Primarie Democratici USA: Sanders vince in New Hampshire

L’11 Febbraio, 8 giorni dopo le votazioni dell’Iowa che hanno inaugurato le primarie dei Democratici negli USA. in cui Sanders ha ottenuto il 26,1 % dei voti, si è votato anche in New Hampshire. I risultati, pubblicati nella giornata di ieri, hanno sostanzialmente confermato il trend della settimana precedente in Iowa, con Sanders e Buttigieg a contendersi il primato e, più dietro, tutti gli altri, compreso quel Joe Biden che alla vigilia tutti davano come favorito.

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I risultati delle primarie dei Democratici USA in New Hampshire

Bernie Sanders è stato il candidato più votato con il 25,8% dei voti, tallonato da Pete Buttigieg con il 24,5%. A seguire, con il 19,9%, Amy Klobuchar mentre tutti gli altri candidati si sono attestati sotto il 10%. Per il momento, considerando anche i risultati dell’Iowa, le primarie del partito Democratico americano sembrano ridursi ad una lotta a 2 tra Sanders e, un po’ a sorpresa, Buttigieg. Due dei candidati che ai nastri di partenza sembravano poter dare filo da torcere a Sanders, ovvero l’ex vice-presidente di Barack Obama Joe Biden ed Elizabeth Warren, non stanno infatti rispettando le aspettative e potrebbero essere ben presto tagliati fuori dai giochi.

A questi primi caucus non ha partecipato però un altro candidato che inizierà la sua corsa solo a partire dal 3 marzo: Michael Bloomberg. Il multimiliardario, ex-sindaco di New York, non prenderà parte alle prima quattro votazioni. Una scelta singolare, le cui conseguenze negative potranno essere compensate dal suo strapotere economico e mediatico. Insomma, quella che ad oggi potrebbe sembrare la più classica delle corse a due potrebbe presto avere un ulteriore contendente da non sottovalutare.

I giovani sono con Sanders

C’è un minimo comune denominatore nei risultati di Sanders in questi primi due caucus: il voto dei giovani. Secondo un exit-poll condotto da Edison Media Research, Bernie avrebbe ottenuto il 51% dei voti dei giovani dell’Iowa. Per intenderci Buttigieg è il secondo di questa nicchia con il 20%. Una vittoria schiacciante, quindi, nella fascia di età che va dai 18 ai 29 anni. In Iowa la percentuale è stata lievemente minore ma ha comunque sfiorato il 50%.

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Il motivo? Sanders è il candidato con il più ambizioso Green New Deal del partito Democratico. Bernie è riuscito a mobilitare quella fascia di età che, negli USA, è storicamente più restia a votare, ovvero quella dei giovani. Parte del merito va dato anche all’esplicito appoggio della sua candidatura da parte di Alexandria Ocasio-Cortez. Insieme, i due rappresentanti della fascia più “estremista”, se così si può definire, del partito si sono apertamente schierati soprattutto sulle tematiche ambientali che, ci auguriamo, potrebbero essere l’arma vincente di queste elezioni.

La svolta che aspettiamo

È inutile nascondersi. Le elezioni americane che si terranno alla fine del 2020 potrebbero segnare il futuro dell’umanità. Gli Stati Uniti sono storicamente il paese che ha emesso più CO2 in atmosfera e sono quindi il più diretto responsabile dell’avanzare dei cambiamenti climatici. Qualora Donald Trump, il più celebre negazionista climatico su scala mondiale, si ritrovasse a governare per un altro mandato, le speranze di mantenere la temperatura media globale al di sotto della soglia di 1,5/2 °C rispetto all’era pre-industriale, come auspicato dagli scienziati dell’IPCC, si assottiglierebbe non di poco.

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In un momento in cui l’Unione Europea ha già preso una chiara posizione in termini di politiche ambientali ed in cui anche la Cina sta iniziando ad investire pesantemente nel settore dell’energia rinnovabile, un’ulteriore inversione di rotta da parte degli Stati Uniti, che negli ultimi anni di presidenza Trump hanno spalancato le porte dei palazzi di potere ai lobbisti del settore fossile, potrebbe davvero essere una svolta epocale. Se anche gli USA riprenderanno la strada battuta da Barack Obama, momentaneamente bloccata dall’amministrazione trumpiana, riuscendo inoltre ad alzare l’asticella delle ambizioni sui temi ambientali, come sta facendo proprio Bernie Sanders, la battaglia contro i cambiamenti climatici potrebbe davvero essere vinta. A 8 mesi dalle elezioni è presto per sapere come andrà a finire. Ma, di certo, gli ambientalisti sanno per chi fare il tifo.

Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2

Molto spesso ci si chiede cosa si possa fare di concreto nel proprio piccolo per diminuire il proprio impatto ambientale. È ormai evidente che il nostro stile di vita attuale non è sostenibile e a pagarne il prezzo saranno i nostri figli. Ma un modo per fare la propria parte c’è ed è quello di orientare le proprie scelte di consumo verso le alternative che, tra quelle al momento disponibili, sono le più sostenibili. Molto, forse troppo, spesso ci si sente infatti impotenti di fronte a una problematica di così grande portata, come il cambiamento climatico. Ma questa non può in alcun modo essere considerata una giustificazione per non fare la propria parte. Le alternative sostenibili ormai esistono, basta solo cercarle ed attivarsi per farle proprie.

Noi di L’Ecopost siamo nati con un obiettivo. Quello di aiutare le persone che vorrebbero fare qualcosa per l’ambiente a prendere decisioni che siano affini con il principio di sostenibilità ecologica.

Partiamo dunque dalla prima cosa che ognuno di noi può fare per cambiare le cose: scegliere un fornitore di energia rinnovabile. E ora vi spieghiamo perché!

Perché scegliere un fornitore di energia green

In questo grafico a torta vediamo quali sono i settori, divisi per percentuali, che più contribuiscono alle emissioni di gas serra su scala globale. La voce con la più alta percentuale, in blu chiaro, è quella della produzione di elettricità e calore, che a sua volta può essere suddiviso in due sottocategorie: il riscaldamento e il gas per cucinare. Ben il 25% delle emissioni globali, un quarto del totale, sono quindi generate per produrre l’energia che alimenta i nostri edifici. La causa è facilmente individuabile: l’utilizzo di combustibili fossili.

Nonostante siano stati fatti grandi progressi in termini di energie rinnovabili, ancora una fetta troppo grande del mix energetico del nostro paese dipende da gas, carbone e petrolio. E, neanche a dirlo, tutto questo non è sostenibile. Sebbene molti distributori di energia abbiano inserito tra i propri pacchetti la possibilità di sottoscrivere contratti di fornitura che permettono alle nostre case di essere alimentate esclusivamente da energia rinnovabile, si corre il rischio di finire per dare soldi a un’azienda che, comunque, continuerà ad investire nei combustibili fossili. Supportare invece chi fa della propria mission aziendale quella di abbattere completamente le emissioni generate dal settore dell’energia contribuirà in maniera decisiva a velocizzare il processo di transizione ecologica necessario per non soccombere sotto i colpi del climate change.

Come abbattere le emissioni della propria casa del 25%

Ma passiamo al concreto e vediamo cosa puoi fare per realizzare tutto ciò.

L’alternativa più comoda ed immediata, per chiunque abbia una fornitura di luce o gas attiva, è quella di sottoscrivere un contratto con un’azienda che utilizza solo ed esclusivamente energia rinnovabile e che, proprio in quella direzione, investe la totalità dei propri profitti. La più importante ed avanzata realtà italiana a fornire questo servizio è Sorgenia, che da ormai più di 20 anni ha fatto dello sviluppo delle energie rinnovabili il proprio ed unico mantra. Tra le tante aziende che offrono questo servizio la redazione de L’Ecopost ha deciso di instaurare una partnership proprio con Sorgenia in virtù dell’impegno storico da essa profuso nel rispetto dell’ambiente.

Semplicemente collegandovi sul loro sito, cliccando sul banner presente all’inizio di questo articolo oppure su uno dei link ancorati al testo (le parti in blu), vi sarà possibile calcolare i costi che, all’incirca, andreste a sostenere sottoscrivendo un contratto con Sorgenia e compararli con l’attuale bolletta.

“Ma sicuramente mi costerà di più”

Niente di più sbagliato. Il continuo progresso apportato in questi anni al settore delle energie rinnovabili, unica vera alternativa ai combustibili fossili, hanno fatto sì che il prezzo di vendita dell’energia generata da fonti rinnovabili arrivasse ad essere sempre più competitivo rispetto a gas, carbone e petrolio. Sono inoltre diversi gli studi che hanno dimostrato come nei prossimi anni ci sarà un netto sorpasso, in termini di convenienza, delle energie rinnovabili rispetto ai combustibili fossili. Tant’è che, proprio Sorgenia, nelle sue attività di advertising afferma di essere in grado di far risparmiare ai propri clienti ogni anno almeno 97 euro sulla bolletta della luce e più di 210 euro su quella gas. Sottoscrivendo un contratto di fornitura con Sorgenia avrete abbattuto in pochi minuti una grossa fetta delle vostre emissioni.

Un discorso a parte va fatto per la fornitura di gas. Il gas che alimenta le nostre caldaie ed i nostri fornelli è, per quanto provino a negarlo, un combustibile fossile. Motivo per cui quello che verrà utilizzato nelle vostre case genererà emissioni. Per ovviare a tutto ciò Sorgenia offre la possibilità di compensare le proprie emissioni di CO2 generate dal consumo di gas attraverso il corrispettivo di una piccola aggiunta al prezzo in bolletta. Come lo fa? Principalmente supportando progetti di riforestazione sparsi per il mondo, capaci quindi di re-immagazzinare la quantità di CO2 emessa. Ancora sono pochissimi i fornitori ad offrire questa opzione.

Una pompa di calore ed un fornello ad induzione per non pensare più alla bolletta del gas

Ma c’è anche un’altra alternativa, preferibile da un punto di vista ecologico , che, però, richiede un piccolo investimento iniziale: staccare la fornitura del gas. Come farlo senza morire di freddo? I principali utilizzi che facciamo del gas sono, come già detto i riscaldamenti e, per chi ha ancora quelli a gas, i fornelli. Per quanto riguarda questi ultimi la soluzione è più facile di quanto sembri: i fornelli ad induzione. In questo modo l’elettrodomestico verrà alimentato con l’elettricità che avete appena reso sostenibile con la sottoscrizione di un contratto con Sorgenia. Parlando invece del riscaldamento occorrerà fare un investimento lievemente più alto per acquistare una pompa di calore. Questa tecnologia, nata per sostituire la caldaia, è in grado di rimpiazzarla attraverso l’utilizzo dell’elettricità. Il costo dell’investimento iniziale rientrerà nell’arco di poco tempo grazie all’azzeramento della bolletta del gas. Viene da sè che apportare cambiamenti di questo tipo ad un’abitazione è consigliabile se si vive in una casa di proprietà. In caso di affitti temporanei la soluzione migliore, dal punto di vista economico, è quella di scegliere un fornitore di energia rinnovabile.

Semplicemente con qualche piccolo accorgimento e, soprattutto, la scelta di un fornitore di energia rinnovabile avrete abbassato il vostro impatto ambientale di almeno il 25%.

Facile, no? Ora non hai più scuse. Sottoscrivi un contratto con Sorgenia ed inizia la tua transizione ecologica nel migliore dei modi e, soprattutto, senza rinunce.

Ti basteranno una vecchia bolletta, il codice fiscale dell’intestatario, un conto corrente e 10 minuti del tuo tempo. 10 minuti per eliminare per sempre un quarto delle tue emissioni. Ne vale davvero la pena.

C.

L’Ecopost non ha fini di lucro. Tutti i profitti generati dal sito vengono reinvestiti per sostenere i costi generati dalla nostra attività.

Il discorso di Joaquin Phoenix alla Notte degli Oscar (VIDEO)

“Penso che ci siamo disconnessi dal mondo naturale. Molti di noi sono figli di una visione egocentrica del mondo, per questo crediamo di essere il centro dell’universo”. No, non siamo ad una manifestazione di Fridays For Future, né tanto meno ad un incontro di un circolo di Legambiente. Siamo alla notte degli Oscar e a pronunciare queste parole è stato Joaquin Phoenix, vincitore del premio come miglior attore protagonista per la sua performance nel film “Joker”.

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L’attore statunitense, dopo aver già più volte richiamato temi filoambientalisti nelle sue più recenti apparizioni in pubblico, ha tenuto un discorso sullo specismo e, più in generale, sull’amore verso la natura e verso il prossimo come unica via di fuga dai problemi dell’umanità.

Cos’è lo specismo

Il primo ad aver utilizzato la parola “specismo” è stato Richard Ryder, psicologo britannico, negli anni ’70. Si tratta di un termine coniato per indicare “l’attribuzione di un diverso valore e status morale agli esseri umani rispetto alle altre specie animali o, più in generale, alla natura stessa”. Joaquin Phoenix, vegano dall’età di 3 anni, ha deciso di rifarsi a questo concetto durante il suo discorso alla Notte degli Oscar confermando la sua affinità con i temi ambientalisti.

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Nominato persona dell’anno 2019 dalla Peta, un’organizzazione che si batte per i diritti degli animali, già durante la serata dei Golden Globe Phoenix aveva portato sotto i riflettori l’argomento dello specismo, spendendo anche parole per gli incendi in Australia del mese scorso: “Penso che tutti possiamo unirci per apportare mutamenti reali: il voto è importante, ma dobbiamo assumerci le responsabilità delle nostre azioni e fare qualche sacrificio nelle nostre vite. Per esempio potremmo anche evitare di prendere jet privati per andare a Palm Beach”.

Il discorso di Joaquin Phoenix

“Non mi sento in alcun modo elevato al di sopra dei miei colleghi o degli altri nominati o di chiunque altro in questa stanza. Condividiamo la stessa passione che è quella per il cinema. Questa forma di espressione mi ha dato la vita più straordinaria possibile. Non so dove sarei senza di esso. Ma penso che il dono più grande che è stato dato a me e a tanti altri di noi è l’opportunità di usare la nostra voce per chi non ce l’ha. Ho pensato molto ad alcuni dei più imperanti problemi che stiamo affrontando come collettività. A volte siamo convinti di sostenere cause diverse. Ma penso che abbiano tutte qualcosa in comune”.

La lotta contro l’ingiustizia

“Quando parliamo di disuguaglianza di genere, razzismo, diritti lgbtq, diritti degli indigeni o diritti animali, stiamo semplicemente parlando di lotta contro l’ingiustizia. Stiamo parlando della lotta contro la convinzione che una nazione, una persona, una razza, un genere o una specie abbia il diritto di dominare, controllare ed usarne un’altra senza che ciò venga punito. Ci siamo disconnessi dal mondo naturale. Ciò di cui molti di noi sono colpevoli è una visione egocentrica del mondo. La convinzione di essere il centro dell’universo. Andiamo nel mondo naturale e ne deprediamo le risorse. Ci sentiamo autorizzati ad inseminare artificialmente una mucca e non appena partorisce rubiamo il suo piccolo, nonostante i suoi versi di dolore siano inconfondibili. Poi prendiamo il suo latte, generato per allattare suo figlio, e lo mettiamo nel nostro caffè o nei nostri cereali”.

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“Penso che temiamo l’idea del cambiamento personale perché pensiamo di dover sacrificare qualcosa. Ma gli esseri umani, quando messi in condizione di farlo, sono così inventivi, creativi ed ingegnosi. Quando usiamo l’amore e la compassione come principi guida possiamo creare, sviluppare ed implementare sistemi di cambiamento in grado di portare benefici a tutti gli essere viventi e all’ambiente. Sono stato un disastro nella mia vita. Sono stato egoista, a volte crudele, un collega difficile, e sono grato a così tanti di voi in questa stanza per avermi dato una seconda chance. In queste situazioni diamo il meglio di noi. Quando ci supportiamo l’un l’altro. Non quando cerchiamo di escluderci a vicenda per degli errori passati. Ma quando ci confrontiamo per crescere, quando ci educhiamo e ci guidiamo verso la redenzione. Questo è il lato migliore dell’umanità. Quando aveva 17 anni mio fratello scrisse questi versi: “Corri in soccorso con amore e la pace ti seguirà”.

Joaquin Phoenix e le altre celebrità ambientaliste

Phoenix non è il primo personaggio famoso a schierarsi dalla parte dell’ambiente. Tra le varie celebrità conosciute per aver trattato con forza questi temi troviamo Jane Fonda, Leonardo di Caprio, Jennifer Aniston, Brad Pitt, Pamela Anderson, Alec Baldwin, Meryl Streep, Cate Blanchett, Pierce Brosnan, James Cameron, Robert Redford, Jared Leto, Sting, Moby, Woody Harrelson, Neil Young, i Coldplay e tanti altri. Se oggi la questione ambientale è riuscita a guadagnare un suo spazio all’interno del dibattito pubblico è anche merito loro. Un esempio dell’impatto che le loro voci stanno avendo all’interno della loro comunità riguarda la scelta del menù della cerimonia pre-Oscar, dove il menù scelto era completamente a base vegetale. Una buona fetta dei personaggi sopra elencati è infatti vegano ed è già capitato che nei loro discorsi abbiano denunciato il legame, ormai non più confutabile, che c’è tra allevamenti intensivi e cambiamento climatico.

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L’aiuto che personaggi così famosi possono apportare alla causa ambientalista è enorme sia in termini di mezzi, come dimostrato dal supporto economico che molte di queste celebrità danno alle più svariate organizzazioni, sia come cassa di risonanza di inestimabile valore per le cause ecologiste. La speranza è dunque che siano sempre di più le celebrità a schierarsi apertamente dalla parte dell’ambiente. Se questo avverrà al di sopra di ogni previsione il drastico cambiamento necessario per limitare la crisi climatica potrebbe non essere più un’utopia.

L’infiltrazione di Eni nelle scuole

“Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco”. Soprattutto quando si parla di Eni. Noi per primi avevamo accolto con gioia la notizia dell’introduzione della materia di educazione ambientale nelle scuole. Una misura d’avanguardia su scala internazionale. Ed ecco che, dopo appena un mese, bisogna ritirare quanto detto in precedenza e, per l’ennesima volta, provare un pizzico di vergogna e tanto sconforto pensando alle persone che occupano i luoghi di potere di questo paese.

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I seminari di Eni sull’educazione ambientale

Roma, 21 gennaio 2020. Antonio Giannelli, Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP), e Claudio Granata, Chief Services & Stakeholder Officer di Eni, siedono fianco a fianco presso la sede Eni con un sorriso stampato in volto. I documenti che si apprestano a firmare sanciscono un accordo che permetterà ad Eni di “formare il personale docente di ogni ordine e grado che avrà l’educazione civica come materia di studio obbligatoria. – si legge sul sito dell’Eni –  A partire da oggi ENI e ANP organizzeranno in tutta Italia dei seminari sulle tematiche ambientali, per affiancare le scuole e formare i docenti supportandone la capacità progettuale”.

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Un epilogo a dir poco deludente. E pensare che, durante la COP25, i delegati del nostro paese avevano sventolato questo provvedimento come se fosse una grande vittoria. L’Italia è infatti uno dei primi paesi ad introdurre l’educazione ambientale nelle scuole ma quest’intrusione di Eni rischia di vanificare tutto.

I tentacoli di Eni entrano nelle scuole

Inutile dire che la scelta di Eni come promotore di formazione sui temi ambientali nelle scuole sia palesemente inadatta. Per difendersi dagli attacchi degli ambientalisti, il colosso del settore oil &gas ha recentemente ricevuto un “A –“ nella valutazione indipendente del Carbon Disclosure Project Climate Change. La motivazione di questo riconoscimento è “giustificata” dal maggior impegno con cui l’azienda sta implementando azioni contro i cambiamenti climatici, se comparato alle aziende concorrenti. Peccato che, se il termine di paragone sono le altre compagnie petrolifere, risultare migliore delle altre non significa praticamente niente. Essere migliore di qualcun altro non basta di certo a renderti bravo in qualcosa. Eni resta comunque una delle aziende con il più alto contributo in termini di emissioni della storia dell’umanità e non ha alcuna intenzione di smettere.

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Andrea Poggio, responsabile nazionale per la mobilità e gli stili di vita sostenibili di Legambiente, ha dichiarato a Valori.it che “Eni fa solo un po’ di efficienza energetica, riduzione delle emissioni di metano dai pozzi e riduzione dei consumi. Ma il tutto è sempre e solo finalizzato all’estrazione di nuovi combustibili fossili. Non c’è traccia di decarbonanizzazione”. Basta un dato per spiegare cosa sia Eni e cosa voglia dal suo futuro prossimo. Secondo l’ultima relazioni di Mediobanca, di fronte ad un aumento del proprio fatturato del 13% tra il 2017 ed il 2018, che gli sono valsi un giro di affari di 75,8 miliardi di euro, nello stesso anno sono stati investiti nello sviluppo di progetti legati a fonti rinnovabili e all’ economia circolare solo 143 milioni di euro. Definirle briciole sarebbe a dir poco esagerato.

I dati sull’operato di ENI

Il 16 Luglio 2019 Legambiente ha pubblicato un rapporto denominato “Enemy of the planet”, in cui ha analizzato l’operato della multinazionale negli ultimi anni. I risultati non lasciano spazio ad alcun tipo di dubbio. Eni non ha nessuna intenzione di abbandonare i combustibili fossili. Tra il 2018 ed il 2019 l’azienda ha acquisito 29.300 km quadrati di nuovi terreni in cui effettuare nuove esplorazioni. Concessioni sparse tra Messico, Libano, Alaska, Indonesia e Marocco. Le sue attività di esplorazione e trivellazione sono aumentate costantemente nell’ultimo decennio.

Gli stabilimenti Eni sono ormai attivi in ogni parte del mondo: dall’Algarve (Portogallo) fino all’Alaska. E ancora Golfo del Messico, Venezuela, Oceano Indiano, Mar Caspio, Mare di Barents (Norvegia), Ghana, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico e Nigeria. Sono enormi le conseguenze che i lavori di Eni hanno avuto sulle popolazioni di paesi più poveri come Ecuador e Nigeria dove, a causa di alcuni incidenti, sono state pronunciate delle sentenze a favore delle popolazioni locali che hanno fermato, almeno in parte, l’operato nelle suddette aree.

Val D’agri, Gela, Ragusa e canale di Sicilia: l’Eni che distrugge l’Italia

Restringiamo però il raggio d’azione e analizziamo alcuni dei disastri ambientali di cui è responsabile Eni nel nostro paese. In Val d’Agri, dove ha sede il più grande impianto di trivellazione su terra di tutto il continente europeo, i danni ambientali causati dal colosso petrolifero sono incalcolabili e perdureranno per diverse generazioni. In sedici anni sono stati contaminati circa 26mila metri quadri in un’area di 160mila, tra smaltimento illegale di rifiuti e fuoriuscite di petrolio.

Discorso simile per lo stabilimento di Gela. La raffineria sta per essere riconvertita per la produzione di olio di palma per un motivo preciso. Al momento è ancora aperto un processo in cui la procura accusa Eni di aver influito negativamente sulla salute dei cittadini. Nella vicina Ragusa, a partire dallo scorso Aprile, è invece in atto una fuoriuscita di petrolio dal pozzo Eni che andrà a inquinare le falde acquifere della zona. Sebbene la dirigenza aziendale abbia dichiarato di aver risolto il problema con l’innalzamento di barriere di contenimento e tecniche di pulizia dei bacini, Nadia Tumino, di Legambiente Ragusa, ha dichiarato, sempre a Valori.it, che “la fuoriuscita di petrolio continua e la collina percola e trasuda petrolio tutt’oggi”.

Ma non è finita qui. Sono stati registrati svariati incidenti anche negli impianti di trivellazione offshore, ovvero in mare. Nel canale di Sicilia, a 12 miglia circa dalla costa, giace la più grande piattaforma petrolifera fissa nel mare italiano ed anche qui è stato registrato un enorme sversamento che, secondo le stime del Ministero dell’Ambiente, ha recato danni per un equivalente di 69 milioni di euro.

Le scuole come punta dell’iceberg dell’infiltrazione di Eni in politica

La reazione delle associazioni ambientaliste ad una notizia di tale gravità non si è fatta attendere. Michele Carducci, professore ordinario di Diritto climatico all’Università del Salento, a nome del team di giuristi “Legalità per il clima”, sta già predisponendo, in collaborazione con i Teachers for Future italiani, una diffida indirizzata proprio ad Eni che verrà inviata al Ministero e, soprattutto, alla stessa ANP.

Peccato che, come raramente accade nel nostro paese, l’efficienza di Eni e di Anp, in questo caso, non abbia lasciato scampo. Tutti gli incontri sono stati infatti organizzati a massimo un mese di distanza dalla firma dell’accordo. L’ultimo si svolgerà a Bari il 20 febbraio.

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L’epilogo sarà dunque ancora una volta amaro. Un’amarezza figlia di un duplice problema che affligge il nostro paese quando si parla di Eni. Da un lato è ormai chiara l’influenza che un colosso di tale portata, che contribuisce in maniera decisiva all’economia italiana, ha sulle decisioni che vengono prese nel nostro paese. Dall’altro c’è, come sempre, una grave mancanza da parte dei mezzi di informazione sulle più svariate tematiche ambientali. Il fatto che questa notizia, ai limiti dello scandalo, sia passata totalmente in secondo piano la dice lunga sul ruolo marginale che la salvaguardia dell’ambiente svolge nel nostro paese. Più questa situazione si perpetuerà più aumentano le probabilità che Eni, o chi per lei, continuerà ad influire in maniera decisiva sulle politiche ambientaliste del nostro paese.

Spreco alimentare: quanto cibo buttiamo nella spazzatura?

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Il 5 Febbraio 2014 viene celebrata la prima “Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare”, ideata dall’Università di Bologna in collaborazione con il progetto Spreco Zero e il Ministero dell’Ambiente. Oggi sono passati 6 anni da quel giorno ma il problema dello spreco di cibo continua ad essere un problema dai numeri preoccupanti.

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I dati sullo spreco alimentare

Come sempre, per ben capire la portata di un problema, partiamo dai dati. Il documento che ad oggi risulta essere il più autorevole su questo tema, almeno per quanto riguarda una visione globale, è un report della FAO del 2011. La maggior parte degli studi fatti in seguito sono serviti a dare un quadro più chiaro e specifico dell’origine e delle conseguenze del problema. Tra questi, in particolare, c’è uno studio dell’UNEP che ha convertito i dati, precedentemente calcolati dalla FAO sotto forma di chilogrammi di cibo, in calorie, riuscendo a fornire un punto di vista più concreto. Secondo l’UNEP ogni anno viene sprecato circa il 25% delle calorie prodotte su scala globale. Si tratta di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecato in tutto il mondo. Un dato che, con una popolazione mondiale proiettata verso i 10 miliardi al 2050, è sicuramente insostenibile. In Europa, ad esempio, lo spreco alimentare pro capite è di 180 chilogrammi di cibo ogni anno.

https://www.youtube.com/watch?v=IoCVrkcaH6Q&t=73s

Le problematiche ambientali legate allo spreco alimentare

Passiamo ora al tema che più ci interessa, ovvero l’impatto ambientale dello spreco alimentare. La produzione di cibo è responsabile di una fetta di emissioni che varia dal 15% al 25%, a seconda del report che si sceglie di analizzare. Per intendersi, il settore dei trasporti si aggira intorno al 13%. Ridurre dunque il quantitativo di emissioni generate dal settore del cibo è fondamentale e, soprattutto, è inammissibile che una fetta non trascurabile delle emissioni globali vengano generate per poi finire direttamente nella spazzatura.

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Le emissioni di gas serra generate da questo settore devono già portare il fardello dell’eccessiva produzione di alimenti di origine animale che sta caratterizzando la nostra epoca con tutte le relative problematiche di cui vi abbiamo parlato in un altro articolo. Se a questo aggiungiamo l’impatto ambientale dello spreco alimentare si inizia decisamente ad esagerare. Produrre cibo richiede risorse e, quindi, genera emissioni. Sono tantissimi gli step intermedi che ci portano all’acquisto del prodotto finito, soprattutto per quanto riguarda la grande distribuzione. Per ognuna di queste fasi ci sarà un diverso impatto ambientale che può essere costituito dal consumo di suolo, consumo di acqua, trasporto, impacchettamento e via dicendo. Nel momento in cui sprechiamo del cibo tutte queste emissioni saranno state generate a vuoto.

Un paradosso insostenibile

Ogni anno in Italia lo spreco alimentare contribuisce alla produzione di 14,3 milioni di tonnellate di CO2. Per assorbire una tale quantità di emissioni servirebbe raddoppiare la superficie boschiva della Lombardia. Solo per lo spreco alimentare. I dati, come sempre, non sono opinabili. Il problema esiste, è più grande di quanto si pensi e la combinazione di questi due fattori è vergognosa per qualsivoglia società voglia definirsi civile. Correndo il rischio di sembrare buonisti vogliamo darvi un ultimo dato: ancora oggi circa 822 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di denutrizione. E noi buttiamo il cibo nella spazzatura.

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Lo spreco alimentare in Italia

É notizia di poche ore fa la presentazione del report sullo status dello spreco alimentare in Italia redatto dall’organizzazione Spreco Zero. E ci sono delle buone notizie. In un solo anno, nel nostro paese, la quantità di cibo sprecato si è ridotta di circa il 25% passando così da un valore economico di 15 miliardi di euro a 10. Una diminuzione netta che, comunque, è ancora lontana dal raggiungere numeri accettabili.

Il dato più preoccupante resta tuttavia lo stesso e riguarda l’origine di questi sprechi. Se infatti è vero che tantissimo cibo viene perso nella filiera di produzione/distribuzione (circa 3 miliardi di euro il costo di questo perdite), la maggior parte dello spreco alimentare avviene in ambito domestico. Stiamo parlando di 6,6 miliardi di euro su 10. Questo significa che due terzi del cibo che finisce nella spazzatura lo fa per causa nostra.  Troppo spesso, ancora, compriamo più del necessario oppure cuciniamo quantitativi troppo grandi che, inevitabilmente, finiranno nel bidone dell’organico.

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I principali colpevoli siamo dunque noi e per risolvere questo problema dobbiamo agire per prima cosa su noi stessi, evitando di comprare prodotti freschi in grandi quantità e cercando di acquistarli, in quantità ridotta, circa una volta a settimana. Diminuendo poco a poco non ci vorrà molto prima di capire quale sia la quantità più adatta al proprio nucleo familiare.

TooGoodToGo: l’app che riduce lo spreco

Per chi invece volesse in prima persona “salvare” del cibo che altrimenti verrebbe sprecato, c’è TooGoodToGo. Già vi abbiamo parlato di questa app in un precedente articolo. Si tratta di un marketplace all’interno del quale qualsiasi attore della filiera agroalimentare, dal supermercato al ristorante, può registrarsi e inserire delle “magic box” all’interno delle quali sarà possibile trovare del cibo venduto a prezzo di sconto che, se non consumato urgentemente, finirebbe poi nella spazzatura. Il servizio è già attivo ed efficiente in tutti i maggiori centri. Per verificare se qualche commerciante abbia aderito nella vostra zona vi basterà registrarvi nell’app con il vostro smartphone. In questo caso particolare, dunque, la soluzione è più semplice rispetto ad altre volte. Non c’è più la scusa delle lobby del fossile. I responsabili di due terzi del cibo che viene buttato siamo noi. E solo noi, tutti, possiamo risolvere il problema.  

Frutta e verdura di stagione per il mese di Febbraio

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale. A febbraio si prosegue con frutta e verdura invernale. Cavoli e verdure a foglia, come cicoria e spinaci, dominano le bancarelle dei mercati a km 0. É anche il periodo migliore per le spremute di arance e mandarino. La lista completa.

Verdura di stagione per il mese di febbraio e proprietà benefiche

  • Zucca: particolarmente ricca di caroteni e vitamina A, contiene discrete quantità di minerali (soprattutto fosforo, potassio e magnesio), vitamina C e vitamine del gruppo B
  • Topinambur: alto contenuto di inulina, ferro e potassio
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio)
  • Radicchio: ricco di principi attivi, è un alimento diuretico ed ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Erba Cipollina: vitamina C e del gruppo B. Alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre
  • Verza: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio

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  • Carota: ricche in vitamina A e carotene. Buona presenza di Sali minerali, vitamine del gruppo B, PP, D ed E
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Broccolo romanesco: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Cavoletti di Bruxelles: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Cardi; Ampiamente utilizzati anche in medicina per curare patologie al fegato grazie alla sua capacità di purificarlo
  • Broccolo: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Sedano rapa: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio)
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico ed ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico ed ha un effetto depurativo e disintossicante
  • Bietola: ricca di vitamina A, C e potassio
  • Finocchio: ricco di vitamine e sali minerali
  • Legumi secchi: i legumi secchi (lenticchie, fagioli, ceci ecc.) sono alimenti ad alto contenuto proteico. A seconda della varietà sono considerati alimenti molto validi dal punto di vista nutrizionale e si adattano perfettamente ad ogni tipo di dieta

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  • Spinaci: gli spinaci sono particolarmente ricchi di vitamine (A, C, E, K1, B1, B2, B6 e PP) e sali minerali (rame, fosforo, zinco, calcio, potassio). Contengono anche molto acido folico e ferro
  • Aglio: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione
  • Porro: della stessa famiglia delle cipolle i porri sono particolarmente indicati in casi di anemia o affezioni urinarie. Buone proprietà diuretiche
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio)
  • Lattuga: la lattuga ha un buon contenuto vitaminico e salinico (vitamine A e C, calcio e ferro). Ottimo il contenuto in fibre. Ricca di principi attivi naturali
  • Cavolo cappuccio: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Cipolla: ricca di sali minerali (fosforo e magnesio) e vitamine (A, B1, B2, PP, C , E).
  • Patate: ricche di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio)
  • Scalogno: molto ricco di vitamina B6. Alta presenza di calcio, fosforo, potassio e magnesio.

Frutta di stagione per il mese di febbraio e proprietà benefiche

  • Arancia: alto contenuto di vitamina C. La scorza stimola i succhi gastrici favorendo la digestione
  • Clementina: ricco di vitamine e sali minerali
  • Frutta in guscio: tutta la frutta in guscio è un alimento altamente energetico. A seconda delle varietà essa può contenere svariati tipi di vitamine e sali minerali. I pistacchi sono, ad esempio, molto ricchi di ferro, le noci di antiossidanti, le mandorle di calcio e via dicendo
  • Kiwi: contiene molta vitamina C ed è ricco di potassio, vitamina E, rame, ferro e vitamina C
  • Mandarancio: ricco di vitamine e sali minerali
  • Mandarino: ricco di vitamine e sali minerali
  • Melagrana: ricchissima di antiossidanti e vitamina C. Buona quantità di vitamina K e vitamine del gruppo B. Ricco inoltre di potassio ed altri minerali come ferro, calcio, magnesio e fosforo
  • Mele: buona fonte di vitamine C, PP, B1, B2, A e sali minerali come potassio, zolfo, fosforo, calcio, magnesio, sodio, ferro. Le percentuali variano a seconda della qualità del frutto. Ad oggi in commercio ce ne sono più di 1.000 varietà
  • Pere: buona presenza di sali minerali e di fibre
  • Pompelmo: ricco di fibre, flavonoidi, vitamine A, B, C e pectine
  • Cedro: ricco di Vitamina C e B1

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Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grandi soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

In Madagascar si contano le vittime di un’alluvione

Ieri vi abbiamo portato in Kenya, Somalia ed Eritrea per parlarvi dell’invasione delle locuste. Oggi andiamo invece in Madagascar dove, ancora una volta nel silenzio generale, un’alluvione ha duramente colpito il Nord-Ovest dell’isola, lasciando dietro di sé morti e danni ingenti.

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Una foto pubblicata dal governo del Madagascar

I numeri dell’alluvione in Madagascar

Per l’ennesima volta ci ritroviamo a dover comunicare il numero delle vittime. Questa volta sono 31 ma difficilmente vedremo foto profilo personalizzate su Facebook, né tanto meno dichiarazioni da parte di qualsiasi Primo Ministro del mondo occidentale. Le persone che hanno subito danni per via dell’alluvione che ha colpito il Madagascar sono circa 107.000, sparse in sei regioni del paese. Gli sfollati sono più di 16.000. Il governo locale ha dichiarato, il 24 gennaio scorso, lo Stato di Emergenza.

Alcuni dei distretti sono rimasti isolati per giorni e il calcolo dei danni deve ancora essere ultimato. “Una perturbazione che si è formata in Mozambico il 17 gennaio 2020 ha colpito il nord-ovest del Madagascar il 22 gennaio – si legge sul sito di ReliefWeb – e il numero di dispersi è sicuramente maggiore di quello dei morti. Sono stati riportati ingenti danni a diverse infrastrutture come scuole, strade e case”.

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In pericolo anche le coltivazioni

Che l’Africa sia un continente in cui, per la popolazione, non sia facile reperire cibo è risaputo ormai da diverso tempo. Ma negli tempi, con l’avanzare degli effetti degli effetti del cambiamento climatico, sta diventando una missione particolarmente ardua, se non impossibile. Periodi di grave siccità si succedono a piogge torrenziali e alluvioni, con tutti i danni del caso.

Ad essere colpiti in prima persona in questo caso sono stati i coltivatori di riso del Madagascar che hanno visto i propri raccolti sparire sotto i colpi dell’alluvione. La sicurezza alimentare del paese, almeno per i prossimi mesi, è dunque a rischio. Proprio come nei paesi affetti dalla piaga delle locuste. Proprio come nella maggior parte dei paesi dell’Africa sub-sahariana.

Australia e Brasile sì, Kenya e Madagascar no

Se per alcuni disastri ambientali, per lo meno da quando è entrata in scena Greta Thunberg, si inizia a vedere un minimo di risposta da parte dei media, quando si tratta di Africa tutto sembra tacere. Fino a quando a bruciare sono l’Australia o il Brasile se ne può discutere, per lo più indignandosi con i presunti responsabili. Ma quando ad essere colpite sono le zone più povere del mondo entra in gioco un’omertà generale che i più maliziosi potrebbero anche definire consapevole.

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Quest’estate, mentre l’Amazzonia guadagnava un ruolo di primo piano tra le preoccupazioni dell’opinione pubblica, l’Africa era devastata da incendi che coprivano un’area addirittura maggiore rispetto a quella rilevata in Sud America. Mentre l’Australia bruciava, e tutti condividevano via social foto di koala ustionati, lo stesso fenomeno atmosferico, causato dai cambiamenti climatici e responsabile di aver inasprito la potenza degli incendi del New South Wales, stava causando alluvioni di portata apocalittica nell’Africa Orientale lasciando dietro di sé morti e distruzione e, allo stesso tempo, mettendo le basi per il proliferare delle locuste che stanno divorando la parte orientale del continente.

Il silenzio dei media sull’alluvione del Madagascar

Risulta ormai evidente come la crisi climatica sia trattata in modo palesemente iniquo da parte dei media. Se infatti da un lato questo tipo di notizie vengono spesso relegate come appartenenti ad un segmento di nicchia, dall’altro c’è anche una disparità di trattamento “interna” tra disastri ambientali, in virtù dell’importanza del ruolo che il paese colpito ricopre nei giochi di potere internazionali.

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Va precisato come questo ragionamento sia valevole non solo per stragi e notizie negative ma anche per quelle positive come poteva essere, ad esempio, quella dello stanziamento da parte dell’UE di 1.000 miliardi di euro per far fronte alla crisi climatica; una news che alcune delle testate di caratura nazionale, specialmente quelle di stampo negazionista, non ha neanche riportato. Il giorno in cui notizie di questo tipo riempiranno le prime pagine dei giornali non sono vicini ma forse, grazie soprattutto ai movimenti ambientalisti che stanno guadagnando forza ogni giorno che passa, neanche troppo lontani. Speriamo solo che quel giorno non arrivi troppo tardi.

Le locuste che stanno “mangiando” il Corno d’Africa

No, non siamo in un’interpretazione cinematografica della Bibbia e le immagini che arrivano dall’Africa orientale non raffigurano le piaghe d’Egitto. Ciò che sta letteralmente devastando Kenya, Etiopia e Somalia (qui lie immagini) è reale: un’invasione di locuste di dimensioni apocalittiche sta distruggendo tutti i raccolti che trova per la sua strada e mettendo a forte rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone. E la situazione è destinata a peggiorare.

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I numeri dell’invasione delle locuste in Africa

Iniziamo subito dai numeri. In Kenya una tale invasione di locuste non si vedeva da 70 anni. In Somalia ed Etiopia da 25. Si tratta, per intendersi, di una delle peggiori catastrofi che possa colpire una popolazione, soprattutto in una regione in cui la scarsità di cibo è un problema già conclamato. Questi insetti, a differenza di altri, sono migratori e sono in grado di percorrere anche 150 chilometri al giorno. Ciò che lasciano dietro di loro è desolazione allo stato puro. Si nutrono praticamente di qualsiasi tipo di vegetale, foraggio destinato agli allevamenti compreso.

Le dimensioni degli sciami sono variabili. I più piccoli misurano circa 1 chilometro quadrato e possono contare su numero di elementi che varia dai 40 agli 80 milioni. I più grandi, invece, possono misurare anche centinaia di chilometri quadrati; più o meno quanto la superficie di una grande città. Una locusta ha bisogno di circa 2 grammi di cibo al giorno, l’equivalente del suo peso. Da questi dati ne deriva che uno sciame di dimensioni normali, come ad esempio può essere uno che conta 150 milioni di esemplari, è in grado di mangiare l’equivalente di cibo che altrimenti servirebbe a sfamare 35.000 persone. In un giorno. Non ogni settimana o ogni mese. Ogni giorno. La già precaria sicurezza alimentare delle popolazioni colpite è a rischio come non mai.

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Le cause che hanno portate le locuste fino al Corno d’Africa

Ma com’è possibile collegare un’invasione di locuste ai cambiamenti climatici? In realtà è piuttosto facile. La regione interessata, ovvero quella dell’Africa Nord Orientale, ha subito negli ultimi mesi del 2019 diverse alluvioni ed inondazioni. Questi eventi meteorologici estremi sono riconducibili alla medesima causa che ha portato ad altre due catastrofi ambientali che vi abbiamo raccontato nelle scorse settimane, ovvero gli incendi Australiani e le alluvioni Indonesiane. Stiamo parlando di un anomalo ed eccessivo spostamento del Dipolo dell’Oceano Indiano, uno dei massimi sistemi climatici del pianeta (qui sotto un breve video in cui se ne parla), durante la sua fase positiva.

Gli effetti di questa anomalia sono stati a dir poco devastanti. Una lunga serie di alluvioni ed inondazioni ha colpito proprio le regioni dell’Africa in cui oggi stanno proliferando le locuste, mettendo in ginocchio le popolazioni locali che, quindi, erano già in grave difficoltà ben prima dell’arrivo degli insetti. Queste forti piogge hanno permesso alla vegetazione locale di proliferare andando a creare delle condizioni a dir poco ideali per le locuste che, a seguito di una delle loro migrazioni dallo Yemen, dopo aver attraversato il Mar Rosso hanno trovato quello che per loro era di fatto un vero e proprio paradiso terrestre. Oltre all’alta disponibilità di cibo, infatti, le condizioni climatiche ideali per le locuste sono alte temperature abbinate ad un alto tasso di precipitazioni.

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I pesticidi su larga scala come unica soluzione

Immediata la risposta della FAO che, sul suo sito, spiega così la criticità della situazione: “La velocità della diffusione dei parassiti e la dimensione delle infestazioni sono così oltre la norma che hanno portato al limite le capacità delle autorità locali e nazionali”. Ma una delle minacce più grandi giace nella grande capacità di riproduzione di questi insetti. Gli sciami hanno infatti già depositato le loro uova e nei prossimi mesi nelle aree interessate sarà tempo della stagione delle piogge. Ciò significa che la vegetazione riprenderà a crescere fornendo ulteriore cibo, non solo alle locuste già oggi presenti ma anche a tutte le nuove generazioni. Nella peggiore delle ipotesi, secondo l’ONU, il numero di esemplari potrebbe aumentare di 500 volte entro giugno.

Come se non bastasse i mezzi che le istituzioni locali hanno a disposizione per combattere questa piaga sono a dir poco ridotti. Il metodo migliore, probabilmente l’unico, per arrestare quest’invasione è, purtroppo, l’utilizzo di pesticidi su larghissima scala. I mezzi a disposizione dei governi dei paesi interessati sono ampiamente inadatti a combattere una crisi di tale portata. Le Nazioni Unite hanno già messo a disposizione circa 10 milioni di dollari ma ne serviranno sicuramente molti altri. Qualora non venissero fermati in tempo gli sciami potrebbero infatti a breve raggiungere anche i limitrofi territori di Uganda e, ancora peggio, Sud Sudan dove si è da poco conclusa una guerra civile da cui la popolazione non si è ancora ripresa.

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L’Africa è il continente che più soffrirà le conseguenze dei cambiamenti climatici, nonostante il suo contributo storico in termini di emissioni sia quasi ininfluente, se paragonato ai paesi più sviluppati. L’inasprirsi della crisi climatica avrà come effetto quello di allargare sempre maggiormente il gap che già separa gli Stati africani dal resto del mondo sotto svariati punti di vista. Un circolo vizioso profondamente ingiusto e fin troppo ignorato dai paesi del “primo mondo”. La congiunzione indissolubile tra crisi climatica e giustizia sociale è sempre più evidente. E l’effetto boomerang è dietro l’angolo.

Vuoto a rendere: i pregi di una pratica purtroppo dimenticata

Una pratica già molto diffusa in diversi paesi europei ma ancora decisamente poco adottata nel nostro paese è il vuoto a rendere. Vetro o plastica che sia, in Italia manca una vera e proprio cultura a riguardo. Come spesso accade a rimetterci è l’ambiente. E pensare che basterebbe così poco per agire in maniera più responsabile.

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I dati sul vetro e sul vuoto a rendere

Già vi abbiamo parlato, in un articolo di qualche tempo fa, della situazione riguardante le bottiglie di plastica. Questa volta analizziamo invece quella delle bottiglie in vetro, avvalendoci dei dati pubblicati da Milena Gabannelli in occasione dell’ultima puntata di DataRoom. Partiamo da una prima considerazione generale: l’Italia è il paese in cui viene consumata più acqua in bottiglia a livello mondiale. Ne beviamo circa 224 litri a testa all’anno. Tradotto in “bottiglie” questo numero diventa 11 miliardi. L’84% di queste è in plastica e solo una percentuale che si attesta tra il 10 e 15% viene poi riciclata.

Del 16% di bottiglie in vetro, invece, solo il 10% è vuoto a rendere. Se inoltre si considera che per fare un chilogrammo di PET (il materiale di cui sono composte le bottiglie in plastica) servono circa 2 chilogrammi di petrolio si capisce immediatamente quanto sia importante mettere fine a questa follia. Smettere di utilizzare bottiglie in plastica ci farebbe risparmiare 5,87 milioni di barili di petrolio in un anno. Un numero non trascurabile. Solamente osservando questi dati si capisce che la situazione è quanto meno migliorabile. Inoltre in questo caso, almeno una parte della colpa non può di certo essere attribuita a qualcun altro. Questi numeri sono infatti frutto di scelte individuali e individuarne i responsabili è molto più semplice che in altri casi.

I vantaggi del vuoto a rendere

Di esempi da prendere a modello per quanto riguarda la questione dei vuoti a rendere ce ne sono a bizzeffe. Nel Nord Europa, ad esempio, la percentuale di bottiglie in vetro che vengono restituite tramite la procedure del vuoto a rendere è del 70%. In questo modo una bottiglia di vetro può essere riutilizzata fino a 30 volte, generando grossi risparmi in termini di emissioni che altrimenti sarebbero necessari per la sua produzione ex-novo. Se infatti ci limitassimo a riciclare il vetro della bottiglia, questo dovrebbe comunque subire innumerevoli passaggi.

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Un primo camion la porterebbe infatti ad un centro di raccolta. Da qui andrebbe poi spostata verso l’impianto di frantumazione per poi essere trasportata alla vetreria dove, dopo un processo di fusione a 1.400 °C, la bottiglia viene ricreata per poi essere portata nuovamente dal produttore di acqua per l’imbottigliamento e, di nuovo, nello scaffale del supermercato. Non serve uno scienziato per capire che tutti questi step hanno un impatto ambientale non trascurabile. Con la logica del vuoto a rendere, invece, il numero di spostamenti necessari al riutilizzo della bottiglia si ridurrebbe a due: da casa nostra al deposito e poi al produttore che può quindi procedere con la sterilizzazione e il riutilizzo. Se la buona pratica del vuoto a rendere venisse adottata da tutti i consumatori si risparmierebbe ogni anno l’utilizzo di 5,9 milioni di barili di petrolio.

Gli ostacoli

Se da un lato risulta chiara la mancanza di domanda verso un servizio del genere, facendo ricadere parte della colpa sui consumatori, dall’altro è evidente che anche i produttori potrebbero sicuramente fare di più. Produrre una bottiglia ex-novo ha infatti un costo più alto rispetto all’alternativa della bottiglia riciclata. Gli attori del mercato dell’acqua in bottiglia dovrebbero tuttavia sostenere un investimento iniziale necessario alla costruzione di un impianto di lavaggio e sterilizzazione che sia situato in aree vicine alla fonte. I supermercati dovrebbero inoltre attrezzarsi creando delle aree apposite all’interno dei propri locali.

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Già nel 2017 il Ministero dell’Ambiente aveva provato a pubblicare un regolamento atto a iniziare una sperimentazione del vuoto a rendere su larga scala. Si è trattato, tuttavia, di un esperimento completamente fallito. I dati sul programma non sono infatti ritornati al Ministero e l’adesione da parte di bar, ristoranti, alberghi e supermercati è stata bassissima. Analizzando tutte queste problematiche si capisce subito come il problema sia duplice e abbia due origini ben distinte: da un lato i consumatori che dovrebbero far propria la logica del vuoto a rendere in maniera massiccia, dall’altro i produttori che dovrebbero sforzarsi maggiormente per rendere questa opzione molto più accessibile.

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Il modo più facile per far sì che si espanda questa buona pratica è tuttavia individuabile nella più vasta logica del mercato: se infatti i consumatori iniziassero in massa a comprare acqua solo da chi dà la possibilità di restituire la bottiglia, i produttori non ci metterebbero molto ad adeguarsi per non perdere la propria clientela a favore dei concorrenti di mercato che invece offrono questo servizio. Un ulteriore esempio di come ognuno di noi può essere parte integrante del cambiamento, senza neanche sforzarsi più di tanto.

Il riassunto della prima giornata del World Economic Forum

Non capita spesso di vedere Greta Thunberg e Donald Trump nello stesso posto. Ieri, durante la prima giornata del meeting annuale del World Economic Forum, i due volti della crisi climatica hanno parlato di fronte ad una platea colma di personalità eccellenti. Inutile precisare che i due discorsi fatti dai rispettivi leader non avessero proprio lo stesso messaggio.

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Cos’è il World Economic Forum?

“Il Forum impegna i più importanti leader politici, culturali ed economici a dare forma all’agenda globale, regionale e industriale”. Questa è la definizione che dà di sé la fondazione no profit con sede a Ginevra, Svizzera. In altre parole si tratta di un’organizzazione che ha l’ambizione di riunire sotto di sé le personalità più influenti del mondo affinché queste possano stabilire strategie di sviluppo che rispettino i principi di giustizia sociale, economica e ambientale. Fondato nel 1971 il World Economic Forum organizza ogni anno un incontro nella città di Davos (Svizzera) in cui i rappresentanti delle realtà coinvolte possono incontrarsi per parlare, faccia a faccia, dei problemi da risolvere.

Negli ultimi due anni questo “annual meeting” ha avuto come tema centrale quello dei cambiamenti climatici. Si è discusso quindi delle possibili soluzioni che le imprese e i governi possono adottare per implementare la tanto necessaria svolta ecologica dell’economia su scala globale. Se gli esiti dell’evento dello scorso anno hanno lasciato interdetto il mondo ambientalista – il Forum si è infatti concluso con un nulla di fatto – quest’anno siamo di nuovo lì, ad aspettare che arrivi qualche buona notizia dal piccolo borgo situato nelle Alpi Svizzere. Difficile sapere già da ora se arriveranno o meno.

Il ritorno di Greta, un anno dopo la prima volta

Uno dei primi ospiti che ha preso parola durante la prima giornata del Forum è stata proprio Greta Thunberg. Un anno fa, sempre a Davos, Greta ha tenuto uno dei suoi primi discorsi. Da quel leggio ha pronunciato per la prima volta la celebre frase: “Our house is on fire”. Quest’anno, in un discorso di 8 minuti circa, la giovane attivista svedese ha ribadito, di fronte alle più influenti personalità dell’economia mondiale, la stringente necessità di iniziare ad agire ora se si vuole limitare l’innalzamento della temperatura media globale a 1,5/2 °C, come specificato nel Paris Agreement.

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La Thunberg ha poi ricordato come il nostro budget di carbonio, al ritmo di immissione di CO2 in atmosfera odierno e senza una svolta incisiva, verrà esaurito entro 8 anni. Questo dato è semplicemente uno dei tanti specificati nel report dell’IPCC pubblicato nel 2018 che, ad oggi, rappresenta “la migliore scienza disponibile”.

La traduzione del discorso di Greta Thunberg: “Cosa direte ai vostri figli?”

“La transizione non sarà affatto semplice. Se non iniziamo ad affrontarla ora, insieme e con tutte le carte scoperte in tavola, non saremo in grado di risolverla in tempo. Sono giunta qui con un gruppo di attivisti e la nostra richiesta è piuttosto semplice. Vogliamo che voi, i più potenti ed influenti leader economici e politici, iniziate ad attuare le misure necessarie. Chiediamo che i partecipanti del WEF – investitori, banche, aziende e istituzioni – blocchino immediatamente ogni tipo di investimento rivolto al settore dell’estrazione e dello sfruttamento dei combustibili fossili con un parallelo spostamento degli sforzi economici verso settori non inquinanti. Non vi chiediamo di farlo entro il 2050 o entro il 2040. E neanche entro il 2021. Vi chiediamo di farlo ora“.

“Ciò che stiamo chiedendo è solamente una minima parte dello sforzo necessario affinché questa battaglia possa essere vinta. Se non lo farete dovrete spiegare ai vostri figli perché vi siete arresi di fronte agli obiettivi degli Accordi di Parigi. Oltretutto senza neanche provare a raggiungerli. Sono qua per dirvi che, a differenza della vostra generazione, la mia non è disposta ad arrendersi senza lottare. Voi cercate di schivare il problema, pensando che le persone si stancheranno di parlarne perché è troppo deprimente. Ma non lo faranno. Siete voi che vi state arrendendo”.

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Mi chiedo quale sarà la giustificazione che darete ai vostri figli per il vostro fallimento che li avrà lasciati soli nell’affrontare il caos climatico che avrete consapevolmente portato sopra di loro. Gli direte che sembrava essere una cosa troppo negativa per l’economia? E che è questo il motivo per cui avete abbandonato l’idea di assicurare condizioni vivibili sulla terra alle future generazioni? Oltretutto senza neanche provarci? La nostra casa è ancora in fiamme e la vostra inazione le sta alimentando di ora in ora. Ciò che vi chiediamo è semplicemente di agire come se amaste i vostri figli sopra ogni cosa”.

La risposta di Trump

Poche ore dopo il discorso di Greta Thunberg ha preso parola, di fronte al Forum, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il volto più celebre su scala mondiale del negazionismo climatico ha subito puntato il dito contro il pessimismo dei giovani attivisti aggiungendo che “vogliono vederci fare brutte figure ma non glielo permetteremo”. Dopo queste prime corrotte parole Trump ha lasciato spazio ad una serie di affermazioni palesemente ipocrite: “Io sono un grande sostenitore dell’ambiente. É molto importante per me. Quello che desidero sono aria e acqua pulita”. Delle dichiarazioni che sono decisamente in controtendenza rispetto alle politiche attuate dal tycoon americano.

L’ attuale inquilino della Casa Bianca ha poi portato all’attenzione dei presenti i dati sullo sviluppo dell’economia americana, affermando che l’American Dream, sotto la sua amministrazione, sta rinascendo “più forte e più grande di prima”. Peccato che, poco dopo, abbia preso la parola Joseph Stiglitz, professore di economia alla Columbia University, che ha di fatto smentito quanto sostenuto da Trump: “Una ricerca dimostra che il Presidente Trump dice in media 5/6 bugie al giorno. Ma oggi ha decisamente sforato. I dati ci dicono che la crescita economica degli Stati Uniti è stata ben maggiore sotto l’amministrazione Obama ed allo stesso tempo l’aspettativa di vita media dei cittadini americani è calata”.

Il programma “1 Trillion trees” del World Economic Forum

Una delle novità del meeting di quest’anno riguarda l’iniziativa “1 Trillion Trees”. Con questo programma il World Economic Forum ed i suoi sostenitori puntano a piantare 1.000 miliardi di alberi in tutto il mondo. E ben vengano iniziative di questo tipo. Peccato che permettano a chiunque ne faccia parte di portare avanti azioni comunicative di greenwashing, come fatto proprio da Trump che ha annunciato la volontà da parte della sua amministrazione di piantare 1 miliardo di alberi su suolo statunitense, come se bastasse questo a fermare la crisi climatica. I progetti di riforestazione sono volti a compensare le emissioni di anidride carbonica e in tal senso vanno sicuramente sostenuti.

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Greta Thunberg ha però voluto precisare come questi progetti, da soli, siano molto lontani dal risolvere il problema senza una parallela drastica riduzione delle emissioni di gas serra in atmosfera. Se inoltre si considera come contrappeso la quantità di alberi che ancora oggi vengono abbattuti ogni anno, si nota subito come questa misura sia totalmente insufficiente. Piantare alberi, insomma, aiuta ma non sarà mai abbastanza. Così come non lo sarà il meeting annuale del World Economic Forum se, a far da padrone, saranno gli ennesimi slogan pieni di buone intenzioni senza che questi si tramutino poi in fatti. Mancano ancora 3 giorni alla conclusione dell’incontro di Davos. Chissà se, questa volta, sarà servito a qualcosa.