WWF e Jova Beach Party: una collaborazione rivedibile

Jovanotti e WWF

Il WWF è un’icona, se non l’icona per eccellenza, della difesa della natura. Ma questo non la rende infallibile. Spesso anche i migliori intenti possono provocare i risultati più imprevisti e indesiderati. Questo sembrerebbe essere il caso della collaborazione tra Jovanotti e il WWF in occasione del Jova Beach Party.

Il WWF Italia ha infatti deciso di fiancheggiare l’amatissimo artista italiano in questo tour estivo in alcune delle più belle spiagge italiane, con l’idea di sfruttare la popolarità del Jovanotti come strumento di sensibilizzazione e promozione di una cultura amica dell’ambiente. Scontato dunque che siano state prese tutte le precauzioni del caso per assicurare l’assenza di incidenza sull’ambiente costiero interessato, così come lascia intendere il WWF stesso che garantisce di avere chiesto “misure di tutela chiare e puntuali”.

Fratino: emblema di resistenza ostinata

A questo punto entra in gioco un altro protagonista: il fratino. Il fratino è più di un semplice uccello, il fratino è l’emblema di una natura agguerrita e intransigente, che non è disposta a rinunciare alla propria indole. La peculiarità di questo animale è infatti il luogo di nidificazione: le spiagge sabbiose, nelle quali depone, feconda e cova le proprie uova e accudisce i propri piccoli per le prime settimane, fino a quando non sono pronti a spiccare il volo.

Questo piccolo trampoliere non è raro da avvistare in Italia. Però il numero di esemplari svernanti è diminuito di circa la metà negli ultimi decenni. Il fratino è indice di una spiaggia e di un ambiente marino ben conservati e correttamente tutelati. Questo limicolo è anche al centro di campagne del WWF, come testimonia la Rete Fratino del WWF Italia nata lo scorso anno.

Le complicazioni: Ladispoli, Vasto, Lido degli Estensi

Già lo scorso dicembre 2018 è stata annullata una tappa del tour, quella di Ladispoli (Roma), a causa del passo indietro da parte delle associazioni ambientaliste della zona, dopo le criticità emerse. Cosa che non è andata giù a Cherubini, che non ha voluto risparmiarsi sui social media dando dei “leggeri” agli ambientalisti e dicendo che seguono “logiche misteriose”. Non proprio l’atteggiamento di chi è disposto a mettersi in secondo piano pur di rispettare l’ambiente.

Il post di Trident (società che organizza i concerti del cantante) che dichiara l’annullamento della data e a lato il commento di Jovanotti.

Ma quello che fino a pochi giorni fa era un caso isolato, ora non lo è più. Anche le tappe di Vasto (Chieti) e di Lido degli Estensi (Ferrara) hanno rilevato e svelato delle problematiche di carattere ecologico. Infatti i lavori appena iniziati a Vasto mettono a repentaglio l’habitat e quindi la sopravvivenza e la riproduzione dei fratini nelle rispettive località. Lavori che tra l’altro non erano stati accordati con l’organizzazione del Jova Beach Party e che hanno così costretto il WWF ha presentare una diffida al Comune di Vasto.

Similare la situazione in provincia di Ferrara, come ricordato dall’Associazione Naturalisti Ferraresi, che nel recente numero di giugno di Natura e Società della Federazione Nazionale Pro Natura ha elencato i numerosi punti che portano alla necessaria opposizione all’evento.

Ne vale veramente la pena?

Il fatto è che tra tutti gli ecosistemi intaccati dall’uomo, le spiagge sono di gran lunga quello più snaturato e antropizzato. La domanda che ne consegue è quanto sensata sia realmente questa operazione di marketing che altro non fa che adibire zone protette e dal fragile equilibrio a location per eventi di massa (a pagamento) con musica ad altissimo volume per un’intera giornata (più precedenti e successivi lavori).

Quali si prevedono essere i risultati effettivi in termini di consapevolezza ambientale e di cambiamenti di stile di vita nel maggiore rispetto dell’ambiente? Difficile a dirsi, ma è immaginabile che il rischio non valga la candela. Non si può fare marketing sulla pelle di fratini e tartarughe o della natura in generale.

Inoltre, l’obiettivo di sensibilizzazione sembra essere legato più all’evento stesso che non a una campagna di ampia portata e dagli effetti duraturi, basti guardare il video di presentazione del Jova Beach Party estate 2019 (che già dal nome non ha nulla che richiami la salvaguardia dell’ambiente) ad opera di Jovanotti stesso.

Video di presentazione del Jova Beach Party. Quale rilevanza ha l’ambiente in tutto ciò?

Come ricordano gli ambientalisti ferraresi: i premi e i riconoscimenti delle aree protette non sono estemporanei, ma vanno (ri)guadagnati giorno dopo giorno. L’era del compromesso a discapito della natura deve giungere al termine.

Da Pisa un robot che raccoglie le microplastiche negli oceani

robot

L’8 giugno è stata giornata mondiale degli oceani. Il giorno perfetto per testare nel mare livornese il nuovo robot acquatico e mangia plastica progettato e realizzato dall’Istituto di Biorobotica della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa. Quello che dall’alto può sembrare una grosso granchio grigio scuro, dalla foto scattata dal basso risulta essere una macchina molto sofisticata. Ha infatti sei “zampe” sulle quali appoggiarsi e che permettono al robot di muoversi sul fondale dell’oceano. (Qui le foto del robot)

Come funziona il robot

Il lavoro di Silver2 è quello di “netturbino degli oceani” in quanto raccoglie le microplastiche che rileva nell’acqua. Il robot “è in grado di camminare e di correre, sempre guidato a distanza grazie a una boa superficiale che riceve i dati e li trasmette wireless al computer dell’operatore”. Dice il responsabile del progetto Marcello Calisti, ricercatore dell’Istituto di Biorobotica. “Oltre ad avere due telecamere ad alta definizione come occhi – aggiunge l’esperto – Silver 2 può alloggiare nella pancia vari strumenti. Un esempio sono i carotatori per raccogliere campioni del fondale da analizzare in cerca delle microplastiche”.

microplastiche

Per crearlo ci sono voluti due anni interi di studi: “Abbiamo pensato – continua calisti – di ispirarci ai granchi che vedevamo fuori dal nostro laboratorio sullo Scoglio della Regina e abbiamo iniziato a studiare i loro movimenti grazie a telecamere ad alta definizione spaziale e temporale”. La presenza del robot inoltre non è invadente e non rischia di danneggiare né se stesso né l’ambiente circostante. ”Silver-2 pesa 20 chili, può scendere fino a 200 metri di profondità. E’ dotato di sei zampe articolate e molleggiate che gli permettono di saltellare sul terreno senza danneggiarlo e di aggirare gli ostacoli. L’obiettivo del robot-granchio non è soltanto quello di ripulire i mari, ma anche di “contribuire all’esplorazione dei fondali, che oggi conosciamo soltanto per il 5%”.

Un lungo percorso

Il progetto è stato reso possibile anche grazie alla collaborazione con l’azienda Arbi Dario Spa per il suo progetto Blu Resolution. L’azienda aveva probabilmente già visto del potenziale nel progetto precedente “Silver”, un prototipo dell’attuale robot sponsorizzato dalla National Geographic Society. Per il futuro si sta pensando a come sviluppare il robot aggiungendo dei bracci in grado di afferrare le macroplastiche e, quindi, pulire gli oceani anche dalla sporcizia più visibile.

Il catamarano Le Manta ripulirà gli oceani dai rifiuti

A partire dal 2022 il primo catamarano Manta solcherà i mari del pianeta per recuperare i rifiuti di plastica. L’ideatore del progetto è lo skipper svizzero Yvan Bourgon, che auspica una massiccia produzione di queste imbarcazioni per contrastare nel più breve tempo possibile l’inquinamento degli oceani. Il processo di raccolta dei rifiuti inizia attraverso dei tapis roulant, posti sotto il catamarano, che aspirano gli oggetti. Invece, due gru posizionate a poppa recuperano le reti alla deriva e i rifiuti di grandi dimensioni. Questi sono poi smistati manualmente e, infine, compattati in blocchi di 1 metro cubo. La capacità massima di stoccaggio è di 600 blocchi, ovvero 250 tonnellate di rifiuti.

https://www.youtube.com/watch?v=E_0i0GjBkxg

I dettagli sul progetto del catamarano

Il progetto è stato presentato al Salone delle invenzioni di Ginevra del 2018 dall’associazione fondata da Bourgon solamente due anni prima, chiamata The Sea Cleaners. Con ben 70 metri di lunghezza, 49m di larghezza e 61m di altezza il Manta è soprannominato il “Gigante dei mari”. A bordo si dispone di avanzate tecnologie che rendono l’imbarcazione autonoma e alimentata da energie rinnovabili: due turbine eoliche (500kw/h) e un impianto fotovoltaico (100kw/h). L’energia prodotta aziona i quattro motori elettrici e un sistema di propulsione ibrida formato da quattro DynaRigs. Inoltre, è presente un impianto di pirolisi, ovvero quel processo che trasforma la materia non riciclabile in carburante.

La grande manovrabilità e velocità di questo catamarano permettono un intervento tempestivo in acque profonde, lungo le coste e nei delta dei dieci più grandi fiumi da dove derivano il 90% dei rifiuti di plastica del mondo.

il catamarano

Oltre la lotta all’inquinamento

Un occhio di riguardo è dato anche alla fauna, infatti il progetto prevede l’installazione di un apparecchio acustico che allontana i cetacei nei momenti di raccolta dei rifiuti. Inoltre, il Manta sarà equipaggiato di un laboratorio scientifico che permetterà di acquisire maggiori informazioni sullo stato di salute delle acque. Uno degli altri obiettivi dell’associazione è la crescita dei centri didattici, al fine che venga compreso appieno il problema dell’inquinamento degli oceani.

Infine: “i paesi che avranno maggiormente accesso a questi blocchi saranno quelli colpiti da catastrofi, in particolare quelli del sud-est asiatico e del continente africano” come afferma Bourgon in un’intervista all’emittente radiotelevisiva RSI.

Oggi è la Giornata Mondiale degli Uccelli Migratori

Giornata Mondiale Uccelli Migratori

Come spesso accade, le giornate mondiali a tema ambientale istituite, non sono motivo di celebrazione, ma di indignazione e sensibilizzazione. Questo è il caso anche con la Giornata Mondiale degli Uccelli Migratori, istituita nel 2006 per sensibilizzare noi tutti sull’importanza della loro salvaguardia. Quest’anno il focus non poteva che ricadere sulla plastica, pericolo numero uno dell’ambiente. La campagna lanciata unitamente da CMS, AEWA e EFTA è stata intitolata “Protect Birds: Be the Solution to Plastic Pollution!“, con il chiaro intento di coinvolgere i cittadini di tutto il globo a contribuire alla tutela dei migratori alati.

Gli effetti della plastica

La pagina ufficiale dell’iniziativa per il WMBD (World Migratory Bird Day) informa su quelli che sono i pericoli che la plastica rappresenta per queste specie e le terribili conseguenze che ne derivano. Gli uccelli migratori, così come tanti altri animali selvatici, pagano un caro prezzo per l’irresponsabile utilizzo e smaltimento dei prodotti di plastica, specialmente monouso. Pulcini e adulti perdono la vita a causa dell’ingestione di pezzi di plastica, o finendo intrappolati in anelli e reti, morendo spesso per soffocamento.

Ingestione

La ricerca di cibo porta gli uccelli marini all’ingestione involontaria e inconsapevole di plastica. I prodotti di plastica galleggianti, spesso ricoperti di alghe, vengono spesso scambiati per una preda. La plastica ingerita viene poi passata ai più piccoli durante il loro nutrimento. Creature dagli organi ancora non del tutto sviluppati e proprio per questo più vulnerabili. Le particelle di plastica, quando non abbastanza grandi da causare lesioni interne e portare quindi una morte pressoché immediata, conducono alla morte per fame. Infatti questo materiale, quando ingerito, rimane nello stomaco in quanto non digeribile, dando l’impressione di sazietà, anche quando lo stomaco è praticamente vuoto. Altra minaccia è la tossicità delle sostanze chimiche di cui la plastica è composta.

Imbrigliamento e intrappolamento

I rifiuti di plastica presenti nei terreni acquitrinosi, con particolare menzione per l’attrezzatura da pesca abbandonata, rappresentano un elemento fortemente pericoloso. Gli uccelli rimangono impigliati. Questo causa ferite, con rischio di infezione, e l’intrappolamento. In questo secondo scenario gli uccelli, dopo aver tentato strenuamente per liberarsi, finisco spesso per affogare o per essere preda di altri animali.

1.000.000 di uccelli marini uccisi dalla plastica ogni anno

1 milioni di uccelli morti è un numero spaventoso (e in crescita), soprattutto se si pensa che si tratta di morti spesso piene di sofferenza e provocate da prodotti artificiali, fatti di un materiale per il quale non c’è spazio in natura. Di questo passo, nel 2050 la pressoché totalità degli uccelli marini ingerirà plastica. Attualmente si stima che il 90% abbia particelle di plastica nel proprio intestino.

Non è facile fare qualcosa di concreto per questi incredibili animali capaci di volare dai 20 ai 1000km al giorno per continuare a dare un futuro alla propria specie. Si può sempre partire dal proprio piccolo, informando amici e parenti con il passaparola, riducendo l’utilizzo di materiali di plastica, o immolare qualche ora (da soli o nell’ambito di attività di gruppo come ce ne sono molte organizzate su tutto il territorio) per la pulizia dei rifiuti di plastica da zone dal valore ambientale. L’Italia rappresenta infatti un’area di primaria importanza negli spostamenti migratori dei volatili, vista la sua posizione geografica a metà della rotta Mediterranea e Atlantica.

Sbiancamento dei coralli: il piano per salvarli arriva dalla Florida

Lo sbiancamento dei coralli è uno dei principali problemi che colpisce gli oceani come effetto dei cambiamenti climatici. Come già approfondito in un altro articolo del blog, gli oceani sono, insieme alle foreste, l’ecosistema più importante per il pianeta. E stiamo facendo il possibile per minarne la salute.

I coralli sono tra gli indicatori più credibili dello stato di salute dei mari, e i dati sono abbastanza chiari. Dal 2014 al 2017 la loro popolazione è infatti calata vertiginosamente per colpa del fenomeno dello sbiancamento, che si verifica principalmente a causa del surriscaldamento delle acque degli oceani. Il risultato è l’espulsione da parte del corallo, che altro non è che un insieme di piccolissimi polipi, dell’alga che custodisce al suo interno e da cui ottiene nutrimento grazie alla sua fotosintesi. Essendo inoltre proprio l’alga ad attribuire colore alla struttura, una sua scomparsa repentina finisce per sbiancare lentamente il tratto di barriera interessato.

Alcuni dati sullo sbiancamento dei coralli

Secondo la NOAA, il più autoritario ente di raccolta dati sul tema, nel 2016 lo sbiancamento dei coralli aveva già colpito il 30% degli esemplari a livello mondiale, un numero destinato a crescere di pari passo con l’aumentare degli effetti dei cambiamenti climatici. In alcune aree, in particolare quelle colpite da cicloni o tornado e in alcune zone del Golfo del Messico, la percentuale sale al 97%. Il corallo sbiancato molto difficilmente riesce a ristabilirsi.

Al contrario, nella maggior parte dei casi finisce per sopperire al cambiamento di temperatura del proprio habitat causato dalle nostre attività. Questo genera problemi sotto diversi punti di vista. Il principale riguarda l’equilibrio dell’ecosistema. La barriera corallina è infatti fonte di nutrimento per tantissime specie di pesci e fonte di riparo dai predatori per altri. Ad una morte, quindi, della superficie della barriera corallina corrisponde un declino della quantità di vita marina di quell’area con delle conseguenze, anche economiche, sulle comunità limitrofe.

sbiancamento-dei-coralli

Una fabbrica di coralli potrebbe salvarci

Ken Nedimyer è un americano di 56 anni. Sin da quando era piccolo si dedicava allo snorkeling e non dimenticherà mai la prima volta in cui è entrato in contatto con una barriera corallina in Florida: “era semplicemente il posto più magico che io avessi mai visto. Era un tripudio di vita e di pesci, una gioa per gli occhi”. Col tempo Ken ha iniziato ad assistere al fenomeno di sbiancamento dei coralli che ha colpito l’area delle Florida Keys, e non ha potuto fare a meno di cercare una soluzione.

Nel 2007 fonda la Coral Restoraion Foundation, con lo scopo di “installare” una nuova barriera corallina al largo della Florida dove gran parte dei coralli sono andati perduti. Attraverso una serie di esperimenti in laboratorio e partendo da piccoli frammenti di coralli ancora vivi, il suo staff è riuscito poco a poco a far crescere sempre più esemplari in delle apposite vasche. Una volta assodata la possibilità di “allevare” queste specie, ed attraverso altri esperimenti, ha iniziato a trapiantare i coralli in mare.

Coral Restoration Foundation: la speranza della barriera corallina

Questo geniale esperimento non può far altro che darci speranza per il futuro. I coralli sono fondamentali per la vita in mare. Una loro eventuale scomparsa avrebbe delle enormi conseguenze sotto diversi punti di vista. I coralli infatti, oltre che essere fondamentali per la vita in mare, fungono anche da barriera naturale contro tornado e tsunami. Due fenomeni che diventeranno sempre più comuni con l’avanzare dei cambiamenti climatici.

Allo stesso modo sono di grande aiuto per le economie delle zone limitrofe. Costituiscono infatti una fonte di sostentamento per il pesce che viene poi pescato, sia come fonte di turismo. Data la complessità biologica della composizione di una barriera corallina quanto sta accadendo ha del miracoloso. Non è facile infatti determinare quale sia la giusta combinazione di specie ed altrettanto difficile è trapiantarle da una vasca al loro habitat naturale. Un chiaro esempio di come la tecnologia e il progresso, se finalizzata a scopi nobili, può essere fondamentale per il recupero di ecosistemi ormai sull’orlo del collasso. Con la speranza che il mondo si popoli di un sempre maggior numero di persone come Ken.

Le isole Kiribati spariranno. Oggi a Roma il video di Fiorentino

Gli effetti del cambiamento climatico sono già qui. Lo sa bene il governatore di Kiribati, un complesso di isole paradisiache in mezzo all’Oceano Pacifico. Per nove milioni di dollari Kiribati ha già comprato otto chilometri quadrati di terra per evacuare, un giorno non molto lontano, l’intera sua popolazione. Questo perché entro il entro il 2050 una grande fetta della Nazione sarà sommersa dall’acqua. Il riscaldamento globale ha infatti causato l’innalzamento dei mari e reso insostenibile l’aumento della frequenza e potenza delle tempeste.

L’inizio di un nuovo giorno

Le isole Kiribati si trovano sulla linea internazionale del cambio di data, il che significa che sono le prime ad assistere all’inizio del nuovo giorno. In un certo senso si può dire che, rispetto al resto del mondo, Kiribati è già nel futuro. Ironia della sorte, i suoi abitanti stanno assistendo a una triste anteprima di quello che potrà accadere a molte altre Nazioni molto più grandi nel futuro più prossimo e che, proprio come l’alba di un nuovo giorno, arriverà per tutti.

Domande esistenziali

L’artista Antonio Fiorentino ha visitato le isole Kiribati tra il luglio e l’agosto 2018. Qui ha avuto l’ispirazione per creare alcune sue opere, ora esposte alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma e che vi resteranno fino al 19 luglio. Il viaggio a Kiribati è stata per lui un’occasione per cercare di rispondere alle domande esistenziali di gaugueniana memoria e che inevitabilmente prima o poi ogni uomo si pone: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Durante un viaggio in un’isola esotica, poi, queste domande sorgono quasi spontanee.

Un po’ di bellezza

Ma è proprio questo il punto: ci spingiamo oltre, verso orizzonti estremi (nel caso di Kiribati il più estremo, ai margini del mondo), per poi renderci conto che vi è e vi sarà sempre qualcosa che ci unisce, come essere viventi e come uomini. Un unico destino, un unico futuro, un’unica terra su cui nasciamo, cresciamo e moriamo. Fortunatamente a volte durante questo percorso invece che distruggere riusciamo a costruire qualcosa e lasciare un po’ di bellezza. È quello fa Fiorentino tramite l’arte, cercando nel contempo di suscitare negli uomini una maggiore consapevolezza verso i problemi e le sfide di questo secolo di grandi cambiamenti. E oggi lunedì 15 aprile alle 19:00 sarà anche proiettato un video che l’artista ha girato proprio a Kiribati, che ci lascerà una preziosa testimonianza di questa terra prossima a scomparire.

Oggi è la Giornata del Mare: lanciata la campagna #IoSonoMare

Si tratta di una campagna dello Stato Italiano avviata al fine di raccontare ai cittadini lo stato in cui il mare versa e come lo Stato agisce per prendersene cura. L’iniziativa inaugurata oggi durerà per quasi tutto il 2019, esattamente fino al 2 dicembre. Data della 21esima Conferenza delle Parti della Convenzione di Bacellona per la Protezione del Mar Mediterraneo dall’Inquinamento, che si terrà a Napoli. IoSonoMare ha come obiettivo la messa a disposizione dei dati del monitoriaggio svolto riguardante i mari che bagnano la penisola. Con particolare focus su rifiuti, specie aliene e aree protette.

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La campagna prevede anche una serie di giornate dedicate su tutto il territorio nazionale durante le quali saranno presentati i risultati aggiornati. Risultati derivanti dalla Direttiva Strategia Marina e accessibili direttamente sul sito ufficiale (link). Per la Giornata del Mare l’ISPRA ha pubblicato un video promozionale: IO SONO MARE – Conoscerlo per tutelarlo

Oggi stesso, alla presentazione della campagna, sono già stati menzionati alcuni dati salienti. Come, ad esempio, i quasi 800 oggetti in media per ogni 100 metri di spiaggia, 80% dei quali è composto di plastica: bottiglie, sacchetti, contenitori, polistirolo, equipaggiamento per la pesca; che rendono le nostre spiagge delle piccole discariche a cielo aperto (link al nostro articolo sull’inquinamento degli oceani). O ancora, le 263 specie aliene (ovvero non del luogo) che dimorano lungo le coste italiane. 68% delle quali “residenti”.

Anche il WWF supporta “La Giornata del Mare”

L’iniziativa ha ricevuto il supporto del WWF. Il suo slogan è “Un mare di attenzioni, un’agenda di priorità” e segue l’impegno preso nei mesi scorsi (nonché anni) e che ha portato alla raccolta di oltre 729 mila firme (in Italia) per la petizione #plasticfree (link) per salvare i mari italiani e quasi 400.000 a livello globale per un accordo internazionale vincolante sulla plastica in mare #StopPlasticPollution (link).

La presidente del WWF Italia, Donatella Bianchi, ritiene positivo il percorso avviato dal ministero dell’Ambiente, ma richiede che venga redatta una «agenda di priorità a tutela del mare in quattro mosse: pacchetto normativo che rilanci la leadership Europa dell’Italia come Paese #plasticfree; più SIC marini e più forza alle Aree Marine Protette (AMP); dare finalmente gambe e concretezza alla Strategia Marina Nazionale; mettere fine al sovrasfruttamento delle risorse ittiche e dare sostegno alla piccola pesca». Di cui il recentemente approvato disegno di legge “Salva mare” rappresenta il primo passo.

La redazione di L’EcoPost coglie l’occasione per invitare i lettori ad approfondire le problematiche dei mari, non riducibili al solo inquinamento da plastica, grazie alla visione del documentario Mission Blue, targato Netflix.

Mission Blue: gli oceani spiegati in un documentario

Mission Blue è un documentario del 2014 targato Netflix con protagonista Sylvia Earle, una delle più importanti biologhe marine della storia. Sylvia oggi ha 83 anni, ma continua a battersi per la difesa degli oceani. Dal 1998 lavora per National Geographic ed è stata la prima donna ad essere nominata a capo della National Oceanic and Atmospheric Administration, ruolo che ha ricoperto per poco tempo. Uno dei tanti aneddoti del documentario riguarda infatti la sua prima partecipazione a una riunione. Sylvia ha deciso di dare le dimissioni a causa del mancato desiderio da parte dell’ente di fare ciò che veramente era necessario per salvaguardare la salute degli oceani.

La storia degli oceani

Tema centrale del documentario è il declino dello stato di salute degli oceani negli ultimi 70 anni, ovvero nel periodo in cui Sylvia ha trascorso migliaia di ore sott’acqua. La protagonista parla di come si sia innamorata del mare sin da bambina, quando il suo giardino era il Golfo del Messico. Il raffronto tra la quantità di vita che incontrava durante le prime immersioni della sua vita, documentata attraverso le immagini del documentario, e quella che trova adesso è inquietante. I mari, che fino a qualche decennio fa pullulavano di vita in ogni loro angolo, hanno subito danni che sarà molto difficile riparare. Le più belle riprese sono infatti senza dubbio quelle delle prime immersioni, in cui si capisce davvero quanto le acque marine fossero piene di vita. Quelle di oggi invece, tra coralli sbiancati e quantità di pesci irrisorie se rapportate a quelle precedenti, destano più di qualche preoccupazione.

I problemi degli oceani

I problemi che abbiamo generato in termini di salute degli oceani sono molteplici. La plastica è sicuramente quello che ha attirato di più l’attenzione dei media perché più facilmente visibile e contrastabile. Ma, relativamente agli oceani, le problematiche più serie sono altre, come approfondito in un altro articolo del blog. In primis l’assorbimento da parte degli oceani di enormi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera, risultante in un riscaldamento della loro superficie e in una deficienza dell’ossigeno necessario a sostenere la vita marina in più di 140 dead zone del mondo.

Ma Sylvia ci parla anche di un altro grosso problema, più che trascurato tanto dai media quanto dai cittadini, ed è la sovra-pesca. Le popolazioni di pesci in tutti i mari del mondo sono calate in maniera vertiginosa, specialmente per quanto riguarda le specie di cui ci nutriamo e quelle di maggiore stazza. Su tutti tonno, merluzzo e pesce spada. E le cause sono molteplici. Metodi di pesca insostenibili (come, ad esempio, la pesca a strascico) ed eccessiva richiesta da parte del mercato, abbinate ad un grosso miglioramento delle tecnologie dei radar ormai in grado di riconoscere i banchi di pesce preda anche a chilometri di distanza, stanno di fatto causando un vero e proprio genocidio degli ecosistemi marina.

Le soluzioni di Sylvia e di Mission Blue

Nonostante abbia assistito al continuo declino dello stato di salute dei suoi amati oceani, Sylvia non ha mai perso la speranza. Per anni ha combattuto per difenderli e per anni li ha studiati da vicino. E lo studio continuo di un problema, come spesso accade, porta anche ad individuare una soluzione. La biologa inizia dunque la sua battaglia per gli “hope spots”, o luoghi di speranza.

Le creature marine hanno una qualità importantissima, che è stata anche il motivo per cui per tanti anni si è pensato al pesce come ad una fonte di sostentamento inesauribile, che è la grande capacità di riprodursi. La creazione dunque di tante aree marine protette in cui i pesci possano riprodursi senza che il loro habitat e le loro popolazioni siano devastate permetterebbe una loro ripresa. Degli esperimenti sono già stati fatti ed hanno portato ad ottimi risultati, dando a Sylvia, per l’appunto, grande speranza ed ispirando il nome della sua campagna.

Perché vedere Mission Blue

Mission Blue è sicuramente uno dei più importanti documentari sull’ambiente, ed è un must per chi vuole informarsi a dovere sul tema. È uno dei pochi che ci parla di un problema troppo poco trattato quando si parla di cambiamenti climatici, ovvero gli oceani. Come specificia anche Sylvia nel documentario, “se il pianeta terra non avesse un ecosistema marino assomiglierebbe a Marte”. Se muore l’oceano noi moriamo con esso. Il problema viene analizzato da tante angolazioni ripercorrendo la storia che ha portato i mari ad ammalarsi, e rendendo dei concetti scientifici molto complicati alla portata di tutti. Inoltre le riprese sottomarine sono una gioia per gli occhi. Allo stesso tempo un documentario sulla natura e sui cambiamenti climatici. Una visione sicuramente piacevole, che fornisce basi scientifiche solide in termini di riscaldamento globale e approfondisce le cause di quella che potrebbe essere la conseguenza più devastante causata dal riscaldamento globale: la progressiva morte degli oceani.

Il documentario è disponibile su Netflix al link ancorato al testo.

Gli oceani si sono ammalati

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Sembrava impossibile ma ci siamo riusciti

Gli oceani stanno soffocando e si stanno riscaldando molto più velocemente di quanto previsto; e c’è di che preoccuparsi. A lanciare l’allarme la rivista “Science”. Il 2018 è stato l’anno più caldo mai registrato. Ad oggi si stima che siano stati loro ad assorbire il 93% del calore che abbiamo prodotto dal 1860, con le nostre emissioni di gas serra. L’acqua infatti ha una capacità termica 3500 volte superiore a quella dell’aria e si stima che, prima di vedere gli effetti causati da un determinato evento come il riscaldamento globale, possano passare 50 anni. Se a questo sommiamo lo stress causato dalla pesca intensiva e dall’immensa quantità di sostanze tossiche che raggiungono i mari ogni giorno tramite i nostri fiumi inquinati, non risulta difficile capire quanto la loro salute sia compromessa.

Gli oceani: i polmoni del pianeta

L’acqua ricopre il 73% della superficie terrestre. Un dato che già da solo mostra l’importanza che il loro benessere ha su quella del pianeta. Sono loro infatti ad assorbire la maggior parte della CO2 presente in atmosfera, rilasciando allo stesso tempo ossigeno. Insieme alle grandi foreste pluviali gli oceani sono infatti il grande polmone del pianeta, e non possiamo permetterci di ignorare la loro salute. I mari stanno lanciando segnali di allarme, e non possiamo ignorarli. Comparsa di zone morte, perdita dei coralli e calo verticale della popolazione degli ecosistemi sono solo alcuni dei sintomi di una malattia che potrebbe avere conseguenze di proporzioni mai sperimentate dall’essere umano. L’inerzia termica degli oceani prevale infatti sul comportamento dell’atmosfera.

gli oceani

Cos’è una Dead Zone?

Le “Dead Zone”, sono delle porzioni di mare in cui si verifica il fenomeno di “ipossia”, ovvero una riduzione dell’ ossigeno presente nell’acqua. La creazione di una “zona morta” è la peggiore delle malattie che può colpire un’area marina, in quanto l’intero ecosistema che supporta non riesce a sopravvivere ed è quindi costretto a migrare o morire, lasciando vaste aree deserte. Oltre al riscaldamento globale la causa principale sono gli scarichi inquinanti che riversiamo continuamente in mare. In questo modo si avvia un fenomeno di “eutrofizzazione”: un aumento di nutrienti chimici nell’acqua che causa un’eccessiva formazione di alghe, costrette ad accaparrarsi tutto l’ossigeno presente nell’area per sopravvivere. Una delle più vaste si trova, infatti, nel Golfo del Messico, dove sfociano i fiumi inquinatissimi degli Stati Uniti. Ad oggi si possono contare almeno 146 “Dead Zone” nel pianeta, alcune permanenti ed altre stagionali. Nel 1960 ancora non ne esisteva nemmeno una.

Quali soluzioni per gli oceani

Oltre a una diminuzione delle emissioni di gas serra e della quantità di rifiuti scaricati in mare, una delle principali soluzioni per salvaguardare la sopravvivenza degli ecosistemi marini è stata individuata già da diversi anni da Sylvia Earle, la più importante biologa marina ancora in vita. In un documentario del 2008, Mission Blue, Sylvia individua gli “hope spots”, o luoghi di speranza, come la più credibile delle soluzioni. Ai tempi del documentario le aree marine protette erano infatti solo l’1.84% della superficie dei mari. Ad oggi la situazione è lievemente migliorata, con la percentuale che è salita al 7.44%. (Dati ONU). Un dato che sicuramente fa ben sperare ma che non sembra abbastanza buono. La percentuale di aree protette su terra ferma, che a sua volta costituisce solo un quarto della superficie del pianeta, è infatti del 14.5 %. Quasi il doppio. E’ giunta l’ora di iniziare a fare i conti anche con la salute dei mari, per troppo tempo utilizzati e sfruttati senza freno come se niente potesse indebolirli. Anche gli Oceani si possono ammalare, ora lo sappiamo. E il nostro benessere dipende dal loro.