Giornata mondiale dell’ambiente: rispettare la natura è rispettare gli altri

giornata mondiale dell'ambiente

Tempo per la natura” è lo slogan ufficiale della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2020. Sarebbe ingenuo non ammettere che il motto potrebbe annaffiare il vaso degli stereotipi sull’ambientalismo. Per esempio quelli per cui chi si batte per il rispetto della natura sarebbe solo un neo-hippie la cui unica aspirazione di vita sia camminare a piedi nudi in un prato e abbracciare alberi. Forse, però, quello che serve in un periodo storico così importante è proprio questo, ovvero urlare a gran voce che la natura, la pura e semplice natura fatta di alberi, animali e tutto il calderone in cui è stato rinchiuso l’ambientalismo negli anni, è importante.

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Fotografia di Beatrice Martini

La giornata mondiale dell’ambiente contro le ipocrisie

Lo scopo di questa giornata dovrebbe essere anche quello di abbattere il muro delle ipocrisie che è stato costruito intorno al rispetto per l’ambiente e nel quale anche l’autrice di questo articolo si è talvolta trovata intrappolata. Per esempio l’apprezzare la natura soltanto la domenica pomeriggio, per poi tornare con volti più sereni ma cuori ancora immutati nel grigiore delle città.

Oppure prendere quattro aerei ogni sei mesi per godersi la natura delle isole tropicali. O ancora il convincersi che il rispetto della natura sia doveroso solo perché necessario per la sopravvivenza della specie umana. Il confine tra questa impostazione mentale e l’idea che se l’essere umano potesse vivere anche senza natura potrebbe finalmente non curarsene, è molto labile. Vi è poi tutta la questione del greenwashing. Le aziende hanno iniziato a manipolare i consumatori facendo loro credere che, acquistando un prodotto, essi facciano del bene all’ambiente, o comunque non lo danneggino. Di fatto, però, promuovono un modello economico e uno stile di vita basato sul consumismo, che è proprio quello che ci ha condotto verso la crisi climatica.

Serve un cambio di forma mentis

Ben venga, quindi, che la giornata mondiale dell’ambiente elogi la natura, della sua semplicità e bellezza, una natura che chiede poco e dona moltissimo. Non bisognerebbe però osannarla soltanto in quanto artefice e sostegno della vita umana. Questo perché il più piccolo filo d’erba ha esattamente la stessa dignità di qualunque essere umano mai nato nel mondo. Questa forma mentis, se acquisita a livello globale, sarebbe di portata estremamente rivoluzionaria.

Questa è una visione del mondo tipica dell’ambientalismo sin dalla sua nascita, e non deve essere vista soltanto come un’ideologia politica. L’armonia, la pace e il rispetto tra tutte le cose dovrebbe instillarsi nella mente delle persone come qualcosa di assodato, come lo è il comandamento del “non uccidere”. E se persino quest’ultimo viene spesso violato, pensiamo a quello del rispetto verso la natura, che non è ancora visto come un dovere primario e che infatti viene stuprato ogni volta che qualcuno varca la soglia di un negozio.

Il problema sociale e il rispetto per la natura

Un volta acquisita l’idea secondo la quale ogni cosa meriti rispetto, dalla pietra che giace silenziosa negli abissi marini alla nuvola gonfia di pioggia che fluttua nel cielo, allora sarà anche più semplice affrontare e risolvere i problemi che affliggono la società umana. Anche questi infatti sono causati, la maggior parte delle volte, da una mentalità egoistica, dall’indifferenza verso ciò che è altro da noi, oltre che dalla cecità nei confronti di ciò che ci ha dato la vita, cioè madre natura. Si può dire, insomma, che dovremmo renderci conto della biodiversità della quale facciamo parte e grazie alla quale siamo in vita.

Il sito ufficiale della Giornata mondiale dell’ambiente ci ricorda che la biodiversità consiste nella varietà della vita sulla Terra, gli ecosistemi che li ospitano e la diversità genetica tra loro. La biodiversità è una rete complessa e interdipendente, in cui ogni membro svolge un ruolo importante, disegnando e contribuendo in modi che potrebbero anche non essere visibili. L’abbondanza del cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il clima che rende il nostro pianeta abitabile provengono tutti dalla natura.

La biodiversità può insomma essere vista come un cerchio in movimento, che può considerarsi tale solo se tutti si tengono la mano e camminando insieme. L’essere umano, però, si è dimostrato un guastafeste che interrompe il gioco pretendendo che tutto continui a girare con lui al centro del cerchio.

Cosa sta facendo l’uomo alla natura?

Le attività umane hanno cambiato in modo significativo tre quarti della superficie terrestre e due terzi dell’area oceanica. Solo tra il 2010 e il 2015 sono scomparsi 32 milioni di ettari di foresta. Negli ultimi 150 anni, la barriera corallina vivente è stata ridotta della metà. Il ghiaccio si sta sciogliendo a velocità sorprendenti mentre l’acidificazione degli oceani cresce, minacciandone le forme di vita e la sua fondamentale funzione per le aree costiere. Le specie faunistiche stanno scomparendo decine e centinaia di volte più velocemente rispetto agli ultimi 10 milioni di anni. Nei prossimi 10 anni, 1/4 delle specie conosciute potrebbe essere stata spazzata via dal pianeta.

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Fotografia di Beatrice Martini

Insomma, come si legge nel libro “La sesta estinzione” di Elizabeth Kolbert siamo sull’orlo di un’estinzione di massa; e se continuiamo su questa strada, la perdita di biodiversità avrà gravi implicazioni per l’umanità, incluso il collasso dei sistemi alimentari e sanitari.

Una storia lunga secoli

Ecco che ora possiamo affrontare la parte che empaticamente e istintivamente interessa di più la società umana. Lo sfruttamento delle risorse naturali provocherà un malessere generale sopratutto per chi non ne ha colpa. Anzi, non è corretto parlarne al futuro, e nemmeno al presente.

Fenomeni di questo tipo si verificano dall’alba dei tempi, come ha dimostrato il colonialismo iniziato nel XVI secolo in concomitanza con le esplorazioni geografiche europee. La causa delle brutalità commesse nei confronti delle popolazioni conquistate sono state molteplici.

George Floyd, testimone di un tempo non ancora finito

In primo luogo la pretesa di una superiorità arbitrariamente decisa solo perché in possesso di beni materiali e denaro.

Ma anche e sopratutto per la volontà di utilizzare le risorse che la meravigliosa natura di quei luoghi offriva. L’ideologia formatasi intorno alle razze e tutto ciò che ne è derivato per giustificare e legittimare le colonizzazioni è ormai triste storia, che continua ancora oggi. La morte di George Floyd ne è la prova, così come quella di persone che attraversano il mediterraneo scappando da guerre e carestie causate, tra le altre cose, dalla corsa al petrolio e dai cambiamenti climatici.

Leggi anche: Effetto serra Effetto guerra: l’umanità che si autodistrugge

La giornata mondiale dell’ambiente contro la supremazia umana

Ma anche le morti quelle dovute ai disastri naturali in Asia e in Africa, o ai crolli degli edifici nei quali migliaia di persone vengono sfruttate per cucire i capi di H&M. Le quali non possono accettare altre attività, poiché ormai sono parte della società globalizzata e capitalista che è stata loro imposta. Il che non è molto distante da ciò che accadeva nell’ottocento e nel novecento con le piantagioni di cotone.

E questi fenomeni continueranno ad esistere finché non ci rendiamo conto di essere parte di un unico grande cerchio. Finché, insomma, consideriamo solo la piccola realtà intorno a noi. Finché diremo “prima l’essere umano” a discapito della natura. Poi “prima l’Italia”, a discapito degli altri Paesi. Per passare a “prima la mia regione”, “prima la mia città”, “prima il mio quartiere”, “prima la mia famiglia”. E infine “prima me”. Non fosse che nessuno, nemmeno il più solitario eremita, accetterebbe di vivere isolato in un deserto. In più, in un momento in cui il riscaldamento globale è fuori controllo, in cui scoppiano le pandemie per lo sfruttamento animale, in cui milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case per tifoni di potenza inaudita, dovremmo ormai aver capito una grande, immortale verità: nessuno si salva da solo.

 

La pandemia può tornare per lo sfruttamento dell’Amazzonia

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Che la pandemia di coronavirus sia scoppiata in seguito allo sfruttamento delle risorse ambientali non è più un mistero. Forse però è meno chiaro che un’altra pandemia potrebbe diffondersi per lo stesso motivo. Lo dimostra il fatto che i politici non sembrano aver attuato efficaci politiche ambientali globalmente diffuse. Di questo parliamo nel nostro recente articolo.

La pandemia può derivare dalla deforestazione

L’enorme e complesso ecosistema della Foresta Amazzonica è il luogo ideale per lo sviluppo dei virus come il COVID-19. Questi, però, vivono indisturbati e in equilibrio con tutte le altre specie, che ormai hanno sviluppato gli anticorpi. Il problema arriva quando l’equilibrio viene spezzato. La deforestazione, per esempio, distrugge l’habitat naturale di molte specie di animali, i quali saranno costretti a spostarsi, portando con sé i virus. Non solo, nelle aree senza alberi si creano spesso nuovi insediamenti umani, che quindi entrano in contatto con gli esseri viventi che abitano quelle zone.

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La deforestazione dell’Amazzonia, di cui abbiamo ampiamente parlato sul nostro sito, è un problema che non stenta ad estinguersi, anzi. Dopo l’elezione del presidente brasiliano Jair Bolsonaro il disboscamento della foresta Amazzonica è aumentato dell’85% rispetto all’anno precedente. Il tutto si aggiunge ai devastanti incendi scoppiati nell’area nell’agosto del 2019, che hanno provocato la perdita di oltre 12 milioni di ettari di foresta.

Un mercato redditizio, nonostante la pandemia

Non solo gli incendi, ma nemmeno la pandemia ha arrestato il disboscamento dell’Amazzonia. Secondo l’Istituto nazionale per la ricerca spaziale brasiliano (Inpe), dall’inizio dell”anno sono già stati rasi al suolo altri 1.205 chilometri quadrati di foresta, un aumento del 55 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Lo scopo è immaginabile.

Il presidente brasiliano vuole far fruttare queste aree ora libere dagli alberi per la crescita economica del paese e, presumibilmente, per gonfiare le sue stesse tasche. Gli allevamenti, le colture di soia, ma anche la caccia sono infatti mercati molto fruttuosi. Non fosse che questi favoriscono il contatto tra l’uomo e gli animali che un tempo abitavano la foresta.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima

Ovviamente, lo sfruttamento delle risorse non è rappresentato solo dalla deforestazione, ma anche dagli allevamenti intensivi. Il Covid-19 è stato trasmesso da un pipistrello tramite un pangolino, entrambi animali selvatici venduti nei mercati di strada. Anche l’influenza aviaria si è manifestata per la prima volta in Asia Meridionale. Il suo epicentro sono stati gli allevamenti intensivi di polli e, anche in questo caso, la vendita di questi animali vivi nei mercati.

Lo stesso è accaduto con il virus dell’ebola in Africa, introdotto nelle comunità umane attraverso il contatto con sangue, secrezioni, organi di animali selvatici infetti, come scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie. L’ebola è stata trasmessa con il consumo alimentare di questi animali, ma è molto probabile che il contrabbando illegale abbia giocato un ruolo decisivo nella diffusione del virus. Infatti, le specie che sono minacciate di estinzione a causa di attività umane come la deforestazione, il bracconaggio o il commercio illegale ospitano due volte più virus zoonotici rispetto ad animali le cui popolazioni stanno diminuendo per cause non legate all’uomo.

Non bisogna quindi incolpare gli animali per la Pandemia attuale e quelle che verranno. Come ha dichiarato al Business Insider David Lapola, un ecologo dell’Università di Campinas, Brasile, la colpa è invece da cercare nelle pratiche che disturbano gli ecosistemi, e che costringono le specie ad adattarsi ad altri ambienti.

Caldo record in Siberia. 25 gradi a maggio

caldo record

Si dice che chi parla del meteo non ha nulla da dire. Constatare l’eccezionalità del caldo record in Siberia, però, significa avere moltissimo di cui parlare. Per esempio che il riscaldamento globale non è più solo un pericolo che incombe sull’umanità bensì, come diciamo sempre, il riscaldamento globale è già qui.

I luoghi in cui è stato registrato un caldo record a maggio

La Siberia è sicuramente l’area della terra in cui il caldo record ha fatto più scalpore. Nella città di Khatanga, situata a nord del circolo polare artico, il 22 maggio sono stati registrati 25,4°. Quello che più spaventa è la differenza con la temperatura di questa cittadina in questo stesso giorno negli anni passati, che era in media di 0°. Fino ad ora il record era stato di 12 gradi.

Anche ad est del Mediterraneo le temperature sono state decisamente anomale, nonostante questa zona sia molto calda. La scorsa settimana nella città di Ghor El Safi in Giordania le temperature hanno toccato i 46,5°. In Turchia vi è stato un caldo record per il mese di maggio: 44,5°.

Non esente al caldo è anche il Bel Paese, in particolare il Sud. La Sicilia è la protagonista del caldo record italiano, con picchi di 40°, ma anche in Calabria si sono toccati i 38°. Queste temperature battono ogni record di maggio, non solo regionale, ma anche nazionale.

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Cosa comporta il caldo record

Le ripercussioni del caldo non hanno tardato ad arrivare. La calotta di ghiaccio siberiano che dal fiume Yanisey si è spostata nel mare di Kara, nel nord della regione, ha iniziato a sciogliersi un mese prima del solito. Come sappiamo, i ghiacci sono un elemento fondamentale per mantenere basse le temperature poiché riflettono la luce solare evitando che questa venga assorbita dalla superficie terrestre. Senza i ghiacci la temperatura, già in aumento, aumenta ancora di più, innescando il cosiddetto feedback positivo.

Non solo. Questo fenomeno può essere dato anche dal fatto che sotto al permafrost ghiacciato si nascondo enormi quantità di metano, un gas 20 volte più riscaldante del’anidride carbonica, il quale rischia di essere rilasciato nell’atmosfera. Spieghiamo meglio questi meccanismi nel nostro articolo “Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?”.

Nella Repubblica di Komi, in Russia, le inondazioni di maggio 2020 sono state definite le più gravi degli ultimi anni. Roshydromet e le agenzie assicurative mondiali prevedono un aumento delle catastrofi naturali in Russia nel prossimo futuro.

Viviamo nel pirocene?

Si temono inoltre gli incendi, che sono già divampati in tutto il mondo qualche mese fa a causa di caldo e aridità. Oltre alla stessa Siberia, l’Amazzonia ha subito gravi danni, così come le foreste australiane e l’area intorno a Chernobyl. Raffaella Lovreglio,ricercatrice del Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, ha affermato che stiamo assistendo a un cambiamento epocale, che potrebbe indurci a chiamare il periodo in cui viviamo con il nome di Pirocene.

Per non parlare, poi, della siccità che colpirà le aree più calde del globo, non esclusa l’Italia. Nel nostro Paese infatti la siccità dell’estate 2020 incombe mostruosamente, come un Idra le cui teste sembrano moltiplicarsi di anno in anno. I danni sul lungo termine, poi, silenziosi ma deleteri, sono incalcolabili: acidificazione degli oceani, sbiancamento dei coralli, alterazione degli habitat e distruzione degli ecosistemi, estinzione delle specie, guerre, fame, migrazioni. E l’elenco potrebbe continuare con molti, troppi punti.

Cosa si sta facendo per combattere il caldo record?

Innanzi tutto è doveroso dire che, purtroppo, a questo punto non possiamo più fare molto per il caldo che si imbatterà sul pianeta quest’anno e quelli a venire. Possiamo solo attutirlo, anche se l’arco di tempo a nostra disposizione è davvero breve: abbiamo solo 8 anni prima che le conseguenze del riscaldamento globale diventino catastrofiche.

Quindici organizzazioni ambientaliste russe, guidate da Greenpeace e Fridays For Future Russia, hanno così inviato una lettera al presidente Vladimir Putin per chiedergli di concentrarsi, nelle misure per la ripresa dal Covid-19, sullo sviluppo verde. Per il momento, però, il governo russo non ha ancora accolto la richiesta degli ambientalisti e non sembra voler combinare la ripresa economica con la protezione del clima. È importante notare che per la Russia il riscaldamento globale sta giocando un ruolo decisivo nel portare soldi nelle casse dello stato.

Lo scioglimento dei ghiacci sta infatti liberando le rotte nel mare dell’Artico e sta rendendo molto più semplici le trivellazioni per attingere all’enorme quantità di petrolio che si trova ancora intoccato sotto le calotte di ghiaccio (ne parliamo nell’articolo “Artico, la battaglia per il Grande Nord”). Pensare che Putin possa rinunciare a questi introiti e arrendersi durante l’ennesimo braccio di ferro con gli Stati Uniti, è altamente improbabile. Bisogna solo sperare che, a fronte del caldo inusuale che coglierà lui e la popolazione russa questa estate, egli non si limiti ad accendere l’aria condizionata.

 

 

 

Mascherine lavabili da acquistare o fai da te

mascherine lavabili

Uno dei pregi delle mascherine lavabili, che siano comprate o fai da te, è la loro maggiore sostenibilità rispetto a quelle usa e getta. Abbiamo infatti già ampiamente parlato dei potenziali danni che le mascherine monouso possono causare: dalla contaminazione del luogo dove vengono gettate all’inquinamento delle falde acquifere. Se quindi tutti iniziassimo ad utilizzare le mascherine lavabili, questi danni sarebbero ridotti al minimo.

Sebbene in alcuni casi possa esserne sconsigliato utilizzo, con alcuni accorgimenti e un’attenta scelta in fase di acquisto, possiamo stare al riparo senza arrecare danno all’ambiente.

I diversi tipi di dispositivi di protezione individuale

Non bisogna però sopravvalutare i dispositivi di protezione individuali pensando che siano una soluzione definitiva a tutti i problemi. Le mascherine lavabili, infatti, hanno un potere protettivo molto inferiore rispetto a quelle chirurgiche. Queste ultime, infatti, bloccano fino al 95% dei virus in uscita e bloccano il 20%-30% delle particelle virali anche in fase inspiratoria, quindi sono minimamente protettive anche per chi le indossa.

Le FFP1 sono di livello ancora superiore e hanno un’efficacia protettiva complessiva dell’80%. Alcune sono dotate di valvole, le quali però favoriscono la fuoriuscita dei droplets (le goccioline più grandi) annullando, di fatto, la protezione verso le altre persone. Le FFP2 e FFP3, P2 e P3 sono riservate ai medici e richiedono precise disposizioni per indossarle e toglierle.

L’azienda americana Smart Air, che produce depuratori d’aria, ha svolto delle ricerche sul potere filtrante delle mascherine. Le FFP3 filtrano il 99% di particelle di 0,23 micron. Contando che il virus è 0,12 micron, ma viene quasi sempre veicolato da goccioline di maggior dimensione, la protezione è quasi assicurata. Le mascherine chirurgiche, invece, filtrano tra il 60 e l’80 percento di queste minuscole particelle.

Mascherine lavabili: possono essere utilizzate?

Le mascherine lavabili, invece, impediscono soltanto la fuoriuscita di droplets, ovvero goccioline di considerevole dimensione, da parte di chi le indossa. Svolgono quindi una funzione protettiva per le altre persone, più che per chi le porta. Questo anche perché le mascherine in tessuto sono solitamente poco aderenti al viso e il loro materiale è abbastanza leggero, così da permettere alla persona di respirare agevolmente. Molti, comunque, la considerano “meglio di niente”, tanto che in uno dei primi DPCM firmati dall’ex-premier Conte si legge che “potranno essere utilizzate mascherine monouso o mascherine lavabili anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità”.

Una presa di posizione poi rivista con l’arrivo della seconda ondata, durante la quale se n’è sconsigliato l’uso specialmente nei mezzi pubblici e nei posti chiusi. Tuttavia, oggi ne esistono ormai di tantissimi tipi, e scegliendo con cura la propria mascherina riutilizzabile, assicurandosi che abbia un sistema filtrante efficace e lavandola attentamente dopo ogni utilizzo, si può stare tranquilli. Come unico accorgimento, sebbene non faccia bene all’ambiente, basterà prediligere le classiche mascherina “usa e getta” solamente in situazioni particolarmente rischiose. In contesti con basso rischio di contagio, invece, la mascherina riutilizzabile va sicuramente privilegiata. Anche per motivi ambientali.

Inoltre gli studi condotti sulla sicurezza di questi dispositivi sono ormai tantissimi. Uno dei dati che che emerge dai test sulle mascherine lavabili è che i tessuti multistrato e di materiali diversi filtrano di più rispetto a quelli sottili e monostrato. Come conferma una ricerca pubblicata sulla rivista ACS Nano condotta dai ricercatori dell’Agronne National Laboratory e dell’Università di Chicago (Usa), una mascherina fatta di cotone e seta, cotone-chiffon o cotone-flanella filtra l’80% in più di particelle inferiori a 300 nm e il 90% quelle maggiori di 300 nm.

Il cotone è fra i materiali più utilizzati per le mascherine in tessuto e “offre prestazioni migliori a densità di tessitura più elevate, ovvero con un alto numero di fili”.

Alcune aziende da cui acquistare i dispositivi di protezione individuali lavabili

Nella maggior parte dei casi, le fibre naturali hanno prestazioni migliori di quelle sintetiche. Un esempio sono le mascherine di sWEEDreams, realizzate in tessuto Canapa 100% e prodotte artigianalmente in Abruzzo. Oppure l’azienda italiana Maeko che produce mascherine realizzate esclusivamente con fibre naturali.

In commercio si trovano anche delle mascherine in jeans, che secondo la ricerca di Smart Air hanno filtrato oltre il 90 per cento di particelle grandi e circa un terzo di particelle piccole. Un esempio sono quelle del brand bergamasco Dannyru Vintage, che sono realizzate con i ritagli dei jeans, seguendo la virtuosa idea del riciclo tipica del mondo Vintage. Sono igienizzabili e lavabili anche in lavatrice, sono regolabili sia sul naso che su collo e nuca.

mascherine lavabili

Vi sono poi le mascherine di Amica Farmacia, spedite in tutta italia entro 48 ore, che aderiscono molto bene al viso e sono lavabili fino a 40 volte. Una confezione da 5 mascherine costa 19,90 euro.

Reimiro è una startup italiana che produce mascherine lavabili realizzate con gli scarti di vari filatoi e maglierie venete. Costano 24 euro e il 30 per cento del ricavato viene devoluto al Policlinico di Milano per l’emergenza sanitaria.

Per chi tiene allo stile, Nietta è un’artigiana che ridà vita ai tessuti dimenticati, ma sopratutto può esaudire (quasi) ogni desiderio riguardo alla fantasia della mascherina. Accetta infatti ordini dalla sua pagina Instagram.

Inoltre sono ormai molto diffusi in diversi negozi dei tipi di mascherine FFP2 lavabili e riutilizzabili fino a 20 volte, ottime da un punto di vista ambientale e anche dell’efficacia.

Come fare mascherine lavabili fai da te

In questo campo dobbiamo lasciare la parola agli esperti, che siano artisti, artigiani o stilisti. Barbara Palombelli ha spiegato in televisione come realizzare in casa una mascherina con la carta da forno.

https://www.facebook.com/watch/?v=240379903658758

Si possono però realizzare anche con una semplice maglietta di cotone, come mostra questa ragazza su YouTube. Il video è in inglese, ma le immagini parlano chiaro.

Regole generali su come indossare le mascherine

Si possono trovare centinaia di video su come realizzare una mascherina fai da te dei materiali più svariati, dai sacchetti dell’aspirapolvere ai filtri del caffè americano. L’importante è che il tessuto sia traspirante, onde evitare malori, soprattutto durante il periodo estivo. Inoltre, la mascherina deve coprire totalmente il naso e la bocca, fino al mento. Importante è non toccarsi il viso con le mani e igienizzare queste ultime subito dopo essere rientrati in casa, o appena se ne ha la possibilità.

Bisogna lavare le mani prima e dopo aver indossato la mascherina, e questa non va mai toccata al centro, nella parte in tessuto, bensì va tenuta e indossata attraverso gli elastici. Dove la mascherina non arriva, poi, entra in gioco la distanza di sicurezza, che ormai abbiamo imparato a conoscere. Questi accorgimenti, se applicati diligentemente da tutti, possono realmente salvare delle vite, senza arrecare danni irreversibili all’ambiente.

Leggi il nostro articolo: “L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?”

Londra, 2000 scarpe da bambino per il clima

Londra clima

Londra clima

Non è certo la prima volta che Extinction Rebellion, il provocatorio gruppo di attivisti per il clima di Londra, fa parlare di sé per una manifestazione. Sul nostro sito ne abbiamo parlato spesso. Ieri, lunedì 18 maggio, ci sono riusciti nonostante nessuno di loro sia sceso in piazza.

La protesta a Londra per riportare l’attenzione sul clima

L’idea del gruppo ambientalista, questa volta, è stata se possibile più provocatoria che una manifestazione fisicamente partecipata. Extinction Rebellion ha infatti posizionato 2000 scarpe da bambino in Trafalgar Square, una delle piazze più grandi e più importanti di Londra.

L’idea è quella di ricordare a tutti che la crisi climatica avrà degli effetti devastanti, oltre che su di noi, sulle generazioni future e, quindi, sui nostri stessi figli. Inoltre, la manifestazione serviva a richiamare l’attenzione sul tema del clima, che è stato dimenticato a causa della pandemia di Covid-19.

Boris Johnson riapre Londra

La protesta però nasce anche in seguito alle recenti disposizioni del premier britannico Boris Johnson, il quale ha annunciato l’imminente riapertura di Londra e di tutto il Regno Unito. Lo ha fatto, però, in perfetto stile capitalista, ovvero finanziando con i soldi pubblici le attività dell‘industria degli idrocarburi, un settore altamente inquinante.

Ironicamente, Boris Johnson ha annunciato una possibile riapertura delle scuole dal 1° giugno, guadagnandosi le ire di molti rappresentanti delle regioni, oltre che delle famiglie. Il consiglio della città inglese Hartlepool, per esempio, ha dichiarato che “dato che i casi di Coronavirus localmente continuano a salire, abbiamo concordato che le scuole non riapriranno lunedì 1 giugno”. Il tutto, ovviamente, per la salute degli insegnanti e dei bambini. I quali, ancora una volta, dovrebbero subire le conseguenze decisionali degli adulti.

Che fine fanno le scarpe da bambino?

Le scarpe utilizzate per la protesta, ovviamente, non sono state comprate, bensì fornite da genitori e insegnanti delle comunità locali. Verranno poi donate a Shoe Aid, un’associazione caritativa di assistenza ai più poveri.

Londra clima

Insomma, si può dire che questa protesta sia tutta incentrata sulla lotta all’egoismo. Quello a discapito dei bambini, in primis. Ma sicuramente anche quello che mette in secondo piano la crisi climatica a fronte di un’altra certamente grave, ma che con le giuste precauzioni è stata gestita. Lo striscione appeso nella piazza a Londra, a questo proposito, parla chiaro: “Covid today. Climate tomorrow. Act Now“.

Adesso occorre gestire il clima come problema altrettanto presente e pensare quindi al futuro del mondo, dei bambini e, quindi, dell’umanità.

 

 

Decreto rilancio: le misure per l’ambiente

decreto rilancio ambiente

Quella del Covid-19 è stata una crisi senza precedenti, che ha costretto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a firmare il Decreto Rilancio. Il Decreto prevede una serie disposizioni per permettere all’economia italiana di ripartire. È anche, però, un’opportunità per mettere in atto delle pratiche virtuose ed iniziare la transizione verso un’economia a favore dell’ambiente.

Il decreto rilancio per l’efficienza energetica degli edifici

Il provvedimento maggiore è sicuramente quello che riguarda il sistema edilizio. Lo Stato infatti rimborserà il 110% degli interventi di efficientamento energetico sostenute dal 1° luglio fino al 31 dicembre 2020. I soldi verranno rimborsati in cinque quote annuali.Tali interventi sono:

  • Isolamento termico. La spesa per questa operazione deve ammontare ad un massimo di 60.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio .
  • Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti centralizzati per il riscaldamento, raffrescamento o fornitura di acqua calda a condensazione. Tutti devono avere un’efficienza almeno pari alla classe A. Ovviamente è valido anche se abbinato all’installazione di impianti fotovoltaici.La spesa per queste operazioni, compreso lo smaltimento degli impianti sostituiti, non deve superare i 30.000 euro.
  • Tutti gli altri interventi di efficientamento energetico già previsti dalla legislazione vigente.

Importante: Ai fini dell’accesso alla detrazione, gli interventi devono assicurare il miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio. Oppure il raggiungimento della della classe energetica più alta.

  • L’installazione di impianti solari fotovoltaici connessi alla rete elettrica. La spesa massima deve però essere di 48.000 e comunque nel limite di 2.400 per ogni kW di potenza.
  • L’installazione di infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici.
  • Interventi di efficientamento anti-sismico.

Sostegno per le Zone Economiche Ambientali (ZEA)

Il Decreto Rilancio stanzia anche 40 milioni di euro per l’anno 2020 a favore delle micro, piccole e medie imprese che svolgono attività economiche eco-compatibili. Queste comprendono anche le attività di guida escursionistica ambientale che hanno sofferto una riduzione del fatturato a causa del Covid-19. Per ricevere il denaro le imprese e gli operatori devono risultare attivi alla data del 31 dicembre 2019.

Devono inoltre avere sede legale e operativa nei comuni aventi almeno il 45% della propria superficie compreso all’interno di una ZEA. Infine, devono svolgere attività eco-compatibile ed essere iscritti all’assicurazione generale obbligatoria.

Mobilità sostenibile

  • Il governo predispone poi 120 milioni di euro per incentivare la mobilità sostenibile, a fronte della crisi che subirà il trasporto pubblico. A partire dal 4 maggio, con l’acquisto di una bicicletta, anche a pedalata assistita, un segway, un hoverboard o un monopattino, verrà rimborsato il 60% del prezzo originale. Bisogna però essere residenti in un comune con più di 50.000 abitanti. La detrazione è valida per una sola volta a persona.
  • Per gli anni 2021 e seguenti il Programma incentiva la rottamazione di autoveicoli e motocicli altamente inquinanti.
  • Saranno inoltre finanziati i progetti per la creazione, il prolungamento, l’ammodernamento e la messa a norma di corsie riservate per il trasporto pubblico locale e di piste ciclabili.
  • Infine, per le aziende con più di 100 dipendenti e situate in un comune con pi di 50.000 abitanti sarà obbligatorio predisporre un piano spostamenti casa-lavoro entro il 31 dicembre di ogni anno. Dovranno inoltre nominare un responsabile della mobilità aziendale (mobility manager).

Leggi anche: Bonus Bici: l’Italia su due ruote?

Michael Moore e il film contro le rinnovabili

Michael Moore film

Michael Moore film

Con il suo nuovo film Planet of the Humans Michael Moore l’ha fatta grossa, ancora una volta. Il documentario è infatti una manna dal cielo per chi cerca di ostacolare il passaggio dall’economia tradizionale basata sull’estrazione di carbone a quella fatta di energia pulita. Ed è un peccato, perché la teoria che sta alla base del documentario non è del tutto errata. Vediamo perché.

L’occasione sprecata del film di Michael Moore

In anni recenti si è finalmente dato un nome a quel fenomeno per cui le compagnie, grandi o piccole che siano, sfruttano la causa ambientale per ingraziarsi i clienti ed attrarne di nuovi. Il fenomeno in questione si chiama green washing e talvolta può essere quasi più deleterio delel compagnie che non si fingono amanti dell’ambiente.

Un esempio piccolo e forse banale è quello delle bottigliette di plastica. Molte volte capita di leggere sull’etichetta “100% riciclabile”, magari su sfondo verde e decorato con qualche fogliolina. Il problema è che, potenzialmente, tutte le bottigliette di plastica sono riciclabili, se la persona le ricicla. In più, una amministratore delegato che avesse davvero a cuore l’ambiente, rinuncerebbe totalmente alla produzione di bottigliette di plastica usa e getta. Oppure, un caso ancora più grave in quanto frode a tutti gli effetti è quello che ha interessato la compagnia petrolifera Eni. L’azienda è stata infatti denunciata da Legambiente per aver definito il loro Diesel “green”, ingannando di fatto i consumatori e incentivandoli, una volta messa loro a posto la coscienza, a farne un uso spropositato. Ne abbiamo parlato in questo articolo.

E così via fino ad arrivare ai piani altissimi della piramide aziendale mondiale. Le cosiddette “Big Green” sono compagnie di dimensioni e fatturato enormi che, se in teoria utilizzano i loro soldi per progetti “green”, come le energie rinnovabili, quei soldi vengono di fatto dalle aziende dei combustibili fossili che le finanziano e con le quali mantengono un rapporto fiduciario e pacifico.

Una critica non scientifica alla scienza

Quindi, la mentalità per cui il consumismo estremo e il profitto infinito siano giustificati se questi provengono da progetti virtuosi è molto pericolosa. Ma da lì a screditare totalmente le energie rinnovabili passa molta acqua sotto i ponti. Ed è quello che Michael Moore ha fatto col suo documentario: accusare di “green washing” le nuove tecnologie per l’energia rinnovabile, alimentando lo scetticismo già dilagante riguardo a una transizione energetica che, se vogliamo ridurre le emissioni, deve necessariamente essere attuata..

Moore, per esempio, critica le energie rinnovabili per la quantità di materiali ed energia necessari a produrle. Non guarda, però, al guadagno futuro in termini di energia. Mark Diesendorf, un esperto di sistemi energetici e sostenibilità, ha affermato che i pannelli solari recuperano l’energia utilizzata in soli due anni e il loro ciclo di vita è di circa 20 anni. I pannelli solari, quindi, ci forniscono energia pulita per ben 18 anni, senza doverla costantemente estrarre e bruciare tramite le industrie del fossile.

Michael Moore film

In più, un film che si prodiga di criticare le tecnologie moderne dovrebbe essere il più moderno e aggiornato possibile. Invece, molti esperti hanno fatto notare come le riprese e i dati a disposizione di Moore fossero molto datati. Parlando di macchine elettriche, per esempio, Moore mostra un modello di 10 anni fa. Oppure critica un “campo” di pannelli solari costruito nel 2008. Come dice lo scrittore energetico ketan Joshi, 10-12 anni sono un’eternità nello sviluppo del solare, così come nell’elettrico

Michael Moore critica la biomassa

Moore critica anche la biomassa come fonte di energia, prodigandosi per la difesa degli alberi. Ricavare energia dalla biomassa, però, è molto differente che ricavarla dai combustibili fossili. Questi infatti liberano carbonio che è stato rimosso dal ciclo terrestre milioni di anni fa, che si aggiunge quindi a quella già abbondantemente presente in atmosfera. Gli alberi, invece, riportano la CO2 nella biosfera che è stata rilasciata solo negli ultimi decenni.

In ogni caso, la combustione non è mai la soluzione migliore. E di questo ne è consapevole anche Bill McKibben, un attivista che nel 2009 aveva difeso la combustione della biomassa a fini energetici. Moore, però, mostra soltanto questo lato della medaglia, mostrando un McKibben ipocrita ed ingenuo. Peccato che nel 2016 lo stesso McKibben abbia rettificato la sua posizione, denunciando la combustione di alberi e scusandosi per le sue idee passate. Di tutto questo, ovviamente, nel documentario non vi è traccia.

Il film di Michael Moore delega le soluzioni

Michael Moore, quindi, invece che sostenere chi sta cercando di trovare soluzioni che davvero conterrebbero la crisi climatica, non fa altro che contrastarli, fomentando i negazionisti e coloro che ostacolano le rinnovabili.

Jeff Gibbs, produttore del film, ha apertamente dichiarato il loro intento: “innescare una discussione e sollevare molte domande. Ma noi non abbiamo tutte le risposte“. Direi che questa frase è sufficiente per accostarsi a una visione critica del film il quale è stato reso pubblico e gratuito su YouTube.

Il livello del mare potrebbe alzarsi di un metro entro il 2100

livello del mare

“Sono solo esagerazioni, dati portati all’estremo, per convincere i politici a fare qualcosa”. Qualcuno potrebbe commentare così il nuovo studio condotto dall’Università tecnologica di Nanyang di Singapore, il quale afferma che il livello globale del mare potrebbe salire di un metro entro il 2100.

Di quanto aumenterà il livello del mare?

Tralasciamo il fatto che, anche fosse un’esagerazione che considera solo le condizioni peggiori possibili, sarebbe comunque un motivo valido per responsabilizzare i politici e far sì che le condizioni non peggiorino ulteriormente. Il problema è che questa non è affatto un’esagerazione. Si tratta piuttosto dello scenario nel quale i Paesi del mondo si troveranno nel caso continuassero ad emettere la quantità di anidride carbonica attuale.

Comunque, per essere precisi, lo studio dice che il livello del mare potrebbe aumentare da 0,6 a 1,3 metri entro il 2100 e da 1,7 a 5,6 metri entro il 2300. Se invece, nello scenario migliore, riuscissimo a contenere le emissioni e mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi centigradi, l’innalzamento del livello del mare potrebbe essere di “soli” 0,5 metri.

Come si può vedere, l’opzione “il mare non subirà un innalzamento” non è contemplata. È quindi accertato che per questo problema non si possa fare più nulla, se non contenerne gli effetti. Il co-autore dello studio Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research ha proposto un interessante parallelismo con il Coronavirus. “Come nella pandemia di Covid-19, il tempismo è fondamentale per prevenire la devastazione. Se si aspetta di avere un problema serio, è già troppo tardi. A differenza del Covid-19, però, una volta che le calotte glaciali sono state destabilizzate oltre i limiti, l’innalzamento del livello del mare non può essere fermato per secoli o addirittura per millenni”.

Come è stato condotto lo studio

L’epidemia di Covid-19 ci ha dimostrato anche un altro fatto importante: anche i più esperti scienziati possono contraddirsi tra loro, o comunque giungere a risultati differenti a seconda di quando, dove e in che modo hanno condotto i propri studi. Per questo, il coordinatore dello studio in questione Benjamin P. Horton ha deciso di contattare 106 specialisti da atenei di tutto il mondo selezionandoli in base al loro curricula. Questi ultimi dovevano contenere almeno sei recenti articoli scientifici sull’innalzamento del livello del mare a seguito del riscaldamento globale. Non solo, dovevano essere stati pubblicati dal 2014 ad oggi su accreditate riviste scientifiche. Gli autori dello studio hanno poi fatto una media dei dati riportati su queste ricerche. E i risultati, come si è visto, non sono stati affatto incoraggianti.

Per quanto infatti alcuni dati possano divergere, quello principale, ovvero che il livello del mare si innalzerà di molto nei prossimi anni, ricorre in tutti gli studi. Vi è solo un dato sul quale gli scienziati sono discordi o incerti ovvero il futuro delle calotte di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide. I dati satellitari e le misurazioni sul campo mostrano infatti che queste regioni si stanno sciogliendo più rapidamente di quanto previsto dagli scienziati. Pertanto è ancora difficile stimarne precisamente le conseguenze.

Conseguenze dell’innalzamento del livello del mare

I livelli medi del mare si sono alzati di circa circa 23 centimetri dal 1880. Di questi, circa 7 centimetri derivano dagli ultimi 25 anni. A fronte di questo innalzamento i danni sono già stati ingenti. Pensiamo però che questa non è nemmeno la metà dell’altezza stimata per il 2100, quando, a questo punto, le conseguenze per il mondo saranno disastrose. Il continente che più sarà colpito è l’Asia (Cina, Bangladesh, India, Vietnam, Indonesia,Thailandia, Filippine e Giappone), con il 70% dei suoi abitanti che dovranno abbandonare le loro case. Il New York Times ha scritto che alcune città come Mumbai (India) e Ho Chi Min (Vietnam) scompariranno, così come Shanghai. Dovremmo anche prepararci a dire addio ad alcuni patrimoni culturali, come a quello di Alessandria d’Egitto.

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Il cambiamento del livello del mare a livello globale nel corso degli anni. Fonte: Focus.it

L’innalzamento del livello del mare minaccia anche alcuni servizi basilari come l’accesso a Internet, dato che molte delle infrastrutture comunicative sottostanti le città si trovano proprio in prossimità del mare. Per non parlare degli effetti devastanti sugli habitat marini, degli uccelli e delle piante, dell’erosione delle coste, delle inondazioni, della contaminazione delle falde acquifere e del suolo agricolo con il sale marino.

Cosa ha già causato l’innalzamento del livello del mare

Un team di ricercatori australiani ha stabilito che sono cinque gli atolli scomparsi nelle Isole Salomone, una nazione insulare del Pacifico meridionale, a est della Papua Nuova Guinea. Gli scienziati russi hanno riportato che una piccola isola dell’Artico è scomparsa. Verso la fine del 2018 un giornale locale ha riportato che una piccola isola disabitata poco al largo della costa del Giappone potrebbe non riemergere mai più dopo essere scomparsa sotto il livello del mare.

Tutto questo è una finestra sul futuro – ha affermato Nunn della University of Sunshine Coast. – ci dice ciò che accadrà nei prossimi 20 anni in tutto il resto del mondo, e non solo in un contesto insulare. Può accadere a New Orleans, Los Angeles e tutte le altre città costiere. Prima iniziamo a pensarci, meno sarà doloroso”.

Infatti, senza necessariamente arrivare alla sommersione di interi continenti, si possono vedere questi effetti già nelle maggiori città del mondo. Rotterdam, nei Paesi Bassi, ha già da molti anni costruito la Maeslant Barrier, una barriera per gran parte sottomarina lunga come la Torre Eiffel. New Orleans ha progettato un enorme sistema di barriere, dighe, argini e pareti che si estendono per circa 560 chilometri intorno alla città. New York stava vagliando, almeno prima che l’amministrazione Trump bloccasse i fondi per il progetto (leggi qui l’articolo in merito), la possibilità di costruire una gigantesca barriera al largo di Manhattan. Gli effetti dell’innalzamento del mare su Venezia, poi, li vediamo spessissimo sui notiziari.

Il caso delle Isole Kiribati

In alcuni luoghi del mondo, però non vi sono barriere che tengano. La Repubblica di Kiribati, un gruppo di 33 isole del Pacifico dove vivono 100 mila persone, si trovano a circa 2 metri sopra il livello del mare. Considerando le suddette previsioni degli scienziati, queste isole saranno prima o poi inabitabili. Infatti, per nove milioni di dollari Kiribati ha già comprato otto chilometri quadrati di terra per evacuare, un giorno non molto lontano, l’intera popolazione.

Le isole Kiribati si trovano a 1.8 metri sul livello del mare

Le isole Kiribati si trovano sulla linea internazionale del cambio di data, il che significa che sono le prime ad assistere all’inizio del nuovo giorno. In un certo senso si può dire che Kiribati sia già nel futuro. Ironia della sorte, i suoi abitanti stanno assistendo a una triste anteprima di ciò che comporterà la crisi climatica. La quale, proprio come l’alba di un nuovo giorno, arriverà per tutti.

Esiste una petizione online per tassare le emissioni

Tassare le emissioni carbonio è l’obiettivo della nuova petizione “StopGlobalWarming.eu“, che può essere firmata, senza costi e senza sforzi, tranquillamente dal divano di casa.

L’importanza di Internet e i Social Media

Non è certo la prima volta che Internet e i Social Media hanno avuto un ruolo decisivo per cambiamenti sociali importanti. Pensiamo al successo ottenuto dall’hashtag #Metoo, grazie al quale donne e uomini di tutto il mondo si sono fatti forza per combattere insieme una mentalità retrograda e maschilista. Oppure si pensi alla sempre maggiore popolarità della piattaforma di campagne sociali Change.org, il cui direttore Luca Francescangeli ha dichiarato che dal 2012 al 2017 sono state vinte ben 800 petizioni.

Un esempio è l’approvazione, da parte della Camera dei Deputati, dell’emendamento che riconosce il reato di revenge porn. E ancora, Fedez e Chiara Ferragni, grazie alla piattaforma di raccolta fondi Gofoundme hanno raccolto più di 4 milioni di euro da destinare all’ospedale San Raffaele di Milano perché sostenesse i costi dell’epidemia di Covid-19. Lo sciopero digitale per il clima di Fridays For Future ha registrato solo in italia più di 6000 presenze “virtuali”. E la lista potrebbe continuare.

petizione emissioni

Cosa prevede la petizione per ridurre le emissioni

Marco Cappato non si è fatto quindi intimorire dal lockdown e ha creduto nella potenza del web. La campagna StopGlobalWarming.eu è stata infatti promossa da Eumans!, il movimento di Cappato formato dai cittadini europei attivi sullo sviluppo sostenibile, insieme a Science For Democracy.

La proposta della campagna prevede, innanzi tutto, una tassa sulle emissioni (che aumenterà nel corso del tempo), abbassando al contempo le tasse sul lavoro e sui redditi più bassi. Propone poi di abolire il sistema di quote gratuite di CO2 per ogni Stato e introdurrebbe un prezzo fisso per le emissioni, in modo da ridurne le importazioni da parte dei paesi più inquinanti.

Come sappiamo, infatti, in seguito all’Accordo sul Clima di Parigi, è entrato in vigore il “comodo” sistema di scambio di emissioni. Semplificando molto, le nazioni più virtuose, che restano sotto il limite consentito di emissioni, hanno il diritto di vendere le emissioni restanti ad altri paesi, che invece hanno superato la soglia di agenti inquinanti emessi nell’atmosfera.

Questo meccanismo non ha, ovviamente, incentivato un miglioramento da parte delle nazioni più inquinanti, anzi. Ha invece fatto sì che queste continuassero a sforare i limiti senza particolari ripercussioni. Se non quelle, ovviamente, sul riscaldamento globale e sulle popolazioni che più risentono dei cambiamenti climatici (le quali sono anche, paradossalmente, quelle che inquinano meno).

Perché è importante firmare la petizione per ridurre le emissioni

Un altro punto importante della petizione prevede che il ricavato della tassa sul carbone sia destinato a progetti di risparmio energetico e fonti di energia rinnovabile. “Con il prezzo del petrolio ai minimi e le pressioni per rimuovere i vincoli ambientali in nome dell’uscita dalla crisi, si rischia di tornare indietro a modelli di sviluppo disastrosi per l’ambiente – ha dichiarato Cappato -. L’Unione europea e gli Stati nazionali stanno per spendere migliaia di miliardi di soldi pubblici per uscire dalla crisi. Bisogna cogliere l’occasione per promuovere un modello di sviluppo sostenibile”.

La petizione, per poter essere presentata alla Commissione Europea, deve raggiungere quota un milione di firme in sette diversi paesi dell’Unione. Al momento ne sono state raggiunte 26.548. Perché il numero subisca un’impennata, dovrebbe passare il forte messaggio contenuto nel video della Banca Mondiale proprio in merito alla tassazione delle emissioni.

Non è questione di prendere le parti di qualcuno, bensì di pensare al futuro. L’inquinamento non è gratis e, se non controllato, causerà un danno globale senza precedenti. Molti paesi, però, emettono CO2 nell’atmosfera senza alcun costo. Questa bolletta la pagheremo noi, sotto forma di minacce alla salute pubblica, scarsità di cibo e di acqua e disastri naturali. Invece, quando l’inquinamento ha un prezzo, possono essere pagate l’efficienza e l’innovazione per le energie rinnovabili, che faranno risparmiare, sul lungo periodo, molti soldi.

Leggi anche: “Cala l’inquinamento. 11.000 morti in meno in Europa”

Ovviamente, noi crediamo che la tassazione delle emissioni sia solo un modo per favorire la transizione verso un mondo la cui economia non dovrà più basarsi sulla combustione del carbone per sopravvivere. I soldi risparmiati anche grazie all’implementazione delle energie rinnovabili dovranno essere utilizzati anche per un’educazione ambientale capillare, che eradichi la mentalità della ricerca del profitto fine a se stesso, oltre che quella del consumismo estremo. Questo perché il cambiamento di una società va di pari passo con i valori della società stessa. Nel frattempo, è necessario che i cittadini comunichino “ai piani alti” di essere pronti a questo cambiamento. E ora possono farlo.

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A che punto è la legge sulla Canapa in Italia

legge canapa

Quando si tratta di affrontare la legge sulla canapa i politici italiani assomigliano molto agli struzzi quando mettono la testa sotto la sabbia. Non fosse che gli animali lo fanno per reali ragioni di sopravvivenza, mentre i politici per il consenso, senza realmente informarsi sulle conseguenze delle loro azioni.

Gli sviluppi della legge sulla canapa in Italia

L’origine della legislazione sulla pianta di canapa risale agli anni ’30, con un divieto totale di coltivazione. Fu un durissimo colpo per l’economia dell’Italia, che era una delle nazioni leader nel mondo per la coltivazione della canapa, seconda solo alla Russia.

La coltivazione della canapa in Italia nel corso degli anni

Nel corso degli anni si sono alternate molte leggi sulla canapa e altrettante loro interpretazioni errate. Nel 2016 finalmente è stata fatta un po’ di chiarezza. La coltivazione industriale di canapa diventava ufficialmente legale, purché nelle varietà di canapa sativa, ovvero quelle al cui interno vi è una presenza irrisoria di THC, la sostanza psicotropa caratteristica della pianta comunemente nota come marijuana.

Un grave lacuna nella legge sulla canapa

Questa legge presenta però una grave lacuna: non viene menzionata la possibilità o meno di coltivare anche l’infiorescenza della canapa, più comunemente nota come cannabis light. D’altro canto, non essendone fatta menzione nella legge, non ne è stato nemmeno fatto divieto. Tanto che, a partire dal 2017, quando la legge è entrata in vigore, i negozi che vendevano cannabis light e i loro prodotti si sono moltiplicati nelle città italiane.

Allo stesso tempo, il settore canapicolo è proliferato. Sono infatti nate più di 3.000 aziende agricole che hanno assunto 10.000 lavoratori, sopratutto giovani, creando un notevole indotto economico alla nazione. In più, dovendo far meno ricorso alle importazioni, si stava aprendo la possibilità per l’Italia di tornare ad essere un’eccellenza mondiale nel settore della canapa.

La cannabis light non è pericolosa

Vi è però sempre stata una forte incertezza, da parte dei venditori di cannabis light, riguardo alla legittimità della loro attività. Sopratutto dopo lo scorso maggio quando Matteo Salvini, allora Ministro degli Interni, aveva ostruito l’attività di questi commercianti e la vendita di inflorescenze della canapa sembrava essere stata definitivamente vietata.

Tutto ciò si scontrava, come spesso accade, con i dati scientifici che riguardano la cannabis light. Le inflorescenze di canapa sativa, infatti, presentano anch’essi una quantità molto bassa di THC, nella maggioranza dei casi inferiore allo 0,5%. Pertanto, non è da considerarsi all’interno della lista stilata dal ministero della salute delle sostanze considerate stupefacenti. In parole semplici, non è da considerarsi una droga.

“Droga” sul balcone sì, cannabis light no: la legge si contraddice

Fra le altre cose, più passa il tempo più lo Stato si contraddice. Ad aprile di quest’anno infatti la Cassazione ha approvato l’assenza di reato per chi coltiva cannabis (non light!) in casa, in minime quantità e ad esclusivo uso personale.

legge canapa

Anche se questa è, a livello generale, una buona notizia, rivela delle contraddizioni e dei problemi da non sottovalutare. Giampaolo Grassi, primo ricercatore del Centro di Ricerca sulla canapa di Rovigo e membro del comitato scientifico di Federcanapa ha commentato così la notizia in un’intervista.

Sembra da schizofrenici. Da una parte danno battaglia a chi coltiva canapa industriale, dalla quale si potrebbe estrarre il CBD che manca all’industria farmaceutica, e dall’altra lasciano libera la coltivazione di varietà contenenti THC, senza alcun tipo di controllo. […] Dove si va ad acquistare il seme con THC e quali varietà? Commercianti poco scrupolosi vendono direttamente le piantine importate da Svizzera ed Austria. Oppure, peggio, provenienti dal mercato nero.

La legge sulla canapa del MS5 e la sua bocciatura

Lo stupore di Giampaolo Grassi deriva dalla bocciatura dell’ emendamento proposto alla Cassazione dal MS5 il quale recitava quanto segue.  “L’uso della canapa composta dall’intera pianta di canapa o di sue parti è consentito in forma essiccata, fresca, trinciata o pellettizzata ai fini industriali, commerciali ed energetici”.

Inoltre, l’emendamento introduceva una tassa sulle infiorescenze di fiori di canapa industriale, accomunandole di fatto ai prodotti di tabacco. In questo modo si legittimava una volta per tutte la produzione e la vendita di questo prodotto, mettendo un freno alle importazioni.

Le conseguenze del divieto

I coltivatori

La conseguenza più diretta ricade sui coltivatori in quanto, in assenza di una legge chiara sulle infiorescenze, questi temono ripercussioni. Giampaolo Grassi continua il suo commento così.

“Non abbiamo le varietà competitive, non abbiamo la semente, non ci sono regole chiare nel moltiplicare le piante, vi è confusione da parte dei giudici, che talvolta interpretano la legge in modo restrittivo. In pratica è ancora estremamente rischioso per un imprenditore investire in canapa.

legge canapa

Medicina e salute

Vi è poi un problema per il settore della medicina e della salute. Nella pianta di canapa è presente Il CBD, una sostanza antinfiammatoria che aiuta ad alleviare i dolori fisici, ma può anche combattere l’ansia, la depressione, lo stress. Con un decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 12 luglio 2018, lo stato stabiliva che la cannabis terapeutica può essere prescritta per ogni tipo di dolore.

Adesso, però, vi è un problema di approvvigionamento. È chiaro che la possibilità di estrarre il CBD anche dalle infiorescenze della canapa e non solo dagli steli ne triplica la quantità disponibile per l’industria farmaceutica, che è invece costretta ad importare il CBD a prezzi maggiori e, talvolta, di qualità inferiore.

Industria del tabacco

Vi sono poi problemi legati all’industria del tabacco e al traffico di stupefacenti. Come dice Giampaolo Grassi, lasciando così le cose, il giro di affari che riguarda il tabacco resterà nelle mani delle quattro multinazionali che racimolano nel nostro paese circa 4 miliardi, investendone circa 0,15. Questo mentre i giovani che avevano creduto nell’opportunità di impiego della canapa rimarranno delusi e demotivati .

Traffico di stupefacenti

E continua. Rimarranno anche alti i traffici di stupefacenti e le mafie ringrazieranno. Nel 2017, primo anno in cui venne distribuita la Cannabis light, il numero dei sequestri di partite di Cannabis da droga è stato del 11-12% in meno rispetto all’anno prima in cui non c’era.

Secondo il Business Insider, che si basa a sua volta su uno studio dell’Università di New York, la cannabis light sottrae fino a 170 milioni all’anno alle organizzazioni criminali in Italia. Questa pianta, infatti, anche se non “sballa”, ha comunque un forte potere rilassante, grazie alla presenza di CBD. A fronte di ciò che dice Salvini, quindi, la cannabis light potrebbe essere un disincentivo al consumo di droghe più pesanti, piuttosto che il contrario.

Una giusta legge sulla canapa può aiutare l’ambiente

Ma arriviamo alla questione che più interessa l’Ecopost, ovvero l’ambiente. Anche se, come abbiamo visto da questo e molti altri articoli, i problemi ambientali, economici e sociali di una nazione sono sempre molto legati.

Se i coltivatori sono disincentivati da leggi fumose e politici bigotti al perpetuare la coltivazione della canapa, questa non svolgerà mai la sua funzione di “salvatrice dell’ambiente“. Perché sì, la canapa, come spieghiamo più nel dettaglio in questo articolo, è una pianta molto sostenibile e con moltissimi vantaggi per un’economia “verde”.

Una funzione disinfestante

Innanzi tutto cresce molto velocemente, non necessita di molta acqua e non ha bisogno di pesticidi. Infatti, avendo un elevato potere di assorbimento della luce, che viene quindi sottratta alle erbe infestanti presenti nel terreno, la canapa ne impedisce la crescita. La canapa assorbe anche metalli pesanti e altri inquinanti (CO2). Viene infatti utilizzata per progetti di bonifica dei terreni contaminati, aggiungendo, fra l’altro, materia organica al suolo.

Un incentivo all’economia circolare

La canapa inoltre potrebbe essere un elemento chiave per una nuova economia, basata sulla circolarità e il commercio di prodotti sostenibili. Della canapa, infatti, si usa tutto e non si butta niente.

  • Dalle sue fibre resistenti si ricavano i vestiti, molto più sostenibili rispetto a quelli in cotone, che richiede un’enorme quantità di acqua. Per non parlare di quelli in poliestere, i cui risvolti negativi per l’ambiente richiederebbero un intero articolo a parte.
  • Dallo stelo si può ricavare una variante della carta, risparmiando la vita a innumerevoli quantità di alberi. Sempre dallo stelo si può ricavare una bioplastica molto resistente e, appunto, biodegradabile.
  • Si può farne largo uso persino nella bioedilizia, rendendo le nostre città molto più green. In tempi recenti si stanno sperimentando alcuni biodiesel e batterie ricavate dalla canapa, che renderebbero più sostenibili i nostri consumi energetici.
  • Infine i semi di canapa e le tanto discusse infiorscenze possono essere un alleato prezioso in cucina. I semi sono molto versatili e contengono una grande quantità di proteine, sempre utili per chi ha adottato una dieta più sostenibile, come quella vegetariana o vegana. I fiori, poi, possono essere usati per infusi, tè e tisane dalle proprietà rilassanti.
legge canapa

La legge sulla canapa non è conveniente

È quindi assurdo come un mercato così conveniente, sostenibile, con un tale potenziale occupazionale ed economico (se proprio vogliamo parlare di soldi) sia ostruito da persone che non hanno la minima idea di come stanno davvero le cose.

E le cose stanno così: la canapa sativa è totalmente innocua e non potrebbe far altro che portare benefici alla nostra nazione, all’ambiente e alla specie umana.