Biodiversità 2020: la strategia UE per salvare la natura

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Il 2020 ci ha dimostrato che la biodiversità svolge un ruolo centrale per il benessere non solo del Pianeta ma anche dell’uomo. A causa dell’epidemia da Covid-19, l’UE ha dovuto rimandare al 20 maggio 2020 la presentazione della nuova strategia sulla biodiversità.

La biodiversità nel 2020 secondo l’UE

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La biodiversità in ecologia è la varietà di organismi viventi nelle loro diverse forme e nei rispettivi ecosistemi.

Deforestazione, inquinamento, urbanizzazione, acidificazione degli oceani, innalzamento delle temperature e distruzione degli habitat naturali sono solo alcune delle terribile cause all’origine della perdita della biodiversità, tutte perpetrate dall’uomo.

Le cinque estinzioni di massa, avvenute negli ultimi 500 milioni di anni, hanno determinato la scomparsa di consistenti percentuali di specie viventi. Gli scienziati, ormai da diverso tempo, affermano che il mondo sta affrontando la sesta estinzione di massa, e che questa sia strettamente legata al pesante impatto antropico. Il tasso complessivo di estinzione delle specie viene oggi stimato da 10 fino a 1.000 volte superiore al tasso di estinzione naturale. Secondo la comunità scientifica entro pochi decenni circa il 75% delle specie viventi scomparirà dalla Terra.

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Secondo la IUCN (International Union for Conservation of Nature), che si occupa di stilare ogni anno una Lista rossa delle specie a rischio, circa il 30% dei vertebrati sta diminuendo in numero, 1/4 dei mammiferi e 1/8 degli uccelli sono attualmente a rischio di estinzione. Ad oggi conosciamo circa 2 milioni di specie animali e vegetali, ma si stima che ci siano ancora altre decine di milioni di specie che rischiano di estinguersi ancor prima di essere scoperte.

Dato che le precedenti strategie adottate sembrano aver fallito, il 2020 sarà un anno decisivo per l’ambiente e la biodiversità. Nel prossimo decennio saranno necessarie azioni incisive e molto più efficaci per invertire la rotta e intraprendere la strada per un futuro sostenibile.

UE: “Riportare la natura nelle nostre vite”

La maggior parte dei Governi del mondo è ormai concorde sul fatto che molti degli obiettivi del Piano Strategico per la Biodiversità 2011-2020 non saranno raggiunti entro il 2020. Inoltre si stima che il Pianeta stia per affrontare una crisi ambientale senza precedenti, con un numero elevatissimo di specie sull’orlo dell’estinzione.

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Riportare la natura nelle nostre vite“, questo è il titolo della nuova strategia sulla biodiversità che la Commissione Europea ha presentato il 20 maggio del 2020, nella quale si propone di arrestare la perdita della biodiversità entro il 2030.

Attraverso un elenco di impegni, a livello Europeo, verranno affrontate le seguenti tematiche:

  • Destinare il 30% della superficie terrestre e altrettanto per quella marina alle aree protette dell’UE.
  • Mettere a riposo del 10% dei terreni agricoli e con il 30% coltivato a biologico.
  • Tagliare del 50% nell’uso dei pesticidi e del 20% quello dei fertilizzanti.
  • Intensificare la lotta al traffico di animali selvatici.
  • Piantare tre miliardi di alberi.
  • Investire capitali pubblici e privati per 10 miliardi in 10 anni su natura ed economia circolare.
  • Liberare 25.000 chilometri di fiumi da barriere a livello UE.
  • Puntare ad un buono stato di tutte le acque superficiali e sotterranee.
  • Aumentare le zone verdi nelle città con più di 20.000 abitanti.
  • Utilizzare il 10% della superficie agricola UE per creare paesaggi ad alta diversità collegati tra loro.

Uno sguardo al passato: la biodiversità nel 1992

La prima convenzione sulla biodiversità venne firmata a Rio de Janeiro nel 1992 durante il “Summit della Terra“, rappresentando un decisivo passo in avanti per la conservazione della biodiversità e la protezione della natura. La convenzione sulla biodiversità è stata ratificata ad oggi da 196 paesi.

Nel 2002, durante il secondo Summit della Terra a Johannesburg, in Sudafrica, i governanti del mondo diedero alla Convenzione il mandato di ridurre significativamente la perdita di biodiversità entro il 2010 (Obiettivo 2010). A livello internazionale, l’UE ha svolto un ruolo importante nella ricerca di soluzioni a problemi quali la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico e la distruzione delle foreste pluviali tropicali.

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UE: continui rinvii per la biodiversità?

Poiché era improbabile che l’UE conseguisse il proprio obiettivo entro il 2010, il 21 giugno 2011 il Consiglio Europeo dell’Ambiente adottò una nuova strategia per proteggere e migliorare lo stato della biodiversità in Europa entro il 2020. Voleva infatti dare modo agli ecosistemi di recuperare la propria resilienza ed essere in grado di fornire i servizi essenziali.

Nel 2014 erano oltre 50 i Paesi che vi aderirono e la strategia divenne un punto di riferimento per tutte le Nazioni Unite.

Questa prevedeva i seguenti obiettivi:

  • Migliore protezione degli ecosistemi e maggiore utilizzo di infrastrutture verdi.
  • Estensione dell’agricoltura e della silvicoltura sostenibili.
  • Migliore gestione degli stock ittici.
  • Controllo più rigoroso delle specie esotiche invasive.
  • Rafforzamento del contributo dell’UE alla prevenzione della perdita di biodiversità a livello mondiale.

Oltre all’obiettivo 2020, la nuova strategia dell’Unione sulla biodiversità definì la “visione 2050“.

Questa afferma che entro il 2050 la biodiversità nell’Unione europea sarà protetta, valutata e opportunamente ripristinata, sia per il suo valore intrinseco, sia per il contributo essenziale che danno al benessere umano ed alla prosperità economica.

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Insomma, il panorama fornito dalle più avanzate ricerche sul sistema Terra ci conferma l’eccezionalità dell’intervento di una singola specie, la nostra, come profonda modificatrice dei sistemi naturali. E’ necessario ricordare che è proprio grazie a questi sistemi che esistiamo e su di essi basiamo il nostro benessere e la nostra economia. Per questo andrebbero tutelati con la massima priorità ed efficienza.

Api, una strage silenziosa: siamo al punto di non ritorno?

Sembra ormai segnato il destino delle api, meravigliosi animali essenziali per la sopravvivenza del genere umano e dell’ecosistema. Sempre più stremate dall’impatto antropico e dal clima che cambia, si rischia di raggiungere il punto di non ritorno nel giro di pochi anni, con conseguenze drammatiche per l’intero Pianeta.

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L’incessante sterminio (consapevole) delle api potrebbe portare al declino della specie umana.
Immagine: Beatrice Martini

Le api, un tesoro inestimabile (anche per le nostre tavole)

Grazie alla loro operosità, questi insetti permettono l’impollinazione di molti fiori e piante, spesso distanti tra loro, facilitandone anche il rimescolamento dei semi.

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Un’ape intenta nel riempire le sacche polliniche situate sulle zampe posteriori le quali, quando piene, si stima rappresentino circa il 30% del peso complessivo dell’animale.
Immagine: Beatrice Martini

Si calcola che siano responsabili del 70 % circa delle impollinazioni di tutte le specie vegetali presenti sul pianeta, dando un contributo incredibile alla biodiversità.

Solo in Europa si stima che l’84% delle 264 specie coltivate dipendano dall’impollinazione degli insetti e che ben 4000 diverse varietà vegetali sopravvivano grazie alle api. Senza queste ultime molta frutta e verdura sparirebbe dalle nostre tavole per sempre.

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Le api, bioindicatori per il monitoraggio dell’inquinamento

Dal 1962, l’ape è stata sempre più impiegata nel monitoraggio dell’inquinamento ambientale, provocato dai metalli pesanti in ambito urbano e dai pesticidi nelle zone rurali. Due sono gli indicatori che attestano la malasanità di un ambiente: l’elevata mortalità dell’insetto o la presenza di metalli pesanti nel miele, nel polline e nelle sue larve.

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Le cause principali da associare alla drammatica moria delle api sono da ricercare in fattori quali l’inquinamento, malattie, pesticidi e perdita di porzioni del proprio habitat.

Tra i fattori che spingono questi insetti verso il punto di non ritorno: il cambiamento climatico, pesticidi e malattie. L’uomo, con le sue pratiche agricole ad alto impatto ambientale rappresenta la prima minaccia per la sopravvivenza degli impollinatori ed il conseguente equilibro dell’ambiente.

Che siano allevate o selvatiche, le popolazioni di api stanno subendo gravi perdite in Europa e negli Stati Uniti, ma anche in Brasile, Giappone e in Africa, preannunciando l’imminente punto di non ritorno. Insieme alle api, per le stesse cause, si registra un declino drammatico anche di altri insetti impollinatori: bombi, farfalle e falene.

Grazie alla ricerca siamo in grado di affermare che la responsabilità di tale massacro è da imputare esclusivamente alle azioni dell’uomo; possiamo dunque parlare di un vero e proprio genocidio. Come scrivono Alessandro dal Lago, Antonio Volpe, Massimo Filippi nel loro libro Genocidio animale:

“Se gli animali vivono, sentono e desiderano, come può essere inquadrata la loro incessante messa a morte se non nei termini di un genocidio legalizzato?”

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E’ possibile un mondo senza api?

Senza il processo dell’impollinazione cesserebbero gli incroci di polline tra piante lontane, con gravissime conseguenza per gli organismi che direttamente o indirettamente dipendono da esse, uomo compreso. Le api dunque non sono solo mere produttrici di miele ma, bensì, regolatrici dell’ecosistema e dei raccolti su cui basiamo la nostra dieta.

Da tempo la comunità scientifica denuncia questa strage silenziosa ed i suoi carnefici: il timore è il raggiungimento del punto di non ritorno con il quale si dovrà fare presto i conti. Qualche passo nella giusta direzione, però, è stato fatto dall’Europa negli ultimi due anni.

Nel 2018 la Commissione europea ha presentato “l’iniziativa per gli impollinatori dell’UE“, la prima proposta sugli insetti impollinatori che coinvolge l’intera Comunità Europea. L’obiettivo è quello di sensibilizzare sul tema, informare sul declino degli impollinatori e verificarne le cause.

Il 18 dicembre 2019 il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione per chiedere alla Commissione delle azioni più mirate alla tutela degli impollinatori selvatici, assegnando maggiori fondi per la ricerca e un’ulteriore riduzione nell’uso di pesticidi.

Soluzioni alternative ai pesticidi?

Il ripristino degli habitat naturali degli insetti impollinatori, insieme alla ripianificazione agricola, è probabilmente il modo più efficace per evitare l’ulteriore diminuzione o scomparsa delle loro popolazioni.

Preservare delle porzioni di prato accanto ai campi coltivati può incrementare l’abbondanza e la diversità di molte specie di impollinatori, che a loro volta migliorano la resa delle colture e la rimuneratività dell’azienda. Pratiche simili permettono la conservazione anche dei nemici naturali di quei parassiti che l’uomo solitamente contrasta con insetticidi e fungicidi.

Bee my Future: il progetto di Lifegate per salvare le api

Lifegate ha attivato il progetto “Bee my Future” che sostiene l’allevamento di 14 alveari, grazie al lavoro di un apicoltore esperto, nella provincia di Milano. Il miele in questione viene prodotto esclusivamente seguendo i principi del biologico ed il suo acquisto permette il finanziamento e l’aumento delle arnie.

L’idea nasce con l’intento di donare alle api il riparo necessario dai fattori che ne limitano la sopravvivenza soprattutto durante la sciamatura.

Il 20 maggio si celebra la Giornata Mondiale delle api

Concepita dall’ONU nel 2017, questa giornata punta alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica circa l’affascinante mondo delle api e sulle problematiche ambientali che le stanno mettendo in ginocchio.

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L’informazione del singolo è essenziale per evitare il raggiungimento del punto di non ritorno. Per prepararvi a questa giornata, e ad una migliore comprensione del loro mondo, vi consigliamo alcune interessanti letture. Potete trovare i link all’acquisto sotto ogni immagine!

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Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce

Durante il 2019 il mondo intero ha rivolto uno sguardo sgomento alla regina delle foreste, l’Amazzonia. Questa, difatti, ha bruciato senza sosta per molti mesi, facendo avanzare impuniti nel territorio coltivatori e allevatori. Un momento drammatico per il polmone verde del mondo. Nel 2019 la foresta ha subito un aumento dell’83% dei roghi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno ed un ulteriore aumento del fenomeno di deforestazione in Amazzonia.

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1.0 Il seguente grafico indica il numero totale di incendi, per anno, nei mesi da gennaio ad agosto; si può chiaramente notare come nel 2019 gli incendi siano duplicati rispetto al 2018.
Immagine: BBC

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Il Brasile e la sua crescita “insostenibile”

Le cause che ogni anno portano ad una sempre maggiore deforestazione in Amazzonia, sono da ricercare in più ambiti. Tutti, comunque, rimandano ad un rilancio dello sviluppo economico del Paese:

  • Agricolo: gli agricoltori sono incoraggiati dalle politiche espansionistiche del nuovo governo ad occupare la foresta per far spazio a coltivazioni di soia, frumento e mangimi. Il 10-15% dei terreni sottratti a quest’ultima è dedicato a quelle coltivazioni.
  • Zootecnico: essendo il Brasile uno dei maggiori esportatori di carne bovina al mondo, vi è una sempre maggiore richiesta di zone da pascolo. Vi è dedicato ben 75-80% dei terreni sottratti alla foresta.
  • Minerario ed estrattivo: il 10% dei terreni, con determinate caratteristiche, è utilizzato per l’estrazione di metalli preziosi, gas, petrolio.
  • Traffico illegale di legname: il 2-3% dei territori viene sfruttato per il commercio illegale di legname.
  • Politico: il Presidente Jair Bolsonaro nega all’Amazzonia il titolo di “patrimonio dell’umanità”. Facendo ciò rivendica la sovranità del Brasile su di essa, così da poterla sfruttare a piacimento.
  • Infrastrutturale: il governo attuale, appoggiato dalle forze armate, starebbe progettando la costruzione di dighe, strade e ponti nel cuore della foresta, per facilitarne ulteriormente lo sfruttamento.

Deforestazione Amazzonia: tutta colpa di Bolsonaro?

Sarebbe alquanto riduttivo addossare la totale colpa dell’attuale situazione sul presidente Bolsonaro.

Va però evidenziato che l’attuale governo, dal momento del suo insediamento, ha sistematicamente smantellato la politica ambientale del Brasile (vedi grafico 2.0); ne è un esempio l’accorpamento dei ministeri dell’agricoltura e dell’ambiente.

Possiamo riscontrare le cause embrionali in una condizione deleteria che impregna il Brasile da troppo tempo, e nella quale l’attuale governo ha trovato terreno fertile: la pessima istruzione e disinformazione in molte fasce della popolazione; povertà dilagante, analfabetismo e risentimento verso l’utilizzo dei propri territori da parte di Paesi definiti “coloniali” ed “oppressori”.

Tutto questo porta una gran parte del popolo brasiliano ad affidarsi a coloro che promettono ricchezza e indipendenza economica dal resto del mondo.

Bolsonaro è una figura alquanto controversa, la quale tenta, come il suo vicino Trump, di risollevare il proprio paese ad ogni costo, anche mettendo a rischio un ecosistema necessario per il Pianeta.

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Deforestazione Amazzonia: cosa stiamo rischiando di perdere

La foresta Amazzonica, che è presente al 65% in territorio brasiliano, è letteralmente un serbatoio di vita, dove la biodiversità viene espressa in forme uniche e meravigliose.

Due meravigliosi esemplari di Ara macao.

È una delle aree naturali più importanti e meno conosciute del nostro Pianeta; ricca di acque dolci e sistemi idrologici, flora e fauna ancora da scoprire.

Un ecosistema delicato ed in perfetto equilibrio, che dona protezione e nutrimento a moltissime specie. L’Amazzonia ospita infatti il 10-15% delle specie al mondo conosciute e costituisce una riserva genetica senza eguali.

La distruzione, l’alterazione e la frammentazione dell’habitat forestale, mettono in serio pericolo tutto questo. Una volta diventate incapaci di spostarsi e orientarsi, le popolazioni che abitano la foresta vengono private della possibilità di riprodursi e alimentarsi e rischiano così l’estinzione.

La lenta ed inesorabile deforestazione dell’Amazzonia comporta conseguenze gravissime all’ecosistema forestale ed, indirettamente, anche all’intero genere umano.

Esempio di biodiversità, non solo animale, che si potrebbe perdere attraverso la deforestazione in Amazzonia.

Ciò che molti ignorano è la capacità di regolazione del clima ed il servizio di stoccaggio del carbonio, offerti dalla foresta.

Questa dunque funge da vero e proprio “condizionatore d’aria” mondiale; è in grado di trasformare l’energia solare in vapore acqueo, che a sua volta poi alimenta la foresta stessa con altre piogge.

Permette poi la regolazione di molti altri fenomeni: mitiga le escursioni termiche grazie alla sua umidità, immagazzina CO2, rifornisce la terra di ossigeno. Con la sua distruzione rischiamo di perdere fra il 17 e il 20% di tutte le risorse d’acqua dolce.

Un patrimonio culturale

La deforestazione dell’Amazzonia ha anche un drammatico risvolto sociale:  è occupata da molte popolazioni che, sebbene abbiano culture relativamente simili, presentano un’elevata differenziazione linguistica.

Questo ci dimostra l’inestimabile valore intrinseco della foresta, non solo come espressione di biodiversità ma anche come custode di cultura.

Un indigeno ed il suo peculiare abbigliamento.

Gli indigeni, vivendo da secoli in questi territori, sono ineffabili conoscitori delle proprietà medicinali e curative delle piante; risultano strettamente legati allo sfruttamento della foresta e dei suoi corsi d’acqua.

Negli ultimi anni si è registrato un aumento delle violenze e repressioni verso gli Indios ed i “Guardiani della foresta”. Molte persone si sono unite dando vita ad ONG e gruppi ambientalisti, nel tentativo di mandare un forte messaggio di opposizione nei confronti della deforestazione e distruzione del bioma Amazzonia.

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Ci sarà un’inversione di marcia?

Mentre gli scienziati di tutto il mondo chiedono a gran voce un repentino cambio di rotta, non è sembrata stridere poi così tanto la notizia della rimozione di Ricardo Galvao dall’INPE (Istituto Nazionale di ricerche spaziali brasiliano).

A luglio 2019, l’ex Presidente dell’istituto venne accusato dal governo di mentire e nuocere all’immagine nazionale, dopo la pubblicazione di dati che mostrano un drammatico aumento della deforestazione in Amazzonia nei mesi precedenti.

Attualmente, tra i leader di molti Paesi, sembra dilagare lo scetticismo nei confronti della scienza e dei suoi dati che, evidentemente, risultano “scomodi”. Tutto ciò, dunque, ostacola il raggiungimento di una gestione sostenibile della foresta.

Chiunque sia dotato di senso critico, non può non aver provato rabbia e vergogna durante il discorso di Jair Bolsonaro all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso anno:

“E’ sbagliato sostenere che l’Amazzonia faccia parte del patrimonio dell’umanità, gestire l’emergenza roghi spetta solo al Brasile che sceglierà cosa fare; è un malinteso confermato dagli scienziati dire che le nostre foreste amazzoniche siano i polmoni del mondo. Durante questa stagione la siccità favorisce incendi spontanei”.

Jair Bolsonaro durante il suo intervento alla 74esima Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Immagine: Open

Proposte? Noi le elenchiamo in questi punti:

  • Lo sfruttamento delle risorse deve essere sostenibile ed in equilibrio con l’ecosistema amazzonico.
  • Accesso universale all’istruzione. Non sapere né leggere né scrivere significa precludersi qualsiasi possibilità di avere un futuro migliore e, soprattutto, di compiere scelte politiche.
  • Rendere consapevole il popolo brasiliano dell’essenzialità della foresta e l’importanza della sua tutela,  per il bene loro e del mondo intero.
  • Istituire nuove riserve protette a tutela della biodiversità ed ampliare quelle già esistenti, potenziando i controlli contro l’illegalità.      
  • Avvicinare gli agricoltori a nuove tecniche di gestione dei terreni, permettendo loro di poter lavorare negli stessi appezzamenti senza portarli alla sterilità (ad esempio evitando i pesticidi).
  • Creare un turismo ecosostenibile il cui perno siano le meraviglie che l’Amazzonia possiede. Conoscere e tutelare le popolazioni che ci vivono e, possibilmente, includerle nella politica del Paese.
  • Chiedere all’Europa ed agli altri Paesi importatori di attuare specifici controlli di tracciabilità sui prodotti (come la soia e la carne) provenienti dal Brasile;
L’Italia è presente nella classifica degli importatori di carne brasiliana.
Immagine: Corriere della sera

Acquistando prodotti made in Brasile (Amazzonia) supportiamo quelle aziende che spingono i coltivatori al disboscamento: in questo modo la parola fine non verrà mai scritta in questo drammatico copione.

L’ONU propone un divieto per i mercati di animali selvatici

Ci voleva una pandemia di dimensioni epocali perché accadesse. Alla fine però anche l’ONU ha deciso di schierarsi contro i mercati di animali selvatici.

A prendere questa posizione ci ha pensato Elizabeth Maruma Mrema, Segretario Generale della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Biodiversità. Una misura già temporaneamente adottata dalla Cina che tuttavia non ha mai detto di volerli eliminare in maniera permanente.

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I mercati di animali selvatici come veicolo di virus mortali

Come tutti sappiamo la diffusione del CoronaVirus ha la sua origine proprio in uno di questi mercati di animali selvatici. Ma la Cina non è l’unico paese in cui è uso comune consumarli. Pipistrelli, coccodrilli, civette e pangolini sono solo alcune delle specie coinvolte. Questi ultimi, ad esempio, sono considerati a rischio estinzione proprio per via dell’eccessivo bracconaggio da parte dell’uomo. In Cina si pensa che le sue scaglie abbiano poteri curativi e non è ancora escluso che il vettore del virus sia proprio un esemplare di questa specie, oltre al già conclamato pipistrello.

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Passiamo ora al dato più eloquente. Tutte le peggiori epidemie della storia recente sono state una conseguenza del passaggio di un virus dall’animale all’uomo. Una grafica creata appositamente dal WWF ci può aiutare a comprendere la gravità di questo fenomeno.

Le pandemie della storia recente

Andiamo in ordine cronologico:

  • 1967, virus Marburg. Paese di origine: Uganda. 590 infetti, 478 morti. Tasso di mortalità dell’81%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1976, virus Ebola. Paese di origine: Congo. 14.693 vittime. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 1996, virus Nipah. Paese di origine: Malesia. 496 contagiati, 265 vittime. Tasso di mortalità del 53%. Passaggio all’uomo dal pipistrello.
  • 2002, virus Sars. Paese di origine: Cina. 774 vittime. Passaggio all’uomo da pipistrello e topo.
  • 2009, influenza suina. Paese di origine: USA e Messico. 429 vittime. Passaggio all’uomo da maiale.
  • 2012, MERS. Paese di origine: Arabia Saudita. 858 vittime. Passaggio all’uomo da cammello.
  •  2013, influenza aviaria. Paese di origine: Cina. 616 vittime. Passaggio all’uomo da pollo.
  • 2019, CoronaVirus. In corso.
Credit: WWF Italia

Il termine specifico per definire questi virus è “zoonosi” e, come si evince da questi dati, l’origine di queste malattie non è da trovarsi solamente in animali meno soggetti al commercio. Ne sono un esempio lampante l’influenza aviaria e quella suina. Per chiunque volesse approfondire l’argomento consigliamo la lettura di “Spillover”, un libro del 2012 di David Quammer in cui lo scienziato americano spiega come alla base di queste epidemie ci sia la distruzione di ecosistemi, oltre che il commercio illegali di animali. Alcuni report sostengono inoltre che il 75% delle malattie umane conosciute deriva proprio dalla fauna, non solo selvatica.

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In virtù di queste considerazioni risulta evidente come il nostro eccessivo desiderio di alimenti di origine animale, insieme alla già citata perdita di biodiversità, aumenta il rischio di pandemie su scala globale.

L’impatto ambientale dei mercati di animali selvatici

Già abbiamo parlato, non solo in questo articolo, della necessità di ridurre il nostro impatto sugli ecosistemi per salvaguardare, oltre alla nostra salute, anche quella del pianeta in cui viviamo e da cui dipendiamo. Tuttavia, nonostante i ripetuti campanelli d’allarme che arrivano dalla scienza, non sembra che la cosa ci interessi.

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E quello del settore degli allevamenti

Il consumo di carne, di ogni tipo, cresce costantemente a livello globale. Tralasciando per un secondo il discorso legato alle pandemie, occorre focalizzarsi anche sull’impatto che il nostro desiderio di carne e derivati ha sul nostro pianeta. Gli allevamenti di bestiame, non solo quelli intensivi, richiedono un enorme dispendio di risorse.

Una mucca da latte, ad esempio, può arrivare a bere circa 150 litri di acqua al giorno. Così come un manzo necessita di circa 40 kg di mangime al dì. Moltiplicate questi numeri per il numero di capi che attualmente alleviamo su scala globale, che è nell’ordine delle decine di miliardi.

Ora pensate alla quantità di risorse che impieghiamo per produrre questi mangimi che, oltre ad occupare dei terreni che potrebbero essere utilizzate per produrre cibo utile a sfamare quella fetta di popolazione mondiale che soffre di malnutrizione, sono spesse figlie di abbattimento di ampie aree di foreste (vedi i campi di soia dell’Amazzonia) e che, nella maggior parte dei casi, richiedono l’utilizzo di pesticidi su larga scala.

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A tutte queste complicazione vanno aggiunte le emissioni generati dagli scarti degli allevamenti come i liquami, che spesso finiscono per inquinare le falde acquifere, e le eruttazioni e gli escrementi degli animali che emettono metano, ovvero un gas serra climalterante che contribuisce al cambiamento climatico.

Secondo la FAO tutti questi fattori contribuiscono a circa il 17% delle emissioni di gas serra su scala globale – per fare un paragone il contributo del settore dei trasporti è del 13% – anche se secondo molti ambientalisti, molti dei quali hanno scelto diete vegetariane o vegane proprio per questo motivo, questa stima è inferiore rispetto al reale impatto del settore.

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In ultimo pensiamo al problema dell’acqua. Già oggi sono nell’ordine delle centinaia di milioni le persone che non accesso all’acqua potabile e la situazione è destinata a peggiorare con l’avanzare dei cambiamenti climatici. Basti pensare agli innumerevoli bacini idrici sotto stress in ogni angolo del pianeta. Il tutto mentre noi occidentali ci permettiamo di dare 150 litri d’acqua al giorno ad ogni mucca da latte. Suonerà come un’affernazuibe “buonista” ma è proprio così.

Quale conclusione?

Tutte queste considerazioni non possono che mettere in questione la sostenibilità del consumo di prodotti di origine animale e, più in generale, il valore etico e morale del modello di sviluppo occidentale. L’impatto che questo nostro desiderio ha sulla salute di tutti noi e sull’ambiente che ci circonda non è più trascurabile, soprattutto in una fase storica in cui la popolazione mondiale sta crescendo a dismisura. In questi giorni abbiamo l’occasione di riflettere sulle nostre abitudini di consumo. Facciamolo. La sabbia nella clessidra scende, più velocemente che mai. Se non vogliamo essere travolti da catastrofi più grandi noi, come possono essere le pandemie o gli effetti dei cambiamenti climatici, dobbiamo cambiare. In fretta.  

L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine

Estinzione api
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Tutto quello che molti sanno sulle api è che bisogna tenerle alla larga, e quando si avvicinano troppo non esitare a ucciderle. Ma questi strepitosi animali hanno ben più da offrire che un pungiglione atto a difendersi. E il riscaldamento globale ne sta causando l’estinzione.

L’impollinazione da parte delle api

Le api si nutrono delle sostanze presenti nel nettare delle piante, che raccolgono in grande quantità volando di fiore in fiore. Con questo spostamento le api raccolgono il polline dalla parte maschile del fiore e lo rilasciano sulla parte femminile, favorendone il processo di riproduzione. In questo modo le piante si moltiplicano, crescono e producono i loro frutti. È stato stimato che gli insetti impollinatori favoriscono l’esistenza dell’80% della vegetazione mondiale e del 94% di quella nelle zone tropicali. È anche grazie alle api, quindi, se i nostri giardini, parchi e foreste sono bellezze uniche nell’universo e che noi diamo troppo spesso per scontate.

L’estinzione delle api porta alla scarsità di cibo

Purtroppo, però, la crescita delle piante non ha soltanto una pura funzionalità estetica. Di queste piante molte sono coltivate dall’uomo e sono largamente utilizzate nell’industria agro-alimentare. Nel Nord America le api consentono la produzione del 90% dei prodotti agricoli in commercio. In Europa circa l’84% delle colture alimentari dipendono dall’impollinazione degli insetti pronubi.

A livello globale le api contribuiscono al 35% della produzione alimentare. In altre parole, moltissima della frutta e verdura che consumiamo ogni giorno e che è fondamentale per un’alimentazione sana e corretta proviene dalle piante impollinate: mele, mandorle, mirtilli, ciliegie, ribes, angurie, broccoli, zucche, meloni, asparagi, cetrioli e molti altri prodotti agricoli. Oltre che, ovviamente, il miele.

Le api dalle uova d’oro

Le api, quindi, fanno indirettamente parte dell’economia globale o, forse, più direttamente di quanto crediamo. Solo negli Stati Uniti questi piccoli animali rappresentano un introito annuale di 15 miliardi di dollari proprio grazie al loro ruolo vitale nel mantenere frutta e verdura nelle nostre diete. Pertanto, il valore economico del loro servizio di impollinazione risulta fino a dieci volte maggiore rispetto al valore del miele prodotto.

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La catena alimentare

Ma non finisce qui. Gli alimenti e le piante frutto dell’impollinazione, oltre che dagli esseri umani, vengono consumati da moltissimi animali selvatici che senza di loro morirebbero. Se ciò accadesse, si creerebbe una reazione a catena che metterebbe in serio pericolo gli ecosistemi. Inoltre, le piante che crescono grazie alle api formano le foreste e i boschi, che costituiscono gli habitat naturali di moltissime specie, dai più piccoli insetti (api comprese) ai più grossi vertebrati. Le api, infine, sono esse stesse parte della catena alimentare, nutrendo molte specie animali che dipendono dalla loro sopravvivenza.

Estinzione api

Un declino incessante delle api

Questo complesso e bellissimo mondo, però, sta scomparendo perché una delle sue principali fautrici si sta estinguendo. In Europa, la mortalità delle colonie di api si è attestata intorno al 20%, mentre negli Stati Uniti ha superato il 40% tra il 2013 e il 2014.

Il numero di colonie negli Stati Uniti è infatti sceso da 6 milioni nel 1947 a soltanto 2,5 milioni oggi. Dal 2006, gli apicoltori commerciali hanno riportato perdite annuali da 29% a 36%. Tali perdite non hanno precedenti poiché anche altri insetti impollinatori come bombi, farfalle e falene stanno diminuendo in modo impressionante.

Le cause di questa perdita sono molto spesso i parassiti, ma anche l’uomo ha una grande fetta di responsabilità. Il riscaldamento globale, la perdita degli habitat, e l’utilizzo di prodotti chimici sulle colture sono infatti cause dirette della possibile estinzione delle api.

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Il riscaldamento globale causa l’estinzione delle api

La minore durata della stagione invernale ha innescato l’allungamento della finestra di attività degli insetti giallo-neri con 20-30 giorni in più di lavoro all’anno, provocando uno stress che comprometterebbe la loro salute. Con maggiori e più durature siccità, inoltre, i fiori non secernono più il nettare e il polline e le api non hanno più una fonte di nutrimento, non producono miele, e non forniscono più il servizio di impollinazione per le colture agricole.

Meno natura, più cemento

Le api subiscono anche la perdita di habitat dovuta allo sviluppo umano. Le cause sono la più comune soppressione della natura in favore del cemento, ma anche l’abbandono delle fattorie in favore di lavori nel settore secondario e terziario. La mancanza di fiori e piante comporta ancora una volta l’assenza del nutrimento necessario alle api per vivere e il disboscamento riduce la possibilità delle api di costruirsi una “casa”.

Anche le sostanze chimiche causano l’estinzione delle api

Alcune colonie, infine, collassano a causa di piante e semi trattati con pesticidi neonicotinoidi, alcuni dei quali sono stati recentemente vietati dall’Unione Europea. Molte colture con prodotti chimicamente modificati, i famosi OGM, sono invece ancora largamente presenti nel mondo, e causano continui danni alla biodiversità. I prodotti chimici presenti negli insetticidi e nelle piantagioni OGM si trovano anche inevitabilmente nel nettare e nel polline: l’uno sarà mangiato dalle api e l’altro cosparso dalle api stesse su altre piante, creando una catena infinita che non porterà a nulla di buono. Anzi, porterà al nulla assoluto.

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