Barcolana eco-insostenibile. Un’occasione sprecata

In occasione della cinquantunesima edizione della Barcolana 2019, tenutasi in questo mese, Trieste ha organizzato una grande festa lungo le strade limitrofe a Piazza Unità d’Italia. Un nostro lettore, appassionato di barche a vela, era sul posto per l’occasione e ha voluto segnalarci una serie di incoerenze tra ciò che dovrebbe essere un evento incentrato totalmente sulla sostenibilità e che invece, come troppo spesso accade per iniziative con un così alto numero di visitatori, è rientrato nella triste categoria dei più classici esempi di Greenwashing che poco hanno a che vedere con il rispetto dell’ambiente.

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CHE COS’È LA BARCOLANA?

Fondata nel 1969, si tratta di una storica regata velica internazionale che si tiene ogni anno nel Golfo di Trieste nella seconda domenica di Ottobre. Quella di quest’anno è stata la cinquantunesima edizione dell’evento che, con annessi tutti i suoi festeggiamenti, ha avuto luogo dal 02 ottobre al 13 ottobre. Quest’anno ha visto la partecipazione di più di 2.000 barche.

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Il “plastic party” della Barcolana

Per l’occasione è stata allestita una grande festa il giorno precedente alla grande regata del 13 ottobre. Sono stati collocati, lungo le strade che costeggiano la città dal Golfo, diversi stand con cibo e bevande, negozi specifici per velisti e info point, tra i quali quello della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia dove veniva sottolineata l’importanza di mantenere gli obbiettivi dell’Agenda 2030. La chiamano la Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile.

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All’interno dello stand venivano proiettati alcuni video fatti dai ragazzi delle superiori della regione; oggetto principale dei corti era il tema della plastica e della scarsa educazione civile riguardo lo smaltimento dei rifiuti. Lo scopo era quello o di sensibilizzare i fruitori dell’evento riguardo il problema, in modo che non venissero gettati rifiuti in strada.

La statua di plastica riciclata a forma di pesce, simbolo di Greenwashing

Nella piazza si ergeva fiera un’enorme scultura a forma di pesce fatta con la plastica raccolta in mare. Ad animare il tutto, c’erano le migliaia di persone in giro per la città e stand di ogni genere che, per loro natura, attirano e invogliano la folla a comprare. Insomma si prospettava una festa ben organizzata e sensibilmente ecologica, eppure, afferma il nostro lettore: “Ho visto una situazione un po’ degradante e del tutto diversa dalle mie aspettative”.

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La statua composta da rifiuti plastici trovati in mare

Durante le ore successive sono venute a galla le pecche organizzative dell’evento. Ovunque si scorgevano bicchieri di plastica a terra o a saturare bidoni dell’indifferenziato: “Camminando si poteva sentire lo scrocchiare dei bicchieri abbandonati a terra – continua il nostro lettore – o la sensazione di scivolamento dovuta alle migliaia di volantini pubblicitari svolazzati ovunque. Il danno è che la festa si è svolta a veramente pochi centimetri dall’acqua. Immaginatevi quanti bicchieri possono essere caduti in mare accidentalmente! Scommetto si sarebbe potuto creare un altro pesce di plastica”.

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Gli stand, la regione e gli organizzatori della Barcolana, se avessero davvero voluto dare uno spirito ambientalista all’iniziativa, avrebbero dovuto impegnarsi a non utilizzare plastica perché, oltre ad essere poco conforme con i movimenti giovanili a favore dell’ambiente – quanti poveri ambientalisti hanno dovuto “sopportare” questo scricchiolare sotto i loro piedi?) – è incoerente con i messaggi ecologici che si è puntato a diffondere.

I problemi organizzativi della Barcolana

“Pochissimi bidoni specifici per differenziare e poca sensibilizzazione al tema ambientale. Sarebbe servita un’organizzazione urbanistica per la locazione di bidoni specifici e la limitazione di accumulo di rifiuti sulle strade. Ma, come al solito, si è puntato solo al guadagno e non alla sostenibilità. Questa enorme svista regionale è proprio l’opposto del grande pesce di plastica simbolo di una sensibilità ecologica mancante.”

Video della spettacolare regata

Eppure le soluzioni alternative esistono eccome. Dai bicchieri compostabili con appositi bidoni per il corretto smaltimento ai bicchieri di plastica dura acquistabili con una caparra di pochi euro, magari con il bel logo della Barcolana a strizzare l’occhio al merchandising dell’evento; sarebbe stata un’ottima strategia di marketing che però è mancata. E che non si dica che gli stand erano indipendenti e potevano fare ciò che ritenevano migliore per le loro tasche perché altrimenti non sarebbero dovuti essere li a vendere per la festa della Barcolana.

Sarebbe bastato poco e invece..

“Una festa che poteva, potenzialmente, essere bella e di buon impatto ecologico ma che, di fatto, non ha tenuto conto delle vere aspettative delle persone a cui il tema ambientale interessa davvero”. Queste le ultime parole della testimonianza del nostro lettore, gonfie di rammarico per un’iniziativa che avrebbe potuto rappresentare un inno alla sostenibilità ambientale e che, invece, si è rovinata con le proprie mani.

Non sarà l’ultima volta che assisteremo a racconti di questo tipo ma la speranza è che ci siano sempre più persone pronte a denunciarlo. Soprattutto quando ad essere responsabili di queste mancanze sono le istituzioni ovvero coloro che per prime dovrebbero attuare vere e proprie politiche di sensibilizzazione ambientale. Troppo spesso abbiamo visto politici riempirsi la bocca con parole di amore verso l’ambiente. Ora è giunto il momento di trasformarle in fatti. Il cambiamento passa, inevitabilmente, anche da questo.

Ocean Cleanup funziona! Raccolti i primi rifiuti dal Pacifico

the ocean cleanup

L’olandese Boyan Slat aveva 16 anni quando ebbe l’idea, ingenua e impulsiva, di ripulire l’oceano dalla plastica. Oggi, il suo sogno è diventato realtà. La macchina da lui ideata Ocean Cleanup ha infatti finalmente iniziato a collezionare la plastica presente nella cosiddetta “Grande macchia di rifiuti del Pacifico“.

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Un’isola fatta di plastica

Questo enorme accumulo di sporcizia ha una dimensione di tre volte la Francia e contiene 80 milioni di chilogrammi di plastica galleggiante. Si è formato a causa di un particolare sistema di correnti che, creando un vortice, hanno permesso a ogni tipo di detrito di accumularsi in un’aera relativamente ristretta dell’oceano. Forse questo è stato in parte un bene, poiché ha reso possibile alla Ocean Cleanup di operare.

Ocean Cleanup è in grado di intrappolare detriti di grandissime dimensioni, come pezzi di plastica da 1,8 tonnellate, ma anche quelli più piccoli come contenitori e reti da pesca. E’ però anche in grado di trattenere microplastiche di un millimetro di diametro. Il meccanismo è abbastanza semplice e “minimal”. Un tubo lungo 600 metri a forma di U galleggia sulla superficie del mare. Ad esso è agganciata una vera e propria barriera, profonda tre metri e in grado di intrappolare i rifiuti intanto che il tutto si muove, trasportato dalle onde e dal vento. All’estremità, un’ancora ha lo scopo di rallentare la macchina e permettere così a più rifiuti possibili di accumularsi. Il dispositivo è dotato di trasmettitori e sensori in modo da poter comunicare la sua posizione a una nave. Questa poi raccoglierà i rifiuti ogni circa quattro o cinque mesi. La prima raccolta avverrà questo dicembre e la plastica, una volta portata a terra, verrà per quanto possibile riciclata.

System 001/B – explained.
THE OCEAN CLEANUP

Un lungo percorso

Non senza inciampi e critiche, Slat sta ottimizzando la Ocean Cleanup dal 2012. L’anno scorso sembrava potesse finalmente entrare in funzione, ma un guasto ha costretto a un rinvio. La plastica raccolta infatti aveva iniziato a fuoriuscire dal meccanismo e, dopo otto settimane di lavoro, il team non era riuscito ad evitare che questa facesse ritorno nell’oceano. Ma, con la positività e la determinazione che caratterizzano un giovane imprenditore, Slat non si è fatto perdere d’animo. Aveva infatti definito questi episodi come “opportunità di imparare non programmate“.

L’annuncio stampa di Boyan Slat e il suo team

E lo sono state davvero. Ora la macchina funziona perfettamente ed è riuscita persino a guadagnarsi la fiducia degli ambientalisti preoccupati per la fauna marina. La rete della Ocean Cleanup, infatti, permette agli animali di notarla e nuotare al di sotto di essa senza intralci. Inoltre, una macchina il cui obiettivo è quello di ripulire il mare dalla plastica non potrà certo creare più danno della plastica stessa. Sono infatti circa 700 mila le tonnellate metriche di reti da pesca abbandonate o perse nel mare ogni anno. Per non parlare delle otto milioni di tonnellate di plastica che si riversano nell’acqua dalle spiagge.

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Un futuro (quasi) senza plastica in mare

Di fronte a questi numeri, l’obiettivo di Boyan Slat è soltanto che positivo: rimuovere il 50 percento della “Macchia del Pacifico” nei prossimi cinque anni e oltre il 90 percento della plastica dell’oceano entro il 2040. Tutto questo richiederà il lavoro di circa sessanta “Ocean Cleanup”. Visto il successo della prima, soprannominata infatti System 001/B, non si puo’ dubitare che il giovane Boyan Slat riesca a costruirne altre altrettanto efficaci. Sicuramente raccogliendo fondi, come ha fatto per il primo progetto, ma anche guadagnando qualcosa dalla vendita della plastica accumulata e riciclata. Ma, per quanti soldi possa raccogliere, la buona volontà e la mente di un giovane che non ha paura di lanciarsi in qualcosa di molto più grande di lui, saranno sicuramente il carburante principale, a dimostrazione, ancora una volta, che il nostro futuro risiede anche nei giovani amanti dell’ambiente.

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A Roma la Metro è gratis. Grazie alla plastica

Il servizio si chiama +Ricicli +Viaggi ed è attivo nella capitale italiana dal 23 luglio con numeri più che soddisfacenti. In poco più di un mese, fino al 28 agosto, sono state riciclate più di 100.000 bottiglie in plastica. Un’iniziativa che, quanto meno nelle intenzioni, ha di che rallegrare e che ha superato con esito positivo una fase sperimentale. Coripet ha infatti installato le postazioni solamente in 3 fermate della Metro di Roma, ma potrebbe presto aggiungerne altre.

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Come funziona +Ricicli +Viaggi

Il meccanismo è piuttosto semplice. Ogni 30 bottiglie di plastica si ottiene un titolo di viaggio gratuito per viaggiare sui mezzi pubblici. Il viaggiatore può ricevere il “premio” tramite le applicazioni mobile dei trasporti della capitale, ovvero MyCicero e TabNet. Le macchinette, installate in collaborazione con Atac, accettano solo bottiglie marchiate PET integre, non schiacciate, munite di etichetta e devono ovviamente essere completamente vuote. I primi 3 “esemplari” sono attivi nelle stazioni Piramide (Metro B), San Giovanni (Metro C) e Cipro (Metro A).

Un’arma a doppio taglio?

Basta poco per trasformare quella che, almeno apparentemente, sembrerebbe una bella notizia in una cattiva. Il rischio che si corre è infatti quello di incentivare l’acquisto di bevande in plastica. Il consumatore potrebbe essere spinto a privilegiare bibite confezionare in PET proprio per ottenere, in cambio di un loro riciclo, un titolo di viaggio gratuito.

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Un’eventualità che andrebbe scongiurata a tutti i costi. Soprattutto se si considera che la plastica non inquina soltanto nel momento in cui viene dispersa nell’ambiente o smaltita in modo scorretto. I materiali plastici sono infatti il risultato della lavorazione degli scarti del petrolio. Ciò comporta una loro connessione diretta con l’industria dei combustibili fossili, e di conseguenza, con le emissioni generate dal settore in questione. Un fattore da considera positivamente è tuttavia il tentativo di incentivare l’utilizzo dei trasporti pubblici rispetto ai mezzi privati.

Roma contro la plastica

L’iniziativa presa dal Comune di Roma sta ottenendo risultati al di sopra delle aspettative, come confermato proprio dalle parole della Sindaca Virginia Raggi che, a mezzo Social, ha così espresso la sua soddisfazione: “I numeri ci raccontano di una formula vincente e di un’attenzione crescente nei confronti della sostenibilità ambientale”. Una soddisfazione giustificata dal successo del programma ma che, come già detto, potrebbe avere un effetto boomerang da non sottovalutare. Starà dunque al buon senso dei consumatori sancire se l’iniziatica avrà successo o meno.

Leggi il nostro articolo: “Atenei plastic free. Roma e Catania in pole.”

Se infatti ad un aumento della percentuale di plastica riciclata nel Comune di Roma corrispondesse allo stesso tempo un aumento di quella acquistata i vantaggi ambientali dell’iniziativa potrebbe essere ridotti al minimo. Vantaggi che potrebbero essere più ingenti nel momento in cui il progetto scaturisse in un maggior utilizzo dei mezzi pubblici nella capitale. Insomma, è ancora presto per trarre delle conclusioni ma, quanto meno nelle intenzioni, è stato mosso un passo nella giusta direzione. Non resta che sperare di vederne altri.  

Leggi il nostro articolo: “Roma plastic free entro il 2020. Ma non è abbastanza”

Hotel plastic-free: addio ai flaconcini monouso

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Una delle regole da seguire per viaggiare creando meno rifiuti plastici possibili è proprio quello di evitare l’utilizzo dei flaconcini monouso degli hotel. Di qui a breve tempo resistere alla tentazione sarà molto più semplice.

Leggi il nostro articolo “Ridurre la plastica in viaggio: ecco come fare”

Obiettivo plastic-free

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa (M5s) ha dichiarato in un comunicato stampa di aver partecipato a “un incontro interlocutorio ma operativo affinché le strutture alberghiere aderenti a Federalberghi si liberino dalla plastica monouso“. L’intenzione, ambiziosa, è che gli hotel italiani possano diventare totalmente plastic-free. Considerando chi era presente durante l’incontro, forse non sarà un obiettivo così ambizioso. Il meeting infatti si è svolto tra il ministro Costa, la presidente del WWF Donatella Bianchi, il vice presidente di Federalberghi Giuseppe Roscioli, il fotografo subacqueo e documentarista Alberto Luca Recchi e la deputata M5s della Commissione Ambiente Paola Deiana.

Il ministro dell’ambiente Sergio Costa

Ad oggi è già attivo un protocollo che prevede l’eliminazione della plastica negli alberghi di Roma. Questa decisione era stata presa grazie a Luca Recchi, esploratore e fotografo, che ha dato vita al progetto nel 2018, conquistando l’adesione di alcuni noti alberghi di Roma. Anche qui Recchi aveva avuto il supporto dal WWF, che è da anni in prima linea nella lotta contro la plastica. Nell’accordo di giugno però, agli alberghi romani si sono aggiunti quelli nazionali. Importante infatti la presenza di Giuseppe Roscioli, Presidente di Federalberghi Roma e Vicepresidente vicario di Federalberghi Nazionale, a cui aderiscono circa 27 mila hotel italiani su 33 mila.

Miliardi di flaconcini ogni anno

L’eliminazione della plastica dagli alberghi è un provvedimento importante, che non può aspettare la direttiva europea del 2001. In ogni hotel vengono utilizzati ogni anno 200 mila flaconi usa e getta per l’igiene personale. Moltiplicati per i 33mila alberghi italiani, sono 6 miliardi e 600 milioni di flaconcini all’anno, e che hanno, forse, un giorno di vita, se non solo qualche minuto.

Leggi il nostro articolo “La vita di una bottiglia di plastica: dal petrolio al cestino”

La soluzione più efficace per ovviare a questo problema sarebbe eliminare del tutto i piccoli vizi ai quali la società del benessere ci ha abituati. La più realistica è quella accarezzata dal ministro Costa nella sua intenzione di “creare un nuovo mercato“. Se stia parlando di prodotti in plastica biodegradabile, prodotti solidi (shampoo e balsamo solidi), o grandi dispencer di cosmetici in ogni camera non è ancora chiaro. Quello che è certo è che l’ambiente, specialmente i nostri mari, non potranno che beneficiare di questa decisione.

Ridurre la plastica in viaggio. Ecco come fare

Il pianeta non va in vacanza

Ridurre la plastica in viaggio non è sempre semplice, soprattutto quando si è in vacanza. La prima regola da seguire è quella di ricordarsi giorno dopo giorno che in vacanza ci siamo noi, non il pianeta. Godiamoci il soggiorno ma senza abbandonare i piccoli accorgimenti ecologici.

La plastica vien mangiando

  • Portarsi una borraccia da riempire di tanto in tanto durante la giornata. Non comprare bottigliette di plastica
  • Se si va in un Paese in cui si mangia molto street food, come l’Asia, portarsi il proprio kit-pranzo. In questo modo ci si può fare riempire la propria bacinella e mangiare con le proprie posate.
  • Sempre nei paesi asiatici è molto comune comprare una noce di cocco per berne l’acqua all’interno. Per farlo è necessaria una cannuccia poiché è poco igienico appoggiare le labbra direttamente sulla noce. Portarsi quindi la propria cannuccia in metallo o in plastica dura riutilizzabile permetterà di rifiutare quella usa e getta. Questa è ovviamente utile anche per tutti gli altri Paesi, come gli USA, dove è molto comune acquistare caffè e bibite da bere con la cannuccia. Se però se ne può fare a meno, meglio non utilizzarla del tutto.
  • In viaggi in cui l’esperienza culinaria non è parte integrante dell’esperienza, cercare di mangiare in casa. In questo modo si ha maggiore controllo sui rifiuti prodotti.
  • Se si mangia fuori, scegliere il più possibile cibo locale. I prodotti importanti arrivano imballati nella plastica, cosa che avviene meno con i prodotti a km0.
  • Quando si sceglie il ristorante evitare quelli che servono il cibo in piatti di plastica.
  • Portarsi i propri snack per l’aereo, ancora meglio il proprio cibo.
  • Non comprare snack confezionati e prediligere la frutta o la frutta secca sfuse. Oltre che essere più sane sono plastic-free.

Igiene plastic-free

  • Portare shampoo e balsamo solidi. Risparmiano peso e spazio, passano tranquillamente i controlli e soprattutto non hanno contenitori di plastica
  • Per gli stessi motivi portare una saponetta al posto del doccia schiuma
  • Portando i propri prodotti per l’igiene da casa è totalmente inutile aprire ed utilizzare i campioncini degli hotel. Sono infatti quasi sempre contenuti nella plastica e una volta aperti vengono buttati dal personale. Quando si portano a casa, poi, è raro che si continui a utilizzarli.

Anche in viaggio, differenziare

  • Non in tutti i paesi è in vigore il bando dei sacchetti di plastica, quindi portarsi il proprio per quando si va al supermercato o a fare shopping
  • Attenzione alla differenziata! Cercare il più possibile di dividere i rifiuti. Negli hotel spesso non c’è divisione e non si può fare molto. Quando si alloggia nelle case altrui, invece, è bene chiedere dove sono i cassonetti o in generale come funziona la divisione dei rifiuti.
  • Portare con sé i rifiuti plastici fino a quando non si trova un cestino adibito alla raccolta plastica.

Il primo supermercato plastic free d’Italia apre in Val di Sole

Si chiamerà “AgriMarket – La Dispensa” ed aprirà i battenti nei primi giorni di luglio. Il primo supermercato plastic free d’Italia è pronto a fare la sua comparsa a Fucine, una frazione del comune di Ossana in provincia di Trento. L’iniziativa parte da un bando pubblicato dal comune che ha deciso di mettere a disposizione un edificio pubblico inutilizzato per la creazione di un punto vendita di prodotti locali che potesse cambiare la percezione del supermercato.

Le regole da rispettare per il vincitore del bando sono infatti molto strette. Divieto di utilizzo di imballaggi inquinanti e obbligo di fornire prodotti che provengano al massimo da 110 chilometri di distanza dal punto vendita. Patrizia Pedergnana, già titolare di un’azienda che si occupa di orticoltura con consegna a domicilio, ha colto la palla al balzo e si è aggiudicata il bando insieme a due altre aziende agricole della zona.

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In foto: Patrizia mentre lavora nella sua azienda agricola in Val di Sole

Un nuovo modello di commercio sostenibile

L’obiettivo dichiarato dalla vincitrice del bando è quello di riuscire a fare rete con tutte le attività della valle per fornire al consumatore una nuova esperienza di acquisto improntata sulla sosteniblità, il rispetto dell’ambiente e la valorizzazione dei prodotti locali. Tutti aspetti che con lo sviluppo della grande distribuzione sono ormai finiti nel dimenticatoio.

Patrizia, con la sua iniziativa, vuole lanciare un messaggio: “La speranza è quella di smuovere le persone. Abbiamo la necessità di salvare il pianeta. L’ho fatto anche per i miei figli. Va trasmessa una cultura che vada contro l’eccessiva creazione di rifiuti cui stiamo assistendo oggi. Le mie zie mi raccontavano sempre di utilizzare il cartone del latte come cestino dell’immondizia. Noi oggi in una sola giornata siamo in grado di produrne una busta intera.”

Un supermercato non solo plastic-free

“Tutto l’arredamento del negozio sarà fatto con materiali di recupero. Metteremo a disposizione dei clienti borse di stoffa e barattoli in vetro che potranno quindi riutilizzare nel momento in cui tornano a fare la spesa”. Delle attività simili sono già state aperte anche all’estero, proprio a sottolineare la necessità di un netto cambio di rotta nel nostro modo di consumare. Il modello di sviluppo odierno ha chiaramente dimostrato di non essere adatto a funzionare sul lungo termine. I terreni si impoveriscono, i prodotti sono standardizzati su larga scala e le discariche si riempiono sempre di più. Patrizia è consapevole di proporre un modello alternativo a quello della GDO: “Questo nuovo modo di concepire il punto vendita potrebbe costituire un’alternativa credibile anche per la grande distribuzione. Anzi, chissà che proprio il mio negozio non possa essere il primo di una catena”.

La ribalta di un nuovo modello di consumo

La richiesta da parte dei consumatori di prodotti genuini e di certa provenienza è sempre più alta. Inoltre i temi della plastica e dei rifiuti sono tra quelli che hanno ottenuto la maggiore risonanza tra l’opinione pubblica, per lo meno per quanto riguarda le problematiche relative ai cambiamenti climatici e all’inquinamento. Oltre all’iniziativa di Patrizia si stanno pian piano espandendo anche piattaforme di adozione degli orti così come i mercati a km 0 della Coldiretti grazie all’iniziativa “Campagna Amica”.

La grande distribuzione ha ormai perso il rapporto con il cliente. Io invece mi ci relaziono tutti i giorni e questo arricchisce entrambi. Mi hanno dato anche tante idee che altrimenti non avrei avuto.” – prosegue Patrizia – “Per andare avanti occorre tornare indietro. Ben venga la tecnologia e lo sviluppo, ma non dimentichiamoci di salvaguardare il futuro”. E come darle torto. All’orizzonte c’è un nuovo modo di fare le cose. Un nuovo modo di consumare, di mangiare e di scegliere. Patrizia ha messo il primo mattone. Non resta che aspettare che tanti altri facciano lo stesso.

Ogni settimana mangiamo 5 grammi di plastica, come una carta di credito

microplastiche

“La plastica è ovunque, non scompare, diventa soltanto più piccola”. E’ una delle tante verità presenti nel video del canale WWF-Australia. L’associazione ambientale più nota al mondo ha infatti commissionato all’Università di Newcastle a nord di Sydney lo studio ‘No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People’. “La plastica – si legge nel video – si trova nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo, nell’aria che respiriamo (come detto in un altro articolo del blog). Proprio adesso stai probabilmente consumando della plastica”.

2000 frammenti a settimana

Ma la parte più interessante oltre che più inquietante dello studio emerge appena dopo: “in media una persona può mangiare 100.000 microplastiche all’anno, che è esattamente come mangiare una carta di credito alla settimana. Ingeriamo infatti circa 2000 frammenti alla settimana di microplastiche, ovvero 5 grammi, che è proprio il peso di una carta di credito“.

Le microplastiche sono piccole particelle di plastica con un diametro non più grande di cinque millimetri. Queste vengono facilmente assunte attraverso l’acqua nelle bottigliette oppure dal rubinetto, in quanto non i depuratori non sono in grado di filtrarle Per quanto riguarda gli alimenti, la birra, i frutti di mare e il sale sono quelli con la più alta concentrazione di microplastiche.

Cosa fare?

Marco Lambertini, il direttore internazionale del Wwf, ha dichiarato che “questi risultati segnano un importante passo avanti nel comprendere l’impatto dell’inquinamento da plastica sugli esseri umani. E devono servire da campanello d’allarme per i governi“. Ha infatti aggiunto che per bloccare questo fenomeno è necessario agire alla radice, ovvero fermando la diffusione della plastica nell’ambiente oltre che la sua produzione. Per farlo, è necessaria un’azione dei governi (come ad esempio la direttiva dell’Unione Europea che prevede il bando della plastica monouso), delle imprese e anche dei consumatori.

La plastica è causa di molti altri danni ambientali. La distruzione degli habitat naturali è uno di questi, così come il pericolo che costituisce per la fauna di terre e oceani di tutto il mondo.

Direttiva Ue: dal 2021 stop alla plastica monouso

Il 21 maggio scorso è stata approvata dal Consiglio europeo la direttiva per l’abolizione della plastica monouso a partire dal 2021. La normativa prevede la messa al bando piatti, posate, cannucce, cotton-fioc e aste per palloncini monouso. Inoltre, gli stati membri si sono impegnati a raggiungere una raccolta differenziata pari al 90% per le bottiglie di plastica entro il 2029. La direttiva prevede anche l’obbligo, dal 2024, del tappo fissato alla bottiglia che eviterebbe un facile smarrimento di esso.

Sulla base dei dati dell’Eurobarometro, la Coldiretti ha effettuato un’analisi riscontrando che già il 27% degli italiani ha smesso di utilizzare plastica monouso. Infine, uno studio condotto dall’Università di Parma e l’Università di Milano-Bicocca ha concluso che un aumento del 10% della raccolta differenziata comporterebbe un calo di rifiuti pari a mezzo milione di tonnellate ogni anno. Va anche aggiunto che in Italia la raccolta differenziata è cresciuta dal 5% nel 1995 al 55,5% nel 2017. Un risultato estremamente positivo ma ampiamente migliorabile.

I bicchieri monouso sono i grandi esclusi dalla direttiva europea, e questi rappresentano circa il 20% dei rifiuti marini. L’Associazione Marevivo ha lanciato la campagna #StopSingleUsePlastic, questa iniziativa sostiene la messa al bando anche dei bicchieri. Andy Bianchedi, Cavaliere del mare dell’Associazione, ha affermato a proposito dei bicchieri che: “solo in Italia ne consumiamo tra i 6 e i 7 miliardi all’anno, è assurdo pensare di continuare così. Occorre vietare anche i bicchieri, la Direttiva europea è ancora migliorabile”.

direttiva plastica

Via la plastica dalle Università

Gli Atenei, di pari passo con la direttiva Ue, si stanno mobilitando per la lotta alla plastica attuando delle politiche plastic free. Infatti, già diverse Università hanno cominciato, o cominceranno, una campagna di distribuzione gratuita di borracce in alluminio. L’obiettivo è quello di bandire le bottigliette di plastica attraverso la diffusione dell’uso di borracce e l’installazione di erogatori di acqua potabile.

Pioniera di questa iniziativa è stata l’Università di Roma Tre, con il progetto “The message is the bottle”, la quale ha iniziato una distribuzione gratuita di 36.000 borracce a partire da aprile 2019. L’Alma Mater di Bologna, invece, sta attuando politiche di sostenibilità ambientale grazie al programma Plastop. Anche gli Atenei di Catania, Teramo e Parma hanno optato per una politica eco-friendly ed a breve prenderà via la distribuzione di borracce. La Ca’ Foscari di Venezia, invece, si unirà al treno a partire dall’anno accademico 2019-2020.

La CRUI, ossia la Conferenza dei Rettori delle Università italiane, ha promosso un’iniziativa volta a coadiuvare le azioni degli Atenei. Si tratta della Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (RUS) a cui hanno già aderito 68 Atenei pubblici e privati. I temi del RUS sono quelli della sostenibilità ambientale e della responsabilità sociale, e come ha dichiarato Enrico Giovannini in una recente intervista: ” Nessuno può più far finta di non sapere che lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che consente alla generazione attuale di soddisfare i propri bisogni senza pregiudicare il fatto che la generazione successiva possa fare altrettanto”.

Il catamarano Le Manta ripulirà gli oceani dai rifiuti

A partire dal 2022 il primo catamarano Manta solcherà i mari del pianeta per recuperare i rifiuti di plastica. L’ideatore del progetto è lo skipper svizzero Yvan Bourgon, che auspica una massiccia produzione di queste imbarcazioni per contrastare nel più breve tempo possibile l’inquinamento degli oceani. Il processo di raccolta dei rifiuti inizia attraverso dei tapis roulant, posti sotto il catamarano, che aspirano gli oggetti. Invece, due gru posizionate a poppa recuperano le reti alla deriva e i rifiuti di grandi dimensioni. Questi sono poi smistati manualmente e, infine, compattati in blocchi di 1 metro cubo. La capacità massima di stoccaggio è di 600 blocchi, ovvero 250 tonnellate di rifiuti.

https://www.youtube.com/watch?v=E_0i0GjBkxg

I dettagli sul progetto del catamarano

Il progetto è stato presentato al Salone delle invenzioni di Ginevra del 2018 dall’associazione fondata da Bourgon solamente due anni prima, chiamata The Sea Cleaners. Con ben 70 metri di lunghezza, 49m di larghezza e 61m di altezza il Manta è soprannominato il “Gigante dei mari”. A bordo si dispone di avanzate tecnologie che rendono l’imbarcazione autonoma e alimentata da energie rinnovabili: due turbine eoliche (500kw/h) e un impianto fotovoltaico (100kw/h). L’energia prodotta aziona i quattro motori elettrici e un sistema di propulsione ibrida formato da quattro DynaRigs. Inoltre, è presente un impianto di pirolisi, ovvero quel processo che trasforma la materia non riciclabile in carburante.

La grande manovrabilità e velocità di questo catamarano permettono un intervento tempestivo in acque profonde, lungo le coste e nei delta dei dieci più grandi fiumi da dove derivano il 90% dei rifiuti di plastica del mondo.

il catamarano

Oltre la lotta all’inquinamento

Un occhio di riguardo è dato anche alla fauna, infatti il progetto prevede l’installazione di un apparecchio acustico che allontana i cetacei nei momenti di raccolta dei rifiuti. Inoltre, il Manta sarà equipaggiato di un laboratorio scientifico che permetterà di acquisire maggiori informazioni sullo stato di salute delle acque. Uno degli altri obiettivi dell’associazione è la crescita dei centri didattici, al fine che venga compreso appieno il problema dell’inquinamento degli oceani.

Infine: “i paesi che avranno maggiormente accesso a questi blocchi saranno quelli colpiti da catastrofi, in particolare quelli del sud-est asiatico e del continente africano” come afferma Bourgon in un’intervista all’emittente radiotelevisiva RSI.

Lo spreco alle stelle sul volo Milano-New York

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Tanti piccoli amebi senza nome né capacità motorie, numerati e divisi in scompartimenti non meno angusti di un banco di scuola elementare, quando ci torniamo da adulti. Sono loro, i passeggeri del volo Milano-New York. E oltre all’inquinamento dovuto alle emissioni di quell’aereo, che è un altro grande problema della società globalizzata e del quale mi ritengo io stessa complice, ognuno di loro produce in nove ore molti più rifiuti plastici di quelli prodotti nello stesso tempo in un giorno qualunque. Voi direte che quel volo è un’eccezione, nessuno lo fa tutti i giorni. Ma il rapporto Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione civile) sul traffico aereo italiano del 2017, dimostra che prendere l’aereo è ormai tutt’altro che raro. I passeggeri dei voli che collegano Malpensa a New York nel 2017 sono stati circa 687mila. Di questi, 300mila utilizzano la compagnia in questione. E l‘esperienza che ognuno di loro vivrà è la seguente.

Comincia l’avventura

Poco dopo il decollo le hostess iniziano il loro frenetico pendolarismo per i corridoi, trasportando il carrello al quale i passeggeri anelano come uccellini denutriti. Ci chiedono se vogliamo qualcosa da bere, io prendo dell’acqua naturale. Non bevevo da prima di entrare in aeroporto e la velocità con cui ho terminato l’acqua contenuta in quell’enorme bicchiere di plastica ne è stata la dimostrazione. Trascorrono pochi minuti, resi ancor meno percepibili dall’inizio di uno dei tanti film del catalogo e le hostess passano ancora, questa volta per distribuire un pacchetto di plastica con all’interno una sorta di tristissimo aperitivo. Ancora pochi minuti e le gentili e velocissime hostess iniziano la loro terza missione: ritirare i bicchieri e i pacchetti vuoti. Li prendono meccanicamente direttamente dal tavolino, spesso senza lasciarci il tempo di farlo noi. Buttano tutto in un sacchetto di un anonimo e preoccupante colore azzurro. Sarà il sacchetto della plastica?

Si mangia!

Finalmente si diffonde in tutto l’aereo odore di cibo. Le hostess ci servono con la solita celerità, che a quel punto mi sembra un po’ inutile viste le 8 ore di volo che ci attendono, ma che comunque apprezzo. Almeno finché non mi arriva il vassoio – l’unica cosa non usa e getta di tutto il kit. La portata principale è servita nella plastica, le posate di plastica sono confezionate nella plastica insieme a un tovagliolo di carta che rimarrà intonso. Sul vassoio è infatti presente anche un tovagliolo sfuso, più spesso e grande di quello minuscolo nelle posate. Troviamo anche un altro contenitore di plastica con dell’insalata scondita (i condimenti si trovano in altre bustine di plastica). Poi un panino freddo e molliccio, confezionato, nemmeno da dire, nella plastica, proprio come il dolce. Per completare il tutto, due alimenti di cui nessuno può fare a meno, entrambi impacchettati in materiale alluminioso: un formaggino molle tipo “Mio” e un panettino di burro, quest’ultimo inutilizzato dal cento percento dei campioni della mia veloce indagine sui vassoi dei vicini. Infine dei cracker in un sacchetto di plastica, giusto per darci un solo valido motivo per mangiare il formaggino. E ovviamente lei, la regina del PET, l’immancabile bottiglietta d’acqua, messa lì con il solo scopo di affollare corridoi e bagni nelle ore successive Ci avevano già dato da bere prima del pasto e nei voli lunghi l’acqua è ad accesso illimitato.

Differenziata no grazie

Finisco il mio piatto dal gusto opinabile, non apro nemmeno il panino, né il dolce, né, appunto, il burro. Continuo a guardare il mio film finché le hostess ripassano per raccogliere i rifiuti. I vassoi ci vengono presi con foga dal tavolino e svuotati con l’intero contenuto in quell’unico sacchetto azzurro di prima. Gli avanzi, ancora impacchettati, declassati nel giro di dieci minuti da pasto a rifiuto, rei soltanto di aver transitato sul vassoio del pranzo. Quando se ne vanno mi rendo conto di aver nascosto la bottiglietta sotto la coperta, perché il mostro azzurro non avrebbe atteso l’espletazione delle mie capacità oratorie e motorie. No, i suoi tentacoli si sarebbero allungati e in meno di un secondo me l’avrebbe sottratta ancora mezza piena.

Snack time

A metà viaggio, infreddolita e non assonnata vado a prendere un tè caldo, che viene servito in un bicchiere che sembra essere carta, o comunque materiale biodegradabile. La plastica, presumo, si sarebbe fusa. Torno a sedermi un po’ più sollevata, fino all’ennesimo passaggio veloce e inesorabile delle hostess che ci danno del gelato, duro come il marmo ma abbastanza buono e contenuto nel cartone. La plastica, questa volta, solo per il cucchiaino. Ritirano tutto, buttano tutto insieme. Un’ora dopo ci richiedono cosa vogliamo da bere. Questa volta mi trattengo, nonostante la secchezza dell’aria e il freddo che mi ha tappato il naso e prosciugato la bocca. All’arrivo manca poco più di un’ora e le hostess fremono, servono veloci, quasi corrono nei corridoi per soddisfare i bisogni di tutti. Ancora cibo, ancora uno snack in una scatola, ancora di cartone. Io avevo già deciso di non prendere nulla, soprattutto per la bassa qualità dei prodotti, cosa che mi viene confermata da chi, quello snack, lo mangia. Infine, ancora il passaggio dell’onnivoro sacchetto azzurro.

Facciamo i conti

Facendo una veloce stima sono circa dieci gli oggetti di plastica usati da un passeggero in nove ore. L’aereo di quella compagnia ne contiene ottocento. Sono quindi ottomila gli oggetti di plastica usati, buttati, e probabilmente non riciclati soltanto in un volo. In un anno da Malpensa partono 175 mila voli, 22 milioni i passeggeri stimati. Proviamo ad immaginare, in tutto il mondo, quanti rifiuti vengono prodotti inutilmente, solo perché siamo in viaggio e “almeno in viaggio” non abbiamo voglia di badare allo spreco, o alla raccolta differenziata.

Milioni di re e regine

Veramente abbiamo così bisogno di queste comodità, neanche fossimo reali del cinquecento? Veramente non siamo in grado di tenerci il nostro bicchiere (anche di plastica, ve lo concedo) dall’inizio alla fine del viaggio? Se cade, se si rompe, se siamo particolarmente viziati da non volere questo peso immane tra le mani allora ne chiederemo un altro, ma soltanto se lo vogliamo noi. Invece noi, su quell’aereo, non valiamo niente. Non abbiamo facoltà di decidere dove, quando, se buttare i nostri rifiuti. Almeno servissero a qualcosa, questi agi! L’esperienza, anche secondo persone che non disprezzano quanto me l’utilizzo sconsiderato di plastica, è stata comunque pessima.

Veramente abbiamo bisogno del burro? Dei cracker? Dell’ “aperitivo” prima del pranzo? Se si risparmiasse su quello, forse, si potrebbe investire nella qualità dei pasti serviti, senza sentirsi intossicati e/o disgustati ad ogni boccone. Davvero non è possibile produrre carrelli con due sacchetti, almeno per dividere i rifiuti organici dagli altri? Abbiamo mezzi in grado di attraversare un continente e un oceano in otto ore e non riusciamo a creare un carrellino con due spazi per la raccolta differenziata? E anche con il fantasmagorico carrellino, sarebbe davvero necessario buttare quantità esorbitanti di cibo ancora chiuso e impacchettato soltanto perché è già stato servito? Siamo schizzinosi fino a questo punto? Sarà una questione di sicurezza, d’accordo, ma passiamo una vita intera a comprare prodotti che sono alla mercé di tutti, sugli scaffali dei supermercati. O dai panettieri, dai fruttivendoli, alle bancarelle per strada sulle quali si posa più smog e sostanze inquinanti di qualunque altro posto. Per questioni di “sicurezza” non si potrebbe più mangiare niente.

Un passo indietro

Forse dovremmo tutti fare un passo indietro, e attribuire a noi stessi un po’ più di valore. Perché quando qualcosa vale, non si lascia intorpidire, imputridire, morire come i passeggeri dei voli aerei. Scendiamo dal piedistallo, perché i piedistalli vengono costruiti per i morti. Torniamo ad essere vivi, smettiamo di combattere contro la natura che ci ha dato la vita e rientriamo tra le sue file per combattere, invece, l’esercito dei vizi a cui noi stessi ci siamo affiliati.