“Tempo per la natura” è lo slogan ufficiale della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2020. Sarebbe ingenuo non ammettere che il motto potrebbe annaffiare il vaso degli stereotipi sull’ambientalismo. Per esempio quelli per cui chi si batte per il rispetto della natura sarebbe solo un neo-hippie la cui unica aspirazione di vita sia camminare a piedi nudi in un prato e abbracciare alberi. Forse, però, quello che serve in un periodo storico così importante è proprio questo, ovvero urlare a gran voce che la natura, la pura e semplice natura fatta di alberi, animali e tutto il calderone in cui è stato rinchiuso l’ambientalismo negli anni, è importante.

La giornata mondiale dell’ambiente contro le ipocrisie
Lo scopo di questa giornata dovrebbe essere anche quello di abbattere il muro delle ipocrisie che è stato costruito intorno al rispetto per l’ambiente e nel quale anche l’autrice di questo articolo si è talvolta trovata intrappolata. Per esempio l’apprezzare la natura soltanto la domenica pomeriggio, per poi tornare con volti più sereni ma cuori ancora immutati nel grigiore delle città.
Oppure prendere quattro aerei ogni sei mesi per godersi la natura delle isole tropicali. O ancora il convincersi che il rispetto della natura sia doveroso solo perché necessario per la sopravvivenza della specie umana. Il confine tra questa impostazione mentale e l’idea che se l’essere umano potesse vivere anche senza natura potrebbe finalmente non curarsene, è molto labile. Vi è poi tutta la questione del greenwashing. Le aziende hanno iniziato a manipolare i consumatori facendo loro credere che, acquistando un prodotto, essi facciano del bene all’ambiente, o comunque non lo danneggino. Di fatto, però, promuovono un modello economico e uno stile di vita basato sul consumismo, che è proprio quello che ci ha condotto verso la crisi climatica.
Serve un cambio di forma mentis
Ben venga, quindi, che la giornata mondiale dell’ambiente elogi la natura, della sua semplicità e bellezza, una natura che chiede poco e dona moltissimo. Non bisognerebbe però osannarla soltanto in quanto artefice e sostegno della vita umana. Questo perché il più piccolo filo d’erba ha esattamente la stessa dignità di qualunque essere umano mai nato nel mondo. Questa forma mentis, se acquisita a livello globale, sarebbe di portata estremamente rivoluzionaria.
Questa è una visione del mondo tipica dell’ambientalismo sin dalla sua nascita, e non deve essere vista soltanto come un’ideologia politica. L’armonia, la pace e il rispetto tra tutte le cose dovrebbe instillarsi nella mente delle persone come qualcosa di assodato, come lo è il comandamento del “non uccidere”. E se persino quest’ultimo viene spesso violato, pensiamo a quello del rispetto verso la natura, che non è ancora visto come un dovere primario e che infatti viene stuprato ogni volta che qualcuno varca la soglia di un negozio.
Il problema sociale e il rispetto per la natura
Un volta acquisita l’idea secondo la quale ogni cosa meriti rispetto, dalla pietra che giace silenziosa negli abissi marini alla nuvola gonfia di pioggia che fluttua nel cielo, allora sarà anche più semplice affrontare e risolvere i problemi che affliggono la società umana. Anche questi infatti sono causati, la maggior parte delle volte, da una mentalità egoistica, dall’indifferenza verso ciò che è altro da noi, oltre che dalla cecità nei confronti di ciò che ci ha dato la vita, cioè madre natura. Si può dire, insomma, che dovremmo renderci conto della biodiversità della quale facciamo parte e grazie alla quale siamo in vita.
Il sito ufficiale della Giornata mondiale dell’ambiente ci ricorda che la biodiversità consiste nella varietà della vita sulla Terra, gli ecosistemi che li ospitano e la diversità genetica tra loro. La biodiversità è una rete complessa e interdipendente, in cui ogni membro svolge un ruolo importante, disegnando e contribuendo in modi che potrebbero anche non essere visibili. L’abbondanza del cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il clima che rende il nostro pianeta abitabile provengono tutti dalla natura.
La biodiversità può insomma essere vista come un cerchio in movimento, che può considerarsi tale solo se tutti si tengono la mano e camminando insieme. L’essere umano, però, si è dimostrato un guastafeste che interrompe il gioco pretendendo che tutto continui a girare con lui al centro del cerchio.
Cosa sta facendo l’uomo alla natura?
Le attività umane hanno cambiato in modo significativo tre quarti della superficie terrestre e due terzi dell’area oceanica. Solo tra il 2010 e il 2015 sono scomparsi 32 milioni di ettari di foresta. Negli ultimi 150 anni, la barriera corallina vivente è stata ridotta della metà. Il ghiaccio si sta sciogliendo a velocità sorprendenti mentre l’acidificazione degli oceani cresce, minacciandone le forme di vita e la sua fondamentale funzione per le aree costiere. Le specie faunistiche stanno scomparendo decine e centinaia di volte più velocemente rispetto agli ultimi 10 milioni di anni. Nei prossimi 10 anni, 1/4 delle specie conosciute potrebbe essere stata spazzata via dal pianeta.

Insomma, come si legge nel libro “La sesta estinzione” di Elizabeth Kolbert siamo sull’orlo di un’estinzione di massa; e se continuiamo su questa strada, la perdita di biodiversità avrà gravi implicazioni per l’umanità, incluso il collasso dei sistemi alimentari e sanitari.
Una storia lunga secoli
Ecco che ora possiamo affrontare la parte che empaticamente e istintivamente interessa di più la società umana. Lo sfruttamento delle risorse naturali provocherà un malessere generale sopratutto per chi non ne ha colpa. Anzi, non è corretto parlarne al futuro, e nemmeno al presente.
Fenomeni di questo tipo si verificano dall’alba dei tempi, come ha dimostrato il colonialismo iniziato nel XVI secolo in concomitanza con le esplorazioni geografiche europee. La causa delle brutalità commesse nei confronti delle popolazioni conquistate sono state molteplici.
George Floyd, testimone di un tempo non ancora finito
In primo luogo la pretesa di una superiorità arbitrariamente decisa solo perché in possesso di beni materiali e denaro.
Ma anche e sopratutto per la volontà di utilizzare le risorse che la meravigliosa natura di quei luoghi offriva. L’ideologia formatasi intorno alle razze e tutto ciò che ne è derivato per giustificare e legittimare le colonizzazioni è ormai triste storia, che continua ancora oggi. La morte di George Floyd ne è la prova, così come quella di persone che attraversano il mediterraneo scappando da guerre e carestie causate, tra le altre cose, dalla corsa al petrolio e dai cambiamenti climatici.
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La giornata mondiale dell’ambiente contro la supremazia umana
Ma anche le morti quelle dovute ai disastri naturali in Asia e in Africa, o ai crolli degli edifici nei quali migliaia di persone vengono sfruttate per cucire i capi di H&M. Le quali non possono accettare altre attività, poiché ormai sono parte della società globalizzata e capitalista che è stata loro imposta. Il che non è molto distante da ciò che accadeva nell’ottocento e nel novecento con le piantagioni di cotone.
E questi fenomeni continueranno ad esistere finché non ci rendiamo conto di essere parte di un unico grande cerchio. Finché, insomma, consideriamo solo la piccola realtà intorno a noi. Finché diremo “prima l’essere umano” a discapito della natura. Poi “prima l’Italia”, a discapito degli altri Paesi. Per passare a “prima la mia regione”, “prima la mia città”, “prima il mio quartiere”, “prima la mia famiglia”. E infine “prima me”. Non fosse che nessuno, nemmeno il più solitario eremita, accetterebbe di vivere isolato in un deserto. In più, in un momento in cui il riscaldamento globale è fuori controllo, in cui scoppiano le pandemie per lo sfruttamento animale, in cui milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case per tifoni di potenza inaudita, dovremmo ormai aver capito una grande, immortale verità: nessuno si salva da solo.












