Mascherina chirurgica, la nuova compagna di banco

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La data segnata in rosso sul calendario è quella del 14 settembre. Dopo mesi di interruzione delle lezioni in presenza, decisione dovuta alle misure per contenere la pandemia in primavera, si potrà finalmente tornare a fare scuola nelle aule. Vige ancora un pò di confusione sulle condizioni nelle quali si potrà riprendere l’insegnamento; il protocollo diventa più trasparente via via che ci avviciniamo alla data x. Quel che già sappiamo, ad ogni modo, è cosa non mancherà sicuramente, quest’anno, nello zaino dei nostri ragazzi: la mascherina chirurgica usa e getta.

La mascherina chirurgica in classe

Fino a qualche giorno fa, sembrava non ci sarebbe stato alcun obbligo di indossare la mascherina a scuola. Il distanziamento sociale tra i banchi e l’abolizione, piuttosto triste, dei compagni di banco apparivano sufficienti. Poi l’impennata dei casi – siamo tornati ad avere un numero quotidiano di positivi ampiamente superiore alla soglia psicologica di 1000 nuovi contagiati da COVID – e il dietrofront: mascherine anche in aula.

Il comitato tecnico incaricato dal Ministero dell’Istruzione di stilare un protocollo per la ripresa delle lezioni in sicurezza è stato chiaro. Le mascherine chirurgiche andranno indossate alle scuole primarie di primo grado – le elementari – solo in caso di spostamenti. Nelle primarie di secondo grado e nelle secondarie – medie e superiori – invece, l’obbligo di indossare la propria mascherina chirurgica resta anche al banco. Ovviamente, questa normativa è suscettibile di modifica ma, per il momento, questo è quanto.

Chi fornirà queste protezioni individuali? Ogni istituto dovrà fornire ai propri iscritti e docenti, così come a tutto il personale, una mascherina chirurgica giornaliera. Il piano del Commissario Speciale per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, è quello di raggiungere una fornitura quotidiana di 11 milioni di mascherine chirurgiche usa e getta destinate alle scuole. I dispositivi di protezione avranno taglie e misure differenti a seconda delle età di coloro i quali ne faranno uso. Ogni istituto dovrà organizzare la distribuzione mattutina della mascherina chirurgica facendo in modo di evitare assembramenti. Che cosa significano, in termini ambientali, 11 milioni di protezioni monouso al giorno?

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Una pessima decisione

In soldoni, fornire ogni giorno 11 milioni di mascherine chirurgiche significa produrre, quotidianamente, 44 milioni di tonnellate di rifiuti da smaltire tramite incenerimento. Non vi è infatti altro modo di disporre di rifiuti sanitari potenzialmente infetti.

https://www.youtube.com/watch?v=qokM_QHMFQI
Nel servizio di Quotidiano.Net, la decisione di fornire alle scuole 11 milioni di mascherine chirurgiche

Se questi numeri ci fanno tutt’altro che piacere, dato che già conviviamo abitualmente con mascherine chirurgiche gettate a terra o nei mari, ancora meno ce ne farà sapere che alunni e insegnanti dovranno utilizzare rigorosamente una mascherina chirurgica usa e getta. Quella di stoffa sarà consentita solo laddove la scuola non sarà in grado di fornirla. La decisione appare pessima, presa senza alcun briciolo di considerazione per l’ambiente. Anche dal punto di vista educativo sarebbe stato preferibile evitare di appesantire in questa maniera la rete impiantistica di smaltimento e trattamento dei rifiuti, insegnando magari ai ragazzi che l’ambiente va tutelato evitando, per quanto possibile, l’immissione in esso di nuova plastica.

Per quale motivo questa distinzione? Che cosa cambia effettivamente nell’utilizzo di una mascherina di stoffa rispetto a quello di una chirurgica in materiale plastico monouso?

Mascherina chirurgica e mascherina riutilizzabile

Ritorna utile, a questo punto, approfondire rapidamente per quale motivo si preferiscano dispositivi di protezione usa e getta rispetto a quelli riutilizzabili. La questione principale è la certificazione.

La mascherina chirurgica di uso medico, da utilizzare in ambiente prettamente sanitario, è certificata in base alla sua capacità di filtraggio. Essa risponde a tutte le caratteristiche richieste dalla norma UNI EN ISO 14683 – 2019 che ne sancisce la sua capacità di impedire trasmissioni di germi, batteri e virus. Diversamente, la mascherina riutilizzabile è poco più della sciarpa che adoperiamo, in pieno inverno, per mantenere caldi collo e naso.

Il decreto legge del 17 marzo scorso, emesso in piena crisi sanitaria, stabilisce, all’articolo 16 comma 2, come la mascherina di comunità (riutilizzabile) non sia soggetta ad alcuna particolare certificazione. Inoltre, non si può considerare dispositivo medico e neppure di protezione individuale DPI. Essa è semplicemente una misura igienica utile a impedire la diffusione del virus. Alla luce di ciò, dobbiamo rassegnarci a non poter fare a meno di dover buttare una mascherina al giorno? Non esiste davvero un’altra soluzione?

In realtà no, esistono – seppur siano poche note – aziende d’eccellenza che producono mascherine riutilizzabili e certificate. Le prestazioni di questi dispositivi sono integralmente assimilabili a quelle di una mascherina chirurgica, come traspirabilità, pulizia dai microbi ed efficienza nella filtrazione batterica. Alcuni test dell’Istituto Superiore di Sanità hanno certificato che la protezione resta inalterata fino al ventesimo lavaggio.

Una protezione che non minacci l’ambiente

Il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti, è voluto intervenire sul tema e ha affermato: “Auspichiamo che venga predisposta una fornitura adeguata di dispositivi riutilizzabili certificati. Equiparabili alla mascherina chirurgica monouso. Per ridurre il quantitativo di usa e getta che circola nel Paese, garantendo comunque la tutela della salute e invogliando e sollecitando gli studenti a utilizzare protezioni lavabili. La riapertura delle scuole è il più grande cantiere civico che il nostro Paese si trovi ad affrontare. La prevenzione la faranno gli strumenti ma anche la consapevolezza e i giusti comportamenti da assumere per garantire la protezione dal virus.”

Zampetti ha colpito nel segno. Non dimentichiamo infatti che la mascherina chirurgica, così come i guanti monouso, è un prodotto figlio della lavorazione di materiali plastici. Dopo essere stati utilizzati, essi vanno ad aggiungersi alla già più che eccessiva mole di rifiuti dalla stessa composizione che ogni giorno produciamo e troppo spesso disperdiamo nell’ambiente. Sembra che a scuola quest’anno si insegni l’educazione ambientale, chissà che i nostri ragazzi non imparino a smaltire in maniera corretta i loro rifiuti.

Ultimamente, da quando il nuovo coronavirus è entrato prepotentemente nelle nostre vite, i dispositivi di protezione individuale sono diventati il principale rifiuto prodotto dalla nostra società, diffuso davvero in ogni dove dalle Alpi alle Ande, mari compresi. La scelta di fornire agli studenti una mascherina chirurgica giornaliera appare come altra benzina gettata su un fuoco che già crepita deciso. È chiaro che il nostro Paese e la nostra comunità abbiano bisogno della scuola; dobbiamo però fare attenzione che l’istruzione non riparta a danno dell’ambiente.

Leggi anche: “Educazione ambientale a scuola da settembre”

Mascherine lavabili da acquistare o fai da te

mascherine lavabili

Uno dei pregi delle mascherine lavabili, che siano comprate o fai da te, è la loro maggiore sostenibilità rispetto a quelle usa e getta. Abbiamo infatti già ampiamente parlato dei potenziali danni che le mascherine monouso possono causare: dalla contaminazione del luogo dove vengono gettate all’inquinamento delle falde acquifere. Se quindi tutti iniziassimo ad utilizzare le mascherine lavabili, questi danni sarebbero ridotti al minimo.

Sebbene in alcuni casi possa esserne sconsigliato utilizzo, con alcuni accorgimenti e un’attenta scelta in fase di acquisto, possiamo stare al riparo senza arrecare danno all’ambiente.

I diversi tipi di dispositivi di protezione individuale

Non bisogna però sopravvalutare i dispositivi di protezione individuali pensando che siano una soluzione definitiva a tutti i problemi. Le mascherine lavabili, infatti, hanno un potere protettivo molto inferiore rispetto a quelle chirurgiche. Queste ultime, infatti, bloccano fino al 95% dei virus in uscita e bloccano il 20%-30% delle particelle virali anche in fase inspiratoria, quindi sono minimamente protettive anche per chi le indossa.

Le FFP1 sono di livello ancora superiore e hanno un’efficacia protettiva complessiva dell’80%. Alcune sono dotate di valvole, le quali però favoriscono la fuoriuscita dei droplets (le goccioline più grandi) annullando, di fatto, la protezione verso le altre persone. Le FFP2 e FFP3, P2 e P3 sono riservate ai medici e richiedono precise disposizioni per indossarle e toglierle.

L’azienda americana Smart Air, che produce depuratori d’aria, ha svolto delle ricerche sul potere filtrante delle mascherine. Le FFP3 filtrano il 99% di particelle di 0,23 micron. Contando che il virus è 0,12 micron, ma viene quasi sempre veicolato da goccioline di maggior dimensione, la protezione è quasi assicurata. Le mascherine chirurgiche, invece, filtrano tra il 60 e l’80 percento di queste minuscole particelle.

Mascherine lavabili: possono essere utilizzate?

Le mascherine lavabili, invece, impediscono soltanto la fuoriuscita di droplets, ovvero goccioline di considerevole dimensione, da parte di chi le indossa. Svolgono quindi una funzione protettiva per le altre persone, più che per chi le porta. Questo anche perché le mascherine in tessuto sono solitamente poco aderenti al viso e il loro materiale è abbastanza leggero, così da permettere alla persona di respirare agevolmente. Molti, comunque, la considerano “meglio di niente”, tanto che in uno dei primi DPCM firmati dall’ex-premier Conte si legge che “potranno essere utilizzate mascherine monouso o mascherine lavabili anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità”.

Una presa di posizione poi rivista con l’arrivo della seconda ondata, durante la quale se n’è sconsigliato l’uso specialmente nei mezzi pubblici e nei posti chiusi. Tuttavia, oggi ne esistono ormai di tantissimi tipi, e scegliendo con cura la propria mascherina riutilizzabile, assicurandosi che abbia un sistema filtrante efficace e lavandola attentamente dopo ogni utilizzo, si può stare tranquilli. Come unico accorgimento, sebbene non faccia bene all’ambiente, basterà prediligere le classiche mascherina “usa e getta” solamente in situazioni particolarmente rischiose. In contesti con basso rischio di contagio, invece, la mascherina riutilizzabile va sicuramente privilegiata. Anche per motivi ambientali.

Inoltre gli studi condotti sulla sicurezza di questi dispositivi sono ormai tantissimi. Uno dei dati che che emerge dai test sulle mascherine lavabili è che i tessuti multistrato e di materiali diversi filtrano di più rispetto a quelli sottili e monostrato. Come conferma una ricerca pubblicata sulla rivista ACS Nano condotta dai ricercatori dell’Agronne National Laboratory e dell’Università di Chicago (Usa), una mascherina fatta di cotone e seta, cotone-chiffon o cotone-flanella filtra l’80% in più di particelle inferiori a 300 nm e il 90% quelle maggiori di 300 nm.

Il cotone è fra i materiali più utilizzati per le mascherine in tessuto e “offre prestazioni migliori a densità di tessitura più elevate, ovvero con un alto numero di fili”.

Alcune aziende da cui acquistare i dispositivi di protezione individuali lavabili

Nella maggior parte dei casi, le fibre naturali hanno prestazioni migliori di quelle sintetiche. Un esempio sono le mascherine di sWEEDreams, realizzate in tessuto Canapa 100% e prodotte artigianalmente in Abruzzo. Oppure l’azienda italiana Maeko che produce mascherine realizzate esclusivamente con fibre naturali.

In commercio si trovano anche delle mascherine in jeans, che secondo la ricerca di Smart Air hanno filtrato oltre il 90 per cento di particelle grandi e circa un terzo di particelle piccole. Un esempio sono quelle del brand bergamasco Dannyru Vintage, che sono realizzate con i ritagli dei jeans, seguendo la virtuosa idea del riciclo tipica del mondo Vintage. Sono igienizzabili e lavabili anche in lavatrice, sono regolabili sia sul naso che su collo e nuca.

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Vi sono poi le mascherine di Amica Farmacia, spedite in tutta italia entro 48 ore, che aderiscono molto bene al viso e sono lavabili fino a 40 volte. Una confezione da 5 mascherine costa 19,90 euro.

Reimiro è una startup italiana che produce mascherine lavabili realizzate con gli scarti di vari filatoi e maglierie venete. Costano 24 euro e il 30 per cento del ricavato viene devoluto al Policlinico di Milano per l’emergenza sanitaria.

Per chi tiene allo stile, Nietta è un’artigiana che ridà vita ai tessuti dimenticati, ma sopratutto può esaudire (quasi) ogni desiderio riguardo alla fantasia della mascherina. Accetta infatti ordini dalla sua pagina Instagram.

Inoltre sono ormai molto diffusi in diversi negozi dei tipi di mascherine FFP2 lavabili e riutilizzabili fino a 20 volte, ottime da un punto di vista ambientale e anche dell’efficacia.

Come fare mascherine lavabili fai da te

In questo campo dobbiamo lasciare la parola agli esperti, che siano artisti, artigiani o stilisti. Barbara Palombelli ha spiegato in televisione come realizzare in casa una mascherina con la carta da forno.

https://www.facebook.com/watch/?v=240379903658758

Si possono però realizzare anche con una semplice maglietta di cotone, come mostra questa ragazza su YouTube. Il video è in inglese, ma le immagini parlano chiaro.

Regole generali su come indossare le mascherine

Si possono trovare centinaia di video su come realizzare una mascherina fai da te dei materiali più svariati, dai sacchetti dell’aspirapolvere ai filtri del caffè americano. L’importante è che il tessuto sia traspirante, onde evitare malori, soprattutto durante il periodo estivo. Inoltre, la mascherina deve coprire totalmente il naso e la bocca, fino al mento. Importante è non toccarsi il viso con le mani e igienizzare queste ultime subito dopo essere rientrati in casa, o appena se ne ha la possibilità.

Bisogna lavare le mani prima e dopo aver indossato la mascherina, e questa non va mai toccata al centro, nella parte in tessuto, bensì va tenuta e indossata attraverso gli elastici. Dove la mascherina non arriva, poi, entra in gioco la distanza di sicurezza, che ormai abbiamo imparato a conoscere. Questi accorgimenti, se applicati diligentemente da tutti, possono realmente salvare delle vite, senza arrecare danni irreversibili all’ambiente.

Leggi il nostro articolo: “L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?”