Colombia: firmato il Patto di Leticia per proteggere l’Amazzonia

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Gli incendi che hanno colpito la Foresta Amazzonica negli ultimi mesi hanno sicuramente lasciato il segno; non solo in termini di ettari di alberi andati in fumo. Come riportato da un comunicato Ansa datato 8 settembre, i 7 paesi lungo i quali si estende l’Amazzonia hanno infatti firmato il “Patto di Leticia”. L’obiettivo è di stabilire “un accordo per instaurare meccanismi di vigilanza e reciproco appoggio per scongiurare future tragedie ambientali”.

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Chi sono i paesi firmatari del Patto di Leticia per l’Amazzonia

Hanno preso parte all’incontro per la stipulazione dell’accordo i presidenti di 5 paesi. Ivan Duque, presidente della Colombia, Martin Vizcarra del Perù, Lenin Moreno dell’Ecuador, Evo Morales della Bolivia e, sorprendentemente, Jair Bolsonaro del Brasile. All’incontro hanno anche partecipato dei rappresentanti di Guyana e Suriname oltre che alcuni rappresentati di diverse popolazioni indigene che abitano la Foresta Amazzonica.

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La firma del trattato è avvenuta in una tipica “maloca” dell’Università di Leticia, proprio per aumentare il carattere simbolico dell’evento. L’unico assente è stato il Presidente del Venezuela Nicolas Maduro, probabilmente per motivi legati a divergenze politiche di vario genere. Assenza che è stata commentata duramente dal presidente boliviano. Morales ha infatti sottolineato come la salvaguardia della Foresta sia prioritaria rispetto a qualsivoglia divergenza di opinione che poco ha da spartire con il carattere dell’accordo.

Il contenuto dell Patto di Leticia

Il principale punto del Patto di Leticia vuole sancire la creazione di un meccanismo di cooperazione regionale che permetta di combattere le economie illegali che mettono a rischio la selva amazzonica. Per questo scopo sarà creata una Rete Amazzonica di Cooperazione formata dagli enti che si occupano delle emergenze legate ai disastri naturali già esistenti in ognuno dei paesi firmatari . Allo stesso modo verranno anche interscambiati know-how relativi al monitoraggio dello stato di salute dell’Amazzonia.

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Sarà abbastanza?

A prima vista questa non può essere altro che una buona notizia. Un accordo in questa direzione era fondamentale per riuscire a tenere sotto controllo una foresta così vasta. Sarebbe stato ingiusto attribuire ad un solo paese, come accaduto con il Brasile, tutte le responsabilità relative ad incendi, deforestazione e, dall’altro lato, conservazione dell’Amazzonia. Sebbene infatti L’Ecopost sia stato tra i primi accusatori del presidente Bolsonaro, che non vogliamo in alcun modo scagionare per quanto accaduto in Brasile negli ultimi mesi, va detto che le stesse dinamiche che hanno portato allo scatenamento degli incendi di così vasta portata in terra carioca si siano verificate, seppur in aree meno ampie di foresta, anche negli altri paesi firmatari dell’accordo.

Ora, non resta che vedere se questa sia solo l’ennesima trovata per ripulire l’immagine di questi Stati al cospetto delle istituzioni internazionali oppure se, come ci auguriamo, quanto verificatosi in Amazzonia abbia smosso le coscienze di coloro che devono occuparsi in prima persona della salvaguardia di un tale patrimonio, naturalistico e non solo.

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Per trarre le conclusioni del caso sarà necessario attendere gli sviluppi futuri. Poco importa quale sia il movente se a trarne il più grande vantaggio sarà la Foresta Amazzonica. Ciò che conta, oggi, è che un primo timido passo è stato mosso nella giusta direzione. Con l’augurio che si faccia ancora tanta strada.

Frutta e verdura di stagione per il mese di Settembre: cosa comprare

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale. A settembre è già tempo di gustare le prime verdure autunnali come zucca e broccoli. Sta per scadere il tempo dei pomodori, meglio fare la scorta di passata fatta in casa per l’inverno. Siamo alle ultime battute conclusive anche per la frutta estiva come angurie e meloni. Ma è anche arrivata l’ora dei fichi. La lista completa.

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Verdura di stagione per il mese di Settembre

  • Zucchine: hanno un elevato contenuto di acqua e pertanto sono diuretiche e molto digeribili. Il colesterolo è assente. Contiene vitamina C, A e acido folico. Contengono sali minerali, sopratutto potassio e manganese.
  • Pomodori: sono ricchi d’acqua (oltre il 94%) e i grassi rappresentano solamente lo 0,2%. Contiene sopratutto vitamina E, che assicura proprietà antiossidanti e vitaminizzanti. Cospicua anche la componente minerale come ferro e calcio, per questo i pomodori sono rimineralizzanti ed antiradicalici. Infine, grazie agli acidi organici, favoriscono la digestione.
  • Peperoni: I peperoni sono gli alimenti che, se consumati crudi, contengono le maggiori quantità di vitamina C. Sono anche ricchi di acqua, fibre e sali minerali (soprattutto potassio). I peperoni sono anche un’ottima fonte di betacarotene, dal potere antiossidante
  • Melanzane: Ricche di potassio e fonte di fibre, le melanzane sono utilissime per il riequilibrio della funzionalità epatica. Inoltre presentano proprietà ipocolesterolemizzanti oltre che lassative. Aiuta in caso di anemia, aterosclerosi, oliguria e gotta. Infine ha virtù depurative, diuretiche ed antinfiammatorie.
  • Cetrioli: ricchi di acqua, vitamine (B6, C, K), sali minerali (magnesio e potassio) e fibre. Hanno proprietà rinfrescanti, diuretiche, depurative e antigottose.
  • Fagiolini: hanno un’elevatissima quantità di acqua (circa il 90%). Sono ricchi di fibre, sali minerali, vitamina A e C. I fagiolini vantano proprietà diuretiche e rinfrescanti dell’apparato gastro-intestinale, oltre che rimineralizzanti. Sono un ottimo alleato in caso di stitichezza.
  • Ravanelli: contengono vitamina C, vitamine del gruppo B e sali minerali. Rilassa il sistema muscolare e aiuta contro le affezioni polmonari. Ha proprietà antisettiche e antibatteriche. Depura i reni, stimola la digestione e ha proprietà lassative.
  • Zucca: particolarmente ricca di caroteni e vitamina A, contiene discrete quantità di minerali (soprattutto fosforo, potassio e magnesio), vitamina C e vitamine del gruppo B
  • Sedano: vanta un bassissimo contenuto calorico poiché è ricchissimo di acqua. Rappresenta una fonte di sali minerali, quali ferro, manganese e potassio, oltre ad essere ricco di antiossidanti (vitamina A, C ed E).
  • Lenticchie: legumi ricchi di proteine, fibre, ferro, magnesio e potassio. Sono molto nutrienti ed energetiche, hanno proprietà antiossidanti e aiutano la concentrazione e la memoria.
  • Fagioli: ad alto contenuto proteico. A seconda della varietà sono considerati alimenti molto validi dal punto di vista nutrizionale e si adattano perfettamente ad ogni tipo di dieta.
  • Erba Cipollina: contiene vitamina C e vitamine del gruppo B. Ha un’alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre.
  • Verza: ricca di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Carote: ricche in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Hanno una buona presenza di sali minerali, vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Broccolo: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio
  • Sedano – Rapa: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Rucola: presenta vitamina C, potassio, fosforo e ferro. Favorisce la digestione ed è benefica per il fegato.
  • Basilico: ricco di vitamina k manganese. È un’ottima fonte di rame e vitamina C, oltre che di calcio, ferro, acido folico e acidi grassi omega 3. Aiuta a proteggere la struttura delle cellule e ha proprietà antibatteriche.
  • Prezzemolo: è ricchissimo di vitamine C, A, K, acido folico e altre vitamine del gruppo B. Presenta anche minerali tra cui potassio, calcio e ferro. Aiuta a depurare l’organismo e a tenere sotto controllo la glicemia.
  • Fungo: abbondante contenuto di fibre.
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Bietola: contiene fibre, vitamine e sali minerali come potassio e ferro.
  • Legumi Secchi: i legumi secchi (lenticchie, fagioli, ceci ecc.) sono alimenti ad alto contenuto proteico. A seconda della varietà sono considerati alimenti molto validi dal punto di vista nutrizionale e si adattano perfettamente ad ogni tipo di dieta.
  • Finocchi: Ricchi di vitamine e sali minerali. Regolarizzano e migliorano la funzione epatica.
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro, il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Hanno proprietà antiossidanti e hanno un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Aglio: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Patate: ricche di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Cipolle: l’alta componente di acqua la rende diuretica, la piccola parte di fruttosio la rende un alimento energetico. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Scalogno: possiede alcune molecole utili per la regolazione della pressione sanguigna, la diuresi, la riduzione del colesterolo e degli stati infiammatori.

Leggi l’articolo: “Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico”

Frutta di stagione per il mese di Settembre

  • Anguria: è un frutto ricchissimo di acqua, che rappresenta circa il 95%, e ha un elevato potere saziante. Contiene diversi tipi di vitamine e minerali, quindi è ottima per recuperare le sostanze perse con la sudorazione e in caso di spossatezza dovuta all’afa estiva. Presenta inoltre diversi tipi di antiossidanti come il licopene, a cui deve il suo colore rosso
  • Fichi: I semi, le mucillagini, le sostanze zuccherine esercitano delicate proprietà lassative. Nei fichi freschi sono contenuti enzimi digestivi che facilitano l’assimilazione dei cibi. I fichi svolgono un’azione caustica e proteolitica a difesa della pelle. Oltre che di potassio, ferro e calcio, i fichi sono anche ricchi di vitamina B6.
  • Frutta in guscio: contiene un’alta quantità di grassi buoni (insaturi e polinsaturi) che sono fonte di Omega 6 e Omega 3. Presenta anche un’elevata percentuale di proteine e vitamine del gruppo B (B1, B2, B6). La frutta secca riduce le infiammazioni e fluidifica il sangue, pertanto è indicata contro fenomeni quali trombosi e aterosclerosi.
  • Frutti di bosco: contengono acqua e fibre in abbondanza, e apportano un quantitativo di zuccheri (fruttosio) di media entità. Contengono vitamine, antiossidanti e sali minerali. Sono utili nella moderazione dell’ipercolesterolemia.
  • Lamponi: Ricchi di vitamina C e sali minerali.
  • Limone: Ricco di vitamina C e sali minerali.
  • Mandorle: Abbondano di calcio, sali minerali, lipidi e proteine.
  • Pistacchi: Ricchi di sali minerali e Vitamina A.
  • Mela: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Melograno: ricco di vitamine e sali minerali.
  • Melone: il melone rientra tra i frutti più dolci e nel contempo dissetanti in assoluto. La quantità di acqua in esso contenuta supera spesso il 90%. Il melone è ricchissimo di vitamine e di sali minerali: tra le vitamine si ricorda soprattutto la A. Contiene tracce di vitamina B1 e B2 ed è una buona fonte di potassio.
  • More: ricche di antiossidanti, vitamina A e C.
  • Pere: contengono vitamine e sali minerali (potassio) e hanno un alto contenuto di fibre, per questo sono molto sazianti. Modulano l’assorbimento intestinale dei lipidi e prevengono i disturbi dell’intestino crasso.
  • Pesche: contengono sali minerali quali potassio, magnesio e fosforo e vitamine (C, E, B3). Presenta anche antiossidanti quali il beta-carotene, ha proprietà antiossidanti, anti-tumorali e riduce la pressione arteriosa.
  • Prugne: contengono buone quantità di vitamina C e vitamina K (antiemorragica), ma anche di sali minerali quali potassio, magnesio e manganese. Le prugne sono ricchissime di fibre, per questo sono note per la loro eccellente azione lassativa.
  • Uva da tavola: ricca in potassio e calcio.

Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Leggi l’articolo: “Non solo Amazzonia. Migliaia di incendi anche in Africa”

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura faccia anche le consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare orti. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

In Cina l’energia rinnovabile costa meno di quella fossile

La Repubblica Popolare Cinese è la nazione più popolosa al mondo e, quindi, quella che genera la più alta quantità di emissioni antropogeniche. Un primato non invidiabile visto anche l’enorme sviluppo economico che ha travolto il paese negli ultimi anni. C’è però una rivoluzione che si sta facendo spazio all’interno del gigante asiatico e, a renderlo noto, è la rivista scientifica Nature. Secondo un loro report, infatti, oggi in Cina alimentare la propria abitazione grazie ad energia proveniente da fonte rinnovabile, non autoprodotta e quindi acquistata da fornitori terzi, abbassa il costo della bolletta. Un sorpasso già auspicato da tempo e che, finalmente, è divenuto realtà. Complici gli enormi investimenti che sono stati fatti dal paese in questo settore.

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Un risultato frutto di una strategia

Questo storico punto di svolta non è stato raggiunto per caso. La Cina oggi possiede infatti alcuni tra i più efficienti sistemi per trasformare l’energia solare in energia elettrica. Le ricerche nel settore dell’energia rinnovabile hanno infatti ricevuto ingenti sussidi statali e, in un lasso di tempo ragionevole, hanno dato i risultati sperati. Ed oggi questa loro eccellenza minaccia prepotentemente chi per anni ha avuto il controllo di tutti i sistemi energetici su scala mondiale ovvero le lobby dei combustibili fossili.

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Grazie infatti a questo suo primato e alla competitività che i prodotti cinesi possono raggiungere sul mercato, anche in termini di prezzo, la Repubblica Popolare Cinese potrebbe porsi come capofila nella futura transizione ecologica. Quanto meno per quel che riguarda il settore energetico.

Il sorpasso storico dell’ energia rinnovabile sul fossile

Già diversi studiosi avevano preannunciato l’arrivo di questo momento. La data di questo avvenimento era stata stimata, per molti paesi, intorno al 2020. Per la Cina è invece arrivata prima. Gli scienziati Jinyue Yan, Ying Yang, Pietro Elia Campana e Jijiang He, autori del report pubblicato su Nature, sono giunti a questa conclusione analizzando i dati dei prezzi di stoccaggio dell’energia in 344 diverse città cinesi comparando quello che i consumatori pagano per l’energia fornita da un sistema di approvvigionamento composta da pannelli solari e quello invece del prezzo dell’energia prodotta dal carbone.

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All’interno dell’analisi è anche stata inclusa una formula che tenesse conto degli investimenti necessari per creare queste farm di energia solare. Il risultato ci dice che, anche per gli investitori, il modo più conveniente per produrre energia è quello dell’utilizzo di sistemi rinnovabili. Anche in termini di ritorno dell’investimento.

Non solo energia solare. Anche l’eolico ci può salvare

Se il potenziale della tecnologia relativa alla produzione di energia solare si è dunque dimostrato vincente lo stesso si può dire anche per l’energia eolica. Secondo NewScientist infatti, altra rivista scientifica di prestigio internazionale, solamente in Europa ci sarebbe abbastanza spazio per piantare un numero di pale eoliche che potrebbe generare abbastanza energia per il mondo intero. Un’ulteriore conferma di come a mancare non siano le tecnologie, né tanto meno lo spazio necessario a renderle funzionanti quanto la volontà di chi per anni ha lucrato sul declino dello stato di salute del pianeta e che, egoisticamente, vuole mantenere lo status quo.

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Se la Cina, il paese più popoloso al mondo, è riuscita a rendere l’energia solare più conveniente di quella fossile come si può pensare che anche il resto del mondo non possa fare altrimenti? Il tempo delle scuse è finito. Così come il tempo delle bugie. Le alternative esistono, sono efficienti, non inquinano e restituiscono un futuro alle generazioni a venire. In questi anni l’umanità si troverà di fronte ad un bivio. E bisogna fare tutto il possibile per far sì che la strada che verrà imboccata sia quella giusta.

Il costo della transizione energetica? Il 10% dei fondi destinati al fossile

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La notizia ha dell’incredibile. La tanto agognata transizione energetica, quella che potrebbe dare un taglio netto alle emissioni su scala globale, è un traguardo più che raggiungibile. Come riportato dal Guardian, testata capofila sulle questioni ambientali, se solamente il 10% dei sussidi pubblici destinati alle fonti fossili fosse reindirizzato per degli investimenti sulle energie rinnovabili potremmo soppiantare in un ragionevole arco di tempo i combustibili fossili. Ad affermarlo è un report dell’International Institute of Sustainable Development (IISD) pubblicato il 17 Giugno scorso, intitolato  “Reforming Subsidies Could Help Pay for a Clean Energy Revolution”.

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I dati del report

370 miliardi di dollari. Questa è l’ammontare, su scala globale, dei fondi pubblici destinati al settore dei combustibili fossili ogni anno, contro i soli 100 miliardi messi a disposizione per le rinnovabili. Un paragone che lascia di stucco se si pensa all’urgenza con la quale dovremmo ridurre le emissioni per rispettare i target degli accordi di Parigi. Ma la cosa più sconcertante è che se solo una cifra tra il 10% ed il 30% dei fondi destinati alla produzione di energia inquinante fosse trasferita alle energie rinnovabili una rivoluzione energetica sarebbe possibile, eccome.

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Una questione che non è passata inosservata agli occhi del Segretario dell’Onu Antonio Guterres che ha rilasciato queste dichiarazioni: “Quello che stiamo facendo è usare i soldi dei contribuenti – ovvero i nostri – per alimentare uragani, diffondere siccità, sciogliere i ghiacciai e uccidere coralli. In poche parole: per distruggere il mondo”.

Le tecnologie per la transizione energetica ci sono già

Richard Bridle dell’ ISSD, co-autore del report, sottolinea come “quasi ovunque le rinnovabili sono ormai vicinissime ad essere competitive, a livello di prezzo, con le fonti fossili. Uno spostamento dei sussidi di questa portata potrebbe far pendere la bilancia dall’altro lato rendendo una tecnologia che sta crescendo lentamente la più credibile per le future generazioni con effetto quasi immediato. Dall’essere un’opzione marginale potrebbe subito diventare una scelta palesemente ovvia”.

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Nonostante la transizione energetica stia avvenendo, lo sta facendo in modo troppo lento secondo Bridle che aggiunge: “É fuor di dubbio che le rinnovabili possano supportare il sistema energetico. L’unica perplessità riguarda la velocità con la quale la transizione avverrà ma una riforma dei sussidi pubblici è un passo fondamentale in quella direzione”.

Con la transizione energetica possibile taglio delle emissioni fino al 25%

Il settore energetico è uno dei principali responsabili dell’avanzamento dei cambiamenti climatici. Secondo il report la transizione energetica verso l’energia pulita potrebbe tagliare le emissioni, a livello globale, almeno del 18%. Una percentuale che salirebbe al 25% se l’elargizione di questi sussidi ammontasse a 0. Un cambiamento in questa direzione diminuirebbe anche i costi che le istituzioni dovranno affrontare nei prossimi anni per quanto riguarda la salute pubblica e le spese relative agli effetti che i cambiamenti climatici avranno sulle nostre città e le nostre infrastrutture.

Leggi l’articolo: “Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico”

In parole povere ciò che sta accadendo è a dir poco folle. Invece di utilizzare i soldi dei cittadini per creare infrastrutture sostenibili e che non rechino danno alla popolazione, ogni anno vengono dati 375 miliardi di dollari a chi sta distruggendo il pianeta. Non è più questione di etica o di morale, è ormai diventata una questione di buon senso e di rispetto nei confronti di chi paga questi soldi anche per dare un futuro ai propri figli.

Non solo fondi pubblici. Anche le banche sono una minaccia

Il numero di paesi che ogni anno donano fondi da investire nel reperimento e nello sfruttamento di combustibili fossili è di 112. Tra questi i più “generosi” sono quelli del Medio Oriente e, neanche a dirlo, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Ma anche in Europa non si scherza. L’Italia, per esempio, destina ogni anno 18,8 miliardi di euro a questo settore. Tra i paesi più virtuosi sotto questo punto di vista troviamo invece India, Zambia, Marocco ed Indonesia.

Leggi l’articolo: “Solo i ricchi si salveranno. Allarme ONU sul climate change”

Già nel 2009, durante un G20, era stato deciso di azzerare progressivamente i sussidi al settore fossile. Purtroppo però ciò che è stato preso non è altro che un impegno generico che non tutti stanno rispettando come dovrebbero. Nel banco degli imputati finiscono anche le grandi banche che, essendo enti privati, non sono tenute a rispettare alcun tipo di accordo preso dalle istituzioni. In Italia, ad esempio, Unicredit ha elargito più di 16 miliardi di euro negli ultimi 3 anni ad industrie operanti in questo settore.

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Che una transizione ecologica non sia vista di buon occhio da chi per anni ha guadagnato enormi quantità di denaro sulle spalle delle future generazioni, non è mistero. Così come il fatto che questo generi complicazioni soprattutto a livello politico. La strada è dunque impervia. Ma anche questo si sapeva già. Occorre perseverare. La posta in gioco è la più alta di sempre.

Non solo Amazzonia: migliaia di incendi anche in Africa

Mentre gli incendi continuano a devastare la Foresta Amazzonica, non solo in Brasile ma nel Sud America intero, c’è un’altra zona del mondo che, è proprio il caso di dirlo, è stata messa a ferro e fuoco dall’uomo negli ultimi giorni. Si tratta dell’area centro-occidentale del continente africano. In Angola e Repubblica Democratica del Congo gli incendi stanno devastando delle aree verdi ancora più grandi di quelle registrate in Amazzonia. Come al solito, nel silenzio generale. Se, infatti, la questione amazzonica ha, molto lentamente, guadagnato l’attenzione dei media non si può dire lo stesso per ciò che sta succedendo in Africa. Ma ciò non vuol dire che il problema sia minore.

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In rosso le aree colpite da incendi negli ultimi 7 giorni. Fonte: Global Forest Watch

Più di 10.000 incendi in Africa centro-occidentale

Se si prendono in considerazione solo gli ultimi 7 giorni i dati sono impietosi. Il numero di roghi registrati in Brasile in questo lasso di tempo si attesta a 2.217. Se giriamo invece lo sguardo in Angola e nella Repubblica Democratica del Congo il dato sale a 10.395. Le immagini che si possono vedere sull’applicazione Global Forest Watch, che si avvale dei dati raccolti dai satelliti Terra e Aqua della Nasa, sono a dir poco scioccanti.

Leggi l’articolo: Più carne più deforestazione. Il report di Greenpeace

Oltre ai due Stati già citati, le fiamme stanno colpendo anche vaste aree di Zambia, Malawi, Tanzania, Mozambico e Madagascar. In poche parole gli incendi stanno devastando tutta l’Africa centro-meridionale. Risulta addirittura molto complicato quantificare i danni in termini di ettari di aree verdi scomparse.

Come opera la lobby dell’agribusinees

Come in Amazzonia e, più in generale, nella maggior parte dei casi questi tristi avvenimenti sono di origine dolosa. L’uomo dunque appicca volontariamente questi incendi con un unico scopo. Quello di liberare ampie fette di terreno che possano poi essere utilizzate per sistemi di coltivazione intensivi o per l’allevamento del bestiame, anche questo allevato in maniera intensiva. La cenere che si deposita dopo i roghi, infatti, sul breve termine rende il terreno più fertile. Purtroppo però questo processo lo rende rapidamente inutilizzabile. Va inoltre specificato come in Brasile, almeno fino all’arrivo di Bolsonaro, l’utilizzo di queste tecniche era, per quanto possibile e seppur con qualche falla, regolamentato.

Leggi l’articolo: L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

In queste zone dell’Africa, invece, risulta molto più difficile riuscire a stringere la cinghia a causa, spesso, della mancanza di risorse necessarie per la salvaguardia di queste zone. A fare le spese degli incendi in Africa non sono solo le foreste ma anche ampie zone di savane, praterie ed altri ecosistemi. Anche la cadenza temporale di questi eventi non è affatto casuale. A fine Settembre, infatti, arriverà la stagione delle piogge. Tutto ciò non fa altro che confermare la malafede e la dolosità di questi incendi.

Non solo criminali, c’è anche chi combatte

Il rischio di sentirsi totalmente impotenti di fronte a tutto questo è dietro l’angolo. Per non scoraggiarsi, oltre a guardare chi gli alberi li brucia, occorre mettere sotto i riflettori anche chi, invece, ha compreso a pieno la necessità di rimboschire il pianeta invece di deforestarlo.

Leggi l’articolo: Ecosia: piantare alberi navigando sul web

In Etiopia, come già riportato dalla nostra redazione, sono infatti stati piantati 353 milioni di alberi in un solo giorno. Un avvenimento simile è stato registrato anche in India dove, in appena 12 ore, sono stati piantati 6 milioni di alberi. In Italia sono già pronti 400.000 alberi per rimboschire le foreste distrutte lo scorso anno nelle Dolomiti. Ecosia, il motore di ricerca che pianta alberi e a cui sarebbe buona cosa convertirsi, ha annunciato che, nei prossimi 6 mesi, pianterà 1 milione di arbusti in più rispetto a quanto previsto in Brasile.

Leggi l’articolo: “GreenLegacy: l’Etiopia ha piantato 353 milioni di alberi in un giorno

Insomma, di fronte ad una lobby che mira dritto al profitto infischiandosene di un qualsiasi vincolo etico e morale, c’è anche chi resiste e si mette in gioco in prima linea per combattere quest’enorme ingiustizia. Ciò che ci serve non è altra soia piena di sostanze chimiche, né tanto meno altra carne da mangiare. Quello di cui abbiamo bisogno è un pianeta in salute che sia in grado di mettere freno all’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il tempo stringe. Salviamo gli alberi e salveremo noi stessi.

L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

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Il polmone verde del pianeta sta letteralmente andando in fumo. 72.000 incendi registrati nel 2019 in tutto il Brasile, di cui più della metà scatenatisi in Amazzonia. L’84% in più di quelli registrati nell’anno precedente. Questi i dati registrati dal National Institute for Space Research.

I cieli di Rio de Janeiro che diventano neri alle 4 di pomeriggio a causa di una nube di fumo proveniente da 2.700 chilometri di distanza. Una coltre nera facilmente visibile dallo spazio. Un presidente che accusa le ONG ambientaliste di aver appiccato gli incendi. E 20.000 ettari di Amazzonia che vengono rasi al suolo dalle fiamme. Una catastrofe ambientale che si aggiunge ai già più che preoccupanti episodi che in questa stagione estiva si sono verificati in Alaska, Groenlandia, Siberia ed Isole Canarie. Il mondo è letteralmente in fiamme. E ancora si è lì a discutere se il cambiamento climatico debba essere, o meno, la priorità assoluta per i governi di tutto il mondo.

Un’origine dolosa

Il primo dato da sottolineare quando si parla di incendi è che più del 99% di essi ha origine dolosa. Ed anche in questo caso è più che probabile che questi episodi non appartengano al restante 1%. Già vi avevamo parlato della volontà del presidente del Brasile Jair Bolsonaro di utilizzare la foresta Amazzonica come una fonte inesauribile di risorse per arricchire il paese, senza curarsi del fatto che proprio quel crogiolo di biodiversità e bellezza sia una delle armi più importanti che l’umanità ha per contrastare il cambiamento climatico.

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Fumo visibile dallo spazio. Immagine NASA

I tratti di Amazzonia che oggi stanno bruciando da più di due settimane, infatti, diventeranno terreno che verrà utilizzato per monocolture e allevamenti intensivi. D’altronde, incendiare una determinata area verde per poi essere in grado di poter convertire la zona ad uso industriale è una pratica già vista e rivista, spesso, purtroppo, anche nel Sud del nostro paese. L’irresponsabilità e la corruzione sono entrambe sfaccettature facilmente distinguibili nell’operato del Presidente brasiliano che ha deciso di voler vendere il benessere delle future generazioni per favorire le lobby dell’agribusiness.

Le accuse di Bolsonaro

Bolsonaro è ora sotto i riflettori, nonostante la notizia stia comunque avendo una copertura mediatica decisamente minore rispetto a quanto meriti. Nel momento in cui si è ritrovato spalle al muro, come ogni esponente di un volere populista che si rispetti, ha iniziato a puntare il dito e gettare fango contro altri. Tra l’altro, in maniera poco credibile.

Leggi l’articolo: “Più carne più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Una delle prime reazioni che ha avuto è stata quella di licenziare Ricardo Galvao, capo dell’INPE ovvero l’Istituto che ha registrato e poi pubblicato i dati relativi agli incendi che hanno colpito l’Amazzonia nel 2019. Successivamente ha deciso di puntare il dito contro diverse associazioni ambientaliste, ree, a suo dire e senza prove, di aver appiccato gli incendi. Galvao ha così commentato queste prese di posizione: “Quello che sta accadendo è che questo governo ha inviato un chiaro messaggio, non ci saranno più punizioni come prima…il controllo della deforestazione non avverrà più come in passato”.

Leggi l’articolo: “Bolsonaro vuole distruggere l’Amazzonia”

La nota triste di queste dichiarazioni è che, oltre ad essere decisamente veritiere, non sono altro che la conferma di quanto già ampiamente prevedibile sin dal giorno in cui Bolsonaro è stato eletto Presidente. L’allarme e la preoccupazione che scattano oggi, dunque, è più che tardiva. Così come lo saranno eventuali misure di sicurezza adottate dal diritto internazionale. E non è detta che queste arrivino, quanto meno in tempi brevi.

Amazzonia vs. Notre Dame: il paragone sui social

Come al solito i social non hanno lasciato passare indenne la notizia. Qualche mese fa, infatti, un incendio ha colpito Notre-Dame de Paris. Nel giro di poche ore le immagini della cattedrale hanno monopolizzato la copertura mediatica e i miliardari di tutto il mondo sono riusciti a raccogliere, in poche ore, 218 milioni di euro da donare per la sua ricostruzione. Mentre oggi “dopo 16 giorni che l’Amazzonia, il polmone verde del mondo, sta andando a fuoco nessuno fa niente. Né i media, né i governi. Né tanto meno i miliardari”.

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Questo uno dei commenti più condivisi sui social che riassume in pieno l’iniquità con cui le questioni ambientali vengono trattate rispetto alle altre. Una parte del web tuttavia, nonostante il secondo piano dato dai media alla vicenda, non ha esitato a mostrare il suo supporto sulle ali dell’hashtag #PrayforAmazonia. Fortissimo è stato il grido di dolore ed indignazione dei FridaysforFuture di tutto il mondo.

Salvare l’Amazzonia per salvare il pianeta

Le nostre possibilità di sconfiggere il cambiamento climatico vanno di pari passo con la conservazione, e l’ampliamento, degli spazi verdi di tutto il pianeta. Un discorso che va sicuramente accentuato per quanto riguarda l’Amazzonia, la foresta pluviale più grande del mondo. Casa di uno degli ecosistemi con la più grande biodiversità e più grande magazzino di CO2 del pianeta su terraferma. Il fatto che oggi le sue sorti siano nelle mani di Bolsonaro non può che preoccupare. I danni che la foresta può subire nell’arco di un’intera legislatura potrebbero essere irreversibili. Non solo per la foresta in sé per sé ma per il mondo intero.

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L’IPCC ha affermato che abbiamo 12 anni per salvare il pianeta. Beh, se la direzione è questa potrebbero essere molti di meno. Di fronte a situazioni come questa non resta che aggrapparsi ad un’unica speranza. Per ogni Bolsonaro che brucia una foresta, ci sarà una Greta che lotterà per preservarla. Scegliere da che parte schierarsi non sembra particolarmente difficile.

I costi dei cambiamenti climatici? 69 trilioni di dollari

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L’economia e la salvaguardia dell’ambiente sono ormai da tempo considerati come antagonisti. Sono diversi infatti gli studiosi che hanno individuato proprio nel capitalismo e nello sviluppo di un sistema economico insostenibile la causa principale del riscaldamento globale. Tuttavia secondo Moody’s Analytics, un istituto che si occupa dell’analisi di dati economici tra i più importanti al mondo, i cambiamenti climatici avranno un effetto devastante anche in termini di costi economici. L’ammontare delle spese che l’umanità dovrà affrontare per far fronte al riscaldamento globale si aggira infatti attorno ai 69 mila miliardi di dollari.

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Una stima ottimistica

Come base per questo calcolo la Moody’s Analytics ha stimato un aumento della temperatura globale di circa 2 gradi. Se, per esempio, la Terra si riscaldasse di 1,5 gradi l’ammontare dei costi ammonterebbe “solo” a 54 mila miliardi di dollari. Ma la cosa più preoccupante è che oggi si stima che la temperatura del pianeta si alzerà di almeno 3,5 gradi.

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Lo stesso istituto ha inoltre dichiarato di non aver tenuto conto, allìinterno del calcolo, delle riparazioni che saranno necessarie per colpa delle catastrofi naturali. Solamente negli Stati Uniti nel 2017 l’ammontare della cifra che il governo ha speso per motivi di questo tipo è di 300 miliardi di dollari. La cifra indicata da Moody’s Analytics va dunque intesa come una stima per difetto.

11 anni per diminuire i costi

Nonostante già oggi stiamo assistendo alle conseguenze dei cambiamenti climatici, i suoi effetti più drammatici si verificheranno a partire dal 2030. Quest’estate abbiamo assistito alla frantumazione di ogni record di temperature a livello planetario, allo scatenarsi di incendi in Alaska a latitudini impensabili fino a qualche anno fa e a lunghissimi periodi di siccità in tantissime zone del mondo che si trovano sulla fascia equatoriale. Tutto ciò altro non è che un piccolo antipasto di ciò che ci aspetta.

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Zandi, capoeconomista di Moody’s Analytics, punta il dito contro la scarsa lungimiranza della classe dirigente: “Il mondo di economia, finanza e politica si concentra sul prossimo anno o al massimo sui prossimi 5, e questo rende difficile una risposta immediata e molto determinata al problema”.

I costi dei cambiamenti climatici

Secondo il report i canali attraverso cui il cambiamento climatico genererà questi costi costi sono l’aumento dei livelli dei mari, il peggioramento della salute della popolazione, la diminuzione della produttività del lavoro, una flessione del settore turistico, l’aumento della domanda di energia e soprattutto la riduzione dell’efficienza dei terreni in campo agricolo. Tutte criticità già ampiamente individuate dagli scienziati del clima e che oggi, almeno, hanno un corrispettivo monetario credibile.

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Un report che sottolinea l’importanza della salute del pianeta, soprattutto nel momento in cui si voglia continuare a perseguire anche un aumento del benessere economico delle Nazioni. Occorre ripensare il sistema economico. Reindirizzarlo secondo un’ottica che possa permettergli di proliferare all’infinito attraverso una gestione oculata delle risorse e un rispetto della natura. Un sistema che possa dar modo al pianeta di sostenere una civiltà umana sempre più numerosa. I problemi che si genereranno se questo non accadrà, che non sono solo di matrice economica, potrebbero essere insormontabili e ne faranno le spese tutti quanti. Capitalisti inclusi.

Nuovo report IPCC su cambiamenti climatici e suolo: il riassunto

Il 7 agosto l’ IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change, l’ente più autorevole al mondo in materia di scienza del clima, ha pubblicato la seconda parte del suo report sullo stato attuale di avanzamento dei cambiamenti climatici.

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La prima parte, pubbicata lo scorso ottobre, aveva già avuto un’enorme risonanza. Al suo interno, infatti, gli scienziati avevano affermato come ci restassero solo 12 anni per riuscire a sconfiggere il riscaldamento globale. E proprio quel report aveva dato forza e coerenza ai movimenti ambientalisti che si sono poi generati avvalendosi, appunto, di una credibilità scientifica senza precedenti. In questa seconda parte, invece, l’ente si sofferma sullo stato di salute del suolo. Ed ancora una volta, ad essere identificata come causa principale dei problemi ad esso relativi, sono proprio le nostre abitudini.

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Un ulteriore allarme lanciato dal report IPCC

Una delle più importanti conclusioni a cui sono giunti gli scienziati che vi hanno lavorato è individuabile nella necessità di agire su più aspetti della società e del settore economico per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto a quella del 1960. Lo stato di salute del suolo, oggetto specifico di questo report, viene spesso sottovalutato dai meno attenti nella valutazione dell’avanzamento dei cambiamenti climatici.

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Tuttavia questo indicatore è, al pari degli altri, uno dei migliori metodi che abbiamo per valutare il problema nella sua interezza. Terreni poveri di sostanze nutritive e desertificati non favoriscono, infatti, la mitigazione del riscaldamento globale. Sempre secondo il report, inoltre, il 23% delle emissioni di gas serra di origine antropica è generata da un uso scorretto del suolo. Soprattutto per colpa delle aziende operanti nel settore primario.

Tra le attività più inquinanti, a questo livello, troviamo i sistemi di coltivazione intensivi e la produzione di carne e latticini. Tutte queste attività, oltre a rendere necessario l’utilizzo di sostanze chimiche che vanno ad impoverire il suolo, sono anche la principale causa di deforestazione a livello mondiale.

Sicurezza alimentare a rischio

Nell’arco degli ultimi 40 anni, secondo il report IPCC, l’uso di fertilizzanti è aumentato di 9 volte. Il consumo idrico per l’irrigazione è pari al 70% del consumo totale umano di acqua dolce. Allo stesso tempo lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% arrivando a toccare la spaventosa cifra di un terzo del cibo prodotto a livello planetario. Ancora una volta i dati sono a dir poco allarmanti.

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Il report IPCC individua inoltre quelli che vengono definiti come i 4 pilastri della sicurezza alimentare: la disponibilità, l’accesso, l’utilizzo e la stabilità delle risorse. Tutti questi fattori sono ampiamente influenzati in maniera negativa dall’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il rischio che si corre è infatti quello di un grosso calo nel rendimento dei terreni. Un problema che avrà effetti devastanti su problemi come la fame nel mondo e l’avanzamento della desertificazione dei suoli. Tutto questo si tradurrà in una diminuzione della quantità di aree abitabili del pianeta, soprattutto al livello dell’equatore, e quindi in un aumento delle migrazioni da parte di chi queste zone le abita.

Un modello alternativo esiste

Il report è stato pubblicato, con ottimo tempismo, in vista della 14esima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, che avrà luogo a Nuova Delhi a Settembre, ma soprattutto della COP25 che si terrà a Santiago del Chile. Stephen Cornelius, responsabile IPCC per il WWF, ha così commentato i risultati del report: “Il modo in cui stiamo oggi utilizzando la terra sta contribuendo al cambiamento climatico, minando la sua capacità di sostenere le persone e la natura. L’agroecologia contadina, l’agricoltura familiare e i piccoli agricoltori devono essere messi al centro dei sistemi agricoli, a differenza dell’agricoltura industriale, che non solo non dà la possibilità di nutrirsi in modo sano e nutriente, ma aggrava anche il cambiamento climatico”.

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La risposta che ognuno può dare per fare la sua parte è facilmente individuabile. Comprare a km0, ridurre il consumo di carne e latticini e privilegiare la scelta di prodotti stagionali sono tutte contromisure facilmente attuabili e che aiutano a ridurre la propria impronta ecologica. Ogni scelta che prendiamo nei nostri metodi di consumo è, ormai, una scelta politica. Non resta che utilizzare il buon senso.

Luca Parmitano dallo spazio: “Il nemico numero uno sono i cambiamenti climatici”

Spesso quando si parla di cambiamento climatico, scioglimento dei ghiacciai e desertificazione si tende a percepire il problema come lontano. C’è invece chi guarda la Terra dall’alto, ogni giorno, riuscendo così ad avere una visione d’insieme dello stato di salute del pianeta. Tra questi c’è Luca Parmitano. Durante un suo intervento in diretta, in cui ha risposto ad alcune domande dei giornalisti mentre era a bordo della Stazione Spaziale Internazionale da lui capitanata, l’astronauta italiano ha rilasciato dichiarazioni allarmanti su ciò che lui stesso ha potuto constatare nel corso della sua lunga carriera.

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Un trend preoccupante

Luca Parmitano è tornato a bordo dell’ISS a distanza di qualche anno. Ed è proprio questo, insieme ad un costante monitoraggio delle fotografie scattate dai colleghi, che gli ha permesso di notare come il riscaldamento globale stia avanzando in maniera più che visibile: “Ho assistito in prima persona a tutti i cambiamenti di cui parlano gli scienziati del clima. I ghiacciai si stanno sciogliendo a vista d’occhio e i deserti avanzano inesorabilmente. Dalla Stazione ci occupiamo principalmente di questo: osservare il trend dei cambiamenti climatici. Le foto mie e dei miei colleghi non lasciano spazio a nessun altro tipo di interpretazione”.

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Parole forti che, purtroppo, non sorprendono.  Sono ormai 20 anni che gli scienziati cercando di dirci in tutti i modi che il problema esiste e che è molto più serio di quanto percepito dall’opinione pubblica. Ma per i più diffidenti, ancora una volta, la testimonianza di chi ha potuto vedere con i propri occhi gli effetti di quello che stiamo facendo al pianeta non può essere soggetta ad alcun tipo di trasposizione.

L’appello di Luca Parmitano: “La politica faccia qualcosa”

“Serve dare una spinta ai nostri leader, a chi ha le redini dei nostri paesi, per fare tutto il possibile per cercare di migliorare la situazione, se non invertirla. Dobbiamo fare tutto ciò che è possibile per fermare il riscaldamento globale”. Queste alcune delle parole di Parmitano che non ha esitato a dare una tirata d’orecchio alla classe politica, rea di non intervenire quanto dovrebbe, e potrebbe, sul problema. La scienza del clima ha uno spazio limitato all’interno del dibattito politico, in particolar modo nel nostro paese. E questo non può certo aiutare a sconfiggere ciò che viene definito anche dall’astronauta come il nemico numero uno: il cambiamento climatico.

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“Spero che le nostre parole e le nostre osservazioni possano allarmare la gente e creare più consapevolezza”. Parole che dunque fanno da eco a quanto già sostenuto sia dagli scienziati del clima sia da tutti i movimenti ambientalisti che lottano, giorno dopo giorno, per garantire un futuro al pianeta e, quindi, a tutti gli esseri viventi che vi abitano. Noi compresi.

La scienza non mente

Quella che arriva dallo spazio è dunque una voce che si unisce al coro di chi, da anni, prova in ogni modo a dare risalto al problema all’interno dell’opinione pubblica. La scienza, lo ripetiamo con il rischio di annoiare, è da anni unanime sull’esistenza dei cambiamenti climatici e gli attribuisce un’ormai incontestabile natura antropogenica.

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Peccato però che la scienza, grazie al suo metodo rigoroso, è una materia non soggetta ad interpretazioni. Non rappresenta un’opinione. Così come i cambiamenti climatici. Non si tratta di punti di vista. Non si tratta di qualcosa che succederà tra 50 o 100 anni. Il problema c’è e va affrontato. A dirlo è, anche, chi ci sta guardando da 400 chilometri di altezza.

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Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico

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Cosa posso fare, nel mio piccolo, per ridurre le emissioni legate al mio stile di vita?”. É questa una delle domande più frequenti su cui si interroga chi è riuscito a comprendere fino in fondo l’urgenza del cambiamento climatico. E spesso la risposta non è così immediata. Tuttavia il modo migliore per darle una risposta è seguire l’esempio di chi ha dedicato ai cambiamenti climatici un’intera vita professionale. Gli scienziati che studiano il clima, ben consci dell’importanza del tema, hanno infatti a loro volta attuato degli accorgimenti nella loro vita di tutti i giorni per abbassare la propria impronta ecologica e fare la loro parte nella lotta al cambiamento climatico. Quali sono? Scopriamolo insieme.

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Gli scienziati che non volano per mitigare il cambiamento climatico

In un articolo del “The Guardian” il giornalista ambientale Danel Masoliver ha chiesto a 5 scienziati, che da anni studiano il cambiamento climatico, come questi abbiano modificato il proprio stile di vita per essere coerenti con le loro scelte professionali. E le risposte di tutti non lasciano spazio a dubbi. Gli intervistati hanno dichiarato, nella loro totalità, di aver smesso, o quasi, di prendere voli. Gli aerei sono infatti il mezzo di trasporto che ha il più alto impatto ambientale per passeggero.

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Tom Bailey, il primo degli intervistati, ha dichiarato di viaggiare solo via terra in Europa e di prendere un volo di lunga tratta solamente una volta ogni 3 anni. Dave Reay, docente dell’Università di Edimbrugo, non vola dal 2004. Il Dr. Kimberly Nicholas, dell’Università di Lund, ha ridotto i suoi viaggi in aereo dell’80%. Diverse soluzioni e diversi approcci per un unico problema. La necessità di diminuire drasticamente la quantità di aerei che circolano sul pianeta Terra. Inutile aggiungere che tutti gli scienziati, interrogati sulla questione automobile, hanno dichiarato di non utilizzarla o di averne acquistato una elettrica.

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La dieta come mezzo per ridurre la propria impronta ecologica

Un altro fattore che ha messo d’accordo tutti gli scienziati interpellati per spiegare come ognuno possa ridurre il proprio impatto sul cambiamento climatico è quello della dieta. Tutti gli intervistati hanno deciso di abbandonare la carne e, molti, anche i latticini. Secondo il Dr. Kimberly adottare una dieta vegana per un anno può far risparmiare 150 volte più emissioni rispetto all’utilizzo di una borsa da shopping riulitizzabile nello stesso arco di tempo. Un dato molto significativo e che mostra chiaramente come questo aspetto delle nostre vite sia assolutamente prioritario nella lotta al cambiamento climatico.

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Un cambiamento delle proprie abitudini alimentari deve andare di pari passi con un cambio delle proprie abitudini di consumo. Tom Bailey, nell’intervista, ci dice infatti che in Europa ogni persona consuma in media circa 3.500 calorie al giorno con tutte le problematiche relative alla necessità del pianeta di fornire queste risorse che, semplicemente, non sono necessarie. Allo stesso modo l’Europeo medio compra, mediamente, 24 nuovi capi d’abbigliamento ogni anno. Bailey ne compra 3 e, quando possibile, di seconda mano.

Siobhan Pereira, invece, parla del modo in cui è riuscito a diventare plastic-free grazie all’utilizzo di detergenti solidi, sia per la casa sia per l’igiene personale, all’acquisto di uno spazzolino in bambù e di diversi contenitori in vetro ricaricabili.

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Tutti possiamo fare la nostra parte

Spesso ci si sente piccoli di fronte ad un problema di portata apocalittica come il riscaldamento globale. Ma i dati ci dicono che il cambiamento può, e deve, partire dalle nostre scelte. Il Dr. Kimberly afferma infatti che il 72% delle emissioni a livello globale sono generate dalle decisioni che ognuno prende in ambito privato. Queste includono le scelte sulla mobilità, in particolare l’utilizzo di aerei e automobili, quelle sulla dieta e quelle relative ai metodi di fornitura energetica delle nostre case. Viene da sé che, già agendo solamente su questi tre fattori, ognuno di noi è in grado di fare, eccome, la sua parte.

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Una sfida che, anche grazie ai consigli degli esperti, non è impossibile da vincere. Soprattutto per chi decide di affrontarla con convinzione e con la consapevolezza che dare l’esempio è l’unico vero modo per poter fare la differenza. Tutti quanti possiamo dire la nostra e per farlo serve solo ascoltare quello che la scienza ci dice da anni. Per fermare i cambiamenti climatici e le conseguenze devastanti che avranno sulle nostre vita occorre cambiare. E non c’è più molto per farlo.