Finalmente in Italia si parla di tutela dell’ambiente e degli animali tra i principi fondamentali della Costituzione

Inserire la tutela dell’ambiente e degli animali tra i principi fondamentali della Repubblica. Questo è l’obiettivo della proposta di riforma costituzionale approvato il 19 maggio scorso in commissione Affari costituzionali del Senato. Il percorso, però, sembra essere ancora lungo.

tutela ambiente animali

La proposta

Un messaggio chiaro è arrivato verso fine aprile. Il 91% degli italiani era d’accordo con l’inserimento nella Costituzione della tutela dell’ambiente, degli ecosistemi, della biodiversità e degli animali. È quanto è emerso da un’indagine demoscopica di Ipsos per conto della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente. Così, il 19 maggio la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato una proposta di modifica presentata dal Movimento 5 stelle. Le modifiche costituzionali sono due:

  • Il secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione prescrive che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ad esso la proposta aggiunge un nuovo comma: “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme della tutela degli animali”.
  • L’articolo 41, che stabilisce come l’iniziativa economica non possa “svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, verrà modificato aggiungendo la dicitura “alla salute, all’ambiente” alla fine della frase precedente. Infine al terzo comma dello stesso articolo, dov’è stabilito che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” viene aggiunto “e ambientali”.

Larga maggioranza

La senatrice di Liberi e Uguali Loredana De Petris, prima firmataria del Ddl insieme a Gianluca Perilli del M5S, ha annunciato: “Chiederemo l’immediata calendarizzazione in Aula, perché l’iter di modifica costituzionale è lungo e complesso. È un risultato storico, che introduce la protezione dell’ambiente e degli animali tra i principi fondamentali del nostro ordinamento. Sino ad oggi era stata principalmente la Corte Costituzionale, attraverso un’interpretazione estensiva di alcuni articoli: per i nostri padri costituenti era impossibile prevedere la centralità che la questione ambientale avrebbe assunto negli ultimi decenni”.

“I numerosi i tentativi delle precedenti legislature sono tutti naufragati -continua la senatrice De Petris-. Nonostante molti ordinamenti europei abbiano da tempo concluso processi di revisione in tal senso. È del tutto evidente come tale adeguamento non sia più rinviabile”.

Leggi anche: Ambiente nella Costituzione: Macron propone referendum

La riforma costituzionale era uno dei paletti posti dal M5S e dallo stesso Beppe Grillo per il sostegno al governo Draghi.

“Si tratta di un passo decisivo per allineare la nostra Carta costituzionale a quella di quasi tutti gli Stati europei”, hanno affermato i senatori M5S in commissione. “Soprattutto si tratta di un tassello fondamentale nel grande puzzle che compone la transizione ecologica e solidale”, aggiungono, auspicando che presto arrivi la calendarizzazione del provvedimento in Aula.

Consensi arrivano anche dalle altre forze politiche. Simona Malpezzi, presidente dei senatori del Partito Democratico, spiega che il risultato raggiunto è importante soprattutto “per le future generazioni”. Anche il segretario Enrico Letta parla di “grande risultato” e spera che l’iter per l’approvazione definitiva prosegua “più rapidamente possibile”. Dichiarazioni positive sono arrivate anche da Lega, Forza Italia e Liberi e Uguali.

Non è tutto oro quel che luccica

Non sono però mancate alcune critiche. Il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri ha dichiarato: “È un grande passo in avanti per l’importanza del nostro enorme capitale naturale. Il biologo che è in me però non comprende una cosa. La modifica dell’articolo 9 sancisce che la legge dello stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali. E le piante, componente indispensabile della biodiversità? Dei funghi? Del suolo e delle rocce, componenti fondamentali e basilari degli ecosistemi? Io, tra tutte le cose che ho fatto e che sono, mi ritengo fondamentalmente uno zoologo e potrei essere felice che in Costituzione ci sia un posto speciale per gli animali, ma mi sembra che il secondo comma sminuisca un po’ l’enorme valore complessivo del primo”.

Inoltre, uno dei contenuti della tutela ambientale è il diritto dei cittadini ad un ambiente salubre e pulito. Nonostante la protezione giuridica, in alcuni casi, la tutela dei livelli occupazionali ha compresso -più precisamente, «ragionevolmente bilanciato»- tale diritto. Come è avvenuto in una discussa sentenza della Corte costituzionale sull’Ilva di Taranto.

Va detto poi che la proposta non tiene conto della necessità di prevedere uno specifico «dovere costituzionale» di agire nel senso della tutela ambientale. E non è presente nemmeno un richiamo, magari nello stesso articolo 41, allo «sviluppo sostenibile».

Mascherina chirurgica, la nuova compagna di banco

MAscherina-chirurgica-scuola
https://anchor.fm/lecopost/episodes/Mascherina-chirurgica-in-classe–Dove-metteremo-le-44-tonnellate-di-rifiuti-generate-ogni-giorno-ej88ku

La data segnata in rosso sul calendario è quella del 14 settembre. Dopo mesi di interruzione delle lezioni in presenza, decisione dovuta alle misure per contenere la pandemia in primavera, si potrà finalmente tornare a fare scuola nelle aule. Vige ancora un pò di confusione sulle condizioni nelle quali si potrà riprendere l’insegnamento; il protocollo diventa più trasparente via via che ci avviciniamo alla data x. Quel che già sappiamo, ad ogni modo, è cosa non mancherà sicuramente, quest’anno, nello zaino dei nostri ragazzi: la mascherina chirurgica usa e getta.

La mascherina chirurgica in classe

Fino a qualche giorno fa, sembrava non ci sarebbe stato alcun obbligo di indossare la mascherina a scuola. Il distanziamento sociale tra i banchi e l’abolizione, piuttosto triste, dei compagni di banco apparivano sufficienti. Poi l’impennata dei casi – siamo tornati ad avere un numero quotidiano di positivi ampiamente superiore alla soglia psicologica di 1000 nuovi contagiati da COVID – e il dietrofront: mascherine anche in aula.

Il comitato tecnico incaricato dal Ministero dell’Istruzione di stilare un protocollo per la ripresa delle lezioni in sicurezza è stato chiaro. Le mascherine chirurgiche andranno indossate alle scuole primarie di primo grado – le elementari – solo in caso di spostamenti. Nelle primarie di secondo grado e nelle secondarie – medie e superiori – invece, l’obbligo di indossare la propria mascherina chirurgica resta anche al banco. Ovviamente, questa normativa è suscettibile di modifica ma, per il momento, questo è quanto.

Chi fornirà queste protezioni individuali? Ogni istituto dovrà fornire ai propri iscritti e docenti, così come a tutto il personale, una mascherina chirurgica giornaliera. Il piano del Commissario Speciale per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, è quello di raggiungere una fornitura quotidiana di 11 milioni di mascherine chirurgiche usa e getta destinate alle scuole. I dispositivi di protezione avranno taglie e misure differenti a seconda delle età di coloro i quali ne faranno uso. Ogni istituto dovrà organizzare la distribuzione mattutina della mascherina chirurgica facendo in modo di evitare assembramenti. Che cosa significano, in termini ambientali, 11 milioni di protezioni monouso al giorno?

Leggi anche: “La mascherina e il suo impatto sull’ambiente”

Una pessima decisione

In soldoni, fornire ogni giorno 11 milioni di mascherine chirurgiche significa produrre, quotidianamente, 44 milioni di tonnellate di rifiuti da smaltire tramite incenerimento. Non vi è infatti altro modo di disporre di rifiuti sanitari potenzialmente infetti.

https://www.youtube.com/watch?v=qokM_QHMFQI
Nel servizio di Quotidiano.Net, la decisione di fornire alle scuole 11 milioni di mascherine chirurgiche

Se questi numeri ci fanno tutt’altro che piacere, dato che già conviviamo abitualmente con mascherine chirurgiche gettate a terra o nei mari, ancora meno ce ne farà sapere che alunni e insegnanti dovranno utilizzare rigorosamente una mascherina chirurgica usa e getta. Quella di stoffa sarà consentita solo laddove la scuola non sarà in grado di fornirla. La decisione appare pessima, presa senza alcun briciolo di considerazione per l’ambiente. Anche dal punto di vista educativo sarebbe stato preferibile evitare di appesantire in questa maniera la rete impiantistica di smaltimento e trattamento dei rifiuti, insegnando magari ai ragazzi che l’ambiente va tutelato evitando, per quanto possibile, l’immissione in esso di nuova plastica.

Per quale motivo questa distinzione? Che cosa cambia effettivamente nell’utilizzo di una mascherina di stoffa rispetto a quello di una chirurgica in materiale plastico monouso?

Mascherina chirurgica e mascherina riutilizzabile

Ritorna utile, a questo punto, approfondire rapidamente per quale motivo si preferiscano dispositivi di protezione usa e getta rispetto a quelli riutilizzabili. La questione principale è la certificazione.

La mascherina chirurgica di uso medico, da utilizzare in ambiente prettamente sanitario, è certificata in base alla sua capacità di filtraggio. Essa risponde a tutte le caratteristiche richieste dalla norma UNI EN ISO 14683 – 2019 che ne sancisce la sua capacità di impedire trasmissioni di germi, batteri e virus. Diversamente, la mascherina riutilizzabile è poco più della sciarpa che adoperiamo, in pieno inverno, per mantenere caldi collo e naso.

Il decreto legge del 17 marzo scorso, emesso in piena crisi sanitaria, stabilisce, all’articolo 16 comma 2, come la mascherina di comunità (riutilizzabile) non sia soggetta ad alcuna particolare certificazione. Inoltre, non si può considerare dispositivo medico e neppure di protezione individuale DPI. Essa è semplicemente una misura igienica utile a impedire la diffusione del virus. Alla luce di ciò, dobbiamo rassegnarci a non poter fare a meno di dover buttare una mascherina al giorno? Non esiste davvero un’altra soluzione?

In realtà no, esistono – seppur siano poche note – aziende d’eccellenza che producono mascherine riutilizzabili e certificate. Le prestazioni di questi dispositivi sono integralmente assimilabili a quelle di una mascherina chirurgica, come traspirabilità, pulizia dai microbi ed efficienza nella filtrazione batterica. Alcuni test dell’Istituto Superiore di Sanità hanno certificato che la protezione resta inalterata fino al ventesimo lavaggio.

Una protezione che non minacci l’ambiente

Il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti, è voluto intervenire sul tema e ha affermato: “Auspichiamo che venga predisposta una fornitura adeguata di dispositivi riutilizzabili certificati. Equiparabili alla mascherina chirurgica monouso. Per ridurre il quantitativo di usa e getta che circola nel Paese, garantendo comunque la tutela della salute e invogliando e sollecitando gli studenti a utilizzare protezioni lavabili. La riapertura delle scuole è il più grande cantiere civico che il nostro Paese si trovi ad affrontare. La prevenzione la faranno gli strumenti ma anche la consapevolezza e i giusti comportamenti da assumere per garantire la protezione dal virus.”

Zampetti ha colpito nel segno. Non dimentichiamo infatti che la mascherina chirurgica, così come i guanti monouso, è un prodotto figlio della lavorazione di materiali plastici. Dopo essere stati utilizzati, essi vanno ad aggiungersi alla già più che eccessiva mole di rifiuti dalla stessa composizione che ogni giorno produciamo e troppo spesso disperdiamo nell’ambiente. Sembra che a scuola quest’anno si insegni l’educazione ambientale, chissà che i nostri ragazzi non imparino a smaltire in maniera corretta i loro rifiuti.

Ultimamente, da quando il nuovo coronavirus è entrato prepotentemente nelle nostre vite, i dispositivi di protezione individuale sono diventati il principale rifiuto prodotto dalla nostra società, diffuso davvero in ogni dove dalle Alpi alle Ande, mari compresi. La scelta di fornire agli studenti una mascherina chirurgica giornaliera appare come altra benzina gettata su un fuoco che già crepita deciso. È chiaro che il nostro Paese e la nostra comunità abbiano bisogno della scuola; dobbiamo però fare attenzione che l’istruzione non riparta a danno dell’ambiente.

Leggi anche: “Educazione ambientale a scuola da settembre”

Ripresa: che ne è stato delle proposte green?

Ripresa: il mondo si prepara a ripartire

Siamo ripartiti. Certo, dobbiamo ancora mettere la marcia lunga e non è detto che il nuovo coronavirus non ci raggiunga di nuovo; per il momento però, la curva del contagio appare in deciso calo e ormai le riaperture si susseguono come da programma. E’ una buona notizia ma non arriva sola. Accanto ad essa, infatti, dobbiamo annoverare come la ripresa non si stia affatto dimostrando quella opportunità green che, non solo noi sull’EcoPost, ci auguravamo. Andiamo a vedere alcune decisioni recenti che sono state prese nel mondo.

Cattivi esempi dal mondo

Da diverse latitudini ci arrivano esempi che indicano esattamente il contrario. In numerose parti del mondo, politici ed imprenditori stanno, più o meno alla luce del sole, studiando strategie per ripartire nella più cupa e totale incuranza dell’ambiente. Per queste persone l’unica ripresa a contare è quella economica. Non si curano di tutelare l’ecosistema.

Partiamo dal Brasile e da quella che sembrerebbe essere la sua idea di ripresa. Il governo di Jair Bolsonaro, come ben sappiamo, non è stato esattamente il migliore a gestire l’emergenza COVID-19. Il governo sudamericano ha ampiamente sottovalutato la pandemia e il Paese è, tuttora, uno dei principali focolai mondiali. Il periodo postvirale, però, rischia di essere ancora peggio, se al potere resteranno gli stessi.

Ripresa, perché non indebolire la legislazione ambientale?

Ricardo Salles, il Ministro dell’Ambiente brasiliano, ha dimostrato come sia tale solo di carica. La sua proposta, durante l’ultimo Consiglio dei Ministri, è in disaccordo totale con quello di cui il suo Ministero si dovrebbe occupare. Per quanto incredibile possa apparire, nei termini e nei modi, la proposta ministeriale è esattamente quella che ora andremo ad illustrare, testimoniata da un video che sta facendo scalpore. Salles ha proposto al suo governo di indebolire ulteriormente la legislazione ambientale, già alquanto permissiva in Brasile, poiché ora la popolazione è distratta dal coronavirus.

Jair Bolsonaro, premier brasiliano, con il suo ministro dell’ambiente, Ricardo Salles. Foto: Teleambiente

La questione amazzonica e il piano di sviluppo brasiliano

Nel video in questione, diffuso dalla Corte Suprema brasiliana, Salles afferma: “Dobbiamo fare uno sforzo ora che la copertura mediatica è calata e tutti parlano solamente di coronavirus. Occorre fare pressione per cambiare le leggi e semplificare le norme. Non abbiamo bisogno del Congresso. Con il caos attuale, non ce le faranno mai passare.” Insomma, non solo Salles si dimostra totalmente incurante della tutela ambientale, pur rappresentando un Paese nel quale si trova un’ampia porzione della principale foresta vergine mondiale e che i suoi concittadini stanno abbattendo come se non ci fosse un domani; egli propone anche di bypassare il Congresso e operare in maniera completamente incostituzionale.

La deforestazione amazzonica è aumentata sensibilmente nei primi 4 mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo di riferimento del 2019. Gli ambientalisti incolpano apertamente di ciò il premier Bolsonaro, che più di una volta ha dichiarato di voler aprire l’Amazzonia allo sviluppo economico. Distruggendola.

Il disboscamento della foresta amazzonica è aumentato nei primi mesi del 2020

In sua difesa, Salles ha poi esternato: “Ho sempre difeso la de-burocratizzazione e la semplificazione normativa. In tutti i campi. La rete di queste norme insensate ostacola gli investimenti, la creazione di posti di lavoro ed uno sviluppo sostenibile.” Ovviamente, la realtà è ben lontana dalla sua dichiarazione, in quanto sono proprio le norme definite insensate quelle che tutelano la Foresta Amazzonica e gli altri ampi ecosistemi che costellano un Paese magnifico ed estremamente ricco dal punto di vista biologico com’è il Brasile. Queste norme sono sistematicamente infrante e un governo saggio dovrebbe potenziarle, non certo ridurle o proporre di cancellarle, come sta facendo Bolsonaro e il suo governo, assolutamente criminale dal punto di vista ambientale.

Leggi anche: “La questione del litio nel deserto del Cile”

Ripresa, vogliamo davvero seguire l’esempio cinese?

Sul fronte della lotta al nuovo coronavirus, la Cina è stata descritta come un esempio da seguire. Le misure di quarantena imposte alla città di Wuhan e alla sua provincia, Hubei, nei mesi scorsi, hanno segnato il percorso da seguire per il resto del pianeta. Durante quel brutale periodo di lockdown, la qualità dell’aria cinese migliorò notevolmente. Lo stesso avvenne nel resto del mondo. Dopotutto, le strade erano libere e le industrie chiuse per la maggior parte, inoltre gli aerei erano a terra, dunque tutti i principali inquinanti erano fuori causa. In virtù di ciò, in tanti abbiamo auspicato che questo periodo virtuoso potesse proseguire, all’indebolimento dello stato di quarantena. In Cina, però, non è andata proprio così.

Tassi di inquinamento maggiori di quelli previrali

La settimana scorsa è stato reso pubblico un report stilato dal Centro di Ricerca su Energia e Aria Pulita (CREA), un’organizzazione indipendente che si occupa di inquinamento dell’aria, il quale indica con chiarezza come in Cina l’aria sia più inquinata ora che prima della chiusura forzata. Tale indice non riguarda solo lo Hubei, bensì l’intero Paese. Monitorando le polveri sottili; il diossido di azoto NO2; l’anidride solforosa SO2 e l’ozono, nel periodo di riferimento aprile – maggio, è risultato, al netto dei pattern meteorologici, come tutti gli indicatori abbiano superato i rilevamenti del 2019, dall’interruzione della quarantena. Responsabile di questo picco inquinante sarebbe il carbone. In Cina, infatti, sono attive molte centrali che lo trasformano in energia. Ciò spiegherebbe l’alto tasso di anidride solforosa. Quando il carbone viene bruciato, rilascia zolfo; esso interagisce con l’ossigeno presente nell’aria e crea SO2; per tal motivo se n’è rilevata così tanta.

In Cina l’inquinamento dell’aria, al termine del lockdown, ha superato quello del periodo previrale. Nella foto: Shanghai

Cattivi presagi

La situazione cinese è un pessimo monito. Sia nel 2003 – al termine dell’epidemia di SARS – sia nel 2008 – per riprendersi dalla crisi economica globale – la Cina privilegiò un rapido rilancio economico alla tutela ambientale. In entrambi i casi, il gigante asiatico è riuscito a rimbalzare e ritrovare presto la sua leadership economica. Ancor peggio è rilevare come la Cina, negli ultimi anni, stava riscontrando successo nella sua lotta all’inquinamento, una misura lanciata nel 2014 per migliorare la qualità della sua aria. Nel 2019 era stato calcolato come il gigante asiatico avesse salvato la vita di circa 400mila persone nell’anno 2017, grazie alle sue polizze di contrasto all’inquinamento. Si teme che, ora, questo buon lavoro vada perduto perché la priorità sarà la ripresa economica.

Leggi anche: “Wuhan vieta la vendita di fauna selvatica (e non solo) per 5 anni”

Regno Unito, la ripresa passa per una centrale a gas

Anche in Europa abbiamo esempi di Stati che pianificano di uscire dalla crisi in maniera non sostenibile. Uno, ad esempio è il Regno Unito. Sull’isola britannica, l’anno prossimo, si terrà un summit climatico mondiale e il Paese aveva promesso, sia con Theresa May sia con Boris Johnson, di impegnarsi in prima persona per contrastare il surriscaldamento climatico. Tale vertice si preannuncia già incandescente, poiché il pianeta non è affatto sulla buona strada e sta perdendo la lotta al cambiamento climatico. A Glasgow 2021, probabilmente, sarà necessario prendere misure drastiche. Troppi Paesi, infatti, hanno politiche ambientali assolutamente inadeguate per rispettare gli accordi presi a Parigi nel 2015.

L’alta corte britannica ha autorizzato la realizzazione di una vasta centrale elettrica a gas, dopo mesi di battaglie legali intraprese da associazioni ambientaliste. Anche da queste parti, a quanto pare. conta la ripresa economica, non la tutela ambientale.

La più grande centrale europea

Ci troviamo nel North Yorkshire e da queste parti la Drax, uno tra i più importanti gruppi energetici britannici, sta pianificando la riconversione della Drax Power Station. La centrale, a carbone, produce al momento circa l‘8% dell’energia di cui ha bisogno il Paese. La centrale è considerata molto sporca, essendo un vecchio stabilimento, altamente inquinante. L’azienda vorrebbe riconvertirlo, utilizzando un ciclo combinato di gas. La centrale è da sempre ostracizzata da molti; lo scorso anno l’ispettorato dei pianificatori raccomandò al governo britannico di negare l’autorizzazione a procedere, poiché ciò sarebbe andato a danneggiare gli obiettivi statali nella lotta al cambiamento climatico. Per la prima volta, un grande progetto veniva fermato a causa delle implicazioni ambientali dovute alla sua realizzazione. Sfortunatamente, però, l’ispettorato non ha autorità per fermare un simile progetto: la decisione spetta al governo.

Infatti Andrea Leadsom, al tempo segretario di Stato per l’economia, l’energia e la strategia industriale, rifiutò questa raccomandazione. e diede via libera al progetto ad ottobre 2019. La questione fu allora sollevata da ClientEarth, un’associazione di avvocati sensibili alla tematica ambientale, i quali hanno fatto causa alla Drax. La settimana scorsa, l’alta corte britannica ha dato ragione all’azienda. I lavori per la maggior centrale a gas d’Europa sembrano poter ora cominciare. Il sito fornirà il 75% dell’energia necessaria al Regno Unito.

Progetto della rinnovata centrale nel North Yorkshire. Foto: Guardian

Il dibattito sulla centrale

E’ necessario specificare come la Drax stia, effettivamente, cercando di creare una centrale avanzata e quanto più efficiente possibile, anche dal punto di vista ambientale. L’ambizione della compagnia è quella di rimuovere, non certo aggiungere, CO2 all’atmosfera. Com’è possibile farlo quando si costruiscono centrali che sfruttano combustibile fossile? Queste centrali di ultima generazione hanno un sistema di cattura e stoccaggio di carbone, il quale dovrebbe imprigionare le emissioni. Il primo passo di questa riconversione è l’utilizzo di biomassa rinnovabile o pellet di legno per alimentare la centrale. In secondo luogo occorrerà concretizzare la strategia di cattura e stoccaggio del carbonio. La tecnica si basa sulla capacità di imprigionare le emissioni per poi stoccarle in caverne sotterranee. Il sistema è noto come BECC, bioenergia e cattura del carbonio, un’accoppiata che mira a riconvertire tutte le centrali fossili in avanguardie della produzione energetica a basso impatto.

Gli ambientalisti, però, si fidano poco di Drax e di questo sistema definito rivoluzionario. In fin dei conti, la società britannica ha la non invidiabile reputazione di essere la principale inquinatrice dell’Europa occidentale. Non sono pochi, infatti, gli studiosi che esprimono ancora perplessità riguardo al sistema BECC. La contabilizzazione del carbonio difesa dalla Drax, origina molte incertezze. L’Imperial College di Londra, tramite il suo centro di ricerca Grantham Institute, ha addirittura indicato in un rapporto che il sistema BECC potrebbe rivelarsi totalmente controproducente, trasferendo le emissioni dal livello atmosferico a quello sotterraneo, per via dello stoccaggio underground. Insomma, il potenziale effettivo della bioenergia e cattura del carbonio, resta ancora puramente teorico, originato da una serie di ipotesi complesse e mai testate su vasta scala.

Abbiamo veramente bisogno del gas?

Il caso di Drax, così come gli altri esaminati prima, può portarci a riflettere sulla ripresa. In quale direzione vogliamo andare d’ora in avanti? Al gigante dell’energia britannico va riconosciuto l’impegno di voler arrivare ad un impronta di carbonio inferiore allo 0. In sostanza, l’azienda vuole assorbire più carbonio di quello che produce. Un intento senz’altro nobile. L’atteggiamento degli ambientalisti, d’altra parte, è altrettanto comprensibile. Personalmente neanche io mi fiderei di un gruppo come Drax, specialmente se basa la sua intera strategia futura su teorie effimere e non ancorate a test affidabili. Aldilà di ciò, però, lo stimolo che vorrei fosse tratto dagli esempi portati nei paragrafi precedenti è un altro: abbiamo veramente bisogno di basarci ancora sul gas e sul fossile per il nostro fabbisogno energetico?

Due sentieri per la ripresa

Riporto prima di chiudere le due posizioni, opposte, di Drax e Greenpeace. Che ci siano da stimolo per intraprendere la miglior strada possibile, ora che cominciamo ad affrontare la complessa questione della ripresa post-crisi.

Secondo il gruppo energetico – e a quanto sembra anche secondo il governo e l’alta corte britannici – non c’è nulla di male nel seguire il sentiero del sistema BECC. “Nella transizione alle emissioni 0 prevista per il 2050, il gas naturale rappresenta una fonte affidabile di approvvigionamento energetico. Nel frattempo il settore delle energie rinnovabili continuerà a crescere, supportato da investimenti da record.” Così ha parlato un rappresentante del dipartimento per l’economia, l’energia e la strategia industriale del Regno Unito.

L’opinione di John Sauven, responsabile di Greenpeace UK, è diametralmente opposta: “Costruire nuove centrali a gas quando il Regno Unito si è imposto un target di emissioni 0, non è certo segno di una leadership climatica. Ha anche poco senso dal punto di vista economico. I costi sono maggiori di quelli che servirebbero per puntare su eolico e solare. Investire capitale per aumentare l’inquinamento può essere legale ma non è certo una posizione difendibile.”

 

 

 

 

 

 

 

Mascherine, guanti e sanificazione: quali rischi ambientali?

Mascherina COVID

Qualcuno se ne ricorderà. Già qualche settimana fa, in tempi meno sospetti, quando la pandemia marciava ancora a regimi molto alti e la fase 2 non era che un miraggio, L’EcoPost aveva avvertito dai potenziali rischi che i DPI avrebbero portato all’ambiente. I dispositivi di protezione individuale, mascherine e guanti, in questi giorni sono nostri compagni inseparabili. In numerose regioni, ci sono ordinanze che obbligano i cittadini ad indossarli, in altre sono vivamente consigliati. Dal 4 maggio in poi, fino a quando saranno date nuove indicazioni, le mascherine andranno indossate nei luoghi pubblici chiusi. Una mascherina va sostituita ogni 5 ore circa. Per i guanti il ciclo di vita è ancora inferiore. Ognuno di questi dispositivi è un rifiuto speciale. Non differenziabile.

Un guanto monouso gettato a terra, Foto: GoNews

Leggi anche “La mascherina e il suo impatto sull’ambiente”

Legambiente Marche lancia l’allarme

La situazione, naturalmente, si fa critica quando all’enorme utilizzo di questi prodotti si aggiunge l’inciviltà. Legambiente Marche, in seguito ad alcune segnalazioni nel maceratese, ha lanciato un grido di allarme. “Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto segnalazioni di DPI abbandonati in strada. Sui marciapiedi, nei parcheggi dei supermercati, vicino a farmacie o esercizi commerciali aperti. Nella crisi sanitaria, molti cittadini si stanno purtroppo lasciando andare a comportamenti incivili e inaccettabili. Tutto questo non è tollerabile.” La comunicazione di Legambiente Marche appare piuttosto perentoria.

Parliamo di strumenti potenzialmente contaminati, dunque possibilmente infetti. Com’è ovvio, i guanti e le mascherine dismessi e abbandonati in strada sono un rischio sanitario per chiunque vi entri in contatto. Pensiamo soprattutto agli operatori ecologici, i quali devono entrarci in contatto a causa della brillantezza della persona che li ha gettati, nella più completa noncuranza del suo prossimo. Essi rischiano di infettarsi inavvertitamente per la leggerezza, potrei usare anche altre parole, di chiunque abbia smaltito i suoi DPI in tale sciagurata maniera.

Mascherine usate ritrovate in mare, al largo di Ancona. Foto: Corriere Adriatico

Mascherine e guanti, la difficoltà dello smaltimento

Il potenziale danno ambientale dovuto a questi prodotti è considerevole. Muoviamo dal ragionamento di Legambiente Marche per generalizzare a livello mondiale il problema. Macerata è naturalmente una piccola cittadina di provincia, poco nota a chiunque stia leggendo lontano dalle Marche, non fosse per un bruttissimo episodio di cronaca nera capitato in città qualche anno fa. Se in ogni conglomerato urbano troviamo la stessa problematica denunciata dall’associazione ambientalista – com’è davvero probabile – la situazione si fa seria.

I DPI sono realizzati in fibra di polipropilene o poliestere, ovvero plastica. Alternativamente, soprattutto i guanti, possono essere realizzati in lattice, nitrile, pvc o altri materiali sintetici. La facciamo semplice? Questi prodotti non hanno nulla nella loro composizione di anche solo lontanamente naturale. Ragioniamo un attimo su che cosa significhi abbandonare queste protezioni sul ciglio della strada. Alla prima precipitazione copiosa, mascherine e guanti buttati in terra, o ancor peggio in mezzo ad aiuole e cespugli, rischiano di essere trascinati dal flusso dell’acqua piovana. Tale veicolo li condurrà inevitabilmente all’interno dei reticoli idrografici superficiali, o dei tombinati. Da lì, naturalmente, il passo successivo è lo sbocco in mare.

L’intelligenza è il principale alleato

Non dovrebbe servire scriverlo ma dal momento che farlo non costa nulla procederemo. Evitiamo di abbandonare guanti e mascherine in strada. Non liberiamoci di questi prodotti in una maniera tanto sciocca, pericolosa e nociva del decoro urbano (oltre che dell’ambiente). L’ideale è gettarle nella raccolta indifferenziata, qualora fosse possibile dedicando un sacco apposito alle protezioni sanitarie. Nel caso si fosse positivi, poi, ogni rifiuto diventa automaticamente speciale. In tal caso occorre sospendere completamente la raccolta differenziata, chiudere in maniera vigorosa i sacchetti della spazzatura, conservarla in un ambiente nel quale non possano accedere animali domestici e, naturalmente, avvertire chi gestisce la raccolta dei rifiuti nel municipio di residenza.

Nello schema, come disporre correttamente dei DPI dopo il loro utilizzo

Mascherine, guanti e sanificazione

Ritornando al comunicato di Legambiente Marche, l’associazione ha aggiunto come occorra prestare attenzione anche al modo in cui si effettuano le sanificazioni. La questione principale, a tal riguardo, è l’utilizzo di ipoclorito di sodio. L’abuso di tale sostanza infatti è nocivo per l’ambiente. Legambiente raccomanda di sanificare solo i luoghi ove sia strettamente necessario farlo e, comunque, sempre in aree circoscritte. “Ai forti dubbi sulla reale utilità delle attività di disinfezione su larga scala in esterni, si accompagna la forte preoccupazione per l’uso di ipoclorito di sodio” afferma l’associazione ambientalista per bocca del suo direttore generale, Giorgio Zampetti. Stando anche a quanto riportato nelle note dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’ISPRA, infatti, gli interventi con ipoclorito di sodio sono impropriamente definiti sanificazione, poiché corrono il rischio di essere troppo invasivi per persone ed ambiente.

Il prodotto, ci dice la stessa Legambiente, è “corrosivo per la pelle e dannoso per gli occhi. Potenzialmente in grado di liberare sostanze pericolose e per l’ambiente con conseguente esposizione della popolazione a gravi rischi.”

Disinfezione di una strada con ipoclorito di sodio. Molti sono i dubbi sull’utilità del prodotto per la sanificazione batterica all’aperto

L’ipoclorito di sodio

Perché mai Legambiente ha sottolineato questo prodotto? Che cos’è l’ipoclorito e per quale motivo dobbiamo fare attenzione al suo utilizzo? L’ipoclorito è il sale di sodio dell’acido ipocloroso. In chimica, lo si indica in formula NaCIO.

Il suo caratteristico colore giallo paglierino e il suo ancor più caratteristico odore penetrante lo rendono facilmente riconoscibile. Quasi nessuno, però, lo chiama con il suo nome. Usato comunemente come sbiancante e disinfettante, l’ipoclorito è noto più comunemente come candeggina, varichina, o ancora, secondo il nome registrato da Angelini Pharma, Amuchina. Naturalmente, in ognuno di questi prodotti, così come nelle loro varianti diffuse a livello regionale (nitorina, acquina, niveina, conegrina, acqua di Labarraque…) l’ipoclorito è diluito in soluzione acquosa, con una percentuale variabile tra l’1 e il 25%. Il prodotto non viene mai adoperato, né commercializzato, in forma pura.

L’ipoclorito, infatti, è un sale pentaidrato particolarmente instabile, che fonde già a soli 18 gradi e può decomporsi, per sfregamento così come per riscaldamento, in maniera anche particolarmente violenta. Per tal motivo, la percentuale del 25% è solitamente ritenuta la misura massima di concentrazione nel suo utilizzo comune. Viste queste sue proprietà, occorre prestare cautela nel suo utilizzo.

Attenzione alla Fase 2

Naturalmente, siamo tutti piuttosto sollevati dal pensiero che stiamo entrando nella fase 2 e presto assisteremo ad un alleggerimento delle misure di distanziamento. Come ben sappiamo però, è necessario fare attenzione, in questa fase, a rispettare tutte le regole che ci verranno date. Se ciò vale per ognuno di noi, nella lotta al contagio e nel contenimento dell’emergenza sanitaria, lo stesso discorso vale dal punto di vista ambientale. “Auspichiamo che i Comuni adoperino con buon senso ed accortezza quei 70 milioni di euro in arrivo per la sanificazione degli uffici, dei mezzi e degli ambienti.” Il riferimento è alla somma che il Governo ha destinato ai presidi locali per disinfettare gli spazi. Non possiamo che unirci all’auspicio di Legambiente.

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere ogni settimana i nostri articoli più letti, le nostre grafiche ed i nostri video

<

L’UE sceglie BlackRock come arbitro della finanza green

blackrock

Un discutibile consulente: BlackRock

Torniamo a parlare del gigante BlackRock, la maggiore società d’investimento al mondo, la quale ha annunciato, qualche tempo fa, di voler legare il suo nome a quello degli investimenti sostenibili. La Commissione Europea deve aver preso sul serio l’impegno della società di trading. E’ infatti cronaca recente l’assegnazione al colosso statunitense del compito di vigilare sulla corretta integrazione dei criteri di sostenibilità ambientale nelle strategie del sistema bancario europeo. Il compenso pattuito per la prestazione di BlackRock è piuttosto esiguo, a questi livelli: 280mila euro. Naturalmente, il valore dell’incarico trascende ampiamente il risvolto economico.

La sede di BlackRock, a Manhattan.

Impegni mai concretizzati

Finora, però, BlackRock non ha fatto seguire azioni significative al suo impegno nella tutela ambientale. Aldilà dell’annuncio, applaudito da molti, di impegnarsi in prima linea perché l’ambiente diventasse criterio basilare all’interno di una strategia d’investimento, BlackRock si è limitata a stanziare dei fondi ETF, tramite la sua divisione iShares e poc’altro. Tutto questo senza mai uscire dal settore dei combustibili fossili, ove vanta ancora importanti quote. Praticamente, non vi sono consigli d’amministrazione di grandi aziende petrolifere ove non sieda un rappresentante dell’azienda. BlackRock detiene il 4,8% di Chevron e ConocoPhilips, il 4,5% di Exxon Mobil e il 5% di Petrobras.

Le partecipazioni aziendali nel settore ammontano a poco meno di 90 miliardi di dollari. Ciò è probabilmente inevitabile quando gestisci un portafoglio di ben 7mila miliardi di dollari, cifra piuttosto difficile da quantificare per chi è esterno alle alte sfere della finanza. Ciò non toglie, però, che quando hai una tale ricchezza legata al petrolio, sorgano seri dubbi riguardo ad un ruolo da paladino ambientale. Il quotidiano britannico Guardian ha provato a fare i conti in tasca a BlackRock, a seguito della svolta ambientale. Secondo la testata, il gruppo controllerebbe indirettamente oltre 3 miliardi di barili di greggio, 1300 tonnellate di carbone e 622 miliardi di metri cubi di gas. Inutile dire che questi dati non ci fanno pensare esattamente alla tutela ambientale come principio di strategia d’investimento.

Il potere economico/ finanziario di BlackRock è immenso, non trovo altre parole, dunque la società potrebbe davvero favorire decisioni concrete per la salvaguardia ambientale.

Chi è BlackRock?

Naturalmente chiunque abbia seguito, su queste pagine, i precedenti articoli relativi al gigante del trading, ha ben presente le dimensioni di BlackRock. Per agevolare però il compito del nuovo lettore, così come per ribadire quanto sia grosso il pesce di cui stiamo parlando, riportiamo qualche dato.

L’azienda è nata nel 1988 per mano di un trader come tanti, chiamato Laurence Fink, per tutti Larry. Insieme a una dozzina di colleghi, Fink ha una intuizione che si rivelerà essere geniale, nonché fonte di una ricchezza smisurata. Si dimette dal suo ben pagato posto di consulente a Manhattan per seguire il suo intuito e creare BlackRock. Nella vita, quando ci si trova al posto giusto nel momento giusto, capitano queste sliding doors imprevedibili. Come quando Bill Gates chiese al suo vicino un prestito per aprire la sua azienda, promettendogli un 20% dei futuri guadagni e il vicino accettò. Come quando Steven Spielberg, dopo aver visto in anteprima Star Wars, firmò un accordo con George Lucas nel quale cedeva al titolare di Lucasfilm il 3% dei futuri introiti del suo Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cambio della stessa percentuale sui futuri guadagni della saga western – fantascientifica.

Da un’intuizione, da un azzardo è nata la fortuna di Fink.

BlackRock conta oggi 13.900 impiegati in 30 Paesi. Gestisce circa 6300 miliardi di dollari, un terzo dei quali soltanto in Europa, che rappresentano più del pil di Francia e Spagna. Sommati. Si stima che Aladdin, software aziendale sviluppato per la gestione dei rischi, sia capace di controllare indirettamente altri 20mila miliardi di dollari. Banche centrali del vecchio continente e istituzioni europee si rivolgono puntualmente a BlackRock per consigli finanziari. Ogni legge che abbia a che fare con finanza ed economia, approvata dalla UE, ha subito a qualche livello l’influenza del colosso statunitense. Il deputato liberale tedesco, Michael Theurer, ha affermato: “Le dimensioni di Blackrock ne fanno un potere di mercato che nessuno Stato può più controllare.”

Il peso di BlackRock nel settore del fossile, elaborazione e grafica: The Guardian

Capitalismo e società

BlackRock rappresenta la quintessenza del capitalismo schiacciatutto. In un libro sulla finanza scritta da Heike Buchter, giornalista tedesca, tre anni fa, si legge: “Comincia quando ti alzi la mattina. Prendi i cereali con il latte. Ti vesti. Ti infili le scarpe. Prendi l’auto e vai al lavoro. Accendi il computer. Usi il tuo iPhone. In ognuno di questi momenti, BlackRock è presente.” Difficile darle torto.

La roccia nera, in Europa, possiede quote nell’energia. Nei trasporti. Nelle compagnie aeree. Nell’agroalimentare e nell‘immobiliare. Possiede una cospicua fetta di bond del debito pubblico italiano, come riporta la Reuters citando il database Thomsons One consultato da Investigate Europe. Naturalmente, però, Banca d’Italia preferisce non diffondere questa notizia, con il benestare di BlackRock. In ognuna delle prime dieci banche europee, Fink è azionista di peso. Nel caso di Deutsche Bank è il primo azionista, in quello di Intesa San Paolo il secondo. Ovunque vada, il ceo di BlackRock è accolto come un capo di Stato, si chieda a Matteo Renzi in merito a quella cena privata del 2014. L’Europa chiede a Fink di continuare a investire nel vecchio continente, lui chiede al’Europa di non intralciare i suoi affari con troppe leggi e controlli. Una mano lava l’altra. Entrambe lavano il viso.

Larry Fink accanto a Mario Draghi, al Forum di Davos nel 2014. Foto: Flickr

Leggi il nostro articolo: “New York, bocciata la barriera protettiva per l’innalzamento del mare.”

BlackRock, lo scoglio sicuro

Quis custodiet ipsos custodes, domandava Platone, chi controllerà i controllori? Non sono in molti a preoccuparsi di questo aspetto. Tutt’altro, in Europa, BlackRock è visto come uno sbocco ancor più allettante della grande politica.

George Osborne, che è stato ministro delle Finanze britanniche tra il 2010 e il 2016, ha ora un contratto da consulente con la società. Guadagna moltissimo, naturalmente. La riforma delle pensioni del Regno Unito, quella che ha liberato un mercato di fondi pensionistici ammontante a circa 25 miliardi di sterline porta la sua firma. I rappresentanti dell’azienda sono stati incontrati a più riprese, mentre la stendeva. Frederic Merz, ex capogruppo della CDU al Bundestag, ha ora un contratto con BlackRock. Philippe Hildebrand, ex governatore della banca centrale svizzera, lavora adesso per Fink. Jean-Francois Cirelli, esponente di punta di BlackRock è anche consulente del presidente francese, Emmanuel Macron.

In definitiva, per usare le parole di Daniela Gabor, ricercatrice dell’Università del West England a Bristol che si occupa di legislazione finanziaria anche per conto di Bruxelles: “BlackRock non è solo una storia di fondi passivi. E’ la storia di un potere politico.”

Riproponiamo un breve video sul potere di BlackRock in Europa, già condiviso su queste pagine qualche tempo fa, quando abbiam parlato della società

La questione ambientale

Dopo aver delineato questo identikit della società, torniamo al focus iniziale: la questione ambientale e i dubbi relativi alla nomina da parte della Commissione. Durante il lustro appena concluso, 2015 – 2019, all’interno dei cda di cui fa parte, BlackRock si è opposta all’80% delle mozioni che spingevano per più attente politiche ambientali. Se si confronta questa percentuale con quella dei maggiori asset manager mondiali, ci si accorge che è la più bassa. Nello stesso periodo, le emissioni di CO2 dei suoi gruppi partecipati hanno continuato a salire, si stima del 38% dal 2015 ad oggi. Non certo poco.

Il colosso della finanza, però, si è impegnato per costruirsi una sorta di verginità ecosostenibile, come abbiamo scritto nei mesi passati. A Bruxelles hanno creduto a questo rinnovato impegno. Vorremmo tanto poterlo fare anche noi. Aziende così grandi hanno il potere di sfoggiare l’artiglieria pesante nella battaglia per il clima. A parole hanno mostrato la volontà di volerlo fare, e ne siamo ben lieti. Ora non occorre che far seguire ad esse fatti concreti. Il consulente BlackRock si metterà all’opera non appena la pandemia consentirà la ripartenza a pieno regime dell’Europa. Probabilmente, vaglieranno alcune misure anche prima della celeberrima fase 2. Non ci resta che attendere le mosse del trader, auspicando che davvero mettano la questione ambientale di fronte al proprio salvadanaio. Dubitarne resta però legittimo.

Leggi il nostro articolo: “Dakota Access: l’oleodotto della discordia”

Ambiente: la chiave per ripartire

Smart working, l'economia può ripartire con un occhio di riguardo per l'ambiente?

Il titolare del Ministero per l’Ambiente, Sergio Costa, in una recente intervista riportata dall’ANSA, ha detto la sua riguardo al post-emergenza coronavirus. Gli scienziati, o perlomeno la maggior parte di essi, ci ripete come, in questi giorni, l’Italia stia affrontando il famoso “picco” del contagio. Un momento che attendevamo un pò come i bimbi attendono la mattina di Natale, rimandato di settimana in settimana fino a non molti giorni fa.

Sergio Costa, ministro per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare

L’ambiente al primo posto

Costa, naturalmente, ha messo al centro del suo ragionamento l’ambiente. Secondo il ministro, sarà però impensabile ripartire, quando ci saremo lasciati alle spalle la pandemia, senza agire con l’obiettivo di tutelare e proteggere l’ecosistema. “Nessuno vuole immaginare un mondo che rallenti o non produca. Vogliamo però che produca mettendo al primo posto la tutela della salute e dell’ambiente”. Così ha parlato il ministro, all’interno di una intervista rilasciata alla trasmissione L’Italia s’è desta, la quale va in onda sulle frequenze di Radio Cusano Campus.

“Approfittiamo di questa emergenza per rivedere i nostri comportamenti e ripartire con una mentalità completamente diversa.” Ha proseguito il ministro, chiamando in causa ogni cittadino. In fin dei conti, il rispetto e la tutela ambientale non sono certo pertinenza soltanto di industrie e governi. Come ben sappiamo, anche se fin troppo spesso ce ne dimentichiamo, abbiamo tutti, nessuno escluso, una responsabilità importante verso il nostro pianeta. Questi giorni di reclusione morbida, di distanza sociale e di isolamento, si stanno dimostrando una vera e propria manna dal cielo per l’ecosistema, con emissioni inquinanti controllate e tollerabili pressoché in ogni dove. Esattamente quello a cui si riferivano tutti gli ambientalisti, così come spesso chi, proprio come noi su L’EcoPost, fa storytelling ambientale, quando affermavamo che è l’uomo il principale inquinante sul pianeta. Con buona parte dell’umanità in quarantena, la Terra respira.

La natura reclama i suoi spazi

Stanno girando il mondo le immagini di capre cashmere che passeggiano per le deserte cittadine del Galles, occupando strade e brucando siepi nei giardini. Similmente, in alcuni centri montani italiani, lupi e altri animali soliti vivere nel bosco, lontani dall’uomo, sovente si avvicinano ai nuclei urbani, approfittando dello spazio concesso loro dall’uomo in quarantena. L’ambiente muta, e lo sta facendo con forza durante questi giorni di isolamento per l’uomo. Con frequenza sempre maggiore, ad esempio, vengono avvistati branchi di lupi. Alcuni individui si avventurano anche in città costiere, ad esempio in Abruzzo, dove dalla Majella si spingono in centri urbani e periurbani.

Qualora ci dovesse capitare di imbatterci in qualche esemplare di questo splendido animale, o di altre specie che, approfittando del periodo, si avvicinano alla città, teniamo a mente le parole del veterinario Simone Angelucci, responsabile veterinario del Parco Nazionale della Majella. “Non minacciamo lupi, caprioli o cinghiali. Solitamente si allontanano non appena vedono persone. Allontaniamoci gradualmente, senza mostrare paura o aggressività. Se l’animale dovesse avere un comportamento troppo confidenziale, non va sfidato.”

Il trend della selvaggina in città non è dovuto solo al COVID, in Abruzzo è già attualità da qualche anno. La situazione attuale, però, ha rafforzato il fenomeno

Ambiente: il messaggio del ministro

Nell’intervista con cui ho aperto, il ministro Costa prosegue lanciando un messaggio importante, di cui dobbiamo tener conto. “Il mondo del dopo sarà molto diverso da quello pre – COVID. Cambiamo il paradigma produttivo, non solo per raggiungere un’economia più umana ma anche ambientalmente più sostenibile. Non è solo questione di allocare risorse in termini di fondi, quanto di modificare le norme. E lo stiamo facendo. In queste settimane in cui il Ministero ha rallentato l’attività, non abbiamo rallentato il pensiero.” Al momento, non si vede ancora, in concreto, una traduzione di questo più che condivisibile pensiero del ministro.

Milano, motore economico d’Italia, è deserta come numerose altre città durante il lockdown. Foto: Artribune

Naturalmente, siamo più che lieti di ascoltare questo suo impegno. Lo stile di vita che abbiamo condotto fino all’inizio della quarantena; la nostra società ossessionata dalla crescita senza alcun termine, senza alcun limite, senza alcuna verifica che il pianeta sia in grado di assorbire ed accettare gli scatti isterici del capitalismo delle disparità, ci hanno portato a minare gli equilibri dell’ecosistema e a mettere in crisi profonda il nostro habitat. La grande opportunità che ci è stata concessa da questo difficile periodo è sotto gli occhi di tutti. Gli sforzi, sociali ed economici, messi in atto per controllare la pandemia da nuovo coronavirus hanno ridotto ovunque l’impatto dell’attività economica, portando a miglioramenti localizzati, seppur decisi, della qualità dell’aria. La riduzione delle emissioni dovuta alla pandemia, però, non può certo sostituirsi all’insieme di azioni concrete ancora necessario ad arginare il cambiamento climatico.

Come ci ha ricordato la Organizzazione Meteorologica Mondiale, però, è presto per trarre conclusioni definitive circa l’influenza che questo rallentamento, causa pandemia, delle emissioni avrà sulle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera.

Nell’elaborazione un raffronto tra la concentrazione di diossido di azoto NO2 sulla Pianura Padana. L’immagine di sinistra si riferisce al 31 gennaio, quella di destra al 15 marzo. L’elaborazione di Copernico, servizio che monitora l’atmosfera, vale più di molte parole

Burocrazia ed impegno quotidiano

“Quando si incrementa la burocrazia si rende più fragile il sistema e l’economia criminale riesce ad inserirsi, diventando intermediario. Stiamo semplificando il sistema, rendendolo più tracciabile” Ha affermato Sergio Costa, dimostrando di avere una visione piuttosto chiara del quadro che, fin troppo spesso e volentieri, lega a doppia mandata sfruttamento ambientale e criminalità organizzata, spesso al soldo della finanza e dell’economia speculativa.

In chiusura del suo intervento, il ministro ha voluto ricordare che cosa possiamo fare individualmente, nell’isolamento casalingo, per l’ambiente. “Tutti siamo chiamati a restare in casa. Questo può essere un modo per scoprire nuovi percorsi, per cambiare atteggiamento. Dobbiamo ricostruire una mentalità nuova per quando ripartiremo. Questa mentalità nuova inizia dalle famiglie. La logica dell’usa e getta si inserisce in un meccanismo mentale sbagliato.” Il riferimento è alla campagna ministeriale #ricicloincasa.

Anche l’ambiente è in crisi

La pandemia, ovviamente, si è presa, in questo periodo, la totalità dei riflettori. Qualunque medium consultiamo in questo periodo, il tema principale – persino l’unico, abbastanza di consueto – è il COVID – 19, l’appiattimento delle curva e questa fantomatica fase 2 che profuma di leggenda. Non che ciò sia evitabile, l’argomento caldo è questo e la stampa, così come chiunque orbiti nel mondo dell’informazione, incluso questo spazio, ne scrive e/o ne parla. Non scordiamoci però, tra una fuga a fare la spesa e una serata di fronte al computer, tra la lettura di un buon libro e l’invasione della cucina per provare questa o quell’altra ricetta che mai più realizzeremo nel corso della nostra vita, di quella che era una crisi seria e impegnativa già da prima: quella ambientale.

Ci stiamo scordando di quella battaglia, e ciò è preoccupante, poiché corriamo seriamente il rischio di dover rifar tutto al termine di questo momento. Quando questo periodo si sarà concluso, ricominceremo a trascurare le emissioni per riportare l’industria ai livelli precedenti alla pandemia? Lo faremo in nome di quella crescita di cui sopra? Se così fosse, e ahinoi è una possibilità tutt’altro che remota, ci ritroveremo daccapo. Le emissioni tornerebbero a crescere velocemente e le belle misure di cui ci riempiamo la bocca alle conferenze sull’ambiente crollerebbero come castelli di carte su tavolini di vetro. Sull’EcoPost ne abbiamo parlato in dettaglio.

Concretizzare l’impegno

Dobbiamo davvero augurarci che il ministro Costa non abbia torto, che le sue parole non lascino il tempo che trovano, ma siano invece fondamento di un ripensamento vero del sistema economico post – pandemia. Vediamo esempi virtuosi in questo periodo, i quali potrebbero divenire casi studio nei prossimi mesi. Ci riferiamo a numerose aziende, molte delle quali italiane, le quali hanno riconvertito gran parte delle proprie linee di produzione per rifornire gli Stati di prodotti atti a combattere il contagio. Questi esempi di cambiamento ci lasciano ben sperare. Una transizione ecologica dell’economia potrebbe essere davvero possibile.

Ritengo positivo, speranzoso e necessario il pensiero del ministro, che sottoscrivo in pieno. La politica però, troppo spesso ci ha abituato a belle parole cui poi non seguono i fatti. Auspico che non sia così questa volta e che il mondo dimostri veramente un’attenzione all’ambiente, quando giungerà il momento di ripartire. Quel giorno non appare più così lontano. Per tal ragione, ho riempito di spunti questo articolo, rilanciando altri articoli che abbiamo pubblicato sulla testata durante la quarantena. Abbiamo l’occasione di ripartire in maniera pulita e rispettosa dell’ecosistema Terra, non ci resta che dimostrare di essere all’altezza di questo compito.

Manifesto per la green economy, la strada che ci auguriamo sarà intrapresa con convinzione al termine di questa pandemia. Elaborazione grafica: Green Report Magazine

Luci e ombre sul fondo per l’ambiente di Amazon

Amazon-BezosEarthFund

Il modus operandi di Amazon

L’antefatto è il cronico scarso interesse della multinazionale dell’e-commerce, Amazon, verso l’ambiente. L’azienda più grande del mondo, guidata dall’uomo – nettamente – più ricco del mondo, Jeff Bezos, riempie ogni giorno ogni angolo del pianeta con i suoi pacchi che sorridono. La maglietta che non trovavi; la PlayStation per tuo figlio; il set di tazzine che troverei tranquillamente nel negozio sotto casa, ma su Amazon costa meno; il cellulare di ultimissima generazione, perché il mio ha già 6 mesi e va chiaramente cambiato; Amazon consegna tutto a tutti. Un’inchiesta risalente al 2018, firmata da Milena Gabanelli per il Corriere, calcolò che nel corso del 2017 in Italia furono consegnati 150 milioni di pacchi. Cosa comporta questa cifra in termini ambientali?

Le consegne di Amazon sul territorio nazionale avvengono solo ed esclusivamente su gomma. Naturalmente questo non dipende solo dall’azienda, ma anche da una pianificazione infrastrutturale carente che, nel nostro Paese, non ha mai fatto nulla per incrementare altri tipi di trasporto. Torniamo però ad Amazon. I luoghi di partenza di Amazon sparsi lungo il territorio italiano si suddividono in centri di distribuzione e depositi di smistamento. Ad ordine ricevuto e pagamento effettuato, l’azienda mette in moto il pacco, premurandosi di consegnarlo nel più breve tempo possibile. Il tempo è denaro, naturalmente. Per riuscirvi, ogni deposito ha degli stock di merci pronte a partire con brevissimo preavviso.

Il logo di Amazon, con il sorriso inconfondibile che popola i pacchi consegnati giornalmente in giro per il mondo. Foto: Amazon.it

La flotta aziendale

I camion e i furgoncini utilizzati dalla multinazionale non sono certo mezzi che guardano all’ambiente. Secondo un rapporto ISPRA legato all’inchiesta segnalata da cui sto traendo i dati, oltre l’80% dei veicoli commerciali leggeri che transitano giornalmente nelle nostre città appartengono ad una classe inferiore alla Euro 5. Uno studio firmato Bloomberg e McKinsey afferma come i veicoli commerciali, da soli, siano responsabili di oltre il 30% delle emissioni di Co2 e ossido di azoto nella sola città di Londra. A livello europeo incidono per quasi il 50% delle emissioni totali di Nox. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima in circa 3 milioni le morti annuali premature dovute a questo tipo di inquinamento. Dell’incidenza delle morti premature dovute a polveri sottili, anche in Italia, abbiamo parlato a gennaio, come qualcuno ricorderà.

Oltre il 90% dei consumatori si fa recapitare il pacco a casa, oppure in ufficio, nonostante Amazon metta a disposizione dei delivery point in aree e attività commerciali particolarmente frequentati. Le consegne mensili, nel nostro Paese, ammontavano a circa 6 milioni nel 2012, sono poi diventate oltre 15 milioni nel 2017 e sono già aumentate secondo i dati del 2018, secondo un trend che apparirebbe confermato anche per il 2019, seppure i dati non siano stati ancora interamente elaborati. Il traffico su strada e in città di corrieri e fattorini è, dunque, in continuo aumento. Per tal motivo, come diretta conseguenza dell’acquisto online, il numero dei veicoli commerciali impiegati nel mondo è già cresciuto di oltre il 30% negli ultimi 15 anni, ci dicono Bloomberg e McKinsey. Gli stessi ricercatori stimano che tra oggi e il 2050 questo tipo di traffico veicolare aumenterà di oltre il 40%, nelle grandi città.

Il costo del packaging

Mentre nei negozi tradizionali, solitamente, il fornitore consegna uno stock di prodotti, l’imballaggio dell’acquisto online è sempre unitario. Se acquisto un bel maglione in un negozio di abbigliamento, la commessa lo piegherà e me lo infilerà in una busta, di plastica o carta, tramite la quale me lo porterò a casa. Se faccio lo stesso acquisto su Amazon, tutto cambia. Innanzitutto si riempirà la busta di plastica, poi questa finirà dentro un imballaggio di cartone. Per sigillare il tutto, magari, saranno usate fascette di plastica. Corepla, il consorzio per il riciclo di imballaggi in plastica, stima che dal 2016 l’e-commerce ha rappresentato il 15% del totale della plastica immessa al consumo. Parliamo di circa 300mila tonnellate. Il volume di questo rifiuto è aumentato del 200% in dieci anni.

La domanda di cartone aumenta costantemente e, se è vero che tale elemento è fortemente riciclabile ( l’88% di esso viene riutilizzato), l’aumento della richiesta resta comunque costante e sensibile. Tutti i dati utilizzati sono verificabili sulla citata inchiesta di Gabanelli per il Corriere.

Dipendenti contro

L’ondata di sensibilità e attenzione al tema ambientale, che attualmente si sta, finalmente, respirando un pò ovunque, ha investito anche i compound di Amazon. Una ventina di giorni fa, al termine di gennaio, 300 dipendenti del gigante del commercio hanno apertamente criticato la politica aziendale sull’ambiente. Gli aderenti all’AECJ (Amazon Employees for Climate Justice) hanno richiesta maggiori sforzi al colosso dello shopping in rete. Le critiche si rivolgono al piano ambientale presentato il 19 settembre dallo stesso Bezos. Il mogul si è impegnato a raggiungere le emissioni zero nel 2040. L’AECJ chiede che lo stesso risultato di neutralità carbonica sia raggiunto ben 10 anni prima, non più tardi del 2030.

L’azienda è ben consapevole di come il suo successo si debba principalmente all’enorme rete logistica di trasporti stradali costruita per garantire consegne sempre più veloci. Per mettere in piedi una simile piramide funzionale, Amazon si è resa attore principale nella produzione di gas serra. Tali gas rappresentano i principali responsabili dell’emissione in atmosfera di anidride carbonica. Secondo Climate Watch la C02 prodotta annualmente da Amazon (44,4 milioni di tonnellate) equivale al 10% delle emissioni annuali totali della Francia.

Amazon e il fondo per la Terra

Pungolato dai suoi dipendenti e continuamente attaccato dagli attivisti per il clima, Jeff Bezos ha dichiarato che scenderà in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Il CEO dei CEO ha postato, sul proprio account di Instagram, l’intenzione di lanciare il Bezos Earth Fund. Obiettivo del fondo è il contrasto attivo ai disastrosi effetti del surriscaldamento globale. Bezos doterà personalmente il fondo di 10 miliardi di dollari, somma stanziata per iniziare, ha tenuto a specificare il miliardario, la quale sarà sovvenzionata a ricercatori, attivisti e ong in estate.

Il post su Instagram mostra una foto del nostro Pianeta visto dallo spazio, e in esso Bezos ha usato parole incoraggianti e ricche di speranza. “Possiamo salvare la Terra” ha esordito, “ciò richiede un’azione collettiva. Di grandi e piccole aziende, Stati, organizzazioni globali ed individui.” Ha poi concluso scrivendo “La Terra è la cosa che tutti noi abbiamo in comune. Proteggiamola insieme.”

Jeff Bezos, Foto: Repubblica

L’impegno di Amazon: sensibilità o ipocrisia?

Non possiamo che condividere le parole di Bezos; l’intento di una simile azienda ad impegnarsi in prima linea per l’ambiente è encomiabile. In questi giorni abbiamo segnalato l’impegno di BlackRock, altra azienda gigantesca, sul fronte ambientale, e riportare che non sia la sola in questa battaglia è rincuorante, quantomeno. Secondo la nota rivista di scienza e tecnologia, The Verge, l’iniziativa di Bezos non finanzierà progetti privati ma soltanto donazioni benefiche, lo farà prevalentemente sotto forma di borse studio. Questa è una buona notizia, in quanto è atto dovuto premiare e sostenere il merito di studiosi e scienziati da tempo in prima linea in questa lotta, per consentir loro di continuare il prezioso lavoro che portano avanti. L’esternazione di Jeff Bezos, però, si è portata dietro anche un buon treno di critiche e polemiche.

Non tutti i dipendenti di Amazon vedono di buon occhio il Bezos Earth Fund

Pericolo greenwashing

Molte voci hanno affermato che il post del CEO di Amazon non sia che una strategia di comunicazione bagnata di falsa ecologia, greenwashing e poco altro. I primi a fidarsi poco sono proprio i membri della AECJ, i quali hanno scritto in una nota: “Apprezziamo la filantropia di Jeff Bezos ma una mano non può dare quel che l’altra porta via.” Il riferimento velato è ai – redditizi – accordi siglati negli ultimi mesi dello scorso anno da Amazon con alcune società che sfruttano combustili fossili. Tra esse ricordiamo la celeberrima British Petroleum, tristemente nota per il disastro ambientale causato dalla sua piattaforma Deepwater, Shell e Haliburton. Amazon fornirà loro la tecnologia per una migliore automazione ed esportazione dei giacimenti petroliferi.

Il petrolio disperso nel Golfo del Messico dalla piattaforma Deepwater. Foto: The Economist

In aggiunta a ciò, Bezos ha fornito solo dei dettagli rudimentali su quel che farà il suo fondo. Non ha neppure lontanamente indicato o segnalato quali siano le priorità del suo piano o come intenda affrontarle. Annunciare di portare avanti “qualsiasi sforzo che offra una reale possibilità di preservare e proteggere il mondo naturale” significa ben poco. Sono parole che possono suonare vaghe quando provengono dal titolare di un’azienda che ricava miliardi consegnando prodotti imballati in carta e plastica e consegnati sfruttando combustibili fossili.

Cosa aspettarsi da Amazon?

Le controversie aziendali di Amazon sono ben note. La consegna in un giorno garantita a chi utilizza il servizio a pagamento Prime significa furgoncini, spesso semivuoti, che partono immediatamente dopo la conferma d’ordine per evitare disservizi. Per ridurre i costi e soddisfare le esigenze di una vendita al dettaglio così minuziosa i lavoratori sopportano spesso condizioni lavorative degradanti, pressoché disumane. Ci piacerebbe che Bezos contribuisse in maniera seria e decisa alla lotta al cambiamento climatico, dati i suoi mezzi economici. L’esperienza ci insegna però che, troppo spesso, i mogul del capitalismo come lui chiudono un occhio, quando non entrambi, di fronte alla questione. Tristemente, e lo sappiamo, per loro è più importante il guadagno del bene comune.

Il costo ambientale di Amazon Prime