oriente e Asia hanno dovuto fare i conti con questa piaga di proporzioni bibliche. Una lista a cui si aggiunge anche la nostra Sardegna.

Tutte le popolazioni delle aree colpite sono ora dinanzi ad una catastrofe economica, aggravata dalla crisi Coronavirus, che mette a serio rischio la sicurezza alimentare di centinaia di milioni di persone che, semplicemente, non possono permettersi di vedere i propri raccolti divorati da sciami chilometrici di insetti. In tutto ciò i responsabili della crisi climatica continuano a fare il bello ed il cattivo tempo in giro per il mondo, cambiando leggi ed esercitando il loro potere sulle classi politiche, per poter continuare nelle loro sporche attività. Giusto o sbagliato? Che ognuno tragga la sua conclusione.

Leggi anche: Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere

 

 

 

Oggi è Global Digital Strike con Fridays For Future

Il lockdown imposto dalle istituzioni ha costretto gli attivisti di Fridays For Future a mettere un freno alle proprie manifestazioni su strada. Ma serve molto di più per fermare il desiderio di giustizia climatica. Ne è una dimostrazione l’iniziativa di oggi: il Global Digital Strike. Una manifestazione “digitale” il cui annuncio è stato accompagnato dalla pubblicazione di una lettera rivolta ai cittadini italiani, intitolata “Ritorno al futuro”.

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Credit: Fridays For Future Italia

I numeri del Global Digital Strike e le modalità di partecipazione

161 paesi nel mondo. 15 città in Italia e un unico messaggio: giustizia climatica. Sono questi i numeri con cui Fridays For Future si affaccia ad un appuntamento tanto insolito quanto necessario. Le modalità di partecipazione sono, ovviamente, molto semplici.

Basterà scattare una foto con uno degli iconici cartelloni che caratterizzano le loro iniziative, condividerla utilizzando gli hashtag ufficiali #DigitalStrike e #RitornoalFuturo e geolocalizzarsi a Palazzo Chigi. Inoltre, per l’occasione, saranno fruibili sui loro canali social e sul sito web di Ritorno al Futuro tutta una serie di dirette con le personalità più disparate. Attori, scienziati e cantanti che si uniscono dietro un’unica richiesta: quella di affrontare come si deve la crisi climatica. Per chi volesse è anche possibile firmare una petizione.

La lettera “Ritorno al Futuro”

Cara Italia,

La nostra normalità è stata stravolta e ci siamo svegliati in un incubo. Ci ritroviamo chiusi nelle nostre case, isolati e angosciati, ad aspettare la fine di questa pandemia. Non sappiamo quando potremo tornare alla nostra vita, dai nostri cari, in aula o al lavoro. Peggio, non sappiamo se ci sarà ancora un lavoro ad attenderci, se le aziende sapranno rialzarsi, schiacciate dalla peggiore crisi economica dal dopoguerra.

Forse avremmo potuto evitare questo disastro?

Molti studi sostengono che questa crisi sia connessa all’emergenza ecologica. La continua distruzione degli spazi naturali costringe infatti molti animali selvatici, portatori di malattie pericolose per l’uomo, a trovarsi a convivere a stretto contatto con noi. Sappiamo con certezza che questa sarà solo la prima di tante altre crisi – sanitarie, economiche o umanitarie – dovute al cambiamento climatico e ai suoi frutti avvelenati. Estati sempre più torride e inverni sempre più caldi, inondazioni e siccità distruggono già da anni i nostri raccolti, causano danni incalcolabili e vittime sempre più numerose. L’inesorabile aumento delle temperature ci porterà malattie infettive tipiche dei climi più caldi o ancora del tutto sconosciute, rischiando di farci ripiombare in una nuova epidemia.

Siamo destinati a questo? E se invece avessimo una via d’uscita? Un’idea in grado di risolvere sia la crisi climatica sia la crisi economica? 

Cara Italia, per questo ti scriviamo: la soluzione esiste già.

L’uscita dalla crisi sanitaria dovrà essere il momento per ripartire, e la transizione ecologica sarà il cuore e il cervello di questa rinascita: il punto di partenza per una rivoluzione del nostro intero sistema. La sfida è ambiziosa, lo sappiamo, ma la posta in gioco è troppo alta per tirarsi indietro. Dobbiamo dare il via a un colossale, storico, piano di investimenti pubblici sostenibili che porterà benessere e lavoro per tutte e tutti e che ci restituirà finalmente un Futuro a cui ritornare, dopo il viaggio nell’oscurità di questa pandemia

Un futuro nel quale produrremo tutta la nostra energia da fonti rinnovabili e non avremo più bisogno di comprare petrolio, carbone e metano dall’estero. Nel quale smettendo di bruciare combustibili fossili, riconvertendo le aziende inquinanti e bonificando i nostri territori devastati potremo salvare le oltre 80.000 persone uccise ogni anno dall’inquinamento atmosferico.

Immagina, cara Italia, le tue città saranno verdi e libere dal traffico. Non perché saremo ancora costretti in casa, ma perché ci muoveremo grazie a un trasporto pubblico efficiente e accessibile a tutte e tutti. Con un grande piano nazionale rinnoveremo edifici pubblici e privati, abbattendo emissioni e bollette. Restituiremo dignità alle tue infinite bellezze, ai tuoi parchi e alle tue montagne. Potremo fare affidamento sull’aria, sull’acqua, e sui beni essenziali che i tuoi ecosistemi naturali, sani e integri, ci regalano. Produrremo il cibo per cui siamo famosi in tutto il mondo in maniera sostenibile. 

In questo modo creeremo centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro ben retribuiti, in tutti i settori.

Questo Futuro è davvero possibile, cara Italia, ne siamo convinti. Per affrontare questa emergenza sanitaria stiamo finalmente ascoltando la scienza. Ed è proprio la scienza ad indicarci chiaramente la rotta da percorrere per sconfiggere la crisi climatica. Stavolta sappiamo quanto tempo ci rimane per agire: siamo già entrati nel decennio cruciale. Il momento del collasso dell’unico ecosistema in cui possiamo vivere, il superamento di 1,5°C di riscaldamento globale, già si staglia all’orizzonte. La folle curva di emissioni va capovolta già da quest’anno, e per sempre. Solo se ci riusciremo costruiremo un paese e un mondo più giusto, più equo per tutte e tutti, non a spese dei più deboli, ma di quei pochi che sulla crisi climatica hanno costruito i loro profitti.

Cara Italia, sei di fronte ad un bivio della tua storia, e non dovranno esserci miopi vincoli di bilancio o inique politiche di austerity che ti impediscano di realizzare questa svolta. 

Cara Italia, tu puoi essere d’esempio. Puoi guidare l’Europa e il mondo sulla strada della riconversione ecologica.

Non a tutte le generazioni viene data la possibilità di cambiare davvero la storia e creare un mondo migliore – l’unico in cui la vita sia possibile.

Questa è la nostra ultima occasione. Non possiamo permetterci di tornare al passato. Dobbiamo guardare avanti e preparare il nostro Ritorno al Futuro!

PS: questo è solo l’inizio. Oggi comincia una grande campagna per la rinascita del nostro paese, che ci porterà fino al lancio di una serie di proposte concrete, in occasione del global #DigitalStrike, il 24 aprile. E non saremo soli.

La crisi CoronaVirus come occasione per ripartire da zero

Più volte in questo ultimo periodo abbiamo sostenuto tra le righe di questo blog la necessità di un ritorno alla “normalità” nel segno di una conversione ecologica. Abbiamo i mezzi e le risorse per farlo. E non siamo noi a dirlo.

Abbiamo un’occasione per guadagnare un’indipendenza energetica che al momento ci sfugge a causa della nostra necessità di reperire energia sporca dall’estero quando il sole che tanto amiamo ed il vento che soffia nei nostri mari e nelle nostre montagne potrebbe renderci autosufficienti. Un’occasione anche per rivedere i nostri stili di vita e riorganizzare le nostre città affinché le strade siano percorribili con mezzi sostenibili quali la bicicletta, i servizi di car sharing elettrico e il potenziamento del trasporto pubblico.

Questa volta abbiamo davvero la possibilità di cambiare noi stessi e la nostra società, divenendo un esempio per chi ci guarda dall’estero che a noi potrà ispirarsi. Dimostriamo che si può. Dimostriamo che l’Italia si rialzerà e che saprà farlo meglio degli altri, cambiando davvero le cose e rendendo il nostro paese un posto migliore.

Abbiamo due scenari davanti a noi. Quello del ritorno al business as usual fatto di mari, fiumi ed aria inquinata, di sviluppo insostenibile caratterizzato da visioni di breve termine, di coste sommerse, di alluvioni e lunghi periodi di siccità. E poi c’è quello della rivoluzione ecologica, fatto di energia a zero emissioni, aria e acqua pulita, città a misura di bicicletta, sviluppo sostenibile e, con ogni probabilità, più giustizia sociale.

La vita è una questione di scelte e oggi, più di ieri, ognuno di noi può fare la sua. Se verrà fatta con senso etico l’esito è a dir poco scontato.


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I film di CinemAmbiente a casa tua

Durante questo periodo di quarantena vi abbiamo consigliato diversi contenuti. Dai libri che abbiamo selezionato fino a reportage e documentari disponibili sulle varie piattaforme di streaming. Ma c’è un’altra iniziativa che merita di essere menzionata ed è quella di CinemAmbiente.

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Cos’è CinemAmbiente

Per chi non ne fosse a conoscenza si tratta di un festival cinematografico che “nasce a Torino nel 1998 con l’obiettivo di presentare i migliori film e documentari ambientali a livello internazionale e contribuire, con attività che si sviluppano nel corso di tutto l’anno, alla promozione del cinema e della cura ambientale”.

Un’iniziativa che, proprio in questo periodo, sarebbe giunta alla sua 23esima edizione. Le circostanze straordinarie della pandemia hanno tuttavia costretto gli organizzatori a rimandare l’evento che, Co-vid 19 permettendo, si svolgerà nel prossimo autunno.

Sono tantissimi i documenti di livello che si sono succeduti sullo schermo del Festival. Gli argomenti che sono stati trattati svariano dai tristi accadimenti di Seveso fino a quelli dell’Ilva, passando per pellicole su economia circolare, energia rinnovabile e via dicendo. La lista che include tutti i titoli che sono stati presentati in questi anni di attività è lunga 188 pagine. Inutile precisare come qualsiasi argomento filoambientalista sia stato trattato e discusso nel corso delle varie edizioni.

L’iniziativa CinemAmbiente a casa tua

Come ogni organizzazione che si rispetti l’Associazione CinemAmbiente, organizzatrice del festival insieme al Museo Nazionale del Cinema di Torino, non è restata a guardare durante questo periodo di pandemia e si è rimboccata le maniche per rendere fruibili i propri contenuti in modo da poter continuare a svolgere il suo ruolo di cassa di risonanza delle problematiche ambientali anche durante questo periodo di quarantena.

Il tutto si è tradotto in “CinemAmbiente a casa tua”. Un’iniziativa volta a mettere a disposizione degli utenti, con la frequenza di uno ogni tre giorni, alcuni dei film che hanno partecipato al Festival. Gratuitamente.  Da oggi è, per esempio, disponibile “Il sorriso del gatto”, di Mario Brenta e Karine de Villers (2018, 60’). Ma in programma ce ne sono tanti altri.

La lista dei contributi disponibili gratuitamente online a partire dal 18 aprile

  • 18-20 aprile: Il sorrriso del gatto di Mario Brenta e Karine de Villers (Italia 2018, 60?)
  • 21-23 aprile: Ladri di tempo di Cosima Dannoritzer (Spagna, Francia 2018, 52?)
  • 24-27 aprile: L’ultimo maiale di Allison Argo (USA 2017, 54’)
  • 28-30 aprile: Unlearning di Lucio Basadonne, Anna Polito (Italia 2014, 74’)
  • 1-3 maggio: The Climate Limbo di Francesco Ferri e Paolo Caselli (Italia 2019, 40’)
  • 4-6 maggio: Con i piedi per terra di Andrea Pierdicca (Italia 2016, 80’)
  • 7-9 maggio: La lunga strada gialla di Antonio Oliviero, Christian Carmosino (Italia 2016, 80’)
  • 10-12 maggio: Un fragile equilibrio di Guillermo Garcia Lòpez (Spagna 2016, 81’)
  • 13-15 maggio: Attivista di Peeteri Saario (Finlandia 2017, 57’)
  • 16-18 maggio: Breakpoint. Una contro-storia del progresso di Jean-Robert Viallet (Francia 2018, 98’)

Per scoprire altri titoli di film e documentari a sfondo ambientalista vi rimandiamo alla nostra sezione di documentari sull’ambiente.

Se invece siete amanti della lettura troverete sicuramente il libro che fa per voi nella nostra sezione “La selezione de L’Ecopost”.

Per qualsiasi suggerimento più specifico non esitate a contattarci.

L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici

Ci voleva una pandemia di dimensioni epocali perché accadesse. Alla fine però anche l’ONU ha deciso di schierarsi contro i mercati di animali selvatici.

A prendere questa posizione ci ha pensato Elizabeth Maruma Mrema, Segretario Generale della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Biodiversità. Una misura già temporaneamente adottata dalla Cina che tuttavia non ha mai detto di volerli eliminare in maniera permanente.

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I mercati di animali selvatici come veicolo di virus mortali

Come tutti sappiamo la diffusione del CoronaVirus ha la sua origine proprio in uno di questi mercati di animali selvatici. Ma la Cina non è l’unico paese in cui è uso comune consumarli. Pipistrelli, coccodrilli, civette e pangolini sono solo alcune delle specie coinvolte. Questi ultimi, ad esempio, sono considerati a rischio estinzione proprio per via dell’eccessivo bracconaggio da parte dell’uomo. In Cina si pensa che le sue scaglie abbiano poteri curativi e non è ancora escluso che il vettore del virus sia proprio un esemplare di questa specie, oltre al già conclamato pipistrello.

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Passiamo ora al dato più eloquente. Tutte le peggiori epidemie della storia recente sono state una conseguenza del passaggio di un virus dall’animale all’uomo. Una grafica creata appositamente dal WWF ci può aiutare a comprendere la gravità di questo fenomeno.

Le pandemie della storia recente

Andiamo in ordine cronologico:

  • 1967, virus Marburg. Paese di origine: Uganda. 590 infetti, 478 morti. Tasso di mortalità dell’81%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1976, virus Ebola. Paese di origine: Congo. 14.693 vittime. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1996, virus Nipah. Paese di origine: Malesia. 496 contagiati, 265 vittime. Tasso di mortalità del 53%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 2002, virus Sars. Paese di origine: Cina. 774 vittime. Passaggio all’uomo da pipistrello e topo.
  • 2009, influenza suina. Paese di origine: USA e Messico. 429 vittime. Passaggio all’uomo da maiale.
  • 2012, MERS. Paese di origine: Arabia Saudita. 858 vittime. Passaggio all’uomo da cammello.
  •  2013, influenza aviaria. Paese di origine: Cina. 616 vittime. Passaggio all’uomo da pollo.
  • 2019, CoronaVirus. In corso.
Credit: WWF Italia

Il termine specifico per definire questi virus è “zoonosi” e, come si evince da questi dati, l’origine di queste malattie non è da trovarsi solamente in animali meno soggetti al commercio. Ne sono un esempio lampante l’influenza aviaria e quella suina. Per chiunque volesse approfondire l’argomento consigliamo la lettura di “Spillover”, un libro del 2012 di David Quammer in cui lo scienziato americano spiega come alla base di queste epidemie ci sia la distruzione di ecosistemi, oltre che il commercio illegali di animali. Alcuni report sostengono inoltre che il 75% delle malattie umane conosciute deriva proprio dalla fauna, non solo selvatica.

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In virtù di queste considerazioni risulta evidente come il nostro eccessivo desiderio di alimenti di origine animale, insieme alla già citata perdita di biodiversità, aumenta il rischio di pandemie su scala globale.

L’impatto ambientale dei mercati di animali selvatici

Già abbiamo parlato, non solo in questo articolo, della necessità di ridurre il nostro impatto sugli ecosistemi per salvaguardare, oltre alla nostra salute, anche quella del pianeta in cui viviamo e da cui dipendiamo. Tuttavia, nonostante i ripetuti campanelli d’allarme che arrivano dalla scienza, non sembra che la cosa ci interessi.

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E quello del settore degli allevamenti

Il consumo di carne, di ogni tipo, cresce costantemente a livello globale. Tralasciando per un secondo il discorso legato alle pandemie, occorre focalizzarsi anche sull’impatto che il nostro desiderio di carne e derivati ha sul nostro pianeta. Gli allevamenti di bestiame, non solo quelli intensivi, richiedono un enorme dispendio di risorse.

Una mucca da latte, ad esempio, può arrivare a bere circa 150 litri di acqua al giorno. Così come un manzo necessita di circa 40 kg di mangime al dì. Moltiplicate questi numeri per il numero di capi che attualmente alleviamo su scala globale, che è nell’ordine delle decine di miliardi.

Ora pensate alla quantità di risorse che impieghiamo per produrre questi mangimi che, oltre ad occupare dei terreni che potrebbero essere utilizzate per produrre cibo utile a sfamare quella fetta di popolazione mondiale che soffre di malnutrizione, sono spesse figlie di abbattimento di ampie aree di foreste (vedi i campi di soia dell’Amazzonia) e che, nella maggior parte dei casi, richiedono l’utilizzo di pesticidi su larga scala.

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A tutte queste complicazione vanno aggiunte le emissioni generati dagli scarti degli allevamenti come i liquami, che spesso finiscono per inquinare le falde acquifere, e le eruttazioni e gli escrementi degli animali che emettono metano, ovvero un gas serra climalterante che contribuisce al cambiamento climatico.

Secondo la FAO tutti questi fattori contribuiscono a circa il 17% delle emissioni di gas serra su scala globale – per fare un paragone il contributo del settore dei trasporti è del 13% – anche se secondo molti ambientalisti, molti dei quali hanno scelto diete vegetariane o vegane proprio per questo motivo, questa stima è inferiore rispetto al reale impatto del settore.

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In ultimo pensiamo al problema dell’acqua. Già oggi sono nell’ordine delle centinaia di milioni le persone che non accesso all’acqua potabile e la situazione è destinata a peggiorare con l’avanzare dei cambiamenti climatici. Basti pensare agli innumerevoli bacini idrici sotto stress in ogni angolo del pianeta. Il tutto mentre noi occidentali ci permettiamo di dare 150 litri d’acqua al giorno ad ogni mucca da latte. Suonerà come un’affernazuibe “buonista” ma è proprio così.

Quale conclusione?

Tutte queste considerazioni non possono che mettere in questione la sostenibilità del consumo di prodotti di origine animale e, più in generale, il valore etico e morale del modello di sviluppo occidentale. L’impatto che questo nostro desiderio ha sulla salute di tutti noi e sull’ambiente che ci circonda non è più trascurabile, soprattutto in una fase storica in cui la popolazione mondiale sta crescendo a dismisura. In questi giorni abbiamo l’occasione di riflettere sulle nostre abitudini di consumo. Facciamolo. La sabbia nella clessidra scende, più velocemente che mai. Se non vogliamo essere travolti da catastrofi più grandi noi, come possono essere le pandemie o gli effetti dei cambiamenti climatici, dobbiamo cambiare. In fretta.  

La destra italiana contro la scienza:”Rinviare il Green New Deal”

Che la destra Italiana sia tra la schiera dei più grandi nemici della scienza del clima non è una novità. Ma approfittare di una crisi umanitaria della portata del CoronaVirus per provare a favorire qualche sostenitore del partito è, francamente, eccessivo. Persino per loro. Ed invece, proprio in questi giorni, Fratelli d’Italia ha chiesto di sospendere il Green New Deal europeo e dirottare i fondi ad esso destinato per far fronte alla crisi post CoronaVirus. Salvini, che non vuole essere da meno, invoca, in un’intervista rilasciata al direttore del quotidiano “Il Giornale”, quello che lo stesso Sallusti definisce “un mega condono”.

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Fratelli d’Italia si oppone al Green New Deal

Partiamo dal partito guidato da Giorgia Meloni. Già quando era stato il momento di votare per il Green New Deal, in sede europea, i deputati di Fdi avevano votato contro. Per fortuna ciò non è bastato e la misura è stata poi approvata dalla Commissione Europea, guidata da Ursula Von der Leyen. Il 31 marzo alcuni membri del partito che ormai rappresenta una buona fetta della destra italiana – in particolare Carlo Fidanza, Raffaele Fitto, Sergio Berlato, Nicola Procaccini e Raffaele Stancanelli – hanno chiesto alla Commissione di “rinviare il Green New Deal e mettere tutti i fondi a disposizione di lavoratori e aziende per fronteggiare questa crisi. Non è tempo di ambientalismo ideologico”. Una richiesta che va contro ogni principio scientifico che in questo momento, invece, dovrebbe guidarci verso delle prese di decisione sensate e consapevoli.

Immediata la reazione del panorama ambientalista italiano. Con un comunicato pubblicato sul loro sito, i Verdi hanno ben chiarito i motivi per cui questa richiesta possa essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria follia: “Gli scienziati di tutto il mondo, e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno comprovato che le cause ambientali sono al centro della pandemia. Chiedere lo stop al Green New Deal, come fatto da Meloni e Fratelli d’Italia, vuol dire negare la scienza. La pandemia che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale è strettamente legata alle modifiche radicali dell’ambiente e degli ecosistemi, la deforestazione e gli allevamenti intensivi. Il Green New Deal rappresenta l’unico volano per uscire da questa crisi senza precedenti e salvare le sorti del Pianeta”.

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Risposte simili sono arrivate anche dal vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini, dal sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Roberto Morassut e da Francesco Ferrante, una delle più importanti figure del movimento ambientalista italiano.  

Salvini e il condono. La storia si ripete

Pur senza appellarsi direttamente alla revoca del Green New Deal, non fa molto di meglio l’altro rappresentante della destra italiana. Matteo Salvini, in un’intervista rilasciata poco dopo l’infelice richiesta del partito di Giorgia Meloni, ha ben pensato di fare una proposta anti-crisi da far venire la pelle d’oca: “Se si vuole partire dovranno essere azzerati i debiti privati e lasciare fare le imprese”. Insomma, come ammesso anche dal diretto de “Il Giornale” Sallusti, la ricetta proposta dal leader della Lega per far ripartire l’Italia comprende al suo interno una bella dose di condoni fiscali ed edilizi.

Anche in questo caso non si è fatta attendere la risposta degli ambientalisti. L’abusivismo edilizio è uno dei principali problemi ambientali del nostro paese. Un provvedimento del genere dunque, oltre a peggiorare una situazione già pessima del consumo di suolo in Italia, finirebbe per favorire chi per anni ha lucrato sulla mancanza di controlli e restrizioni ambientali adeguate. Guardando ai dati, infatti, risulta di una chiarezza lampante il bisogno di investimenti in un’ottica di sostenibilità. Anche, e soprattutto, per quanto riguarda il settore edilizio. Secondo i dati Ispra il 91% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. E ormai comprovato che l’eccessivo consumo di suolo mette a rischio la sicurezza di tutti i cittadini e aumenta il rischio di frane ed alluvioni. Chiedere agli abitanti di Genova per credere.

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L’ennesima posizione antiambientalista di un leader politico che ormai, al pari dei propri colleghi delle destre sovraniste, sembra abbia già deciso di voler completamente ignorare, e quindi negare, gli appelli della scienza sul cambiamento climatico. Una storia che parte da lontano. Da quella votazione per il Paris Agreement in cui Salvini ha optato per un ”NO” e che continua attraverso una serie di dichiarazioni e posizioni negazioniste tenute anche durante il suo breve periodo di governo. Insomma, è ormai chiaro che per gli ambientalisti Matteo Salvini rappresenti un nemico.

La replica del Ministro Costa alla destra: “Il Green New Deal uno stimolo per l’occupazione”

A pochi giorni dalle dichiarazioni dei leader di Lega e Fratelli d’Italia, il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha invece espresso la sua posizione rispondendo negativamente a queste richieste: “Noi non vogliamo ricostruire vecchi schemi, ma vogliamo far confluire risorse europee e nazionali in un paradigma economico nuovo. Non deroghiamo per inquinare di più, ma aiutiamo i cittadini economicamente ad inquinare meno e creare occupazione. Per ogni posto di lavoro perso in settori inquinanti noi possiamo generare da 3 a 5 posti di lavoro nuovi, se abbracciamo uno sviluppo più sostenibile”. Parole che sono state sottoscritte anche dal Ministro dell’Economia Gualtieri e dallo stesso Giuseppe Conte.

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Risulta evidente come questa crisi sia più di un’occasione per far ripartire il paese in un’ottica di sostenibilità e investimenti green. I benefici che potrebbero essere portati da un approccio di questo tipo sono enormi e soprattutto orientati sul lungo termine. Si parla tanto in questi giorni di come il nostro Paese possa uscire migliorato da questa crisi. Per farlo serveranno politiche decise e sostegno a chi vuole ripartire mettendo l’ambiente al primo posto. Il ritorno al “business as usual” potrebbe essere la condanna definitiva.