Il movimento ambientalista in Iraq, la terra fertile che non è più fertile

Le giovani generazioni studiano l’Iraq a scuola per due motivi: nell’antichità, sebbene non esistesse l’attuale stato iracheno, la Mesopotamia fu la culla della civiltà, la terra fertile in cui l’uomo iniziò a praticare l’irrigazione, l’aratura e la coltivazione. Proprio lì si posero le basi per lo sviluppo delle città, e conseguentemente si svilupparono gli apparati amministrativi-burocratici e la scrittura. Purtroppo però, l’Iraq viene studiato a scuola anche per periodi meno felici della storia. Negli ultimi decenni, l’Iraq e tutto il Medio Oriente sono stati teatro di grandi conflitti, soprattutto legati alla gestione del petrolio, di cui quella zona è ricca. Da ottobre un movimento di giovani ha bloccato alcuni nodi cruciali del paese per fermare l’estrazione di petrolio. La loro protesta è trasversale e merita di essere raccontata.

The Washington Post, Come la protesta in Baghdad ha trasformato Piazza Tahrir

Mesopotamia, la nascita della civiltà nella terra fertile

Mesopotamia significa appunto “terra tra due fiumi”. La Mezzaluna fertile costituiva infatti un territorio attraversato da due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Per questo l’acqua è sempre stato un simbolo di orgoglio in quella zona. Come riporta Peter Harling su Synaps, fino agli anni novanta in Iraq esistevano numerose tradizioni legate all’acqua; ad esempio, l’offerta di un bicchiere d’acqua come simbolo di accoglienza per gli stranieri o l’esposizione di un vaso sulla strada a cui i passanti potevano attingere per dissetarsi. Oggi tutto questo non è più possibile a causa della situazione sempre più precaria legata alle fonti idriche nel paese.

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Il malgoverno delle fonti idriche

In primo luogo, il Tigri e l’Eufrate hanno perso il 40% della loro portata. Ciò è avvenuto a causa della siccità sempre più estrema, ma anche per colpa di un sistema di dighe che blocca l’affluenza in Iran, Turchia e Siria, dove si trovano le fonti principali dei due fiumi. Un secondo fattore è legato alla malagestione delle fonti idriche, sia sul piano istituzionale sia a livello di consumo pro-capite.

Sempre Harling riporta che due terzi dell’acqua potabile non raggiunge gli utenti finali; della parte restante, di cui i cittadini iracheni usufruiscono, se ne fa un uso smisurato: 392 litri d’acqua al giorno pro-capite per uso domestico (la media mondiale è di 200 litri). A questi dati va aggiunto un sistema agricolo antiquato e inefficiente; l’agricoltura utilizza quantità di risorse idriche e allo stesso tempo peggiora la situazione, ad esempio aumentando la salinità del suolo.

Extraction Rebellion: il movimento contro il dominio del petrolio

Il cambiamento climatico sta ovviamente facendo la sua parte, aumentando la desertificazione e le temperature da un lato, e redistribuendo l’acqua in modo squilibrato dall’altro, con diluvi concentrati nel tempo che provocano allagamenti e rovina dei raccolti. Quello che fa più specie è riconoscere che il cambiamento climatico è provocato, fra le altre cose, proprio dall’estrazione e successiva combustione del petrolio, di cui l’Iraq abbonda. Il paese è infatti il secondo produttore di petrolio dei paesi Opec, preceduto solamente dall’Arabia Saudita.

Per questo motivo centinaia di migliaia di persone stanno partecipando a un vasto moto di protesta che punti a smantellare il sistema che permette l’attuale status-quo. La protesta è iniziata ad ottobre al grido di “Vogliamo un paese”. Con questo slogan i cittadini iracheni reclamano una riforma politica che sia allo stesso tempo una rivoluzione ambientale. Infatti, la perenne instabilità politica dell’Iraq è fortemente condizionata dagli interessi geopolitici internazionali attorno all’approvvigionamento di fonti non rinnovabili. Rijin Sahakian, autrice dell’articolo “Extraction Rebellion”, ha così commentato il fervente attivismo iracheno: “questi giovani sono i figli delle guerre combattute sulla loro terra per estrarre il petrolio, un tributo imposto ai loro corpi in crescita”.

Puntiamo i riflettori sulla terra fertile

E ancora, la giornalista di origine irachena sottolinea l’esigenza di puntare i riflettori occidentali aldilà dei propri confini, dando voce per esempio ai giovani dell’Iraq che vivono nel cuore della crisi climatica. In questi casi infatti, l’estrazione di combustibili fossili è causa sia del cambiamento climatico che dei conflitti decennali che precludono loro di vivere una vita normale:

“In occidente gli sforzi per combattere la crisi climatica si sono concentrati quasi esclusivamente sui singoli individui o sulle organizzazioni statunitense ed europee. Le iniziative portate avanti, dagli scioperi studenteschi ispirati a Greta Thunberg fino al movimento Extinction Rebellion, dovrebbero imparare dalle aree del mondo e dai movimenti più seriamente colpiti dalle forze che determinano il cambiamento climatico, e farli conoscere. I giornali hanno dato molto risalto agli scioperi e alle manifestazioni per il clima in occidente. I giovani che partecipano a queste manifestazioni spesso rischiano al massimo una nota per aver saltato la scuola. Le loro azioni sono sicuramente lodevoli e legittime, ma bisogna confrontarle con quelle dei giovani iracheni, che sono rapiti, mutilati, uccisi”.

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L’ambiguità dell’ONU

La protesta irachena si sta organizzando in questo modo: da un lato, c’è il blocco alle principali infrastrutture petrolifere. Ponti, strade, porti dove si concentra il commercio di petrolio. Dall’altro, sono stati creati alcuni campi-base in cui le persone possono stare insieme: a piazza Tahrir (Baghdad) è stato installato un ospedale da campo, uno sportello legale, una biblioteca e altri centri di intrattenimento. Quell’area viene chiamata “un’altra zona verde”, in evidente opposizione alla zona verde in cui si concentrano i palazzi istituzionali nazionali e internazionali, fra cui le ambasciate straniere. Anche l’ONU è fortemente malvisto dal neonato movimento iracheno. Nei mesi di protesta ha dimostrato forte preoccupazione per il blocco al commercio petrolifero, invece di dare voce al reclamo di diritti degli attivisti.

Un grido dalla terra fertile: “Ecco il tuo petrolio, mondo”

Per tutta risposta, i manifestanti hanno espresso il loro disappunto. La foto riportata qui sotto ritrae dei giovani iracheni che alzano il dito medio di fronte ad un murales in cui c’è scritto: “Ecco il tuo petrolio, mondo”. Ricordiamo che per ogni barile di petrolio estratto serve un barile e mezzo di acqua per pompare e mantenere alta la produzione. Ed è importante notare che l’acqua, al contrario del petrolio, è l’elemento principale che garantisce la vita. Non può essere sostituita, non ha alternative.

RIJIN SAHAKIAN, Extraction Rebellion. A Green Zone of hope

Il diritto ad un futuro pacifico e sostenibile

La Mesopotamia è stata citata per anni come la terra fertile in cui la civiltà umana ha visto la luce. Oggi rappresenta tristemente lo scenario perfetto della crisi climatica, in cui la scelleratezza dell’uomo continua a privilegiare gli interessi a breve termine a fronte del benessere a lungo termine dei cittadini. I giovani iracheni hanno deciso che è giunto il momento di dire basta: dato che sono già stati privati del diritto all’infanzia, stanno urlando a gran voce che il futuro spetta a loro. Un futuro che sia pacifico e sostenibile. Accogliamo con piacere l’appello di Sahakian: è necessario dare voce a tutti gli attivisti del mondo, perché il movimento ambientalista abbia come obiettivo principale la giustizia climatica, internazionale e intergenerazionale.

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Africa, la grande muraglia verde per fermare la desertificazione

Il progetto si chiama “The Great Green Wall”, la grande muraglia verde. Nato nel 2005 e operativo dal 2010, il piano prevede il rimboschimento di una fascia di 8000 chilometri, dall’Oceano Atlantino al Mar Rosso. Coinvolge 22 paesi africani e ha lo scopo di fermare la desertificazione nel continente, sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale. Partecipano alla sua realizzazione numerosi partner locali e internazionali, e per questo motivo non poche sono le controversie attorno al progetto. Allo stesso tempo, la grande muraglia verde ha già dato i primi frutti, dimostrando che esistono strade percorribili per fermare il cambiamento climatico. A partire dagli alberi, la più naturale ed efficace risorsa per dare ossigeno al pianeta Terra.

Copertina del Numero di Febbraio della rivista Nigrizia, principale fonte del seguente articolo. Credit vignetta: Vauro

Le origini della grande muraglia verde

L’idea nacque nel 2005 in occasione della Conferenza dei Capi di Stato e di governo della Comunità degli stati del Sahel e del Sahara. Si sottolineò l’esigenza di creare un piano comune che potesse arginare il fenomeno della desertificazione, e allo stesso tempo creare benefici sociali per combattere la povertà in Africa. Nei cinque anni successivi il progetto venne elaborato fino alla fondazione dell’Agenzia Panafricana della Gmv, il “Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative”.

Il progetto si è poi ramificato in diverse azioni multisettoriali, alcune di grande impatto, altre fallimentari o ancora allo stadio di progettazione. Nei casi di successo ha giocato un ruolo chiave il coinvolgimento della società civile, mentre in altri paesi il piano fa fatica ad avanzare a causa di guerre civili, conflitti di interesse fra le parti coinvolte o ingerenza dei privati stranieri, che hanno visto nella grande muraglia verde un’occasione per trarre profitto. Partiamo dall’analisi dei maggiori ostacoli.

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Criticità: conflitti istituzionali, zone di intervento

In primo luogo, sul piano istituzionale persiste una grande confusione sulla divisione dei ruoli di coordinamento, finanziamento e operazione sul campo. Fra i maggiori partner internazionali risultano la FAO, la Banca Mondiale, l’agenzia dell’ONU per la lotta alla desertificazione (Unccd) il Global Environmental Facility e l’Unione Europea. All’interno del Continente Africano invece, partecipano numerose organizzazioni coordinata da due organi, l’Unione africana e l’Agenzia panafricana per la Gmv. Come riporta il Report di Nigrizia, per i primi anni questi due organi si sono spesso intralciati, con una sovrapposizione di competenze e una deleteria mancanza di collaborazione. Il direttore scientifico dell’Agenzia panafricana, Abakar Zougoulou, ha commentato così questa problematica: “è come se ci fossero due capitani sulla stessa nave”.

Zougoulou ha sottolineato che negli ultimi tre anni si è cercato di risolvere questa ed altre criticità emerse. Ad esempio, in alcuni paesi è stata data scarsa attenzione all’adattabilità delle piante. Il mancato legame con le esigenze del territorio era stato un motivo di fallimento di precedenti piani di riforestazione: in Algeria e in Cina per esempio, non si era tenuto conto della necessità di utilizzare piante autoctone che si adattassero al clima e alle condizioni del suolo nella zona interessata. Inoltre, molti dei progetti finanziati dalla Banca Mondiale per la grande muraglia verde agiscono al di fuori della zona prioritaria d’intervento, identificata nella fascia che va dal Maghreb all’Africa subsahariana, con un focus speciale sulle zone con la pluviometria più bassa, dai 100 ai 400 millimetri.

Il pericolo di neocolonialismo

La cospicua presenza di finanziatori stranieri è essa stessa motivo di forti critiche. Come infatti sappiamo, molto spesso questi piani di investimento prevedono che venga restituito qualcosa in cambio. È ormai noto che la Banca Mondiale abbia agito per decenni in questa direzione, fornendo grosse somme di denaro ai paesi “in via di sviluppo” e obbligando i beneficiari ad attuare i cosiddetti “piani di aggiustamento strutturale”. Vale a dire, riforme del sistema politico-istituzionale a favore del libero commercio tramite privatizzazioni e allentamento delle regole statali.

Anche la partecipazione dei singoli paesi e dell’Unione Europea va attentamente sorvegliata, per non far sì che la grande muraglia verde sia un modo come altri per perpetuare dinamiche di neocolonialismo in Africa. Non a caso fra i finanziatori si è aggiunta di recente la Cina, che da anni investe nel continente africano per allargare la sua zona d’influenza.

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La società civile per la grande muraglia verde

L’ultimo elemento di debolezza da evidenziare è lo scarso ruolo della società civile nella progettazione del Great Green Wall. Infatti, come succede spesso in questi piani dal grande respiro internazionale, si rischia di portare tecnologie o dinamiche esterne che vanno a peggiorare o esacerbare situazioni locali già in bilico. Alcune zone che erano precedentemente accessibili a tutti, per esempio, sono state interdette per alcuni, aumentando le diseguaglianze.

Trailer del film The Great Green Wall, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2019

L’accesso equo alle risorse fondiarie è ora diventato un punto chiave del progetto: in alcune zone dove erano previste grosse zone boschive, ora vengono inseriti orti urbani, per non intralciare i villaggi e le comunità lungo il cammino. Di recente, si è posta l’attenzione sulla parità di genere, includendo le donne nella realizzazione di questi sistemi agrosilvopastorali. Si sta cercando infine di integrare la tecnologia con conoscenze autoctone, come il sistema degli zaї in Burkina Faso: una tecnica di fertilizzazione del terreno tramite piccoli buchi arricchiti di letame per raccogliere l’acqua.

Le prime stime sulla grande muraglia verde

Come evidenziato sopra, la grande muraglia verde presenta forti elementi di disputa che richiedono un lavoro di sorveglianza capillare. D’altra parte, bisogna riconoscere i successi finora ottenuti: le stime più ottimistiche dell’Unccd parlano di 28 milioni di ettari rigenerati e 12 milioni di alberi piantati. L’Agenzia Panafricana ridimensiona le stime: si tratterebbe di 3 milioni di ettari rigenerati e 11.000 posti di lavoro creati. Ci sono paesi che non hanno ancora la propria agenzia interna della Gmv e in cui nemmeno un albero è stato piantato.

Altri paesi africani hanno invece dimostrato un forte attivismo, a partire da Senegal, Niger, Ciad, Burkina Faso, Nigeria, Mali ed Etiopia. Quest’ultima ha riempito le pagine di tutto il mondo lo scorso luglio, quando in una sola giornata sarebbero stati piantati 350 milioni di alberi. Anche il nostro blog aveva testimoniato questa iniziativa, in occasione dell’Overshoot Day.

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Il momento migliore per piantare un albero è ora

Ce l’hanno ricordato Greta Thunberg e George Monbiot qualche mese fa: C’è una macchina ‘magica’ che aspira gas serra dall’aria, costa molto poco e cresce da sola. Si chiama albero”. La natura stessa ci fornisce le soluzioni per arginare la crisi climatica. La grande muraglia verde presenta sicuramente delle criticità, ma è allo stesso tempo un piano coraggioso che ci indica la strada più sostenibile da percorrere nei prossimi dieci anni. Come dice il proverbio: “Il momento migliore per piantare un albero era 20 anni fa. Il secondo miglior momento è ora”.

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Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima

*Aggiornamento 24/02/2020: Sanders è arrivato primo a pari merito con Buttigeg in Iowa, conquistando il 26,2% dei voti. Ha vinto in New Hampshire con il 25,7% e ha stravinto in Nevada con il 47, 1% (88% dei voti scrutinati). Il 29 febbraio si voterà in South Carolina e il 3 marzo in ben 14 stati, in occasione del Super Tuesday.

Ieri, lunedì 23 febbraio, si è svolta la prima tornata delle primarie negli Stati Uniti. È infatti iniziata la fase dei caucus, le assemblee dei cittadini che esprimono la propria preferenza per i candidati dei due rispettivi partiti. Si è votato nel piccolo stato dell’Iowa, a cui seguiranno gli altri stati fino alle convention nazionali di luglio. Solo allora si sapranno i nomi ufficiali dei due sfidanti per la Casa Bianca. Per il partito repubblicano la vittoria di Trump in Iowa era scontata. Il risultato del voto del partito democratico invece non è ancora stato ufficializzato, ma il favorito risulterebbe il senatore Bernie Sanders. Si tratta solo del primo caucus, è vero, ma se Sanders diventasse presidente degli Stati Uniti sarebbe una grande notizia per il clima.

Bernie Sanders on Instagram. Photo Credit: Eric Kelly

L’ambiente al centro delle primarie democratiche

Le elezioni americane sono un processo lungo e complesso. Per capire cosa sono i caucus, può tornarvi utile il recente Dataroom di Milena Gabanelli. Nella scorsa notte è avvenuta la prima votazione nello stato dello Iowa e già ci sono state parecchie polemiche per il ritardo dei risultati. Gli unici dati finora disponibili corrispondono al 40% dei voti e provengono dallo staff di Sanders: il senatore del Vermont sarebbe in testa con il 29,66% dei voti, seguito da Buttigieg col 24,59%, Elizabeth Warren al 21,24% e Biden al 12,37%.

Ciò che interessa al nostro blog è capire quali di questi candidati abbiano dato priorità alla tematica ambientale. Infatti, aldilà di chi sarà il vincitore, è fondamentale sottolineare che la crisi climatica è diventata una questione fondamentale nei programmi del partito democratico. Tutti i favoriti hanno incluso nei loro programmi ingenti somme da investire in questa direzione. Buttigieg ha proposto un piano da 550 miliardi di dollari per tre fondi di conversione energetica. Il piano di Biden prevede 1.7 trilioni di dollari con l’obiettivo di rendere l’America a zero emissioni entro il 2050.

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Sanders e il clima: una battaglia decennale

Sanders e Warren si sono spinti oltre, aderendo all’idea di un “Green New Deal” che trasformi l’America in chiave ambientale. A onor di cronaca però, è bene sottolineare che Sanders ha intenzione di investire 16,3 trillioni di dollari, a fronte dei 3 trillioni annunciati dalla Warren. Inoltre, Sanders è l’unico candidato che parlava di crisi ambientale quando ancora nessuno sapeva cosa fosse. Già negli anni Ottanta, quando correva per diventare sindaco della sua città, Sanders reclamava la necessità per un “ambiente pulito e sicuro”. Fra le altre cose, è bene ricordare che Sanders nelle elezioni 2016 ha avuto anche il coraggio di parlare apertamente della crisi idrica di Flint, uno scandalo che ha macchiato la presidenza Obama e che è stato documentato nell’ultimo film di Michael Moore Fahrenheit 11/9. Moore sta attivamente facendo campagna elettorale a fianco di Sanders, assieme ad altri eminenti attivisti ambientali come Naomi Klein.

Il movimento Sunrise Movement appoggia ufficialmente Bernie Sanders

Sanders ha anche ricevuto l’appoggio ufficiale del Sunrise Movement, il corrispettivo di Fridays For Future in America. Il Sunrise Movement, in maniera simile a quanto fatto da GreenPeace, ha attentamente vagliato i piani dei tre principali candidati alle primarie democratiche – Sanders, Warren e Biden – e ha assegnato un punteggio per l’impegno di ognuno riguardo la tematica ambientale. I candidati sono stati comparati analizzando i seguenti criteri: il modo in cui parlano della crisi climatica, quanto ne parlano, il piano logistico con cui intendono portare avanti l’agenda climatica e le singole sezioni del Green New Deal abbracciate da ognuno di loro.

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Clima, istruzione, sanità: Sanders conquista le giovani generazioni

Nella classifica del Sunrise Movement, Bernie Sanders ha vinto la sfida, seguito da Elizabeth Warren. Joe Biden è nettamente distaccato dagli altri due: fra le altre cose, l’ex vice di Obama ritiene irrealistico fermare l’estrazione di gas e petrolio tramite il fracking. Anche la Warren è stata cauta su questo tema, mentre Sanders ritiene che sia indispensabile fermare qualsiasi nuova infrastruttura legata alle fonti fossili. Il Washington Post sottolinea che l’appoggio del popolare movimento ambientalista americano è rilevante. Sanders è considerato il candidato che con maggior tenacia rivendica l’urgenza di affrontare la crisi climatica. Molti elettori democratici considerano la battaglia climatica una vera e propria sfida intergenerazionale.

Infatti, Bernie Sanders, più di tutti gli altri, è riuscito a mobilizzare la fascia dei giovani sotto i 30 anni, da sempre restii al voto nella politica americana. Il messaggio di Sanders è chiaro e semplice, perché cerca di trasmettere una visione complessiva verso una società più giusta: nel suo piano sono infatti compresi anche il “Medicare For All”, il piano sanitario universale, e la cancellazione dei debiti universitari, che costringe molti giovani del paese ad essere indebitati prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Nel suo piano, condiviso costantemente con la giovane Alexandria Ocasio-Cortez, il clima viene visto come una tematica intersezionale: che interessa cioè, ambiente, educazione, salute e società nel suo insieme.

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L’appoggio degli scienziati

Il piano di Sanders è sicuramente ambizioso, poiché prevede un’America a zero emissioni entro il 2030. Biden lo ha spesso deriso dichiarando che “neppur un singolo scienziato pensa che questo piano possa funzionare”. In tutta risposta, Sanders ha riunito attorno a sé eminenti scienziati da tutto il paese, che hanno firmato e supportato il suo piano con queste parole: “non solo il tuo Green New Deal rispetta i limiti temporali dell’IPCC, ma le soluzioni che stai proponendo per risolvere la crisi climatica sono realistiche, necessarie e supportate dalla scienza. Dobbiamo proteggere l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il pianeta che chiamiamo casa”.

Molti scienziati hanno voluto supportare Sanders anche singolarmente, tramite i loro account social. Ad esempio, Peter Kalmus della NASA ha dichiarato: “Il piano climatico di Bernie è ambizioso? Si. È costoso? Si. Ma l’alternativa è perdere…bè, tutto. Dal mio punto di vista, la cosa che non è fattibile è non fare niente”.

Dall’America una speranza per tutto il mondo

In definitiva, quello di ieri è stato solo il primo round. La partita è ancora aperta e soprattutto, non è detta che chi vincerà le primarie democratiche sarà altrettanto capace di vincere la Casa Bianca nelle elezioni del 3 novembre prossimo. Eppure, osservando queste evoluzioni da un’ottica ambientalista, possiamo affermare che le elezioni americane stanno finalmente alzando il tiro sulla crisi climatica e sulla necessità di affrontarla il più velocemente possibile.

Non sappiamo se sarà Bernie Sanders a vincere, ma sicuramente gli va riconosciuto il merito di aver portato la questione ambientale al centro della programmazione democratica del paese più responsabile al mondo in termini di emissioni storiche e pro-capite. Di fronte alla realtà che abbiamo oggi, con un presidente americano che ritiene il cambiamento climatico una “bufala” e che ha sottratto l’America dagli impegni dell’Accordo di Parigi, possiamo aspettare speranzosi i risultati dell’Iowa, augurandoci che sia solo l’inizio di una rivoluzione climatica. Per l’America e per tutto il mondo.

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“Fine”. Il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio

Fine, una sola parola. È il titolo del libro di Giuseppe Civati e Marco Tiberi, edito da People, che racconta la storia delle nostre paure, della nostra indifferenza verso un futuro che ci aspetta e che tutti stiamo ignorando. È una storia breve, 113 pagine da leggere in un pomeriggio, ma è sufficiente per farci specchiare con la parte peggiore di noi: quella che ogni giorno convive pacificamente con il cambiamento climatico, senza fare nulla per fermare la catastrofe.

Pippo Civati e la casa editrice People

Il nome di uno dei due autori potrà sembrarvi famliare. Giuseppe Civati è infatti il noto politico, parlamentare dal 2013 al 2018 e fondatore del partito Possibile. Conosciuto da tutti con il nomignolo “Pippo”, Civati non venne riconfermato alle elezioni politiche del 2018, ma vinse l’anno successivo alle elezioni europee con la lista Europa Verde. Aveva però ritirato la sua candidatura un mese prima come segno di protesta per la presenza di esponenti di destra nella stessa lista. La sua carriera politica è dunque finita due anni fa, e da allora Civati ha orientato la sua passione verso il settore dell’editoria. A novembre 2018 fonda People, una casa editrice nata per “raccontare e indagare il cambiamento nella società”.

Civati e i suoi colleghi Stefano Catone e Francesco Foti decidono di sfidare i grandi colossi dell’editoria italiana per affrontare dei temi “scomodi”, come l’immigrazione, la politica e soprattutto la crisi climatica. Loro stessi definiscono lo stile di People “pop”, perché ritengono che i libri debbano essere accessibili a tutti: non troppo lunghi e con un lessico chiaro. Soprattutto quando si parla di un tema così complicato e pesante come il cambiamento climatico, lo stile gioca un ruolo fondamentale. La semplicità che gli editori rincorrono è ben riscontrabile nel libro “Fine”, qui di seguito recensito per voi dal nostro blog.

Giuseppe Civati presenta “Fine” al PolitiCamp 2019

La trama di “Fine”: la crisi climatica presente e futura

L’inizio del libro è ambientato nel 1942: racconta di una ragazza, Sara, che rincorre un’ancora di salvezza in un pianeta ormai insalvabile. I capitoli successivi sono un racconto a ritroso per capire come si sia arrivati al punto di non ritorno. Sara e la sua famiglia appartenevano a quella fascia della popolazione che poteva ancora ignorare i segnali di allarme, perché i ricchi si sa, hanno più mezzi per sopravvivere. Fino a quando la situazione è diventata talmente insostenibile da far scoppiare la guerra civile. Sara è stata così costretta a scappare e a rifugiarsi in una bolla d’indifferenza e cinismo che lascia il lettore senza parole.

Leggi il nostro articolo: “Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione”

Il viaggio di Sara continua, fra vecchie amicizie che si infrangono davanti all’egoismo dello spirito di sopravvivenza e nuovi amori che riaccendono la speranza, per poi ricadere nel senso di impotenza e nell’attesa della fine. Lo scopo dei due autori non è appunto alimentare la speranza: di quella si sono già riempiti la bocca molti politici di oggi, che stanno inneggiando ai piani verdi, al New Deal Europeo, alla transizione energetica, senza però fare niente di concreto per fermare la crisi climatica.

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Il coraggio di raccontare la paura

Gli autori hanno invece il coraggio di parlare del dramma, della paura di ciò che sta accadendo e che potrebbe accadere. Questo libro parla di noi, dell’indifferenza in cui ci siamo rifugiati per non far sì che quella paura ci rovini la quotidianità:

“Parlavamo di tutto, a vanvera, in un chiacchiericcio pasticciato e senza senso, senza fare nulla. Era come se fossimo già su questa nave, un sabato del villaggio senza domenica. Eravamo tutti ammalati di ritardo, e di panico, e di presente. Vivevamo nell’ “emergenza” e facevamo finta che fosse normale.

Isole di plastica di dimensioni continentali, orsi polari alla deriva su zollette di ghiaccio, alluvioni ovunque, bombardamenti di grandine, animali stremati in cerca di pozze che non avrebbero trovato. Le chiamavano “Breaking News”: avevano rotto il mondo, ma non la nostra indifferenza”.

La speranza di People: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez

Non è certamente un libro da lieto fine. Ma proprio per questo arriva al cuore del lettore: parla di noi, di quello che sta avvenendo nei nostri cervelli e nei nostri cuori per sopravvivere giorno dopo giorno. È un libro semplice, reale, disarmante. Il pessimismo dei due autori viene controbilanciato dagli altri scritti di People, come per esempio La sfida più grande o La giovane favolosa.

In questi due libri trova spazio la speranza, quella che si prova guardando le due stelle verdi della politica americana: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Un aspirante presidente e la sua instancabile deputata che stanno remando contro tutte le lobby storiche della Casa Bianca per portare al centro l’ambiente e le persone. Scorrendo le pagine di questi due libri si ha la sensazione opposta a quella che si ha leggendo Fine: viene voglia di sperare che non sia ancora troppo tardi, che ci siano soluzioni attuabili da oggi stesso.

Alexandria Ocasio-Cortez spiega al Guardian perchè ha deciso di sostenere Bernie Sanders alle presidenziali americane del 2020

Leggi il nostro articolo: “USA, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal”

Fine: lo specchio di noi stessi

Pippo Civati e la sua People ci offrono quindi un mondo di riflessioni, “un punto di vista laterale sul presente e sul suo divenire”, uno spettro di possibilità di quello che il futuro potrebbe essere. Hanno il coraggio di parlare della crisi climatica e chiedono al lettore di essere altrettanto coraggioso, perchè è una crisi che potrebbe essere arginata oppure diventare molto peggio. Ci offrono uno specchio per le emozioni contrastanti che stiamo provando. Paura. Speranza. Fine.

Giulio Regeni e l’ENI: il filo nero della mancata verità

Sono passati quattro anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo fra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Da allora, il percorso per trovare la verità sulla sua vicenda non si è mai fermato, soprattutto grazie alla tenacia dei familiari, della loro avvocata Ballerini e di Amnesty International. Il silenzio più pesante resta però quello della politica italiana. La ricerca della verità sul caso Regeni è infatti ostacolata dagli ottimi rapporti economici e commerciali che l’Italia ha con l’Egitto. In particolare, la posizione di ENI nel paese e la nostra dipendenza dal gas e dal petrolio egiziano precludono una netta presa di posizione che rispecchi i principi dello stato di diritto e il rispetto dei diritti umani.

4 anni senza Giulio Regeni

I genitori di Giulio, Paola e Claudio, hanno appena pubblicato un libro dal titolo Giulio fa cose. Nel testo ricordano il figlio nei suoi momenti più riservati, ma allo stesso tempo ribadiscono che la loro battaglia per la verità è “per tutte le Giulie e i Giuli del mondo”. Infatti, Giulio era un ragazzo brillante, conosceva 6 lingue e aveva alle spalle un passato di viaggi; come tanti altri coetanei era stato costretto a lasciare l’Italia per cercare lavoro altrove. La sua morte è legata alle ricerche che stava svolgendo sui sindacati indipendenti egiziani. Il governo di Al Sisi ha ammesso di aver tenuto Regeni sotto sorveglianza, ma ha sempre negato il proprio coinvolgimento nell’uccisione del ragazzo italiano. Perché la sua storia riguarda tutti noi?

Per trovare la risposta possiamo partire dalle interessanti riflessioni di alcuni ricercatori italiani e britannici, raccolte nel libro Minnena. L’Egitto, l’Europa e la ricerca dopo l’assassinio di Giulio Regeni. In uno dei capitoli, Elisabetta Brighi sostiene che “la giustizia per Giulio è stata sacrificata sull’altare dell’interesse nazionale”. Pochi mesi prima dell’uccisione di Regeni, L’ENI aveva scoperto il giacimento Zhor: l’azienda stessa l’ha definito “la più grande scoperta di gas mai effettuata nel Mediterraneo”. Il 21 febbraio 2016, esattamente 18 giorni dopo il ritrovamento del corpo di Giulio, il Ministero del Petrolio egiziano ufficializzò l’assegnazione del giacimento a favore dell’azienda italiana.

L’ENI e gli interessi italiani in Egitto

Il giacimento di Zhor ha svolto da allora un ruolo fondamentale nel rapporto fra l’Egitto e l’Italia. Nella conferenza stampa di inaugurazione, l’amministratore delegato di ENI Descalzi ha dichiarato che il nuovo contratto è frutto di “un matrimonio di lunghissima data”: “l’Egitto vede l’Italia come una nazione amica e vede l’Eni come il primo partner”. I dati del 2019 confermano questo connubio con un incremento in tutti i settori, dall’energia all’importazione di armi. Un articolo de Il Manifesto riporta una crescita del 31% nel 2019 per quanto riguarda le importazioni di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio e del +200% nelle importazioni di gas naturale.

Campagna di Fridays For Future Italia: #EniKiller

Fridays For Future Italia ha di recente denunciato le politiche dell’azienda petrolifera italiana con il lancio dello slogan #EniKiller. ENI era già stata presa di mira dal movimento per la giustizia climatica a causa della campagna Eni+1, che è costata all’azienda 5 milioni di multa per pubblicità ingannevole. Gli attivisti di Fridays For Future non si sono però fermati qui: hanno denunciato l’irresponsabilità degli investimenti presenti e futuri. Stando alle loro stime (riassunte in foto), ENI prevede 140 nuovi pozzi nel 2022 e 6,5 miliardi di investimenti nello sviluppo di riserve di idrocarburi, a fronte di soli 143 milioni per nuovi progetti di energia rinnovabile.

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La campagna di Fridays For Future: #EniKiller

I ragazzi che scioperano per il clima hanno anche rischiato di essere a loro volta denunciati; nella notte del 24 gennaio hanno imbrattato di volantini i vari distributori ENI di 25 città italiane. Il cartello recitava: “Chiuso per crisi climatica”. Inoltre, hanno dedicato lo sciopero dello scorso venerdì interamente alla questione ENI, perché non accettano più la sottomissione della politica italiana agli interessi economici che distruggono il pianeta. La loro protesta è diventata virale dopo l’uscita della notizia sull’educazione ambientale nelle scuole: la formazione sul cambiamento climatico, inizialmente promossa dall’ex ministro dell’istruzione Fioramonti, sarebbe di recente stata affidata ad ENI.

La vicenda di Giulio Regeni si inserisce in questo quadro politico, ancora fortemente legato agli interessi economici e sottoposto ad una logica di profitto a breve termine. Ciò che è successo al giovane ricercatore riguarda tutti noi: non è ammissibile trascurare la morte di un cittadino italiano in nome di un “interesse nazionale” che, nel 2020, risponda ancora a dei principi di mero profitto e totale insostenibilità ambientale. Le varie campagne che promuovono la ricerca della verità per Giulio sono finora state promosse da organismi della società civile, come Amnesty International. Anche Banca Etica ha di recente dedicato la sala riunioni della sua sede principale a Giulio, augurandosi che il 2020 sia l’anno in cui la verità venga finalmente alla luce.

La politica e l’ “interesse nazionale”

L’unico segnale di speranza da parte della politica è arrivato ad aprile 2019, con l’istituzione di una Commissione d’Inchiesta sul caso Regeni, fortemente voluta dal Presidente della Camera Fico. Alla Commissione della Camera sono stati dati 12 mesi di tempo per indagare “fatti, atti, condotte omissive che abbiano costituito ostacolo, ritardo o difficoltà all’accertamento giurisdizionale”. È ormai certo che le autorità egiziane abbiano avuto un ruolo principale in questa vicenda. Non si capisce come il lavoro della Commissione possa arrivare a certificare ciò e allo stesso tempo mantenere i solidi rapporti economici-commerciali sopra descritti.

Leggi il nostro articolo: “La California si oppone a Trump e al Fracking forsennato”

Il ritiro dell’ambasciatore italiano in Egitto sarebbe il minimo per rispettare il dolore dei familiari e dare un senso di credibilità a questa inchiesta. Dal canto loro, i cittadini possono aderire alla campagna per la verità e denunciare le politiche scellerate del nostro paese in materia ambientale. Non si può più giustificare l’operato dell’ENI con la semplice retorica “dà lavoro a molti italiani”; quei 6 miliardi e mezzo investiti per nuove esplorazioni potrebbero aggiungersi ai miseri 143 milioni dedicati alle energie rinnovabili. Inoltre, il caso Regeni presenta un chiaro esempio di violazione dei diritti umani. Come scrisse il direttore di Limes Lucio Caracciolo: “nessun paese può accettare che un suo cittadino sia rapito e massacrato dalla polizia di un altro Stato fermandosi alle proteste verbali. Se lo facesse, perderebbe ogni credibilità come partner politico ed economico”.

“Verità per Giulio Regeni”

Il nostro blog aderisce quindi alla campagna “Verità per Giulio Regeni” perchè si tratta di una vicenda dagli evidenti risvolti etici e ambientali. Chiedere verità per Giulio significa domandare un nuovo paradigma economico, energetico e sociale, che metta al centro le persone e l’ambiente, prima di ogni calcolo economico. Per Giulio, e per tutte le Giulie e i Giuli che abitano e abiteranno questo mondo.

Pif riporta a casa la bicicletta di Giulio Regeni. Video da La Repubblica

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Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione

In materia ambientale, tutti parlano del punto di non ritorno. Anche il titolo del film di Leonardo di Caprio è stato tradotto così: “Il punto di non ritorno”, mentre nella versione originale si intitolava Before the flood. Sono parole sempre più utilizzate, che descrivono la crisi climatica per quello che è: un processo che anno dopo anno sta diventando irreversibile. Ma come si fa a misurare il punto di non ritorno? Come fanno gli scienziati a stabilire che esiste un punto in cui il sistema terrestre smetterà definitivamente di avere un equilibrio? Abbiamo veramente solo otto anni per salvare il pianeta?

I fatti inconfutabili sulla crisi climatica

Partiamo dalle certezze. La temperatura terrestre si è alzata di un grado a livello globale rispetto ai livelli preindustriali, di cui 0.8 soltanto negli ultimi 40 anni. La NASA attesta che la maggior parte delle ricerche riconduce questo innalzamento al fattore umano. Si parla di sesta estinzione di massa perché la biodiversità ha subito perdite catastrofiche, sempre nell’arco di pochi decenni. Soltanto con gli incendi in Australia degli ultimi mesi, si è stimata una riduzione della popolazione dei koala del 30%.

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Questo è quello che è successo fino ad oggi. Certezze. Fatti. Solo pochi pazzi possono mettere in discussione questi dati. Il dibattito diventa più complicato quando si parla del futuro. Cosa succederà negli anni a venire? Gli scenari variano dalle stime più ottimistiche, che si augurano di rimanere entro la soglia di 1.5 o 2 gradi, a quelle più catastrofiche, nelle quali si prevede un aumento di temperatura fino a 4.6 entro fine secolo. Il nuovo rapporto UNEP ci offre delle cattive e delle buone notizie a questo riguardo.

La “buona notizia” è che lo scenario più pessimistico sembra ora molto più improbabile: grazie alle politiche ambientali adottate negli ultimi dieci anni e al crollo di prezzi delle energie pulite, lo scenario di 4.6 gradi è diventato “considerevolmente meno probabile”. Al momento saremmo quindi sulla strada di 3.2 gradi entro fine secolo. Non vi sembra una buona notizia? Non lo è infatti, perché aumentare di altri due gradi la temperatura media globale porterebbe a conseguenze inimmaginabili. E se questa viene venduta come “buona notizia”, qual è la cattiva?

Il punto di non ritorno: il budget di carbonio e i confini planetari

Il nuovo rapporto UNEP mette in guardia su come sia praticamente impossibile rimanere entro la soglia di 1.5 gradi. Il limite di 1.5 era stato adottato dall’IPCC nel 2018, rivedendo al ribasso le stime di qualche anno prima perché considerate troppo ottimistiche. Da quel rapporto era nata la famosa frase: “Abbiamo 10 anni per salvare il pianeta”. Seguendo i calcoli del nuovo rapporto UNEP, gli anni si sarebbero ridotti a 8. Avremmo cioè solamente otto anni con un budget di emissioni pari a quelle attuali per raggiungere una temperatura media globale di 1.5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali. Che siano dieci o otto, il tempo a nostra disposizione è di fatto un battito di ciglio paragonato alla vita della Terra, iniziata più di tre miliardi di anni fa.

Esistono anche altri modelli per calcolare il punto di non ritorno. Fra quelli più utilizzati, ci sono certamente i “confini planetari” (planetary boundaries) di Johan Rockstrom. Il gruppo dello Stockholm Resilience Centre da lui guidato cercò di individuare i principali settori dell’equilibrio terrestre e di stabilire uno “spazio operativo sicuro” oltre il quale si avrebbero conseguenze catastrofiche. Al momento della sua elaborazione nel 2009, tre settori su nove risultavano già oltre la soglia: il cambiamento climatico (inteso nel senso stretto di effetto serra e aumento della temperatura), il ciclo dell’azoto e del fosforo e la perdita di biodiversità.

La perdita di biodiversità

Il modello dei confini planetari ci offre una visione innovativa rispetto al calcolo di budget di carbonio: infatti, questo modello sottolinea come l’effetto serra, e il conseguente aumento di temperatura, sia solo uno spicchio di un sistema molto più complesso. Per esempio, dallo schema dei confini planetari si evince che attualmente il problema più grave consiste nella perdita di biodiversità (recentemente rinominata “integrità della biosfera”). È quindi la perdita di biodiversità che ci porterà al “punto di non ritorno”?

Rockstrom stesso ha rigettato il concetto di “punto di non ritorno”, ammettendo che è praticamente impossibile stabilire come e quando il mondo cesserà di avere un equilibrio. Egli sostiene però che, con i livelli attuali di perdita di biodiversità, rischiamo di avvicinarci “ad un punto critico”: “la composizione degli alberi, delle piante, dei microbi nel suolo, del fitoplancton negli oceani, dei grandi predatori negli ecosistemi…tutto questo costituisce uno dei fattori fondamentali che contribuiscono a regolare lo stato del pianeta”.

A cosa serve parlare del punto di non ritorno?

Non mancano anche in questo caso le critiche. Il ricercatore José Montoya sostiene per esempio che il modello dei confini planetari stia facendo più male che bene al fine di salvare il pianeta. Nella sua opinione, indicare dei livelli di irreversibilità dà l’impressione che ancora sia concesso emettere e danneggiare il sistema Terra, fintanto che non superiamo il limite. Quindi, il modello dei confini planetari promuoverebbe un atteggiamento “business-as-usual”, distraendoci dall’attuare azioni che sono urgentemente necessarie.

Il dibattito rimane aperto. Così come gli scenari sul futuro prossimo verranno nuovamente rivisitati e aggiornati. Resta un quesito che va oltre le dispute accademiche e che riguarda tutti noi: parlare del punto di non ritorno ci aiuta a passare all’azione? Infatti, se continuiamo a parlare del tempo che abbiamo a disposizione, rischiamo di finire sul serio il tempo che abbiamo a disposizione. Il modo in cui discutiamo della crisi climatica è cruciale: il messaggio chiave che dovrebbe passare non è tanto quando e come il mondo finirà, bensì quando e come iniziamo ad agire.

Leggi il nostro articolo: “La crisi climatica è la nostra guerra. L’unica per cui dobbiamo mobilitarci”

Ciò che serve è passare all’azione

Il presente che abbiamo davanti agli occhi è già una prova inconfutabile che l’equilibrio terrestre si sta deteriorando. Fare ipotesi sul futuro è compito degli scienziati. La politica e l’opinione pubblica dovrebbero consultare questi scenari solo al fine di passare immediatamente all’azione nel presente. Altrimenti finiremo come nella famosa immagine di Cordal: con l’acqua fino al collo, a dibattere di ipotesi che sono già realtà, senza avere più tempo per agire.

Credit: Cordal, “Follow the leaders,” Berlin, Germany, April 2011

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La crisi climatica è la nostra guerra. L’unica per cui dobbiamo mobilitarci

Il clima belligerante di questi giorni ci ricorda una cosa fondamentale: in tempi di guerra, gli stati sono in grado di mobilitare delle risorse che prima non c’erano. Risorse monetarie, temporali, emotive. Quando si alza la tensione e scoppia un conflitto, i governi tirano fuori miracolosamente i soldi, riescono a mobilitare la popolazione e a convertire l’intero sistema statale in un arco di tempo molto breve. La storia ce l’ha dimostrato con le due guerre mondiali del Novecento e durante la Guerra Fredda. Come mai, allora, nessuno sta considerando la crisi climatica come una guerra mondiale che necessita di una celere mobilitazione su larga scala?

Otto anni per salvare il pianeta: troppi o troppo poco?

Abbiamo otto anni per salvare il pianeta. Sembrano pochi, per altri sono troppi. Il dibattito sul cambiamento climatico viene polarizzato da queste voci contrastanti: da una parte ci sono i rassegnati, quelli che dicono che non c’è più tempo. Dicono che, se anche cambiassimo tutto e smettessimo di emettere oggi stesso, sarebbe già troppo tardi. Il loro pessimismo si basa sul fatto che, effettivamente, la catastrofe è già davanti ai nostri occhi. Dalle fiamme dell’Amazzonia all’acqua alle caviglie di Venezia, dall’Australia in fiamme all’Indonesia inondata. Il mondo sembra ormai ribellarsi e dimostrare che non c’è più spazio di manovra.

Ricordiamo per esempio, che la maggior parte del calore sprigionato negli ultimi 150 anni è stato intrappolato dagli oceani, che fungono da enorme serbatoio a lento rilascio. Ce lo ricorda anche l’ONU nell’obbiettivo 14 dell’Agenda 2030: “gli oceani assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica prodotta dagli umani, mitigando così l’impatto del riscaldamento globale sulla Terra”. Usando la parola “mitigazione”, sembra quasi un effetto positivo. Bisogna però tener conto che un aumento della temperatura oceanica provoca conseguenze irreparabili anche sulla terra ferma, perché aumenta l’umidità e quindi l’intensità e la frequenza degli uragani.

Leggi il nostro articolo: “Gli oceani sono ammalati”

Zero emissioni entro il 2030: una guerra già persa in partenza?

Dall’altra parte del dibattito sul cambiamento climatico ci sono i conservatori dello status quo; coloro cioè, che ritengono sia impossibile modificare l’intero sistema mondiale nel giro di un decennio. Queste le motivazioni principali addotte: l’industria fossile sfama migliaia di famiglie, sarebbe contro la crescita economica, solo i pazzi della “decrescita felice” sono in grado di immaginarsi un mondo a zero emissioni nel 2030. E difatti tutti i piani di transizione verde fin’ora elaborati fissano i loro obiettivi ad un minimo di venti anni; ad esempio, il piano appena varato dalla Commissione Europea prevede la “neutralità climatica dell’UE entro il 2050”. Solo il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez ambisce a una società zero-emissioni entro il 2030. La giovane deputata americana si pone così fuori dai due spettri, per lei non è né troppo tardi né troppo presto: bisogna agire ora.

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I paragoni con le guerre precedenti

La potenza del messaggio di Alexandria Ocasio-Cortez sta nella dimostrazione che in passato è stato fatto. La mobilitazione della Grande Guerra, così come il New Deal di Roosevelt, la conversione bellica della Seconda Guerra Mondiale e il Piano Marshall, ci offrono esempi tangibili della possibilità di cambiare tutto e in fretta. Durante la Seconda Guerra Mondiale, tutte le industrie vennero rapidamente convertite e il personale si adattò al cambiamento, passando dalla produzione di saponi a quella di armi, dalla produzione di vestaglie da notte a quella di divise militari. I modelli di consumo vennero totalmente reindirizzati perché servivano combustili e cibo per le truppe schierate.

Nel frattempo, tramite l’utilizzo di radio e televisioni, i personaggi famosi e la Walt Disney ripetevano giorno e notte degli slogan per sostenere lo sforzo bellico. Come scrive Foer nel suo ultimo libro (recensito di recente sul nostro blog), durante la seconda guerra mondiale ogni singolo americano contribuì alla vittoria grazie a dei piccoli gesti: fu chiesto loro, per esempio, di spegnere le luci dopo le 19 di sera, così da risparmiare energia e indirizzarla ai bisogni della guerra. Sempre per risparmiare, un altro messaggio diffuso dai media spronava gli americani a viaggiare in gruppo, anticipando quello che oggi viene chiamato “car-pooling”: “se viaggi da solo, viaggi con Hitler!”, recitava lo slogan.

Una mobilitazione di massa

Naomi Klein riporta i seguenti dati: “tra il 1938 e il 1944 l’utilizzo dei trasporti pubblici salì dell’87 per cento negli Stati Uniti e del 95 per cento in Canada. Nel 1943 negli Stati Uniti venti milioni di famiglie, tre quinti della popolazione, avevano in giardino un ‘orto della vittoria’ in cui crescere ortaggi freschi, che ammontarono al 42 per cento del totale consumato quell’anno”.

Allo stesso tempo, la giornalista canadese ci mette in guardia dal pericolo di fare comparazioni con il passato: “Le mobilitazioni in tempo di guerra e gli enormi sforzi postbellici per la ricostruzione furono sicuramente ambiziosi, ma furono anche trasformazioni fortemente centralizzate, imposte dall’alto. Se deleghiamo in questo modo ai governi centrali la lotta alla crisi climatica, possiamo solo aspettarci misure fortemente inficiate dalla corruzione, che concentrerebbero ancora di più il potere e la ricchezza nelle mani di pochi grandi protagonisti, per non parlare delle aggressioni sistematiche ai diritti umani”.

Leggi il nostro articolo: “Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima”

Le giovani generazioni ci stanno guardando

Quindi, le guerre del passato non sono certamente da prendere da esempio. Non abbiamo bisogno di una guerra ed è bene ribadirlo, in questi giorni belligeranti. La guerra ci serve come metro di paragone per rispondere a tutti coloro che dicono che è troppo presto, o troppo tardi. La crisi climatica “è la nostra guerra, la nostra Seconda Guerra Mondiale”, dice la Ocasio-Cortez. “Le giovani generazioni ci stanno guardando e urlano a gran voce: il mondo finirà in 20 anni e la vostra più grande questione è dove troveremo i soldi?”.

L’unica guerra che ha il diritto di esistere

Come detto pochi giorni fa, se si compisse la transizione verde di cui stiamo parlando, molti dei conflitti oggi presenti sulla Terra non avrebbero più ragione di esistere. Perciò vogliamo sottolineare ancora una volta che le uniche truppe che hanno diritto di marciare sono quelle che scendono in piazza il venerdì: se solo prendessimo sul serio i loro slogan, se le televisioni e i social fossero invasi ogni minuto in ogni nazione, con la stessa capillarità usata durante la Seconda Guerra Mondiale, forse le persone farebbero lo sforzo di consumare meno, usare i trasporti pubblici, avere un orto dentro il giardino. Si convincerebbero che l’unica guerra da combattere è quella contro la crisi climatica. Smetterebbero di parlare di terza guerra mondiale perchè sarebbero finalmente consapevoli che nessuna altra guerra sarebbe possibile senza un pianeta su cui combattere.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

L’Australia brucia ma il mondo pensa ad altro

l'Australia brucia

L’Australia brucia e il fuoco non accenna a fermarsi. La situazione è talmente allarmante che è stata definita “una bomba atomica”. Nonostante i tentativi di chi prova a isolare gli incendi australiani come se fossero un fenomeno eccezionale, è ormai certo che la causa principale sia il cambiamento climatico. Tutto questo accade mentre in Occidente si discute di un’ipotetica terza guerra mondiale; non di bombe metaforiche, ma di veri e propri arsenali: “nuove e bellissime attrezzature” pronte ad essere usate “senza esitazione”, ha twittato ieri Trump. Questa concomitanza di eventi ci dimostra che nel 2020 non abbiamo ancora imparato niente, ci mette di fronte alla vulnerabilità dell’uomo e ci ricorda tristemente che siamo una società dipendente dalle fonti non rinnovabili.

L’Australia brucia per il cambiamento climatico?

Le stime degli incendi in Australia sono per ora approssimative, ma le maggiori testate riportano dati allarmanti. “Brucia un’area grande come il Belgio”, recitava il Corriere Della Sera ancora prima di Natale. E ancora, per Il Post si tratterebbe di “un’area grande come Piemonte e Lombardia insieme”. Trasformando questi paragoni in numeri, l’area interessata dagli incendi corrisponde a 50mila chilometri quadrati. 500 milioni di animali sono rimasti uccisi, 24 il numero delle vittime per ora accertate; numerosissimi i dispersi e migliaia le famiglie sfollate perché le loro case sono state spazzate via dalle fiamme. Uno dei video più impressionanti ritrae gli scaffali dei supermercati completamente vuoti, dato che anche i beni primari stanno iniziando a scarseggiare.

Il fenomeno degli incendi in Australia non è nuovo, l’Australia brucia ogni anno, ma mai con questa intensità. Infatti, la stagione della siccità, e quindi del rischio incendi, inizia abitualmente ad ottobre, ovvero a fine primavera nell’emisfero australe. Nel 2019 i roghi sono invece apparsi già a luglio, a causa di una siccità estrema che persiste da ben tre anni. Le temperature hanno raggiunto picchi mai registrati in precedenza: 48,9 gradi a Sidney e 44 a Camberra. Esattamente come per l’Amazzonia ad agosto, le immagini rosse di fuoco stanno facendo il giro del web e l’hashtag #PrayforAustralia è fra i primi su Twitter.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia”

Gli incendi e il negazionismo climatico

Non mancano però i negazionisti, quelli che provano ad isolare il fenomeno dicendo che il cambiamento climatico non ha nulla a che fare con questi roghi. E potremmo finirla qua, dato che i negazionisti rappresentano solo l’1% della popolazione mondiale. Purtroppo però in quell’1% risulta anche il primo ministro australiano Scott Morrison, il quale ha aspettato settimane e mesi prima di dichiarare lo stato di emergenza e mobilitare l’esercito. Da sempre difensore dell’industria del carbone (che in Australia alimenta quasi due terzi dell’elettricità e rappresenta il secondo prodotto esportato), Morrison tre anni fa aveva addirittura portato un pezzo di carbone in Parlamento: “non abbiate paura” disse in modo provocatorio verso gli australiani progressisti che da tempo si battono per una transizione energetica verso fonti rinnovabili.

A novembre 2019 il primo ministro australiano ha inoltre dichiarato che non esiste evidenza scientifica che leghi le emissioni del carbone con l’aumento degli incendi in Australia. Le critiche hanno raggiunto l’apice quando, in piena crisi di incendi, Morrison ha lasciato il paese per festeggiare il Natale con la famiglia alle Hawaii. Numerosi connazionali hanno espresso il proprio disappunto, anche tramite forme artistiche come quella qui riportata.

L’Australia brucia ma i leader mondiali guardano altrove

Noi occidentali non possiamo permetterci di deriderlo, perché più o meno implicitamente i politici che abbiamo in casa stanno facendo lo stesso gioco. Difatti altri due hashtag molto popolari su Twitter in queste ore sono #WWIII (World War III) e #IranUsa. L’uccisione del generale iraniano Soleimani per mano dell’esercito americano ha inaugurato l’anno con un clima di alta tensione che molti paragonano agli esordi dei due conflitti mondiali del ventesimo secolo. Queste due escalation di eventi, gli inarrestabili incendi in Australia e il fumo dei raid aerei in Medio Oriente, sono così distanti sulla carta geografica ma così vicini concettualmente se si guarda all’azione politica che sta dietro a queste scellerate decisioni. Il carbone nelle mani del premier australiano e la guerra per il petrolio ci riconducono alla stessa amara verità: siamo una società fondata sulle energie non rinnovabili.

Il Medio Oriente rappresenta il cardine di una civiltà mondiale che da 150 anni basa il proprio modello di sviluppo sull’estrazione di petrolio. Un terzo della produzione mondiale di petrolio al mondo proviene da quella zona; anche gli Stati Uniti, sebbene ora risultino primi produttori di greggio al mondo grazie alle politiche favorevoli di Trump, sono dipendenti dalle importazioni del Golfo Persico (nel 2018, hanno importato 1,4 milioni di barili al giorno). Per quanto riguarda l’Italia, nel 2019 ha importato il 29% del petrolio da Iraq e Arabia Saudita. Il nostro paese ha forti interessi anche nella sponda meridionale del Mediterraneo: le nuove instabilità in Libia hanno infatti creato un forte dibattito fra i leader italiani.

Leggi il nostro articolo: “Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento”

Il cambiamento climatico richiede una transizione rapida e coraggiosa

Il cambiamento climatico è il prodotto di queste interazioni, della corsa all’oro nero, unito a gas e carbone, che nessuno ha il coraggio di fermare. Una parte della Terra brucia per le troppe emissioni e il resto del pianeta continua a farsi guerra per accaparrarsi nuove materie prime che rendano questo mondo ancora più invivibile. Non basta pregare sui social se continuiamo a scegliere di essere rappresentati da politici che fissano le proprie strategie nel breve termine e dentro i propri confini, per poi andare a derubare chi sta di là dal muro.

Non possiamo più permetterci di avere leader che si vantano di spendere trillioni nella difesa nazionale e che allo stesso tempo presiedono il paese con il più alto tasso di emissioni storiche e pro-capite al mondo. Già a settembre un articolo del Guardian intitolava così le tensioni in Medio Oriente: “Se il mondo corresse dietro al sole, non dovrebbe combattere per il petrolio”. Quei trillioni potrebbero essere indirizzati verso la transizione verde che tutti noi stiamo aspettando, mettendo finalmente fine alla dipendenza dalle fonti non rinnovabili.

“Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”. È appena iniziato il nuovo decennio, l’ultimo in cui sarà possibile fermare l’orologio del cambiamento climatico prima della completa catastrofe, dicono gli scienziati. L’Australia ci sta dando l’ennesima prova che non possiamo più continuare come abbiamo sempre fatto. Gli unici eserciti che hanno ancora ragione di esistere nel 2020 sono quelli che provano a fermare il cambiamento climatico.

https://twitter.com/blkahn/status/1213870775754616833

Leggi il nostro articolo: “Perchè anche la COP25 è fallita”

Greta Thunberg domani in piazza a Torino

L’ha annunciato ieri sui suoi canali social: Greta Thunberg domani sarà in piazza a Torino. “Non vedo l’ora di prendere parte allo sciopero per il clima questo venerdì a Torino in Italia, nel mio viaggio per tornare a casa! Ci vediamo in Piazza Castello (Torino) alle 15!”. Sono parole che hanno riempito di entusiasmo tutti gli attivisti di Fridays For Future Italia, che negli ultimi mesi hanno seguito le orme della giovane svedese ogni venerdì nelle principali piazze italiane.

Greta, una ragazza come le altre

I ragazzi degli scioperi per il clima hanno avuto pochissimo preavviso, ma come loro stessi ricordano nei canali social della pagina, Greta va considerata una semplice ragazza come tutti gli altri: “ci teniamo a sottolineare che si tratterà di un presidio normale, e che Greta è prima di un simbolo e una figura famosa, una persona”. Una ragazza che sciopera assieme ai suoi coetanei italiani, tutto qui.

Del resto, anche Greta ripete spesso che lo scopo della sua battaglia non è tanto vincere premi e finire sulle copertine dei giornali, bensì fare in modo che la scienza venga ascoltata. Quella scienza che da anni pubblica report sempre più allarmanti e con tempi sempre più ristretti. Infatti, anche nel suo recente discorso alla COP25, Greta Thunberg ha ribadito che niente di significativo è stato ancora fatto: “Stiamo scioperando da un anno ma non è successo ancora nulla. Si sta ignorando la crisi climatica e finora non c’è una soluzione sostenibile”.

Leggi il nostro articolo: Al via la COP25. Guterres: “La scelta è tra speranza e capitolazione”

Il discorso di Greta alla COP25

Ecco un estratto della sua relazione ai leader mondiali: “Vi sto dicendo che ho visto la speranza. Ma non viene né dai governi né dalle grandi aziende. Viene dalle persone, quelle persone che erano ignoranti e che ora si stanno svegliando. E una volta che diventiamo consapevoli, cambiamo. Le persone possono cambiare. Le persone sono pronte al cambiamento. E questa è la speranza perché abbiamo la democrazia. La democrazia sta avendo luogo ogni giorno, non solo nel giorno delle elezioni, ma ogni secondo e ogni ora. È l’opinione pubblica che governa il mondo libero. Infatti, ogni grande cambiamento della storia è venuto dalla mobilitazione delle persone. Non dobbiamo aspettare. Possiamo iniziare il cambiamento proprio ora. Noi, le persone comuni”.

Una settimana ricca di colpi di scena

Greta arriva in Italia in una settimana ricca di novità per quanto riguarda le politiche ambientali. Il parlamento italiano ha finalmente approvato lo stato di emergenza climatica alla Camera. La mozione chiede al governo di impegnarsi a fare lo stesso e ad intraprendere un coraggioso percorso di decarbonizzazione, efficienza energetica e sostenibilità. Nella stessa giornata, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha presentato il Green Deal europeo. La neo commissaria ha definito la questione ambientale una priorità assoluta e ha promesso che la sostenibilità sarà la Stella Polare di questo quinquennio.

In un articolo del Guardian scritto da lei stessa per presentare il Green Deal europeo, la von der Leyen ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è diventare il primo continente ad impatto zero dal punto di vista ambientale, mettendo freno al riscaldamento globale e mitigando i suoi effetti. Questo è un compito per la nostra generazione e la seguente, ma il cambiamento deve iniziare proprio ora – e sappiamo di potercela fare. Questa nuova strategia di crescita permette ad ogni cittadino di fare la propria parte”.

Leggi il nostro articolo: “L’Unione Europea ha dichiarato lo stato di Emergenza Climatica”

Merito di Greta e degli scioperi per il clima?

La dichiarazione di Emergenza Climatica, il Green Deal europeo…sarebbero comunque avvenuti senza la mobilitazione di Greta e dei ragazzi di Fridays For Future? Forse sì, non possiamo saperlo. Ma dobbiamo riconoscere che solo un anno fa, l’ambiente era un tema per pochi fanatici. Ed ora è sulla bocca di tutti. I ragazzi del venerdì, pronti ad accogliere Greta a Torino, si prendono così la loro rivincita su chi li ha accusati di perdere tempo: “A chi dice che protestare è inutile: ebbene, nove mesi fa tutto questo non sarebbe stato pensabile. Questo risultato ha richiesto grande impegno e fatica da parte di tutti e tutte, e ancora siamo lontani dall’essere soddisfatti. Ma finalmente abbiamo la prova – non solo l’impressione – che i nostri scioperi stiano davvero cambiando le cose”. Per chi può, per chi vuole, ci vediamo domani in Piazza Castello a Torino. Come recita uno degli slogan gridati nelle piazze: “Con Greta, per il pianeta!”.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

“Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi”. Il caso letterario dell’anno

comunicare la sostenibilirà

Il nuovo libro di Foer “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi” è un libro che tutti noi dovremmo leggere. Chiaro, esaustivo, ma soprattutto emozionante. Questo libro si differenzia da tutti gli altri libri che parlano di clima perché parla direttamente alle nostre coscienze: ci domanda perché non stiamo facendo sostanzialmente niente per una crisi che conosciamo, che è ormai su tutti i giornali, una crisi che parte da noi e a noi ritorna. Privo di giudizi, Jonathan Safran Foer ha riempito il testo di aneddoti personali per raccontarci come sia difficile anche per lui, convinto ambientalista da anni, fare veramente qualcosa per salvare il pianeta. E ci indica qual è l’unica soluzione immediata che tutti noi potremmo compiere sin da oggi: cambiare le nostre abitudini alimentari.

Perchè il clima siamo noi: le nostre abitudini alimentari

Dopo il successo di Ogni cosa è illuminata, diventato addirittura un film, Foer aveva già in precedenza scritto di alimentazione nel best-seller Se niente importa. In un’intervista di settembre 2019 per commentare il nuovo libro, Foer difende così la sua scelta di ritornare su questa tematica: “in realtà, non era mia intenzione scrivere dell’alimentazione, il mio obiettivo era il cambiamento climatico. Ma ho presto scoperto che sono la stessa cosa”. Infatti, l’autore ci ricorda che il sistema agroalimentare ha un enorme peso sulla crisi climatica in atto. In questo senso, il nostro modo di mangiare rappresenta una delle principali cause del cambiamento climatico, ma potrebbe diventare una delle principali soluzioni per combatterlo e salvare il pianeta.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

È un libro che parla quindi di noi, delle nostre abitudini alimentari, ma lo fa partendo dal riconoscere quanto sia difficile affrontare il cambiamento climatico in prima persona: “rispetto alla crisi del pianeta, ci sentiamo quasi tutti persi tra le cause e gli effetti, confusi dalle statistiche che cambiano di continuo, frustrati dalla retorica. Ci sentiamo impotenti, eppure inspiegabilmente calmi. Come ci si può aspettare che noi, persone comuni, facciamo effettivamente qualcosa per una crisi di cui siamo a conoscenza ma senza crederci, di cui abbiamo una comprensione confusa (nella migliore delle ipotesi), e che non abbiamo evidentemente i mezzi per combattere?

Perchè il clima siamo noi: la nostra incapacità di fare qualcosa

Foer arriva dunque al nocciolo del problema: questa crisi è davanti ai nostri occhi, la conosciamo o stiamo imparando a conoscerla, ci riguarda e ci interessa. Cosa facciamo, però, oltre a continuare a dire che dobbiamo fare qualcosa? L’autore usa un tono personale e incalzante, facendo suonare le parole del libro come una narrazione, un flusso di coscienza, senza mai dimenticare di citare le fonti ufficiali ed essere quindi scientificamente credibile. Ci dice, ad esempio, che il peso dell’allevamento sulla crisi climatica è oggetto di forte dibattito. Il rapporto della FAO stima le emissioni legate al bestiame attorno al 14.5% delle emissioni totali, principalmente in termini di deforestazione e cambio del suolo. Secondo il WorldWatch Institute invece, l’allevamento costituisce da solo il 51% delle emissioni totali.

Leggi il nostro articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Il peso della carne sulla crisi climatica

Il libro presenta dettagliatamente il dibattito fra le varie fonti, resta al lettore decidere a quale percentuale credere. Anche solo affidandosi ai dati ottimistici della FAO ci si rende conto del peso incredibile delle nostre scelte in materia di cibo. È un testo che ci spinge a cambiare i toni e i contenuti del dibattito sulla crisi climatica, ormai sempre più all’’ordine del giorno: “più di ottocento milioni di persone al mondo sono denutrite e seicentocinquanta milioni sono obese. Più di centocinquanta milioni di bambini sotto i cinque anni sono rachitici per la malnutrizione. Ecco un’altra cifra su cui vale la pena di riflettere. (…)

La terra che potrebbe nutrire le popolazioni affamate viene invece riservata al bestiame che nutrirà popolazioni ipernutrite. Quando pensiamo allo spreco di cibo, dobbiamo smettere di immaginare pasti mangiati a metà e invece concentrarci sullo spreco creato per mettere il cibo nel piatto. Possono volerci fino a ventisei calorie di mangime perché un animale produca una sola caloria di carne”.

Il clima siamo noi, come società e come individui

Nel libro non manca una critica velata ai colleghi ambientalisti che come lui si battono da anni per informare le persone sul cambiamento climatico. Foer cita esplicitamente Al Gore: a detta dell’autore, nei film Una scomoda Verità e nel suo sequel, Al Gore dimentica totalmente di affrontare il problema degli allevamenti e della nostra alimentazione. Anche altri attivisti, ad esempio Naomi Klein, vengono tirati in ballo in maniera implicita. Infatti, come evidenziato da un nostro recente articolo, la famosa scrittrice canadese fa risalire la crisi climatica all’ideologia capitalista e neoliberale degli ultimi decenni.

Leggi il nostro articolo: “Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima”

Foer non esclude queste cause, ma sottolinea come sia deleterio attribuire l’intera responsabilità ai grandi sistemi, così che i singoli individui possono continuare indisturbati con i loro stili di vita: “sarà anche un mito neoliberista attribuire alle decisioni individuali un potere supremo, ma non attribuire alle decisioni individuali alcun potere è un mito disfattista. Tanto le azioni macro quanto quelle micro hanno un potere, e quando si tratta di contrastare la distruzione del pianeta è immorale liquidare l’una o l’altra e proclamare che siccome non si può ottenere il massimo non si deve tentare di arrivare al minimo”.

Il potere in mano ai consumatori

In conclusione, è un libro che ci spinge ad usare uno dei poteri più forti di cui siamo in possesso, il potere dei consumatori:a meno di comprare il cibo e mangiarlo di nascosto, non mangiamo da soli. Le nostre scelte alimentari sono contagi sociali, influenzano sempre le persone che ci circondano: i supermercati tracciano ogni prodotto venduto, i ristoranti adeguano i loro menu alla domanda, i servizi della ristorazione guardano cosa viene buttato e noi ordiniamo “quello che ha preso lei”. Mangiamo come famiglie, comunità, nazioni e sempre più come pianeta. Le scelte di consumo individuali possono attivare una “complesso dinamica ricorsiva” – un’azione collettiva – che si rivela produttiva, non paralizzante”.

Il clima siamo noi nelle scelte di ogni giorno

Le parole di Jonathan Safran Foer svolgono un duplice compito: consolarci e spingerci all’azione. Consolarci perché le sue riflessioni non calano dall’alto, non ci dicono quanto è bravo a risolvere la crisi mentre noi non facciamo niente. L’autore è umano quanto noi, impotente come noi. Ma ci spinge anche all’azione, ci aiuta a districarci fra le varie nozioni sul cambiamento climatico e ci ricorda che la scelta più concreta che possiamo compiere la compiamo tutti i giorni a colazione, pranzo e cena:tutti entro poche ore mangeremo e potremo contribuire immediatamente a invertire il cambiamento climatico”.

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