La pianta marina che combatte la plastica: la Posidonia oceanica

Vi sarà sicuramente capitato, durante una passeggiata sulla spiaggia, di incontrare delle palline color marrone e non capire di cosa si trattasse. In questo articolo vi introdurremo ad una pianta marina essenziale per l’equilibrio dei nostri mari, ai rischi che corre e al suo aiuto nella battaglia contro la plastica: stiamo parlando della Posidonia oceanica.

La Posidonia oceanica, elemento chiave

La Posidonia oceanica è una pianta adattata alla vita subacquea, endemica del Mediterraneo, cioè presente solo lungo le coste di questo bacino; si tratta di un elemento chiave per la conservazione degli ecosistemi del Mar Mediterraneo. Difatti, questa è in grado, come tutte le piante, di catturare la CO2 dall’atmosfera e, di conseguenza, modificare l’acidità dell’acqua oltre ad ossigenarla. Inoltre, svolge la funzione di habitat e nutrimento per un gran numero di specie di pesci ed invertebrati, in particolare larve e i giovani esemplari, creando vere e proprie “nursery”.

Crediti: Marevivo

Le piante di Posidonia oceanica crescono formando ampie praterie sommerse, su fondali sabbiosi e ghiaiosi. Per un a crescita ottimale ha bisogno di acque estremamente limpide. Per questo motivo, la presenza di fitte e grandi praterie è un chiaro segno della qualità delle acque. Vengono considerate per questo dei “bioindicatori”.

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La funzione delle praterie è paragonabile a quella delle foreste tropicali e delle zone umide: essa svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’equilibrio ecologico del mare.

I posidonieti svolgono un ruolo importante nei processi relativi agli ecosistemi costieri e alle dune, nella modellazione dei processi sedimentari e nella compattazione delle spiagge di sabbia. Le foglie morte di Posidonia oceanica agiscono come un naturale bacino di riduzione dell’energia delle onde; portando al minimo l’erosione del suolo, della spiaggia e delle dune.

Una valida alleata nella lotta contro la plastica

I ricercatori hanno scoperto che queste piante sottomarine intrappolano le microplastiche in fasci di fibre naturali, noti come “palline di Nettuno”. Secondo lo studio “Seagrasses provide a novel ecosystem service by trapping marine plastics”, queste sono in grado di filtrare e “intrappolare” le plastiche disperse in mare, specialmente nelle aree costiere. Gli scienziati hanno svolto la conta delle particelle presenti in queste sfere riversatesi sulle spiagge in Spagna.

“Ciò dimostra che i detriti di plastica sul fondo del mare possono essere intrappolati nei residui algali, lasciando infine l’ambiente marino riversandosi sulla spiaggia”, ha riferito Anna Sanchez-Vidal, biologa marina dell’Università di Barcellona.

“Questa pulizia rappresenta una continua eliminazione dei detriti di plastica dal mare”, ha aggiunto.

Ancorandosi in acque poco profonde, aiutano a prevenire l’erosione della spiaggia e ad attenuare l’impatto delle mareggiate distruttive.

 ‘Neptune balls’, è ben visibile la plastica intrappolata nelle fibre.
Photograph: Marta Veny/UNIVERSITY OF BARCELONA/AFP/Getty Images

Crescendo dall’Artico ai tropici, la maggior parte delle specie ha foglie lunghe e erbose che possono formare vasti prati sottomarini. Non è chiaro se la raccolta della plastica danneggi le alghe stesse. Sanchez-Vidal e il suo team hanno studiato solo la Posidonia oceanica; ma si pensa che anche altre Fanerogame possano svolgere la medesima funzione.

Le minacce alla Posidonia oceanica

Le principali minacce per le praterie di Posidonia oceanica sono le costruzioni marittime, l’inquinamento delle acque costiere; l’ancoraggio, le spiagge artificiali e l’eliminazione delle foglie morte di Posidonia oceanica dalla spiaggia e le specie aliene.

I posidonieti, che occupano circa 500.000 km2, sono in declino a livello mondiale, con un tasso di perdita stimata del 1-2% all’anno; quattro volte il tasso di perdita delle foreste tropicali e la percentuale sale e raggiungere il 5% nel Mediterraneo. Inoltre, la lenta crescita di queste piante (2 cm/anno) fa si che le perdite siano irreversibili, e che i tempi di recupero della pianta richieda diversi secoli.

Un’altra minaccia ai posidonieti sono le specie aliene, come la Caulerpa taxifolia, conosciuta come “alga killer”. All’inizio degli anni ’80 l’alga è sfuggita dall’Acquario di Monaco attraverso le acque di pulizia delle vasche e ha iniziato a colonizzare il Mediterraneo ad una velocità impressionante. Ai tempi la questione fu sottovalutata perché non si pensava che un’alga marina originaria delle acque tropicali degli oceani Indiano, Pacifico e Atlantico sarebbe riuscita a superare le temperature invernali del Mediterraneo.

Oggi l’alga è invece diffusa in gran parte del Mediterraneo (la colonia più settentrionale è in Croazia) ma anche in California e nell’Australia meridionale. Ora sono considerate una delle 100 peggiori specie invasive a livello mondiale.

Cresce rapidamente soffocando le forme bentoniche delle zone costiere soprattutto se l’ambiente è già disturbato, ad esempio da scarichi di acque usate. Producono una tossina repellente che le rende sgradevoli, così da non avere predatori in natura.

Progetto “Rispetta il tuo Capitale” di Marevivo

Il progetto “Rispetta il tuo capitale” di Marevivo, in collaborazione con Pramerica SGR, ha permesso la riqualificazione, il ripristino ed il monitoraggio di un’importante area marina Italiana, concretizzandone poi i risultati in uno studio in collaborazione con l’Università Bocconi di Milano e l’Università degli Studi di Genova.

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In particolare l’associazione si è occupata di effettuare interventi ambientali innovativi nell’area di Marina di Cecina, in Toscana, per la tutela della Posidonia oceanica.

Le attività condotte hanno permesso un pieno riutilizzo delle risorse necessarie per l’ambiente ed un corretto trattamento dei rifiuti antropici rinvenuti durante le operazioni. La Posidonia spiaggiata è stata recuperata e trasformata in fertilizzante naturale; la sabbia depurata è stata riportata sulla spiaggia di appartenenza e gli scarti sono stati correttamente smaltiti secondo i principi della raccolta differenziata.

Il progetto è proseguito nei mesi di giugno e luglio 2020 in zona Secche di Vada, a nord di Marina di Cecina; con un intervento finalizzato alla pulizia dei fondali marini per liberare il mare e la Posidonia dai rifiuti. Sono stati recuperati grandi quantità di plastica, copertoni di auto e camion, reti abbandonate e altri attrezzi da pesca; tutti materiali potenzialmente pericolosi per gli animali marini e per la crescita e lo sviluppo della Posidonia.

La tutela della Posidonia

I posidonieti sono stati considerati un ecosistema prioritario dalla Comunità Europea con la direttiva n° 43/92 CEE relativa alla “conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche”, recepita nell’ordinamento italiano dal D.P.R. n° 357 del 08/09/1997.

La Posidonia oceanica è specie protetta in quanto inclusa nell’allegato II alla Convenzione di Berna del 19/11/1979 relativa alla “Conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa” ratificata in Italia con la legge n° 503 del 05/ 08/ 1981.

La Posidonia oceanica è inserita nell’Annesso II alla Convenzione di Barcellona del 1995 per la protezione del Mediterraneo dall’inquinamento, ratificata in Italia con legge n° 175 del 27/05/99.

Plastic Bali, l’isola indonesiana sommersa dalla plastica

Non è una novità che le candide spiagge dell’isola di Bali vengano periodicamente sommerse dalla plastica, proveniente dal grande Blu. Secondo gli esperti, questo dramma ecologico sta diventando un appuntamento annuale fisso, durante la stagione dei monsoni; a causa della cattiva gestione dei rifiuti e per via della sempre più crescente crisi globale da inquinamento marino. L’ultimo episodio ha inaugurato il 2021, dando il via ad un altro anno all’insegna del vero mostro dei mari: la plastica.

Plastic Bali

No, non è il titolo di un nuovo film in uscita nelle sale a gennaio, ma lo scenario davanti al quale si sono ritrovati i balinesi nei primi giorni dell’anno nuovo. La sabbia bianca delle tipiche spiagge indonesiane lascia il posto a tonnellate di materiali plastici.

I litorali maggiormente colpiti sono quelli di Kuta, Legian e Seminyak collocati a nord dell’isola. In due giorni sono state raccolte circa 90 tonnellate di rifiuti, e durante il secondo giorno di raccolta la quantità è raddoppiata fino a 60 tonnellate.

La stagione monsonica porta alla luce lo scorretto modello di gestione dei rifiuti a Bali.

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Wayan Puja, dell’agenzia per l’ambiente ed i servizi igienico-sanitari della zona di Badung, maggiormente colpita, ha dichiarato:

“Abbiamo lavorato molto duramente per ripulire le spiagge, tuttavia la spazzatura continua ad arrivare. Ogni giorno impieghiamo il nostro personale e camion”.

Nel 2010 l’Indonesia ha prodotto 3,2 milioni di tonnellate di plastica. Circa la metà è finita in mare. 

Perchè la plastica arriva a Bali?

La dott.ssa Denise Hardesty, ricercatrice presso l’agenzia australiana CSIRO ed esperta di inquinamento da plastiche, ha affermato che attualmente ne viene raccolta una “quantità enorme” dalle spiagge e che la situazione peggiora di anno in anno. Ma perché?

“Non è un fenomeno nuovo e non ci si deve sorprendere; accade ogni anno, ma è aumentato nell’ultimo decennio. La spazzatura probabilmente non viaggia molto e ci sono molte altre spiagge dell’arcipelago indonesiano che subiscono il medesimo destino.

Nel sud-ovest di Bali le spiagge tendono a raccogliere rifiuti quando piogge monsoniche e venti soffiano da ovest a est (annualmente).

La crescente quantità di plastica portata dal mare è in linea con l’aumento globale della produzione di quest’ultima. Le spiagge di tutto il mondo stanno assistendo ad un aumento dei rifiuti, ma nei paesi monsonici troviamo un effetto stagionale molto più forte.”

La dott.ssa Hardesty ha affermato che la comunità locale sta diventando sempre più attiva nel tentativo di ridurre l’uso della plastica, utilizzando una serie di approcci per affrontare il problema alla radice.

Alcune delle cause principali risiedono nel pessimo trattamento e negli inefficaci sistemi di gestione dei rifiuti in Indonesia; Bali e Java hanno appena iniziato a riorganizzarlo.

Il governatore di Bali, Wayan Koster, ha sollecitato un’azione seria per ripulire le spiagge dalla plastica, enorme attrazione turistica.

“L’amministrazione Badung dovrebbe disporre di un sistema di gestione dei rifiuti a Kuta Beach completo di attrezzature e risorse umane adeguate, in modo che possano lavorare rapidamente per ripulire i rifiuti che giungono sulla spiaggia. Inoltre, nella stagione delle piogge, quando ci sono turisti in visita, i sistemi di trattamento dei rifiuti dovrebbero funzionare 24 ore al giorno. Non si può più aspettare”.

Migliaia di turisti sarebbero normalmente a Bali in questo periodo dell’anno, ma la pandemia da Covid-19 ha duramente colpito l’economia dell’isola e decimato l’industria del turismo, con solo arrivi nazionali.

Le strategie: dall’educazione alla Tourist Tax

A Bali manca l’infrastruttura – o un piano – per affrontare la situazione rifiuti. Se le spiagge sono sempre più piene di bottiglie e buste è anche a causa del turismo, di abitudini molto radicate e di una scarsa consapevolezza del ciclo di vita della plastica, dal momento in cui si butta al mare che la riporta a riva sotto forma di rifiuto.

A fine 2018 il governatore balinese Wayan Koster ha annunciato la messa al bando di polistirolo, buste e cannucce di plastica.

Il governo indonesiano si è ripromesso di ridurre i rifiuti di plastica nel mare del 70% entro il 2025. E l’amministrazione di Bali sta convertendo la discarica di Suwung, che con oltre 30 ettari è la più grande dell’isola e si trova nella capitale Denpasar, in un parco ecologico con termovalorizzatore.

Una delle spiagge più famose di Bali, completamente invasa dai rifiuti.

Sempre nel 2018 è stato redatto un nuovo regolamento che include una tassa di $10 per i visitatori stranieri. Il governatore di Bali ha affermato che le entrate derivate dalla tassa andrebbero a favore di programmi che aiutano a preservare l’ambiente e la cultura balinese. La nuova tassa viene proposta alla luce della continua battaglia dell’isola contro i rifiuti di plastica, che inquinano le spiagge e le acque circostanti.

Altrettanto essenziale è la sensibilizzazione del singolo cittadino al tema dei rifiuti; di questo, per esempio, se ne occupa la ONG “Bye Bye Plastic Bags” fondata dai giovani del luogo e che mira ad aumentare la consapevolezza sull’impatto dannoso che la plastica ha sul nostro ambiente, animali e salute, condividendo anche come essere parte della soluzione. 

Campioni della Terra: l’Onu premia sette giovani imprenditori ambientalisti

Imprenditori, intraprendenti, ambientalisti. Con le loro invenzioni vogliono migliorare il mondo. Per questo motivo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite li ha premiati, insignendoli del riconoscimento “Giovani Campioni della Terra”. Hanno trovato nuovi metodi per far fronte a vecchi problemi, come spiega bene Inger Andersen, la direttrice esecutiva del Programma Ambiente dell’Onu.

«A livello globale, i ragazzi sono all’avanguardia nella richiesta di soluzioni significative e immediate alle tre grandi crisi planetarie del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento. Noi dobbiamo ascoltare». Conosciamo meglio i sette vincitori e le loro idee: Nzambi Matee, Xiaoyuan Ren, Vidyut Mohan, Lefteris Arapakis, Max Hidalgo Quinto, Niria Alicia Garcia, Fatemah Alzelzela.

Nzabi Matee: i mattoni alternativi per un futuro nuovo (Giovani Campioni della Terra – Africa)

Ha studiato fisica e ingegneria dei materiali. A 29 anni, è responsabile della Gjenge Makers Ltd, un’azienda di produzione di materiali da costruzione sostenibili. Vuole affrontare così il problema, Nzabi Matee, dell’inquinamento da rifiuti di plastica, riuscendo anche a migliorare le condizioni abitative del Kenya, Stato da cui proviene. «Abbiamo collaborato con diversi produttori di tappi e guarnizioni per bottiglie di plastica nell’industria delle bevande e farmaceutiche qui in Kenya, da cui raccogliamo scarti.» Il passo successivo è amalgamare questi composti con sabbia riciclata. In questo modo, la società riesce in un duplice scopo: fare bene all’ambiente e fornire un reddito stabile a più di 100 persone, riconvertendo 500 chilogrammi di rifiuti al giorno.

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Xiaoyuan Ren: trovare acqua pulita e potabile, per tutti (Giovani Campioni della Terra – Asia e Pacifico)

Ha messo in pratica i suoi studi in ingegneria ambientale al MIT, per rendere accessibile l’acqua anche agli abitanti delle zone rurali. Così, Xiaoyuan Ren, ventinovenne cinese, ha creato la piattaforma dati MyH20- Water Information Network. Il suo scopo è di monitorare il sistema idrico, diagnosticarne i problemi e risolverli nel minor tempo possibile. «Negli ultimi mesi, la nostra rete è cresciuta fino a superare 100 team sul campo che coprono oltre 3800 set di dati in quasi 1000 villaggi in 26 province e ha consegnato con successo stazioni di acqua pulita a decine di migliaia di abitanti dei villaggi in Cina.»

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Vidyut Mohan: la tecnologia contro l’inquinamento atmosferico (Giovani Campioni della Terra – Asia e Pacifico)

Comprare bucce di riso, paglia e gusci di cocco dagli agricoltori e trasformarli in carbone. Così Vidyut Mohan vuole contribuire a mitigare i cambiamenti climatici e dare un sostentamento economico alle comunità povere. Co-fondatore di Takachar insieme a Kevin Kung, il suo scopo è quello di far diminuire la combustione di sterpaglie, spesso utilizzata dagli agricoltori per preparare i campi alla nuova semina e così riducendo i costi di bonifica. Secondo alcuni studi recenti, «entro il 2030, Takachar avrà un impatto su 300 milioni di agricoltori colpiti da questo problema, creerà 4 miliardi di dollari all’anno equivalenti in reddito rurale e posti di lavoro aggiuntivi e mitiga un gigaton/ anno di CO2 equivalente.»

Lefteris Arapakis: proteggere il Mediterraneo per proteggere la Terra (Giovani Campioni della Terra – Europa)

La plastica in mare è una delle grandi e dannose conseguenze del nostro stile di vita. Lefteris Arapakis, ventiseienne greco, ha voluto fare la propria parte. Attraverso la sua azienda Enaleia, non solo si occupa di bonificare i rifiuti oceanici, ma procede anche al loro corretto riciclaggio. Creando un’operazione di pulizia su larga scala, riesce a eliminare più di 1,5 tonnellate di plastica marina settimanalmente e 10 tonnellate di attrezzi da pesca scartati. Anche per questo, ha lanciato Mediterranean Cleanup, lavorando con 700 persone su 145 barche dalla Greci e dall’Italia e danno una ricompensa per i rifiuti raccolti.

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Max Hidalgo: trasformare l’aria in acqua è possibile (Giovani Campioni della Terra – America Latina e Caraibi)

Il suo obiettivo è approvvigionare le popolazioni rurali, dove le risorse idriche scarseggiano. Per questo, Max Hidalgo Quinto, biologo trentenne peruviano ha fondato YAWA, una tecnologia che permette di ottenere fino a 300 litri di acqua al giorno dall’umidità atmosferica e dalla nebbia.

«Yawa è un’alternativa che ci permetterà di prepararci per il futuro di fronte a un’imminente carenza di questa risorsa che 33 paesi subiranno nel mondo nel 2040.» Il suo generatore di energia elettrica a forma di fiore locale e un vaso in grado di ricaricare le batterie dei telefoni cellulari sono solamente due delle sue invenzioni.

Niria Alicia Garcia: le comunità indigene guidano la lotta per salvare il salmone del Sacramento (Giovani Campioni della Terra – Nord America)

«Il motivo per cui stiamo lottando per riportare indietro il salmone Chinook è che sono una specie chiave di volta qui. […] Sono anche sacri per il popolo Winnemem Wintu e molte altre comunità indigene dalla California al Canada all’Alaska.»

Così si presenta Niria Alicia Garcia, laureata in studi ambientali e sostenitrice dei diritti umani dei Xicana. Organizza la Run4Salmon, un percorso di due settimane, che segue lo storico viaggio del pesce per 480 chilometri. In questo modo, vuole ispirare, educare e coinvolgere le persone, per preservare gli animali dall’estinzione.

Fatemah Alzelzela: Eco Star e gli alberi per i rifiuti (Giovani Campioni della Terra – Asia Occidentale)

Ventitreenne, originaria del Kuwait, Fatemah Alzelzela ha concluso i suoi studi in ingegneria elettrica lanciando Eco Star. Il team si focalizza sulla raccolta differenziata. «In cambio di rifiuti, lavoriamo fianco a fianco con le principali aziende agricole per dare piante e alberi a privati e organizzazioni – incoraggiando l’aumento della copertura verde.»

Le tonnellate di materiali risparmiati attraverso questa modalità di smaltimento sono in aumento e le operazioni sono state più di duemila, coinvolgendo istituzioni e privati.

La plastica dei Paesi sviluppati invade l’Africa

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Negli anni ’70 la plastica, una meraviglia della tecnologia al tempo, era considerata un materiale rivoluzionario. Questo derivato del petrolio rappresentava il materiale del futuro. La sua duttilità, la sua possibilità di acquisire qualsiasi forma e contenere pressoché qualunque materiale fecero gioire i chimici all’epoca, convinti di aver trovato la chiave di volta, la quintessenza della loro ricerca, il prodotto che avrebbe accompagnato l’umanità per il resto della sua esistenza. Cinque decenni fa, a nessuno interessava la questione ambientale. Non ci si curava troppo di che cosa avrebbe significato dover smaltire tutta quella plastica che iniziava ad invadere il mercato.

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Dove finisce la nostra plastica?

I Paesi ricchi, il cosiddetto Occidente sviluppato, non è in grado di riciclare la maggior parte della sua plastica. Molto semplicemente, ne produce troppa. Il riciclo del materiale è un processo lungo e complicato: esso prevede che la plastica venga pulita, smistata, triturata, trasformata in piccoli pezzettini denominati flakes (fiocchi, in inglese) i quali saranno in seguito convertiti in nuovi prodotti. Ammesso che questo processo venga seguito alla lettera e il materiale sia riciclato come si deve, ogni singola fase di questo processo degrada la qualità del polimero. La plastica non è vetro, non si può riciclare all’infinito. Già fin dal primo passaggio del suo riciclo, essa si deteriora notevolmente.

Per i Paesi ricchi è molto più semplice, economico e rapido, evitare di riciclare la propria plastica. Molti Stati, infatti, non cominciano neppure il processo di riciclo, soprattutto nel caso delle plastiche più dure e difficilmente riconvertibili. Si preferisce bruciare i rifiuti o, in maniera ancor più comoda, spostarli semplicemente da un luogo ad un altro. La maggior parte della plastica prodotta dove si sta bene, finisce dove si sta male, spesso sotto forma di conditio sine qua non inserita all’interno di accordi commerciali tra occidentali e Paesi in via di sviluppo.

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L’incognita della responsabilità

Negli Stati Uniti si produce la maggior quantità di plastica nel mondo. Il loro primato potrebbe essere presto superato da alcune economie emergenti ma, diversamente da quanto accade negli USA, la Cina sta pensando di bandire completamente la plastica monouso. Il primo passo è stato l’abolizione dei sacchetti non biodegradabili. Entro la fine del 2020 saranno messi al bando in tutte le principali città del gigante orientale. Entro il termine del 2022 si stima che non ne circoleranno più. Negli States sono più indietro. Recentemente si è aperto un dibattito: chi è il responsabile dell’inquinamento dovuto a materie plastiche?

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Il fabbisogno di plastica per ogni Stato europeo. Tabella: Polimerica

Il Partito Democratico americano spinge per incolpare le aziende produttrici. La proposta dem contempla la creazione di un programma nazionale di vuoti a rendere, l’eliminazione di numerosi prodotti monouso non necessari già a partire dal 2022 e la sospensione temporanea della pianificazione ed edificazione di nuovi impianti per la produzione di plastica. Nel disegno di legge presentato si prevedono anche controlli atti a verificare che i rifiuti di questo materiale prodotti negli USA non siano spediti in altri Paesi. La strada per l’approvazione di questa proposta è tutta in salita. Ci troviamo in America e le corporation tengono la politica imbavagliata, come spesso accade.

Matt Seaholm lavora presso la Plastic Industry Association. Si tratta dell’associazione statunitense rappresentante di tutte le aziende del settore. Seaholm dirige la divisione che ha il compito di impedire divieti all’utilizzo delle plastiche. Come ogni lobby, anche quella dei produttori statunitensi di questo inquinante polimero è legata stretta alle alte sfere della politica. Non solo la PIA ha sempre negato ogni responsabilità dell’industria nella produzione dei rifiuti, essa è anche passata all’attacco in seguito alla presentazione della proposta che abbiamo ora descritto e lo ha fatto con Seaholm in prima linea.

Guerra allo shopper riutilizzabile

Nei peggiori momenti della pandemia, sono usciti numerosi articoli – non esattamente inattaccabili dal punto di vista scientifico – nei quali si affermava che le buste della spesa riutilizzabili erano un veicolo di contagio da nuovo coronavirus. Quasi tutti questi articoli riportavano gli studi del ricercatore Ryan Sinclair, autore di tre studi relativi all’argomento. I dettagli delle sue ricerche possono essere consultati sull’Internazionale numero 1379, importante fonte per questo articolo. Questi approfondimenti di Sinclair sono stati finanziati dall’American Chemistry Council – chiaramente di parte – e dai californiani di Environmental Safety Alliance. Segretario di quest’ultimo gruppo è un ex lobbista della NRA, la potentissima lobby delle armi, convinto che le leggi civili dovrebbero basarsi su quanto scritto nella Bibbia. Un simile personaggio deve essere sicuramente un luminare della questione ambientale.

In realtà, l’ultimo di questi studi è piuttosto chiaro nell’affermare che qualunque rischio di eventuali contagi legati al riuso di sacchetti per la spesa si può contrastare lavando mani e shopper. Eppure, l’industria della plastica non ha desistito, continuando ad usare questo materiale per rilanciare la necessità di utilizzare sacchetti di plastica monouso. A loro dire, naturalmente, essi sono molto più sicuri.

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L’opportunismo degli industriali non ha scalfito le decisioni già prese in numerosi Paesi volte a limitare consumo e produzione di plastica. Questa è una buona notizia ma ci dimostra, una volta in più, come il sistema economico in cui viviamo sia del tutto disinteressato a salvare il nostro Pianeta, se per farlo deve andare contro i propri interessi.

Le rigide normative africane

Il continente nero, giovane e attento alla tematica ambientale ben più dell’occidente, è quello dove sono state approvate le normative più severe. Il Senegal ha già messo al bando le tazze in plastica monouso e l’acqua in sacchetti di plastica – metodo di trasporto molto diffuso in uno Stato dove l’acqua è oro. In Kenya già dal 2017 sono stati vietati gli shopper usa e getta, i quali fino a 3 anni fa volavano per strada, intasavano le falde acquifere e restavano appesi agli alberi. Nairobi ha inoltre vietato l’introduzione di plastiche monouso, comprese le bottiglie di plastica, nei parchi nazionali e nelle aree protette.

Nel 2018 si era parlato di estendere questo divieto sull’intera superficie nazionale ma poi non se n’è fatto nulla. Come mai? Perché le multinazionali dei soft drinks hanno battuto i pugni sul tavolo. Coca Cola, Unilever e Kenya Association of Manufacturers si sono issate in difesa del polietilene tereftalato (PET), con il quale si fanno le bottigliette.

Le strategie dei giganti della plastica

Dati i prezzi particolarmente bassi a seguito del crollo del costo del petrolio, è ora molto più conveniente produrre involucri in plastica piuttosto che in vetro. Le aziende appena citate hanno creato la PETCO, società ad hoc che si dovrebbe occupare di riciclare la plastica per le aziende che l’hanno istituita. Il condizionale resta d’obbligo dal momento che nel 2019 il consorzio ha stanziato la miseria di 385.400 dollari di sussidi per incentivare il riciclo in Kenya. Si tratta di noccioline se consideriamo che due dei tre componenti della PETCO sono parte delle magnifiche 5, le multinazionali che fatturano più dei PIL di molti Stati e, di fatto, hanno in mano le sorti del mondo trainandone l’economia.

Naturalmente, la scelta di presentare questo consorzio come un ente paladino del riciclo non è che parte di una strategia adottata a livello globale dall’industria della plastica. Gli addetti ai lavori del settore, infatti, hanno da tempo preso di mira i Paesi più poveri come luoghi di stoccaggio dei loro rifiuti.

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Prospettive del consumo della plastica nei prossimi 15 anni. Elaborazione: Polimerica

Porto anche l’esempio della Alliance to end plastic waste, creata l’anno scorso da BASF, Exxon Mobil e altre aziende tra le principali produttrici di plastica. Questa alleanza si è impegnata a finanziare con 1,5 miliardi di dollari tutte le operazioni necessarie ad impedire l’accumulo di rifiuti plastici nell’ambiente. La cifra, a un profano, potrebbe sembrare elevata; in realtà però si tratta di appena l’1% della cifra che si stima sia necessaria per ripulire gli oceani dalla plastica che li soffoca. L’industria non ha alcuna intenzione di riciclare, vuole semplicemente mettersi in buona luce. Il loro business è per definizione nemico dell’ambiente.

Un sistema alimentato a bugie

Non sono affatto pochi gli attivisti che, in Africa, si stanno battendo contro i soprusi delle multinazionali che riempiono di plastica le loro discariche. Ovviamente però, un pugno di ambientalisti proveniente da Paesi in via di sviluppo può abbastanza poco contro un’azienda come Coca Cola o contro le sue alleate Nestlé e Unilever. A chiunque si batta davvero per l’eliminazione dalla plastica, le operazioni di facciata delle grande produttrici infiammano i nervi.

Secondo David Azoulay, direttore del programma di salute ambientale presso il Center for International Environmental Law a Ginevra, le iniziative presentate nel pragrafo precedente non sono altro se non “soldi investiti per poter continuare ad inquinare. È come se il nostro vicino ci pagasse un dollaro per contribuire alla pulizia del giardino ma poi vi riversasse 250 dollari di spazzatura. Nessuno accetterebbe un simile patto.”

Sullo stesso piano di questo ragionamento esemplificativo dobbiamo metterne un altro, questa volta purtroppo reale.

Donald Trump e la plastica

Anche l’amministrazione Trump, notoriamente ben più interessata all’economia che all’ecologia, si trovò costretta ad occuparsi di plastica. Lo scorso novembre, sull’ondata dell’indignazione mondiale per i rifiuti in plastica, Rick Perry, dimissionario segretario all’energia, nell’annunciare un’iniziativa presidenziale per preservare la pulizia dei corsi d’acqua nazionale dalla plastica, snocciolò ai giornalisti una delle favole più amate dall’industria della plastica a stelle e strisce. “Nel mondo contiamo otto fiumi che trasportano, da soli, il 90% dei rifiuti plastici negli oceani. Nessuno di questi è americano.” Disse in quell’occasione l’allora segretario.

Il dato è corretto. Dieci corsi d’acqua trasportano una percentuale del carico globale di questi rifiuti che si attesta intorno al 90% in mare. Otto sono collocati in Asia e due in Africa. Perry non si è inventato nulla. Ce lo dice la rivista specialistica Environmental Science and Technology, in uno studio del 2017. Quel chel’ex segretario ha omesso è che la maggior parte di quella plastica non proviene dagli Stati lambiti da quei fiumi. Quasi tutta è di provenienza nordamericana o europea.

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Stando ai dati di Environmental Sciences Europe, risalenti al 2019, negli ultimi 30 anni i Paesi ricchi hanno esportato oltre 172 milioni di tonnellate di plastica. Questi rifiuti sono stati fatti sbarcare in 33 diversi Stati africani. Il valore della plastica spostata nel continente nero ammonterebbe a 285 miliardi di dollari. La maggior parte di questo materiale è costituto da bottiglie e bottigliette. Le etichette su di esse riportano spesso il logo di Coca Cola o Pepsi. Le origini del problema della plastica in Africa, non sono affatto locali. Il più recente trattato tra USA e Kenya, il quale mira a spostare altre navi di plastica sull’Atlantico, è stato definito dall’amministrazione Trump. E dalla lobby del petrolio che tiene il Presidente al guinzaglio, naturalmente.

Il nocciolo della questione

I paesi in via di sviluppo trovano difficoltà a smaltire la loro spazzatura. Spesso non hanno a disposizione infrastrutture in grado di gestire correttamente il pattume prodotto nei grandi nuclei urbani, ove gli abitanti si riversano per cercare un lavoro che nelle campagne non li consentirebbe di vivere con dignità. Le capitali di questi Stati sono spesso giganti insaziabili, sempre più vaste e popolate. Ciò porta gentrificazione, ciò porta consumo di suolo – ne abbiamo parlato in altre occasioni – ciò produce inevitabilmente rifiuti. Incuranti di ciò gli Stati Uniti – soprattutto, ma anche numerosi altri Paesi sviluppati – riversano su questi territori enormi quantità di rifiuti aggiuntivi. Spesso e volentieri, questa immondizia è composta da quella più difficile da smaltire: plastiche dure e particolarmente ingombranti, polimeri trattati e rinforzati in laboratorio per trasportare farmaci e altri materiali delicati, spesso tossici.

Come riciclare correttamente la plastica. Video: PET – Recycling Svizzera

La tratta – perché di essa si tratta – di rifiuti dai Paesi ricchi a quelli poveri è definita commercio globale dei rifiuti. Essa ha però ben poco delle consuete caratteristiche del commercio. Il valore della plastica di scarto è infimo, tanto che molte aziende vengono pagate per riceverla. I rifiuti spediti lontano in questo modo vengono etichettati come riciclati nelle statistiche degli Stati che li cedono; spesso e volentieri, però, chi li riceve, incapace di riciclare l’intera mole della spazzatura che riceve, finisce per incenerirla o lasciarla a marcire nelle discariche.

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La geopolitica della plastica

I Paesi in via di sviluppo non sono affatto contenti di ricevere tutta questa plastica e questo meccanismo corre il rischio di dare avvio ad un domino pericoloso. La plastica potrebbe dare avvio ad una guerra mondiale dei rifiuti, nella quale i ricchi spediscono ai poveri i loro rifiuti e i poveri li rimbalzano a chi è ancor più povero, e alla fine nessuno si occupa dello smaltimento del rifiuto. Il termine smaltimento non è impiegato a caso, perché di fronte a queste dinamiche dobbiamo chiederci se il riciclo sia, in effetti, davvero la soluzione migliore. L’arma più efficace per vincere la guerra alla plastica, non è questa. Occorre ridurre l’impiego del materiale piuttosto che incentivarne il consumo nascondendo la polvere sotto il tappeto del riciclo.

La plastica è una componente particolarmente significativa all’interno della più vasta questione ambientale. C’è un accordo internazionale, firmato a Ginevra, il quale dovrebbe impedire lo smercio incontrollato del materiale in altri Paesi. Gli USA non hanno ratificato il trattato, ma anche chi quella convenzione l’ha firmata, sembra curarsene molto poco. L’infatuazione dell’umanità per la plastica, nata due generazioni fa quando il polimero sembrava il quinto elemento della tecnica, una sorta di equazione divina discesa sull’uomo per consentirgli di creare qualunque cosa potesse pensare con questo materiale, ci ha mostrato anche la faccia più oscura della sua medaglia. La plastica è ovunque, spesso invisibile eppure ugualmente inquinante. La questione del rifiuto plastico e della sua gestione potrebbe minare la geopolitica dei prossimi anni e decenni. SI Stima che occorreranno ancora diversi lustri, prima che l’industria cominci effettivamente a declinare.

Plastic Free: in migliaia per pulire le spiagge italiane

Plastic Free
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Domenica 27 settembre l’associazione Plastic Free Onlus ha organizzato una raccolta di rifiuti nazionale a cui hanno aderito più di 50 città italiane. In totale sono stati raccolti 30 mila kg di spazzatura. L’attivismo di Plastic Free si concentra soprattutto nelle spiagge, dove l’accumulo di plastica e altri materiali minaccia spaventosamente gli ecosistemi marini. Abbiamo voluto intervistare Laura Angeletti, referente locale per la città di Fano, nelle Marche. Dalle sue parole risulta chiaro che la partecipazione a questi eventi può rappresentare un metodo efficace e divertente per appassionarsi alla tematica ambientale ed assumere consapevolezza riguardo l’emergenza climatica.

Intervista a Laura Angeletti, referente locale per Plastic Free Onlus

Ciao Laura, come ti sei avvicinata alla tematica ambientale? Perché, fra tutte le associazioni ambientaliste, hai scelto proprio Plastic Free?

“E’ stata mia madre ad insegnarmi ad avere rispetto per l’ambiente. Fin da piccola mi ha insegnato a fare la raccolta differenziata, mi ricordava di chiudere l’acqua mentre spazzolavo i denti, di preferire le verdure locali e di stagione. Mi sgridava facendomi raccogliere il mozzicone di sigaretta perché “anche un solo mozzicone conta”.  Ho iniziato con lei a raccogliere la plastica dalle spiagge che frequentavo; d’estate, non raccoglievamo conchiglie, ma plastica. Mi ha insegnato ad avere attenzione verso certi comportamenti, per cui sono sempre stata abituata ad avere rispetto per l’ambiente. 

Ma il cambiamento radicale e l’avvicinamento a PlasticFree è successo durante il lockdown. Una sera ero nel mio terrazzo, fumavo una sigaretta e per sbaglio ho alzato gli occhi al cielo: era il cielo più luminoso che avessi mai visto da quel terrazzo. Fissavo le stelle che brillavano e sentivo entrare nei polmoni un’aria fresca e pulita. Pensai: “ci siamo fermati. La terra respira e le stelle brillano di più! ” Da quella frase, da quel pensiero, è nata in me la necessità di dover fare altro, qualcosa di più, almeno per la mia città. Sentivo il bisogno di dover smuovere qualcosa, di provare a “far aprire gli occhi”, almeno alle persone che erano intorno a me.

La scelta di Plastic Free: “mi fanno sentire parte attiva”

Dopo il lockdown ho iniziato a coinvolgere qualche amica nelle mie camminate mattutine di “clean-walking” lungo la spiaggia, ma ogni volta era come se ci fossero sempre più rifiuti da raccogliere. Un pomeriggio mi sono dedicata a delle ricerche online, volevo avere informazioni sull’atteggiamento del nostro paese rispetto alla problematica della plastica e fu così che scoprii l’associazione Plastic Free Onlus. È un’associazione nata da poco, un’associazione giovane e di giovani. All’inizio ero un po’ scettica, nella mail al presidente Luca de Gaetano avevo specificato:“ sono già sostenitrice di altre associazioni, ho a cuore l’ambiente ma sono stanca di poter/dover contribuire solo con delle donazioni, vorrei fare qualcosa di tangibile”.

La risposta della Onlus non è tardata ad arrivare, con parole precise e dirette:“possiamo fare una chiacchierata, potresti diventare nostro referente di zona e saremo noi a sostenere te!”. Ecco perché ho scelto PlasticFree, perché sono pratici, veloci, concreti, sono vicini a te e ti danno tutto il supporto necessario. Ti fanno sentire parte attiva e credo che questo sia un sentimento non solamente comune a noi referenti, ma a tutti gli associati e ai volontari che partecipano ai nostri appuntamenti”.

Plastic Free
Laurea Angeletti, referente di Plastic Free Onlus, durante una delle raccolte nella città di Fano (PU)

Leggi il nostro articolo: “Isola di Plastica: cos’è, dov’è e come si forma?

L’evento nazionale di Plastic Free e i risultati ottenuti

Lo scorso 27 settembre avete organizzato un evento di raccolta in contemporanea su tutto il territorio italiano. Siete soddisfatti dei risultati? Qual è la reazione dei passanti quando vi vedono?

“Sì, siamo soddisfatti. Nonostante siamo stati costretti a rinviare 20 appuntamenti su 60 per le avverse condizioni meteo, siamo riusciti a raccogliere 30 mila kg in un solo giorno. Siamo soddisfatti per la grande partecipazione riscontrata. Siamo contenti anche solo per aver iniziato a “smuovere” qualche emozione, sensazione, consapevolezza, e di aver già ricevuto una risposta enorme dalle persone. A me piace chiamarla “rivoluzione ambientale”.

Durante le raccolte mi è capitato di incontrare varie tipologie di persone, a partire da chi fa finta di nulla o mostra un sorriso sfuggente mentre ti osserva un pò schivo; credo che siano coloro che nascondono una sensazione di senso di colpa. Poi ci sono quelli che ti urlano “bravi ragazzi” ma poi se ne vanno veloci; credo che questa seconda categoria di persone pensi: “bravi che ci pensate voi, tanto qui ormai cambia poco!”. Poi ci sono quelli che si fermano a chiedere informazioni e infine ci sono i numeri uno, quelli che dicono: “bravi ragazzi! Posso unirmi? Solo che non ho i guanti!””.

Le raccolte come inizio di un cambiamento più profondo

Noi de L’Ecopost spesso sottolineiamo come quello della plastica sia uno dei tanti problemi che compongono la crisi climatica. Proprio per questo può succedere che le persone, una volta eliminata la plastica dalle spiagge, o da alcuni aspetti della propria vita (per esempio sostituendo le bottigliette con le borracce), pensino che la crisi sia risolta. Il cambiamento, invece, deriva da un insieme di altre scelte altrettanto radicali. Durante la vostra opera di attivismo cercate di rendere le persone consapevoli degli altri problemi e soluzioni riguardo al cambiamento climatico? Pensi che partecipare ai vostri eventi spinga le persone ad attuare ulteriori scelte significative per l’ambiente?

“Sappiamo che la problematica ambientale riguarda varie tematiche, che vanno dalla deforestazione alla plastica, dallo scioglimenti dei ghiacciai agli incendi, dall’alimentazione all’ industrializzazione, fino per esempio all’industria tessile. Siamo entrati in un vortice che sembra essere infinito. Nonostante sappiamo che tutto è concatenato, cerchiamo di non divagare troppo durante i nostri appuntamenti, cerchiamo di dare informazioni chiare e precise sulla problematica della plastica con consigli e suggerimenti pratici e veloci per limitarne l’uso. Credo sia un pò come in medicina: noi ambientalisti siamo tutti medici e insieme cerchiamo di curare il nostro pianeta, ognuno attraverso la sua specializzazione.

Leggi anche: “Ridurre la plastica in viaggio, ecco come fare”

Un cambiamento “duraturo nel tempo e sostenibile”

Il cambiamento, è vero, deriva da scelte radicali. Io stessa però non ho cambiato radicalmente la mia vita. Per esempio, oltre a raccogliere plastica e a limitarne il consumo (attraverso la borraccia, l’uso di prodotti cosmetici naturali, limitando l’acquisto di packaging in plastica o simili) sto eliminando il consumo della carne proveniente dagli allevamenti intensivi. Cerco di utilizzare prodotti naturali per la pulizia della casa, consumo frutta e verdura di stagione proveniente dalle aziende agricole locali, ma non sono ancora riuscita a vestirmi con tessuti provenienti da fibre completamente naturali e non trattate.

Ho citato questi esempi perchè credo che il cambiamento, per essere realmente tale, debba essere duraturo nel tempo e quindi sostenibile. Questo significa fare piccoli cambiamenti, poco alla volta, ma tutti in maniera consapevole. Devo dire che purtroppo la consapevolezza, a volte, viene sostituita o confusa con la “moda”. Ricordiamo quindi che il cambiamento climatico non è una moda, ma un’emergenza, e per questo bisogna essere bravi a rendere efficaci e irreversibili i cambiamenti che si attuano per prenderci cura, al meglio, della nostra Terra.

Un’occasione per divertirsi, conoscersi e conoscere

Credo che uno dei modi migliori per diventare consapevoli sia “toccare con mano”, vedere ed essere immersi nel problema, qualunque esso sia. Durante le nostre raccolte per esempio, la frase che spesso risuona nei nuovi volontari è: “non credevo ci fosse così tanta spazzatura da raccogliere!”. Spesso poi sono proprio quelle persone che iniziano ad attuare piccoli, forse quasi impercettibili cambiamenti nelle loro abitudini, come per esempio chiedere un drink senza cannuccia! Per rispondere all’ultima domanda direi quindi che Sì, partecipare ad una raccolta porti le persone a rivalutare i loro comportamenti e scelte nel rispetto dell’ambiente. Da ogni nuova abitudine poi ne nascono altre, quasi come un “contagio”.

Plastic Free

Io personalmente amo il progetto raccolta perché è davvero un’ occasione per divertirsi, conoscersi e rendersi conto della reale problematica che stiamo affrontando. Ci tengo a sottolineare che le raccolte che organizzo si svolgono a Fano o comunque in città limitrofe, tutte realtà piccole e abbastanza “pulite”, ma ripeto, non c’è bisogno di andare su un’isola di plastica, basta unirsi a noi e fare una passeggiata!  In poco più di un anno, con 160 referenti PlasticFree in tutto il paese, abbiamo raccolto quasi 150 mila kg di rifiuti. L’obiettivo del progetto raccolta non è però solo quello di ripulire il nostro territorio, o il nostro paese.

I progetti futuri di Plastic Free

Quello che abbiamo fatto è solo una goccia nel mare, ma non ci fermeremo. Stiamo sempre di più raggiungendo la sensibilità delle persone verso un cambio di direzione, di pensiero, di comportamenti. Inoltre stiamo avviando anche altri progetti, come il “Progetto Scuola” e il “Progetto Comuni” oltre all’ormai già noto “Progetto Raccolta” e “Progetto Tartaruga”. Non ci fermeremo perché  siamo profondamente convinti che ognuno di noi sia un semplice ospite di questo meraviglioso pianeta e quello che possiamo fare non è altro che prendercene cura, in tutti i modi che riteniamo possibili e attraverso tutte le risorse in nostro possesso”.

Dalle parole di Laura traspare con evidenza come la raccolta sulle spiagge sia un momento, un’occasione di incontro, per approcciarsi alla tematica ambientale con concretezza e, perché no, divertimento. La sua testimonianza ci conferma che esistono tante altre azioni da intraprendere nella vita di tutti i giorni, ma che partecipare a degli eventi, come quelli organizzati da Plastic Free, è un buon metodo per iniziare e sentirsi parte attiva del cambiamento di cui abbiamo bisogno. Per aderire o richiedere informazioni, puoi visitare il sito di Plastic Free Onlus alla voce “Aderisci!” oppure contattare direttamente Laura e gli altri referenti locali.

Leggi il nostro articolo: “Ogni settimana mangiamo 5 grammi di plastica, come una carta di credito”

Distruzione dei mari: una scelta consapevole e pericolosa

L’oceano: la grande distesa blu dove la vita ebbe inizio, lo specchio d’acqua attraverso il quale civiltà differenti si sono incontrate e sviluppate. Al giorno d’oggi sembra che l’uomo abbia dimenticato il ruolo fondamentale che gli oceani ricoprono per la propria esistenza, apprestandosi sempre più a deturparne la bellezza e gli equilibri. Cerchiamo di fare chiarezza sulla repentina distruzione dei mari e del ruolo antropico in questa tragedia.

Impatto antropico sui mari del mondo

Dobbiamo riconoscerlo: non abbiamo saputo custodire il Pianeta con responsabilità. La situazione ambientale, a livello globale così come in molti luoghi specifici, non si può considerare soddisfacente. Tra questi luoghi vi è proprio il grande Blu.

La popolazione umana sta crescendo in maniera esponenziale, ciò si traduce in una maggiore necessità di spazi e, soprattutto, di risorse. Una buona percentuale di queste ultime proviene proprio dai mari.

La pesca eccessiva, spesso praticata utilizzando reti da pesca non idonee, sta portando ad un impoverimento ecosistemico, con conseguenze future senza precedenti. L’immissione di sostanze tossiche attraverso le acque reflue o lo sversamento di petrolio nei mari. Queste sono solo alcune delle terribili cause che stanno portando i mari del Pianeta al collasso.

Sotto il segno del mercurio

Le attività antropiche, come i processi industriali e minerari-estrattivi, nel tempo hanno contribuito all’aumento delle concentrazioni di mercurio (Hg) negli oceani ed alla distruzione dei mari.

Uno dei drammi legati a questo elemento, si è consumato sull’isola di Bouganville (Papua Nuova Guinea) nel 1963, per mano della Rio Tinto Zinc, uno dei giganti del settore minerario.

Quando ottenne da parte del governo coloniale australiano la licenza per poter iniziare le operazioni di estrazione sull’isola, l’amministrazione stabilì l’utilizzo momentaneo della valle del fiume Jaba, dove vennero scaricati rifiuti altamente nocivi, compresi cianuri e metalli pesanti derivanti dal processo di concentrazione di rame e di oro.

La distruzione dei mari passa anche attraverso lo sversamento in acqua di sostanze come il mercurio.

Questi scarichi nel sistema fluviale distrussero gran parte della vita marina dell’estuario.

Leggi il nostro articolo: “Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani”

Quest’area del letto del fiume, abitata dalla tribù dei Nasioi, divenne priva di pesce e la diffusione di acque sotterranee inquinate in terreni non compensati non permise l’utilizzo agricolo di questi ultimi e quindi il conseguente sostentamento della popolazione. I problemi locali s’intensificarono ulteriormente dinanzi gli evidenti danni ambientali causati dall’incessante sfruttamento della miniera da parte della compagnia australiana.

Le tonnellate di acidi generati dall’attività mineraria hanno ucciso i fiumi Jaba e Kawerong, che rappresentavano una risorsa di acqua e di cibo per migliaia di persone. Tutta l’area attorno a questi fiumi appare come un paesaggio abbandonato.

La plastica soffoca i mari

L’inquinamento da plastica è diventato uno dei problemi ambientali più urgenti, a causa del rapido aumento della produzione di materiale usa e getta che travolge la capacità del mondo di affrontarli. L’inquinamento da plastica è maggiormente visibile nei Paesi in via di sviluppo, dove i sistemi di raccolta dei rifiuti sono spesso inefficienti o inesistenti.

Le comodità offerte dalla plastica, tuttavia, hanno portato ad una cultura dello scarto che rivela il lato oscuro del materiale stesso. Ad oggi, le plastiche monouso rappresentano il 40% della plastica prodotta ogni anno. Molti di questi prodotti, come i sacchetti di plastica e gli involucri per alimenti, durano da pochi minuti a poche ore, ma possono persistere nell’ambiente per centinaia di anni.

Leggi il nostro articolo: “Isola di plastica. Cos’è? Dov’è? Come si forma?”

Ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono negli oceani. È l’equivalente di mettere cinque sacchi della spazzatura pieni su ogni piede di costa in tutto il mondo.

Sull’isola di Henderson gli scienziati hanno trovato oggetti di plastica provenienti da Russia, Stati Uniti, Europa, Sud America, Giappone e Cina; trasportati nel Pacifico dal vortice del Pacifico meridionale, una corrente oceanica circolare.

Entro il 2050, la plastica negli oceani supererà i pesci, secondo quanto prevede una relazione della Ellen MacArthur Foundation, in collaborazione con il World Economic Forum. La distruzione dei mari passa anche da qui.

Una volta in mare, la luce del sole, il vento e l’azione delle onde scompongono i rifiuti di plastica in piccole particelle. Queste “microplastiche” si diffondono in tutta la colonna d’acqua in ogni angolo del globo, dal Monte Everest, la vetta più alta, alla Fossa delle Marianne , la depressione più profonda.

Milioni di animali vengono uccisi dalla plastica ogni anno, dagli uccelli ai pesci ad altri organismi marini. Si sa che quasi 700 specie, comprese quelle in via di estinzione, sono state colpite dalla plastica.

Foche, balene , tartarughe e altri animali rimangono strangolati dalle plastiche del nostro quotidiano o impigliati in attrezzi da pesca abbandonati (come le ghost nets). Sono state trovate microplastiche in più di 100 specie acquatiche, tra cui pesci, gamberi e cozze destinati alla nostra tavola.

L’overfishing ed il bycatch depauperano i mari

Con la crescita della popolazione umana è aumentato anche lo sfruttamento dell’ambiente. Inoltre, i nostri metodi di pesca e raccolta di risorse sono diventati sempre più efficienti, portando alla scomparsa di molti animali di grandi dimensioni e alla creazione di ambienti marini insolitamente “vuoti”.

L’overfishing ne è un esempio. Con questo termine si intende il fenomeno della sovrappesca, ovvero quando avviene la rimozione di una specie dall’ambiente ad una velocità che la stessa non può sostenere attraverso il reclutamento, con il risultato di un declinano numerico.

La pressione di pesca è cresciuta in maniera così elevata nel tempo da determinare il sovrasfruttamento di quasi la totalità degli stock delle principali specie commerciali. La biomassa di queste specie è fortemente ridotta e l’eccesso di mortalità da pesca fa sì che un numero insufficiente di individui riesca ogni anno a raggiungere l’età di riproduzione.

Il fenomeno del bycatch comporta la cattura “involontaria” di organismi assieme alla specie ricercata durante l’attività di pesca, specialmente se vengono usate reti come quelle a strascico (non selettive). La distruzione dei mari passa anche da qui.
Credits: Beatrice Martini

Molti vertebrati ed invertebrati marini vengono pescati in modo accidentale durante le operazioni di pesca. Vengono feriti o muoiono durante tale processo, un fenomeno chiamato bycatch.

Un altro effetto legato all’overfishin è un cambiamento drastico e innaturale nella struttura in classi di età delle popolazioni ittiche, dominate da individui in età giovanili e riproduttori di piccola taglia, mentre si riduce la proporzione di individui di età avanzata, cioè dei grandi riproduttori.

Perchè l’industria della pesca possa avere un successo a lungo termine è importante che essa sia ben organizzata. Che stabilisca quote di prelievo ben precise e che monitori continuamente lo stato della risorsa. La situazione del Mediterraneo è al collasso a causa dell’assenza di regolamentazioni razionali e dell’incapacità di far osservare le poche leggi esistenti.

Inquinamento ed eutrofizzazione dei mari

L’inquinamento delle acque ha conseguenze negative sulle persone, gli animali ed interi ecosistemi. Gli oceani sono spesso usati come scarichi all’aperto per rifiuti industriali e liquami urbani.

Un’altra fonte di inquinamento in crescita lungo le aree costiere è lo scarico di nutrienti e composti chimici derivanti dagli allevamenti di gamberetti e salmone. Gli inquinanti scaricati in acqua possono diffondersi rapidamente e su vasta scala a causa della presenza di forti correnti.

Alcune sostanze minerali che solitamente sono essenziali per la vita di piante ed animali possono divenire tossiche se presenti ad elevate concentrazioni. Tra queste vi sono i nitrati ed i fosfati, derivati dai fertilizzanti usati massivamente in agricoltura, dai liquami degli scarichi urbani o dai processi industriali: grandi quantità di queste sostanze innescano il fenomeno di eutrofizzazione.

La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, la quale causò un disastro ecologico di cui ancora oggi molti ecosistemi ne pagano le conseguenze; a risentirne, anche la stessa pesca locale. La distruzione dei mari passa anche da episodi come questo.

La concentrazione di tali elementi porta ad abnormi crescite di fitoplancton sulla superficie del mare (ma anche di laghi e stagni), creando strati talmente spessi da oscurare la colonna d’acqua. Ciò impedisce alle specie vegetali di fare fotosintesi (e dunque di produrre ossigeno) impedendo la crescita di altre piante, esse stesse fonte di cibo.

Lo strato ad un certo punto degenera, muore e sprofonda; in risposta a tutta questa materia organica morta, alcuni batteri e funghi decompositori si riproducono più rapidamente (condizioni ottimali) consumando tutto l’ossigeno presente sul fondale e generando un’ambiente anossico tutto attorno, portando alla morte di molti esemplari.

Le alghe che si generano vanno poi spesso a ricoprire le barriere coralline, portandole alla morte, necessitando queste ultime di acque limpide. La comunità biologica ne risulta impoverita e semplificata; una sorta di “zona morta” popolata solo da quelle specie adattate all’acqua inquinata ed a bassi livelli di ossigeno.

Un altro grosso elemento di distruzione dei mari è il petrolio. Il greggio ha un peso specifico minore dell’acqua, per cui inizialmente forma una pellicola impermeabile sopra la superficie del mare, causando evidenti danni fisici e tossici diretti alla macrofauna. La successiva precipitazione sul fondale replica l’effetto sugli organismi bentonici. La bonifica dell’ambiente danneggiato richiede mesi o anni.

Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon ha causato lo sversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo che si trova a oltre 1.500 m di profondità. Lo sversamento è iniziato il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi. È il disastro ambientale più grave della storia americana.

Massacro di specie a rischio

Uno dei dibattiti più accesi circa lo sfruttamento delle specie a rischio riguarda la caccia alle balene ed il shark finning.

Dopo aver constatato che la caccia aveva drasticamente ridotto le popolazioni di molte specie, nel 1986 un’apposita commissione internazionale (International Whale Commission) finalmente vietò ogni forma di prelievo.

Malgrado ciò alcune specie, come la balenottera azzurra e la balena franca boreale, rimangono oggi a livelli di densità di gran lunga inferiori a quelli precedenti l’inizio della caccia.

Leggi anche il nostro articolo: “Estinzione: a rischio orsi polari e squali”

La lentezza con cui le popolazioni di alcune specie stanno tornando ad accrescersi potrebbe esser dovuta alla continua caccia illegale e pseudo-legale. Infatti, nonostante il divieto imposto dagli accordi internazionali, il Giappone continua a prelevare migliaia di esemplari di alcune specie di balena; giustificando l’operazione con l’apparente necessità di raccolta di maggiori informazioni scientifiche per poter stabilire lo stato delle loro popolazioni.

Il finning è una pratica brutale quanto inutile. Questa consiste nella rimozione delle pinne dagli squali, ributtando il corpo ancora in vita direttamente nell’oceano. Incapaci di nuotare in modo efficace, gli squali muoiono per soffocamento (devono stare in continuo movimento per ossigenare le branchie) o mangiati da altri predatori.

La rimozione di predatori apicali all’interno degli ecosistemi marini porta a disastrosi effetti top-down che si ripercuotono su tutta la catena trofica. Il finning è aumentato dal ’97 per la crescente domanda di pinne per la zuppa e per le cure tradizionali, in particolare in Cina.

L’Ecopost consiglia: alcune letture

Noi di Ecopost teniamo molto all’informazione del singolo. Qui di seguito riportiamo alcuni titoli che vi potranno avvicinare ancora di più alle tematiche trattate nell’articolo.

  • Mariasole Bianco, “Pianeta oceano. La nostra vita dipende dal mare”
  • Charles Moore, “L’oceano di plastica”
  • Filippo Solibello, “Spam. Stop plastica a mare”
  • Nicolò Carnimeo, “Come è profondo il mare”
  • Franco Borgogno, “Un mare di plastica”
  • Frank Schätzing, “Il mondo d’acqua”

Video risposta a “I Fatti Vostri”, che buttano un oggetto in mare

i fatti vostri

La puntata de “I Fatti Vostri” andata in onda sulla Rai il 12 giugno 2020 trasmette un messaggio sbagliato e irrispettoso per chiunque cerchi di combattere la crisi climatica e fare qualcosa di buono per il pianeta e per gli altri.

La plastica inquina i mari e la Rai non lo sa?

In particolare, durante gli ultimi 6 minuti, va in onda un servizio che riguarda una ragazza che ha l’abitudine di gettare tutti gli anni in mare una bottiglia di plastica con al suo interno alcuni messaggi di speranza. Questa bottiglia è stata poi trovata da un volontario di ReTake Mola, un’associazione che si occupa di preservare la bellezza del territorio di Mola di Bari.

Lungi da noi mettere alla gogna pubblica questa ragazza, che sicuramente non aveva idea del danno che apporta all’oceano gettando una bottiglia di plastica in mare, la colpa maggiore è della Rai. La più famosa rete televisiva italiana, infatti, dovrebbe avere tutte le informazioni necessarie riguardo a questo argomento, ma del problema dell’inquinamento del mare non fa cenno. Anzi, quasi idolatra la ragazza, con il rischio di influenzare altre persone a fare lo stesso.

La plastica biodegrdabile è comunque dannosa

Invece, la presentatrice pensa bene di fare ricorso a una bottiglia di plastica biodegradabile e di gettarla in mare, facendo quindi passare il messaggio sbagliatissimo che gettare oggetti biodegradabile in mare non sia un’azione altrettanto deplorevole.

La bottiglia di plastica biodegradabile che la presentatrice ha gettato è infatti composta di amido di mais, il quale per biodegradarsi impiega dai 6 mesi all’anno e mezzo. Un mozzicone di sigaretta ci mette un anno. Quindi possiamo dire che una presentatrice Rai ha gettato un mozzicone di sigaretta nel mare in diretta nazionale davanti a un volontario che si occupa di pulire il mare e le spiagge dai rifiuti.

A voi giudicare questo episodio. Noi siamo sconcertati e speriamo che con questo video possiamo fornire qualche informazione in più riguardo al problema della plastica in mare.

Leggi anche: Ripristinare gli oceani entro il 2050. La sfida della scienza

La mascherina e il suo impatto sull’ambiente

Mascherina

La corsa alle mascherine

Sono viste come il più leale alleato in questi tempi di infezione da coronavirus. Le mascherine respiratorie sono diventate il principale accessorio indossato in strada, in questo periodo, da chiunque esca di casa, rigorosamente per recarsi all’alimentari, in farmacia o in posta. O a portare a spasso il cane. L’utilizzo della mascherina è indicato solo a chi risulta positivo, per evitare che le goccioline di saliva, i famigerati droplet, possano contagiare altri. Il positivo, come ben sappiamo, ha l’obbligo di restare a casa in quarantena, anche qualora sia asintomatico. La maggior parte di chi ne fa uso, nelle nostre città, non è positivo al COVID – 19.

A causa soprattutto della paura generata dal patogeno, l’accessorio chirurgico viene utilizzato durante ogni spostamento. Se a ciò associamo l’utilizzo professionale che ne fanno medici e operatori sanitari impegnati nella lotta al COVID – 19, ci ritroviamo con una enorme quantità di mascherine da smaltire. Questa protezione, infatti, è monouso; ogni 4 o 5 ore bisogna gettarla via e sostituirla.

Una mascherina FFP2

Da una sbagliata informazione, l’utilizzo errato della mascherina

Come ci ha ricordato la WHO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’unico modo per evitare sprechi è l‘utilizzo razionale del prodotto. In questi giorni di spreco correlato all’utilizzo della mascherina ne stiamo vedendo davvero tanto.

Possiamo verificarlo da tre micidiali effetti, naturalmente correlati l’uno all’altro, che stiamo riscontrando. Il primo, sotto gli occhi di tutti, è la speculazione selvaggia che sta coinvolgendo il prodotto. I prezzi di una mascherina sono schizzati alle stelle data l’impennata della richiesta, in maniera spesso incontrollata ed irragionevole. Ciononostante tantissime persone, la maggioranza potremmo dire, fanno uso di questa protezione, anche se ha poco senso che lo facciano; tale comportamento potrebbe essere controproducente. La mascherina (diversamente dal respiratore facciale), infatti, non serve tanto a proteggere se stessi, quanto a tutelare gli altri. In terzo luogo, naturalmente, l’abuso dello strumento mascherina da parte di chi non è tenuto ad indossarla, può comportarne l’assenza per i contagiati, ai quali sarebbe veramente necessario.

Dobbiamo avere cura di fare uso di questa protezione solo qualora ci occorra veramente farlo. E’ comprensibile volersi difendere al massimo; è però meno comprensibile minare l’ecosistema del nostro pianeta a causa di una protezione blanda e prevalentemente psicologica, se si è negativi al virus.

Chi deve utilizzare la mascherina?

Per chiarire al lettore che, letti i precedenti paragrafi, si stia legittimamente domandando se debba indossare la mascherina, riportiamo le indicazioni base dell’OMS, rilanciate dal Ministero della Sanità. E’ necessario che indossi la protezione chiunque soffra di malattie respiratorie, o riporti sintomi riconducibili ad esse. Nello specifico, va da sé, deve indossarla chiunque riporti sintomi riconducibili al COVID – 19: tosse, starnuti o febbre prolungata. La mascherina è alleato prezioso per chiunque sia a stretto contatto con contagiati – o persone fortemente sospettate di esserlo. Lo strumento è più utile alle persone che circondano chi la indossa che all’indossatore stesso.

Un simpatico contributo animato per aiutarci a capire se dobbiamo davvero fare utilizzo della mascherina, Video: Cartoni Morti

Numerosi esperti che appaiono in tv o su altri media, in questi giorni, consigliano a tutti di indossarla, dal momento che il contagio è galoppante. Seppur si sia appena visto come ciò non sia necessario. Lascio dunque alla sensibilità di ognuno la decisione se indossare la mascherina o meno, anche alla luce di ciò che andremo a scrivere nelle prossime righe.

Tipologie e sigle

Se abbiamo deciso di utilizzarla, dobbiamo avere l’accortezza di selezionarne modello e tipologia adeguati. La mascherina non è un accessorio trendy, come gli occhiali da sole o una sciarpa, bensì una protezione medica. Cominciamo dicendo che le tipologie utilizzate in camera operatoria, così come quelle comunemente note come antismog, non hanno alcuna utilità antivirale. Per proteggere e proteggersi dal coronavirus occorre una mascherina specifica, ideata e realizzata appositamente per la protezione respiratoria. Il protocollo corretto è quello dei modelli siglati con le diciture seguenti: FFP1, FFP2 oppure FFP3. Particolarmente efficaci sono gli ultimi due: il loro filtraggio oscilla tra il 92 ed il 98%, a seconda degli studi. Il prezzo di questi prodotti non dovrebbe allontanarsi molto dai 5 euro.

Una mascherina semifacciale FFP3

Naturalmente, nell’utilizzare la mascherina, vanno tenute presenti alcune indispensabili precauzioni. Prima di indossarla, occorre lavarsi sempre accuratamente le mani, con sapone o disinfettante, come abbiamo (re)imparato bene a fare, in questi giorni così difficili. In secondo luogo, va verificata la perfetta aderenza tra strumento e viso, bocca e naso devono essere ben protetti. Infine, dovrebbe essere scontato ma quotidianamente vediamo come non lo sia, non tocchiamo mai la mascherina durante l’uso. E’ una cosa da ricordare soprattutto a coloro i quali si levano la protezione per grattarsi il naso, o per rispondere al telefono, per poi reindossarla subito dopo.

L’impatto ambientale della mascherina

La mascherina protettiva, prodotto alla cui produzione si stanno dedicando, in questi giorni, sempre più aziende, anche italiane, è composta di polipropilene. A causa di questo materiale, l’accumulo delle mascherine corre il rischio di creare seri problemi all’ambiente. Il polipropilene è un materiale plastico, difficilmente biodegradabile, pericoloso soprattutto per i mari. Non sono poche le associazioni ambientali che hanno già avvertito di questa incombente minaccia, la quale corre il rischio di farsi sempre più grave, con il prosieguo della pandemia.

La serietà della situazione è stata ben evidenziata da Oceans Asia, organizzazione impegnata nella salvaguardia marina, tramite il suo fondatore Gary Stokes. Egli ha affermato: “Abbiamo visto la diffusione delle mascherine per sole 6/8 settimane. Eppure stiamo già riscontrando i loro effetti sull’ambiente.” Il riferimento è alla triste scoperta su una spiaggia delle Isole Soko, vicine ad Hong Kong. A quelle latitudini sono state rinvenute 100 maschere, nell’arco di due settimane, giunte dall’Oceano. Il costante utilizzo di plastiche monouso, insieme nel quale naturalmente rientrano le mascherine, rappresenta uno dei principali problemi per l’inquinamento mondiale. Vittima favorita di questi prodotti è l’ecosistema marino.

L’impietosa pesca delle mascherine in mare, su una spiaggia delle Isole Soko, Foto: Taipei Times

Siamo naturalmente tutti impegnati nella lotta al virus e ogni guerra ha le sue vittime. I numeri sono impietosi, lo sappiamo bene in Italia. Impegniamoci però a tener fuori l’ambiente dal bollettino dei caduti di guerra, altrimenti non faremo in modo a riprenderci da questa crisi che dovremmo affrontarne subito un’altra. Quella che stavamo affrontando già prima, se qualcuno ancora lo ricorda. E il bilancio di quella battaglia, non potrà che essere più impietoso.

Sfruttamento ambientale e virus sono profondamente legati, basta seguire qualche approfondimento televisivo o radiofonico, in questi giorni, perché qualcuno analizzi questo aspetto. Anche noi lo abbiamo fatto, sulle pagine dell’EcoPost.

Come smaltire mascherina e guanti?

Non più di qualche giorno fa, era il 18 marzo, si è svolta la giornata del riciclo. Inevitabilmente, dato il periodo che stiamo attraversando, si è dedicata particolare attenzione allo smaltimento di guanti e mascherine protettive. In che modo trattiamo questi accessori al termine della loro breve vita?

I guanti monouso si dividono principalmente in due tipi. Quelli più diffusi, in lattice, non sono riciclabili e vanno gettati nella raccolta indifferenziata. Lo stesso vale per quelli composti di nitrile, una gomma sintetica. I guanti in vinile, o PVC, invece, fanno storia a parte, essendo derivati di materiale plastico, vanno gettati nella raccolta differenziata della plastica. Naturalmente, parliamo di protezioni utilizzate da persone non positive al COVID – 19. I malati devono sospendere la raccolta differenziata e gettare i loro rifiuti, indistintamente, all’interno dell’indifferenziata, curandosi di chiudere in doppi sacchetti la loro spazzatura e raccoglierla in un ambiente inaccessibile agli animali domestici. Questi rifiuti, inevitabilmente, risulteranno contaminati e non sarà dunque possibile riutilizzarli.

L’infografica dell’Istituto Superiore della Sanità per lo smaltimento di rifiuti durante la pandemia

Per quanto riguarda, invece, le mascherine, esse non sono mai riciclabili. Gettiamo tale prodotto, sempre e comunque, nella raccolta indifferenziata. La disposizione vale anche per l’utilizzatore non positivo al nuovo coronavirus. Teniamo dunque presente che ogni singola mascherina usata costituisce un rifiuto che non potremmo riciclare.

Per agevolare il lettore, ricordo che l’Istituto Superiore della Sanità ha dato indicazioni precise sullo smaltimento dei rifiuti urbani in questo periodo.

L’Italia spedisce tonnellate di rifiuti illeciti in Malesia

malesia

Quello che leggerai ti sembrerà parecchio triste se fino ad ora la Malesia figurava nel tuo immaginario come la patria di una tigre bellissima e sfondo di racconti salgariani avventurosi, dove la natura selvaggia, prima ancora di Sandokan, era la protagonista indiscussa. Quella natura di cui ti raccontano gli amici, dopo un viaggio affascinante in Sud-Est Asiatico sfoggiando fotografie in fitte foreste incontaminate e spiagge sconfinate. Quella natura, però, non è e non sarà più così incontaminata a causa dei nostri rifiuti plastici.

Rifiuti bruciati o abbandonati

Grazie a una approfondita operazione di ricerca, con tanto di telecamere nascoste, Greenpeace ha scoperto che dal 2019 l’Italia ha spedito in Malesia 1300 tonnellate di plastica.

Oltre all’impatto ambientale che deriva dal trasporto stesso della plastica, le conseguenze peggiori sono dovute al fatto che su 65 spedizioni, 43 sono state inviate a impianti irregolari di smaltimento. Ciò significa che la plastica viene bruciata senza nessun rispetto per l’ambiente e la salute umana.

Nello stesso report si può vedere la presenza di rifiuti plastici, di origine chiaramente straniera, abbandonati all’aperto senza alcun controllo né messa in sicurezza.

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Greenpeace ha anche attuato quella che si può chiamare controprova. La loro unità investigativa è infatti riuscita ad ottenere dal governo di Kuala Lumpur (capitale della nazione) alcuni documenti riservati.

In essi si nominano le 68 aziende malesi responsabili dell’importazione di rifiuti e Greenpeace le ha contattate. Alcune di queste erano disposte a importare illegalmente i nostri rifiuti fittizi, compresa plastica contaminata e rifiuti urbani. Ma la parte più triste dell’inchiesta è sicuramente la testimonianza dei cittadini malesi, che hanno chiesto aiuto a Greenpeace prima che il loro territorio venga irrimediabilmente ricoperto di rifiuti.

Un traffico di lunga data

Il fenomeno però non è iniziato solo nel 2019. La nostra plastica di difficile riciclo viene mandata in Malesia già da qualche anno. Dopo lo stop della Cina alle importazioni di rifiuti di bassa qualità, dal 2017 la Malesia importa circa il 20 per cento dei residui plastici dell’Unione Europea. I dati di Eurostat, diffusi da un dossier di Greenpeace, indicano che l’Italia invia in Malesia un quantitativo di rifiuti che ha un peso pari a 445 Boeing 747 a pieno carico.

L’Italia, poi, non è l’unica nazione che manda gli “avanzi” in Malesia. Anzi, si è aggiunta a una lunga lista in cui appaiono Bangladesh, Arabia Saudita, Singapore, Stati Uniti, Regno Unito, Francia.

Nel maggio del 2019 la Malesia aveva provato a reagire, rispedendo all’Occidente 3 mila tonnellate di rifiuti. Le parole del ministro dell’ambiente malese erano chiare: “Se ci sono persone che vogliono vedere questo Paese come la discarica del mondo, stanno sognando, quindi noi rimandiamo indietro il carico”. Questa minaccia non è stata sufficiente perché i trafficanti di rifiuti terminassero i loro loschi affari.

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Non solo in Malesia

L’esportazione di rifiuti illeciti non riguarda soltanto la Malesia. Dopo il blocco cinese, i paesi occidentali hanno dovuto trovare altre “valvole di sfogo”. La Turchia, forse anche grazie alla maggiore accessibilità in termini di distanza, è stata la prima destinataria. Si pensi soltanto che, secondo i dati diffusi da Greenpeace, nel 2016 la Turchia importava “solo” 4.000 tonnellate di plastica. Nel 2018 le tonnellate sono diventare 20.000.

Lo dimostra un triste caso avvenuto in Turchia, a 30 chilometri da Smirne. Lo scorso 4 settembre un imprenditore italiano ha abbandonato in un terreno privato 500 tonnellate di ecoballe, per poi fuggire e sparire nel nulla.

In fondo non siamo così potenti

Il fatto che si sia trattato di un imprenditore, può far dedurre il motivo principale di questi traffici, sicuramente scontato: il vil denaro. Alle aziende di smaltimento italiane, infatti, costa meno inviare la plastica in un’altra nazione, la quale non chiederà altro che una quantità di denaro relativamente bassa. Questo porterà all’azienda italiana un grosso risparmio in termini di risorse umane ed energetiche riservate di solito allo smaltimento corretto della plastica.

Inoltre, in questo modo le nazioni in via di sviluppo sono tenute in pugno dal denaro di quelle che, in teoria, sono già ampiamente sviluppate. Bisognerebbe però chiedersi se questa superiorità che tanto pavoneggiamo sfoggiando cospicue mazzette, lo sia davvero.

Se fossimo un paese davvero avanzato utilizzeremmo i soldi che diamo loro illecitamente per rendere i nostri impianti di riciclaggio efficienti. A guidarci sarebbero dei valori morali che ci vieterebbero l’attuazione di un abuso di potere simile. Oltre al fatto che avremmo abolito già da molto tempo la famigerata plastica monouso. Ma questa è un’altra triste storia.

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Approvata alla Camera la legge “salvamare” per la lotta alla plastica

Nella giornata del 24 ottobre il Parlamento si è riunito per deliberare in merito ad una proposta di legge molto importante per combattere il problema della plastica in mare. La legge “salvamare” ha ottenuto l’approvazione della Camera dei Deputati con 242 voti favorevoli e 139 astenuti. Dopo la discussione in Senato, per cui il Ministro Costa si è dichiarato ottimista, i pescatori potranno riportare a terra i rifiuti raccolti in mare durante le battute di pesca.

salvamare

Chi ha voluto la legge “salvamare”

La proposta di legge salvamare era da tempo sul tavolo dei parlamentari. Il Ministro Costa è stato uno dei suoi primi promotori e non ha esitato a comunicare via social la propria gioia per l’approvazione del decreto che ora passerà alle votazioni del Senato per essere definitivamente approvata. Fa sorridere vedere la composizione dei 139 astenuti. Inutile forse dover specificare chi siano ma lo facciamo per dovere di cronaca. Si tratta di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

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La coalizione che da pochi mesi siede all’opposizione ha perso una buona occasione per dimostrare di giudicare in maniera obiettiva le proposte che gli si parano davanti e prendere seriamente il proprio lavoro. Non votare a favore di una legge del genere dimostra per l’ennesima volta come alla coalizione del centro destra dell’ambiente, e più in generale del buon senso, importi poco o niente. A poco serve andare in televisione a dire “io ci tengo all’ambiente”, come ha fatto Salvini durante il testa a testa con Matteo Renzi a Porta a Porta, se poi quando si vanno ad analizzare i fatti la coerenza diventa un optional di cui poter fare a meno. Hanno votato a favore tutte le altre forze presenti in parlamento.

Cosa dice il DDL salvamare

L’obiettivo dichiarato del provvedimento è quello di andare a coprire un buco normativo piuttosto singolare. Ai pescatori era vietato riportare a terra i rifiuti, plastici e non solo, che venivano accidentalmente portati a bordo. Genera sgomento apprendere che questi, fino ad oggi, dovevano essere rigettati in mare, pena delle multe molto salate. Il testo, lievemente modificato prima della discussione alla Camera, comprende anche una parte relativa alle biomasse vegetali. Anche queste potranno essere infatti riportate a terra in modo che possano essere valorizzate e, tra le altre cose, produrre energia.

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Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha così commentato il risultato ottenuto: “L’approvazione della legge Salvamare alla Camera ci rende particolarmente felici perché rappresenta un tassello fondamentale per il nostro progetto di liberare il mare dai rifiuti e dalla plastica […] la Commissione Ambiente della Camera ha sostanzialmente migliorato l’impianto normativo e adesso riponiamo le nostre speranze nel Senato per un’approvazione rapida di questa legge importantissima per la salute del mare”.

Bene la lotta alla plastica, ma come la mettiamo col resto?

La lotta alla plastica è sicuramente uno dei temi ambientali che più ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. L’approvazione di questa legge è probabilmente volta anche ad intercettare questa dimostrazione di interesse da parte della popolazione. Il passaggio di questo decreto è tuttavia una vittoria del buon senso, vista l’assurdità delle restrizioni precedentemente in vigore. E ben vengano provvedimenti di questo tipo.

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Resta tuttavia un grosso vuoto da colmare affinché le politiche ambientali siano congrue alla crisi climatica in atto. La lotta alla plastica e quella al cambiamento climatico vengono spesso messe sullo stesso piano, quando in realtà una è un piccolo sottoinsieme dell’altra. Risolvere il primo avrà un impatto non particolarmente incisivo sul secondo. La plastica in sé per sé, sebbene sia un derivato del petrolio e rechi effettivamente dei danni all’ambiente sotto diversi punti di vista, ha un contributo molto basso in termini di immissione di CO2 in atmosfera a livello assoluto. Per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, dunque, sarebbero ben altre le misure da prendere in considerazione.

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Una strategia di mitigazione degli effetti del riscaldamento globale passa inevitabilmente, oltre che da un forte miglioramento dei processi di economia circolare, anche dalla decarbonizzazione del settore energetico e della mobilità, da normative più stringenti nel settore agricolo e da massicci progetti di riforestazione. Dare la possibilità ai pescatori di riportare la plastica a terra è sicuramente un fatto positivo e da festeggiare. Tuttavia non va dimenticato che solo qualche giorno fa è stato approvato un Decreto Clima che assomiglia tanto ad una presa in giro atta ad accaparrarsi i voti di qualche ambientalista male informato. Viva la lotta alla plastica, ma non usiamola per pulirci la coscienza su tutto il resto.